Sinodo delle chiese valdesi e metodiste 1998

VII. I RAPPORTI CON LE ALTRE RELIGIONI

60. Non si dovrebbe onorare soltanto la propria religione e condannare le religioni degli altri, ma si dovrebbe onorare la religione degli altri per questa o per quella ragione. Agendo così si aiuta la propria religione a crescere e si rende anche un servizio a quella degli altri. Agendo altrimenti, si scava la tomba della propria religione e si fa anche del male alle religioni degli altri. Chiunque onora la propria religione e condanna le religioni altrui lo fa - beninteso - per devozione, pensando: 'Darò gloria alla mia religione'. Al contrario, agendo così, reca un grande danno alla propria religione. Dunque la concordia è cosa buona: tutti ascoltino e ascoltino di buon grado le dottrine delle altre religioni. Questo insegnamento del Buddha7 che l'imperatore indiano Ashoka (III secolo a.C.) fece incidere nella pietra, è un invito all'ascolto reciproco. Lo accogliamo in questo documento proprio per interrompere il nostro monologo, per non parlare solo noi, per dare la parola ad altri e cominciare ad ascoltare. Questo ascolto reciproco lo possiamo e dobbiamo collocare nel quadro di un altro ascolto - quello di Dio stesso - di cui parla la Bibbia: Allora quelli che temono l'Eterno si sono parlati l'uno all'altro, e l'Eterno è stato attento ed ha ascoltato (Malachia 3,16). Il discorso riguarda i figli d'Israele, ma lo si può facilmente estendere a tutti i figli di quel Padre dal quale ogni famiglia in cielo e sulla terra prende nome (Efesini 3,15).
61. Il problema del rapporto tra cristianesimo e altre religioni è antichissimo: sorge con la nascita stessa della fede biblica nel Dio d'Israele e l'accompagna lungo tutto il suo cammino storico fino ai nostri giorni. Oggi si impone a noi con un'urgenza particolare, soprattutto per due ragioni. La prima è che l'Europa sta diventando sempre più pluralista anche sul piano religioso, e il mondo, malgrado le divisioni, gli antagonismi e i conflitti (spesso anche armati) che lo lacerano, è sempre più percepito e vissuto come villaggio globale: tutti ci sentiamo coinvolti e corresponsabili, e comunque partecipi, della sua vita, in tutti i suoi aspetti, compreso quello religioso. La seconda è che sta crescendo in varie religioni del mondo la consapevolezza di dovere e potere sin d'ora contribuire insieme - ognuna con la sua specificità - alla ricerca della giustizia, alla costruzione della pace e alla salvaguardia del creato, tanto più mentre insorgono, in vari contesti religiosi, forme inquietanti di fondamentalismi e integrismi.
62. Il Consiglio Ecumenico delle Chiese, parla di fedi viventi piuttosto che di religioni perché come tali esse vengono vissute da coloro che le professano. L'espressione fedi viventi mette bene in luce il dato fondamentale: si tratta di esperienze, soggettive e collettive, vissute da credenti. D'altra parte, ogni fede vivente si situa all'interno di un sistema religioso particolare con le sue dottrine, i suoi riti, templi, codici etici, per cui incontrare le fedi di altri credenti significa anche entrare nell'universo religioso in cui esse si esprimono. In questo senso parliamo di altre religioni.
63. Un tempo tutto ciò che era religioso ma non cristiano veniva sommariamente qualificato come paganesimo. Oggi riteniamo possibile, anzi doveroso, un discorso anche in positivo, che s'interroghi sul significato e il valore delle vie percorse dall'umanità in tema di religione.
D'altra parte non possiamo rinunciare, né nei confronti del cristianesimo storico né nei confronti delle altre religioni, alla critica teologica della religione e della religiosità (vedi Karl Barth, Dietrich Bonhoeffer), cui si affianca quella elaborata nella modernità (dall'Illuminismo a Sartre). Riconosciamo comunque che anche la critica della religione non si sottrae alla parzialità dei soggetti che la praticano e alla diversità dei punti di vista da cui essi partono. Resta però fondamentale l'esigenza di discernere nelle diverse religioni (compreso il cristianesimo) ciò che può produrre o alimentare superstizione, fanatismo, intolleranza, alienazione, idolatria.
64. La strada del dialogo con le altre religioni è molto ampia. Nel percorrerla veniamo a trovarci in ambiti di incontro e di confronto molto diversi, che esigono differenti modalità di approccio e di approfondimento.
a) Nell'ambito delle cosiddette fedi abramitiche - Ebraismo, Cristianesimo, Islam - la confessione di fede in un Dio unico, la centralità di una rivelazione come atto libero di Dio attestata in un Libro, possono costituire elementi di un confronto ravvicinato.
b) Il cammino dell'incontro con le altre religioni entra anche nell'ambito delle grandi correnti di spiritualità e di fede dell'Oriente - le variegate famiglie del Buddismo, Induismo, Confucianesimo e Taoismo - e delle tradizioni africane e indio-americane, con la saldezza delle loro tradizioni storiche, culturali e spirituali attestata da millenni.
Non possiamo non notare l'interesse profondo e crescente nel nostro paese per le forme di fede e spiritualità orientale e nel dialogo cerchiamo di cogliere l'esigenza cui queste fedi rispondono.
c) Diverso è il caso dell'incontro con i nuovi e nuovissimi movimenti religiosi di cui registriamo la presenza. Si tratta spesso di fenomeni segnati da instabilità e transitorietà, che si collocano entro un ventaglio molto ampio di ricerca e di spiritualità, a volte mutuata dalle religioni orientali, a volte segnata dall'utilizzo di elementi teistici in contesto filosofico e psicologico.
La diversità degli ambienti e la varietà delle espressioni di fede ci ricordano la complessità dell'animo umano e la dimensione di mistero da cui siamo circondati.
65. Come impostare la riflessione sulle altre religioni o fedi viventi dal punto di vista della fede cristiana che confessa Gesù Cristo come il Salvatore del mondo (Giovanni 4,42) e come rivelazione ultima e piena di Dio e dell'uomo (vero Dio e vero uomo)? Senza pretendere di elaborare un'organica teologia cristiana delle religioni, riteniamo possibile individuare alcune linee guida.
a) Pur riconoscendo gli elementi di verità e di santità presenti e operanti nelle altre religioni, affermiamo che Gesù Cristo è il Rivelatore di Dio, la Via, la Verità e la Vita per tutta l'umanità, il solo Nome dato agli esseri umani per il quale possiamo essere salvati (Atti 4,12). Questa prospettiva accetta la sfida dell'incontro e del dialogo, ma non intende eludere lo scandalo e la pazzia costituiti appunto dalla rivelazione di Dio in Cristo crocifisso e risorto (1 Corinzi 1,23).
b) Esistono, tuttavia, aspetti della pienezza di Cristo sconosciuti ai cristiani, non meno che agli altri: Conosciamo in parte (I Corinzi 13,9), perché Gesù è più grande della nostra intelligenza, anche di quella della fede, e viviamo nell'attesa che lo Spirito ci guidi in tutta la verità (Giovanni 16,13). Può accadere ed accade che proprio il dialogo interreligioso sia uno strumento mediante il quale lo Spirito accompagna la chiesa a scoprire dimensioni inedite della gloria di Dio in Gesù. Dovunque agisce, lo Spirito glorifica Gesù (Giovanni 16,14), ma lo fa spesso in modi inediti e sorprendenti. Alla chiesa è dato il discernimento degli spiriti per imparare a scorgere e riconoscere il frutto dello Spirito (Galati 5,22) dovunque si manifesti.
66. La volontà della chiesa di comprendere le altre religioni, di dialogare con esse, e di lasciarsi aiutare dal loro messaggio ad approfondire la propria comprensione di Gesù, va collocata nell'orizzonte dell'attesa del Cristo che deve venire e del regno dei cieli che in lui si è avvicinato, verso il quale tutti siamo in cammino.
Anche in questo contesto dobbiamo ricordare che non siamo ancora giunti alla perfezione (Filippesi 3,12) e in questo senso tutto è provvisorio e non è ancora reso manifesto quel che saremo (1 Giovanni 3,2); c'è una nostra incompiutezza che sarà tolta solo quando Dio sarà tutto in tutti; anche come cristiani dobbiamo crescere in ogni cosa per giungere allo stato di uomini fatti, all'altezza della statura perfetta di Cristo (Efesini 4,15 e 13). Solo Gesù Cristo è già definitivo, solo lui è l'ultimo oltre che il primo, l'omega oltre che l'alfa, la fine oltre che il principio (Apocalisse 22,13). La pienezza è già in lui (Colossesi 1,19), non ancora in noi. In noi ci sono soltanto le primizie dello Spirito (Romani 8,23).
67. Nel dibattito ecumenico più recente s'incontrano anche modi diversi d'impostare il dialogo interreligioso. Ne tratteggiamo due, a titolo esemplificativo.
a) Alcuni considerano le altre religioni e gli universi religiosi in cui esse si esprimono come parte della creazione di Dio, il quale ha chiamato alla vita un'umanità unica ma straordinariamente variegata, così da dar luogo anche a sensibilità e culture religiose molto diverse. In questo quadro le fedi viventi possono apparire come una parte del ricco patrimonio spirituale dell'umanità. Ci si potrà avvicinare ad esse mettendo in luce da un lato la comune filialità di tutti rispetto a Dio, e dall'altro la trascendenza e alterità di Dio rispetto a tutti i discorsi e le immagini con cui l'umanità parla di lui.
In questo quadro il Cristo potrebbe non essere più l'unica via ma una via a Dio. Di conseguenza, il terreno d'incontro e di dialogo sarebbe costituito da Dio più che da Cristo e la fede cristiana dovrebbe diventare teocentrica più che cristocentrica.
b) Un'altra lettura è quella della cosiddetta dottrina del Cristo più grande (greater Christ). La Parola divina, il Logos, seconda persona della Trinità, si è certamente incarnata in Gesù di Nazaret, ma non esclusivamente in lui; essa si sarebbe manifestata anche in altri grandi iniziati o uomini di Dio (come Buddha, Muhammad e altri). Cristo sarebbe perciò più grande di quello apparso in Gesù di Nazaret, e lo si potrebbe scoprire incontrando le altre religioni. Qui il terreno d'incontro e di dialogo sarebbe costituito dal Logos divino manifestatosi in Gesù e seminato nei diversi ambiti religiosi dell'umanità e da questi colto, percepito o intuito.
Ci sembra tuttavia che queste impostazioni non possano essere condivise in quanto comportano una relativizzazione del significato che la Sacra Scrittura attribuisce a Gesù di Nazaret, confessato nella fede come Cristo di Dio.
68. Il compito al quale come cristiani siamo chiamati è di essere testimoni di Gesù Cristo fino alle estremità della terra (Atti 1,8) confessando la nostra fede in lui (Romani 10,8-10) e cercando di camminare com'egli camminò (1 Giovanni 2,6). All'interno di questo compito si colloca anche il dialogo interreligioso. Esso è anzitutto un luogo di ascolto dell'altro che non conosciamo e che ha delle cose da dirci, una fede, una morale, una visione del mondo e dell'uomo da comunicare; poi è un luogo di scambio nel corso del quale vi sono molti modi e occasioni di testimoniare Cristo. Il dialogo implica reciprocità, dare e ricevere, sforzo congiunto per entrare in una relazione profonda di comunicazione, pur attraverso linguaggi diversi. Il dialogo non è dunque un esercizio inconcludente che lascia il tempo che trova, né un'implicita, segreta rinuncia all'evangelizzazione (come se il dialogo sostituisse la testimonianza anziché essere un modo di praticarla), e neppure il primo passo verso impostazioni religiose sincretistiche. Al contrario viviamo il dialogo, al quale siamo chiamati da Dio stesso come appuntamento con Dio e con il prossimo, un modo cioè per cercare insieme, segretamente accompagnati dal Risorto come lungo la via di Emmaus, come Dio viene incontro agli altri e a noi, agli altri attraverso di noi e a noi attraverso gli altri. Questo modo di impostare il rapporto tra le fedi è relativamente nuovo in campo teologico. I rischi che comporta sono legati alle sue potenzialità ancora inesplorate.
69. Io non mi vergogno dell'Evangelo, perché esso è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede; prima del Giudeo e poi del Greco (Romani 1,16). Non mancano per i cristiani impegnati nel dialogo e confronto con le altre religioni occasioni e motivi di vergogna per azioni, parole e fatti di ieri e di oggi commessi dalle chiese, di cui siamo direttamente o indirettamente corresponsabili e che costituiscono una contro-testimonianza all'Evangelo di cui vorremmo essere portatori. Ma questo doveroso e salutare sentimento e atteggiamento autocritico non deve indurci a confondere la vergogna di noi stessi con la vergogna dell'Evangelo, paralizzando la volontà di testimonianza e rendendoci incapaci di dire le parole della fede. Al contrario nutriamo fiducia che, al momento opportuno, lo Spirito ce le darà, secondo la promessa (Matteo 10,19-20). Aldilà di tutte le nostre indegnità, l'Evangelo è e resta buona notizia per ogni creatura, benedizione da trasmettere, dono da condividere.








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