Croci e statue di vetta in Piemonte

Nella nostra regione le croci o i segni sacri si trovano anche nei luoghi più impervi ed irraggiungibili: le cime dei monti.
Sul Colletto di Meana, un esile sentiero di crinale conduce ad un appicco roccioso su cui nel 1948 venne inaugurata una grande statua al Sacro Cuore di Gesù, issata su 7 grandi colonne in pietra ed un grande basamento tronco-conico Monumento al Sacro Cuore di Gesù a Meana di Susa
Monumento al Sacro Cuore di Gesù a Meana di Susa

Il primo a presidiare una montagna con un segno sacro fu Bonifacio Rotario d’Asti che l’1 settembre 1358, per sciogliere un voto fatto alla Madonna dopo essere stato catturato dai turchi in Crociata, si recò sulla vetta del Rocciamelone, allora ritenuto il monte più alto del mondo per portarvi un trittico, ovvero un’icona raffigurante la madonna, affiancata da un cavaliere e dallo stesso Rotario in atto di preghiera. Sulla montagna, poi, a 3538 m di quota fu eretta una piccola cappella (tutt’oggi esistente) e nel 1899 furono trasportati, dagli alpini del Btg. Susa, gli 8 frammenti bronzei con cui fu composta una statua della Madonna dell’altezza complessiva (basamento compreso) di 8 m. La statua era stata donata, grazie ad una raccolta di fondi organizzata da un giornale del tempo, da 130.000 bambini d’Italia. L’idea di istallare sul Rocciamelone una grande statua della Madonna, venne lanciata nel 1885 dal parroco della Cattedrale di Susa Antonio Tonda e ripresa dal direttore del periodico per bambini L’Innocenza, Giovan Battista Ghirardi. Quest’ultimo lanciò l’idea di farla donare non dai potenti del Regno, bensì dai più umili, i bambini. Nel 1896, quindi un articolo apparso sul giornale testé citato, si invitavano i bimbi d’Italia a donare spontaneamente 10 cent. (2 soldi) ciascuno, affinché il monumento potesse essere fuso e trasportato in vetta. Per la realizzazione della statua venne incaricato lo scultore torinese Govanni Antonio Stuardi, che la modellò nello stabilimento Strada di Milano. Il suo peso complessivo è di 650 Kg più 800 Kg di armatura.
Cristo sul Colletto di Meana e sua madre sul Rocciamelone, si guardano dai due rilievi posti l’uno di fronte all’altro, comprendendo nella loro visuale proprio il concentrico di Susa, posto sotto di essi.

Madonna sulla vetta del Rocciamelone
Statua della Madonna sulla vetta del Rocciamelone

Analoga la storia del Cristo delle Vette, statua anch’essa in bronzo alta 3,60 m collocata sul Balmenhorn 4167 m, in val Sesia, nel gruppo del M.te Rosa. In questo caso fu Alfredo Bai, comandante di una formazione partigiana, che fece voto di erigere la statua qualora fosse tornato salvo dalla guerra che stava combattendo. A fine conflitto, dunque, egli raccolse i fondi e fatta realizzare la statua, la fece trasportare nel 1955, smontata in 12 parti, dagli alpini della Scuola Militare Alpina di Aosta.
Statua Cristo delle vette sul Balmenhorn
Statua di Cristo delle vette sul Balmenhorn

Sin dall’ottocento, secolo in cui nacque l’alpinismo, si prese l’abitudine di imporre segni di cristianizzazione consistenti in croci lignee o, più spesso metalliche, o statue della Vergine. Talune di queste si caratterizzano per le dimensioni del tutto inusitate, tali da renderle visibili anche a grande distanza. E’ così ad esempio per la grande croce in cemento eretta nel 1901 sul M.te Musiné 1150 m, in bassa val Susa.
Croce sul monte Musiné
Croce sul monte Musiné

Spesso queste croci sono collocate in loco da gruppi parrocchiali, associazioni di matrice cattolica, sezioni C.A.I. in memoria di persone in qualche modo legate al luogo specifico e alla passione per la montagna. A conferma di questa affermazione le croci collocate, nel tempo, sulla vetta del Monviso. La prima, infatti, vi fu portata nel lontano 1896 dai montanari di Crissolo poi, quando questa si ruppe, fu sostituita da una struttura più massiccia, portata in vetta dai giovani di Racconigi, nel 1925.
Croce sul Monviso
Croce sul Monviso

Ancora, nel 1966 i giovani della sezione pinerolese dell’A.C., tradussero sulla Pta. Ramiére 3303 m, in val Susa, una croce in ferro, per ricordare il loro compagno Mario Gadina, deceduto in un incidente automobilistico. Croce sulla punta Ramière
Croce sulla Punta Ramière o Bric Froid dalla Valle Argentera (Sauze di Cesana , TO )

Su alcune cime, infine, queste strutture commemorano caduti in battaglia: sul M.te Genevris, tra val Chisone e val Susa, due croci in legno ricordano la morte di Mario Costa e Piero Ploto, partigiani della Brigata Alpina Autonoma Val Chisone morti in combattimento in quel luogo il 3 agosto 1944.
Curiosa la storia della grande croce issata nel 1850 sulla aguzza Rocca (o Croce) provenzale, in val Maira. La vicenda risale al 1849 quando don Agostino Provenzale, parroco di Lausetto, fu chiamato alle armi nell’Esercito Piemontese per combattere la I° Guerra di Indipendenza. Nel corso della tragica Battaglia di Novara egli cadde vivo a fianco del cavallo ucciso da una pallottola e per evitare di essere catturato, si nascose nel ventre del cavallo estraendone i visceri. Tornato a casa fece voto di portare una grande croce sulla vetta della grande rocca che domina Chiappera, appunto la Rocca Provenzale. Con l’aiuto dei parrocchiani e l’ausilio di corde e verricelli realizzò l’impresa nel 1850 e da quel giorno la montagna è conosciuta con il toponimo di Croce Provenzale.
Croce Provenzale
Croce Provenzale a Chiappera in Val Maira

A parte quest’ultimo aspetto commemorativo, è giusto che segni sacri di tal genere vengano usati per stabilire un presidio di fede anche sulle montagne? Non sono questi luoghi in coi possono confluire persone prive di fede o appartenenti a fedi diverse, con sensibilità ovviamente diverse? In due brevi articoli pubblicati in tempi recenti Caterina Morello e Marco Fraschia affrontano la tematica assai delicata rappresentata dall’appropriazione indebita delle vette alpine messa in atto dall’associazionismo cattolico, tanto più in una regione ove, storicamente, si registra la presenza di una forte comunità protestante: le valli Valdesi (Pellice, Germanasca e basso Chisone). Peggio poi quanto si decide di segnare una punta con la statua della Madonna figura, come d’altronde i Santi, che per i protestanti non ha alcun significato religioso. Si sono verificati casi in cui, il mondo valdese ha in un certo senso reagito, giungendo a collocare su alcune vette o nella loro immediatezza, strutture riconducibili al proprio credo. A proposito della collocazione della statua della Vergine sul M.te Granero, la montagna simbolo della val Pellice (valle valdese per eccellenza), scrive Caterina Morello su l’Eco del Chisone del 31 luglio 2016: “…Il culto delle icone e la devozione per la Madonna si collocano tra i principali nodi critici del dialogo ecumenico tra cattolici e valdesi. Eppure, ironia della sorte, la Valle del Po e quella del Pellice si incontrano sulla cima del Granero, dove svetta una statua di Maria Immacolata a grandezza naturale. La posa nell’agosto 1958, per opera del Cai di Moncalieri. Madonnina del M.te Granero, in val Pellice
Madonnina del M.te Granero, in val Pellice

La reazione alle “provocazioni” cattoliche del Manzol e del Granero, arrivò appena pochi giorni dopo, per mano di un gruppetto di giovani legato alle Unioni Giovanili Valdesi: nel primo caso con un’iscrizione biblica che rimanda al concetto protestante di Sola Gratia, per ricordare che l’aiuto proviene soltanto da Dio, senza bisogno di intermediari; nel secondo caso con la posa di un libro aperto in pietra, poco sotto la vetta del Granero. Nelle pagine aperte ancora una citazione biblica e il candelabro con le sette stelle….”



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Testo e foto di Gian Vittorio Avondo. Pubblicato il 15.10.2019







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