I Valdesi: un popolo, una fede…
Tra le minoranze etnico-religiose che popolano l’arco alpino italiano i valdesi costituiscono un unicum di grande interesse, perché dislocati in una limitata area montana circoscritta alle Alpi Cozie centrali gravitante attorno alla città subalpina di Pinerolo e comprende le valli Pellice, Germanasca ed il basso corso del Chisone. Essi, infatti, non si limitano a rappresentare un gruppo religioso, ma anche una comunità caratterizzata da una indiscutibile impronta culturale, derivante da secoli di elaborazione teologico-dogmatica. Essi, infatti, non solo rappresentano una tra le prime “eresie” manifestatesi in Piemonte e nel nord-Italia ma anche, sebbene profondamente trasformata dall’adesione alla Riforma l’unica sopravvissuta alle persecuzioni.

Henri Arnaud, pastore e leggendario condottiero del Glorioso Rimpatrio
Il Movimento Valdese nasce alla fine del XII secolo nel contesto di un fermento di ripensamenti del Cristianesimo che dà origine, oltre che a vari movimenti ereticali, anche ad una fioritura di ordini monastici all’interno del Cattolicesimo.

Generale Charles Beckwith, benefattore e promotore delle scuole valdesi
Il luogo di origine del Valdismo è Lione, dove un mercante di nome Valdo o Valdesio (Valdes) attraversò verso il 1175 una forte crisi religiosa che lo portò a disfarsi dei suoi beni ed alla decisione di mettersi a predicare l’Evangelo. Ben presto quest’ultima scelta incontrò l’opposizione della gerarchia ecclesiastica dato lo stato laicale di Valdo e, quindi, finì col situare il movimento nato da tale predicazione fuori dall’ortodossia

Il solenne corteo del 17 Febbraio a Pomaretto per la Festa delle Libertà
cattolica. E’ curioso notare, a questo proposito, come siano strette le analogie che accomunano Valdo e Francesco d’Assisi e soprattutto come alla capacità del secondo di mantenere vivo, anche se con fatica, il legame con la chiesa romana, abbia corrisposto una sostanziale incapacità (o più probabilmente impossibilità) del primo di non sconfinare nell’eresia. Solo nel XVI secolo, con l’irrompere sulla scene della Riforma protestante,il

Costume tradizionale femminile delle Valli Valdesi
Valdismo sentì il bisogno di darsi una più adeguata struttura organizzativa. Alla Riforma, infatti, i Valdesi dettero la loro adesione, dopo varie discussioni e contrasti interni, nel Sinodo tenutosi a Chanforan, in Val d’Angrogna, nel 1532. Da questo momento una specie di movimento di opinione, sia pure scomunicato e quindi autonomo nella sua struttura, si trasformò in una chiesa; le persecuzioni e l’assorbimento da parte della Riforma dei residui di Valdismo d’oltralpe fecero sì che la Chiesa Valdese sia stata di fatto confinata per circa tre secoli nelle Valli del Pinerolese.

La croce valdese (croce ugonotta), simbolo della fede riformata
Questo confinamento, del resto, non pose fine alle persecuzioni. Anzi, alla metà del ‘600 un’offensiva particolarmente dura si scatenò lungo le montagne che sovrastano il corso del Pellice: Le Pasque Piemontesi. Nella settimana di pasqua del 1655, infatti, le truppe sabaude compirono una serie di efferati massacri nei valloni di Angrogna, di Lucerna e lungo la valle principale. Poco più tardi, negli anni ’80 dello stesso secolo, nuove disposizioni reali, derivanti dall’applicazione anche nel Ducato di Savoia della revoca dell’Editto di Nantes, sembrarono segnare la fine di questa piccola chiesa. Le Valli Valdesi vennero devastate, la popolazione è in gran parte rinchiusa nelle prigioni della pianura piemontese, dove molti muoiono di stenti e di epidemie. I superstiti riuscirono a trovare scampo in Svizzera, nel 1686, da dove tornarono nel 1689 con una marcia diventata quasi leggendaria, chiamata dalla storiografia tradizionale Glorioso Rimpatrio (Glorieuse Rentrée).

I tradizionali falò accesi la sera della vigilia del 17 Febbraio
Dopo alcuni decenni di recrudescenza dell’intolleranza in conseguenza della Restaurazione, il 17 febbraio 1848 il Valdesi ottennero dal re Carlo Alberto il riconoscimento dei diritti civili. Questa data divenne alla fine del XIX secolo un giorno di grande festa e tale è rimasto fino ad oggi. A metà strada tra la ricorrenza civile e quella religiosa, infatti, il 17 febbraio viene solennemente celebrato nelle Valli valdesi, ancora ai nostri giorni, con un canovaccio che ormai si ripete fin dalle origini. La sera della vigilia, infatti, in tutti i villaggi abitati prevalentemente da valdesi, dislocati lungo la fascia alpina e prealpina, vengono accesi grandi fuochi (Falò), attorno ai quali si radunano tutti i valligiani. Il giorno successivo, invece, in ogni parrocchia, si svolge un austero corteo, cui partecipano le autorità del paese (quasi sempre il Sindaco e, ovviamente il Pastore), preceduto o seguito da un solenne Culto, in cui viene distribuita la Santa Cena: un rito che vuole ricordare il momento in cui Cristo, nell’ultima cena, spezzò il pane e versò il vino per gli Apostoli. La giornata si conclude poi con un pranzo comunitario e, generalmente, il pomeriggio, con assemblee e dibattiti su argomenti di storia e cultura valdese.

Gheisa d’la Tana in Val Angrogna, suggestiva grotta e luogo di culto clandestino
Ricche di storia e di cultura le cosiddette Valli Valdesi (le Valli Pellice, Germanasca ed il basso corso del Chisone), nascondono numerosi luoghi che, testimoni di fatti più o meno accertati e documentabili, sono oggi cari alla memoria del popolo protestante. In particolare gli innumerevoli templi, sorgenti praticamente in ogni Comune dei tre bacini, risalenti ad un periodo compreso tra il XVI ed il XIX secolo, spesso sulla base di edifici di culto preesistenti. Oltre le chiese, però, non bisognerà dimenticare le numerosissime suolette Beckwith (di cui si parla in un capitolo a parte), gli interessantissimi musei ed i cosiddetti “luoghi storici”, segnalati qui e là in diversi itinerari, nei quali la chiesa valdese ha segnato le tappe del suo cammino spesso fatto di sofferenza.

Monumento di Chanforan ad Angrogna, a ricordo del Sinodo del 1532

Monumento di Sibaud a Bobbio Pellice, a ricordo del Glorioso Rimpatrio del 1689

Scuoletta Beckwith nella borgata Odin-Bertot

Scuoletta Beckwith di Odin-Bertot, memoria della scolarizzazione nelle valli

Il tempio valdese di Prarostino

Il tempio valdese di Torre Pellice (Temple de la Tour)

Torre Pellice, centro culturale e storico delle Valli Valdesi
Il difficile mestiere dell’inquisitore
Contrastati definitivamente i Catari, che anche in Piemonte avevano provato a metter radici, gli inquisitori, prima del dilagare della Riforma in Francia e, al seguito della Guerre d’Itallia e della Guerra franco-savoiarda anche nella nostra regione, si trovarono in particolare a dover contrastare l’eresia valdese, ma si trovarono di fronte, diversamente da ciò che ara accaduto con i Catari che anche per effetto della fede che professavano, erano meno inclini a reagire (anche se in molti casi lo fecero energicamente), individui assai poco disposti a subire soprusi. Accadde così che, oltre alcune sconfitte militari subite da contingenti ducali saliti lungo le valli con intenti repressivi, i difensori della “Santa fede” videro anche cadere, nell’arco di un secolo, 3 inquisitori uccisi in altrettanti agguati. Il primo di questi fu Pietro Cambiani, proveniente da Ruffia (Cn) ove era nato nel 1320 (data presunta) e beatificato da Papa Pio IX nel 1865. Fu domenicano del Convento di Savigliano e protomartire dell’Inquisizione. Dotato di grande eloquenza nel 1351 venne nominato dal Papa Inquisitore Generale per il Piemonte e la Liguria. Dalla sua sede, nel convento di S. Domenico in Torino, si spostava a piedi lungo le valli con l’intento di reprimere l’eresia. Il 2 febbraio 1365, dopo aver celebrato la messa nel convento di S. Francesco a Susa, si appartò con due persone(valdesi?) provenienti dalle valli di Lanzo, che gli avevano chiesto un colloquio. Durante il colloquio, nel chiostro, uno dei due lo pugnalò a morte, per poi darsi alla fuga con il compagno. Rimasto a Susa fino ad inizio ‘500, il corpo di Cambiani fu traslato a Torino, ove riposa nella chiesa di S. Domenico.

Padre Bartolomeo Cerveri, inquisitore domenicano nativo di Savigliano
Suo successore alla guida dell’Inquisizione piemontese fu il concittadino Antonio Pavoni (più facilmente Pavonio), nato a Savigliano nel 1325 e subentrato a Cambiani nel 1365. Priore del convento di Savigliano conosceva ottimamente, per motivi di vicinanza, le valli pinerolesi, ove dimoravano popolazioni di fede valdese. Per questo motivo, nel 1374, il vescovo di Torino, Giovanni Orsini gli affidò per la quaresima, un ciclo di predicazioni da tenersi nei paesi posti allo sbocco della Val Pellice, ove abitavano popolazioni cattoliche fortemente a rischio di essere “contaminate” dal valdismo. Recatosi a Fenile, Campiglione e Bibiana passò a Bricherasio ove, il 9 aprile di quell’anno, domenica in albis, venne aggredito e pugnalato mentre usciva dalla chiesa dopo aver celebrato la messa. Del fatto vennero accusati una dozzina di valdesi, ma evidentemente sfuggirono alla giustizia, perché di essi si sentì parlare ancora per molti anni.

Bricherasio, affresco murale che rievoca l’uccisione dell’inquisitore Antonio Pavoni
Il corpo di Pavonio, sepolto inizialmente a Savigliano, dal 1832 è conservato a Racconigi nella chiesa dell’Annunziata e di San Vincenzo Ferreri, meglio nota come San Domenico, attigua all’antico convento domenicano. Fu dichiarato martire nel 1375 da papa Gregorio XI e proclamato Beato da papa Pio IX nel 1856.

La cappella del Beato Bartolomeo a Cervere, eretta sul luogo dell’agguato mortale
Poco meno di 100 anni dopo questi fatti, non più all’imbocco di una valle, ma nella campagna profonda cuneese, un terzo inquisitore cadeva vittima di un agguato: Padre Bartolomeo Cerveri. Nato nel 1420 a Savigliano da una famiglia appartenente alla piccola nobiltà (Il padre era Signore di Cuffia, Cervere e Rosano) egli, entrato giovanissimo tra i novizi domenicani dopo aver ascoltato la predicazione di S. Bernardino da Siena nel 1432, aveva ricevuto l’ordine sacerdotale nel 1445. Studente presso l’Università torinese, nel 1452 fu allo stesso tempo laureato ed assunto come docente presso la stessa università. Nella vita fu 2 volte priore del Convento domenicano di Savigliano, direttore dei monasteri femminili di Savigliano e di Revello ed infine, a partire dal 1451, Inquisitore con ambiti territoriali sul Piemonte e la Liguria. La sua grande attività inquisitoriale nelle valli e lungo la pianura lo rese estremamente conosciuto (ed odiato) dai numerosi acattolici che allora popolavano il Piemonte, senza subire per altro particolari contrasti, fatta eccezione per alcuni episodi avvenuti in val Pellice proprio nel XV secolo. Il 21 aprile 1466 dunque, mentre si recava in compagnia di due confratelli verso Cervere, il suo paese, per un ciclo di predicazioni, nella vallecola in aperta campagna che oggi prende il nome di La Cumba d’la mort (la valle della morte) fu aggredito da alcuni uomini (presumibilmente acattolici), che ferirono uno de suoi compagni ed uccisero lui, trafiggendolo al ventre ripetutamente con una lancia. Sul luogo del delitto, poco tempo dopo, fu edificata una cappella (oggi scempiata da una facciata in mattoni) che ancora oggi è conosciuta come “Cappella del Beato Bartolomeo”. All’interno della cappellina, una tela ottocentesca raffigura il delitto. Attorno alla morte di Cerveri, naturalmente fiorirono leggende: si racconta che al momento della sua morte i saviglianesi videro il sole tramontare ad est rispetto a loro, ovvero sul cielo di Cervere, così come si narra che sul luogo del delitto nacque un albero con i rami a forma di croce.

Pietro Cambiani da Ruffia, inquisitore generale per il Piemonte

Monumento funebre di Pietro da Ruffia nella chiesa di S. Domenico a Torino

Interno della monumentale chiesa conventuale di S. Domenico a Torino
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Testo e foto di Gian Vittorio Avondo.
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