Abbazia di Fruttuaria a San Benigno Canavese



Accesso: San Benigno Canavese, dove sorge l’abbazia di Fruttuaria, si raggiunge con l’Autostrada A5 (Torino-Aosta), uscendo a Volpiano e proseguendo per circa 4 chilometri (indicazioni). San Benigno Canavese è anche servito dalla ferrovia con la linea Canavesana Torino-Pont Canavese.
Abbazia di Fruttuaria e campanile XI sec

L’abbazia di Fruttuaria sorge in centro all’abitato di San Benigno Canavese, un paese di 6000 abitanti nella piana alluvionale canavesana tra i torrenti Orco e Malone. La sua origine risale all’inizio dello scorso millennio (1003 per l’esattezza) e sorse nel “Fructuariensis locus”, ovvero il luogo destinato al parto delle pecore (“fructus” è il termine con cui in latino medievale era indicato l’agnello). Il “Fructuariensis locus” era parte dei territori amministrati da una nobile famiglia sveva a cui apparteneva il fondatore dell’abbazia, tal Guglielmo da Volpiano abate di San Benigno di Digione e rinnovatore di altre numerose abbazie benedettine, in Borgogna, Lorena e Normandia, fra cui Jumiéges, Fécamp e Mont-Saint-Michel.
Durante un viaggio in Italia, Guglielmo venne colpito da una grave malattia e, una volta guarito, probabilmente in segno di ringraziamento, decise di fondare un’abbazia nel feudo paterno, progetto realizzato anche grazie al sostegno economico del cugino Ottone Guglielmo di Macon, duca di Borgogna, e di Arduino, marchese d’Ivrea e re d’Italia.
Abbazia di Fruttuaria e campanile XI sec

I lavori iniziarono il 23 febbraio 1003 e con la posa della prima pietra avvenne anche la consacrazione da parte del vescovo d’Ivrea, Ottobiano, alla presenza di Arduino e della moglie Berta. I lavori procedettero spediti e nemmeno quattro anni dopo (tra il 1006 e il 1007) il complesso era completato e dedicato alla Beata Vergine Madre di Dio, a San Benigno e a tutti i Santi. Per due secoli Fruttuaria ebbe un’espansione incredibile tanto che arrivò a contare ben 1200 monaci sparsi in più di duecento dipendenze, grazie ai quali le “Consuetudines Fructuarienses” (la regola mutuata da quella benedettina che ne stabiliva il funzionamento) si espanse in mezza Europa, fino all’Austria, alla Francia e alla Germania giungendo fino Foresta Nera e a Cracovia.
Chiostro dell'Abbazia di Fruttuaria

Sotto l’egida e la protezione papale, Guglielmo, che per scelta restò sempre abate di San Benigno di Digione, ottenne per l’abbazia enormi vantaggi che la resero per oltre settecento anni una specie di repubblica indipendente, con proprie leggi, diritto d’asilo e di battere moneta e un territorio di proprietà che comprendeva i comuni di San Benigno, Lombardore, Feletto e Montanaro. Nonostante questo enorme potere, fin dal XIV secolo Fruttuaria cominciò un lento ma inesorabile declino che portò papa Sisto V all’abolizione degli abati monaci e alla loro sostituzione con abati “commendatari” fin dal 1447.
L’ultimo e definitivo scossone all’indipendenza di Fruttuaria è però opera di Carlo Emanuele III che, impegnato a unificare il territorio subalpino, nel 1741 acquistò l’abbazia e le sue terre da papa Benedetto XIV. Per Fruttuaria sembrava dunque prospettarsi un declino definitivo, ma otto anni dopo, nel 1749, venne nominato abate commendatario il cardinale Carlo Ignazio Vittorio Amedeo Delle Lanze, già abate di San Giusto di Susa, nonché cappellano della corte sabauda, consacratore della basilica di Superga e organizzatore delle due ostensioni della Sindone (1750 e 1775). Questi prese a cuore le sorti dell’abbazia e decise di strapparla al degrado, dandole nuova vita spirituale e architettonica, tanto che rinunciò per ben due volte (conclavi del 1769 e del 1774) alla candidatura al soglio pontificio per, si dice, dedicare tutte le energie alla sua “piccola Roma” come aveva definito Fruttuaria. Prendiamo per buona questa motivazione, anche se si possono ben immaginare i complessi intrecci di interessi e giochi di potere che portavano all’elezione dei papi in quei secoli.
Il cardinale volle dunque che la nuova basilica somigliasse il più possibile a quella di San Pietro in Roma. Ma in questo il Della Lanze non ebbe vita facile tant’è che una bolla papale di Clemente XIV decise lo spostamento dell’altare a baldacchino, molto simile con le colonne tortili a quello della basilica romana, da sotto la cupola alla porzione absidale. Alla fine però il cardinale riuscì, almeno in parte, nel suo intento. Infatti nella chiesa si ritrova un certo richiamo a San Pietro nelle araste delle cappelle laterali, nei pennacchi degli evangelisti e nel gruppo scultoreo che raffigura la Gloria dell’Assunta (a cui è dedicata la parrocchia), pregevole opera di fine Settecento di Giovanni Battista Bernero.
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La tomba del cardinale Carlo delle Lanze nello scurolo dell'abbazia
L’attuale Fruttuaria venne dunque edificata, a partire dal 1770, dall’architetto Mario Ludovico Quarini che succedette a Bernardo Vittone, morto pochi mesi dopo l’inizio dell’impresa. Si era nel periodo tardo barocco, dove già si sentiva l’influenza del nuovo stile che lo sostituirà: il Neoclassico. E la commistione di questi elementi architettonici si nota nella facciata, col pronao a quattro colonne e il cornicione di ordine corinzio, nella linearità classica che caratterizza l’interno, nella cripta dello “scurolo”, nella luminosa sacrestia e nell’elegante chiostro abbaziale che sovrappone all’originaria struttura benedettina un armonioso ottagono a due ordini di arcate.
L’interno della chiesa è a croce latina, sormontata nell’incrocio tra navata centrale e transetto da un’imponente cupola, e conserva alcune pregevoli opera d’arte.
Tra le tante ricordiamo, nel transetto sinistro, l’annunciazione di Mariano Rossi (1774), affrescatore del grande soffitto della Galleria Borghese a Roma, e il coevo Martirio di San Benigno, nel transetto destro. Quest’ultimo è stato volutamente realizzato con una scenografia tetra e scura in simbolica contrapposizione con la luminosa serenità dell’opera del Rossi a sottolineare la concezione teologica del dualismo tra vita e morte.
Anche le cappelle laterali conservano dipinti di pregevole fattura, opera di artisti come Pietro Pedroni, Rapous, Gauthier, Pagi, Enrico Reffo, Angelo Giacinto Banchero e il contemporaneo Mario Caffaro Rore, ma senza dubbio l’opera di maggior pregio è la pala della Madonna in trono con Bambino e Santi, cinquecentesca opera del Defendente Farrari che si conserva in sacrestia. Si tratta di un polittico costituito da un grande dipinto, che celebra i santi fruttuariensi in adorazione attorno alla Vergine col Bambino, che sormonta un trittico dedicato alla vita di San Tiburzio.
La prima metà dell’Ottocento fu il periodo più triste di Fruttuaria. Le leggi napoleoniche, prima, e quelle anticlericali dello stato italiano, poi, trasformarono la chiesa in semplice parrocchia della diocesi di Ivrea (1848). In particolare il palazzo cardinalizio, adiacente all’abbazia, subì un rapido degrado finché, nel 1879, venne affidato a don Bosco che lo trasformò in istituto professionale e vi soggiornò varie volte. Nell’Istituto si trova la cameretta dove, il 10 settembre 1881, il Santo sognò l’avvenire della Congregazione.
Ma è ai giorni nostri, dicembre 1979 per la precisione, che il millenario cerchio di Fruttuaria si è completato. In quei giorni si stavano eseguendo i lavori per l’installazione del nuovo impianto di riscaldamento, quando da sotto il pavimento venne alla luce un frammento di mosaico. Tanto bastò perché, con l’interessamento delle Soprintendenze piemontesi, si procedesse a una vera campagna di scavi e i risultati furono sorprendenti. Sotto l’edificio settecentesco si era conservata la traccia dell’antica abbazia di Guglielmo. Iniziò così una lunga stagione di scavi e i lavori durarono 11 anni, occorsi per sottomurare tutta la struttura settecentesca permettendo così di realizzare un percorso di scoperta dei resti dell’antica abbazia.
La chiesa voluta da Guglielmo da Volpiano, nel 1003, aveva tre corte navate intersecate da un ampio transetto e, analogamente alla struttura dell’abbazia madre di Cluny, cinque cappelle nella zona absidale che permettevano a più monaci di concelebrare le funzioni religiose. Dell’impianto originario si notano ancora i resti delle due absidi alla congiunzione tra navata centrale e transetto e le basi de rispettivi altari. Sono invece scomparse le altre absidi e una di esse è stata sostituita dall’attuale cripta settecentesca (scurolo).
All’incrocio tra la navata centrale e il transetto, alle spalle dell’altare della Croce, si trovava poi la rotonda del Santo Sepolcro, un monumento di forma circolare, copia simbolica del Santo Sepolcro di Gerusalemme costruito, nel IV secolo dall’imperatore Costantino attorno alla tomba di Cristo scavata nella roccia. Qua e là, su brandelli di muro si notano ancora tracce di ornati che affrescavano le mura interne, ma la parte artisticamente più pregevole è senza dubbio la pavimentazione che circondava l’altare maggiore e di cui rimangono alcune porzioni visibili dalla chiesa settecentesca. Sono mosaici a motivi vegetali e animali fra i quali il meglio conservato è quello a sud, in cui sono rappresentati due grifoni alati che si fronteggiano separati da un tralcio vegetale. I mosaici, che sostituirono la primitiva pavimentazione in lastre di pietra, malta e cocciopesto, sono con quasi certamente dono dell’imperatrice Agnese, madre di Enrico IV di Sassonia, che soggiornò a Fruttuaria nel 1066. Interessante poi la fossa in cui, verso la fine del Cinquecento, vennero fuse le nuove campane.
Altrettanto interessante è infine la torre campanaria, una massiccia e squadrata costruzione, in parte coeva dell’abbazia, che si erge per sei piani sul fianco nord della chiesa. La struttura interna è illuminata nei tre piani inferiori da strette feritoie (a testimoniarne anche la funzione difensiva), quindi da monofore e, negli ultimi due, da eleganti bifore. La salita avviene mediante una stretta scala realizzata all’interno della muratura, ma il vero gioiello del campanile è una cappella, della quale si era persa memoria, ritrovata alla fine del secolo scorso. Della struttura originaria rimangono tracce del mosaico del pavimento e una grande abside, ricavata nello spessore della muratura, con i resti di un affresco dell’XI secolo che raffigura la Madonna col Bambino.
Ma San Benigno non è solamente l’abbazia. Nel borgo si segnalano infatti le quattro curiose meridiane di palazzo Miaglia, opera di un certo Martinus Blancus del 1669, che segnalano le ore italiche, francesi, canoniche e babilonesi, il palazzo Municipale, opera di Mario Ludovico Quarini di fine Settecento, le due torri che testimoniano l’antica presenza di un Ricetto e l’interessante Ala comunale, databile al 1700, con le 16 colonne intercalate da altrettanti archi a sesto ribassato.
L’abbazia di Fruttuaria è visitabile dal 1 aprile al 31 ottobre tutte le domeniche dalle 15,00 alle 17,30 e dal 1 novembre al 31 marzo su prenotazione. Chiusura estiva dal 10 luglio al 31 agosto. Le visite infrasettimanali sono posibili su prenotazione – tel. 011.9880487 – 3384128795.


La mandibola di re Arduino


Nella cripta dello scurolo dell’abbazia di Fruttuaria, dove si trovano la tomba del cardinale Carlo Ignazio Vittorio Amedeo Delle Lanze e le cinque reliquie dei santi (Prospero, Bonifacia, Benigno, Clemente a Massimina) che egli stesso traslò da Roma, è da segnalare un altro curioso resto umano: la mandibola di Arduino d’Ivrea, primo re d’Italia.
La storia del reperto è piuttosto curiosa e merita un piccolo approfondimento.
Siamo nell’anno 1002 e l’Italia settentrionale è parte dell’Impero germanico quando Arduino, marchese d’Ivrea, pur contro il volere ecclesiastico e dell’imperatore si fece incoronare a Pavia re d’Italia (il primo). LA mossa fu sicuramente temeraria e, nel 1004, l’imperatore Enrico II gliela fece pagare. Iniziò così una guerra, che si concluse solamente dieci anni più tardi con la vittoria del sassone. Arduino e la moglie Berta dovettero dunque ritirarsi in convento ed essi scelsero Fruttuaria dove il re morì, il 14 dicembre 1015, e il suo corpo trovò sepoltura davanti all’altare di San Giovanni.
Trascorsero più di cinquecento anni e, nel XVI secolo, il cardinale Bonifacio Ferrero, memore della scomunica che aveva colpito Arduino quando ancora era in vita, decise che le sue spoglie non potevano rimanere in luogo consacrato. Ne ordinò dunque la riesumazione e i resti abbandonati in giardino.
Si arriva così a metà ‘600 quando Filippo di Agliè, rivendicando la propria parentela con Arduino, si prodigò per recuperarne i resti che, grazie a memorie tramandate dai monaci, vennero ritrovati. Naturalmente non esiste prova che si trattasse veramente delle spoglie del primo re d’Italia, ma il nobile le custodì nel proprio castello. Lì rimasero per più di un secolo finché un altro presunto discendente di Arduino, il conte di Masino, riuscì a impossessarsene. Anche in questo caso la vicenda è alquanto romanzata e pare che l’impresa riuscì al nobiluomo grazie alla complicità della sua amante, moglie del conte di Agliè.
Ma forse le cose non sono andate proprio così perché, secondo i sanbenignesi, quando il cardinale Ferrero pretese la riesumazione di Arduino gli vennero si consegnate le ossa di un cadavere preso nel cimitero e pertanto essi sostengono che il sarcofago di granito rosa, nella cripta dello scurolo, contenga veramente la mandibola di Arduino.



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Testo e foto di Gian Vittorio Avondo. Pubblicato il 24.01.2020







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