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I piatti delle festività dei Santi e dei Morti

Lungo il corso del Sesia, si narra una leggenda caratterizzata da alcune varianti. Alla mezzanotte dell’1 novembre, le anime escono dai cimiteri e addirittura dai crepacci dei ghiacciai per dare vita a un Cors diretto verso i ghiacciai del Monte Rosa ed illuminato da fiammelle che scaturiscono dal dito mignolo di ognuna delle anime. Tutto ciò conferisce alla processione l’aspetto di un interminabile serpente luminoso.
Anche queste anime si facevano guidare da esseri umani, incontrati per caso, cui venivano conferiti poteri soprannaturali.
Ove esistono salti di roccia o crepacci, sono le anime che maggiormente devono espiare a stendersi a mo’ di ponte per consentire il transito alla processione, aggrappandosi alla riva opposta. Giunte sul ghiacciaio le anime si inginocchiavano e con innumerevoli spilli bucavano la superficie gelata, fino alla completa espiazione dei peccati commessi in vita.
Era per questo che la gente in quella notte stava alle finestre e guardava verso i ghiacciai del Rosa, per individuare i lumini che le anime portavano per illuminare il cammino ed è per questo che ancora oggi, ad Alagna, in questa sera si svolge la funzione del Rosario Fiorito, in cui i valligiani scendono dalla Cappella della Flua, recando lo stendardo della Madonna Fiorita e reggendo dei lumi. Questa è una fra le tante leggende che si raccontano riguardo la notte di ognissanti, quella che in tempi recenti è diventata, anche da noi la notte di Halloween, una festa importata dalla cultura anglosassone a scopo del tutto commerciale.
Altre leggende ambientate in molte valli o in aree di pianura del Piemonte, vogliono che in questa notte, o in quella successiva, che separa la ricorrenza di Ognissanti da quella dei defunti, vogliono che le anime dei trapassati tornino alle case abitate in vita e che non disdegnino affatto offerte di cibo. E questo ha dato vita ad una tradizione che in certe zone ha resistito fino ad oggi: quella di preparare, o comunque di lasciare del cibo in cucina, affinché i morti si possano nutrire.
Va da sé che questa festa rappresenta una data importante nel ciclo agrario, in quanto segna la fine del raccolto, il rientro delle mandrie dagli alpeggi e l’inizio del riposo della terra. Il dono offerto ai morti, quindi, è da intendere più simbolicamente come un ringraziamento per i frutti dati dalla terra nell’annata che sta per concludersi.
È così quindi che in molte località del Piemonte, in questa sera in cui il mondo dei vivi e quello dei morti entravano in comunicazione attraverso la preghiera, ci si recava in visita al cimitero, o si andava in chiesa per recitare il rosario, lasciando le tavole preparate, affinché le anime dei defunti potessero rientrare nelle loro case per cenare; il suono delle campane a fine rosario, poi, serviva ad annunciare alle anime che i viventi stavano rientrando. Al centro della tavola si poneva una zucca illuminata a raffigurare la resurrezione, accanto a cui spiccava la zucca essiccata e riempita di vino, che simboleggiava la consolazione.
Zucche
Quali erano dunque i piatti che venivano preparati in questa sera? Ovviamente piatti poveri, spesso confezionati con avanzi e con ciò che la stagione poteva offrire.
Elemento insostituibile di questa cena erano le castagne, frutto tipico della stagione autunnale, che venivano per lo più bollite ed offerte intere o prive della scorza legnosa.
Castagne
Talora venivano cotte le caldarroste, soprattutto quando in famiglia c’erano bambini.
caldarroste
metodo tradizionale cottura caldarroste
Oltre le castagne bollite, in molte località si lasciavano sul tavolo cose estremamente semplici: pane con uvetta, fagioli, latte caldo e naturalmente vino.
pane con uvetta
Oltre ciò in alcuni luoghi del Torinese vigeva l’usanza di porre vicino al camino un secchio di acqua, dove l’anima del defunto si sarebbe lavata prima di tornare nell’aldilà.

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Testo e foto di Gian Vittorio Avondo. Pubblicato il 29.07.2022



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