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Castelmagno DOP

Tipologia latte Vaccino crudo (eventuale aggiunta ovino/caprino 5–20%)
Zona di produzione Alta Valle Grana (Castelmagno, Pradleves, Monterosso Grana – CN)
Stagionatura Minimo 60 giorni (ottimale 4–8 mesi o oltre)
Consistenza pasta / crosta Pasta semidura friabile ed erborinata, crosta bruno-grigiastra
Denominazione DOP (Denominazione d’Origine Protetta)

Il Castelmagno DOP rappresenta uno dei vertici assoluti della millenaria civiltà casearia piemontese, custode intatto della cultura materiale delle valli alpine occitane. Originario dell’aspra e incontaminata alta Valle Grana, nelle Alpi Cozie cuneesi, questo formaggio nobilissimo affonda le proprie radici storiche nel cuore del Medioevo. La prima testimonianza documentale risale all’anno 1227, quando un lodo arbitrale sancì che il Comune di Castelmagno corrispondesse al Marchese di Saluzzo un canone annuo in forme di formaggio locale per il godimento degli alpeggi estivi, prova inconfutabile del supremo valore economico e gastronomico già allora riconosciuto al prodotto.

Nei secoli successivi la sua rinomanza varcò rapidamente le valli subalpine: consacrato all’unanimità come il “re dei formaggi italiani”, divenne ospite d’onore presso le mense papali di Avignone, nei fastosi banchetti ducali di Casa Savoia e nei più prestigiosi ritrovi dell’aristocrazia europea. Dopo aver rischiato l’estinzione a metà del Novecento a causa del progressivo spopolamento delle terre alte montane, il Castelmagno è rinato con vigore grazie alla caparbia tenacia dei margari e produttori locali, ottenendo il riconoscimento della Denominazione d’Origine nel 1982 e la prestigiosa DOP europea nel 1996.

Il disciplinare prescrive l’impiego di latte vaccino crudo intero – ottenuto da due mungiture consecutive – con l’eventuale modesta aggiunta di latte ovino o caprino (dal 5% al 20%). La lavorazione tradizionale prevede che la cagliata sia rotta, lasciata riposare sotto siero per diversi giorni, poi finemente triturata, salata e pressata a mano in fasce di tela. L’affinamento si compie in fresche cantine o grotte naturali di pietra, dove l’umidità costante favorisce lo sviluppo spontaneo del Penicillium roqueforti: una straordinaria erborinatura naturale che dona alle forme più mature le tipiche venature bluastre senza alcuna inoculazione artificiale di muffe.

Caratteristiche Organolettiche

Il Castelmagno DOP si presenta in forme cilindriche a facce piane del peso variabile tra i 2 e i 7 chilogrammi. La crosta è sottile, liscia ed elastica nelle forme giovani, assumendo con il prolungarsi della stagionatura una consistenza rugosa, spessa e una colorazione bruno-ocracea tendente al grigio scuro.

La pasta è bianco avorio o giallo paglierino chiaro nelle pezzature giovani, compatta e tipicamente friabile, caratterizzata da una struttura finemente granulosa che si fende a scaglie sotto la lama. Con il progredire della maturazione oltre il quarto mese, la pasta diviene via via più compatta e fondente, solcata dalle caratteristiche venature blu-verdastre dell’erborinatura naturale.

Il profilo olfattivo è di rara ampiezza ed eleganza: rivela sentori gentili di latte montano, burro fresco ed erbe floreali nei primi mesi di vita, per poi evolvere in complesse sfumature di sottobosco, funghi porcini secchi, fieno maturo e pietra umida nelle forme avanzate. Al palato l’esperienza è straordinaria: l’attacco iniziale sapido e fine, moderatamente lattico, cede il passo con la stagionatura a un gusto robusto, intenso, penetrante e aristocraticamente aromatico, con una nobile nota piccante e una persistenza interminabile.

Usi Tradizionali in Cucina

In tavola il Castelmagno DOP è protagonista indiscusso di alcune tra le ricette più celebri e raffinate della cucina tradizionale piemontese. Il connubio più iconico è rappresentato dai leggendari gnocchi al Castelmagno: soffici chicchi di patate conditi a caldo con una fonduta leggera o mantecati direttamente con noce di burro d’alpeggio spumeggiante, un goccio di panna fresca e abbondanti scaglie di Castelmagno che si sciolgono parzialmente al calore sprigionando tutto il loro aroma.

Di assoluto prestigio è il risotto al Castelmagno, spesso sfumato con vino rosso nebbiolo e arricchito al momento del servizio da una croccante granella di Nocciole Piemonte IGP tostate o da un sottile filo di miele d’acacia, creando un seducente contrasto di consistenze e note dolci-sapide.

Il formaggio si rivela insostituibile per confezionare sontuose fondute d’alpeggio con cui nappare sformatini caldi di topinambur o cardi gobbi di Nizza Monferrato, flan di spinaci montani e fumanti piatti di polenta concia rustica macinata a pietra. Servito crudo a scaglie su un tagliere da meditazione, si sposa idealmente con fette di pane nero di segale cotto a legna, gherigli di noce, pere Madernassa cotte al vino e la tipica cugnà piemontese a base di mosto d’uva cotto.

Consigli e Conservazione

Temperatura di servizio: Per apprezzare integralmente la ricchezza aromatica e la tessitura della pasta, il Castelmagno non deve mai essere consumato freddo di frigorifero. È indispensabile portarlo a una temperatura di servizio compresa tra i 16 °C e i 18 °C, estraendolo dall’ambiente refrigerato con almeno un’ora d’anticipo: questo permette ai grassi nobili di ammorbidirsi e ai sentori di pascolo di esprimersi appieno.

Conservazione dello spicchio: La porzione sezionata deve essere conservata avvolta accuratamente in carta alimentare pergamenata o carta oleata, evitando il contatto diretto con pellicole plastiche che impedirebbero la naturale traspirazione della crosta favorendo sgradevoli alterazioni. Va collocata nello scomparto meno freddo del frigorifero (generalmente il cassetto per le verdure, a circa 6–8 °C).

Conservazione della forma intera: La forma integra va custodita in cantine fresche e umide (temperatura ideale di 10–12 °C con umidità costante intorno all’80–85%), adagiata su assi di legno stagionato e periodicamente spazzolata a secco per favorire la corretta aerazione della superficie.

Abbinamento Tradizionale

L’abbinamento enologico con il Castelmagno DOP richiede una selezione attenta in virtù della notevole evoluzione gustativa che il formaggio compie con la maturazione:

Forme giovani o di media stagionatura (fino a 3–4 mesi): Con una pasta ancora prevalentemente dolce, lattica e friabile, si accompagnano armoniosamente a vini rossi piemontesi di medio corpo, dotati di buona fragranza e vivace acidità, quali un Dolcetto di Diano d’Alba DOCG, un Dolcetto d’Ovada o una giovane Barbera d’Alba DOC.

Forme mature ed erborinate (oltre 5–8 mesi): L’intensa concentrazione sapida, la complessa trama minerale e la piccantezza pronunciata richiedono vini rossi di straordinaria levatura, corpo monumentale e lunga persistenza olfattiva a base nebbiolo. L’accostamento canonico d’elezione è con un regale Barolo DOCG (in particolare delle storiche sottozone di Serralunga d’Alba o Monforte), un austero Barbaresco DOCG, un Nebbiolo d’Alba DOC o un elegante Roero DOCG.

Versioni da meditazione lungamente affinate: Quando l’erborinatura è profonda e pervasiva, il contrasto ideale si realizza con grandi vini passiti piemontesi: un nobile Erbaluce di Caluso Passito DOCG o una rara Malvasia di Casorzo d’Asti passita, capaci di stemperare la forza pungente del formaggio in un perfetto equilibrio gustativo.

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Primo piano di Stefano Bonelli - Proprietato di Piemonte Sacro

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