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Libri - Patristica



Titolo: "Omelie sul Cantico dei cantici"
Editore: Edizioni Dehoniane Bologna
Autore: San Gregorio di Nissa
Pagine: 256
Ean: 9788810216118
Prezzo: € 20.40

Descrizione:Considerato tra i massimi interpreti del Cantico dei cantici, a cui dedicò una raccolta di quindici folgoranti omelie, Gregorio di Nissa si rivela seguace di Origene nell'interpretazione allegorica delle Scritture, di cui sostiene tuttavia anche il valore letterale.In questi testi, Gregorio condensa la riflessione teologica dell'età matura e vede nel libro sapienziale l'allegoria dell'iniziazione a Dio. La potenza creatrice della Parola, presenza stessa del Verbo, è attingibile in un processo di purificazione e di sintonizzazione mistica a cui l'interpretazione allegorica facilita il cammino. La scrittura interpretativa è a sua volta una celebrazione del potere della parola, che crea infinite immagini, fantasie di cose, piante, animali e racconti fino a ricoprire il già ricco testo biblico.

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Titolo: "Vita di Antonio"
Editore:
Autore: Sant'Atanasio di Alessandria
Pagine: 160
Ean: 9788831182416
Prezzo: € 19.00

Descrizione:Un classico della letteratura patristica sulla vita monastica.La biografia di S. Antonio - monaco nativo di Alessandria d'Egitto, vissuto tra il III e il IV secolo - è il best-seller della letteratura cristiana; è infatti una lunga lettera scritta (IV sec.) in greco dal vescovo Atanasio ai monaci d'Occidente al fine di indicare loro nella figura di Antonio Abate l'ideale monastico puro. La Vita, qui presentata nella prima vera traduzione italiana, è interessante per l'attualità del messaggio, mentre l'introduzione evidenzia l'importanza della trasmissione e della diffusione di idee anche in ambiti apparentemente molto lontani fra loro (ascetismo cristiano e yoga). Note di commento, ricchissime e puntuali, sotto vari aspetti - filologico, storico, esegetico e storico-religioso -accrescono il valore di questo volume.

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Titolo: "Avvio alla Patrologia"
Editore: Edusc
Autore: Jeronimo Leal
Pagine: 370
Ean: 9788883335013
Prezzo: € 30.00

Descrizione:L'opera offre una breve introduzione ad alcuni Padri della Chiesa, corredandola con un'antologia di testi scelti. Ciascun capitolo riproduce il modulo didattico di una lezione. La scelta di testi è stata fatta secondo una prospettiva esegetica, tentando di sottolineare essenzialmente gli aspetti biblici dei testi patristici che, pur rap­presentando una naturale continuazione della Scrittura e spesso contemporanei ad essa, non sono entrati nel canone in quanto non ispirati. Si tratta, pertanto, di una scelta tematica, che è uno dei diversi modi di presentare questa materia. Come indicato nel titolo, quest'opera vuole essere un avvio che incoraggi lo stu­dente ad approfondire la lettura dei testi patristici.

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Titolo: "In ascolto dei Padri"
Editore: Marcianum Press
Autore: Giorgio Maschio
Pagine: 308
Ean: 9788865124246
Prezzo: € 19.00

Descrizione:

Da Gesù agli apostoli, dalle prime comunità cristiane a personaggi come Ireneo, Ambrogio e Agostino, a Benedetto da Norcia e Pier Damiani, i Padri non sono affatto relegati in un passato ormai estinto, ma nostri contemporanei. Chi entra nella loro familiarità potrà sentire che ad essi ci si può affidare, come ad amici sempre presenti e disponibili ad aprire gli scrigni della loro sapienza per donarci, di volta in volta, qualcuno dei loro tesori. "Non valgono quanto alle loro personali opinioni, ma perché ci dicono quello che è ritenuto vero ed è sempre stato considerato tale da tutte le Chiese, ininterrottamente, dal tempo degli apostoli fino ai nostri giorni" (J.H. Newman).



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Titolo: "Non c'è felicità senza amici"
Editore: Glossa Edizioni
Autore: Antonio Montanari, Carlo M. Poggi
Pagine: 173
Ean: 9788871053578
Prezzo: € 17.00

Descrizione:Nonostante la sua profonda sensibilità per l'argomento, Agostino non mai ha composto alcun trattato sistematico dedicato all'amicizia. Questo tema tuttavia percorre diverse pagine dei suoi scritti, e la sua riflessione arriva sino a innovare, grazie alla ricchezza dell'esperienza cristiana, il contenuto che la tradizione classica gli attribuiva.Il percorso che qui viene proposto intende verificare la particolare declinazione delle relazioni interpersonali che hanno arricchito la vita del vescovo d'Ippona. La scelta è stata tuttavia di privilegiare i testi rispetto all'ambizione di una ricostruzione della sua teoria dell'amicizia e delle sue definizioni. Per questo, al lettore è affidata la fatica e la bellezza di accostare direttamente le pagine agostiniane, seppure delicatamente guidato e accompagnato da brevi introduzioni e da un sobrio apparato di note, attraverso i quali è facile cogliere qualche ipotesi interpretativa.

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Titolo: "Misericoria, Fede, Giudizio"
Editore: Tau Editrice
Autore: Marcotullio Giovanni
Pagine: 96
Ean: 9788862444132
Prezzo: € 5.00

Descrizione:In un contesto in cui la frase "chi sono io per giudicare?" è diventata uno slogan agli antipodi rispetto alle intenzioni di chi l'ha pronunciata, la parola di Gesù (Matteo 23,23) che elenca assieme alla fede e alla misericordia, il "giudizio" per primo come punto più importante della Legge, deve senz'altro far riflettere: non si tratta di scegliere fra il giudicare e l'essere misericordiosi, bensì di tenere insieme, con la fede, il giudizio e la misericordia.In questo volume antologico vengono presentate alcune pagine sulla Misericordia tratte dagli scritti dei Padri della Chiesa. Il Curatore ne introduce il senso e offre una guida alla lettura.

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Titolo: "Vita di Germano di Auxerre"
Editore:
Autore: Costanzo di Lione
Pagine: 88
Ean: 9788831182409
Prezzo: € 10.00

Descrizione:Un'opera che offre una preziosa testimonianza storica, politica, sociale ed ecclesiale del V secolo. Opera agiografica nella quale si narra la vita di Germano vescovo di Auxerre in Gallia tra il 418 e il 448, lo scritto è privo di date secondo l'uso dell'agiografia del tempo, disinteressata agli eventi storici e tesa invece all'edificazione del lettore; è concentrato piuttosto sull'ascesi personale di Germano, sui suoi viaggi e sui suoi miracoli più che sulla attività pastorale in senso lato. Ciò che si intende far emergere è la vita di un alter Christus: le guarigioni, gli esorcismi, il dominio sugli elementi naturali richiamano alla mente eventi biblici soprattutto neotestamentari che fanno di Germano un riflesso e un'imitazione di Cristo. Un testo utilissimo per informazioni sull'azione di Germano, nonché della situazione politica, sociale ed ecclesiale del suo tempo. La Vita è l'unica opera conosciuta di Costanzo del quale si hanno poche notizie. Il testo, risalente al 470-475 spesso retoricamente elevato, rivela una persona colta, familiare dei classici latini oltre che della Bibbia.

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Titolo: "Opere/1 - Paolo Diacono"
Editore:
Autore: Bottecchia Deho' M.E.
Pagine: 320
Ean: 9788831190985
Prezzo: € 78.00

Descrizione:In edizione latino-italiana, l'opera storica più significativa del monaco cassinese formatosi alla corte dei Longobardi. Nel 774 d.C. cade la vittoria di Carlo Magno sui Longobardi: con questa data si chiude la storia dei Longobardi come popolo autonomo e sovrano, e il regno longobardo passa ai Carolingi. Cambia così la storia del mondo occidentale. Tra le sue opere più celebri, l'Historia Langobardorum di Paolo Diacono, storico illustre dell'Italia altomedievale, si inserisce nel filone della storiografia a indirizzo nazionale non romano. L'opera, che giunge fino alla fine del regno longobardo con la morte di Liutprando (744), annovera tra le fonti: tradizioni, saghe e canti popolari, relazioni di viaggiatori, osservazioni personali, luoghi veduti, avvenimenti di cui è stato testimone, epitaffi di Droctulfo a Ravenna, di Cedoaldo a Roma, di Ansprando a Pavia e opere di scrittori latini: Naturalis historia di Plinio, Eneide di Virgilio, Metamorfosi di Ovidio, Epitome di Giustino, Storia di Sesto Aurelio Vittore (sec. IV d. C.), commentario di Servio a Virgilio; prefazione al Digesto.

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Titolo: "Te Beata, o porta dell'Eden"
Editore: San Paolo Edizioni
Autore: Giovanni Damasceno
Pagine: 112
Ean: 9788821595691
Prezzo: € 8.90

Descrizione:Delle quattro omelie di Giovanni Damasceno dedicate alla madre di Dio, tre sono state raccolte nel presente volume: la prima commenta la natività della Vergine; le due che seguono si concentrano sulla sua dormizione. Lo stile, evocativo ma complesso per la densità dei suoi riferimenti teologici, è qui e là intervallato da ammiccamenti alla tradizione apocrifa e alla devozione più popolare.

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Titolo: "Antonio"
Editore: Il Mulino
Autore: Peter Gemeinhardt
Pagine: 227
Ean: 9788815257994
Prezzo: € 19.00

Descrizione:

Predicatore, taumaturgo, campione di vita monacale, protettore contro l'ergotismo (il "fuoco di sant'Antonio"), per oltre mille e cinquecento anni Antonio ha incarnato molti ruoli, anche contraddittori, che ne hanno definito l'immagine nella storia. Nella cultura popolare è ricordato come fondatore del monachesimo cristiano e primo degli abati, ma anche come colui che seppe resistere alle tentazioni del demonio. Il libro racconta la storia del santo vissuto nel III secolo, dall'infanzia nel Medio Egitto all'eremitaggio nel deserto, fino alla morte alla veneranda età di 105 anni, e ricostruisce la fortuna successiva del suo modello di ascetismo, capace di ispirare anche - si pensi a Bosch, Flaubert, Dali - la letteratura e l'arte.



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Titolo: "Sant'Ambrogio e la sua età"
Editore: Jaca Book
Autore: Paredi Angelo
Pagine: 392
Ean: 9788816413023
Prezzo: € 30.00

Descrizione:

«Non sorprende che per 1'Expo Milano 2015 venga ripubblicato il volume di Angelo Paredi Sant'Ambrogio e la sua età, apparso in terza edizione ampliata e aggiornata nel 1994, dopo la prima del 1940. A raccomandare il volume è, anzitutto, la figura a cui è dedicato, ossia il vescovo sant'Ambrogio, simbolo di Milano, del suo spirito, della sua storia e della sua cultura. Ma a motivare la riedizione concorre indubbiamente anche il valore dell'opera di Paredi, del quale rappresenta il capolavoro e che è divenuta un classico nella bibliografia santambrosiana […] Sant'Ambrogio è collocato da Paredi dentro un ampio e analitico contesto storico; tuttavia, assai più di quello che possa sembrare a una prima impressione, Ambrogio traspare anche irresistibilmente, da cenni sobri ma penetranti e compiacenti, nella sua interiorità, pur se non sono taciuti alcuni limiti. Non si leggono, per esempio, senza restare avvinti i capitoli su: Le vergini, La sua parola, La conquista più bella, Musica e poesia, e il capitolo finale, Il santo, che, riassumendo la figura di Ambrogio, la imprime indelebilmente nel lettore». (dall’Introduzione di mons. Inos Biffi)



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Titolo: "Sulle spalle dei giganti"
Editore: San Paolo Edizioni
Autore: Raniero Cantalamessa
Pagine: 128
Ean: 9788821592898
Prezzo: € 14.00

Descrizione:I grandi Padri della Chiesa sono figure eterne, capaci di illuminare la nostra fede anche oggi. Padre Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia e volto noto della televisione, conduce il lettore alla riscoperta delle grandi verità del credere cristiano abbinandole alle figure dei più grandi Padri della Chiesa, da Sant'Atanasio a Sant'Agostino, Sant'Ambrogio, San Gregorio Magno... Un'opera lucida e illuminante sull'essenza della fede. «Noi ? diceva Giovanni di Salisbury ? siamo come nani che siedono sulle spalle dei giganti, di modo che possiamo vedere più cose e più lontano di loro, non per l'acutezza del nostro sguardo o con l'altezza del corpo, ma perché siamo portati più in alto e siamo sollevati da loro ad altezza gigantesca». Questo pensiero ha trovato espressione artistica in certe statue delle cattedrali gotiche del medio evo, in cui sono rappresentati personaggi dalla statura imponente che reggono, seduti sulle spalle, degli uomini piccoli, quasi dei nani. I giganti erano per essi, in primo luogo, gli evangelisti e poi Padri della Chiesa.

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Titolo: "La vigna di Naboth"
Editore: Edizioni Dehoniane Bologna
Autore: Ambrogio (sant')
Pagine: 136
Ean: 9788810210116
Prezzo: € 13.50

Descrizione:L'antica storia biblica di Naboth, l'uomo accusato ingiustamente e lapidato per essersi rifiutato di vendere la propria vigna ad Acab, re di Samaria, viene commentata in questo intenso testo di Ambrogio, composto nell'ultimo ventennio del IV secolo. La vicenda narrata nel primo libro dei Re, «antica per età» ma quotidiana nel costume, rappresenta l'avidità della ricchezza e la sorte che spetta ai poveri; essa è inoltre paradigmatica delle dinamiche della sopraffazione che il vescovo di Milano vedeva moltiplicarsi nella città del suo tempo, segnata dall'impoverimento generale e dalla prepotenza dei pochi proprietari di latifondi. La difficoltà di dare alla storia di Naboth una precisa data di nascita, di riconoscerne il genere letterario (omelia o trattato?) e forse lo stesso contenuto dell'opera possono aver influito sulla scelta di una soluzione semplicistica, che ha riduttivamente catalogato questo testo tra le operette moraleggianti che prendono di mira le ricchezze ed esortano a una più equa distribuzione dei beni. In realtà si tratta di un testo forte e di straordinaria attualità nella Chiesa di Papa Francesco.

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Titolo: "Opere di Origene. Vol.11.3"
Editore:
Autore: Origene
Pagine: 302
Ean: 9788831195300
Prezzo: € 76.00

Descrizione:Da uno degli autori più fecondi dei primi secoli cristiani, un'opera di grande originalità e ricchezza. La composizione del Commentario a Matteo si colloca nel periodo compreso tra il 244 e il 249, nell'ultima stagione della vita che Origene trascorse nella città di Cesarea di Palestina. Eusebio parla di venticinque tomi origeniani sul Vangelo di Matteo; di questi, la tradizione testuale ne ha trasmessi soltanto otto in versione greca comprendenti il commento da Mt 13, 36 a 22, 33. Opera della maturità, di grande originalità, ricchezza e complessità, portata a compimento al termine di una vita spesa nella riflessione, nel commento e nell'insegnamento della Parola, si colloca nell'ambito dell'attività didattica origeniana. Il tomo è il terzo di 4 volumi ed è dedicato alla traduzione dei libri 14 e 15.

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Titolo: "Iconografia agostiniana. B vol.2"
Editore:
Autore: Alessandro Cosma, Gianni Pittiglio
Pagine: 432
Ean: 9788831195171
Prezzo: € 85.00

Descrizione:Un'accurata ricognizione del patrimonio iconografico relativo al grande teologo di grande interesse storico, artistico, agiografico e pastorale. La serie di volumi dedicati all'iconografia agostiniana propone una raccolta delle testimonianze figurative sul Santo di Ippona dalle origini fino a XVIII secolo. Un patrimonio sterminato che per la prima volta viene presentato sistematicamente.Il volume è dedicato al Quattrocento, il presente volume è il Secondo di due tomi e raccoglie il corpus dell'iconografia agostiniana del ?400, ovvero la mappatura di 750 opere. Ogni scheda sempre corredata di immagine, è costituita da una parte tecnica con autore, soggetto, datazione, luogo, materia e tecnica, misure ed eventuale provenienza. Segue una breve trattazione storico-critica. In questo tomo sono inserite anche le schede tecniche delle 125 opere inserite nel primo. Un'opera corredata da fondamentali apparati di riferimento: indice dei nomi, dei luoghi e delle schede nel primo e quello dei nomi nel secondo.

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Titolo: "15 meditazioni"
Editore: Gribaudi
Autore:
Pagine: 128
Ean: 9788863661880
Prezzo: € 7.50

Descrizione:

Giovanni Crisostomo (349-407), le parole e il suo pensiero su cui pone l’accento nelle sue omelie e nelle sue lettere, toccano facilmente il cuore del lettore.

 

In queste meditazioni, tratte dai suoi scritti, Giovanni mostra tutta la sua vicinanza a tutti i fratelli nelle loro diverse povertà e fragilità e nelle quali possiamo facilmente riconoscere le nostre a molti secoli di distanza.

 



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Titolo: "Una fiamma inestinguibile"
Editore: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli
Autore: Louis De Wohl
Pagine: 350
Ean: 9788817079389
Prezzo: € 13.00

Descrizione:

Una vita tumultuosa quella di Sant'Agostino: nato ricco e immerso in una cultura pagana, il suo percorso tormentato lo condusse fino a diventare uno dei massimi teorici del Cristianesimo del primo millennio, nonché uno dei più grandi pensatori nella storia dell'umanità. Questo è il romanzo di una conversione, in cui un giovane vanesio, con un insaziabile desiderio di scoprire il senso della vita e un'attrazione altrettanto insaziabile per il peccato, non solo diventò credente, ma si trasformò in un intellettuale geniale che ha lasciato un'impronta indelebile nella storia. Raccontando le curiosità private della sua vita e i personaggi che lo influenzarono, dalla figura eroica della madre, santa Monica, al grande Ambrogio vescovo di Milano, Louis de Wohl tratteggia il ritratto vigoroso di un personaggio immortale, mai così vicino a ognuno di noi.



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Titolo: "Iconografia Agostiniana vol. 41/2a"
Editore:
Autore: Sant'Agostino
Pagine: 616
Ean: 9788831195164
Prezzo: € 120.00

Descrizione:Un'accurata ricognizione del patrimonio iconografico relativo al grande teologo di grande interesse storico, artistico, agiografico e pastorale.La serie di volumi dedicati all'iconografia agostiniana propone una raccolta delle testimonianze figurative sul Santo di Ippona dalle origini fino a XVIII secolo. Un patrimonio sterminato che per la prima volta viene presentato sistematicamente.Il presente volume dedicato al Quattrocento è il primo di due tomi. Nel volume una serie di saggi introduttivi analizzano i più importanti cambiamenti dell'immagine di Agostino durante il secolo. Ai saggi segue una selezione di 125 opere, divise tra immagini singole e cicli biografici.

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Titolo: "Le confessioni"
Editore: San Paolo Edizioni
Autore: Sant'Agostino
Pagine: 352
Ean: 9788821595417
Prezzo: € 8.90

Descrizione:

Scritte tra il 397 e il 400, le Confessioni sono l'opera di Agostino che più di ogni altra esercita un fascino particolare. Ciò non deriva unicamente dall'interesse per la singolarità dell'avventura intellettuale e religiosa che vi si racconta, né soltanto perché si tratta di un capolavoro letterario, ma dalla grande modernità, intensità di accenti e vivezza umana con cui Agostino arriva alla mente e al cuore, creando un legame di profonda partecipazione spirituale e psicologica. Le Confessioni sono un'opera aperta che può esser letta partendo da angolazioni diverse: come esplorazione interna e itinerario fi losofi co (la ricerca di sé e del proprio destino; il desiderio di sapienza e verità); come esperienza umana (l'amicizia, la passione, l'amore, il male, la morte?); come cammino di fede (il mistero di Dio e il suo piano di salvezza; la conversione, l'incontro con Cristo); come illuminazione spirituale e ascesi mistica. Dei tanti insegnamenti che si possono trarre da quest'opera, uno resta fondamentale per tutti: l'invito a non smettere mai di interrogarsi con sincerità, ad avere cioè il cuore un po' sempre inquieto, sanamente inquieto, nella ricerca di Dio e di se stessi.



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Titolo: "Agostino d'Ippona: la Chiesa mistero e presenza del Cristo totale"
Editore: Cittadella
Autore: Carrabetta Giuseppe
Pagine: 390
Ean: 9788830814417
Prezzo: € 21.80

Descrizione:La visione agostiniana del Cristo totale vanta studi considerevoli. L'Autore va oltre i limiti degli studi precedenti per dare un suo contributo rilevante e solido alla conoscenza di questo aspetto della cristologia e dell'ecclesiologia dell'Ipponate; per la cura nella citazione delle opere di Agostino, per la conoscenza della letteratura secondaria, per l'intuito teologico, il senso ecclesiale e la capacità di sistematizzazione.

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Titolo: "Agostino e la domanda fenomenologica sul tempo"
Editore: Edizioni di Pagina
Autore: Wilhelm Friedrich
Pagine:
Ean: 9788874704361
Prezzo: € 15.00

Descrizione:Con Husserl e Heidegger alla riscoperta della fenomenologia agostiniana del tempo.

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Titolo: "L'amicizia spirituale"
Editore:
Autore: Aelredo di Rievaulx
Pagine: 168
Ean: 9788831114530
Prezzo: € 6.80

Descrizione:

Il più consapevole contributo della spiritualità medievale alla teorizzazione dell'idea di amicizia. Aelredeo di Rievaulx (1109-1167) è la figura di maggior spicco del monachesimo cistercerse anglosassone. Educato all'amore per le Lettere, permeato di cultura biblica e agostiniana, discepolo fedele di san Bernardo, Aelredo pone il suo insegnamento sull'amicizia deliberatamente nel solco della tradizione, della quale però non esita a rivisitare in piena libertà i contenuti. Eco delle preoccupazioni spirituali del secolo XII e riflesso dell'animo dell'autore sul quale aveva esercitato una grande influenza la lettura del Laelius de amicitia ciceroniano, il De spiritali amicitia non è pertanto solo lo scritto più espressivo ed elegante dell'abate di Rievaulx ma rappresenta soprattutto il più consapevole contributo della spiritualità medievale alla teorizzazione dell'idea di amicizia.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE 

2. UNA NUOVA CONCEZIONE DELL'AMICIZIA

Il cammino di Aelredo alla ricerca di un ideale autentico di amicitia è mirabilmente sintetizzato dall'autore stesso nel prologo del De spiritali amicizia. Leggendo questa pagina, si avverte che l'abate di Rievaulx, prima ancora di essere un maestro, è un testimone, il quale ha personalmente vissuto e praticato quello che intende insegnare. Tocchiamo qui con mano, d'altronde, una nota caratteristica dell'intera produzione aelrediana, puntualmente rilevata da tutti i suoi interpreti. Il sapere di questo «educatore monastico» — come lo definisce Hallier — scaturisce per intero dalla sua vita e reca il segno di un animo sensibile e particolarmente incline alla pratica degli affetti.

Aelredo ha apprezzato le gioie dell'amicizia sin dalla più tenera età, quando era ancora uno scolaro («cum adhuc puer essem in scholis»: De spir. am., Prol., 1): niente gli pareva più dolce — egli confessa nelle prime linee del prologo, tutto intessuto di reminiscenze agostiniane —, niente più desiderabile o più utile che «essere amato ed amare» (amari et amare: ibid.). Il suo cuore si lasciava allora rapire in ogni direzione, «ondeggiando fra diversi amori ed amicizie» (ibid., Prol., 2), perché egli era ignaro della legge della vera relazione amicale. Un giorno, però, ebbe per caso tra le mani il Laelius di Cicerone e ne rimase profondamente colpito. Nel grande scrittore latino trovò infatti, per la prima volta, l'enunciazione di un ideale altissimo di amicizia, al quale ispirare tutta la sua vita. La lettura del dialogo ciceroniano — come è stato più volte sottolineato — sembra aver avuto su Aelredo un'influenza analoga a quella esercitata sul giovane Agostino dall'Hortensius (Confessiones, III, 4, 7-8): se il santo d'Ippona ha trovato nel retore pagano un invito alla ricerca della sapienza, il futuro abate di Rievaulx ne ha tratto un'esortazione a riflettere sull'amicizia e, ad un tempo, un modello etico di insuperata perfezione a cui ricondurre, almeno sul piano dell'esperienza terrena, l'esercizio degli affetti.

Più tardi, dopo aver abbracciato la disciplina del chiostro, Aelredo ebbe modo di meditare sulle Sacre Scritture e allora la sua ammirazione per Cicerone finì con l'attenuarsi, senza tuttavia mai scomparire del tutto. Da quel momento — egli annota — nulla gli risultava più gustoso se non era insaporito dalla sapienza rivelata e dalla dolcezza del nome del Cristo. Nondimeno egli avrebbe continuato a riflettere, per tutto il resto della sua vita, sul problema dell'amicizia: si accostò, in un primo tempo, ai Padri della Chiesa, nella speranza di trovare nuove idee e indicazioni, e nelle loro opere poté leggere «molte cose sull'amicizia» (De spir. am., Prol., 6), ma non una trattazione esauriente; prese così la decisione di analizzare se stesso e di scrivere un trattato sull'amicizia ritualis, per integrare, alla luce della sua esperienza di monaco, la preziosa eredità ciceroniana.

Quanto riferito da Aelredo sulla genesi del De spiritali amicitia ci consente di accennare, sia pure brevemente, alla questione delle fonti del suo pensiero e, in particolare, del suo rapporto con Cicerone. Se nel trattato aelrediano è possibile, infatti, individuare tracce di un grande numero di autori, non c'è dubbio che l'influenza di Cicerone sia quella preponderante. Le analogie tra il De spiritali amicitia e il Laelius balzano subito agli occhi: non solo la struttura dell'opera, i dialoghi dei personaggi, la tripartizione del tema ricalcano il modello ciceroniano, ma anche molti dei temi particolari sviluppati da Aelredo, a partire dalla definizione dell'amicizia, e persino alcuni dettagli di minore importanza sono chiaramente attinti da Cicerone (talvolta addirittura letteralmente). Tale constatazione ha portato talvolta a dubitare dell'originalità di Aelredo e, di conseguenza, a svalutare o a minimizzare l'importanza del suo trattato. Per Ph. Delhaye, ad esempio, il De spiritali amicitia non sarebbe altro che un décalque del Laelius ciceroniano, e Aelredo si sarebbe limitato, il più delle volte, a sostituire gli esempi di amicizie pagane con altri tratti dalla Bibbia, nel tentativo di fondare l'insegnamento di Cicerone sull'autorità della Scrittura.

A tale tendenza riduttrice si sono opposti gli studi più recenti, con un'analisi più completa che ha permesso di valorizzare adeguatamente il significato dell'opera 16. E, d'altra parte, il contributo originale di Aelredo alla riflessione sull'amicizia non può non sfuggire ove si consideri soprattutto la visione d'insieme e l'«atmosfera» del suo trattato, così differenti da quelle del Laelius. La «riscoperta» dei classici si unisce, nell'autore del De spiritali amicitia — come in tanti altri scrittori dell'epoca — allo sforzo di rielaborare e quasi di reinventare il loro pen

siero, innestandolo nel solco della «novità» cristiana. Anche quando riprende i temi più tradizionali, Aelredo non si accontenta di ripeterli, ma li rielabora alla luce della sua sensibilità, della sua cultura e della sua esperienza. Egli non si limita, dunque, a «copiare» Cicerone: vi si ispira, lo trasforma, lo interpreta e, se necessario, lo completa grazie ad altri apporti. Così, il mondo filosofico da cui Cicerone proviene non si dissolve nel testo di Aelredo, ma viene rinnovato e posto, per così dire, al servizio di una logica superiore.

È proprio questo l'intento dell'opera delineato nel Prologo e confermato poi nel corso dell'intera esposizione: non si tratta semplicemente di «integrare» la sapienza del mondo con il messaggio della fede, ma di delineare la fisionomia di una nuova concezione dell'amicizia, al fine di precisare il significato e le condizioni di questo sentimento per i cristiani. E se per Cicerone l'amore generoso per il «tu» umano è stato un punto d'arrivo, di fronte al fallimento di tante «amicizie» politiche, per Aelredo è piuttosto un punto di partenza, donde risalire a un traguardo ancora più elevato. Non a caso è lo stesso Aelredo a sottolineare più volte l'«inadeguatezza» di Cicerone e di ogni sapienza puramente «mondana», e quindi a formulare, sin dall'esordio dell'opera, la speranza di trovare nel Cristo il «luogo» e l'interlocutore privilegiato per una riproposizione del principio amicale classico (cf. De spir. am., I, 1).

3. IL DE SPIRITALI AMICITIA

Il De spiritati amicitia riflette il momento della maturità della dottrina aelrediana, essendo stato ultimato dall'autore quasi alla fine della sua vita. Nel Libro secondo si trova un riferimento allo scisma apertosi il 7 settembre 1159 con l'elezione dell'antipapa Vittore IV, e proseguito negli anni successivi con Pasquale III (cf. De spir. am., 11, 41). Piuttosto avanti negli anni, d'altronde, si dichiara lo stesso Aelredo nella conclusione del terzo dialogo, e un sintomo di incipiente sesi nilità potrebbe essere pure l'insistenza con cui egli sz sofferma sui ricordi giovanili, come pensa il Dubois. Il contenuto dell'opera ha però avuto una lenta maturazione, che risale alle sue prime esperienze di insegnamento in qualità di maestro dei novizi e si protrae per un lungo arco di tempo. Sappiamo, infatti, che la stesura definitiva del testo è costituita dalla rielaborazione di un primo abbozzo (pervenutoci attraverso due codici del XIII secolo) redatto, con ogni probabilità, subito dopo la composizione dello Speculum caritatis (dunque negli anni 1142-1143). Il collegamento con lo Speculum, confermato dall'affinità delle tematiche trattate, da una serie di riferimenti indiretti e da un esplicito rinvio fatto dall'autore (De spir. am., I, 19), risulta pertanto essenziale per comprendere la genesi e il significato del De spiritali amicitia.

Oltre al Prologo, l'opera comprende tre libri, di varia lunghezza, in forma di dialogo. Interlocutore del primo è un giovane monaco di nome Ivo, assai probabilmente Ivo di Wardon, un carissimo amico di Aelredo e il destinatario dell'opuscolo De Iesu puero duodenni; la scena è ambientata in un monastero dipendente da Rievaulx, forse nella stessa Wardon, l'abbazia dove Ivo viveva. Il secondo dialogo ci presenta, accanto all'autore, altri due monaci: il primo, di nome Galterus, senza dubbio Walter Daniel, amico e discepolo di Aelredo, mentre il secondo, un certo Graziano, sfugge ad ogni possibilità di identificazione. Il colloquio si svolge, questa volta, a Rievaulx dopo lunghi anni di interruzione (plures praeterierunt anni: De spir. am., II, 5). Il dialogo del terzo libro ha luogo il giorno seguente (quae ante hesternam collationem: ibid., III, 11), con gli stessi personaggi e nel medesimo luogo. Se il Libro primo può essere situato intorno al 1142, il secondo e il terzo tradiscono — come si è detto — una data di composizione assai posteriore (tra il 1158 e il 1163). Ciò risulta evidente anche dal commosso elogio di Ivo, che all'epoca si suppone già scomparso da tempo (cf. De spir. am., //, 5); e dallo stesso passo apprendiamo che solo da pochi giorni Aelredo era tornato in possesso della schedula da lui smarrita e sulla quale aveva annotato le domande dell'amico e le proprie risposte.

L'espressione amicitia spiritalis, che dà il titolo all'opera, si richiama al significato scritturistico (e segnatamente paolino) del termine spiritus, inteso sia come la dimensione più profonda e autentica dell'uomo, sia come principio di vita cristiana. Vedremo in seguito, con maggiore precisione, come Aelredo concepisca l'amicitia spiritalis; sin d'ora, però, occorre prevenire un facile fraintendimento: non bisogna credere che lo spiritaliter amare di cui egli parla si risolva a livello puramente mistico o interioristico, secondo un male inteso «spiritualismo». Per essere autenticamente «spirituale» l'amicizia, secondo l'abate di Rievaulx, richiede indubbiamente un piano di realizzazione più elevato del suo mero darsi fenomenologico o interumano; tale esigenza, però, non autorizza a comprenderla come un'esperienza di carattere esclusivamente soprannaturale. Non si tratta neppure di un genere di vita riservato agli ambienti monastici, benché nel chiostro l'amicizia possa trovare un contesto particolarmente favorevole alla sua instaurazione, che eviti le degenerazioni e gli egoismi del «mondo». Ancor meno si tratta di una relazione astratta, «disincarnata», non attenta cioè alla concreta persona dell'amico: a più riprese Aelredo sottolinea, al contrario, tutte le componenti o dimensioni dell'amicizia, compresa quella sentimentale, affettiva ed emozionale. L'amicitia spiritalis è, insomma,.nella concezione aelrediana, una genuina amicizia umana, vissuta nello spirito del Cristo, ma senza esclusivismi o chiusure preconcette: l'esperienza più ricca e concreta del «voler bene» all'altro, quando si lasci «ordinare» dalla ragione al suo fine ultimo, che è la conoscenza e l'amore di Dio.

Il piano dell'opera, chiaramente enunciato nel Prologo, sembra ricalcare — come abbiamo detto — lo schema del Laelius ciceroniano (natura e origine dell'amicizia, sua utilità, leggi della sua realizzazione). Nel Libro primo, Aelredo ricava, dopo averla analizzata, la nozione cristiana di amicizia e si sofferma sulle diverse forme di rapporto amicale (I, 11-49); segue l'esame dell'origine dell'amicizia: dalla natura, dall'esperienza e dalla legge (I, 50-61). Il Libro secondo illustra i vantaggi e l'eccellenza dell'amicizia: l'autore precisa, così, i mali dell'isolamento ed espone i diversi significati degli oscula (bacio corporeo, spirituale e intellettuale) (II, 8-27); affronta, poi, la questione dei limiti dell'amicizia e chiarisce la natura della vera amicizia, distinguendola da quelle inautentiche (II, 28-64). Il Libro terzo, assai più ampio dei precedenti, stabilisce i quattro momenti attraverso i quali deve passare ogni amicizia degna di questo nome per divenire perfetta: la scelta, che scarta le persone indegne (III, 14-59); la prova della fedeltà, dell'intenzione, della discrezione e della pazienza (III, 59-76); l'accoglienza (III, 76-87); e infine la piena sintonia nella gioia degli amici (III, 88-127).



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Titolo: "A Costanzo. Inni"
Editore:
Autore: Ilario di Poitiers (sant')
Pagine: 104
Ean: 9788831182393
Prezzo: € 13.00

Descrizione:

Nell'infuocato clima provocato dalla eresia ariana nella metà del IV sec., Ilario di Poitiers è tra i più accaniti difensori dell'ortodossia. Nel 359 scrive il Liber II ad Constantium: una supplica all'imperatore, pregandolo di autorizzare un dibattito tra lui e Saturnino di Arles, che lo aveva ingiustamente accusato di tradimento della vera fede evangelica. Un documento importante per ricostruire la posizione dei vescovi della Gallia, e più particolarmente dell'Aquitania, di fronte alla professione di fede di Nicea.

Ilario fu il primo autore nella cristianità latina a comporre inni come strumento di acculturazione dottrinale dei suoi fedeli. Di tali testi ne sono giunti a noi solo tre: Cristo Dio in cui Ilario esprime la sua fede nell'unico Dio; La resurrezione di Cristo, inno pasquale affidato a una voce femminile che incarna l'anima del neofita da poco rigenerata nella Veglia battesimale di Pasqua; Le tentazioni di Cristo che mette in contrapposizione il primo e il secondo Adamo, l'Adamo terrestre e caduco con l'Adamo celeste vittorioso sulla morte e su Satana.


ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

I. IL QUADRO STORICO

L'arianesimo in Occidente

A partire dal 310, il presbitero Ario di Alessandria aveva cominciato a predicare le sue dottrine, che accentuavano da una parte l'assoluta trascendenza e unicità di Dio, dall'altra il subordinazionismo del Figlio rispetto al Padre, fino a negarne la divinità e a considerarlo una creatura.

La diffusione delle sue idee aveva provocato una controversia teologica e politica che incendiò tutto l'Oriente, al punto da richiedere l'intervento dell'imperatore Costantino il quale, convocando il concilio generale di Nicea del 325, aveva inteso appunto arginare, in qualche modo, il non sereno sviluppo del contenzioso dottrinale.

Almeno fino alla metà del secolo IV, la cosiddetta controversia ariana rimarrà tuttavia quasi sconosciuta aí vescovi occidentali, alcuni dei quali confessano di conoscere appena l'esistenza e la formula dottrinale di un concilio celebrato a Nicea. Sarà Costanzo II, divenuto dopo la morte di Costante unico im peratore a partire dal 353, a pretendere che non solo i vescovi orientali, ma anche gli occidentali, si adeguino al suo indirizzo religioso filoariano, esiliando all'occorrenza i vescovi più recalcitranti.

La scarsa incidenza e diffusione delle decisioni nicene, con la problematica e controversa utilizzazione del termine homoousios, peraltro discusso anche tra gli orientali, spiega perché, per gli occidentali, quasi unico difensore della dottrina di Nicea fosse rimasto Atanasio, dal 328 vescovo di Alessandria: ma già nel 335, nel sinodo di Tiro, egli viene esiliato da Costantino che, intanto, aveva richiamato Ario.

Saranno, anzi, i diversi esili di Atanasio, dovuti anch'essi a motivi politici oltre che teologici, a far sì che lo stesso papa di Roma, Giulio (337-352), possa finalmente venire a conoscere gli esatti termini della rilevante vertenza dottrinale, prendendo le difese e riconoscendo l'autorità di Atanasio.

Il vescovo cristiano nel IV secolo

Nel corso del lungo e articolato processo che è stato definito di cristianizzazione dell'impero — inaugurato nelle prime decadi del secolo IV a seguito del provvedimento, detto anche impropriamente editto che, a Milano, era stato concordato tra Flavio Valerio Costantino, signore dell'Occidente, e Licínio, signore dell'Oriente durante il loro incontro del 3134 —, una delle conseguenze più notevoli fu quella della «promozione del vescovo, sia nell'ordine amministrativo e sociale che in quello della cultura e dell'arte».

Dopo l'esaltazione sublime della figura teologica del vescovo cristiano, tratteggiata a metà del secolo III da parte di Cipriano di Cartagine, nei termini di un esercizio carismatico intraecclesiale, a cominciare dalla nuova stagione della tolleranza imperiale verso i culti e, soprattutto, negli anni successivi al concilio di Nicea del 325, la funzione episcopale, già presente e viva a livello di esperienza di ecclesia, inizia ad acquistare anche un certo suo rango giuridico e sociale, bene in vista tra gli altri officia dell'Impero romano, anche a proposito degli "affari religiosi".

Ciò, peraltro, risulta in linea con la definizione di "vescovo di quelli di fuori" (epìskopos tón ektòs), autoattribuitasi, stando allo storico Eusebio, dall'imperatore Costantino in persona.



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Titolo: "La vergine Maria"
Editore: Paoline Edizioni
Autore: Agostino di Ippona
Pagine: 128
Ean: 9788831546133
Prezzo: € 9.00

Descrizione:

È una antologia di passi agostiniani intorno a Maria. La Vergine occupa una posizione di primo piano nella meditazione teologica e nella parenesi pastorale di Agostino, tanto che si può dire che la sostanza del culto cattolico trova nell'opera agostiniana una delle più convinte e calde affermazioni.Una densa introduzione di Pellegrino orienta il lettore sul pensiero di Agostino sulla Vergine, quale risulta dai testi, che seguono, tratti da varie opere e numerati con riferimento alle fonti. Arricchisce il testo l'indice analitico, l'indice delle fonti con riferimento alle edizioni critiche e una selezionata bibliografia, specifica del tema trattato.Il testo è preceduto da una presentazione di Eugenio Corsini, successore di Pellegrino alla cattedra di Torino: egli illustra l'opera di Pellegrino, specialmente come studioso di Agostino.



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Titolo: "Commento al Padre Nostro"
Editore:
Autore: Origene
Pagine: 120
Ean: 9788831114523
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

La preghiera cristiana per eccellenza, nell'ormai classico commento del grande scrittore alessandrino. L'alessandrino Origene è uno dei più originali Padri della Chiesa di lingua greca. Tra i suoi numerosissimi scritti figura anche il celebre Commento al Padre Nostro, nel quel l'Autore si propone di "considerare quanta potenza racchiuda la preghiera suggerita dal Signore", come egli stesso dichiara programmaticamente nell'incipit. Un testo nel quale Origene dispiega tutta la sua finissima sapienza esegetica e manifesta il suo pensiero. In particolare trova piena espressione il suo ottimismo pastorale che prevede la salvezza finale di tutti: "Il peccatore, infatti, dovunque si trovi, è terra in cui in qualche modo si trasformerà se non si pente; chi invece fa la volontà di Dio e non trasgredisce le spirituali leggi di salvezza, è cielo".

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE 

L'ESEGESI ORIGENIANA DEL PATER

Nell'accingersi al commento, petizione dopo petizione, della preghiera del Signore, Origene compie un excursus di carattere filologico sul contesto delle due diverse redazioni del Pater, quella di Matteo più esplicita e quella più sintetica di Luca, per concludere trattarsi di due preghiere diverse aventi «alcune parti in comune» (cap. I, 3). Subito dopo analizza il contesto immediatamente precedente alla versione di Matteo che egli sceglie per la sua esegesi; è un'occasione per sottolineare anche come non bisogna pregare, mostrando che esiste la preghiera dell'esibizionista, quella del dilettante e quella del logorroico, mentre la vera preghiera è di chi «ama la preghiera» (cap. III, 1).

Ciò che caratterizza il cristiano è la libertà — la paolina parrhesía — di rivolgersi a Dio chiamandolo Padre, in virtù della figliolanza donata in Cristo Gesù. E lo Spirito, che si è ricevuto, di figli adottivi fa sì che ci si astenga dal peccato e non si abbia più nessuna comunione con Satana. Come si vede, Ori-gene scende subito nel campo esclusivo della morale, manifestando la sua piena attenzione per l'anima dell'uomo. Ed interpretando i «cieli» del «Padre nostro» come un luogo metafisico e spirituale, cioè lo stato di grazia dei santi, scrive: «Chiunque pecca si nasconde a Dio e sfugge alla sua ricerca e si allontana dalla sua presenza» (cap. VI, 4).

Parimenti, chiedendosi il significato dell'invocazione: sia santificato il tuo nome, dice: «Esalta inoltre Dio colui che dedica un'abitazione in se stesso» (cap. VII, 4).

Così, l'atteso regno di Dio è un regno tutto interiore: «E credo si intenda per regno di Dio una condizione di beatitudine dell'anima superiore e l'ordine dei saggi pensieri, e per regno di Cristo si intendano i discorsi a salvezza di chi li ascolta e le perfette opere di giustizia e delle altre virtù» (cap. VIII, 1). Donde l'accento parenetico così frequente nelle omelie di Origene: «Se dunque vogliamo essere sudditi di Dio "non regni affatto il peccato nel nostro corpo mortale" (Rm 6, 12), né prestiamo ascolto agli inviti del peccato che chiama la nostra anima alle opere della carne e alle cose non di Dio; ma facendo morire "le membra che sono sulla terra" (Col 3, 5), portiamo i frutti dello Spirito» (cap. VIII, 3).

Operando, infine, delle modulazioni bibliche sui termini «cielo» e «terra» in riferimento al compiersi della volontà di Dio, Origene afferma che l'uomo santo possiede già il cielo mentre ancora si trova sulla terra: «Colui che sta ancora sulla terra, ma ha la cittadinanza nel cielo e lassù ammassa tesori poiché ivi ha il suo cuore esorta l'immagine del Celeste, non per il posto che occupa egli non è più sulla terra, ma per le sue disposizioni interiori; e non appartiene al mondo di quaggiù, ma del cielo e di un mondo celeste migliore di quello» (cap. IX, 5). All'opposto, il peccatore è terra che può diventare cielo; Origene lo dice col suo ottimismo pastorale che prevede la salvezza di tutti: «Il peccatore, infatti, dovunque si trovi, è terra in cui — data questa affinità — in qualche modo si trasformerà se non si pente; chi invece fa la volontà di Dio e non trasgredisce le spirituali leggi di salvezza, è cielo. Sia che quindi siamo ancora terra a motivo del peccato, preghiamo che anche su di noi si estenda così la volontà di Dio disposta ad emendarci, come toccò a quelli che prima di noi furono fatti cielo o sono cielo; e se agli occhi di Dio noi non siamo più considerati terra, ma cielo, chiediamo perché, a somiglianza del cielo, anche sulla terra — cioè sui cattivi — si compia la volontà di Dio in ordine a quel permutarsi della terra in cielo, per cui non esista più terra ma tutto diventi cielo» (cap. IX, 6).

Venendo ora alla petizione centrale del Pater, con cui l'orante chiede per sé il pane supersostanziale costatiamo come, secondo Origene, si debba escludere ogni richiesta a Dio di beni materiali: ciò fanno solo «i pagani che non hanno l'idea delle cose grandi e celesti da domandare» (cap. IV, 1). È significativo innanzitutto che Cristo stesso comandi di chiedere un pane diverso da quello comune ed utile soltanto al corpo: «Poiché certuni pensano che noi siamo invitati a chiedere il pane per il corpo, è giusto che, rimossa subito la loro erronea opinione, stabiliamo la verità sul pane sostanziale. Bisogna rispondere a costoro perché mai Colui che dice di chiedere cose celesti e grandi — non essendo celeste il pane che ci viene dato per la nostra carne né grande preghiera è quella di chiederlo — ordini di elevare al Padre la supplica per quello che è terreno e piccolo, come se Dio secondo loro si fosse dimenticato dei suoi insegnamenti» (cap. X, 1).

Inoltre il pane per il nutrimento corporale non è il vero pane: «E il pane vero è quello che ciba l'uomo vero, fatto a immagine di Dio, e chi se ne nutre diventa persino simile al Creatore. Per l'anima, che cosa c'è di più nutritivo del Verbo? Per la mente che la riceve, che cosa di più prezioso della sapienza di Dio? Che cosa ha maggior affinità con la natura razionale, se non la verità?» (cap. X, 2). Per il fatto d'essere un cibo per l'anima, si dovrà chiamarlo «supersostanziale»: «Pane supersostanziale è dunque quello adattissimo alla natura razionale ed affine alla stessa sostanza, recante salute e vigore e forza all'anima, e rendendo partecipe della propria immortalità — immortale è infatti il Verbo di Dio chi se ne ciba» (cap. X, 9). Anche qui il pensiero di Origene corre, per antitesi, al peccatore che si ciba del pane velenoso di Satana: «Chi dunque, partecipando del pane supersostanziale, rafforza il cuore, diventa figlio di Dio; colui invece che si pasce del serpente, non è diverso dall'Etiope spirituale, ed è mutato lui stesso in serpente a causa dei lacci dell'animale» (cap. X, 12).

Nel commento alla supplica per la remissione di tutti i debiti che abbiamo e di cui Origene stila una lunga casistica, spicca nel Maestro alessandrino una grande comprensione pastorale che gli fa scrivere: «Ora, se alcuni dei moltissimi nostri debitori si fossero mostrati piuttosto trascurati nel rimettere quanto ci devono, saremmo portati a trattarli con indulgenza e senso di umanità, memori dei numerosi personali debiti in cui fummo negligenti, non solo verso gli uomini, ma anche verso Dio stesso. Ricordandoci infatti di non aver pagato i debiti che avevamo, anzi di aver commesso una frode essendo passato il tempo in cui bisognava che li avessimo estinti nei riguardi del nostro prossimo, saremo più larghi verso coloro che erano nostri debitori e non hanno soddisfatto il debito» (cap. XI, 6). Chi, se non un vero maestro d'anime, direbbe: «Non siamo aspri verso quelli che non si pentono: costoro fanno del male a se stessi... Ma anche in questi casi, occorre procurare di avere ogni attenzione per chi è completamente traviato da non accorgersi dei propri mali, ma è colmo di una ubriachezza più perniciosa di quella causata dal vino: l'ubriachezza da tenebra del male» (cap. XI, 7)?

Passando all'ultima richiesta del Pater, Origene intende risolvere il nodo che essa presenta: «Che significa dunque il comando del Salvatore di pregare a non indurci in tentazione, dal momento che Dio stesso quasi ci tenta?» (cap. XII, 3). La stessa speranza del cristiano è tentata al pensiero che nemmeno gli Apostoli, gli amici del Signore, furono risparmiati dalla tentazione: «Ora, non avendo gli Apostoli ottenuto esaudimento nella preghiera, uno che sia da meno, quale speranza ha, pregando, di essere ascoltato da Dio?» (cap. XII, 4). Se povertà, ricchezza, salute e malattia, gloria e scienza sono indifferentemente a rischio di tentazione, Dio viene direttamente chiamato in causa dall'uomo: «Se infatti è male cadere in tentazione — preghiamo perché non dobbiamo soffrirne —, come non è assurdo pensare che Dio, buono, che non può portare frutti di male, getti uno in braccio ai mali?» (cap. XII, 11). Ecco la risposta di Origene: Dio non c'entra, perché ha creato nella totale libertà l'anima dell'uomo: «Penso che Dio si prenda cura di ciascun'anima razionale, mirando alla sua vita eterna; essa ha sempre il libero arbitrio e può di per sé trovarsi nella condizione ideale per salire fino alla vetta del bene o a discendere in vario modo, a causa della negligenza, a questo o a quell'abisso di male» (cap. XII, 13).

Ammiriamo piuttosto quale stupenda pedagogia di Dio si nasconda sotto la tentazione. Origene lo dice con una finissima analisi psicologica: «Ora, poiché una guarigione rapida ed accelerata produce in certuni un senso di leggerezza sulla gravità del male in cui sono caduti, perché ritenuto facile a curarsi, cosicché dopo il ristabilimento potrebbero piombare una seconda volta nella malattia; logicamente, in campo spirituale, Dio trascurerà quel crescere fino ad un certo punto del male, permettendo che trabocchi moltissimo come fosse inguaribile, affinché con questa stasi nel male, con la sazietà del peccato che hanno assaporato, essendo satolli, si accorgano del danno; ed odiando ciò che prima avevano abbracciato, possano con la guarigione godere più stabilmente della salute delle anime loro, venuta dall'essersi curati» (ibid.). La tentazione, insiste ancora Origene sapendo come sia un problema che tocca ognuno di noi, è per la purificazione dí noi stessi: «Lo scopo è di separarvi dalla vita senza più appetiti, ed una volta usciti, come puri da ogni desiderio, ricordando attraverso quali sforzi ve ne siete liberati, far sì che non cadiate più» (cap. XII, 14). Infine la tentazione è rivelazione di noi a noi stessi: «Vi è un'utilità della tentazione, ed è questa. I doni che la nostra anima ha ricevuto sono nascosti a tutti, anche a noi stessi, non a Dio però; per merito delle tentazioni diventano palesi, affinché non sia più tenuto celato il nostro vero essere, bensì conoscendoci percepiamo la nostra cattiveria — qualora intendessimo percepirla — e ringraziamo per le grazie che ci sono apparse nelle tentazioni» (cap. XII, 17).

La conversione dell'anima, operata dalla salutare tentazione, diventa allora una risposta dell'uomo alla paziente attesa dí Dio: «Dio non vuole che uno riceva del bene per costrizione, ma volontariamente; forse alcuni, per la loro lunga consuetudine col male, a stento ne avvertono il lato ripugnante e a malapena lo ricacciano perché erroneamente lo scambiano per la bellezza» (cap. XII, 15).

Il solo Matteo contiene come finale della preghiera del Signore un'invocazione esplicita, insita già certamente nella precedente: «Ma liberaci dal maligno» (Mt 6, 13). Quale ne sia il significato, Orígene così spiega: «Ora Dio ci libera dal Maligno non quando il nemico in guerra con noi ci attacca a fondo con qualsiasi insidia e coi ministri della sua volontà, ma quando ne usciamo vincitori perché ci ergiamo virilmente di fronte alle occasioni di lotta» (cap. XIII, 1).

Il nostro commento al Pater è suggellato da quest'immagine incisiva del cristiano che esce vittorioso dalla tentazione per ergersi trionfante sulla potenza di Satana, il nostro avversario che è sempre stato presente nella meditazione del grande Alessandrino. Origene aveva, all'inizio della sua esegesi, dichiarato programmaticamente di voler con essa «considerare quanta potenza racchiuda la preghiera suggerita dal Signore» (cap. I, 1). Orbene, se la preghiera, come lo può attestare la prassi quotidiana di innumerevoli oranti, è comunione con Dio, quale orazione se non il «Padre nostro» contiene un genere di suppliche che sono la via più idonea di avvicinamento a Lui? Il discepolo di Gesù, recitando il Pater, impara ad esaltare il nome di Dio col dedicargli un tempio nella sua anima (cap. VII, 4); ad instaurare il suo regno col respingere gli inviti di Satana al peccato (cap. VIII, 3); a fare la sua volontà non trasgredendo le leggi di Dio (cap. IX, 6); a privilegiare la richiesta del pane eucaristico (cap. X, 9); a compatire quanti a diverso titolo gli sono debitori (cap. XI, 6-7); a prendere nella tentazione autocoscienza della pro-paci natura di peccatore e della fragilità umana (cap. XII, 17); a trionfare sul grande nemico spirituale, il Maligno (cap. XIII, 1). Tutti questi vantaggi che l'uomo di preghiera consegue, come amarli diversamente se non «potenza» (dùnamis) della preghiera?
E in questa valenza «dinamica» che ci sembra racchiuso il significato dell'insegnamento di Origene sulla preghiera.

La traduzione del De orazione (Perì euchès) di Origene, di cui fanno parte le pagine che seguono, è stata condotta sulla base del testo critico del Corpus di Berlino (Die griechischen christlichen Schriftsteller der ersten drei Jahrhunderte...), Origenes Werke, vol. I, Leipzig-Berlin 1899 (ed. Koetschau).



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