Articoli religiosi

Ebook - Queriniana Edizioni



Titolo: "I personaggi biblici del tempo pasquale"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Cabra P. Giordano
Pagine:
Ean: 9788839958020
Prezzo: € 6.65

Descrizione:

Nel Tempo liturgico di Pasqua i cristiani celebrano la memoria della risurrezione di Gesù. Riscoprono così il loro essere redenti: fanno esperienza della forza dello Spirito, conformano il loro essere e il loro operare alle "cose di lassù" (Col 3,1s.), riaffermano la loro appartenenza ecclesiale, rinnovano lo slancio missionario della comunità. In sedici, deliziosi ritratti, le principali figure bibliche del Tempo pasquale guidano lungo questo percorso, consentendo di riscoprire oggi l'entusiasmo iniziale della fede nel Risorto. L'incontro con il Risorto ha sconvolto le vite di discepoli e discepole di Gesù. Dopo la Pasqua, la loro conoscenza umana del Maestro di Nazaret si è evoluta fino a confluire nella fede matura nel Cristo: è lui il Signore! Attorno alla buona notizia, che non poteva non essere divulgata, è sorto il primo nucleo della Chiesa, il nuovo popolo di Dio. Oggi come allora, nella cinquantina pasquale i cristiani rivivono quel mistero inaudito: "Cristo, spezzati i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro". Riscoprono il loro essere redenti, fanno esperienza della forza dello Spirito, conformano il loro essere e il loro operare alle "cose di lassù", riaffermano la loro appartenenza ecclesiale. In questo cammino di esultanza, la Scrittura e la liturgia propongono all'attenzione dei fedeli alcune personalità esemplari: le donne al sepolcro e la madre di Gesù, il gruppo dei Dodici e in particolare Pietro, Giacomo, Giovanni.

 

DESCRIZIONE

L’incontro con il Risorto ha sconvolto le vite di discepoli e discepole di Gesù. Dopo la Pasqua, la loro conoscenza umana del Maestro di Nazaret si è evoluta fino a confluire nella fede matura nel Cristo: è lui il Signore! Attorno alla buona notizia, che non poteva non essere divulgata, è sorto il primo nucleo della Chiesa, il nuovo popolo di Dio.

Oggi come allora, nella cinquantina pasquale i cristiani rivivono quel mistero inaudito: «Cristo, spezzati i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro». Riscoprono il loro essere redenti, fanno esperienza della forza dello Spirito, conformano il loro essere e il loro operare alle «cose di lassù», riaffermano la loro appartenenza ecclesiale.

In questo cammino di esultanza, la Scrittura e la liturgia propongono all’attenzione dei fedeli alcune personalità esemplari: le donne al sepolcro e la madre di Gesù, il gruppo dei Dodici e in particolare Pietro, Giacomo, Giovanni. Agli apostoli si aggiungono poi Stefano e Filippo, Barnaba e Paolo. E non mancano figure femminili forse meno note, come Tabità e Damaris. Dalla lettura attualizzante dei vangeli della risurrezione e degli Atti degli apostoli nasce un originale percorso di lectio divina che aiuta ad aprire la mente e il cuore alla novità incessante dello Spirito. Per un annuncio cristiano convinto, appassionato e credibile.



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Titolo: "Ester. La seduzione del bene"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Rota Scalabrini Patrizio, Zattoni Mariateresa, Gillini Gilberto
Pagine:
Ean: 9788839967107
Prezzo: € 5.60

Descrizione:

Un libro per sperare ancora, ostinatamente, anche quando temiamo che tutto sia perso. Un libro per apprezzare la nostra bellezza e la sua forza di seduzione. Per credere ai semi di bellezza che un Dio provvidente ha seminato nella nostra storia.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

La trama del testo ebraico

Il libro di Ester, una delle cinque Megillóth, è il rotolo che viene letto nella festa di Purim e narra l'awentura di una giovane ebrea, che viene elevata al rango di regina e riesce così a sventare una persecuzione contro i suoi correligionari all'epoca del re persiano Assuero/Serse.

Seguiamo anzitutto la trama del testo più breve, cioè quello dell'edizione ebraica. La narrazione si apre con un sontuoso e prolungato banchetto (capp. 1s.) seguito da un altro più breve; in questa occasione la regina Vasti viene ripudiata dal re Assuero perché gli disobbedisce, mentre l'ebrea Adàssa/Ester diviene regina al suo posto.

Compaiono anche due personaggi maschili: l'ebreo Mardocheo (2,5-7), che risulta essere zio di Ester e che sventa un complotto degli eunuchi contro Assuero, e l'agaghita Aman, discendente di Amalek, tradizionale nemico di Israele. Il conflitto tra i due scoppia subito e si dilata da inimicizia personale al progetto di un pogrom antiebraico, da condursi su larga scala in tutto l’impero persiano (cap. 3). Mardocheo fa intervenire Ester per scongiurare l’immane sciagura che sta per riversarsi sui Giudei (cap. 4).

La realizzazione del piano di Mardocheo ed Ester per mandare a monte il progetto di sterminio dei Giudei da parte di Aman si svolge in più tappe, mentre nel lettore cresce l’apprensione per la sorte dei perseguitati, perché nel frattempo Aman è sempre più sicuro della riuscita del proprio intrigo e prepara l’eliminazione di Mardocheo, l’odiato concorrente (5,9-14).

Ester si presenta al re (5,1-8) e causa la rovina di Aman, il cui perfido piano è denunciato al re che ha sempre più in simpatia Ester e che quindi è disponibile ad accogliere tutte le sue richieste. Alla fine, dopo un goffo tentativo di chiedere grazia alla regina Ester, che peggiora la sua situazione, Aman viene impiccato per ordine del re allo stesso patibolo che aveva fatto preparare per Mardocheo (capp. 6s.).

Allora Mardocheo assume il posto di Aman (8,1ss.) ed è premiato dal re che vuole ricompensarlo, sia pur tardivamente, per aver sventato un complotto contro di lui. Con il consenso del re, Mardocheo blocca il pogrom contro i Giudei progettato dal perfido Aman, il che diventa per la comunità ebraica dell’impero persiano motivo di una gioiosa festa (8,3–9,19). Oltre a questo aspetto di salvezza per i Giudei, vi è anche quello di una vendetta contro i responsabili della strage pianificata contro i Giudei. La vendetta si attua come sterminio dei maschi del popolo di Aman e viene realizzata nell’impero in una giornata e nella capitale in due giornate, il 13 e 14 di Adar, cioè un mese prima della Pasqua.

La parte finale presenta una particolareggiata esposizione della data e della regolamentazione della medesima festa di PGrîm e si sottolinea il carattere obbligatorio e non facoltativo di questa festa molto ‘laica’ (9,20-32). Il testo si chiude con una breve cornice narrativa nello stile del libro dei Re (Est 10,1-3).



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Titolo: "Alla ricerca dell'equilibrio interiore"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Grün Anselm
Pagine:
Ean: 9788839966148
Prezzo: € 7.50

Descrizione:

Si può imparare l'arte di vivere? Si possono conciliare le diverse esigenze che ci assalgono nella vita di ogni giorno? Si può praticare anche oggi l'antica virtù dell'imperturbabilità? Anselm Grün insegna a proporsi delle mete, a stabilire delle priorità e a organizzare il proprio tempo per trovare la pace e l'equilibrio dell'anima.

Oggi noi impariamo durante tutto l'arco della vita, impariamo mille cose. Ma impariamo anche le cose vere? Impariamo ciò che è davvero importante? Si può imparare l'arte di vivere, ci si può addestrare? Ancora: come possiamo conciliare le diverse esigenze che ci assalgono nella vita di ogni giorno? In che modo si uniscono i poli che si trovano in noi, come si conciliano i bisogni diversi e contrastanti che abbiamo? Può trovare equilibrio la nostra anima? Si può praticare anche oggi l'antica virtù dell'imperturbabilità che è stata tanto importante per i sapienti maestri dell'arte di vivere? Questo breve libro sulla "scuola di vita" di Anselm Grun, che è consigliere spirituale di molte persone, ci insegna come fare a proporci delle mete e a organizzare il nostro tempo. Sopportare le tensioni e trovare la pace interiore. Sviluppare buoni rapporti e arrivare tuttavia a noi stessi. Restare aperti. E al tempo stesso dare alla nostra esistenza la leggerezza e la gioia della vita, ogni giorno. Un piccolo libro sulla grande arte della vita sana e felice.

AUTORE

ANSELM GRUN, nato nel 1945, dottore in teologia e monaco benedettino, è priore amministratore dell'Abbazia di Munsterschwarzach in Germania. È noto come uno dei più fecondi e letti autori di spiritualità in campo internazionale. Tra le sue opere principali: - Come essere in armonia con se stessi; - Non farti del male.

 

INTRODUZIONE

Una piccola scuola di vita

La mattina del 7 agosto 1974 ero a Manhattan. I newyorkesi che in quel giorno, poco prima delle 8, uscivano come tutte le mattine dalle stazioni della metropolitana e delle linee ferroviarie suburbane per raggiungere i loro posti di lavoro e i loro uffici, si fermarono nelle strette e affollate vie di Manhattan. All’inizio erano pochi, poi sempre di più. Guardavano increduli verso l’alto, verso le Twin Towers, le torri argentee del Worl Trade Center che sarebbe stato inaugurato di lì a un anno. Lassù in alto, dove le cime dei grattacieli toccano quasi le nubi, si librava nell’aria un uomo. Era il funambolo francese Philippe Petit. Si muoveva a un’altezza di oltre 400 metri con un’asta di equilibrio su una sottile corda d’acciaio tirata tra le due torri con un dispositivo a balestra.

Era appena arrivato dall’altra parte quando arrivò lassù anche la polizia. Quando i funzionari bloccarono Philippe Petit e gli chiesero ragione del suo gesto, egli non capì bene la loro domanda: «Dovevo farlo – disse. È una necessità interiore. Quando io vedo tre arance, devo fare giochi di destrezza. E quando vedo due torri, devo andare». Raccontò poi che quando aveva visto le due torri di Notre-Dame di Parigi, aveva fatto la stessa cosa che adesso faceva a New York. I poliziotti di New York non gli credettero e lo spedirono in una clinica psichiatrica. Il medico però constatò che Philippe Petit non era matto. «È sano e sprizza energia da ogni parte», fu la sua diagnosi. Alla fine i poliziotti si fecero convincere che non aveva camminato sulla corda per destare scalpore, neppure per guadagnare del denaro o perché voleva esibirsi davanti alla gente. Si trattava solamente di un impulso interiore: aveva visto due torri e aveva sentito il bisogno di superare la distanza che le divideva. Alla fine poliziotti e funambolo si lasciarono in amicizia. L’artista non venne punito, ma dovette promettere di fare le sue esibizioni funamboliche davanti ai bambini di Central Park.

La stampa mondiale parlò dell’evento e gli artisti di tutto il mondo fecero di Petit un loro modello. Anche Henri J.M. Nouwen, il grande scrittore di testi spirituali che considerò sempre il circo un modello di vita spirituale, restò affascinato da Philippe Petit perché senza discutere fece quello che avvertiva dentro di sé come una necessità. Questa sensazione non è collegata soltanto a New York. Molti hanno visto all’opera i funamboli anche in un piccolo circo e ne sono rimasti affascinati. Da dove deriva questo fascino? Non fanno qualcosa di utile, non fanno fare passi avanti alla conoscenza, quello che fanno accade in poco tempo, è un evento di pochi minuti. Quando l’esibizione è finita, rimangono soltanto un sentimento e il ricordo di un’immagine. Tuttavia, in questa emozione e in questa immagine ci colpisce qualcosa che riguarda un livello più profondo e che ha a che fare con la paura che abbiamo per la nostra felicità. È il desiderio profondo di conservare il nostro equilibrio in situazioni difficili, la speranza di non soccombere malgrado tutte le minacce che incontriamo nella nostra vita.

Trovare il giusto equilibrio è un’arte. I funamboli esercitano quest’arte su una corda sospesa in alto, raccogliendo applausi e suscitando entusiasmo. Questo soprattutto quando esibiscono la loro arte dove noi per paura perderemmo l’equilibrio. Philippe Petit provava un impulso interiore che lo portava a mostrare che era possibile camminare sulla corda, sospeso lassù in alto, senza precipitare. E noi, da spettatori, siamo colpiti da questo misto di pericolo e sicurezza, di abilità, leggerezza e tensione, e siamo interpellati anche nella profondità del nostro sentire.La lingua stessa ci indica che cosa è in gioco anche in quest’esperienza: il termine tedesco Balance (bilanciamento, equilibrio) ha la stessa radice del vocabolo Bilanx (bilancio, bilancia). Il bilancio confronta e mette in equilibrio avere e dare, guadagni e perdite, entrate e uscite. Gli imprenditori li mettono a confronto e sperano di poter arrivare a fine anno a un bilancio in pareggio. Quello che vale per il risultato di un’azienda, possiamo applicarlo anche alla nostra vita personale. In questo senso si parla di «bilancio della vita». Quando facciamo questo bilancio, vorremmo che pareggiassero realizzazioni e delusioni, alti e bassi, gioie e dolori e vorremmo non trovarci in una situazione spirituale sbilanciata. Vorremmo essere in equilibrio interiore e non essere tirati verso il basso dalla forza di gravità.

I latini parlano qui di «aequo animo», di equilibrio dell’animo o di equanimità. San Benedetto chiede al cellerario, che è il responsabile dell’andamento economico del monastero, che assolva il suo compito «aequo animo». Aspetti interiori ed esteriori devono essere in sintonia. Al termine dell’anno il cellerario deve presentare al monastero non soltanto un buon bilancio, deve fare un bilancio anche di se stesso. I problemi dell’amministrazione non lo devono distogliere dall’equilibrio interiore, ma egli deve valutare ogni cosa con spirito tranquillo e di larghe vedute. Per Benedetto l’equilibrio ha bisogno di apertura e ampiezza d’animo. Chi è contratto non riesce a reggere. Può essere facilmente travolto. Abbiamo bisogno di apertura e di ampiezza d’animo per non perdere l’equilibrio alla prima delusione o alla prima offesa.

Lo psicologo svizzero C.G. Jung dice che ogni essere umano ha sempre in sé due poli: il polo dell’intelletto e del sentimento, dell’amore e dell’aggressività, della coscienza e dell’inconscio, del maschile e del femminile. L’arte dell’incarnazione consiste nel tener conto di tutti e due questi poli. Per lo più accade invece che l’essere umano nella prima metà della vita vive in modo consapevole soltanto un polo. Allora il secondo finisce nell’inconscio. Qui Jung parla di ombre. Nell’ombra c’è tutto ciò che abbiamo escluso dalla vita. Ma finché questo resta nell’ombra, esercita un effetto distruttivo sulla nostra anima. Il sentimento represso si manifesta in sentimentalismi, siamo sommersi dai sentimenti e non riusciamo più a rapportarci a essi in modo adeguato. L’aggressività repressa si manifesta in severi giudizi sugli altri o in atteggiamenti di depressione. Spesso l’aggressività dormicchia sotto una facciata cordiale. Dietro questa cordialità però si notano le frecce che questa persona scaglia con forza. Per diventare se stessi è necessario accettare l’ombra e integrarla. Dobbiamo mettere in equilibrio conscio e inconscio. Quest’equilibrio tuttavia non è qualcosa di statico. Gli psicologi preferiscono parlare di «equilibrio instabile». Dobbiamo continuamente ritrovare quest’equilibrio vitale.

Nella tradizione spirituale dell’ultimo secolo è stato soprattutto il filosofo della religione Romano Guardini a interessarsi della giusta tensione e del giusto equilibrio dell’uomo. La sua spiritualità si basa quindi su una filosofia dell’antitesi, che questo pensatore ha sviluppato. In essa Guardini afferma che ogni essere vivente si presenta come antitesi: antitesi di dinamica e statica, di forma e volume, di totalità e individualità, di originalità e regola, di immanenza e trascendenza. La vita è sempre bilaterale, polare. Eppure essa esige unità. Quest’unità però non toglie l’antitesi, ma crea una tensione nuova, un buon equilibrio. Guardini si oppone quindi a tutte le esagerazioni che si manifestano continuamente nella spiritualità cattolica. Guardini si colloca qui in una buona e lunga tradizione. Infatti già i primi monaci pensavano che «ogni eccesso proviene dai demoni». Dicevano che se io mi preoccupo soltanto di essere pio e scavalco i miei bisogni umani, spesso la mia religiosità sarà inficiata da bisogni banalissimi, come per esempio il bisogno di riconoscimento e di attenzione, di potere e di valore. La verità di quest’affermazione mantiene ancora oggi tutta la sua validità.

Si potrebbe definire questo piccolo libro anche una «Piccola scuola di vita». «Non dobbiamo imparare per la scuola, ma per la vita», si dice da sempre. Oggi i pedagogisti, quando osservano le esigenze sempre nuove della società moderna, parlano di apprendimento per tutto il corso della vita. Noi oggi impariamo molto, ma c’è troppo poco spazio per la scienza elementare della vita, che in passato veniva trasmessa dalla tradizione o dagli esempi personali. Infatti non si tratta solamente di acquisire abilità che possiamo impiegare e sfruttare. Quanto meno di questo non si tratta quando parliamo di una vita buona e riuscita. Se il problema è capire che cosa genera una vita ordinata e sensata, è necessario considerare anche il giusto equilibrio, il bilanciamento tra le diverse pretese che assalgono l’individuo da ogni parte, occorre trovare il giusto atteggiamento di cui abbiamo bisogno perché la nostra vita possa procedere bene. Ogni giorno dobbiamo ‘addestrarci’ in questo equilibrio. È un esercizio sempre nuovo che dobbiamo fare.

La maturazione e lo sviluppo non hanno termine. Nella scuola della nostra vita dobbiamo trovare in noi stessi il giusto equilibrio tra i poli. Perciò i quindici capitoletti di questa scuola di vita sono sempre svolti in modo da considerare, accanto a un aspetto determinato, anche il suo opposto.

Io sono debitore a san Benedetto per questo tipo di scuola di vita. Benedetto ha scritto nella sua Regola di voler istituire per i monaci una scuola del servizio del Signore: «Speriamo, nel farlo, di non avere a stabilire nulla di gravoso e di pesante. Ma dovesse anche seguirne qualche cosa di più rigoroso, suggerito da una giusta considerazione per l’emendazione dei vizi o per la conservazione della carità, non lasciare subito, impaurito, la via della salvezza, che non si può intraprendere se non per un ingresso stretto. Col progresso poi della vita spirituale e della fede, dilatato il cuore, con indicibile sovranità d’amore, si corre la via dei comandamenti di Dio» (RB, Prologo 46-49 [ed. it., Vita di San Benedetto e la Regola, Città Nuova, Roma 1995, 111-113]).

Benedetto vuole insegnare ai suoi monaci la polarità della vita. Attraverso la strettezza il monaco arriva all’ampiezza. Benedetto non vorrebbe proporre nulla di duro. Ciononostante, esorta i suoi monaci ad accettare una certa austerità. Per diventare persone sagge e mature c’è sempre bisogno dunque dei due poli. Benedetto parla di arte spirituale, di ars spiritualis. Vuol dire che il monaco deve apprendere una certa abilità in quest’arte della vita sana. A tale scopo ha bisogno di strumenti e di un laboratorio. Per Benedetto questo laboratorio è lo spazio di vita dei suoi monaci, il monastero. Gli strumenti sono gli insegnamenti della Bibbia e le conoscenze della tradizione ecclesiastica.

Il nostro laboratorio, il nostro luogo di apprendimento è la nostra vita quotidiana. E la scuola di vita – come ogni scuola e ogni apprendimento – ha bisogno di esercizio, di ascesi. Nella filosofia greca della Stoà ascesi significa addestramento alla virtù. L’ascesi è sempre anche addestramento alla libertà interiore. Benedetto afferma che i monaci si addestrano benissimo alla libertà interiore e alla virtù se utilizzano gli strumenti dell’arte spirituale e vanno quindi alla scuola di un maestro spirituale nel laboratorio del monastero.

Vorrei quindi invitarti, caro lettore, cara lettrice, a frequentare nelle pagine che seguono la scuola dei maestri della vita spirituale che sono stati e sono anche i miei maestri e ad apprendere così l’arte della vita sana.



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Titolo: "Senza l'amore sarei nulla. L'inno alla carità di 1 Corinzi 13"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Cabra P. Giordano
Pagine:
Ean: 9788839967114
Prezzo: € 6.65

Descrizione:

Una lectio divina sull'inno alla carità, caratterizzata dalla costante presenza di testi di san Francesco di Sales a commento delle parole ispirate di san Paolo. Come quest'ultimo, anche il grande vescovo e dottore della Chiesa ha una visione totalizzante dell'amore. E sa coglierne i diversi aspetti guardando sempre alla loro fonte prima e perenne, il Dio trinitario. La carità non è solo necessaria per piacere a Dio e al prossimo, ma è anche indispensabile per la vita quotidiana del semplice cristiano, dell'apostolo, del missionario.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Mai come in questi anni le nostre comunità cristiane e di vita consacrata si sono tanto impegnate sul fronte della carità, a tutti i livelli e in varie forme, e mai come oggi hanno bisogno di riflettere sul vissuto per non smarrire la bellezza della figura evangelica della carità. Questo volumetto meditativo sull’inno di Paolo alla carità, secondo il metodo della lectio divina, centra dunque un bisogno oggi essenziale nella chiesa e merita il nostro plauso.

San Paolo nelle sue lettere torna spesso sul tema della carità. Aveva capito che la riuscita della vita cristiana risiede nella carità tra fratelli e sorelle nella fede. Alle comunità della Galazia egli scrive che la pienezza della legge è l’amore del prossimo (Gal 5,14s.); e per ‘prossimo’ intende qui i fratelli nella fede: «Pratichiamo il bene verso tutti, ma soprattutto verso i fratelli nella fede» (Gal 6,10).

Un testo paolino che sempre mi affascina nella Prima lettera ai Corinzi è: «Se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità non sarei nulla» (1 Cor 13,2). Queste parole possono valere come verità generale, che presuppone e insieme compendia tutto un ampio discorso sul valore fondante dell’amore per l’identità del cristiano sia nell’oggi della storia sia nell’éschaton. Questi due momenti si richiamano necessariamente l’un l’altro: da una parte è vero che, se l’amore è determinante per definire oggi la persona religiosa, esso deve anche essere coestensivo alla sua esistenza e quindi durare indefinitamente; ecco perché poche righe dopo, nella stessa pagina paolina, si legge che «l’amore non avrà mai fine» (13,8); dall’altra parte è certamente anche vero che, se l’amore non verrà mai meno in futuro, è segno che di esso davvero non si può fare a meno neanche nel presente. Infatti, come si sa, ciò che non ha futuro è per natura caduco, mentre ciò che è eterno, come la parola di Dio, è essenziale.

Mi ha colpito molto ciò che ha detto Benedetto XVI il 6 ottobre 2008, durante il Sinodo dei vescovi sulla parola di Dio, quando ha affermato:

La parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura [...]. Solo la parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella parola di Dio il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza. Realista è chi scopre che cosa è la realtà e trova in questo modo il fondamento della sua vita, come costruire la vita.

Parlando di amore nella Scrittura e in san Paolo, dunque, parliamo di qualcosa che caratterizza la nostra vita alla radice, cioè semplicemente “ci fa essere”. Di quale amore si parla?

Ma qual è il significato del termine ‘amore’? La lingua greca utilizza tre vocaboli, ciascuno dei quali ha una sfumatura diversa.

Il primo, il più noto, è éros: cantato dai poeti, questo ‘amore’ è fatto oggetto di riflessione anche dai filosofi; tra questi spicca Platone che lo definisce sì di natura divina, ma come un dio imperfetto, figlio di Povertà e di Espediente, così da essere perennemente in tensione verso qualcosa di cui è privo (non solo in direzione orizzontale verso l’essere umano, ma anche in verticale verso Dio) e che vuole raggiungere a qualunque costo: è l’ebbrezza; se non è purificata, è degradazione dell’uomo.

Il secondo vocabolo è philía, ‘amore di amicizia’: ripensata soprattutto da Aristotele, suppone una eguaglianza tra coloro che la sperimentano ed è fondata sulla reciprocità, cioè sulla constatazione di qualcosa di amabile che viene condiviso come bene comune dai partner e che ciascuno dei due però riconosce nell’altro anche come utile per sé. Epicuro la definisce addirittura come «il bene più grande», che riproduce nel mondo le caratteristiche della vita degli dèi.

Il terzo vocabolo è agápé: genericamente ha significato di ‘affetto’; nel greco classico è un termine piuttosto raro e deriva dal verbo agapân che vuol dire soltanto ‘trattare con affetto, con cura, aver caro’. La cosa sorprendente è che, mentre nel Nuovo Testamento è omesso del tutto il primo dei tre termini e il secondo viene impiegato solo una volta in senso negativo (cfr. Gc 4,4: «Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio?»), è proprio il terzo vocabolo invece che è stato assunto dal linguaggio cristiano e arricchito enormemente, fino a significare sia l’amore di Dio verso l’uomo, sia l’amore del cristiano verso Dio, sia l’amore vicendevole tra i cristiani e verso gli esseri umani in generale. Questo caratterizza, in maniera del tutto originale e tipica, il Nuovo Testamento e quindi il cristianesimo, che nel latino tradurrà il termine greco agápé preferibilmente con caritas, ‘carità’.

Per comprendere esattamente l’importanza e il significato dell’amore (agápé) dal punto di vista biblico e cristiano, sbaglieremmo a partire dall’idea di un comandamento, come se l’amore fosse qualcosa di imposto dall’esterno. Del resto, anche solo a livello psicologico, si sa bene per esperienza che lo stesso amore umano non può essere comandato. Infatti, non c’è nulla di più personale e spontaneo dell’amore, che parte autonomamente dal di dentro: basta lasciarlo fare. Tutt’al più, a comandare l’amore dal punto di vista umano è l’amabilità del partner, cioè sono la sua bellezza, la sua intelligenza, la sua bontà. L’amore in senso cristiano, invece, cioè l’agápé, scatta là dove di desiderabile non c’è proprio nulla. Lo si vede sia nell’Antico Testamento, dove Dio dice a Israele: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli..., ma perché il Signore vi ama» (Dt 7,7s.), sia soprattutto nel Nuovo, dove Paolo scrive: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Km 5,8). Già da questi testi, e specie da san Paolo e dall’apostolo Giovanni, ricaviamo alcune caratteristiche dell’agápé assolutamente fondamentali per la nostra vita di persone credenti.



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Titolo: "Lo spazio interiore"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Grün Anselm
Pagine:
Ean: 9788839966094
Prezzo: € 4.80

Descrizione:

Dentro ciascuno di noi c'è uno spazio in cui ci è dato di essere interamente noi stessi. Lì ci sentiamo protetti, al sicuro. Lì possiamo sfuggire alla tirannia della quotidianità e concentrarci su noi stessi. Lì diveniamo liberi. In quello spazio di autenticità Dio abita in noi.



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Titolo: "Percorsi nella depressione. Impulsi spirituali"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Grün Anselm
Pagine:
Ean: 9788839966131
Prezzo: € 9.60

Descrizione:

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Titolo: "Il matrimonio"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Grün Anselm
Pagine:
Ean: 9788839968043
Prezzo: € 4.20

Descrizione:

L'autore spiega come va inteso il matrimonio cristiano e quale sia la sua essenza più profonda, introduce nella celebrazione, così come effettivamente avviene, e infine fornisce nuovi spunti affinché questo sacramento possa divenire una autentica benedizione per la vita a due.



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Titolo: "Toccati dall'invisibile"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Benedetto XVI (Joseph Ratzinger)
Pagine:
Ean: 9788839976024
Prezzo: € 19.60

Descrizione:

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