Articoli religiosi

Ebook - Edizioni Messaggero Padova



Titolo: "Nella libertà la verità. Lettura francescana della filosofia occidentale"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Orlando Todisco
Pagine:
Ean: 9788825034967
Prezzo: € 28.00

Descrizione:

La "scuola francescana" come guida al pensiero filosofico occidentale. La sollecitazione a un nuovo stile di pensiero, secondo il quale la verità è la forma che la libertà in esercizio assume nel tempo.

INTRODUZIONE

«La concezione più profonda – scrive G. Simmel – è quella per cui esistono a priori soltanto diritti, per cui ogni individuo ha pretese – sia generalmente umane sia derivanti dalla sua situazione particolare – che soltanto come tali diventano doveri di altri soggetti». È il primato del diritto-a-essere, motivo sotterraneo della filosofia occidentale, diventato, con la filosofia moderna, programmatico e, con le filosofie del Novecento, l’orizzonte entro cui hanno preso volto proposte e movimenti di varia natura. Il dovere non è al primo posto, essendo piuttosto correlato del diritto. Detto in altro modo. Nel solco della razionalità greco-medievale, la modernità ha messo in luce l’anima giuridica di tale razionalità: l’essere è diritto-a-essere. L’età contemporanea da parte sua ha tradotto tale anima giuridica in diritti soggettivi, sociali, civili, individuali, in una sorta di sostanziale autoreferenzialità dell’io.

Alla luce di tale piega esistenziale, si tenta qui una rilettura della filosofia dell’Occidente, ispirata a siffatta razionalità, la cui stretta finale ha luogo con la filosofia moderna, quando l’esistere viene esplicitamente inteso come realizzazione di un diritto – conatus essendi di Spinoza o exigentia existendi di Leibniz o struggle-for-life di Darwin. L’età contemporanea ne ha tratto le conseguenze, dando vita a una stagione rivendicativa sia a livello sociale che propriamente politico. Per contrasto, si impone l’originalità della Scuola francescana, per la quale il punto di partenza non è il diritto-a-essere, ma il dono-di-essere, non l’altro in quanto contende o impone qualcosa, ma l’altro in quanto dà ciò che potrebbe non dare, sicché l’io è consapevole di essere perché colui che avrebbe potuto non volerlo lo ha voluto. Si è in un altro territorio, qualificato da un’ontologia che non si richiama all’essere in quanto essere, ma all’essere in quanto liberamente donato, dunque oltre l’alternativa diritto-dovere, entro la logica della libertà creativa nella gratuità.

A questo duplice registro di lettura delle tappe più significative della filosofia occidentale vorrei qui richiamarmi: uno descrittivo, nel senso che cerca di ricostruire la logica sostanzialmente rivendicativa dell’essere come diritto-a-essere, alla cui luce la filosofia occidentale si è sviluppata; l’altro prescrittivo, nel senso che allude alla logica sostanzialmente oblativa dell’essere, propria della filosofia francescana, per un auspicato nuovo modo di far filosofia. Da una parte la filosofia dell’essere come ciò che è in-sé ed è per sé, anche se non da sé, dall’altra la filosofia dell’essere come ciò che è in relazione o essere-per-l’altro; l’una è l’ontologia dell’autoaffermazione, l’altra l’ontologia della dedizione. A sostegno di questa sponda di confronto, paiono illuminanti non poche suggestioni teoretiche dei maestri francescani, da Alessandro d’Hales a Bonaventura, da Pietro di Giovanni Olivi a G. Duns Scoto, da Guglielmo d’Occam a Raimondo Lullo, la cui lezione concorde è costituita dal primato della libertà, del bene, dell’imprevedibile. Lezione da prendere sul serio se è vero che siamo al bivio del processo di razionalizzazione di tutti gli ambiti dell’essere, del sapere e dell’operare. Infatti, questo obiettivo primario della filosofia occidentale – procedere alla trasfigurazione razionale di tutto ciò che è, comprese le religioni – è contraddetto, nell’epoca contemporanea, dall’esplosione dell’irrazionalità, di cui sono prove irrefutabili le due guerre mondiali, i due regimi totalitari, il corteo di guerre di fine Novecento e del primo decennio del nuovo millennio.

Con la crisi di tale processo di universale razionalizzazione il territorio, nel quale ci si trova a vivere e a pensare, appare attraversato da correnti contrapposte, che non pare ragionevole ridimensionare o misconoscere. Le molte espressioni teoretiche e socio-politiche di segno relativistico, agnostico, consumistico, sono spie preziose del carattere conflittuale delle forze in campo e confermano la necessità del loro trascendimento. Il diritto-a-essere è solo la voce gridata in un tempo di deriva, da accogliere, senza però lasciare in ombra la voce dei tanti che sono senza voce, facendo leva sulla forza della civitas Dei, vestita della veste luminosa di madonna povertà, per un dialogo a tutto campo, in libertà. In quanto abitante della civitas hominis e insieme custode della civitas Dei, il magistero della Chiesa cattolica non può non dare il suo contributo all’affermazione di tale libertà, non senza però mettere in chiaro la genesi di quei contrasti, che ne hanno segnato il cammino, problematizzando il volto, censorio e reattivo, assunto nella storia, soprattutto nei passaggi epocali.

La fecondità – e l’urgenza – di questa nuova prospettiva sta nella necessità di superare la discrepanza, variamente alimentata, tra il sapere, il produrre, il sentire, l’immaginare, l’amare, che è, forse, la radice ultima delle pagine buie della storia contemporanea. Infatti, circa i genocidi di ieri – nazismo-stalinismo – e di oggi – non solo in Rwanda ma anche nella vicina ex Jugoslavia – come dei conflitti sparsi in tante parti del globo, quale la riflessione più pertinente? Pare che queste pagine siano il frutto avvelenato della disarmonia tra quanto sappiamo e possiamo produrre, e quanto effettivamente sentiamo, immaginiamo e amiamo. Noi possiamo immensamente più di quanto siamo in grado di immaginare, sentire o amare, al punto da ritrovarci sognatori capovolti: il sognatore un tempo immaginava più di quanto poteva; noi oggi possiamo più di quanto immaginiamo.

Il passo storico del sapere e della tecnica è molto più lungo e rapido del passo soggettivo dell’immaginare, del sentire e dell’amare di ognuno di noi. Chi sgancia la bomba su Hiroshima conosce gli effetti, non immagina il disastro, né sente quel dolore. È la tesi de La banalità del male di Hannah Arendt. Il sapere e il potere non procedono assieme all’immaginare e all’amare. Il potere e il sapere si sono dissociati dal sentire e dall’amare. Il sentire è inferiore al sapere; il produrre è superiore all’amare. Quale la grave conseguenza? L’irrilevanza del sapere stesso, nel senso che non sta in esso la chiave risolutoria dei problemi, dal momento che ogni sapere, animato dal dirittto-a-essere, procede per suo conto. Puoi sapere tutto di un eccidio in atto e sorbire un buon tè, in tranquillità. Siamo alla consumazione della divaricazione tra cultura scientifico-tecnica e cultura umanistica e dunque all’assenza di una forza che tenga insieme i molti versanti del vivere e del pensare.

Che cosa allora è davvero necessario per una pacifica forma di cittadinanza cosmopolitica? La riarmonizzazione delle facoltà, mutando registro interpretativo del reale e dunque del pensare e del vivere. Certo, si vive, si pensa, si opera al­l’interno del sistema, e il sistema è più della somma delle parti, con una dura resistenza alle perturbazioni e una forte tendenza al ristabilimento dell’equilibrio. Non è sufficiente un ritocco. È necessario agire sulla forza coesiva, sul motivo ispiratore dell’insieme, perché poi il cambiamento abbia a ripercuotersi sui singoli componenti. Ebbene, il motivo ispiratore della filosofia occidentale è il diritto-a-essere o l’autoaffermazione – ognuno per suo conto – il cui impulso è stato variamente tradotto nell’ambito scientifico-tecnico, come in quello umanistico, con l’evidente dissociazione del­l’uno dall’altro e l’innegabile trionfo del primo sul secondo. Da qui la disarmonizzazione del nostro essere. Noi sappiamo e produciamo, ma non immaginiamo, sentiamo e amiamo con la stessa ampiezza e rapidità. Come far fronte a tale schizofrenia o a tale discrepanza, se non procedendo al cambio della forza propulsiva del sistema – l’essere come diritto-a-essere – e dunque al cambio del registro interpretativo del reale?



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Titolo: "Una pietra scartata"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Ronzoni Giorgio
Pagine:
Ean: 9788825036350
Prezzo: € 7.35

Descrizione:

Una preziosissima e gioiosa testimonianza di fede e comunità. Con ironia e sincerità don Giorgio Ronzoni racconta la sua esperienza attraverso il tremendo incidente d'auto, la paralisi quasi totale e il ritorno, nonostante tutto, alla sua parrocchia.

INTRODUZIONE
di Gianpiero Dalla Zuanna

Giorgio Ronzoni scopre la sua vocazione in parrocchia e nel mondo dell’Azione cattolica, ed entra in seminario alla fine del liceo scientifico, nell’ottobre del 1980. Appena ordinato sacerdote, per tre anni è viceparroco a Santa Croce, parrocchia del centro di Padova. Poi va a Roma a studiare catechetica all’Università Salesiana. Tornato a Padova nel 1995, per tredici anni dirige l’Ufficio catechistico diocesano e insegna in seminario. Intanto, continua a studiare, a predicare esercizi spirituali, a scrivere di pastorale, a coltivare qualche passione, come la musica e l’arrampicata in montagna. In quegli anni, don Giorgio scrive una rubrica di catechesi per il settimanale diocesano, molto letta per la chiarezza dei contenuti, ma soprattutto perché intrisa di arguzia e umorismo. Don Giorgio è nato a pochi chilometri da Giovannino Guareschi, e l’umorismo ce l’ha nel sangue, come l’amore per la cucina emiliana.

Nel settembre del 2008, don Giorgio diventa parroco di Santa Sofia, un’altra parrocchia del centro di Padova. Qui si divide fra l’attività pastorale ordinaria e il difficile impegno di coordinare il restauro radicale di uno dei monumenti più insigni dell’arte romanica italiana. Sfrutta l’esperienza di scrittore umoristico per comunicare ogni settimana con i suoi parrocchiani, attraverso «Pace a voi», il bollettino parrocchiale.

Il 7 agosto del 2011, don Giorgio sbaglia una curva della statale Valsugana ed esce di strada, schiantandosi dopo un volo spaventoso. Viene salvato in extremis, ricoverato con la schiena rotta all’ospedale di Vicenza. Dopo un lungo percorso di cura e riabilitazione, don Giorgio resta tetraplegico, anche se riacquista parte dell’uso del braccio sinistro.

Venti giorni dopo l’incidente, dal letto della rianimazione don Giorgio detta il suo primo nuovo «Pace a voi», che per alcuni mesi diventa lo strumento principale per parlare con i suoi parrocchiani. Senza mai rinunciare all’umorismo, don Giorgio condivide la sua storia: la speranza di guarire; la consapevolezza del suo nuovo stato; la caparbia volontà di acquisire il massimo possibile di autonomia; la gioia di poter concelebrare e poi celebrare la messa; la gratitudine verso i suoi parrocchiani per aver chiesto al vescovo di mantenerlo a fare il parroco malgrado le limitazioni fisiche, creando le condizioni perché questo potesse accadere; la gioia per il ritorno in parrocchia, prima nei week end, poi definitivamente, nel settembre del 2012.

Questi brevi testi raccontano anche un’altra storia. Don Giorgio scopre di essere chiamato a un ministero nuovo. Il Signore gli chiede di seguirlo in modo radicale, per confermare nella fede i suoi parrocchiani, i suoi amici e i suoi lettori attraverso un difficile viaggio di kenosis, di svuotamento delle sue precedenti certezze. Per imitare Cristo nella debolezza, piuttosto che nella forza. Seguendo le tappe dell’anno liturgico, don Giorgio illustra da questa nuova prospettiva il Natale, la Pasqua, la prima comunione, la cresima, la giornata del malato, la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ma anche l’apertura del patronato, l’ansia per l’enorme debito parrocchiale…

Non è un caso se il vescovo Antonio Mattiazzo ha deciso di confermare a un prete tetraplegico il mandato di parroco. Al di là della vicenda personale di don Giorgio, questa scelta è il frutto di un lungo cammino di valorizzazione della disabilità nella chiesa padovana. Un cammino che – negli ultimi decenni – ha conosciuto tappe importanti.

L’OPSA (Opera della Provvidenza di S. Antonio) sorge nei pressi di Padova nel 1955 per iniziativa del vescovo Girolamo Bortignon. Oggi ospita più di 600 disabili, assistiti da 500 dipendenti, 45 religiose e più di 200 volontari. Recentemente, l’OPSA ha realizzato al suo interno la Casa Madre Teresa di Calcutta, per l’assistenza dei malati di Alzheimer.

Numerose cooperative sociali, con il coinvolgimento attivo di disabili, sono nate per iniziativa di sacerdoti e laici della chiesa padovana. Ad esempio, la Cooperativa Sociale Leg.Art. è nata a Padova nel 1979, per iniziativa di don Augusto Busin, con l’intento di occupare persone con handicap psico-fisici. Leg.Art. è ormai da trent’anni nel mercato della rilegatoria e del restauro libri; la scommessa (per ora vinta) è stata quella di correre alla pari con gli altri operatori del mercato. Attualmente Leg.Art. conta sei soci lavoratori, quattro soci volontari, tre soci operatori. Nel 2000 su impulso di Leg.Art. è sorta un’altra cooperativa sociale che gestisce un Centro diurno per disabili e offre spazio a persone con handicap più gravi.

L’associazione Saint Martin CSA (Apostolato sociale cattolico) è nata nel 1997 a Nyahururu (200 chilometri a nord di Nairobi), nelle missioni padovane in Kenya, su iniziativa di don Gabriele Pipinato, sacerdote diocesano. L’organizzazione lavora con un approccio comunitario, secondo cui è la comunità stessa a farsi carico dei bisogni dei suoi membri attraverso i mezzi di cui dispone: il suo obiettivo diretto non sono i beneficiari, ma la promozione di solidarietà all’interno della comunità. Il lavoro del Saint Martin viene svolto grazie a una rete di oltre 1400 volontari provenienti dalle comunità, che lì risiedono. Questi volontari lavorano a tutti i livelli dell’organizzazione, inclusi quelli gestionale, di programmazione e di direzione dei vari programmi. Il lavoro dei volontari viene supportato da una squadra di circa cento membri del personale. Le attività del Saint Martin sono organizzate in programmi comunitari specifici, ma allo stesso tempo interdipendenti tra di loro, che si occupano rispettivamente di: persone con disabilità; bambini di strada; pace e riconciliazione; malati di Aids e abuso di alcol e droghe.

Infine, non va dimenticata la continua e silenziosa opera di valorizzazione e integrazione dei disabili nella vita delle parrocchie. Perché nessuno, come il paralitico di Betzatà, sia più costretto a dire: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me» (Gv 5,7).

L’integrazione della disabilità nella vita della chiesa ha un significato che va oltre l’aiuto verso i più deboli. Con storie come quella di don Giorgio, la chiesa ricorda a se stessa «di non essere una Ong filantropica, ma la sposa del Signore» (discorso di insediamento di papa Francesco). La chiesa confessa che «il Signore mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12,9). È grazie a scelte come queste che la chiesa ha ancora molto da dire agli uomini di oggi.

I «Pace a voi» riportati in questo libretto vanno da quello successivo all’incidente (28 agosto del 2011) a quello del 29 giugno, scritto al ritorno da un pellegrinaggio a Lourdes, quando il reinserimento di don Giorgio in parrocchia può dirsi compiuto. Li riportiamo integralmente, con alcune note indispensabili per rendere comprensibile il significato di qualche passaggio.

L’ultima parte del libro è la trascrizione di un’intensa conversazione pubblica fra don Giorgio e Damiano Zampieri – presidente della sezione di Padova dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare, anch’egli disabile in carrozzina – avvenuta il 28 febbraio 2013 nel corso de «La pietra scartata», evento annuale organizzato da varie realtà padovane (Fondazione Fontana, Centro missionario, Atantemani, OPSA, UILDM e Ufficio catechistico) che dal 2010 aiuta a riflettere come nelle comunità i «poveri», le persone «fragili» siano un’opportunità per riconoscere le nostre debolezze e aiutarci a rendere sempre più autentiche e profonde le nostre relazioni. Questa conversazione fra due persone toccate dalla sofferenza, ma non sconfitte, è la sintesi commovente e nello stesso tempo lucida, di percorsi di vita difficili, ma dove la luce riesce a vincere le tenebre.



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Titolo: "Etica civile nella modernità"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Autiero Antonio
Pagine:
Ean: 9788825036268
Prezzo: € 4.90

Descrizione:

Con l’etica civile si apre per il cristianesimo e la modernità uno spazio nuovo di riconciliazione. L’etica civile, infatti, favorisce la consapevolezza di libertà che diventano diritti per cui vale la pena impegnarsi, propizia la fine dell'indifferenza, amplia la capacità di ospitare ciò che è altro da sé. I contributi di Autiero e Magatti articolano il discorso intorno alle multiformi, appassionanti e complementari sfide poste da un rinnovato slancio dell’etica civile; in vista di un’assunzione di responsabilità e cura per il destino dell’uomo, verso il comune compito di formare un nuovo «cittadino etico».

DESTINATARI

Tutti.

AUTORE

ANTONIO AUTIERO ha insegnato teologia morale alla Facoltà teologica di Napoli e in seguito in Germania a Bonn, Saarbrücken e all’Università di Münster, dove dal 1991 è professore ordinario e direttore del Seminar für Moraltheologie. Membro di numerose associazioni scientifiche, le sue pubblicazioni spaziano dai temi di morale fondamentale a quelli di etica applicata. Nella sua attività di ricerca si dedica con particolare attenzione alle questioni bioetiche di inizio e fine vita e al tema più generale dell’etica della scienza. MAURO MAGATTI, sociologo ed economista, insegna sociologia della globalizzazione e analisi e istituzioni del capitalismo contemporaneo presso l’Università cattolica di Milano. Dal 2008 dirige il Centre for the Anthropology of Religion and Cultural Change. È membro del comitato editoriale dell'«International Journal of Political Anthropology», del comitato scientifico e di redazione di diverse riviste. Tra le ultime pubblicazioni: La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto (Feltrinelli 2012), Pensare il presente (Nuova Editrice Berti 2013).

 

PRESENTAZIONE
di Lorenzo Biagi

È un dato di fatto che la lettura più nota e accreditata dei rapporti tra cristianesimo e modernità è quella che è stata felicemente riassunta dallo storico francese Émile Poulat come un «processo di reciproca esclusione». Un luogo comune, un’evidenza affermata, e quel che procura crescenti difficoltà anche per la nostra attuale riflessione, un orizzonte insuperabile: se c’è cristianesimo non ci può essere modernità, se c’è modernità non ci può essere cristianesimo. Declinare tale luogo comune in chiave militante, ha ovviamente generato nella storia partiti contrapposti, anche se variamente articolati secondo sfumature interpretative diversificate, senza per questo far progredire fruttuosamente un’ermeneutica del moderno bisognosa di maggiore discernimento e lungimiranza. Anche perché, è bene dirlo subito, la modernità più che un’epoca storica nel senso storicistico rappresenta un processo, quasi un «dinamismo conquistatore», lo definisce Poulat. Insomma, la modernità non è una ripartizione temporale limitata e conchiusa; se essa ha un inizio, anch’esso oggi lo scopriamo più all’insegna di un processo di gestazione, lunga e laboriosa, piuttosto che come un punto fermo d’inizio. Se essa, poi, ha una fine, come si è provato a indicare con la categoria della «postmodernità», tale fine ci appare piuttosto come un processo di continua rimodulazione, dove se non sono secondari talvolta fattori antimoderni, sono tuttavia più decisivi nuovi rizomi, quasi slegati, che dalla linea centrale del moderno fioriscono secondo forme inaspettate, anche se non sempre per questo garanzia di bene per l’uomo e il pianeta.

Dal punto di vista cristiano, sappiamo che la chiesa cattolica ha condannato e rifiutato la modernità, con un’intransigenza ostinata, almeno fino al concilio Vaticano II. E dopo di esso, però, non sembra esserci stata un’opera culturale, teologica e pastorale, all’altezza della sfida aperta. Negli ultimi decenni, anzi, da più parti, senza spirito polemico, si è addirittura constatato che per alcuni versi si è tornati indietro rispetto al pensiero del Vaticano II. In grande sintesi, la questione focale vista dal Vaticano II nella modernità è quella dell’autonomia, di fronte alla quale esso non si è né ritratto né adeguato acriticamente. Walter Kasper lo esprime in modo efficace:

L’urgenza della problematica moderna dell’autonomia è avvertita dal Concilio Vaticano II, un concilio che non ha seguito i pronunciamenti ecclesiastici di una mentalità restauratrice, polemicamente e apologeticamente chiusa alla storia moderna della libertà, mentre ha riconosciuto invece due cose: la prima che l’esigenza di autonomia che l’uomo moderno sente può essere fondata sullo stesso messaggio cristiano, la seconda che nell’evo moderno si riscontra un progresso nella coscienza di libertà, quello che la chiesa per tanto tempo ha misconosciuto.

Nello stesso tempo, il concilio prende netta distanza da un umanesimo e da un autonomismo atei. E così facendo esso apre la via a una precisazione del rapporto fra chiesa e cultura moderna più differenziata, aperta e al contempo critica, precisazione che ci si attende proprio dal riflettere teologico.

È importante sottolineare l’indicazione di metodo che in tal modo usciva dal concilio e che poteva essere veramente fruttuosa: quella di coltivare un rapporto aperto e nel contempo critico con la modernità.

Dal punto di vista del moderno, si è fatta strada un’autocomprensione crescente che coincide con la inevitabile e progressiva scomparsa della religione, fino a interpretare il cristianesimo stesso come religione «dell’uscita dalla religione». A questo proposito, tuttavia, è assai istruttiva la rilettura della parabola della «secolarizzazione», fino agli esiti aperti con il dibattito sulla «società postsecolare» e sulla nuova lettura offerta con perizia dal filosofo canadese Charles Taylor. Anche qui, liberi da pregiudizi, si è scoperto che proprio la cultura moderna di un esasperato disincantamento, di un individualismo sterile e di un tecnicismo sempre più cinico, ha finito per produrre da se stessa una nuova domanda profonda di senso e, visti i limiti interni della cultura della secolarizzazione, oggi produce in maniera crescente anche un nuovo bisogno di religione. Come ha osservato il teologo protestante W. Pannenberg, oggi «il valore posizionale della religione nella coscienza e nel modo di vivere di molti uomini non è particolarmente alto». Tuttavia, anche se non sempre colto con perspicacia, il bisogno religioso è presente come bisogno di riempire di senso la vita e come sensazione di alienazione nel mondo secolare degli uomini, e persino in modo molto intenso, benché spesso non si riconosca che ciò che manca è appunto la religione.

La questione di fondo è che, come notava Albert Einstein, «non possiamo pretendere di risolvere i problemi pensando allo stesso modo di quando li abbiamo creati». I due interventi che proponiamo di seguito al lettore, uno del teologo morale Antonio Autiero e l’altro del sociologo Mauro Magatti, hanno il pregio di proporre, scevri da ogni presunzione, proprio alcune linee di lettura intorno al rapporto tra cristianesimo e modernità, «pensando» tale rapporto secondo parametri inediti. Entrambi, come il lettore potrà apprezzare, non mancano di franchezza nel circoscrivere le questioni di fondo, le implicazioni talvolta esigenti su più versanti, le conseguenze culturali e morali di una nuova pratica interpretativa della modernità che vede nella categoria dell’etica civile un vettore promettente per riappassionarci tutti al comune destino di uomini, a una nuova convivialità, a una costruzione più solidale della nostra vita in questo mondo. Non si tratta di una acritica e superficiale «corsa al centro», bensì del fatto che siamo in presenza di problemi nuovi che vanno pensati in maniera nuova, facendo in modo che ciascuno con-venga al progetto comune con tutto il bene della propria storia e della propria coscienza etica.

La prospettiva che viene qui dischiusa da Autiero e Magatti indica l’orizzonte dell’etica civile come orizzonte capace di mettere a frutto tutto il bene delle conquiste moderne, le quali lungi dall’escludere la fede cristiana, ne chiamano in gioco proprio alcuni caratteri costitutivi. La consapevolezza maturata, peraltro, è che alcune delle grandi affermazioni della modernità (il valore della coscienza personale, l’essere soggetto e non oggetto, l’autonomia e la responsabilità, la fratellanza, l’uguaglianza, il valore della diversità e della pluralità, il senso critico, tra gli altri) sono impensabili senza il fermento cristiano. D’altra parte alcune letture critiche della modernità compiute alla luce dei valori evangelici, lungi dal «condannare» in toto la modernità, possono costituire un apporto quanto mai fruttuoso proprio oggi di fronte ad alcune evidenti contraddizioni dei processi moderni. Mauro Magatti ne scandaglia opportunamente, come il lettore avrà modo di constatare, le criticità e gli effetti corrosivi. Il punto decisivo è che l’orizzonte del civile non è affatto opposto al religioso, e tanto meno al cristiano, come pure in un certo filone, prevalentemente di matrice positivistica, si è provato ad affermare. Al contrario, noi oggi sappiamo grazie a una serie puntuale di studi storici che l’Umanesimo moderno è sorto proprio all’interno di un poderoso ripensamento teologico e filosofico del posto dell’uomo nel mondo e di questo «nuovo» posto in relazione a Dio. Il civile nasce nel momento in cui l’uomo moderno prende coscienza che la convivenza interumana non è delegata né delegabile ad altri che alla sua responsabilità etico-politica, denominata appunto «civile», di più: «passione civile». In tal senso siamo giunti a qualificare l’Umanesimo italiano, in particolare, come Umanesimo civile, autentica esperienza culturale che farà da incubatore ad alcuni dei temi fondamentali dello spirito moderno. Come ha magistralmente mostrato con i suoi studi Eugenio Garin, se l’impostazione dei problemi che gli umanisti perseguono è impregnata del magistero dei classici greci (Platone e Aristotele anzitutto), «lo spirito animatore è tutto cristiano. Di un cristianesimo che all’ideale greco della contemplazione coscientemente oppone quello della volontà operante per il bene comune». E il faro della vita civile è appunto il perseguimento del bene comune. Fondamentale è dunque l’assunto umanistico moderno secondo il quale «la vita civile, questa società concretata dall’uomo, è, insieme, perfezione dell’individuo, che raggiunge la propria compiutezza solo nell’umana comunicazione», precisa il Garin. Se taluni sviluppi dello stesso mondo moderno hanno talvolta disatteso questo assunto originario, anche il pensiero e i comportamenti dei cristiani e delle chiese non hanno sempre saputo metterne a frutto le potenzialità che esso custodiva.

Ecco che il cammino intrapreso dalla ricerca della Fondazione Lanza, quello di una rinnovata «passione civile», oggi può dischiudere veramente lo spazio in cui gli uomini e le donne «urbanamente conversano» in vista della costruzione di una verace città che ha assunto ormai i contorni di tutta la famiglia umana. Se per questo nuovo mondo globale, sempre più abitato dall’inedito «cittadino digitale», come ha scritto il sociologo tedesco Ulrich Beck, non possediamo ancora le categorie, le mappe e la bussola, possediamo invece quella base umanistica che ci sprona a creare le condizioni per una «civile conversazione» imperniata sulla responsabilità, sul dialogo tra le diversità, sulla solidarietà, sul «generare versus il consumare» (M. Magatti), sulle «libertà incarnate» e sull’apertura compassionevole (A. Autiero), sull’essere soggetti e non oggetti. Ma per andare incontro a questa sfida dobbiamo prendere sul serio il compito educativo di formare un nuovo «cittadino etico», il quale non insiste esclusivamente sul suo terreno, non si alza al mattino chiedendo solo e soltanto il rispetto dei propri diritti, ma si impegna in un senso di responsabilità più ampio, e appunto al cominciar di ogni giorno si chiede: «Quali sono le mie responsabilità?». Ebbene, le riflessioni di Autiero e Magatti vanno in questa direzione ed esse si consegnano ora alla coscienza di ciascuno di noi affinché così motivato si senta di intraprendere il cammino della comune formazione del nuovo cittadino etico, abitato da una inedita passione civile per il bene comune, per la custodia e il governo dei beni comuni, per la cura del destino umano.



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Titolo: "Lasciateci la libertà! Caritas Pirckheimer e la vita religiosa nella bufera della Riforma"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Chiara A. Tognali
Pagine:
Ean: 9788825033632
Prezzo: € 11.20

Descrizione:

L'incredibile e luminosa storia di fede e resistenza di un monastero di clarisse guidato da Caritas Pirckheimer, negli anni della riforma luterana e in un mondo in bilico tra sincero ardore religioso e ottuso fanatismo.

INTRODUZIONE

Gli avvenimenti che vogliamo raccontare si svolsero in Germania, a Norimberga, in un periodo critico della storia d’Europa e della storia della chiesa: la prima metà del XVI secolo. E ci vengono subito alla mente Lutero, la riforma protestante e le guerre di religione. Sono infatti elementi decisivi della vicenda che ci interessa. Norimberga è una città situata nel Land della Baviera (attualmente è la seconda città della Baviera, dopo Monaco) e il suo nome significa «monte roccioso», perché si estende ai piedi di un’alta collina che la domina tutta. È attraversata da un fiume che, dividendosi in vari bracci all’interno dell’abitato antico, la rende pittoresca e suggestiva. Alle origini di questa città troviamo il nome di una donna. Il più antico scritto che documenta l’esistenza di Norimberga è infatti un atto imperiale col quale Enrico III dichiara libera dalla schiavitù della gleba una certa Sigena. Siamo nel 1050.

Anche questo libro parla di una donna, la cui vita è fortemente legata alla storia della città. Si tratta di Caritas Pirckheimer. Il suo nome in Italia dice poco, è anche difficile da pronunciare, lo conoscono solo gli storici che si interessano dell’umanesimo. In realtà è una figura di grande rilievo, sia per la sua personalità ed esperienza spirituale, sia per il momento particolare, drammatico e confuso in cui si trovò a vivere e a operare: la Norimberga che passa in toto alla riforma protestante. La nostra Caritas era alla guida di un grande monastero di clarisse e i riformatori spingevano verso l’abolizione di tutte le forme di vita religiosa. Ha raccontato quegli anni difficili in una cronaca dettagliata e lucidissima che è giunta fino a noi e che coinvolge profondamente il lettore nella vicenda, pur essendo semplicemente una cronaca. Caritas ci offre uno spaccato della vita di una città, Norimberga appunto, che accogliendo la riforma protestante assume in breve tempo un assetto religioso notevolmente diverso da quello che la caratterizzava fino a poco tempo prima. Per qualcuno il nuovo corso risultò liberatorio, per altri, come Caritas e le sorelle, fu fonte di soprusi e di grandi sofferenze. Oltre al memoriale che dal 1524 al 1528 riporta gli avvenimenti drammatici riguardanti il monastero, Caritas lascia un buon numero di lettere, alcune in latino, altre in tedesco, che ci permettono di conoscere qualcosa di lei come donna, totalmente dedita a Dio e vivamente interessata agli sviluppi culturali dell’umanesimo. A completare il quadro restano parecchie altre lettere che furono indirizzate a Caritas o che in qualche passaggio parlano di lei.

Tanti tasselli, piccoli e grandi, che ci permettono di seguire dal vivo, attraverso qualcuno che li ha vissuti dall’interno, anni significativi nella storia dell’Europa. Norimberga anche dal punto di vista culturale e artistico era una città di primo piano. Un nome per tutti: Albrecht Dürer, il grande pittore e incisore, che visse a Norimberga contemporaneamente a Caritas e fu per tutta la vita il miglior amico del fratello di lei, Willibald. Negli scritti di Caritas ritroviamo tutto questo mondo e in esso lei e le sorelle sono dapprima serenamente accolte e inserite, poi, nel giro di pochi drammatici anni divengono un corpo estraneo, tollerato ma non più capito né apprezzato.

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

 Gli anni giovanili A cavallo fra il XV e il XVI secolo Norimberga era città imperiale vivacissima, economicamente molto sviluppata, retta da un borgomastro e da un consiglio del quale facevano parte gli esponenti delle famiglie più in vista. Barbara (Caritas) Pirckheimer nacque proprio in una di quelle famiglie illustri, anche se non era una delle più antiche. Il primo Pirckheimer di cui si abbia notizia, risulta essere stato un commerciante di nome Hans e lo troviamo inscritto nel registro cittadino di Norimberga a partire dal 1359. Dev’essersi inserito molto bene e aver rapidamente acquistato una posizione, perché già suo figlio faceva parte del consiglio della città, insieme ai membri delle famiglie considerate di antica, originaria residenza.

Fin dall’inizio i Pirckheimer appaiono persone facoltose, con possedimenti terrieri, ma la loro ricchezza proveniva soprattutto dal commercio, attività che a Norimberga era molto sviluppata. Gli scambi commerciali si volgevano soprattutto all’Italia, al Belgio, alla Francia e al Portogallo. Più tardi tuttavia i Pirckheimer si dedicarono prevalentemente agli studi, soprattutto agli studi giuridici, senza per questo intaccare la ricchezza di prima e i beni immobili. Fra i nomi illustri della famiglia di Caritas spicca un suo zio, Tommaso Pirckheimer, che studiò a Pavia, e la sorella di questi, Caterina, famosa per la sua cultura. Nel Quattrocento l’Italia era il luogo della cultura per eccellenza e le famiglie che potevano inviavano qui i propri figli per gli studi. Il primo della famiglia a venire in Italia per studiare fu il nonno di Caritas, anche lui Hans Pirckheimer come il suo antenato, che soggiornò a Perugia, Bologna e Padova. Qui entrò in contatto con il nuovo spirito umanista e ne divenne un propagatore entusiasta, tanto che lo possiamo annoverare tra i primi umanisti. Tornato a Norimberga fu per lungo tempo consigliere. Dalla prima moglie, Barbara Holzschuher, ebbe un figlio, Giovanni, che fu poi il padre di Caritas. Anch’egli studiò in Italia e conseguì il dottorato a Padova nel 1465. Tornato a Norimberga sposò una ricca orfana di nome Barbara Löffelholz. Ben presto la coppia si trasferì ad Eichstätt, dove Giovanni era entrato a servizio del vescovo come consigliere. E qui nacque nel 1467 la primogenita, che fu chiamata Barbara, come la madre e come la nonna: si tratta della nostra Caritas. Sembra che il vescovo stesso sia stato suo padrino di battesimo. Ad Eichstätt nacque anche Willibald nel 1470, il fratello che le fu sempre vicino e che divenne uno dei più stimati umanisti della Germania, in relazione con studiosi del calibro di Erasmo da Rotterdam.

Dopo la nascita di un altro figlio, nel 1475 il padre divenne consigliere del duca di Baviera Alberto IV e la famiglia si spostò a Monaco, dove nacquero gli altri figli. In tutto furono dodici e, delle figlie, sei si fecero religiose; una sola si sposò, la sorella Giuliana, con un consigliere della città di Norimberga, Martin Geuder. Tutti questi cognomi tedeschi per noi sono difficili da pronunciare e da ricordare, ma nella storia di Norimberga sono nomi di rilievo e li troveremo ripetutamente. Di alcune di queste famiglie patrizie sono ancora presenti in città i discendenti. Non sappiamo per quale motivo, Barbara non si spostò a Monaco con i genitori, ma fu mandata a Norimberga, nella casa del nonno Hans. Qui rimase dagli otto fino a dodici anni, affidata alle cure della seconda moglie del nonno, Walpurga, alla quale si affezionò molto. Nella casa del nonno ricevette una buona istruzione; se ne occuparono il nonno stesso, lo zio Thomas e la zia Caterina, che si presero cura soprattutto di insegnarle bene il latino, la lingua internazionale di allora, la lingua degli studiosi, la lingua anche della preghiera liturgica. Dev’essere stata una brava allieva, dato che anni dopo Willibald Pirckheimer, scrivendole, la definisce «ciò che di più colto, dotto e perfetto abbia mai visto questa città dopo la nostra zia Caterina: a lei tu assomigli perfettamente, Caritas, con le tue attitudini intellettuali, tanto che la discepola permette di riconoscere il modello della maestra». A dodici anni Barbara fu affidata al monastero Santa Chiara di Norimberga nel quale, secondo l’uso del tempo, si provvedeva all’educazione di un certo numero di ragazze.



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Titolo: "Vangelo secondo Giovanni. Capitoli 1-11. I segni dell'amore"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Giuseppe Casarin
Pagine:
Ean: 9788825020748
Prezzo: € 15.40

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Una chiara e piacevole "Lectio divina" popolare dedicata al quarto Vangelo, designato fin dall'antichità cristiana come "Vangelo spirituale".



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Titolo: "Primavera di speranza"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Giovanni XXIII
Pagine:
Ean: 9788825035018
Prezzo: € 5.60

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Titolo: "L'altro possibile"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Manzato Giuseppe
Pagine:
Ean: 9788825034660
Prezzo: € 20.30

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Titolo: "Il mistero nuziale"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Maschio Giorgio
Pagine:
Ean: 9788825033588
Prezzo: € 11.20

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Titolo: "Perchè Dio è amore"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Ruffo Raffaele
Pagine:
Ean: 9788825035896
Prezzo: € 16.80

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Titolo: "Liturgia e partecipazione"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Luigi Girardi
Pagine:
Ean: 9788825034264
Prezzo: € 19.60

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Titolo: "Ave Maria per un vecchio prete"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Nello Vian
Pagine:
Ean: 9788825033397
Prezzo: € 10.50

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Titolo: "In fiducia. Sul credere dei cristiani"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825034318
Prezzo: € 8.40

Descrizione:

Una riflessione da punti di vista diversi sul tema della fede.



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Titolo: "La violenza della malattia. Tra sfida esistenziale e ricerca di conversione"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Renato Zanchetta
Pagine:
Ean: 9788825034141
Prezzo: € 18.20

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Titolo: "Teresa d'Avila"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Pistillo Fabio
Pagine:
Ean: 9788825031669
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "Così fragili, così umani"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Pillet É.
Pagine:
Ean: 9788825033410
Prezzo: € 8.40

Descrizione:

Il testo invita ad accogliere la fragilità umana nella sua interezza e a coglierne gli aspetti positivi e fecondi. È una sfida da affrontare sia a livello sociale che individuale, una sfida capace di speranza.

 

PREFAZIONE
di Érik Pillet 

«Le fragilità continuano a essere vietate?»

Quando in Francia l’Arca ha promosso la riflessione collettiva sulla fragilità, abbiamo constatato con stupore quanto questo termine sia sempre più diffuso. Lo ritroviamo un po’ ovunque, in bocca ai politici, ai commentatori di attualità e alle persone impegnate nel sociale. Sarà una moda? Sarà la nota sindrome dell’uomo che, quando la moglie è incinta, intorno a lui nota molto più del solito le donne che aspettano un figlio? Oppure la diffusione del termine è reale, conseguenza e al contempo espressione di questi tempi, segnati da una profonda crisi economica e turbati da ogni tipo di incertezza, sociale, ambientale e morale?

Propendo per la seconda alternativa: abbiamo affrontato, anticipandolo, un fenomeno molto attuale. Il successo del primo seminario svoltosi a Tolosa nel gennaio 2009 sul tema «Fragilità vietate», organizzato in collaborazione con l’Arca in Francia rappresentava un primo indizio. Il secondo incontro, che a febbraio 2011 ha riunito a Lione più di millecinquecento persone e ha portato alla pubblicazione di questo volume, lo conferma. Rimane dunque una domanda: perché oggi la fragilità sembra provocare più reazioni rispetto a quanto avveniva in passato?

Sicuramente non perché la società sia sottoposta, ai giorni nostri, a più fragilità di ieri: la storia è stata segnata da periodi molto più bui. Gli uomini non sono più fragili, la vita media non è mai stata così lunga e, nonostante inaccettabili disparità, la speranza di sopravvivenza generale continua ad aumentare. Non si può nemmeno affermare che ci siano più catastrofi naturali che in passato, malgrado i drammi recenti di cui siamo stati testimoni.

Forse la globalizzazione e l’eccesso di informazioni fanno di noi il «ricettacolo» immediato di tutte le fragilità del mondo, colpendoci dal punto di vista psicologico? È forse la sensazione dell’imminente fine di un ciclo nei nostri vecchi paesi sviluppati, la caduta dell’incrollabile fiducia in un progresso continuo che avrebbe ridotto automaticamente le ineguaglianze, migliorando di generazione in generazione la vita dei figli, un nuovo approccio più critico all’intelligenza tecnica come unico strumento per risolvere una gran quantità di situazioni umane difficili? È forse il segno di un paese «psichicamente stanco», come aveva diagnosticato Jean-Paul Delevoye, mediatore della Repubblica, nel suo rapporto del 2010?

Al termine di questo seminario, ciò che possiamo comunque affermare è che probabilmente, a quanto sembra, la sensazione di fragilità non è mai stata così intensa come oggi.

In che modo la società affronta la questione della fragilità?

Prima constatazione: il nostro mondo ha un problema con la fragilità. Individualismo sfrenato, tirannia del successo a ogni costo, esaltazione di una normalità spesso disumana che arriva sino alla folle ricerca della «qualità totale» nell’ambito della procreazione: tutti questi elementi vanno ad aggravare la pressione di un tempo che continua ad accelerare. Questo lascia ben poco spazio al riconoscimento della fragilità, considerata come qualcosa da eliminare, contro cui bisogna lottare con ogni mezzo. Presi dall’ansia da prestazione, che ci fa dimenticare il senso e la finalità delle nostre azioni, corriamo il rischio di agire come se questa fragilità non esistesse, oppure di strumentalizzarla, orientandoci verso situazioni etiche impossibili da risolvere. Così ci sembrerà più facile non vedere le persone fragili, cercheremo di renderle invisibili, oppure di occuparci di loro facendole diventare oggetti della nostra solidarietà, senza riconoscere davvero la loro dignità fondamentale e la capacità che hanno di contribuire al loro futuro. La realtà è che, malgrado gli sforzi lodevoli per compensare, riparare e integrare, la nostra società non fa che aumentare la fragilità, generando nuove fragilità, spesso più intime, più psicologiche e, purtroppo, più diffuse.

Seconda constatazione: la fragilità è un problema che riguarda ognuno di noi. O perché fa parte di noi e fatichiamo a convivere con essa, ad accettarci per come siamo (spesso poco aiutati dallo sguardo di chi ci sta intorno), oppure perché è presente negli altri e perciò ci dà fastidio, ci turba e ci mette a confronto con i nostri stessi limiti. Non sarà poi che in questo tabù della fragilità si inserisce anche una specie di superstizione che ci porta a rifiutarla per paura di esserne contagiati anche al solo nominarla? Così assumiamo sempre un atteggiamento di protezione, ci ripieghiamo su noi stessi mettendoci sulla difensiva, rifiutiamo di aprirci: strumentalizziamo gli altri invece di stabilire con loro relazioni di gratuità che portano alla nascita di rapporti autentici.

Eppure la fragilità è ovunque, fa parte dell’ambiente in cui viviamo, della nostra natura, è un elemento comune a tutto ciò che esiste intorno a noi. Non esiste nulla che sia assolutamente indistruttibile e anche le pietre più dure sono soggette all’erosione. Sappiamo, grazie ai filosofi, che la nostra condizione mortale e l’angoscia esistenziale che l’accompagna ci spingono a costruire qualcosa per durare, per lasciare una traccia di noi. Nella nostra condizione di fragilità esistenziale che evoca la precarietà, l’instabilità, la debolezza e addirittura il fallimento, aspiriamo alla solidità, alla forza e alla durata/eternità. Sul piano personale, la fragilità ci obbliga a confrontarci con il mistero della finitudine e della morte, su quello collettivo ci pone di fronte alla questione dell’accettazione delle nostre differenze e della capacità di creare una relazione vera ed equilibrata con gli altri.

In gioco non c’è prima di tutto la fragilità in sé, e neppure la constatazione che siamo tutti fragili, perché questa è la realtà, che lo vogliamo ammettere o no. La questione vera riguarda il nostro rapporto individuale e collettivo con queste fragilità, lo sguardo che rivolgiamo loro e le condizioni relazionali, sociali e politiche che influenzano la nostra vita comunitaria, distruggendola o rendendola più vivibile, più umana, più feconda. Sono proprio questi gli argomenti che abbiamo voluto approfondire in questo testo, facendo diagnosi, incrociando punti di vista e discipline, affrontando il tema della fragilità in modo globale, condividendo le nostre fragilità personali nei diversi momenti dell’esistenza e nei vari ambiti della nostra vita sociale. Lucidità, speranza e impegno: queste tre parole esprimono l’approccio che abbiamo scelto.

Lucidità: pur essendo consapevoli che l’accoglienza delle nostre fragilità può essere fonte di umanizzazione, non intendiamo in nessun modo esaltare il fatto di essere fragili e ignorare le sofferenze che possono risultare da questa condizione. Le diagnosi proposte e condivise dai partecipanti indicano che non c’è posto per un atteggiamento puramente spiritualista, ma che, al contrario, è necessario sviluppare una grande sensibilità nel rapporto con l’altro.

«C’è un solo modo per affrontare la fragilità: in punta di piedi. Prima di tutto perché quella che incontriamo negli altri è la stessa che portiamo dentro di noi. In secondo luogo perché l’esperienza della fragilità può essere sia un momento di grazia che un confronto insopportabile con la sofferenza e il male. La fragilità, infatti, ci rimanda al mistero dell’essere umano», scrive Bernard Ugeux.

Speranza: crediamo nella possibilità della trasformazione del nostro modo di essere, dello sguardo che rivolgiamo agli altri e a noi stessi. L’umiliazione e il disprezzo suscitati dalla fragilità non sono una fatalità. Crediamo al cambiamento delle nostre azioni e delle nostre politiche al fine di riuscire, singolarmente e collettivamente, a costruire quel modo migliore di vivere insieme a cui tutti aspiriamo. Infatti, come abbiamo accennato, nessuno può essere ridotto alle proprie fragilità, ma queste ultime esistono nel loro «potenziale di relazione e di vita». Il difetto, quindi, è anche apertura che significa che non bastiamo a noi stessi, ma abbiamo bisogno degli altri. Le nostre fragilità ci permettono di dire chi siamo, definiscono la nostra individualità e possono esprimere molto di più di una mancanza.

Impegno: dobbiamo darci da fare per rendere più umana la vita intorno a noi e nella società. Le riflessioni raccolte in questo volume ci invitano a essere testimoni e protagonisti di questa rivoluzione dello sguardo, dei cuori e dell’intelletto, così necessaria nel nostro mondo. Questo impegno non si colloca nell’ambito dell’azione solidale o della compensazione, ma in quello del riconoscimento. Si tratta di elevare a un livello superiore le persone fragili, considerando che esse contribuiscono a trasformare e arricchire le nostre rappresentazioni del mondo, e ci aiutano a essere creativi nelle azioni e nelle scelte. Il nostro approccio consiste nel «provare» la fragilità, cioè farne un’esperienza reale e avere il coraggio di esporci. In queste condizioni possiamo realmente dare la parola, metterci all’ascolto, cioè alla scuola della persona fragile; non fare le cose al suo posto, ma imparare da lei. Dobbiamo impegnarci in una logica di alleanza con i più fragili: non impartire una lezione alla società, ma partecipare a una formidabile avventura collettiva che apre prospettive insospettate e ci aiuta a uscire da impasse relazionali e sociali.

Potrebbe stupire che l’Arca di Jean Vanier, specializzata in handicap mentale, organizzi un seminario generico in cui, effettivamente, si è parlato poco di disabilità. In realtà, e fin dalla sua creazione, nel 1964, l’esperienza di questa associazione dimostra che è proprio grazie alla costruzione di relazioni di reciprocità con i più fragili che diventiamo realmente più umani insieme e costruiamo una società più umana. Nelle comunità dell’Arca, in cui accogliamo adulti con deficit intellettivi, facciamo tutti l’esperienza della fragilità. I disabili mentali con cui viviamo non sono forse l’archetipo della persona fragile? Di solito le caratteristiche più visibili sono una forte dipendenza, un debole contributo produttivo, un handicap congenito. Accanto a loro sperimentiamo il valore di ogni vita, la possibilità di una gioia vera donata e ricevuta e di legami di amicizia forti e duraturi, nonostante gli handicap o i limiti. Nella loro fragilità scopriamo anche la loro forza. Ci rendiamo conto che una relazione autentica in un ambiente favorevole e costruttivo favorisce trasformazioni umane stupefacenti. Non è proprio questa l’esperienza che tutti possiamo sperare di fare nei luoghi in cui viviamo e lavoriamo?

Se di solito, purtroppo, la fragilità è un «vantaggio per la forza», dato che il forte approfitta naturalmente del più debole, al contrario la creazione di un relazione di autentica reciprocità con la persona disabile ci porta ad allentare le protezioni, ad abbassare la guardia, per diventare così più profondamente noi stessi.

«Mi piace la persona che sono quando sto con Jean-Pierre o Nadine», si sente spesso dire nelle nostre comunità, e non: «sono contento di me o fiero della mia generosità»; al contrario, mettendomi nella condizione di poter ricevere dall’altro «accetto di più me stesso e scopro in me risorse insospettabili di relazioni e d’amore». L’ascolto dei più fragili è la condizione essenziale per comprendere e sperimentare la nostra comune umanità.

Molte persone che lavorano accanto ai malati gravi, sottoposti a cure palliative o con famiglie del quarto mondo, possono riportare testimonianze simili.

Come ogni esperienza, quella dell’Arca si vive più che raccontarla. Il seminario di Lione, questo libro e le collaborazioni attivate con altre organizzazioni rappresentano comunque un’occasione per condividere e approfondire le nostre esperienze, per confrontarci con altre realtà e promuovere insieme i valori di una società davvero umana. Siamo testimoni che la speranza cristiana di cui l’Arca si fa portavoce non rappresenta un freno per la condivisione e il lavoro comune con altre religioni o diverse modalità di impegno. La disponibilità nei confronti dell’altro, che implica il riconoscimento delle nostre fragilità, è un vettore di unità, come ha dimostrato questo seminario e come provano centinaia di progetti portati avanti nel nome di una speranza comune nell’uomo, in ogni individuo e nella sua capacità di crescita.

Per concludere: se, con Platone, definiamo l’etica come «l’arte del giusto comportamento e della giusta relazione», tutti i partecipanti al seminario, con i loro punti comuni e le loro differenze, ci hanno invitato a un’etica della fragilità. Un’etica che con benevolenza tenga conto della vera natura mia e degli altri; un’etica che si confronta con il reale, con ottimismo e speranza. Un’etica che apra prospettive di autenticità, fiducia e relazioni feconde.

Desidero ringraziare coloro che hanno contribuito con questa opera a illuminare il nostro cammino, grazie a una profonda intelligenza umana e all’umiltà della loro testimonianza personale.



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Titolo: "Pratiche del digiuno"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Abib Jonas
Pagine:
Ean: 9788825033908
Prezzo: € 2.10

Descrizione:

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Titolo: "Albino Luciani"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Lazzarin Piero
Pagine:
Ean: 9788825033601
Prezzo: € 10.50

Descrizione:

Biografia di Albino Luciani, solo trentatré giorni da Papa con il nome di Giovanni Paolo I. "Papa del sorriso", con quel suo presentarsi semplice, dimesso, colloquiale, più da parroco di campagna che da Sommo Pontefice.



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Titolo: "Il canto del corpo ardente. La stigmatizzazione di san Francesco d'Assisi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Forthomme Bernard
Pagine:
Ean: 9788825032833
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

Studio critico sul significato del processo di stigmatizzazione - più che sulle stigmate in quanto fatto provato -, sulle implicazioni sociali che scaturiscono da questa forma di predicazione evangelica che parla attraverso il corpo.



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Titolo: "Credere è reato? Libertà religiosa nello stato laico e nella società aperta"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825028416
Prezzo: € 16.80

Descrizione:

Un libro che, nell'eterogeneità delle riflessioni (di giuristi, sociologi e semiologi di diversa formazione), delinea il modello costituzionale, etico e sociale della libertà di religione e un modello di società civile.



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Titolo: "Scriptura sacra cum legentibus crescit"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Marcato Michele
Pagine:
Ean: 9788825033144
Prezzo: € 24.50

Descrizione:

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Titolo: "Le cento pianure dello Spirito"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Ansãri di Herat
Pagine:
Ean: 9788825032857
Prezzo: € 14.00

Descrizione:

"Le cento pianure dello Spirito" è un trattato, un'opera del mistico persiano Ansãri di Herat (XI sec.). Una guida al lessico della mistica islamica medievale che illumina su teorie e pratiche circolanti negli ambienti del sufismo.



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Titolo: "La vita nel cinema"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Brugnoli Olinto
Pagine:
Ean: 9788825032987
Prezzo: € 19.60

Descrizione:

Quaranta film d'autore - tutti recenti, reperibili sul mercato e particolarmente significativi dal punto di vista tematico, cinematografico e artistico - analizzati secondo la metodologia Taddei. Un pratico sussidio per chi educa con l'ausilio dell'immagine cinematografica.



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Titolo: "Cronache familiari"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Corradi Marina
Pagine:
Ean: 9788825031430
Prezzo: € 12.25

Descrizione:

Raccolta di interventi di Marina Corradi, il diario di una mamma giornalista che narra vita quotidiana e stupore vissuti accanto al marito, ai tre figli e in compagnia di quattro gatti e un cane.



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Titolo: "Aprirsi alla compassione"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Bassett Lytta
Pagine:
Ean: 9788825033090
Prezzo: € 11.20

Descrizione:

Raccolta di saggi sulla compassione: ritrovare la forza di questo sentimento significa imparare ad accompagnare la sofferenza dell'altro, dar prova di tenerezza e accedere al proprio Sé.



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Titolo: "Missione XL. Per un Vangelo senza confini"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Albanese Giulio
Pagine:
Ean: 9788825031485
Prezzo: € 8.40

Descrizione:

Un libro che invita a riflettere sul messaggio della Buona Notizia da annunciare ai miliardi di persone a cui la Parola di Dio non è mai arrivata. L'invito di padre Albanese è l'ascolto e il dialogo secondo la logica dell'incarnazione, del Dio fatto uomo.



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