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Ebook - Lateranum



Titolo: "Lateranum n. 2-3/2016"
Editore: Lateran University Press
Autore:
Pagine:
Ean: 9788846511232
Prezzo: € 20.00

Descrizione:

Prolusione

Nicola Ciola, Le ragioni del Lateranense IV e le sue possibili riletture “teologiche”

 

Relazioni

Giululia Barone, Innocenzo III teologo e riformatore 

Sergio P. Bonanni, Teologia ed ermeneutica dell’alterità. Il dibattito medievale fino al Concilio Lateranense IV 

Riccccardo Ferri, I sermoni tenuti da Innocenzo III durante il Lateranense IV 

Antonio Pitta, Quali riferimenti e quale ermeneutica biblica al Concilio Lateranense IV? 

Pierluluigi Sguazzardo, I principali contenuti dogmatici del Lateranense IV 

Danilo Mazzoleni, L’iconografia del Concilio Lateranense IV nei saloni sistini in Vaticano 

Giuseppe Lorizio, La professione di fede (Firmiter credimus) “quarto simbolo della Chiesa”? Riflessione speculativa 

Santiago del Cura Elena, “Nemo nisi sacerdos”: Sacerdote y Eucaristia en la profesión de fe del IV concilio de Letrán (1215) 

Giovanni Tangorra, Romano pontefice ed episcopato nel Lateranense IV

Antonio Sabetta, I temi “recoepti” del Lateranense IV in prospettiva storico-teologica 

Natale Loda, La legislazione del 1215 del Concilio Lateranense IV. I greci e i cristiani orientali fra tradizione ed innovazione del diritto canonico 

Renzo Gerardi, “Regimen animarum”, predicazione e disciplina dei sacramenti al concilio Lateranense IV 

Roberto Nardin, «Mores et acta clericorum» al Concilio Lateranense IV 

Claudio Canonici, Hoc salutare statutum frequenter in ecclesiis publicetur. La ricezione del canone XXI De confessione nella normativa sinodale pre-tridentina (secoli XIII-XV) 

Alvaro Cacccciotti, Gli Ordini mendicanti. Riforme e innovazioni nella vita religiosa al tempo di Innocenzo III 

Luigi Michele de Palmlma, Eresia e repressione: la Crociata contro gli Albigesi 

Philippe Chenaux, Chiesa ed ebrei secondo le decretali del Lateranense IV 

Lubomir ak, Il Lateranense IV. Bilanci e prospettive

 

 

Editoriale

Il 30 novembre 1215 nella Basilica di San Giovanni in Laterano si chiuse il Concilio Lateranense IV. È sembrato doveroso alla Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense, così da vicino legata alla sede del vescovo di Roma in Laterano, soffermarsi a riflettere, nell’VIII centenario di quell’evento (1215-2015), sul lascito del più importante concilio del medioevo e tra i più significativi della storia della chiesa. 

Il presente fascicolo contiene gli Atti del Simposio che si è svolto nella Pontificia Università Lateranense il 30 novembre e l’1 dicembre 2015 in occasione appunto degli 800 anni di quell’assise. Il Simposio si era prefissato due scopi: anzitutto voleva far emergere il valore del contributo delle ricerche sul Lateranense IV. Esso non può essere sottaciuto, per il suo rilevante apporto sul piano teologico e canonistico, specialmente in relazione con l’impegno di riforma della Chiesa e di rinnovamento spirituale della vita dei fedeli. 

Nello stesso tempo il Simposio ha cercato di operare una ri-lettura del Lateranense IV soprattutto in prospettiva teologica. Si è inteso cioè far emergere la fecondità di temi e formule che hanno accompagnato la storia della teologia, per far sì che quell’eredità possa dire qualcosa di significativo per noi oggi. I temi teologici maggiormente trattati nel Simposio hanno riguardano Dio come sostanza, la Trinità, la dottrina della analogia, della creazione de nihilo, l’ecclesiologia, la teologia sacramentaria, cioè quei capitoli della professione di fede che continuano ad interrogare oggi la riflessione teologica.

 Questo peculiare angolo visuale “teologico” non poteva però prescindere dalla storia e dai suoi significati. Hanno trovano così spazio quegli argomenti che fecero del Lateranense IV il crocevia di eventi epocali e concrete risposte a situazioni nuove che si stavano venendo a creare nella chiesa di quel tempo e dalle quali anche oggi vi è da imparare nel processo di riforma della chiesa. 

Nel giudizio degli storici il Lateranense IV costituisce «la più importante codificazione canonica realizzata prima del concilio di Trento. Dogma, morale, disciplina e organizzazione della chiesa sono oggetto di decisioni che costituiscono un notevole adattamento dei principi tradizionali alla situazione presente» (A. Fliche). Nel IV Concilio Lateranense va pertanto riscontrata «una tappa essenziale di quel generale processo di riorganizzazione pastorale, caratterizzato da una linea di attenzione verso le esigenze religiose di fondo del popolo cristiano, quali si erano venute prospettando in conseguenza degli esiti della riforma gregoriana e dei nuovi sviluppi della società» (M. Sensi).

Nicola Ciola



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Titolo: "Lateranum n. 1/2016"
Editore: Lateran University Press
Autore:
Pagine:
Ean: 9788846511027
Prezzo: € 20.00

Descrizione:

Articoli

Romano Penna, Martin Lutero e la Bibbia

Giuseppe Lorizio, The Eucharistic Doctrine of Luther, Read and Interpreted by a Catholic Theologian

Ricc ardo Ferri, Le missioni divine nel De Trinitate di Agostino d’Ippona. Commento ai libri II-IV

Pascal Ide, Une lecture polysémique de la nature. Trois propositions pour un discours des méthodes. II

Carlo Lorenzo Rossetti, Dignitas dilectionis munus. Dignità umana e Fede cristiana

 

Note

Karel Skalick ý, La Rivelazione e il tempo. Abbozzo della tipologia della rivelazione secondo il parametro del tempo

Wilfried Härle, Kirche als congregatio oder als – zweifache – communio sanctorum?

 

 

EDITORIALE

Il 31 ottobre 2017 faremo memoria dei cinquecento anni della riforma.

La nostra Facoltà di Teologia partecipa attivamente a un percorso di avvicinamento

all’evento attraverso un progetto di ricerca interfacoltà, attivato col contributo

del Servizio Nazionale per gli studi superiori di Teologia e di Scienze

religiose della Conferenza Episcopale Italiana. Il lavoro si svolge in sinergia

con la Facoltà Valdese di Teologia di Roma, la Facoltà Teologica dell’Italia

Settentrionale di Milano, l’Istituto ecumenico San Bernardino di Venezia e

l’Istituto Sophia di Loppiano e vede il coinvolgimento di un gruppo qualificato

di studiosi, che programmano corsi comuni per le nostre specializzazioni

e si incontrano periodicamente per incontri seminariali di confronto. La tematica

generale e l’orizzonte in cui si svolge questo impegnativo lavoro è stata

individuata nella spiritualità della riforma. E gli argomenti dei corsi comuni,

attivati a partire dal 2015-16, saranno rispettivamente: la theologia crucis, la

spiritualità del simul iustus et peccator e la riforma dell’agire ecclesiale.

Se lo scopo del progetto è anzitutto la preparazione e la celebrazione del

V centenario della Riforma, tuttavia il suo intento più ampio è di continuare,

anche dopo il 2017, questo lavoro di ricerca e di promozione di studi sulla Riforma,

interconfessionale e di interfacoltà. Gli ambiti epistemologici e metodologici

di tali ricerche sono stati individuati sostanzialmente in due direzioni

diverse ma interagenti fra loro:

1. l’ambito storico (così da coinvolgere anche i vari Dipartimenti di storia

delle Università statali e non), volto ad approfondire i “significativi mutamenti”

di metodo, analisi e valutazione su personaggi ed eventi del XVI secolo

che la storiografia degli ultimi cento anni ha introdotto; questa precisa

attenzione alla storia parte anche dalla sensazione che tale “evoluzione” storiografica

non trovi adeguato peso e ascolto nei tradizionali manuali delle

facoltà teologiche.

2. L’ambito teologico con particolare attenzione alla dimensione esistenziale,

spirituale e pastorale della teologia secondo la visione di Lutero e degli

altri riformatori; una teologia, quindi, non tanto “di scuola”, ma a livello di

vita e di comunità, e in tal senso pastorale e spirituale, elaborata e finalizzata

alla formazione (“ri-forma”) costante dei singoli credenti e della Chiesa alla

luce del Vangelo.

L’attualità dell’argomento ri-forma è fuori discussione, ma essa incrocia

anche la tematica dell’anno giubilare che la Chiesa cattolica sta celebrando.

Benedetto XVI, infatti, nel bellissimo discorso pronunciato ad Erfurt il 23

settembre 2011, ebbe modo di dire:

«Ciò che non dava pace [a Lutero] era la questione su Dio, che fu la passione

profonda e la molla della sua vita e dell’intero suo cammino. “Come posso avere

un Dio misericordioso?”: questa domanda gli penetrava nel cuore e stava dietro

ogni sua ricerca teologica e ogni lotta interiore. Per Lutero la teologia non era

una questione accademica, ma la lotta interiore con se stesso, e questo, poi,

era una lotta riguardo a Dio e con Dio. “Come posso avere un Dio misericordioso?”.

Che questa domanda sia stata la forza motrice di tutto il suo cammino mi colpisce

sempre nuovamente nel cuore. Chi, infatti, si oggi si preoccupa ancora di questo,

anche tra i cristiani? Che cosa significa la questione su Dio nella nostra vita? Nel

nostro annuncio? […] il male non è un’inezia. Esso non potrebbe essere così potente

se noi mettessimo Dio veramente al centro della nostra vita. La domanda: Qual è

a posizione di Dio nei miei confronti, come mi trovo io davanti a Dio? – questa

scottante domanda di Lutero deve diventare di nuovo, e certamente in forma

nuova, anche la nostra domanda, non accademica, ma concreta. Penso che questo

sia il primo appello che dovremmo sentire nell’incontro con Martin Lutero».

Con queste motivazioni e con questo spirito, la rivista espressione della Facoltà di

teologia della nostra Università ospita ed ospiterà studi afferenti a tale progetto

di ricerca, perché oltre il gruppo degli addetti ai lavori, tutta la comunità accademica

e i nostri lettori possano partecipare a questo impegnativo e affascinante cammino.



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Titolo: "The Eucharistic Doctrine of Luther, Read and Interpreted by a Catholic Theologian"
Editore: Lateran University Press
Autore: Giuseppe Lorizio
Pagine:
Ean: 2484300020544
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Abstract

In line with a renewed relationship with Luther’s thought instead of a reductionist vision that tends to emphasize what the Lutheran theology negates, the article highlights the positive aspects in some of Luther’s writings on the sacrament of the Eucharist. From his Eucharistic Sermons to the Polemical and «Doctrinal» Works, an evolution can be disclosed. But the Eucharistic realism remains the underlying fundamental perspective based on the realism of the very mystery of Christ, of His incarnation, passion, death and resurrection, which no hypothetical formula could encase without reducing or removing it. In clear opposition to the “representationism” of his fellow reformers, the Father of the Reformation holds that the formula ist is not bedeutet, and affirms the realistic sacramentality of the Lord’s Supper, where the word of God actualizes what it expresses. The article fleshes out also three perspectives of interiority, otherness, and gratuity, which, along with Luther, can be discerned in the Eucharistic mystery-sacrament, seen in the light of Trinitarian ontology and agapic metaphysics.

Keywords

Luther, Reformed Tradition, Eucharist, sacrament, Trinitarian ontology, Christ

 

Abstract

In linea con un modo diverso di considerare Lutero, alternativo al riduttivismo che tende a enfatizzare ciò che la teologia luterana nega, l’articolo sottolinea la dottrina luterana sul sacramento dell’eucaristia in alcuni suoi scritti. Dai sermoni sull’eucarestia alle opere polemiche e dottrinali, si rivela un’evoluzione dentro cui però rimane fondamentale e costante il realismo del vero mistero di Cristo, della sua passione, morte e risurrezione. In aperta opposizione al “rappresentazionalismo” dei suoi seguaci riformatori, il Padre della riforma sostiene che la formula “ist” non va confusa con “significa” e afferma la sacramentalità reale della cena del Signore, dove la parola di Dio attualizza ciò che esprime. L’articolo abbozza anche tre prospettive – interiorità, alterità e gratuità – che con Lutero possono essere riconosciute nel mistero-sacramento dell’Eucarestia, considerato alla luce dell’ontologia trinitaria e della metafisica agapica.

Parole chiavi

Lutero, Tradizione Riformata, Eucarestia, Sacramento, Ontologia trinitaria, Cristo

 

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This reflection begins with a double difficulty. The first obstacle is the reverential fear with which I approach this exposition of Luther’s thought among specialists who certainly have a greater familiarity with, and understanding of, the Father of the Reformation than I do. At the same time, the fact that our shared work aims to reciprocally aid one another in the comprehension of what we profess and celebrate in our confessional belongings helps me overcome this first difficulty, otherwise insurmountable. The second challenge is a serious difficulty which derives from my first encounter with De captivitate. I experienced this text from the perspective of one who is, first of all, a Christian and Catholic priest who has sought to put the Eucharistic mystery, celebrated and lived in faith and devotion, at the center of faith and spirituality, as I was taught from the start of my preparation for First Communion and, as a young man, in the studies that led me to receive (thirty-five years ago) the gift of the priesthood, just as the Church to which I belong intends and lives it. I overcame this second dilemma with the knowledge of Luther’s own predicament when faced with a liturgical-sacramental praxis that had certainly deviated and was, by then, far from not only early Christianity but also the Gospel itself and its salvific word.

My hermeneutical position, which gives the perspective of this reflection, arises from the recognition of a reductionist vision of Lutheran theology that persists among Catholics. This vision especially tends to emphasize what the Lutheran tradition negates in relation to the Eucharistic mystery. This is evident not only in pre-Vatican II manualist works, but also in certain misdirected readings of the liturgical reform that have accompanied and followed the Council, almost as if the reform had adopted a Lutheran and, in general, a Reformed approach to the celebration of the sacraments, in particular, the Eucharist.

A reading which is interesting, though substantially misleading, might be the one offered by an entry in the Dictionnaire de théologie catholique entitled Luther and authored by J. Paquier.1 Faced with these positions – which defining as outdated would be reductive – I have deliberately chosen to highlight first the positive aspects in Luther’s writings (not all of them, of course) on the sacrament of the Eucharist, addressing the light that he sheds on this fundamental mystery. Then, I will look at the shadows he casts, addressing what he often virulently but in a critically prophetic way seems to insist on negating. This hermeneutical perspective is in line with a renewed relationship with Luther’s thought, the path suggested by the scholars (among others) J. Wicks, our professor at the Gregorian, and Y. Congar. The latter, besides dedicating a substantial chapter of his work on Luther to Eucharistic doctrine, expressed his opinion in the following manner: in Catholic interpretations (primarily French) “Luther showed the greatness of his errors, but he and his life were seen under the sign of mediocrity (Denigle), of the pathological (Grisar), of subjectivity (Maritain). Certainly Luther carried all of this within himself, but also how many treasures! May God be praised: in the last fifty years, historians and Catholic theologians have taken a more authentic approach.”2

Naturally, the perspective of the fundamentum dynamicum fidei, which underlies our entire work, will animate the discussion, exchange of views, and debate with Lutheran theology.

My study will proceed in the following manner: 0. Contextual notes; 1. Luther’s sermons on the Lord’s Supper; 2. The polemical works (De captivitate and Against the Heavenly Prophets); 3. The crystallization of doctrine in the Catechisms and the Confessio augustana; 4. Excursus: reflections on celebration (lex orandi). I will follow a primarily chronological order, with some exceptions, namely the discussion of Luther’s 1534 Holy Thursday sermon in Section One.



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Titolo: "Le missioni divine nel De Trinitate di Agostino d'Ippona. Commento ai libri II-IV"
Editore: Lateran University Press
Autore: Riccardo Ferri
Pagine:
Ean: 2484300020551
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

L’articolo segue la linea di sviluppo dei libri II-IV del De Trinitate di Agostino d’Ippona, il cui tema principale è costituito dalla riflessione sulle missioni divine del Figlio e dello Spirito Santo. Dopo l’enunciazione dei principi ermeneutici che presiedono all’interpretazione dei passi della Scrittura in cui si tratta delle missioni, l’intento di Agostino è mostrare, contro l’esegesi ariana, che missione non implica subordinazione. Tale fine è perseguito esaminando tre questioni, che ritmano la struttura dei tre libri: quale sia il soggetto delle teofanie veterotestamentarie; quali le loro modalità; quale il rapporto tra quelle e la pienezza della rivelazione della Trinità nell’opera di Cristo e nel dono dello Spirito Santo.

Parole-chiave

Essenza divina; incarnazione; mediatore; mediazione; missioni divine; persone divine; processione; teofania; Trinità economica; Trinità immanente; unità di Dio.

 

Abstract

This article presents the line of development in Books 2-4 of Augustine’s De Trinitate. In these Books the purpose of the author is to reflect about the divine missions of the Son and the Holy Spirit. After the examination of the hermeneutic criteria that guide the interpretation of the biblical passages in which the idea of mission appears, Augustine shows against Arian exegesis that “mission” does not mean “subordination”. This aim is pursued through the investigation of three issues, all of them concerning Old Testament theophanies: who is their subject; how they happen; what is their relationship with the fullness of Trinity’s revelation in the New Testament.

Key-words

Divine essence; divine missions; divine persons; economic Trinity; immanent Trinity; incarnation; mediation; mediator; procession; theophany; unity of God.

 

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In continuità con l’indagine fatta sul libro I del De Trinitate (d’ora in poi De Trin.)1 di Agostino2, prendiamo qui in considerazione i libri II-IV. I tre libri nel loro insieme costituiscono una chiara e indiscussa unità tematica, in quanto vertono principalmente sull’idea di missione divina. È vero che nel corso dell’esposizione il vescovo d’Ippona inserisce talora digressioni e divagazioni, tuttavia la nostra attenzione cercherà di seguire il filo principale della spiegazione, tralasciando le questioni meno attinenti o incidentali.

Riguardo alle missioni, poi, due sono gli aspetti che la lettura e il commento del testo metteranno in evidenza: in primo luogo il costante riferimento economico a qualsiasi affermazione fatta riguardo alla vita divina immanente: proprio la riflessione sulle missioni, che nel piano dell’opera precede un lavoro di intelligentia fidei sulla Trinità immanente, evidenzia l’attenzione agostiniana di partire dalla manifestazione che Padre, Figlio e Spirito Santo hanno fatto di se stessi nella storia della salvezza (dalla rivelazione ai Patriarchi e a Israele fino al compimento in Cristo) per poter fare qualsiasi affermazione sulla loro identità ad intra. In secondo luogo coglieremo il sapiente equilibro che emerge nella speculazione agostiniana tra il riferimento al distinto agire delle persone divine nella storia e la loro unità essenziale, in modo che nessuno dei due punti di vista abbia una priorità sull’altro, ma al contrario ciascuno rimandi intrinsecamente all’altro.

1. Libro II

Possiamo distinguere il libro II in tre sezioni: i primi paragrafi del libro (De Trin. 2, 1 - 2, 4, 6) considerano i principi ermeneutici che presiedono alla lettura di quei passi della Scrittura in cui si parla della differenza tra Padre, Figlio e Spirito Santo; la seconda (ibidem, 2, 5, 7 - 2, 7, 12) introduce la riflessione sulle missioni divine; il § 2, 7, 13, poi, costituisce la chiave di volta dell’intera architettura dei libri II-IV, in quanto presenta i tre principali problemi inerenti le missioni: la trattazione del primo occuperà la parte restante del libro II, mentre al secondo sarà dedicato il libro III e al terzo il libro IV.

1.1. Principi ermeneutici

Agostino comincia il libro II con un breve ma pregnante proemio, in cui delinea le difficoltà che si presentano nell’intelligenza della Trinità. Con un linguaggio che riprende i termini delle Confessiones, laddove aveva descritto la prima esperienza di Dio avvenuta dopo la lettura dei libri platonicorum3, il vescovo d’Ippona ammette che a causa della debolezza umana (infirmitas humana) dello sguardo della mente (acies mentis) nello sforzo d’intuire la luce inaccessibile (intueri inaccessibilem lucem) e a causa del linguaggio molteplice e multiforme della Scrittura (in ipsa multiplici et multimoda locutione Litterarum sacrarum) è facile cadere in errore quando si tratta della Trinità. Tuttavia, se almeno riesce a evitare i due errori più gravi (prendere partito prima che sia apparsa la verità e ostinarsi nell’errore), Agostino intende indagare la substantia Dei sia per mezzo della Scrittura, sia per mezzo delle creature (sive per Scripturam, sive per creaturam).

[...]



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Titolo: "Kirche als congregatio oder als zweifache communio sanctorum?"
Editore: Lateran University Press
Autore: Wilfried Härle
Pagine:
Ean: 2484300020599
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Abstract

Zentral geht es um das Verständnis von Kirche – just im Blick auf die systematisch relevante Bedeutung ererbter Begrifflichkeiten. Unter dieser Rücksicht werden vor allem communio und congregatio aneinander gespiegelt. Dabei tritt die für Kirche bestimmende Dialektik von vertikaler und horizontaler Logik deutlich hervor. Aus der gründenden Gemeinschaft mit Gott geht die Gemeinschaft der Gläubigen untereinander hervor. So erhellt sich die sakramentale Abendmahlsfeier als identitätsstiftendes Geschehen.

Schlüsselwörter:

Kirche; communio sanctorum; congregatio; Anteilgabe und -habe; Beziehung; Gemeinschaft mit Gott; Abendmahl

 

Abstract

The central question all focuses on the correct way of defining the Church. Terms and concepts taken from the tradition are analysed – right to emphasize their relevance in systematic theology. Mainly communio and congregatio are pointed out according to their particular significance. It gets evident that the nature of Church is characterized by some inner dialectics between vertical and horizontal logic. All is based on the communion with God, and only in a second moment the communion among those who believe gets relevant. That’s the reason why the Last Supper’s sacramental celebration really creates identity.

Keywords:

Church; communio sanctorum; congregatio; make participate; participation; relation; community and unity with God; Last Supper

 

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1. Eine Retractatio

Ich bin nun spätestens in dem Alter angekommen, in dem einem – nach dem Vorbild des großen Augustinus – Retractationes wohl anstehen. Ich habe damit allerdings schon sehr viel früher begonnen. Mein Schriftenverzeichnis weist schon im Jahr 1972 eine erste Miszelle mit dem Titel „Selbstkritik“1 aus, und sie war auch genau so gemeint. Wer viel irrt und damit frühzeitig beginnt, und beides habe ich getan, hat viel Gelegenheiten für Retractationes. Dass diese nicht nur Alterserscheinungen sind, sondern auch eine sportliche Note haben und insofern auch auf Lebendigkeit und Fitness, ja vielleicht sogar auf innere Jugendlichkeit, verweisen können, habe ich aus der patristischen Literatur gelernt, in der „Retractatio“ häufig mit „Rückzieher“, gelegentlich sogar mit „Fallrückzieher“ übersetzt wird.

Einen solchen muss und will ich aus Anlass dieses Vortrags machen, und zwar bezogen auf einen Text, mit dem ich ansonsten auch nach einem Vierteljahrhundert immer noch sehr zufrieden bin: meinen Artikel „Kirche VII. Dogmatisch“ in der TRE.2 Dort schrieb ich im Rahmen meiner „dogmatische(n) Erörterung der Lehre von der Kirche, die sich ihrer konfessionellen – in diesem Falle evangelisch(-lutherischen) Herkunft bewusst ist“3: „In der Formulierung des Apostolikums ‚communio sanctorum’ kommt auf prägnante Weise zum Ausdruck, dass die Kirche durch die Teilhabe an dem sie heiligenden Wort und Werk Gottes als Gemeinschaft von Geheiligten (= Glaubenden) existiert. Diesen komplexen Sachverhalt expliziert die Confessio Augustana ansatzweise in der Formel ‚congregatio sanctorum et vere credentium’ (CA VIII).

Am deutlichsten kommt diese Wesensbestimmung der Kirche in der Formulierung der Schmalkaldischen Artikel zum Ausdruck, wenn es dort heißt: ‚es weiß gottlob ein Kind von 7 Jahren, was die Kirche sei, nämlich die heiligen Gläubigen und ‚die Schäflin, die ihres Hirten Stimme hören’ …“.4 An dem, was ich damals geschrieben habe, ist nichts falsch, jedenfalls nicht „richtig falsch“, aber es ist doch missverständlich, so, als seien die lutherischen Formeln in CA und SA eine hinreichende Explikation der Formel „communio sanctorum“. Zwar bin ich rückblickend froh, dass ich damals nur gesagt habe, die Formel „communio sanctorum“ werde in CA VIII „ansatzweise“ expliziert, und dass ich für die Formel „communio sanctorum“ nur das Apostolikum als Quelle in Anspruch genommen habe, aber es wäre doch zumindest erhellend gewesen, wenn ich hinzugefügt hätte, dass die Formel „communio sanctorum“ in den lutherischen Bekenntnisschriften ausschließlich als Zitat aus dem Apostolikum und nie zur Explikation der eigenen Ekklesiologie verwendet wird.

Ich habe das damals nicht so geschrieben, weil es mir noch nicht bewusst war, und nicht etwa, weil ich das verheimlichen wollte. Im Gegenteil: Es hätte als kritischer Hinweis sehr gut zu dem von mir selbst schon damals vertretenen ekklesiologischen Ansatz gepasst. Aber dazu hätte es mir eben bewusst sein müssen, und das war es leider nicht. Heute meine ich – wie gesagt – zu wissen, dass die ekklesiologische Zentralformel „communio sanctorum“ in den lutherischen Bekenntnisschriften ausschließlich als Zitat aus dem Apostolikum5 und niemals zur eigenständigen Explikation der lutherischen Ekklesiologie vorkommt. Und es ist mir auch deutlich, wodurch das so gekommen ist: Der Begriff „congregatio sanctorum (et vere credentium)“ (also Versammlung) hat ihr den Rang abgelaufen bzw. sich als Ersatz für „communio sanctorum“ etabliert. Gründe für diese Ersetzung von „communio“ durch „congregatio“ habe in den reformatorischen Texten nirgends genannt oder ausgeführt gefunden. Ist es der „personalere“ Charakter von congregatio im Gegenüber zu „communio“?

[...]



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Titolo: "La rivelazione e il tempo. Abbozzo della tipologia della rivelazione secondo il parametro del tempo"
Editore: Lateran University Press
Autore: Karel Skalický
Pagine:
Ean: 2484300020582
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

L’articolo, dopo aver preso in esame i cinque modelli di Rivelazione proposti da A. Dulles nel suo celebre saggio Models of Revelation (1983-1992), intende proporre una rilettura delle tipologie di rivelazione alla luce di un parametro che sembra escluso da quella prospettiva: il tempo. A partire da qui, pertanto, vengono rilette le interpretazioni della rivelazione divina proposte dalle diverse religioni con riferimento a questa categoria fino a giungere ad un sintetico confronto con la religione ebraico-cristiana e con il suo concetto di Rivelazione nella storia.

Parole chiave

Rivelazione; tempo; storia; salvezza; Induismo; Buddhismo; Gianismo; Zoroastrismo; Gnosticismo; Manicheismo; Islam; Ebraismo; Cristianesimo

 

Abstract

After examining the five models of revelation proposed by A. Dulles in his celebrated book Models of Revelation (1983-1982), this article proposes a re-reading of the typologies of revelation in the light of a parameter that seems excluded from Dulles’ perspective: time. Thus the article re-examines the interpretations of divine revelation proposed by different religions with reference to time in order to propose a synthetic comparison between the former and the Jewish-Christian religion with its concept of revelation in history.

Keywords

Revelation; Time; History; Salvation; Hinduism; Buddhism; Jainism; Zoroastrianism, Gnosticism, Manicheism; Islam; Judaism; Christianity

 

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1. Introduzione

La rivelazione è indubbiamente una categoria centrale nella vita religiosa dell’umanità. La teologia cristiana ha elaborato una assai completa teologia della rivelazione esposta nella Costituzione sulla divina Rivelazione del Concilio Vaticano II, Dei Verbum. Avery Dulles ha messo bene in luce come in questa concezione conciliare della rivelazione sono confluite cinque diverse teologie di rivelazione, elaborate già prima del Concilio da diverse correnti teologiche1. Si tratta secondo lui dei seguenti modelli:

1.1. Tipologia teologica

a) La rivelazione concepita come locutio Dei, il parlare di Dio. Questa concezione è stata elaborata nell’ambito della teologia cattolica scolastica dalla così detta “apologetica classica”. Questo modello Dulles lo chiama Revelation as doctrine2.

b) La rivelazione concepita come actio Dei, ossia come l’agire salvifico di Dio nella storia dell’umanità. Questa concezione è stata elaborata nell’ambito della teologia protestante da Oscar Cullmann – Revelation as history3.

c) La rivelazione concepita come autocommunicatio Dei, come la Selbstmitteilung Gottes all’anima umana. Questa concezione è stata elaborata nell’ambito della teologia cattolica neoscolastica da Karl Rahner – Revelation as inner experience4.

d) La rivelazione concepita come la stessa Persona di Gesù Cristo, Verbo fatto uomo. Questa concezione è stata elaborata nell’ambito della teologia protestante da Karl Barth – Revelation as dialectical presence5.

e) La rivelazione concepita come una progressiva presa di coscienza del divino da parte della coscienza collettiva dell’umanità. Questa concezione è stata abbozzata nell’ambito della teologia moderna che suppone, a differenza dei primi quattro modelli, un altro concetto di trascendenza divina. I primi quattro modelli la pensano come l’altezza spaziale Dio, è “là sopra nel cielo”, per cui la sua rivelazione si presenta alla guisa di un meteorite che “scende” dalle altezze celesti nelle regioni inferiori della nostra terra. Il quinto modello invece pensa la trascendenza di Dio alla guisa del “più profondo fondamento” soggiacente e portante ogni essere creato. Dio è intimius, intimo nostro. Per cui la sua rivelazione viene intesa nella maniera di una “eruzione vulcanica” o “emergenza” dalle profondità inconsapevoli dell’essere creato alla piena luce della coscienza riflessiva – Revelation as new awareness6.

Questi cinque modelli di rivelazione, elaborati dalle diverse correnti di teologia cristiana, rappresentano quindi un primo abbozzo di tipologia della rivelazione, fatto però unicamente sulla base della religione cristiana.

1.2. Diverse tipologie proprie delle scienze della religione

Appena però allarghiamo la visuale oltre i confini della cristianità, ci si presenta una situazione che richiede una tipologia diversa.

Finora sono state abbozzate dalla Scienza delle Religioni diverse tipologie secondo diversi parametri quali: a) autore; b) strumento o medium; c) contenuto; d) recettore o consegnatario; e) effetto. Così vengono riassunti da Alfonso M. di Nola7, mentre G. Wiessner riporta nel Lexikon der Religionen sostanzialmente gli stessi parametri8. Il tempo come parametro determinante una ben precisa tipologia di rivelazione è ignorato.

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Titolo: "Dignitas dilectionis munus. Dignità umana e Fede cristiana"
Editore: Lateran University Press
Autore: Carlo Lorenzo Rossetti
Pagine:
Ean: 2484300020575
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

La dignità sta alla base del rispetto dei diritti dell’uomo e quindi della legislazione di molti Stati democratici. Il saggio mira ad una sintesi sistematica alla luce della Scrittura e del Magistero (specie del Vaticano II e di s. Giovanni Paolo II), per dimostrare l’importanza di tale nozione nella fede cristiana. Il punto iniziale è la dottrina della creazione (protologia) con l’affermazione del binomio “creaturalità trascendente” e “responsabilità etica” della persona. Il ché trova riscontro in altre religioni e nella migliore riflessione etica laica (Kant). Sul piano prettamente cristiano (soteriologia), si distingue un triplice livello di dignità: ontologico (figliolanza), etico (santità) ed escatologico (gloria). Si evidenzia pure il paradosso della redenzione attraverso la Croce in cui si palesa il “grande prezzo” con cui Dio ha stimato l’essere umano. Il saggio propone infine alcune “Tesi sistematiche” in cui, tra l’altro, si propone di definire la dignità come “sacralità e santità”, additando la suprema attestazione della propria dignità etica nel potere/dovere tutelare la dignità di chi non la può rivendicare, mediante la compassione, la misericordia e la cura ecologica.

Parole chiave:

Dignità; umana; creazione; Fede cristiana; adozione filiale; redenzione; sacralità; santità; natura; grazia; gloria; protologia; soteriologia

 

Abstract

Dignity is the foundation of human rights and therefore is basic for the legislation of democratic states. This essay, based on Scripture and the Magisterium (with special regard to conciliar texts and those of St. John Paul II), shows the central place of this topic in Christian faith. In fact, the entire Catholic creed is a powerful statement reinforcing human dignity. The starting point (protology) is the creatural and ethical dignity of the person, which is shared also by other religions as by the best ethical tradition (Kant). In Christian soteriology we can distinguish a threefold dignity: ontological, ethical and eschatological (Filiation – Holiness - Glory). The paradox revealed by redemption through the Cross is also stressed. The essay offers some synthetic theses, which among other things, define dignity as sacredness and holiness according to which the supreme manifestation of one’s own (ethical) dignity consists in protecting and saving the (ontological) dignity of those who apparently cannot claim it. This happens through compassion, mercy and ecological care.

Keywords:

Human Dignity; Christian Faith; Creation; Filial Adoption; Redemption; Nature; Grace; Glory; Sacredness; Holiness; Protology; Soteriology

 

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«In realtà, quel profondo stupore riguardo al valore e alla dignità dell’uomo si chiama Vangelo, cioè la buona novella. Si chiama anche cristianesimo». «Il Vangelo dell’amore di Dio per l’uomo, il Vangelo della dignità della persona e il Vangelo della vita sono un unico e indivisibile Vangelo»

(Giovanni Paolo II, RH [1979] 10b; Id., EV [1995] 2).

«Coloro che s’impegnano nella difesa della dignità delle persone possono trovare nella fede cristiana le ragioni più profonde per tale impegno»

(Francesco, LS [2015] 65).

Valore intrinseco e inalienabile della persona, “diritto ad avere diritti” (H. Arendt), la dignità1 sta al centro degli interessi di filosofi, giuristi e teologi; essa è non solo nozione centrale e per così dire “culminante” dell’antropologia, ma anche principale fonte di legittimazione del rispetto dei diritti umani e quindi fondamento della legislazione di molti Stati contemporanei e organismi internazionali2.

D’altra parte, non va ignorato che oggi, da vari ambienti, la rilevanza se non il concetto stesso della dignità siano messi in discussione3. Eppure la riaffermazione e fondazione di questo valore pare imprescindibile anche in vista di una promozione di quel “nuovo umanesimo” del quale si avverte nei nostri giorni una urgente necessità4. Risulta quindi utile tentare di cogliere, in modo sintetico e sistematico, l’essenza della dignità umana, così come viene proposta dalla dottrina cattolica. In ambito cristiano infatti, tale questione si riscontra a 360° della dottrina della fede e della prassi della chiesa. Parafrasando un importante numero del Catechismo della chiesa cattolica (= CCC) dedicato al problema del male (cf. n. 309) si potrebbe dire che «non c’è un punto del messaggio cristiano che non sia, per un certo aspetto, una affermazione della dignità della persona umana».

Nostro intento è quindi di giustificare la dignità come irrinunciabile principio antropologico con ricadute etiche, sociali e giuridiche indicando quanto la fede cristiana aiuti a fondarlo nella teoria per poi tutelarlo nella prassi.

Dopo una breve introduzione in chiave storica (§ 0), distingueremo il contributo al pensiero della dignità umana offerto dalla protologia (§ 1) e poi dalla soteriologia cristiane (§ 2). Concluderemo offrendo alcune tesi sintetiche (§ 3). Proprio secondo l’esergo tratto dalla Laudato si’ (n. 65), la fede nell’amore di Dio per l’umanità (agapê / philanthropia, cf. Tt 3,4) si rivelerà essere la massima attestazione della dignità come sacralità e intangibilità nonché il più forte movente per la sua concreta valorizzazione.

0. Umanesimo cristiano e approdi magisteriali

L’argomento della dignità umana ha radici nella filosofia antica (specie

platonismo e stoicismo) e nella rivelazione biblica; esso cresce nell’humus

patristico e medievale che vedeva l’uomo come capax Dei (Ireneo), fatto per

Dio («fecisti nos ad Te»; s. Agostino); posto “in tanta dignità” dall’“amore

inestimabile” di un Dio “innamorato” che lo vuole partecipe del “suo Bene

eterno” (s. Caterina da Siena)5. Esso fiorisce però, come esplicito tema dottrinale,

con il cosiddetto Umanesimo cristiano tra XV e XVI secoli; umanesimo,

in verità, tanto prossimo alla visione degli antichi autori alessandrini (Filone,

Origene, Clemente) e poi felicemente ripreso dalla Nouvelle Théologie e dal

Concilio Vaticano II.

Pico della Mirandola († 1494), che ambiva a conciliare ellenismo e sapienza

biblica, scorgeva il fulcro della dignità umana nella libertà che ha

l’uomo di giungere all’assimilazione con Dio: «medium mundi […] ut tui

ipsius quasi arbitrarius honorariusque plastes et fictor, in quam malueris tute

formam effingas». Interprete della natura mediante i suoi sensi e la sua intelligenza,

l’uomo è posto nell’universo per intuirne la razionalità (ratio), per

amarne la bellezza (pulchritudo) e per ammirarne la grandezza (magnitudo)6.

Certo la “camaleontica” capacitas di cui è provvisto l’uomo – e che lo rende

come ricettacolo di ogni semente (omnifaria semina) – ne attesta già un’incomparabile

nobiltà rispetto alle altre creature naturalmente condizionate.

Ma la vera dignità si palesa quando l’uomo mette in atto la sua straordinaria

potenzialità, ossia quando i germi da lui posseduti giungono a frutto nella

divinizzazione, ossia nell’unione con Dio: «E se di nessuna creatura rimarrà

pago, rientrerà nel centro della sua unità, e lo spirito, fatto uno con Dio, verrà

assunto nell’umbratile solitudine del Padre che s’aderge sempre al di sopra di

ogni cosa» (l. 31).



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Titolo: "Martin Lutero e la Bibbia"
Editore: Lateran University Press
Autore: Romano Penna
Pagine:
Ean: 2484300020537
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

Partendo da un riferimento autobiografico sul suo precoce amore per la Sacra Scrittura, si delinea la situazione storica in cui Lutero è vissuto, soprattutto per quanto riguarda il rinnovamento della Chiesa e l’uso della Bibbia. In particolare, mediante l’analisi delle due Prefazioni all’Antico e al Nuovo Testamento, ci si concentra sul criterio ermeneutico, di carattere cristologico, adottato da Lutero. Si conclude col dire che, benché gli studi successivi abbiano delineato nuovi apporti metodologici agli studi biblici, bisogna riconoscere la positiva innovazione dell’approccio di Lutero.

Parole chiave

Sacra Scrittura; Lutero; Ermeneutica; Esegesi biblica; Rivelazione; Giustificazione

 

Abstract

Beginning with a reference Luther makes to his early love for Sacred Scripture, the historical situation in which he lived is traced, especially in terms of Church renewal and the use of the Bible. Paying close attention to analyses of his prefaces to the Old and New Testaments, we concentrate on his hermeneutical criteria with the Christological character he adopted. The article concludes by saying that although successive studies have outlined new methods for conducting biblical studies, the positive innovation in Luther’s approach has to be acknowledged.

Keywords

Scripture, Luther, Hermeneutics, Biblical Exegesis, Revelation, Justification

 

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Introduzione

Nei suoi Tischreden, «Discorsi a tavola» o «Discorsi conviviali», raccolti da diversi suoi compagni di mensa a partire dal 1531 (e proseguiti fino alla morte nel 1546), Lutero fa un velato riferimento autobiografico con questo significativo racconto: «Ad un fanciullo un giorno capitò per caso in mano una Bibbia e per avventura vi lesse nei libri dei Re la storia della madre di Samuele. Il libro gli piacque moltissimo e pensò che sarebbe stato felice di poter avere un libro simile. Dopo poco tempo, comprò una “postilla” e gli piacque anch’essa moltissimo, poiché conteneva molti Vangeli che si commentavano durante l’anno. Fattosi poi monaco, abbandonò tutti i suoi libri. Aveva comprato poco tempo prima il Corpus iuris e qualche altro libro. Li restituì al venditore. Al monastero non ne portò con sé nessuno, tranne Plauto e Virgilio. Ivi i monaci gli dettero una Bibbia coperta di cuoio rosso. Si familiarizzò a tal punto con essa da sapere quel che era contenuto in ciascuna pagina, e subito, quando gli si presentava qualche versetto, riconosceva a prima vista dov’era stato scritto […]. Allora nessun altro scritto mi piacque tanto quanto lo studio dei testi scritturali. Con incredibile fastidio leggevo la fisica aristotelica e la mente ardeva quando dovevo tornare alla lettura della Bibbia».

Sapendo che Martin Lutero era nato nel 1483 e che entrò nel monastero agostiniano di Erfurt (città della Turingia nella Germania centrale) nel 1505, il riferimento cronologico riguarda gli anni immediatamente precedenti e seguenti quest’ultima data. Ebbene, il momento a cui si riferisce la confessione suddetta, ovviamente, non comprende ancora la formulazione dei grandi criteri ermeneutici che contraddistingueranno successivamente la Riforma messa poi in atto dal monaco agostiniano. Non c’è ancora il Sola Scriptura né tantomeno il Sola fide basato sulle lettere di san Paolo. Tuttavia, vi si sente risuonare già in nuce il principio che egli affermerà poi con forza alla Dieta di Worms nei giorni 17-18 aprile del 1521 davanti all’imperatore Carlo V che lo aveva convocato perché ritrattasse le sue posizioni considerate eretiche: «Finché non mi convincerà di essere in errore la testimonianza della Scrittura o la forza trasparente del ragionamento […] io mi atterrò a quei passi della Scrittura a cui ho fatto appello. La mia coscienza è prigioniera della Parola di Dio»! Non si poteva dire più chiaramente quanto la Bibbia fosse diventata per lui il criterio fondamentale e il fattore diacritico per distinguere e accettare ciò che va tenuto per certo dal punto di vista della fede cristiana contro le ingerenze di una certa autoritaria tradizione cattolica. Nessuno prima di lui aveva mai parlato in questi termini, almeno per quanto riguarda il rapporto coscienza-Parola, sia pure con tutta la ricaduta polemica che ciò inevitabilmente comportava soprattutto nei confronti del Papato.

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Titolo: "Une lecture polysémique de la nature. Trois propositions pour un discours des méthodes. II"
Editore: Lateran University Press
Autore: Pascal Ide
Pagine:
Ean: 2484300020568
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

Le discours sur la nature est aujourd’hui dans une situation paradoxale : d’un côté, il est presque exclusivement scientifique ; de l’autre, les approches du cosmos demeurent multiples : certes scientifique, mais aussi philosophique, écologique, esthétique, psychologique, théologique, etc. L’article se propose d’accueillir cette diversité (polysémie) et d’en offrir une vision synthétique en trois temps, de plus en plus englobants, ponctués par des tableaux récapitulatifs. La première partie de l’article a introduit la question, proposé un bref parcours historique (première partie) et exposé la première unification, univoque. Cette seconde partie de l’article traite des deux autres unifications. La deuxième, analogique et catalogique, englobe aussi les cosmologies théologiques à partir de l’induction analogique (troisième partie). Enfin, la troisième unification, suranalogique et symbolique, connecte les approches restantes, notamment psychologique, écologique, esthétique, à partir de la circulation ordonnée des transcendantaux (quatrième partie).

Termes-clés

Nature, sciences de la nature, cosmologie philosophique, cosmologie théologique, unité, méthode, transdisciplinarité, atome, substance, holistique, induction, analogie, symbolique, transcendantaux, être comme amour.

 

Abstract

Discourse about nature finds itself today in a paradoxical situation. On the one hand, it is almost entirely scientific. On the other hand, there are still multiple approaches to the universe, some scientific, others philosophical, ecological, aesthetical, psychological, etc. The article seeks to accept this polysemy and to offer a synthetic vision in three steps summarized in a series of charts. The second part of the article treats two other concentrations, viz., the analogical and systematic, which include the cosmological and theological beginning from analogical induction, and the sovereign logical and symbolical that connects the remaining approaches, i.e., the psychological, ecological and aesthetical stemming from the ordered circularity of the transcendentals.

Keywords

Nature, Cosmology, Unity, Method, Analogy, Symbol, Transcendentals, Being as love.

 

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« L’entièreté de ce monde sensible est comme un livre écrit par le doigt de Dieu » 

3. L’induction analogique

La répartition qui vient d’être proposée est interne à la philosophie de la nature et aux sciences de la nature. Elle pourrait, idéalement, organiser sinon une réconciliation, du moins un dialogue, entre courants trop habitués à se poser en s’opposant, à se dévisager en se défigurant, au lieu de se juxtaposer et de s’envisager, bientôt de se compléter, dans une vision unifiée qui n’est aujourd’hui – et peut-être ne sera jamais, étant donné la puissance de ce qu’Aristote appelle « accoutumance » 2 – qu’utopiquement visée. Mais la diversité des discours sur le monde englobe aussi des objets formels, voire des lumières 3, extérieurs soit à la philosophie, soit à la science, à savoir ceux de la théologie. Il s’agit donc désormais d’articuler trois approches : scientifique, philosophique et théologique.

3.1. Refus

Si l’on se refuse aux trois postures extrêmes et unilatérales que sont le scientisme, exclusif de toute philosophie 4 comme de toute théologie, le philosophisme et le fidéisme – cette dernière ayant été illustrée ci-dessus dans sa figure contemporaine qu’est le fondamentalisme –, la position aujourd’hui la plus souvent adoptée est celle, épistémologique, du pluralisme et celle, éthique, de la tolérance. Elle fut systématisée par un chercheur de renom, professeur à l’Université de Harvard, biologiste, géologue et historien des sciences, autant que vulgarisateur, Stephen Jay Gould, sous le nom de principe de NOMA : construit sur l’acrostiche approximatif Non-Overlapping Magisteria, ce que l’on peut traduire « non-empiètement des magistères », il s’applique notamment aux relations entre sciences, philosophie et religion, mais aussi à la poésie ou à la politique. « Un magistère est un domaine où une certaine forme d’enseignement détient les outils appropriés pour tenir un discours valable et apporter des solutions » 5. Le principe se subdivise en deux thèses. Au lieu de les énoncer en général, voyons comment elles se formulent concrètement dans le cas des relations entre science et religion :

« Premièrement, ces deux domaines sont d’égale valeur et aussi nécessaires l’un que l’autre à toute existence humaine accomplie ; deuxièmement, ils restent distincts quant à leur logique et entièrement séparés quant à leurs styles de recherche, même si nous devons étroitement intégrer les perspectives des deux magistères pour élaborer la riche et pleine conception de l’existence que l’on désigne traditionnellement comme ‘sagesse’ » .

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Titolo: "Lateranum n. 1/2015"
Editore: Lateran University Press
Autore:
Pagine:
Ean: 9788846511195
Prezzo: € 20.00

Descrizione:

Articoli

Antonio Autiero, Per una teologia della Chiesa in azione. Omaggio a Sergio Lanza

 

Marcello Semeraro, «Vorrei una Chiesa povera e per i poveri»

 

Lubomir Zak, Ecclesiologia fondamentale del Vaticano II. Spunti di riflessione alla luce della ricezione della Lumen gentium

 

Achim Schütz, Die mehrdimensionale Theo-logik der Polarität. Anmerkungen zum Denken von E. Przywara

 

Nico De Mico, L’evangelizzazione di Carlo Magno: un momento del dinamismo missionario della Chiesa

 

Mario de França Miranda, The “Joy of the Gospel” and its im­plications for the Church



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Titolo: "Die mehrdimensionale Theo-logik der Polarität. Anmerkungen zum Denken von E. Przywara"
Editore: Lateran University Press
Autore: Achim Schütz
Pagine:
Ean: 2484300020421
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

L’articolo contempla il profilo pluridimensionale della polarità. In questa prospettiva si offre prima di tutto un’ambientazione del discorso nelle riflessioni teologico-filosofiche moderne. Contro ogni forma di mediazione o di spiegazione dialettica, la polarità coglie il dato dell’interruzione che caratterizza tanti momenti del reale concreto. Ed è soprattutto il buon senso che ne tiene conto. In un secondo momento si presenta la maniera in cui Przywara elabora la questione. Si analizzano i contributi degli autori al cui pensiero attinge in riguardo: Agostino, Tommaso e Newman; poi Deutinger, Görres, Nietzsche e Kierkegaard. Non manca una breve panoramica degli scritti (sistematici) in cui Przywara si fa animare dalla logica dell’opposizione. Alla fine vengono sviluppati alcuni principi di antropologia teologica che incarnano la polarità nel vissuto dell’individuo (credente).

Parole chiave:

Polarità e unità degli opposti; La dialettica e i suoi limiti; Il nulla; Il buon senso; L’uomo “eccentrico”; Il principio dialogico

 

Abstract

The article investigates the multi-dimensional profile of polarity. Firstly, it situates the question in the context of modern theology and philosophy. Avoiding any form of mediation or dialectic explanation, polarity grasps the fact of interruption, which characterizes so many aspects of concrete reality. Most of all it is common sense that takes this into consideration. Secondly, the article describes Przywara’s approach to polarity by analysing the authors who inspired him: Augustine, Thomas, Newman, and then Deutinger, Görres, Nietzsche, Kierkegaard. This is integrated by a brief overview of his (systematic) writings that are animated by the logic of opposition. In the end the article develops some principles of theological anthropology that express polarity in the life of the (believing) individual.

Keywords:

Polarity and unity of opposites; Dialectic philosophy and its limits; Nothingness; Common sense; The “eccentric” human being; The dialogical principle

 

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Erich Przywara1 gehört fraglos zu den bedeutendsten jener Denker des 20. Jahrhunderts, die sich im subtilen Übergangsbereich zwischen Philosophie und Theologie ansiedeln2. Er bleibt dabei immer bewusst ein Glaubender, der im systematisch-spekulativen Nach-denken die Grundwahrheiten der christlichen Offenbarung vor der Vernunft verantwortet zu erhellen sucht. Freilich greift er überaus weit und mithin bereichernd aus3; er steht im Austausch mit ganz unterschiedlichen Ansätzen und logischen Figuren, wie sie sich über die Jahrhunderte hin herausgebildet haben. So wird sein Blick gleichermaßen geschärft und von der Verfangenheit im gewohntermaßen Gängigen gelöst. In diesem Jahrzehnte währenden Prozess schälen sich immer deutlicher die bestimmenden Grundoptionen seines theologischen Daseinsverständnisses heraus: die Verknüpfung von kategorialer und transzendenter Wirklichkeit unter dem Vorzeichen der Analogie4 und eine Konzeption Gottes, welche dessen Geheimnishaftigkeit niemals ideologisch oder götzenbildnerisch überblendet5. Der Weg zu solcher Ausdrücklichkeit ist jedoch lang und keineswegs als eine Art von leidiger Durchgangspassage anzusehen, die allein vom erreichten Zielpunkt her Sinn hätte und dann der Vergessenheit anheimfallen könnte. Im Gegenteil. Wichtiges bzw. Bedeutsames tut sich in itinere dar: Przywara beschäftigt sich mit der Gegensatzlehre und der Frage nach der polaren Struktur des Realitätsgefüges. Was in diesem Zusammenhang zu Tage tritt, soll im Folgenden in großen Linien dargestellt und in ein – wenn auch grob gehaltenes – Netz von vertiefenden Verweisen bzw. Querbezügen eingefügt werden.

Die nachfolgenden Ausführungen untergliedern sich in drei Teile. Zunächst einmal wird der Versuch unternommen, die Fragekonstellation zu klären, in die sich die Polaritätslehre einordnet. Es wird um eine systematische – ansatzweise auch geistesgeschichtliche – Verortung des zentralen Begriffs gehen. Vor diesem Hintergrund soll sich in einem zweiten Moment abzeichnen, wie Przywara in seinem Werk das Wort vom Gegensatz inhaltlich füllt und welche weiterreichenden Implikationen für ihn damit verbunden sind. In einem dritten und abschließenden Punkt soll die Polaritätslehre in ihrer Bedeutung für die theologische Anthropologie herausgearbeitet werden. Dem formalen Zentrum nach birgt sie aufgrund ihrer Logik der Gegenüberstellung ein sehr großes Potential in sich. So wird es unter dieser Rücksicht zu einer konkreten Entfaltung der Art und Weise kommen, wie sich der Mensch – in seinem Selbstverhältnis, in seinem Weltbezug und in seiner Verbindung zu Gott – innerhalb der Wirklichkeit definiert.

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Titolo: "L'evangelizzazione di Carlo Magno: un momento del dinamismo missionario della Chiesa"
Editore: Lateran University Press
Autore: Nico De Mico,
Pagine:
Ean: 2484300020438
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

Rapporti sempre più stretti fra la Chiesa e la monarchia franca vengono a configurare Carlo Magno come il garante dell’unità e dell’ingrandimento del regno, la guida morale dell’ecumene cristiana, l’antesignano della fede contro il persistere del paganesimo e il propagarsi dell’eresia, il massimo difensore della vera religione, che si fa supporto e alimento all’ambizioso progetto di una grande e solida unità imperiale e cristiana. Rafforzato sempre più, anche per influenza degli intellettuali di corte, nell’idea di aver ricevuto da Dio la sua autorità e di essere stato eletto alla missione di condurre il suo popolo sulle vie del Signore, in ogni sua impresa bellica egli unisce a intenti espansionistici un sincero interesse alla difesa e all’unificazione della cristianità: all’assoggettamento dei popoli accompagna, pertanto, un’azione sistematica di cancellazione degli ultimi resti del paganesimo e di conversione al cattolicesimo.

Parole chiave:

Acculturazione; Inculturazione; Dinastia merovingia; Sassoni; Avari; Missionarietà cristiana

 

Abstract

Ever-closer relations between the Church and the Frankish monarchy result in strengthening the position of Charlemagne as the guarantor of the unity and growth of the kingdom, the moral guide of the Christian world, the defender of the Faith against persistent paganism and the spread of heresy, the greatest ally of true religion, who supports and nurtures the ambitious project of a vast and solid imperial and Christian unity. Strengthened in his conviction – influenced by court intellectuals – that he received from God his authority as well as his mission to conduct his people in the ways of the Lord, in all of his war efforts he unites with his expansionist motives a sincere interest in the defense and unification of Christianity. For this reason his subjugation of nations is accompanied by a systematic effort to cancel out the last remains of paganism and to favor conversions to Catholicism.

Keywords:

Acculturation; Inculturation; Merovingian dynasty; Saxons; Avars; Christian missionary activity

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1. Dai Merovingi ai Carolingi: si cementa l’alleanza fra trono e altare

Il 24 settembre del 768 si spegneva a Saint-Denis Pipino III il Breve, figlio di Carlo, detto Martello (piccolo Marte) a lode della sua abilità di guerriero1, per aver arrestato a Poitiers, nell’ottobre del 752, la temibilissima, devastante avanzata dei Musulmani in territorio gallico2. Era succeduto al padre nell’anno 741 unitamente a suo fratello Carlomanno e il regno dei Franchi si era così, di fatto, ancora una volta, diviso3. Fratello minore, fu designato a governare la Neustria e la parte sud-orientale, con Burgundia e Provenza4. Al primogenito, Carlomanno, fu invece assegnata la parte nord-orientale, con Austrasia5, Turingia e Alamannia. Non rientrarono nella spartizione la Baviera e l’Aquitania, che Carlo Martello lasciò sussistere come ducati autonomi6. Sebbene attentamente studiata, la divisione produsse pericolosi dissensi7, a causa dei quali i due fratelli, di comune accordo, accingendosi comunque a mettere in atto gli opportuni interventi per dar prova di un governo forte e stabile8, decisero, nel 743, di rimettere sul trono che il padre aveva lasciato vacante9 il merovingio Childerico III.

Nel 747 Carlomanno abdicò e si fece monaco benedettino, entrando prima nel convento del Soratte, poi nel monastero di Montecassino10. La sua eredità passò allora nelle mani di Pipino, che vide così riunificarsi il regno sotto il suo unico potere. A questo punto, aspirando a governare i Franchi non più come maestro di palazzo, ma come re, prima di rendere pienamente manifesta la sua intenzione cercò l’assenso del papa Zaccaria, nella consapevolezza che nessuno, meglio di lui, avrebbe potuto legittimare quella che, in fondo, sarebbe stata una vera e propria usurpazione ai danni di un re cristiano11. Nel 751, dunque, l’abate Fulrado12, per incarico del nuovo re e avendo come accompagnatori Burcardo vescovo di Würzburg13 e Bonifacio, già in altissima considerazione presso i papi e la cui presenza giovò non poco al successo politico dell’incontro, si recò a Roma e, premettendo una chiara descrizione dello stato di grave declino in cui versava il dominio merovingico, interpellò il papa su chi dovesse, in definitiva, avere la corona regale: quello che deteneva il titolo di re o quello che di fatto esercitava il potere14? Dopo lunga riflessione e sollecitato anche da Bonifacio, il pontefice riconobbe che nominare un sovrano potente e al passo con i tempi, invece di lasciare sul trono re deboli e di strette vedute, avrebbe sicuramente favorito la stabilità e lo sviluppo della Chiesa.

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Titolo: "The Joy of the Gospel and its implications for the Church"
Editore: Lateran University Press
Autore: Mario de França
Pagine:
Ean: 2484300020445
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

Quali stimoli possiamo ricevere dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium in vista di un’armonia più grande con la Chiesa Universale e per portare a compimento una migliore performance nella nostra missione apostolica? Guardando ai fondamenti dell’esortazione apostolica, che sono già presenti nell’ecclesiologia del Vaticano II e anche, in modo particolare, nel documento conclusivo della V Conferenza Episcopale Latino-Americana e dei Caraibi ad Aparecida, come possiamo comprendere l’auspicio di un “rinnovamento ecclesiale” che proviene dal testo di Papa Francesco? Non intendo qui approcciare tutte le questioni che sono presenti nel documento ma cerchiamo di illustrare, anche considerando una prospettiva storica, come Papa immagina che la Chiesa sia: una Chiesa missionaria e decentralizzata, configurata collegialmente, inculturata, formata da discepoli missionari; una Chiesa che con la vita rende testimonianza della sua fede in Gesù Cristo e, per richiamare un’espressione particolare, una Chiesa dei poveri. Poiché per le Conferenze episcopali si tratta di tradurre le linee guida dell’esortazione in contesti differenti, mi limito ad evidenziare alcuni punti e lo faccio non mediante affermazioni ma mediante domande, dando così l’opportunità per la discussione e la creatività

Parole chiave:

Papa Francesco; Evangelii Gaudium; Concilio Vaticano II; Ecclesiologia di comunione; Conferenza di Aparecida; Chiesa dei poveri

Abstract

Which stimuli can we take from the Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium in order to be in greater harmony with the universal Church and to achieve better results in our apostolic mission? Looking at the foundations of the Apostolic Exhortation that are already present in the Second Vatican Council’s ecclesiology and also, in a special way, in the Concluding Document of the V Latin American Episcopal Conference and the Caribbean in Aparecida, how can we understand the wish for an “ecclesial renewal” that emerges from Pope Francis’ text? I do not aim here to touch on all the questions that are present in the document, but we seek to elucidate, from an historic perspective, how Pope Francis envisions the Church to be: a missionary and decentralized Church; collegially-configured; inculturated; formed by missionary disciples; a Church that bears witness in life to her faith in Jesus Christ; and, recalling a special expression, a Church of the poor. As it is the concern of episcopal conferences to implement the Exhortation guidelines within different contexts, the Author limits himself to discussing a few points, not through affirmations, but through questions, thus allowing the opportunity for discussion and creativity.

Keywords:

Pope Francis; Evangelii Gaudium; Second Vatican Council; Ecclesiology of communion; Conference of Aparecida; Church of the poor

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The vastness of the question that the National Conference of the Bishops of Brazil (CNBB – Conferência Nacional dos Bispos do Brasil) has proposed for my consideration is readily apparent. Owing both to the great importance of the themes that are present in Pope Francis’ Apostolic Exhortation, and to the several and varied pastoral activities that are developed within the Catholic Church, a further and more detailed study would be demanded, as well as a longer time for exposition. Because of those reasons, we have had to choose a specific approach in order to be able to consider the present status of the question: a subjective approach, therefore incomplete and that would possibly need to be corrected. We shall not focus on what is already a positive reality in the Church in Brazil, but instead we aim to examine the stimuli that we can take from the Apostolic Exhortation Evangelii Gaudium2 in order to be in greater harmony with the universal Church and to achieve better performance in our apostolic mission. To attain this, we shall take a look at how the fundamentals of the Apostolic Exhortation were already present within the ecclesiology of the Second Vatican Council, and also, in a special way, in the Aparecida Document. Of course it is for the CNBB to implement Pope Francis’ guidelines in our context. At this point, therefore, I will limit myself to making brief remarks by means of some questions.

We begin with some historical considerations so that we can better understand where the current Pontiff’s initiative concerning “ecclesial renewal” comes from. We cannot understand the present out of the light of the past.

Knowing about institutional transformations that happened in the past makes us more receptive to the changes that present times ask of us. In a second moment, we will look at some of the themes from Pope Francis’ text that seem striking to us. I recognize in advance that some subjects will certainly be missing and that others, for sure, deserve a more detailed exposition.

1. What history teaches us

Understanding history is something essential for the society and the Church in which we live. Successes and mistakes in the past still resonate strongly in our day. The Church is a human and divine reality. As divine, she exists through God’s initiative and has characteristics that define her theological identity: faith in the person of Jesus Christ, the proclamation of the Word of God, the mission on behalf of the Kingdom of God, the celebration of the sacraments, especially of Baptism and Eucharist, the ordained ministry, and the community of the faithful. But the Church is also a human community, embodied in history, since her members live in concrete socio-cultural-existential contexts. Only as they are children of the society in which they live, as they share a language, social institutions and behavioral patterns that enable human coexistence, can they profess and give witness to their Christian faith as an ecclesial community. Only by shaping her theological identity in her actual context, can the Church be held and understood as Church and, thus, fulfill her mission to proclaim the salvation of Jesus Christ to the world. Otherwise she will be seen as an archaic reality, a museum piece, and not as a significant or relevant reality for our contemporaries.

History shows us that societies, mentalities, social institutions, languages, and behavioral patterns change through the time. The Church should be able to be understood and experienced by society as a sign and sacrament of the salvation of Jesus Christ to the world. Otherwise, she will be seen as a reality that belongs to the past, one that has nothing to say about the present life. Hence, she should change her institutional settings to keep her identity of salvific mediation, which is, after all, the meaning of her existence.

From this perspective we can understand the historical changes that took place in the liturgy, in certain doctrinal expressions, in the organization of the community, in pastoral guidelines and in the service of charity. Also from this perspective, we can assume that the Church lives in a constant historical process of institutionalizing herself. If we have difficulties accepting changes, this is due to a particular institutional configuration that conditions our understanding of the Church, which in turn prevents us from thinking about the Church in a different way. A season of changes is at the same time a season of resistance to changes.

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Titolo: "«Vorrei una Chiesa povera e per i poveri»"
Editore: Lateran University Press
Autore: Marcello Semeraro
Pagine:
Ean: 2484300020407
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Sintesi

Ai poveri Dio concede la sua prima misericordia: per questo desidero una Chiesa povera per i poveri. È un passaggio chiave di Evangelii gaudium al n. 198. L’intervento si propone di mettere in evidenza il valore di questo desiderio di papa Francesco, confidato a voce alta all’inizio del suo ministero di Vescovo di Roma. Il tema della Ecclesia pauperum è studiato a tre livelli. Il primo è quello insegnato dal Vaticano II in Lumen gentium n. 8 che ne definisce i tratti cristologici. Il secondo livello è quello che appare nel documento di Aparecida con la chiarificazione di ciò che significa l’opzione preferenziale per i poveri. Il terzo è quello in cui si esprime originalmente Francesco nell’esortazione Evangelii gaudium per cui la Chiesa deve farsi evangelizzare dai poveri i quali, “oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente”.

Parole chiave:

Chiesa e povertà; Chiesa povera; Concilio Vaticano II; Evangelli gaudium; Papa Francesco; Documento di Aparecida

Abstract

God bestows his first mercy on the poor: for this reason I desire a poor Church for the poor. This key passage is found at Evangelii gaudium, n. 198. This article intends to make clear the value of this desire of Pope Francis, expressed with a loud voice at the beginning of his ministry as Bishop of Rome. The article therefore studies the theme of Ecclesia pauperum at three levels. The first is that taught by Vatican II at Lumen gentium, n. 8 which defines the Christological terms. The second level is that which appears in the document of Aparecida and which clarifies the meaning of preferential option for the poor. The third is that in which Francis expresses himself for the first time in the Exhortation Evangelii gaudium, for which the Church should evangelize the poor who, “in addition to partecipating in the sensus fidei, know the suffering Christ through their own sufferings.”

Keywords:

Church and poverty; Poor Church; Vatican Council II; Evangelium gaudium; Pope Francis; Document of Aparecida

 

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Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri! Si era ancora nel clima di gioiosa sorpresa per l’elezione del nuovo Papa, quando egli pronunciò questa frase. Lo fece durante l’incontro coi rappresentanti dei media, il 16 marzo 2013; una udienza programmata per ringraziarli del lavoro svolto nei giorni del Conclave. Rievocando quell’evento e le modalità che poi l’avevano indotto alla scelta del nome di Francesco, il Papa ebbe quella sua esclamazione. Fu udita col sapore della novità, ma era già stata pronunciata. 

L’aveva fatto Giovanni XXIII, il Papa che convocò il Concilio Vaticano II. Fu nel Radiomessaggio trasmesso a un mese dal Concilio, ossia l’11 settembre 1962. Qui Papa Giovanni richiamò la grande aspettativa, che oramai s’era formata nella Chiesa e nel mondo; alla luce del simbolismo del cero pasquale, anticipò in qualche maniera la centralità della questione ecclesiologica nel suo duplice versante ad intra e ad extra; avendo presenti le aspettative del mondo aggiunse: «In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è, e vuol essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri».

 Poi c’è stato il Concilio. Scriveva, tuttavia, un testimone: «Nei giorni del Concilio una immensa speranza si era fatta luce; ora ha preso il sopravvento la delusione. Malgrado tutto, il mondo resta in attesa». 

Quarant’anni dopo, intervenendo sul mensile Jesus del 2 luglio 2013 Enzo Bianchi, priore di Bose, ha rievocato così quella stagione:

«Vi era un acceso dibattito sul tema della povertà e dei poveri in moltissime comunità [...] nella chiesa si elaborò la dottrina dell’“opzione preferenziale per i poveri”, dove opzione stava per dovere morale, e questo sembrò diventare nella chiesa universale un principio fondamentale della dottrina sociale della chiesa. In seguito, dobbiamo riconoscerlo, soprattutto il tema della chiesa povera sembrò sparire dall’orizzonte ecclesiale, tanto che vi fu chi scrisse: “Non voglio una chiesa povera ma una chiesa più ricca, in modo che possa fare maggiormente del bene ai poveri!”. Terribile fraintendimento del Vangelo, ma sempre possibile anche da parte di chi nella chiesa dovrebbe essere tra i primi suoi interpreti [...]. C’è stato un lungo silenzio sul tema della chiesa povera e per i poveri. Occorre riconoscere la verità: nelle nostre chiese (non in quelle del sud del mondo) il tema non risultava più interessante»3.

Ma, cos’era avvenuto al Concilio?

 

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Titolo: "Ecclesiologia fondamentale del Vaticano II. Spunti di riflessione alla luce della ricezione della Lumen gentium"
Editore: Lateran University Press
Autore: Lubomir Zak
Pagine:
Ean: 2484300020414
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Estratto

Alla luce di una sintetica disamina delle differenti linee di interpretazione della Lumen gentium emerse durante il periodo postconciliare, l’Autore riflette sull’attualità della costituzione, intravedendola non tanto nelle singole prese di posizione o nelle formulazioni del documento quanto piuttosto nell’impostazione di fondo delle sue principali idee e intuizioni. Si parte dal presupposto che tale impostazione – da considerare una sorta di “ecclesiologia fondamentale” – si stagli con sufficiente chiarezza quando la dottrina del Vaticano II viene interpretata nell’orizzonte del dinamico fundamentum fidei: l’autorivelazione di Dio triuno in Gesù Cristo (cfr. DV). Facendo riferimento a K. Rahner, in particolare alla sua ermeneutica del “simbolo reale” riferito al Cristo e alla Chiesa, l’Autore mette in luce come una conseguente interpretazione teologico-fondamentale della Lumen gentium, svolta alla luce della verità della Rivelazione trinitaria, sia in grado di continuare a stimolare l’attuale ricerca ecclesiologica, spingendola verso nuovi promettenti sviluppi.

Parole chiave:

Concilio Vaticano II; Lumen gentium; Dei Verbum; Teologia della Rivelazione; Simbolo reale; Karl Rahner

 

Abstract

In the light of a synthetic analysis of the different lines of interpretation of Lumen gentium that have emerged during the post-conciliar period, the Author reflects on the relevance of the Constitution not so much by taking into account the individual positions assumed by the document, or the various formulations within it, as much as the fundamental perspective offered by its principle ideas and intuitions. Basic to this approach is the presupposition that this foundational perspective – which can be considered as a kind of “fundamental ecclesiology” – stands out with sufficient clarity when the teaching of Vatican II is interpreted against the horizon of a dynamic fundamentum fidei: the self-revelation of the triune God in Jesus Christ (cfr. Dei Verbum). By referring to K. Rahner, in particular to his hermeneutic of the “Real Symbol” with reference to Christ and the Church, the Author demonstrates how a consequential fundamental theological interpretation of Lumen gentium, attentive to the truth of trinitarian Revelation, continues to stimulate current ecclesiological research, advancing it toward new, promising developments.

Keywords:

Second Vatican Council; Lumen gentium; Dei Verbum; Theology of Revelation; Real symbol; Karl Rahner

 

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1. La questione dell’attualità della costituzione

I cinquant’anni di ricezione del Vaticano II attestano che la Lumen gentium è uno dei documenti più studiati e più discussi dell’intero corpus dei testi conciliari. Il che non sorprende, trattandosi di una delle quattro costituzioni elaborate e approvate durante «un concilio eminentemente ecclesiologico»2. Il Vaticano II è stato, infatti, «un concilio della chiesa sulla chiesa»3, essendo stata proprio questa sia il soggetto che l’oggetto di autorevoli enunciati dei padri conciliari4.

La storia della ricezione della Lumen gentium5 è caratterizzata dall’intrecciarsi e contrastarsi di differenti e, in certi casi, antitetiche prospettive di interpretazione, ma anche dalla permanente e simultanea presenza di differenti soggetti e ambienti di azione interpretativa. Quanto alla differenza delle prospettive, essa si è potuta notare anche recentemente in occasione del di battito sul Vaticano II come concilio di rottura o di continuità con la tradizione della chiesa6, durante il quale la Lumen gentium, assieme a qualche altro documento conciliare, fungeva da corpus delicti di primaria importanza. La costituzione veniva considerata, da parte di alcuni teologi e storici, un testo di rottura, contenente un’ecclesiologia totalmente nuova, del tutto diversa rispetto al passato; altri studiosi invece la classificavano come un documento di ininterrotta continuità dottrinale, al punto da poterla persino considerare una sorta di prolungamento dell’ecclesiologia del Concilio di Trento e del Vaticano I. Ai poli più estremi di tali divergenti posizioni si sono collocati coloro che affermano, chi con soddisfazione, chi con critica e disapprovazione, che la Lumen gentium rappresenti una linea di confine che taglia in due la dottrina cattolico-romana, dividendola tra il prima e il dopo, tra una versione passata e una versione attuale; ma anche coloro che tengono a ribadire che ogni nuova interpretazione della costituzione dovrebbe essere sottoposta al giudizio correttivo della dottrina sulla chiesa portata avanti, senza alcun cambiamento, dai concili e dai pontefici antecedenti al Vaticano II.

Quanto alla presenza di differenti soggetti e ambienti di azione interpretativa, va ricordato che la ricezione della Lumen gentium ha visto e continua a vedere impegnati, simultaneamente, il Magistero pontificio (con gli ausiliari, tra cui la Congregazione per la Dottrina della fede e la Commissione teologica internazionale), i teologi cattolici e quelli di altre confessioni, le commissioni miste del dialogo ecumenico, nonché gli ambienti rappresentati dalle esperienze ecclesiali promosse dai movimenti ecclesiali7 e, prima ancora, da alcune chiese particolari (nazionali e continentali)8 che, in misura non indifferente, hanno contribuito e tuttora contribuiscono alla maturazione di originali e valide scelte interpretative.

Ormai da mezzo secolo ogni capitolo della costituzione è stato e continua a essere oggetto di minuziose analisi e di numerosi interventi interpretativi da parte di tutti i suddetti soggetti, i quali, rivestiti di sensibilità teologiche non univoche, hanno individuato nel corpo delle formulazioni della Lumen gentium temi, idee e affermazioni che, alcuni subito altri con il passare del tempo, si sono profilati quali vere e proprie quaestiones disputatae e, con ciò, quali grandi e praticamente permanenti cantieri di lavoro. Si pensi, ad esempio, all’idea della chiesa descritta al n. 8 della costituzione con l’utilizzo della locuzione subsistit in; al tema del rapporto tra laici e chierici inscritto, al n. 10, nella cornice della relazione di unità nella differenza tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale; al tema extra Ecclesiam nulla salus sviluppato, ai nn. 14-16, nell’orizzonte dell’idea dell’ordinatio ad populum Dei dei non cattolici; al tema del rapporto tra romano pontefice e vescovi inserito, al n. 22, nel contesto della trattazione sul collegio episcopale; al tema, al n. 23, del rapporto tra chiesa universale e chiese particolari (o locali), e via discorrendo.



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Titolo: "Per una teologia della Chiesa in azione. Omaggio a Sergio Lanza"
Editore: Lateran University Press
Autore: Antonio Autiero
Pagine:
Ean: 2484300020391
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Sintesi

Il contributo vuole tratteggiare il profilo della teologia pastorale di Sergio Lanza, sostanzialmente segnata da una duplice caratteristica. Da una parte essa si pone nell’orizzonte conciliare e recupera la nozione di soggetto ecclesiale, aperto all’ascolto della Parola. La cifra della teologia della rivelazione attribuisce, cosí, all’impianto teologico della visione pastorale di Sergio Lanza un marcato primato della Parola, al cui servizio il soggetto ecclesiale si pone. Dall’altra parte emerge, poi, l’importanza della prassi, non come luogo applicativo della teoria, ma come orizzonte di genesi e di vitalità di essa. La teologia pastorale trova in questo duplice riferimento la via per un ripensamento del suo statuto epistemologico, fecondo e ricco di implicazioni per l’agire ecclesiale.

Parole chiave:

Teologia pastorale; Azione ecclesiale; Teologia della rivelazione; Concilio Vaticano II

 

Abstract

The article traces the profile of the pastoral theology of Sergio Lanza which is identified through a double character. On the one hand it stands within the horizon of the Second Vatican Council and recovers the notion of the “ecclesial subject”, who is open to hearing the Word. Thus, the theology of revelation contributes to the theological foundation of the pastoral vision of Sergio Lanza a marked primacy for the Word at whose service the ecclesial subject is found. On the other hand one finds the importance of praxis, not in the sense of a locus for the application of theory, but as the horizon of its genesis and vitality. Pastoral theology finds in this double reference the way toward a rethinking of its epistemological status, rich with implications for ecclesial action.

Keywords:

Pastoral theology; Ecclesial action; Theology of Revelation; Vatican Council II

 

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Era un assolato pomeriggio di ottobrata romana, quel 15 ottobre del 1973, quando al seminario Lombardo incontrai per la prima volta Sergio Lanza. Il suo portamento elegante, spigliato, interessante, attirò da subito la mia attenzione. Ne nacque un’amicizia che ha reso comuni e condivisi tanti passaggi delle nostre biografie. Dico questo soprattutto per mettere in chiaro che proprio il legame di amicizia costituisce la prima e più importante titolarità a questo mio parlare su di lui, oggi, mentre la comunità accademica della sua università gli dedica meritato riconoscimento.Tratteggiare il profilo della sua teologia pastorale non competerebbe di certo a me, che non sono teologo pastoralista. Ma l’intensità del confronto con Sergio Lanza, la condivisione in molta parte di visioni teologiche, come anche quelle inevitabili differenzazioni di percorsi, di modalità e di stile fanno da substrato per poter abbozzare uno schizzo che si regge più che altro su quello che Antonio Rosmini era solito chiamare “conoscenza amativa”.Per fare questo mi servirò di due vettori che ritengo utili per recuperare la tela di fondo dell’impegno teologico di Sergio Lanza e il suo posto nel panorama teologico più recente. E – per chiudere questa premessa – devo anche dire che la scelta della dicitura “chiesa in azione”, come suona nel titolo, vive di due nessi, l’uno sincronico, l’altro diacronico, che andranno ad emergere dal mio dire.

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Titolo: "Il Concilio Vaticano II"
Editore: Lateran University Press
Autore: Nicola Ciola
Pagine:
Ean: 2484300019388
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Da dieci anni la Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense ha proposto con cadenza biennale una serie di Seminari di Studio per i Docenti e i Responsabili degli Istituti associati alla Facoltà di Teologia. Il progetto pluriennale di ricerca e di studio ha toccato il tema Insegnare teologia oggi. L’iniziativa sembrava particolarmente pertinente per la preparazione e l’aggiornamento dei docenti degli Istituti associati a vario titolo alla nostra Facoltà (incorporati, aggregati, affiliati, collegati). Si è trattato di rivisitare, attraverso l’approfondimento delle diverse discipline teologiche, contenuti e metodo delle medesime. E così, ogni due anni, a partire dal 2004 fino al 2012, si sono celebrati ben cinque Seminari di Studio su Insegnare Teologia oggi, dove ogni volta si declinava il tema con le varie branchie del sapere teologico, dalle scienze bibliche e storico-patristiche alla teologia fondamentale e dogmatica, dalle discipline dell’ordo credendi a quelle all’ordo agendi. Basta scorrere le annate della rivista Lateranum dal 2004 al 2012 per rendersi conto di un percorso significativo che era quello di aiutare la formazione e l’aggiornamento dei docenti delle nostre Istituzioni, ben consapevoli che è da lì che si può determinare una vera circolazione di idee e progetti per il futuro.

Esaurito il programma sull’Insegnare Teologia oggi, nel Convegno celebrato tra il 22 e 24 settembre 2014 abbiamo optato per una forma più di carattere tematico e ci siamo domandati quale potesse essere un argomento di interesse comune, pur nella estrema diversità storica e geografica delle chiese rappresentate dalle istituzioni accademiche associate alla PUL: dai paesi dell’Est europeo alle Americhe, dal Nord Europa all’Isola di Guam, da Roma a Gerusalemme.

È sembrato che un tale servizio alla comunione e alla circolazione del sapere teologico, potesse essere – questa volta – quello di una rivisitazione ...



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Titolo: "El Vaticano II como evento, doctrina y estilo"
Editore: Lateran University Press
Autore: Santiago del Cura Elena
Pagine:
Ean: 2484300019395
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

La exposición que se me ha encomendado para este congreso gira en torno al Vaticano II como evento, doctrina y estilo, para poner de manifiesto su alcance y descubrir su entrelazamiento1. Entiendo con ello que a mi exposición le corresponde un carácter más bien introductorio a las intervenciones sucesivas, ya que otras ponencias se ocuparán explícitamente de documentos concretos y de cuestiones más delimitadas y precisas de la asamblea conciliar. Al mismo tiempo, al referirse al concilio en su conjunto, la exposición conlleva una dificultad objetiva, dada la magnitud y diversidad de los textos conciliares. Son además muy abundantes y detallados los estudios sobre el Vaticano II que se han ido publicando2. Por todo ello, reconocer desde el comienzo las limitaciones de la exposición y la modestia de sus pretensiones no es sino confesar una obviedad.

Ateniéndome en cualquier caso a lo indicado en la programación, me centraré en la exposición, valoración y entrelazamiento de los tres términos escogidos como claves interpretativas del concilio Vaticano II: evento, doctrina, estilo. Y, de acuerdo con este propósito, mi intervención se articulará en tres pasos sucesivos: 1) su ubicación en el momento en que nos hallamos hoy respecto al Vaticano II, e.d., la conmemoración de su 50 aniversario, 2) la presentación y el comentario de las tres claves interpretativas mencionadas: evento, doctrina y estilo, 3) el entrelazamiento existente entre ellas, para descubrir así hasta qué punto se hallan entretejidas y qué potencialidades encierran para la asimilación actual del Vaticano II como principio inspirador de la fe y de la vida cristiana.

1. A los 50 años del Vaticano II: ¿qué tareas pendientes de realización?

Parafraseando el título de una reciente obra de G. Routhier3, podemos ver compendiado en esta pregunta el sentido de seguir ocupándonos del concilio Vaticano II hoy, a los cincuenta años de su celebración (2013-2015). Una efemérides que está originando numerosos estudios y conmemoraciones en los diversos ámbitos lingüísticos4, de modo análogo a lo acontecido ya con el XL aniversario y con otros anteriores. La bibliografía respectiva es enorme; baste remitir aquí a los instrumentos de ayuda disponibles5, a los proyectos de investigación6 y a las numerosas obras que van apareciendo7 y que con toda probabilidad se verán incrementadas.

Los cinco lustros transcurridos han dado lugar a distinguir diversas fases en la recepción e interpretación del Vaticano II, fases que no siempre son coincidentes del todo en las periodizaciones de estos cincuenta años ofrecidas por los distintos autores8. Más allá, no obstante, del mayor o menor acierto en la periodización del medio siglo transcurrido, el transfondo de nuestra exposición lo constituyen sobre todo los dos últimos decenios.

Los comentarios de las diversas constituciones, decretos y declaraciones del Vaticano II llevados a cabo en los primeros años postconciliares eran con ...



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Titolo: "Primato e collegialità"
Editore: Lateran University Press
Autore: Severino Dianich
Pagine:
Ean: 2484300019425
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. Contesto politico e sviluppi del papato

Che la riflessione teologica non si svolga in vitro, nonostante gli alti livelli di astrazione che essa raggiunge nella sua attività speculativa, nessuno lo ignora. Ma pochi altri temi, propri della fede cattolica, hanno subito una così imponente pressione dall’esterno, oltre che dal contesto culturale anche dalla situazione politica, come è accaduto alla teologia del primato papale.

Se, nonostante la consapevolezza della chiesa romana di un proprio ministero universale, già lucida fin da Leone I e da Gregorio Magno, questo non fu recepito in Oriente, è perché, da quando i cristiani ottennero la libertà e le chiese cominciarono ad avere un ruolo pubblico, il loro protagonista principale sulla scena del mondo fu l’imperatore. Vedi il ruolo, assolutamente decisivo in tutta la serie dei concili ecumenici del primo millennio, svolto dagli imperatori, da Costantino in poi, in forza dell’autorità riconosciuta alla figura di questo “vescovo esterno” o “tredicesimo apostolo”. Né questa gli veniva contestata dai papi di Roma, pur trattandosi di un potere, che poi verrà accanitamente difeso dal papato come suo proprio, quello di convocare e condurre al loro fine i concili ecumenici1. Sarà in Occidente, con l’incoronazione di Carlo Magno e la istituzione di un impero legittimato dal potere papale, che il ruolo dell’imperatore dovrà cedere il primo posto a quello del papa, se pure in una serie infinita di conflitti che si prolungheranno, dopo la fine dell’istituzione imperiale, fino ai rapporti tra il papato e gli stati moderni2. È ben nota l’epica battaglia combattuta da Gregorio VII per la “libertas ecclesiae” rispetto al potere imperiale, per la rivendicazione al solo romano pontefice, sancita nel celebre Dictatus papae, di un’autorità universale, del diritto di fregiarsi delle insegne imperiali e di deporre l’imperatore e, infine, contro la tradizione dei precedenti concili, dell’esclusivo diritto di legittimare la convocazione di un Concilio3. Coerente con questa esigenza di base fu lo sviluppo che contemporaneamente giunse a trasformare il collegio cardinalizio, da istituzione propria della chiesa romana, a organo di governo, assieme al papa, della chiesa universale. Se ne legittimerà il compito a partire dall’Antico Testamento, con riferimento all’ordine dei leviti, ma poi anche dal Nuovo, facendo dei cardinali i successori degli apostoli e soppiantando in tal modo il ruolo dei vescovi, dei patriarchi e dei metropoliti4. L’evidente grave effetto di questi sviluppi sarà il progressivo obnubilamento di una qualsiasi teologia della chiesa locale.

Secondo Klaus Schatz5 la figura del papato, così come oggi la conosciamo, si sviluppa, non a caso, soprattutto dopo la rivoluzione francese, che viene a sconvolgere il millenario assetto dell’ordine sociale in Europa. Era il tempo nel quale nella politica europea il papato aveva raggiunto il punto più basso del suo storico potere, ma in realtà nessun evento quanto la rivoluzione del 1789 avrebbe preparato il suo trionfo, che si celebrerà nel Concilio Vaticano I. Nella grande crisi dell’episcopato francese, diviso fra coloro che avevano prestato giuramento alla Costituzione civile del clero del 1790 e coloro che erano rimasti “refrattari”, con l’appoggio di Napoleone, che pure intendeva proseguire nel radicale riordinamento delle diocesi che vi era stato stabilito, poté assumersi l’autorità di deporre tutti vescovi, creare un nuovo episcopato con una nuova suddivisione diocesana, ridisegnando così la carta geografica di tutta la chiesa di Francia. Solo un papa, nell’esercizio massimo del suo potere sarebbe stato in grado di farlo, diventando così, paradossalmente - secondo Klaus Schatz - il papato stesso rivoluzionario. Effettivamente fu paradossale, ma è vero che, nella lunga stagione della restaurazione, il prestigio e il potere papale crebbe enormemente, risultando il papato, non i vescovi, l’unica istituzione capace di resistere a quel lascito della rivoluzione, ereditato dal gallicanesimo e dal vecchio regalismo (classico supporto anche del conciliarismo), che fu lungo l’Ottocento il giurisdizionalismo ampiamente



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Titolo: "The Churc h-World relationship in Gaudium et Spes: still relevavant?"
Editore: Lateran University Press
Autore: Michael Paul Gallagher
Pagine:
Ean: 2484300019432
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. A new tone and anthropology

The aim of this paper is to discern to what extent the treatment of the church-world relationship in Gaudium et Spes remains fresh and valid fifty years later and to acknowledge ways in which it has become less relevant for today. Obviously we cannot comment on all the chapters of this longest document in conciliar history. Apart from giving some attention to the chapter on culture, I will remain largely within the first part of the text and therefore little will be said about such topics, present in this document, such as politics, economics, peace and even the theme of the family.

There is no need to revisit in detail the historic significance of this pastoral constitution. It is enough to mention some of its original characteristics. As is well known, a document of this kind was not planned before the Council began. Even though Pope John XXIII had clearly indicated that he wanted a different style of council, not primarily to face a doctrinal crisis but to reflect on new pastoral needs, the proposal for a treatment of the relations of the Church ad extra came only at the end of the first session, supported by such leading figures as Cardinal Suenens and Cardinal Montini. The text that eventually emerged three years later is the product of much debate and represents a different wavelength and style to any conciliar text in previous church history. Are these options of disposition and of method still pertinent today? Certainly yes. It is possible to criticize various sections of this long text as weak in themselves or less relevant fifty years later, but the Council’s choice of an overall theological anthropology is surely a permanent achievement and gift to later generations. And here in the Council’s creation of a new tone and a new anthropology we find the key expression of a different relationship between church and world, seeking to listen to the contemporary situation and to understand it before offering any judgements about it.

Let me mention at this stage a challenging thought from Gilles Routhier: the interpretation of Vatican II is not simply a matter of texts and the intentions of their authors. A third perspective should be mentioned, that of ourselves as receivers in our different moment of church history. Therefore our rereading of conciliar texts has to allow for today’s horizon1. Our context is radically different. Our frontiers are changed. Our receptivity is different from the first audience of half a century ago. Therefore we should not be surprised if some aspects of this text seems less actual than it did to its audience of fifty years ago. The more positive question is to identify what remains rich and relevant, and that will be my principal focus here.

Concerning the question of inactuality, let us admit that it is easy to become impatient with the text of Gaudium et Spes and to find reasons for critique or complaint: it is dangerously long and often diffuse; from section to section it can be uneven in quality; with the passage of time inevitably some parts come across as either dated or just predictable. And yet the fundamental intention of the Council was and is important for the Church, and the essential approach of this constitution remains prophetic fifty years later. I mean its theological methodology for reinterpreting the church’s relationship to the contemporary world and in particular its option for an ascending Christian anthropology. As a symbol of this approach is the oft-commented fact that Christ, while mentioned frequently, enters more explicitly at the end of each of the first four chapters of the text, thus crowning and illuminating the text’s account of the human situation today.

There are those who would have preferred a more descending Christology, or a more explicitly theological account of the human condition. But Gaudium et Spes embodied the Council’s desire not only to speak about modern man but to modern man, and this less predictable approach remains permanently valid. On this point it is worth quoting a warning given by the then Archbishop Wojtyla in the 1964 debate on this text, when he advised the Council to avoid ecclesiastical language: otherwise the intended dialogue with the world would simply be soliloquy. («Caveamus autem, ne schema nostrum soliloquium fiat!»2). Indeed it ...



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Titolo: "La paspastoralità del Vaticano II. Limite o risorsa ?"
Editore: Lateran University Press
Autore: Antonio Mastantuono
Pagine:
Ean: 2484300019449
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Nel tempo degli eredi

La celebrazione del cinquantesimo del Vaticano II, segna, secondo G.Routhier1, una tappa significativa nel processo di recezione del Concilio: «entriamo nel tempo degli eredi». La scomparsa (quasi completa) della generazione che ha fatto il Concilio ci pone nella situazione di coloro che ricevono un’eredità di cui poter disporre. E, come accade per ogni eredità, si può dilapidarla, rifiutarla, renderla oggetto di dispute e litigi, oppure accoglierla e farla fruttare. Il miglior modo per essere dei buoni eredi del Vaticano II e renderlo «bussola per il presente e per il futuro della Chiesa» consiste nell’imparare a «pensare con il Vaticano II»2. Ciò richiede di non ridurlo a un insieme di enunciati da preservare e da ripetere, bensì di assumerlo come modo originale di riflessione e come atteggiamento fondamentale, «una maniera d’impadronirsi delle questioni di un’epoca e un metodo per pensare nella fede».

«Se al Vaticano II si guardasse solo come a un aggiornamento della presentazione della dottrina cattolica da sostituire a quella offerta dai manuali nel periodo preconciliare, saremmo degli eredi ben poveri. Se dovessimo considerare il Vaticano II - scrive Routhier - solo nella sua dimensione di corpus dottrinale da preservare, saremmo paragonabili a quel servitore che restituì nella sua integrità il talento che gli era stato affidato. Se, invece, senza trascurare il patrimonio dottrinale che il Concilio ci offre e senza mancare di conoscerlo e approfondirlo, lo si affronta a partire dalle questioni che hanno nutrito la riflessione dei Padri; se riflettiamo con loro e a modo loro sulle questioni che sono state all’origine del loro discorso; se il Concilio viene di nuovo colto come un insieme di intuizioni basilari e di idee creative di cui possiamo far tesoro oggi; se a nostra volta ritroviamo quello stato d’invenzione in cui essi sono stati posti e che è alla fonte di ogni scienza, allora il Vaticano II può, cinquant’anni dopo…»3

parlare alle nostre comunità e segnare il loro cammino.

Secondo Routhier, tre movimenti creativi qualificano la recezione del lascito di un’eredità. Proponendo un’analogia con il problema dell’eredità del tomismo, il teologo canadese delinea il tema dell’eredità conciliare in tre mosse: a) riprendere il modo originale dei Padri conciliari (che gli studi storici ci hanno fatto conoscere) di porre i problemi con il metodo e le risorse che essi hanno messo in opera per prospettare una risposta alle sfide del loro tempo nella interazione tra soggetti, corpus testuale e nuovi lettori (il Vaticano II come stile); b) far emergere l’originalità del Vaticano II, le sue idee creative e le sue intuizioni basilari sia sul versante metodologico che contenutistico (il principio di ...



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Titolo: "Concilio virtuale e concilio reale"
Editore: Lateran University Press
Autore: Giuseppe Lorizio
Pagine:
Ean: 2484300019494
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

L’incontro con il Concilio Ecumenico Vaticano II risulta, oggi in particolare, ricco di fascino e al tempo stesso problematico, a causa del diffondersi di letture di stampo ideologico, tendenti ad operare una sorta di riduzionismo dell’evento e del dettato conciliare a posizioni ecclesiali e teologiche preconcette e strumentali. Il problema di fondo, che, in sede interpretativa e didattica (ai diversi livelli fino a quello accademico), ci si trova di fronte riguarda la necessità di affrontare l’argomento raccontando un evento o presentando una dottrina. Si tratta - come spesso accade - di un falso dilemma. Il Concilio è stato senz’altro un evento ecclesiale e socio-culturale di immensa portata, che si è cristallizzato e ci viene consegnato in un insieme di scritti dottrinali (che peraltro si pongono su diversi piani di autorevolezza), i quali chiedono di essere letti e interpretati correttamente e nella maniera più esauriente possibile sia da parte dei credenti cattolici, che da quella di altri eventuali destinatari dei testi stessi. Senza il riferimento all’evento conciliare gli elementi di dottrina che il Vaticano II ci offre sarebbero privi del loro humus e del loro contesto e rischierebbero di presentare una serie di teorie avulse e peraltro fra loro difficilmente componibili in un quadro concettuale coerente. Senza la componente dottrinale il Concilio rischia di essere storicisticamente interpretato e depauperato del messaggio che pure ha inteso rivolgere ai fedeli cattolici e a tutti gli uomini di buona volontà. Sembra quindi compito di chi lo accosta avere costantemente presente questa bipolarità fra evento e dottrina e su questi binari proporre ai giovani, che non hanno vissuto la stagione conciliare, e quindi possono apprenderla solo attraverso lo studio delle testimonianze e dei documenti, questo fondamentale momento della storia del Novecento. Un ulteriore elemento da considerare è il clima che si è creato nella chiesa e in particolare a Roma durante i lavori del Vaticano II e che possiamo rappresentarci attraverso due parole: primavera e discussione.

La tavola rotonda che abbiamo pensato all’interno della nostra riflessione sul Vaticano II intende affidare a tre esperti rispettivamente il compito di presentare l’evento conciliare e il suo contesto (lo storico Ph. Chenaux), indicare degli elementi dottrinali decisivi (il teologo N. Ciola) e infine offrirci un’idea del clima, in relazione all’aspetto comunicativo mediatico (il vaticanista F. Zavattaro).



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Titolo: "Il cammino ecumenico aperto da Unitatis Redintegratio tra difficoltà e speranze: in dialogo con lOrtodossia"
Editore: Lateran University Press
Autore: Lubomir Zak
Pagine:
Ean: 2484300019470
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. Introduzione

Se vi è un documento del Vaticano II elaborato e votato in un momento e in un clima straordinariamente favorevoli dal punto di vista storico-ecclesiale, questo è il decreto sull’ecumenismo. Allo stesso tempo, se vi è un tema che, durante le discussioni degli schemi preparatori dell’Unitatis redintegratio, si è letteralmente materializzato davanti agli occhi dell’assemblea conciliare, manifestando importanza e attualità di prim’ordine, questo è il tema riguardante l’atteggiamento della Chiesa cattolico-romana nei confronti delle Chiese orientali non cattoliche.

Infatti, proprio nel periodo dell’ultima e decisiva fase di gestazione del decreto1 - ossia a partire dalle riunioni di febbraio e marzo del 1964, durante le quali il Segretariato per l’unità dei cristiani, aiutato da alcuni membri delle Commissioni per la Chiesa orientale e per la Dottrina, conferisce al documento il suo aspetto quasi definitivo, fino alle ultime votazioni (nei giorni 10, 11 e 14 novembre) e all’ultimo scrutinio (20 novembre) - iniziano a comparire e a moltiplicarsi quei concreti gesti del “dialogo della carità” tra Paolo VI e Atenagora, patriarca di Costantinopoli, che suscitano stupore e gioia e che vengono colti dai padri conciliari come segni dell’approssimarsi di un’epoca nuova, quella della ritrovata fraternità tra cattolici e ortodossi.

La prima parte del terzo capitolo dell’Unitatis redintegratio (cf. nn. 14-18), in cui il Vaticano II si esprime a proposito delle Chiese orientali non cattoliche, è scritta, discussa e votata sotto l’influsso, anche emotivo, di questi inauditi eventi, molto promettenti - come fece capire lo stesso Paolo VI appena tornato dal pellegrinaggio in Terra Santa, dove si era incontrato con Atenagora2 - per il futuro delle relazioni cattolico-ortodosse. Non sorprende, perciò, se il titolo della prima parte recita: De ecclesiarum orientalium peculiari consideratione, preannunciando - cosa che, invece, non succede nella seconda parte, dedicata alle Chiese e comunità ecclesiali della Riforma (cf. UR nn. 19-23: De ecclesiis et communitatibus ecclesialibus in Occidente seiunctis) - una trattazione elaborata in spirito di apprezzamento, vicinanza e apertura del tutto speciali nei confronti dell’Oriente non cattolico3.

Il susseguirsi, nel dopoconcilio, di concreti e, insieme, simbolici dimostrativi gesti del “dialogo della carità” tra Roma e Costantinopoli impronta fortemente anche i primi anni della ricezione - da parte della Chiesa cattolico-romana e della sua teologia - del decreto sull’ecumenismo, in particolare dei passaggi riguardanti le Chiese orientali non cattoliche. Ciò è inevitabile: la straordinaria rilevanza di eventi come la contemporanea abolizione (il 7 dicembre 1965, alla vigilia della chiusura del Vaticano II) delle scomuniche del 1054, lo scambio di visite tra Roma e Costantinopoli nel 1967, la restituzione all’Oriente di alcune importanti reliquie (tra cui quella di sant’Andrea), il gesto di umiltà di Paolo VI, che nel dicembre 1975 bacia i piedi al metropolita Melitone, rappresentante del patriarcato di Costantinopoli, e altri accadimenti ...



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Titolo: "In mezzo al guado?"
Editore: Lateran University Press
Autore: Riccardo Burigana
Pagine:
Ean: 2484300019487
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

«Alla luce del cammino di questi decenni, e dei tanti esempi di comunione fraterna tra luterani e cattolici di cui siamo testimoni, confortati dalla fiducia nella grazia che ci viene donata nel Signore Gesù Cristo, sono certo che sapremo portare avanti il nostro cammino di dialogo e di comunione, affrontando anche le questioni fondamentali, come anche nelle divergenze che sorgono in campo antropologico ed etico. Certo, le difficoltà non mancano e non mancheranno, richiederanno ancora pazienza, dialogo, comprensione reciproca, ma non ci spaventiamo! Sappiamo bene - come più volte ci ha ricordato Benedetto XVI - che

«Alla luce del cammino di questi decenni, e dei tanti esempi di comunione fraterna tra luterani e cattolici di cui siamo testimoni, confortati dalla fiducia nella grazia che ci viene donata nel Signore Gesù Cristo, sono certo che sapremo portare avanti il nostro cammino di dialogo e di comunione, affrontando anche le questioni fondamentali, come anche nelle divergenze che sorgono in campo antropologico ed etico. Certo, le difficoltà non mancano e non mancheranno, richiederanno ancora pazienza, dialogo, comprensione reciproca, ma non ci spaventiamo! Sappiamo bene - come più volte ci ha ricordato Benedetto XVI - che l’unità non è primariamente frutto del nostro sforzo, ma dell’azione dello Spirito Santo al quale occorre aprire i nostri cuori con fiducia perché ci conduca sulle vie della riconciliazione e della comunione».

Mi piace iniziare questa mio contributo con le parole di papa Francesco, pronunciate il 21 ottobre 2013, in occasione dell’udienza alla delegazione della Federazione Luterana Mondiale e ai rappresentanti della Commissione per l’unità luterano-cattolica: in questo discorso papa Francesco affrontava il tema dell’unità della Chiesa a partire dall’esperienza del dialogo tra cattolici e luterani, tenendo ben presente come si deve collocare questo dialogo nella prospettiva della celebrazione del 500° anniversario della Riforma tanto che appariva «importante per tutti lo sforzo di confrontarsi in dialogo sulla realtà storica della Riforma, sulle sue conseguenze e sulle risposte che ad essa vennero date». In questo incontro papa Francesco ha parlato di dialogo teologico, di collaborazione fraterna nella pastorale, di ecumenismo spirituale, indicando, qui come altrove, in molti altri dei suoi interventi a favore dell’ulteriore promozione dell’unità visibile della Chiesa, gli elementi fondamentali del dialogo ecumenico; con queste parole papa Bergoglio si poneva in continuità con i suoi immediati successori, da Paolo VI, a Giovanni Paolo I, a Giovanni Paolo II a Benedetto XVI, che, pur con accenti e modi diversi, hanno fatto dell’unità della Chiesa uno dei compiti primari del magistero petrino, nella fedeltà ai documenti del Vaticano II, alimentando in questo modo la recezione stessa del concilio2.

Proprio a partire dal Vaticano II il dialogo con le Chiese e comunità della Riforma ha assunto una molteplicità di forme, anche per la complessità del mondo che si richiama, in modo più o meno diretto, alla Riforma del XVI secolo, in un processo di continua riforma della riforma, con la comparsa di nuove realtà, talvolta in contrasto con le stesse comunità storiche; il dialogo della Chiesa Cattolica con questo mondo non ha avuto a che fare quindi solo con la sua articolazione territoriale e con la sua organizzazione, ma soprattutto con una dinamicità che, proprio negli ultimi decenni, ha assunto nuove dimensioni con un’ulteriore frammentazione e la nascita di tante comunità; alcune di queste nuove comunità si sono dimostrate seriamente interessate a aprire un dialogo con la Chiesa Cattolica soprattutto per la definizione di una missione condivisa per l’annuncio della Parola di Dio nel mondo mentre ...



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Titolo: "Globalizzazione delle religioni e dialogo"
Editore: Lateran University Press
Autore: Michael Fuss
Pagine:
Ean: 2484300019463
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

A distanza di appena cinque mesi dalla canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (27 aprile 2014), le figure dei due papi neo-santi offrono un eccellente quadro interpretativo della dichiarazione Nostra aetate a cinquant’anni dalla sua promulgazione.

La parola chiave di Giovanni XXIII sull’“aggiornamento”1 della Chiesa nel Concilio Vaticano II si riflette nell’esordio della dichiarazione Nostra aetate che circoscrive l’attuale epoca storica, segnata dalla globalizzazione, come punto di partenza di una spiritualità interreligiosa. Il contesto teologico della breve dichiarazione indica una svolta antropologica nella lettura dei “segni dei tempi”. È la prima volta che la Chiesa riconosce positivamente l’anelito religioso dei popoli all’interno del mistero della grazia di Cristo.

A partire dalla sua enciclica inaugurale Redemptor hominis (RH), l’intero pontificato di Giovanni Paolo II è centrato attorno ad una nuova auto-coscienza della Chiesa in vista in una “mappa delle religioni” (RH, 10) di cui ha preso atto il Concilio. Tale risvolta nella coscienza della Chiesa si pone in linea con il titolo latino della Nostra aetate che invita ad un nuovo “atteggiamento” (ecclesiae habitudo) nei confronti delle religioni di cui il suo pontificato ha dato ampiamente testimonianza.

L’attualità della Nostra aetate è strettamente collegata con la contestualizzazione del suo titolo che nella versione originale è stato rigorosamente formulato «De ecclesiae habitudine ad religiones non-christianas»2, tradotto approssimativamente nelle principali lingue con una ampia gamma di significati, da «la natura delle sue relazioni con» (italiano), «relationship with» (inglese), «Haltung» (tedesco), «relations avec» (francese), «en qué consiste su relacion con» (spagnolo). A cinquant’anni dalla loro promulgazione è da notare che i testi conciliari spesso non vanno più interpretati strettamente secondo l’ermeneutica storica e filologica, basata sulla versione latina, ma anche in modo trasversale e comparativo, come suggeriscono le diverse sfumature linguistiche delle maggiori traduzioni autorizzate e pubblicate sulla web-site vaticana. Una ricerca di prospettive nuove non può non partire dalla fedeltà alla versione originale.

È precisamente la preferenza della parola habitudo sul poco preciso «la natura delle sue [della Chiesa] relazioni con» che delimita le prospettive autentiche del testo. Non si tratta in primo luogo di una guida pratica o pastorale all’incontro con altri credenti, ma dell’espressione di una nuova spiritualità, di una nuova attitudine e mentalità nei confronti delle culture e tradizioni religiose. Pur indirizzando le altre religioni, il documento verte piuttosto sull’apertura degli stessi cristiani in un contesto globalizzato. Habitudo evoca uno stile di vita nuovo di tutta la Chiesa, nutrita dall’alterità del vasto mondo delle religioni. Ne è testimonianza il fatto che le idee della Nostra aetate si trovano sparse in quasi tutti gli altri documenti conciliari3.

Seconda la terminologia della fenomenologia religiosa la Chiesa qui intende praticare la epochè, una visione rispettosa e riconciliante sugli altri, che mantiene il dovuto distacco dalla propria identità di fede, pur considerandola allo stesso tempo, indispensabile per intuire con empatia ed oggettività la fede degli altri. Sotto questo aspetto il filo conduttore dell’intera dichiarazione è questa nuova habitudo di una “spiritualità dell’incontro interreligioso” che attinge dall’“intento basilare”5 del Concilio ed è destinata ...



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