Utilizza la nuova versione del negozio



RICERCA PRODOTTI

Seleziona la categoria di interesse dal menù principale,
in questo modo le tipologie associate saranno subito visibili.


Categoria


Tipologia


Num. Prodotti x Pagina


Ordina Per

Ebook - Ebook - Riviste



Titolo: "Le battaglie dell'Antico Testamento e la pace di Cristo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Gianni Cappelletto
Pagine:
Ean: 2484300018305
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    Partendo dall’ambivalenza antropologica tra i due tipi di persona «pastore» e «cacciatore», l’articolo esamina i vari racconti contenuti nel Primo Testamento, che descrivono guerre provocate e condotte dagli uomini per poi soffermarsi sulle guerre promosse o autorizzate da Dio stesso. Sembra si possa vedere come le guerre non siano intese a fine di conquista o di potere, ma per la conservazione del popolo che Dio ha scelto per realizzare la salvezza di tutti i popoli, nel segno di un’alleanza universale. A volte le guerre sono viste come punizione per aver violato l’alleanza, ma alla fine prevale sempre la misericordia divina. Nella seconda parte l’articolo esamina il messaggio di pace che Gesù propone nel contesto socio-politico del suo tempo, prendendo le distanze sia dal potere romano, sia dalle risposte violente degli zeloti. Infine, nell’immagine del «buon pastore» che dà la vita e perdona i suoi uccisori viene raffigurata la riconciliazione tra Dio e l’umanità: non più un Dio che si vendica, ma che perdona.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Nel Nuovo Mondo: fu guerra giusta? Il dibattito allinizio del XVI secolo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Francesco Gasparini
Pagine:
Ean: 2484300018329
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    L’articolo ricostruisce il contesto storico e le discussioni giuridico-teologiche che nella prima metà del XVI secolo hanno coinvolto i re di Spagna e i loro consulenti circa le motivazioni addotte per giustificare la guerra contro gli indios. Emerge in particolare la figura di Bartolomeo de Las Casas, un domenicano, che difende coraggiosamente gli indios. Anche papa Paolo III nel 1537 intervenne affermando la dignità umana degli indigeni, che avevano il diritto di conservare la propria libertà e non dovevano essere costretti con la forza a ricevere il battesimo. Questi sforzi e queste posizioni non furono accolte dai conquistadores, ma la posizione di Las Casas e di altri pensatori contemporanei merita di essere conosciuta e valorizzata per il suo carattere profetico ancor oggi attuale.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018640
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Chiamati ad abitare il tempo in piena coscienza 

 

Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so;
se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so

(S. Agostino, Confessioni, libro XI, 14)

 

«Sul tempo e sull’attesa» è stato il tema scelto per il corso estivo 2014 della Scuola di formazione teologica e della Scuola di spiritualità dell’Istituto teologico «S. Antonio Dottore» di Padova. Il tema è stato affrontato da un punto di vista interdisciplinare, nel tentativo di giungere a uno sguardo sinfonico circa una realtà non definibile, e tuttavia comprensibile, secondo la nota espressione di Agostino, richiamata in esergo.

Anche per noi il tempo può essere visto privo di senso, frantumato, specialmente nelle situazioni confuse che stiamo vivendo. Il tempo dell’attesa sembra non finire mai, eppure Gesù fin dalle sue prime parole ha annunciato: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino» (Mc 1,14). Gesù è venuto, in lui è già iniziato il regno di Dio, ma non è ancora giunto il suo pieno compimento.

Molto noto a questo proposito è anche il racconto della tradizione ebraica dei chassidim, nel quale si narra che un giorno i discepoli corrono dal loro maestro, un rabbino che sta studiando la Torah nella sua stanza e gli dicono pieni di entusiasmo: «Maestro, è arrivato il Messia!». Il rabbino si alza, apre la finestra e vede che nella strada la gente continua a passeggiare come prima, i negozi sono aperti, tutto è tranquillo o, meglio, niente è cambiato. E dice: «Non può essere che il Messia sia giunto, perché non è cambiato nulla». Poi chiude la finestra, torna indietro e si siede. «Allora? Che cosa dobbiamo fare?», gli domandano. «Nulla. Continuate semplicemente a studiare», risponde il rabbino.

È questo l’invito che viene dal presente fascicolo, che raccoglie i principali contributi emersi dal citato convegno. Bisogna studiare, riflettere, approfondire: tutti possiamo cadere nella tentazione che Gesù ha vinto, quella di pensare la venuta del Messia come di un personaggio che con la bacchetta magica cambia il mondo. Gesù ha scelto la strada della croce e del servizio, non quella della potenza, della spettacolarità, dei grandi gesti che incantano le folle.

Il fascicolo si apre con una pregnante riflessione di Giorgio Bonaccorso che, dal punto di vista antropologico, mostra la funzione fondamentale della memoria che permette all’essere umano, unico tra gli esseri creati, di recuperare il tempo passato e renderlo attuale mediante il rito che diventa «memoriale».

Il successivo intervento di Dario Ventura, con un approccio storico-filosofico, analizza l’apporto di due famose correnti, caratteristiche dell’antichità classica: gli epicurei e gli gnostici, che in modo opposto si rapportano con il tempo. I primi mettono in luce il valore del presente, mentre i secondi sottolineano i limiti in cui la materia costringe lo spirito. Ne risulta un ammonimento valido anche per l’uomo d’oggi a non evadere nelle illusioni di un futuro beato e a non lasciarsi sedurre dalle tentazioni del consumismo materialistico, che non può mai saziare la sete dello spirito, la scintilla divina deposta in ogni uomo.

Da parte sua Giulio Peruzzi spiega come la scienza moderna, da Galileo a Einstein, si è occupata del problema del tempo e ci fa comprendere che il tempo non può essere disgiunto dalla dimensione spaziale: non esiste fissità, ma tutto è regolato da precise dinamiche che l’approccio scientifico e tecnologico è riuscito a individuare. Ne risulta che l’uomo non può essere fissato dentro il tempo e che non esiste una definizione assoluta del tempo, ma solo una sua comprensione entro la teoria della «relatività universale» e dei continui mutamenti che si registrano nel cosmo. Resta, tuttavia, il fatto incontestabile che l’uomo è sottomesso all’inesorabilità del tempo, anche se esso rimane per tutti come una possibilità aperta.

Dando uno sguardo alla realtà odierna, Antonio Bertazzo propone poi una lettura della società contemporanea, dove sembra predominare la «sindrome di Peter Pan», cioè il moltiplicarsi di persone che non riescono a crescere, che rimangono degli «eterni bambini», proprio perché mancano figure di adulti capaci di incamminare e accompagnare i figli verso una pienezza di vita.

Dopo questa prima parte, il fascicolo prosegue con una lettura esegetica del Salmo 90, che sembra quasi una risposta da parte di Dio agli interrogativi umani circa il tempo: solo la «sapienza del cuore» permetterà all’uomo di comprendere il senso del tempo, anzi a «far tesoro dei nostri giorni», come spiega con precisione e profondità l’analisi della biblista Roberta Ronchiato. Passando quindi dal Primo al Secondo Testamento, la meditazione sul tempo trova il suo fulcro nel mistero di Cristo, il Figlio di Dio che entra nella storia umana e la redime con la sua morte e risurrezione. Su questo si sofferma ampiamente Gilberto Depeder, mostrando che Cristo diventa non la fine, ma il fine a cui tende tutta la storia umana.

Gli ultimi due contributi, pur partendo da angolazioni diverse, aprono prospettive nuove. L’intervento di Andrea Toniolo offre anzitutto una nuova visione della chiesa, anch’essa immersa nella storia e in cammino verso il regno mediante una graduale e crescente comprensione del messaggio evangelico: pur nelle difficoltà dei vari momenti storici, il suo compito è di «scrutare i segni dei tempi» e di accompagnare il cammino dell’umanità, fornendo motivi di speranza e impegnandosi attivamente per costruire un mondo sempre più fraterno e solidale.

Egualmente Valerio Bortolin, senza nascondere il limite costitutivo che la morte segna per ogni essere umano, affronta tale realtà indicando che ciò non diventa solo fonte di angoscia, ma al contrario spinge a vivere il tempo con senso di responsabilità, perché il tempo che ci è dato da vivere può sempre essere occasione di apertura e di dono verso gli altri con i quali siamo chiamati a condividere gli anni della nostra vita. In definitiva, il tempo è il grande dono che riceviamo da Dio. Tocca a noi viverlo senza fughe impossibili nelle utopie o negli spiritualismi, senza visioni fondamentalistiche, ma aperti alle novità che ogni giorno ci presenta.

Si comprende, infine, una verità non scritta: c’è una storia che tutti scriviamo, ma la pagina finale, non sta nelle nostre corde: solo gli altri possono narrarla per noi e solo Dio la conosce.

Come sempre, il fascicolo si conclude con le consuete rubriche: l’Invito alla Lettura, curato da Antonio Bertazzo, e alcune novità librarie presentate nelle schede In Libreria.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Le guerre di religione nella storia"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Marco Bartoli
Pagine:
Ean: 2484300018312
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario

L’articolo prende in esame anzitutto il fenomeno delle crociate così come fu visto dagli storici contemporanei e lo pone al confronto degli insegnamenti e dell’esempio di Gesù. Si ricercano poi le cause storiche che hanno portato il cristianesimo a usare le logiche umane del potere. Viene esaminato l’atteggiamento islamico circa la guerra, sottolineando gli insegnamenti del Corano che favoriscono la pace e il rispetto delle varie credenze religiose. Fra le testimonianze medievali, viene messa in risalto quella di Gioacchino da Fiore che vede nel martire e non nel cavaliere armato il vero modello del cristiano. Infine, dopo la dura esperienza delle «guerre di religione», la cristianità occidentale comprende che il rifiuto della guerra è indispensabile per vivere nella pace pur nella diversità delle confessioni religiose. Egualmente importante è per la chiesa la fine del potere temporale, che la rende libera di fronte ai poteri del mondo, per cui può ammonire che ogni guerra è «una inutile strage».



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Le religioni fonte di pace o di conflitto?"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Piergiorgio Grassi
Pagine:
Ean: 2484300018282
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    L’articolo prende lo spunto dalle testi presentate in particolare da Jan Assmann, per il quale il monoteismo con il suo carattere di «possesso esclusivo della verità» sarebbe per sua natura causa di conflitti e di guerre religiose. Di contro, viene analizzato a lungo il documento della Commissione teologica internazionale: Dio, Trinità, Unità degli uomini, mettendo in luce le caratteristiche dell monoteismo cristiano. In tal modo vengono chiarite le radici della violenza in nome della religione (fondamentalismo) e ne risulta la condanna assoluta della violenza fatta in nome di Dio. In conclusione, si auspica che cresca sempre più il dialogo sincero e autentico tra le varie religioni.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Rivista Liturgica"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018657
Prezzo: € 15.00

Descrizione:

SOMMARIO

STUDI

E. Bianchi

L’Eucaristia come condivisione

“Eucaristia come condivisione”: l’articolo sviluppa tale rapporto essenziale mediante tre itinerari. Dopo un’analisi sommaria dell’istanza della condivisione secondo l’Antico Testamento, si procede a una rilettura del gesto eloquente e performativo di Gesù, che costituì uno dei titoli più antichi del sacramento eucaristico: la frazione del pane. Infine, mediante una reinterpretazione di 1Cor 11,17-34, si mette in luce una verità troppo spesso rimossa: “discernere il corpo del Signore” significa discernere sia il suo corpo sacramentale nel pane e nel vino, sia il suo corpo ecclesiale nei corpi dei fratelli e delle sorelle, soprattutto gli ultimi, i più poveri. Si comprende dunque come non possa esservi separazione tra culto e vita: l’etica dell’amore fraterno, cioè della condivisione e del servizio reciproco (si veda il parallelo giovanneo della lavanda dei piedi rispetto all’istituzione eucaristica dei sinottici e dell’Apostolo Paolo), ha realmente un valore “sacramentale”.

Eucharist as sharing

“Eucharist as sharing”: this article develops such essential relationship trough three ways. After a concise analysis of the sharing instance according to the Old Testament, it goes on re-reading the eloquent and performing gesture by Jesus, that was one of the most ancient titles for the Eucharistic sacrament: the breaking of the bread. Finally, thanks to a re-interpretation of 1 Co 11,17-34 a too often forgotten truth is again emphasized: “discerning the body of the Lord” means both his sacramental body in the bread and wine and his ecclesial body in the bodies of brothers and sisters, above all in the last and poorest of them. Therefore we understand how it is not possible a separation between worship and life: brotherly love’s ethic, i.e. sharing and mutual service ethic (see St. John’s parallel of washing of feet in regard to the Eucharistic institution of the Synoptic Gospels and of the apostle Paul), has really a “sacramental” value.

E. Galavotti

Liturgia e povertà al Concilio Vaticano II

Con il radiomessaggio dell’11 settembre 1962 Giovanni XXIII inserì un punto cruciale per l’ordine del giorno del Vaticano II, presentando la Chiesa cattolica come una Chiesa senza confini ideologici, ma che soprattutto si metteva al servizio dei poveri. In seno al Vaticano II iniziarono così a prendere forma iniziative di vario genere per dare piena attuazione a questo invito del papa, e il tema della povertà della Chiesa entrò a pieno titolo nei dibattiti dei documenti conciliari, particolarmente nel De liturgia e nel De ecclesia. C’era chi intendeva anzi far ruotare tutto il corpus del Vaticano II attorno alla questione della povertà della Chiesa. Il Concilio ha recepito solo in parte questo invito di Giovanni XXIII, che attende ancora di essere pienamente valorizzato a livello liturgico e catechetico.

Liturgy and poverty at Vatican II

With his radio message of 11th September 1962, pope John XXIII inserted a crucial point in the agenda of Vatican II, because he presented the Catholic church as a church without ideological borders, but above all as church that wanted to be in service of poor people. So, within Vatican II began to take shape different initiative, aiming to put fully in effect pope’s invitation; the issue of church’s poverty entered completely in Council’s documents, particularly in De Liturgia and in De Ecclesia. Moreove, there were some fathers who wished that all the corpus of Vatican II had at its centre the question of church’s poverty. The Council has received only partially pope John’s invitation, which waits still now to be fully improved at liturgical and catechetic level.

P. Tomatis

Liturgia e mondanità spirituale

Dopo aver chiarito il concetto di mondanità spirituale in Evangelii gaudium (1), lo studio si propone di evidenziare la possibile manifestazione liturgica di tale mondanità. Essa apparirà come una tentazione connaturale alla liturgia, là dove il necessario “apparire” delle forme sensibili è continuamente esposto al pericolo della “apparenza” (2). Da qui la ricerca di quei criteri, interni alla liturgia stessa, ritenuti capaci di scongiurarne la deriva mondana: tali criteri saranno individuati nei principi dell’ordinamento e dell’orientazione, dell’adattamento e della carità, della “nobile semplicità” (3), capaci di rendere la liturgia stessa un antidoto alla mondanità spirituale (4).

Liturgy and spiritual worldliness

After having explained the concept of spiritual worldliness in Evangelii gaudium (1), this essay aims to highlight the possible liturgical display of such worldliness. It shall appear as a temptation that is part of the liturgy’s nature, where the necessary “appearing” of its sensible forms is continuously exposed to the danger of “appearance” (2). Therefore we have to seek which are the criteria, internal to the liturgy itself, that are considered as able to prevent the worldly drift of the liturgy: such criteria are identified in the principles of the liturgical Order and orientation, of adaptation and charity, of the “noble simplicity” (3)), which are able to make the liturgy itself an antidote against the spiritual worldliness.

M. Di Benedetto

Admirabile commercium. La celebrazione eucaristica tra reconnaissance e condivisione: per una configurazione liturgica dello scambio etico dei beni

La partecipazione attiva all’eucaristia mette in contatto con una serie di dati testuali e rituali che manifestano la natura simbolica del “meraviglioso scambio” realizzato dalla celebrazione. In un’epoca caratterizzata dalla pervasività dei dati economici e degli scambi commerciali, nonché da drammatiche disuguaglianze e precarietà sociali, il recupero filosofico di una fenomenologia del dono e del riconoscimento in ambito scientifico-liturgico può attivare alcuni percorsi di ermeneutica mistagogica dell’eucaristia che meglio favoriscono il processo di configurazione dello scambio cerimoniale dei doni quale fondamento liturgico di una rifigurazione secolare dello scambio etico dei beni.

Admirabile commercium. Eucharistic celebration between reconnaissance and sharing: for a liturgical configuration of the ethical goods exchange

The active participation to the Eucharist brings people in contact with a series of textual and ritual data that show the symbolic nature of the “wonderful exchange” performed by the celebration. In a time that is characterized by the omnipresence of economic data and commercial exchanges, as well by striking social inequalities and precariousness, the philosophical retrieval of a phenomenology of gift and of gratitude within the scientific-liturgical milieu, can activate some ways of mystagogical hermeneutics of the Eucharist that can better support the configuration process during the ceremonial exchange of gifts, so that I appears as the liturgical foundation of the secular representation of the ethic goods exchange.

G. Zanchi

Bellezza e povertà si incontreranno: splendore della verità e grazia dell’essenziale

La prima questione che viene in mente correlando il tema della bellezza con quello della povertà, nel contesto dell’ordine liturgico, riguarda l’opportunità di investire risorse economiche nella costruzione di una chiesa o nella qualità artistica degli oggetti che le sono necessari. Il tema naturalmente non è senza fondamento. Ma la necessaria presenza di una autentica povertà che sia a servizio di una vera bellezza, chiama in causa anche dinamiche più sottili che attengono agli atteggiamenti e ai modi, a quelle sottili differenze qualitative nelle quali prende corpo la forma giusta dell’azione liturgica. Bellezza e povertà sono gli ingredienti della verità del gesto rituale. La povertà è anzitutto atteggiamento di fondo del rito, senza il quale la bellezza che ne nasce non sa persuadere. Prende forma così quell’etica della misura divenuta il canone estetico della riforma liturgica sotto l’espressione di «nobile semplicità». Questo criterio riguarda l’intero dispositivo rituale per via della sua originaria e fondamentale natura «estetica». Ma proprio questo complica il tema del suo discernimento. La natura sfuggente di questi criteri, che chiamano in causa una sapienza pratica più che distinzioni logiche, rendono assai articolato un discernimento in merito. In ogni caso sembra essere tornato il kairos della domesticità. Non significa ideologia dello scioglimento. Significa possedere il senso di quella sobrietà che testimonia.

Beauty and poverty shall meet: Truth’s splendour and grace of the essential

The first question to which we think as regards the relationship between beauty and poverty, in the liturgical context, is the opportunity of investing economic resources by building a church or about the artistic quality of the necessary objects for its celebrations. This issue is not without a ground. But the necessary presence of an authentic poverty that be in service of a true beauty, includes more subtle dynamics too, which refer to attitudes and behaviours, those subtle qualitative differences that embody the right form of the liturgical action. Beauty and poverty are the ingredients of the ritual gesture’s truth. Above all poverty is a fundamental attitude of the rite, without which the beauty rising from it cannot be persuasive. So an ethic of measure takes form, that has become the aesthetic canon of the liturgical reform according the expression of «noble simplicity». This criterion regards the whole ritual disposition, because of its primary and fundamental aesthetic nature. But just this aspect complicates the issue of its discernment. The escaping nature of these criteria, that require a practical wisdom rather than logical distinctions, make very articulate the related discernment. In any case it seems that the kairòs of domesticity has come back. This does not mean an ideology of dissolution, but it means having the sense of the simplicity of which the rite is witness.

NOTE

G. Boselli

Chiesa, povertà e liturgia. Antologia di testi patristici

Breve antologia di testi dei santi padri – dalla Didascalia degli apostoli a Bernardo di Clairvaux – che ha come tema la povertà e sobrietà nella vita del singolo cristiano come in quella della Chiesa intera. Gli autori ricordano, agli altri oltre che a se stessi, quale deve essere lo stile dell’uomo e della donna battezzati e tra di essi, in particolare, dei pastori. Il biasimo per l’ostentazione della ricchezza, l’eccesso di onori e lo sfarzo delle vesti non è sempre e immediatamente riferito alla liturgia, tuttavia non è difficile cogliere come lo spirito che muove i santi padri abbia delle ovvie implicanze anche nei confronti dei riti liturgici.

Church, poverty, liturgy. An anthology of patristic texts

A short anthology of texts by the holy fathers – from Didascalia Apostolorum until Bernard of Clairvaux – that is about the issue of poverty and simplicity in the life of the single Christian as well in the life of the whole Church. The authors remind, to others besides themselves, what has to be the style of men and women who have been baptized, and among them particularly the style of pastors. The reproof for a displayed richness, for the excess of honours and magnificence of garments is not always and not immediately referred to liturgy, but it is not difficult to perceive how the spirit that moves the holy fathers has obvious implications also towards the liturgical rites.

C.U. Cortoni

Liturgia e povertà nella Chiesa medievale

Il rapporto tra povertà e liturgia nella Chiesa medievale è caratterizzato da un ritorno alla ecclesiae primitivae forma delle prime comunità cristiane, come abbozzate nel libro degli Atti, in un tempo compreso tra XI e XIII sec., durante il quale la rinascita del monachesimo è segnata dal recupero della vita apostolica, attraverso un richiamo al valore cristiano del lavoro manuale come primo segno di quella povertà che portò alla spoliazione degli spazi liturgici, e la comparsa degli Ordini mendicanti, che ispirandosi alla grande riforma in chiave pauperistica dei Cistercensi, adottarono una liturgia consona alla propria missione nelle città, di cui il breviario, rivisitato da Francesco di Assisi per tradurre in liturgia il mistero dell’imitatio Christi, rappresentò uno dei più efficaci strumenti. Il recupero del modello comunitario degli Apostoli nel processo di rinnovamento della vita monastica tra XI e XIII sec., e lo sviluppo successivo dei movimenti pauperistici del Basso Medioevo, rappresentano una risposta della Chiesa al duplice processo di trasformazione della società civile con la rinascita della città e con la ricezione della nuova ecclesiologia portata dalle riforme gregoriane.

Liturgy and poverty in medieval Church

The relationship between poverty and liturgy in medieval Church is marked by a coming back to ecclesiae primitivae forma of the first Christian communities, as they are presented in the book of Acts: this return happened in a time between XI and XIII century, a time in which the rebirth of the monasticism is marked by the recovery of apostolic life, through a remind to the Christian value of manual labour as first sign of that poverty that brought to the spoliation of liturgical spaces. In this time appeared also the new Mendicant Orders, which were inspired by the great Cistercian ideal of poverty and adopted a liturgy that was consonant with their own mission inside the cities. The breviary, that was revised by Francis of Assisi in order to transfer into the liturgy the mystery of the Imitatio Christi, represented one of most effective tools in this sense. The recovery of the Apostolic communitarian model during the renewal of the monastic life between XI and XIII century and the following development of movements inspired by a poverty ideal in lower Middle Ages are the answer of the church to the double process of transformation happened in the civil society because of the revival of cities and the reception of the new ecclesiology introduced by the Gregorian reforms.

E. Genre

Sempre con noi…

La relazione “liturgia-poveri” costituisce un dossier aperto sin dalla Chiesa primitiva. La riforma protestante del XVI secolo ha accolto questa sfida in un tempo in cui la chiesa aveva abdicato al suo mandato diaconale. L’A. pone all’attenzione dei lettori due diversi contesti in cui i riformatori si sono impegnati: la Zurigo di H. Zwingli e la Ginevra di G. Calvino. Mentre Zwingli ha assunto i concetti di semplicità e di povertà per riformulare la liturgia di Zurigo, affidando al Magistrato cristiano il compito di provvedere alla diaconia, Calvino ha cercato, al seguito di At 2,42, di risalire alle fonti bibliche per restituire alla chiesa cristiana il suo volto diaconale smarrito nel corso dei secoli. Per Calvino il culto cristiano non si esaurisce nella relazione parola-sacramento; esso ha bisogno anche di preghiera e di solidarietà (koinonia); la caritas non può essere affidata unilateralmente all’autorità civile: resta compito specifico della chiesa.

Always with us…

The relationship “liturgy-poor” is an open dossier since the primitive Church. The Protestant reform of XVI century welcomed this challenge in a time when the Church had abdicated to its diaconal mission. The A. draws the attention of the readers to two different contexts, in which the reformers were engaged: the Zurich of H. Zwingli and the Geneva of J. Calvin. While Zwingli assumed the concepts of simplicity and poverty in order to reformulate Zurich’s liturgy, entrusting the Christian Magistrate with the task of providing to the diaconate, Calvin tried to return to the biblical sources according to Ac 2,42, in order to give back to the Christina Church its diaconal aspect that was lost over the centuries. For Calvin the Christian worship does not exhaust itself in the relationship Word-Sacrament; it needs also prayer and solidarity (koinonia); the caritas cannot be entrusted unilaterality to the civil authority: it remain a specific task of the Church.

I. Schinella

La pietà popolare e la socialità del popolo di Dio

L’articolo parte dalla valorizzazione della pietà popolare in Evangelii gaudium, delinea l’identità “liturgica” delle manifestazioni della pietà popolare proprie della Chiesa quale comunità della memoria (EG 13), fa emergere il soggetto dei poveri, di cui fa parte la creazione, sprigiona la forza sociale e politica delle diverse forme popolari, individua la città alta e altra del Vangelo, frutto proprio dei protagonisti della pietà popolare, a cominciare dalle Confraternite. Conclude una riflessione sulla capacità della pietà popolare di generare una cultura amante della vita, bioetica, ecumenica, meticcia, globale.

Popular devotion and people of God sociality

This article begins from a renewed evaluation of the popular devotion, made in Evangelii gaudium. Then it is outlined the “liturgical” identity of the popular devotions that are typical for the Church as community of memory (EG 13). The poor are identified as subject, of whom also creation is part; the different popular forms have a social and politic strength; the high and other city of the Gospel is individuated as a fruit generated by protagonists of popular devotion, starting from confraternities. Finally a consideration is proposed about the function of the popular devotion that is able to produce a culture which loves the life, and is bioethical, ecumenical, mestizo, global.

ORIZZONTI

M. González López-Corps

Alcune fonti per lo studio dell’antica liturgia ispanica

La selezione è forzatamente incompleta; lo studio si concentra in alcune fonti che permettono di conoscere la celebrazione dei sacri misteri nell’area europea più occidentale, che a partire dal sec. V si è soliti chiamare «area gotica». L’obiettivo è di soffermarsi sulla presentazione delle fonti circa l’Eucaristia, essendo questo il sacramento che continua a essere celebrato secondo il modo occidentale antico nel Rito Ispano-mozarabico. Il contributo offre in cinque sezioni tematiche la bibliografia su ciascuna di esse. La celebrazione dell’Eucaristia in Rito Mozarabico davanti ai Padri del Concilio Vaticano II (15 ottobre 1963) suscitò l’interesse per la vecchia liturgia, che risuonava ancora sotto le volte di Toledo e di Salamanca. Una testimonianza viva dell’antica liturgia occidentale che meriterebbe il rispetto e la considerazione di tutta la Chiesa (cf. SC 4). Lo studio delle sue fonti sta dando luogo a una interessante rinascita di questa antica liturgia in terra di Spagna.

Some sources for the study of the ancient Hispanic liturgy

This selection is of necessity incomplete: the study concentrates about some sources that allow to know the celebration of the sacred mysteries in the most western European area, that since the V century we are accustomed to call “Gothic area”. The purpose is to deal with the presentation of the sources about Eucharist, because it is this sacrament that continues to be celebrated according the ancient western way of the Hispanic-Mozarabic rite. This contribution offers in five thematic sections a selected bibliography about ac one of them. The celebration of the Eucharist according the Mozarabic rite, that happened in the presence of the Fathers during the Vatican II Council (15th October 1963), stirred up the interest for the ancient liturgy, that was still resounding under the vaults of Toledo and Salamanca cathedrals. It is a lively witness of the ancient western liturgy, that should deserve the respect and consideration of the universal Church (cf. SC 4). The study of its sources is producing an interesting renewal of this ancient liturgy in the land of Spain.

J.-M. Ferrer Grenesche

La celebrazione nel rito ispano-mozarabico

Lo studio offre un primo approccio all’ars celebrandi nella liturgia ispana. In primo luogo cerca di chiarire la cornice normativa di questo rito. Dopo si percorrono i Praenotanda del nuovo Messale, per considerare gli aspetti generali della celebrazione e, finalmente, si attua un percorso lungo l’Ordinario della Messa ispana, seguendo pian piano il Liber Offerencium. Da questo studio emergono due proposte: a) non conviene riempire arbitrariamente i vuoti normativi dei nuovi libri con ricerche storiche «personali»; b) piuttosto bisognerebbe essere fedeli a quanto scritto nelle nuove norme e dove possa esserci una vera e propria mancanza, riempire il vuoto con la norma immediatamente precedente alla riforma. Finalmente si propone una struttura di supporto dell’Ordo Missae ispano che può aiutare a capire il senso liturgico dei diversi elementi celebrativi all’interno di questa antica forma liturgica.

The celebration in the Hispanic-Mozarabic rite

This study offers a first approach to the ars celebrandi within the Hispanic liturgy. First it tries to explain the normative frame of this rite. Then are examined the Praenotanda of the new Missal, in order to take into consideration the general aspects of the celebration, and finally it is achieved an itinerary through the Ordinary of the Hispanic Mass, following step by step the Liber Offerencium. From this study two proposals emerge: a) it is not convenient to supply arbitrarily the normative absences of the new books by historical «personal» researches; b) it should be rather necessary to be loyal to the new norms and where there can be a true deficiency, it could be possible to fill the gap with the norm immediately preceding the reform. Finally it is proposed a structure for supporting the Hispanic Ordo Missae, so that to have an help for understanding the liturgical sense of the different celebrative elements within this ancient liturgical form.

A. Ivorra

La teologia eucaristica del rito mozarabico

Parlare di teologia eucaristica significa trattare non pochi aspetti. Lo studio si concentra su questioni più classiche, come la consacrazione dei doni e la teologia del memoriale. La teologia del memoriale, oltre ad essere un luogo comune dopo la riflessione di Odo Casel, permette di scoprire alcune intenzionalità proprie del rito mozarabico. Ne scaturisce una pagina preziosa per cogliere ulteriori aspetti circa la teologia eucaristica che in ordine al rito mozarabico può essere così sintetizzata: a) l’epiclesi sopra le oblate occupa un posto di preferenza nella riflessione teologica, nell’espressione rituale ed eucologica; b) la teologia del memoriale, più primitiva nel rito visigotico mira all’adempimento del mandato di Cristo nell’Ultima Cena; c) questo desiderio di adempiere il mandato di Cristo dà motivo di esistere alla narratio institutionis. – A questi tre aspetti, si deve aggiungere che non esiste nell’ordo missae nessun gesto epicletico sopra i doni. L’unico segno di croce nell’embolismo susseguente al Post Pridie è la sola espressione rituale dell’epiclesi. Non si osserva neppure alcun gesto speciale nella narratio institutionis: solo si ascolta l’amen dopo le parole sul pane e sul vino, come nelle liturgie orientali. Queste assenze cerimoniali mostrano l’importanza che la liturgia ispanica dà all’epiclesi che fa seguito al racconto dell’istituzione.

The Eucharistic theology of the Mozarabic rite

Speaking about Eucharistic theology means having to deal with a lot of aspects. This essay concentrates about more classical questions, as the gifts consecration and the theology of memorial. This theology, that has become a commonplace after Odo Casel’s considerations, allows to discover some intentionalities that are typical for the Mozarabic rite. From it arises a precious page for understanding further aspects about Eucharistic theology, which can be so synthetized accor­ding to Mozarabic rite: a) the epiclesis super oblata holds a preference place in the theological consideration as well in the ritual and euchologic expression; b) the theology of memorial, that is more primitive in the Visigothic rite, is aiming to the achievement of Christ’s mandate during the Last Supper; c) this desire of accomplishing Christ’s mandate is the reason for the existence of the narratio institutionis. To these there aspects we must add that it does not exist in the Ordo Missae any gesture of epiclesis over the offerings. The single sign of cross in the embolism following the Post Pridie is the only ritual expression of the epiclesis. Also in the narratio institutionis we don’t see any special gesture: we hear only the Amen after the words over the bread and wine, as in the Eastern liturgies. These ceremonial absences show the importance that the Hispanic liturgy gives to the epiclesis following the institution’s narration.

F.M. Arocena

Le collette salmiche dell’Ufficio ispanico

Lo studio introduce nelle orationes super psalmos, conosciute come «collette salmiche» del rito ispanico, con la specifica attenzione rivolta alla caratteristica di questo genere eucologico in ambito mozarabico, e al suo contributo alla spiritualità liturgica. I testi suscitano un’attesa speciale dopo che la Institutio Generalis de Liturgia Horarum promise un Supplementum ai quattro volumi tipici dell’Ufficio divino, che avrebbe contenuto le collette per ciascuno dei salmi. Sfortunatamente questo quinto volume dopo quasi mezzo secolo non ha ancora visto la luce. Se l’edizione del nuovo Lezionario biennale patristico dell’Ufficio divino sarà di prossima uscita, forse la Congregazione del Culto divino potrà offrire alla Chiesa questo Supplemento già annunciato dalla Institutio.

In ogni caso, le collette salmiche sono destinate a occupare un posto significativo nella celebrazione della Liturgia delle Ore.

The psalmic collects of the Hispanic Office

This essay is an introduction to the orations super psalmos, which are known as «psalmic collects», with a specific attention due to the peculiarity of this euchologic kind within the Mozarabic rite and to its contribution to the liturgical spirituality. These texts let arise a special expectation since the Institutio Generalis de Liturgia Horarum promised a Supplementum to the four typical volumes of the Divine Office, which should contain collects for each one psalm. Unfortunately this fifth volume has not yet been printed after nearly half century. If the edition of the new patristic biennial Lectionary of the Divine Office shall be printed in a short time , the Congregation for Divine Worship shall be able to offer to the Church this Supplementum, that was already announced by the Institutio. In any case, the psalmic collects are destined to take a significant place within the celebration of the Liturgy of the Hours.

RECENSIONI E SEGNALAZIONI



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "San Francesco d'Assisi: un metodo proprio di non violenza"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Gianluigi Pasquale
Pagine:
Ean: 2484300018350
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    Lo studio mira a illustrare il metodo peculiare di non violenza utilizzato da san Francesco e, per questo, a lui propriamente originale e non analogabile a quello di altre religioni. Francesco, infatti, non ha propinato una tattica della non violenza, ma è stato in sé uomo di pace, alieno alla/dalla violenza. Se di non violenza in san Francesco si vuol parlare, si noterà come ad essa egli si fosse addestrato rapportandosi innanzitutto con il creato («frate» lupo) e i «frati» ladroni. Francesco impara a essere non violento dagli atomi di bontà deposti dal Creatore nell’intelaiatura di quella creazione che, in prima battuta, «sembrerebbe» la più violenta. Il dispositivo esistenziale utilizzato da san Francesco per la non violenza non consiste nell’acuire le contraddizioni, né nel pescare dalla torbida volontà di potenza che alberga surrettiziamente nello scenario contemporaneo. Al contrario, il Poverello suggerisce di far leva sulla propria libertà, perché l’uomo attinga, dalla misericordia che lo circonda, quell’energia che l’abilita a essere vera immagine di Dio creatore e sommo bene.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Luoghi dell'Infinito n.194 aprile 2015"
Editore: Avvenire
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018381
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Dopo la cacciata di Adamo ed Eva, l’umanità è rimasta con la struggente nostalgia di vedere il volto di Dio. Di questa nostalgia è pervasa tutta la Scrittura: «Il tuo volto, Signore, io cerco… Mostrami il tuo volto!» (Sal 27,8; Es 33,18). Dio si fa percepire presente, ma riserva la visione del suo volto glorioso a chi, riconciliato con Lui e con i fratelli, entra nel Paradiso celeste. Tuttavia l’eterno Padre si è fatto vicino, vicinissimo all’uomo inviando nel mondo il Figlio come sua icona vivente. Gesù stesso all’apostolo Filippo che gli chiedeva di poter vedere il Padre, rispose: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Viene ovviamente da esclamare: beati gli occhi che videro Gesù! Ma, come dicono i Padri, questa beatitudine non ci è preclusa, perché lo sguardo della fede penetra già nelle profondità del Cielo. Tuttavia, Gesù è venuto incontro a questo nostro desiderio in modo davvero sorprendente. Anche se in quel tempo non si conosceva la tecnica della fotografia, Egli ci ha lasciato una riproduzione fedele del suo volto misteriosamente impresso sul lino con cui lo avevano coperto nel sepolcro.

La Sindone è una foto straordinaria, anzi, molto più che una foto, e anche più di un ritratto, perché non è dipinta da mano d’uomo, ma dallo Spirito, a caratteri di sangue (cf. 2Cor 3,3). Essa ci permette di vedere non solo i tratti nobilissimi del volto di Gesù, ma anche i segni della sua Passione, ponendoci quasi Il volto dell’amato davanti al Figlio di Dio glorificato sulla Croce. Di Lui il Salmista aveva profeticamente cantato: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia» (Sal 45,3). Ma il volto della Sindone è quello di Gesù schiaffeggiato, coperto di sputi, deriso; è il volto dell’Uomo dei dolori «davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3), tanto il suo aspetto è sfigurato. Eppure quale sovrana maestà traspare da quel volto! Più lo si contempla, più se ne è attratti. Sì, perché il volto della Sindone è il volto del Figlio di Dio fatto uomo e morto per amore. È il volto dell’Amore rifiutato ancora oggi da noi. Contemplandolo, sentiamo che Gesù ci chiede compassione. E ce la chiede nei mille e mille volti di nostri fratelli sofferenti, i martiri dei nostri giorni. Sapremo dargliela, come quella bambina che, guardando la Sindone, scoppiò in singhiozzi come se avesse avuto realmente davanti Gesù morto? Noi forse preferiremmo vedere solo il bel volto del Risorto, ma la luce della resurrezione ha la sua sorgente nella Croce. È là che bisogna guardare, per scorgere la multiforme bellezza di Gesù che è sempre bello: «Bello nei miracoli, bello nella flagellazione, bello sulla croce, bello nel sepolcro, bello in cielo» (Agostino, En. in Ps. 44,3).

Volto di silenzio, che dice amore: volto sempre adorabile!

 

di Anna Maria Canopi, badessa del monastero Mater Ecclesiae, Orta San Giulio



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Teoria sacrificale e teoria mediatoria del sacro: un confronto con René Girard"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Giuseppe Fornari
Pagine:
Ean: 2484300018299
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    L’articolo nella sua prima parte ripercorre le tappe della ricerca scientifica circa la nascita del concetto di sacro e circa la sua definizione più accurata. Dopo aver esposto il contributo di vari studiosi come Durkheim e Otto, viene messo in risalto l’approccio specifico di Girard nelle sue varie opere, che hanno al centro il modello del «capro espiatorio». In tal senso, specialmente nel messaggio e nel sacrificio di Gesù, Girard vede il superamento della violenza e della vendetta. Nella parte finale vengono esposte alcune riflessioni critiche e l’idea della mediazione, che permette di valutare la fede di fronte alla sfida alla luce della storia.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Il radicalismo islamico: origine e sviluppo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Massimo Campanini
Pagine:
Ean: 2484300018343
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    L’articolo sceglie di esaminare l’islamismo radicale, evitando il termine di fondamentalismo islamico per ragioni di ordine metodologico. Partendo poi dall’immagine antropomorfa di Dio, comune ai libri sacri delle tre religioni che si richiamano ad Abramo, analizza il significato della professione di fede e delle sue implicazioni con il jihâd. In tal modo si coglie la complessità dei movimenti politici sorti in seno all’islamismo, come lotta di liberazione dal colonialismo e come risposta islamica al predominio delle potenze occidentali. È un fenomeno di trasformazione che non si potrà esaurire in breve tempo e richiede quindi grande e continua attenzione.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Buddhismo e non violenza"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Mariangela Falà
Pagine:
Ean: 2484300018336
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    I numerosi conflitti oggi esistenti nel mondo richiedono a tutte le religioni di dare il proprio contributo a rapporti armoniosi e pacifici tra tutti i popoli del mondo. L’articolo esamina il pensiero originario del Buddha, mettendo in risalto i suoi insegnamenti e il suo comportamento per portare pace in concreti episodi di tensione e di guerra. Sono poi riassunti i principi che ispirano la visione del buddhismo, come la condanna assoluta della violenza e le quattro virtù fondamentali, fra loro interdipendenti, da sviluppare quindi insieme: la benevolenza, la compassione, la capacità di gioire per il bene altrui e l’equanimità. In conclusione, si fa notare che dominare se stessi è l’arte dei buoni, che può portare l’umanità a trovare la parte migliore di sé.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Rivista di Vita Spirituale"
Editore: OCD
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300020971
Prezzo: € 8.00

Descrizione:

Avviso ai lettori

 

La Redazione

Come vi sarete resi conto non appena avete aperto

e cominciato a sfogliare questo primo fascicolo

del 2015, Rivista di vita spirituale cambia volto. Si

rinnova nella grafica di copertina e nell’impaginazione

interna, come è consuetudine per qualsiasi testata. Si rinnova

anche nella divisione e nella denominazione delle varie

sezioni che la compongono: non più la semplice distinzione

metodologica fra studi, articoli e note, ma un’attenzione più

marcata al contenuto dei vari contributi.

Trattandosi di una rivista che vuole privilegiare, fin dalla

sua nascita, nel lontano 1947, per l’impulso di padre Gabriele

di Santa Maria Maddalena, la «vita spirituale», il rinnovamento

– sia dal punto di vista grafico, sia da quello del contenuto –

non poteva non riguardare il tema della Vita. Si tratti della vita

spirituale in senso lato, dell’approfondimento della parola di

Dio che è spirito e vita, della vita mistica, della vita liturgica,

degli stati di vita all’interno della Chiesa, quello che ci preme

sottolineare e approfondire è questa esperienza di vita nello

Spirito che ha caratterizzato i Santi del Carmelo, i grandi mistici,

che ha suscitato la Parola di Dio “attestata” nelle sacre

Scritture (Parola che per ogni credente in ascolto umile e obbediente

continua ad essere fonte di vita), il cuore e il centro

del nostro interesse, del nostro studio, della nostra riflessione

e condivisione.

La nostra rivista si rinnova, dunque. Lo fa in concomitanza

con il trasferimento delle Edizioni OCD nella nuova, prestigiosa

sede del Teresianum di Roma. Qui, a stretto contatto e in una

proficua collaborazione con il Pontificio Istituto di Spiritualità

e con la specializzazione in antropologia cristiana della Pontificia

Facoltà Teologica, la nostra rivista potrà meglio svolgere il

suo compito precipuo di indagare i misteri della vita spirituale

e di chiedersi continuamente, con il salmo 8, in una riflessione

orante: «che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?».

Il rinnovamento avviene anche in coincidenza con un altro

evento importante per il Carmelo e per la Chiesa intera: le celebrazioni

per il quinto centenario della nascita di santa Teresa

d’Avila (1515-2015). Questo spiega perché, in questo e nei prossimi

fascicoli, troverete ampiamente studiata e commentata la

spiritualità della grande mistica spagnola. Al semplice cambio

di progetto grafico e di veste esteriore corrisponde infatti un

desiderio di rinnovamento interiore che prende spunto dalle

parole della Santa al momento di intraprendere la riforma

dell’Ordine carmelitano: «noi cominciamo ora; procurate di

ricominciare sempre ogni giorno, andando di bene in meglio».

Ai piccoli o grandi ritocchi a livello grafico, non corrisponderà

un “ritocco” del costo dell’abbonamento, che rimane

fisso – come negli ultimi anni – a e 32. Cambia la cadenza della rivista

(da bimestrale a trimestrale): gli abbonati riceveranno

in spedizione postale quattro fascicoli anziché cinque, ma, aumentando

il numero delle pagine di ogni fascicolo, il totale

delle pagine di un’annata rimane invariato.

Non cambia, ovviamente, la passione con cui portiamo

avanti le nostre ricerche e il nostro lavoro. Il rinnovamento

esteriore (che in gran parte si deve a idee, sollecitazioni, suggerimenti

di voi lettori) vuole essere semplicemente un piccolo

segno di questa passione di studio, di ricerca, di preghiera, di

relazione, in una parola, di Vita.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Il messaggio del ciclo di Elia"
Editore: OCD
Autore: Fabio Roana
Pagine:
Ean: 2484300020988
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il ciclo di Elia è un testo narrativo e come tale è interpretabile

con gli strumenti che offre l’analisi narrativa,

oltre che con il supporto del metodo storico-critico.

Si può così scoprire che esso ha avuto una lunga

elaborazione, è stato recepito, pensato, trasmesso e,

aggiungiamo, attualizzato e rivissuto. La storia di

Elia, di Acab e degli altri soprattutto ci aiuta, oggi

come allora, a riconoscere Chi è Dio e chi sono i Suoi

che abitano il monte dell’incontro con Lui e le strade

del mondo, qualunque forma questo monte e queste

strade assumano.

 

Nella Bibbia, a cavallo dei due Libri dei Re, troviamo

una sezione caratterizzata dalla presenza

di Elia, una figura che segna profondamente la

tradizione ebraico-cristiana, a partire dalla Scrittura stessa (2Cr

21,12-20; Sir 48,1-12; 1Mac 2,58; Ml 3,22-24;

il Nuovo Testamento con trenta ricorrenze)1. Ma com’è il testo

che ci tramanda la sua storia? Chi ne è l’autore? Quale mondo

esso dischiude? Contiene al suo interno gli elementi sufficienti

per la sua interpretazione oppure richiede un’estensione dei

suoi limiti? Inoltre, a partire da tale testimonianza, cosa si può

dire di Elia? Quali personaggi costellano le vicende che lo riguardano?

È proprio lui il protagonista? In che ambiente si

trova a vivere? Come racconta questa storia il narratore? A chi

si rivolge? Sono necessarie una competenza specifica e una collaborazione

attiva da parte del lettore oppure no? Qual è il

messaggio del racconto? Perché finisce per essere tanto importante?

Queste sono alcune delle domande che un’analisi narrativa

può aiutare a risolvere e sulle quali lo studio che segue

cercherà di riflettere, sulla base di un manuale introduttivo e

di alcuni altri sussidi essenziali, come traduzioni, commentari,

bibbie commentate e studi biblici di vario tipo; il tutto però

incentrato su una lettura per quanto possibile attenta del testo

così com’è – almeno in una sua traduzione affidabile –, con

l’intento di far parlare questo rendendolo meglio intelligibile.

 

Prima parte

1. I Libri dei Re2

Il titolo di Libri dei Re risale a san Girolamo, che lo applica a

1-2Samuele e 1-2Re insieme, seguendo la suddivisione quadripartita

che la versione greca dei Settanta (LXX) proponeva già almeno

dal II secolo d.C.; egli, però, nel Prologus galeatus sostiene

che in origine gli attuali due ne costituissero uno solo, come

del resto Eusebio di Cesarea, il quale si richiama a Origene. In

effetti, nella tradizione ebraica antica 1-2Re erano considerati

un unico libro, quarto della serie dei Profeti anteriori: Giosuè,

Giudici, 1-2Samuele, 1-2Re; è con la versione greca dei LXX che

abbiamo la divisione in quattro parti di lunghezza pressoché

uguale di 1-2Samuele e 1-2Re, come Libri dei quattro regni. Con

le edizioni stampate del XV-XVI secolo anche nella Bibbia

ebraica si impone infine la suddivisione in due del quarto libro

dei Profeti anteriori.

[...]

VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "«Occhi che siete ignari di Colui che in voi regna»"
Editore: OCD
Autore: La bellezza secondo Giovanni Paolo II
Pagine:
Ean: 2484300020995
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

In Giovanni Paolo II la conoscenza della categoria

del bello si sposa presto con quella del vero e del

bene fino non solo a convivere, ma ad arricchirsi

reciprocamente. Dopo aver visto come nel giovane

Karol Wojtya il tema della bellezza compaia già in

alcune lettere del 1939, si cercherà di indagare l’influsso

di san Giovanni della Croce nella sua formazione

spirituale. Infine, nella prospettiva del tema si

rileggeranno alcuni passi del primo testo poetico che

il giovane Karol Wojtya darà alle stampe, per terminare

con un cenno al tema della bellezza nei primi

anni del suo episcopato.

 

Introduzione

La bellezza nel pensiero di Giovanni Paolo II non è

certamente una tematica che può essere esaurita in

un breve spazio come questo perché, come è facilmente

immaginabile, il tema è strettamente collegato a quello più vasto dell’arte. Per rendersi conto di quanto

spazio questi due soggetti abbiano occupato nel solo arco del

pontificato è sufficiente dare una rapida scorsa alle 1093 pagine

del volume intitolato Arte e beni culturali negli insegnamenti di Giovanni

Paolo II pubblicato nel 2008 e curato da Ugo Dovere1.

Prima però di accostarci ad alcuni aspetti della nostra tematica

è necessaria qualche precisazione.

La prima è per certi aspetti ovvia: un Papa non può non

parlare della bellezza e dei temi ad essa legati. Un po’ come

quando si dice che un Papa non può non parlare della pace

fra i popoli. Dicendo così si finisce però per richiudere in un

infondato “già saputo” quanto scritto da Giovanni Paolo II sul

nostro tema.

La seconda afferma che il suo pensiero sulla bellezza durante

il periodo del pontificato in realtà non sarebbe suo ma di

qualche anonimo estensore dei suoi testi e fatto proprio solo

per necessità di ministero. Giovanni Paolo II non ha atteso

di diventare Papa per occuparsi di arte e di bellezza perché,

grazie ai grandi autori della letteratura polacca dell’800, è stato

affascinato da esse fin dagli anni dell’università. Da sacerdote

e da vescovo, come attestano numerosi testi, ha continuato a

frequentarle nella forma della composizione poetica e come

tema di predicazione. Nel 1980 Zygmunt Kubiak era stato un

buon profeta quando scriveva che «le composizioni poetiche»

di Karol Wojtya «si presentano come una testimonianza di

un lungo pellegrinaggio artistico ed intellettuale che sembra ancora lontano dalla fine»2. Dalle poesie giovanili3 del primo

anno di università fino al 1978 con la poesia intitolata Stanislao

e dopo una interruzione durata ben 25 anni, nel 2003 con Trittico

romano, la poesia è stata una delle vie che il suo pensiero ha

percorso per contemplare il mistero dell’uomo e quello di Dio.

Consapevole di non essere un poeta per così dire di professione

e di aver dedicato alla poesia una intermittente attenzione,

ormai pontefice, nella prefazione al volume che raccoglieva

la sua opera poetica ha scritto: «La poesia è una gran

signora che reclama una totale dedizione; temo di non essere

stato del tutto onesto nei suoi confronti»4.

Alla poesia di Karol Wojtya (dal 27 aprile 2014 anche canonicamente

santo), che non è di facile fruizione, si addice

almeno la prima parte della seguente affermazione di quel

controverso uomo di pensiero che fu E. Cioran: «Come mai i

Santi scrivono così bene? Soltanto perché sono ispirati? Fatto

sta che, appena descrivono Dio, hanno uno stile. Per loro è

facile scrivere, l’orecchio teso ai suoi sussurri.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "L'influsso di Teresa d'Avila e altre figure carmelitane sulla mistica di Divo Barsotti"
Editore: OCD
Autore: Ruggero Nuvoli
Pagine:
Ean: 2484300021008
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

L’influsso precoce di Teresa d’Avila sulla vita mistica

di Divo Barsotti inerisce l’inclinazione di quest’ultimo

a realizzarla come rapporto “drammatico” e personale.

Non il pervenire all’Uno in termini metafisici

ma, nell’unione con Cristo, il dilatarsi di un Amore

che abbraccia tutta la Chiesa e l’umanità. In questo

Teresa aggancia la tensione centrifuga di Barsotti

riequilibrando, con il suo realismo, l’afflato speculativo

che pure si attesta nel mistico toscano. Teresa

di Lisieux si inserisce nel medesimo solco indicando

a Barsotti una linea mistica di assoluta purezza

evangelica. Altri contatti carmelitani suffragano la

rilevanza del globale apporto che Barsotti ha ricevuto

dalla mistica del Carmelo, di cui al termine si offre

un iniziale bilancio.

 

In precedenti contributi abbiamo avuto modo di prendere

in esame la natura e l’entità dell’apporto di Elisabetta

della Trinità e di Giovanni della Croce sul vissuto

mistico di Divo Barsotti1. Il legame del sacerdote toscano con

il mondo del Carmelo incrocia, a questo riguardo, almeno

altre due eminenti figure: Teresa d’Avila e Teresa di Lisieux.

Sull’influsso ricevuto dalla prima, in particolare, intendiamo

addentrarci nel presente studio, collegando a questo alcune

osservazioni circa l’apporto della seconda. Alcuni cenni, in merito

al contatto di Barsotti con altre figure carmelitane, tra cui

Lorenzo della Resurrezione, varranno a integrare, senza pretesa

di esaustività, la nostra analisi. A conclusione, tenteremo

di offrire un primo bilancio sull’incidenza globale di queste

figure sul percorso spirituale e mistico di Barsotti.

1. L’influsso della dottrina e del vissuto mistico di Teresa di

Gesù

L’influenza di Teresa di Gesù sulla dottrina spirituale e mistica

di Barsotti è un dato evidente, la si “respira” tra le pagine

della sua attestazione non solo diaristica. Non sono poche,

d’altra parte, le predicazioni inedite integralmente dedicate

alla Santa, tenute in vari frangenti, già dalla fine degli anni

Cinquanta del secolo scorso2. In ultimo, il contributo edito che

egli ha offerto sull’opera di santa Teresa nei successivi anni Settanta

e Ottanta testimonia della lunga frequentazione che lo

ha preceduto e va a suffragio della rilevanza che la dottrina

della Santa ha avuto per Barsotti3.

Ma di quale rilevanza possiamo parlare? Altro è l’approfondimento

teologico-spirituale operato, altro è l’influsso

dottrinale ricevuto, altro ancora è l’influsso sul processo del

vissuto e dell’attestazione mistica, e di questo precisamente intendiamo

occuparci. In questo senso, a ben guardare, i riferimenti

espliciti alla Santa, nelle prime opere teologiche del

sacerdote toscano, dove si sedimentano le acquisizioni fondamentali

della sua teologia mistica, appaiono rari e non così significativi.

Anche nei diari il nome di Teresa di Gesù compare

con assoluta precocità e accompagna costantemente il deposito

delle annotazioni, ma i riferimenti alla madre del Carmelo

riformato appaiono essenziali, sintetici o anche semplicemente

nominali. D’altro canto, il precoce incontro con le opere di Teresa

da un lato e l’approfondimento maturo della mistica teresiana

dall’altro rendono testimonianza di una frequentazione

che non può non aver lasciato traccia di sé nell’attestazione mistica.

Senza pretese di esaustività ci proponiamo di individuare

alcune di queste tracce.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Un interrogativo per il cristiano: che cosa pensi di Gerusalemme?"
Editore: OCD
Autore: Cristiana Dobner
Pagine:
Ean: 2484300021022
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Accolta l’immagine della Gerusalemme come porta

d’accesso al disegno di Dio per l’umanità, l’Autrice

invita ad accendere la luce interiore, quella della ragione,

dello spirito e dell’amore per ritrovare la chiave

perduta nel silenzio di Dio. Carlo Maria Martini,

gesuita, biblista, ex-cardinale della diocesi di Milano,

grande amico di Israele e assiduo esponente del

dialogo ebraico-cristiano, sarà di guida in questa

scoperta e donerà la chiave che si sta cercando.

 

L’intera città di Gerusalemme è come una porta, la cui chiave

è smarrita nel silenzio di Dio. Accendiamo tutte le luci,

invochiamo tutti i Santi, pur di ritrovare la chiave.

Accendiamo la luce interiore, quella della nostra ragione,

del nostro spirito, del nostro vivo desiderio

dell’Altissimo. Cerchiamo questa chiave.

Oggi, noi qui riuniti, per poterlo fare dobbiamo

pensarci tutti profeti e lasciar soffiare in noi lo Spirito

Santo.

Per quale ragione? Perché nella Torah non è mai presente

il nome di Jerushalaim, mentre solamente il linguaggio profetico

lo conosce.

Ne consegue che, come afferma A. Heschel, «...solo i profeti

possono parlare di Jerushalaim»2.

Lasciamo che ci venga incontro:

Jerushalaim [è il] misterioso punto d’incontro tra tempo e

eternità […] punto dello spazio e del tempo dove Dio si è

reso presente nella storia3.

Vertice della mia e nostra gioia perché, come afferma Giovanni

Paolo II:

Per noi cristiani Gerusalemme rappresenta il punto geografico

della tangenza fra Dio e l’uomo, fra l’eterno e la storia...4.

Città santa e città bellissima, come tramanda il Talmud:

Dieci misure di bellezza scesero nel mondo; nove le prese Gerusalemme

e una il mondo intero; non c’è una bellezza come

quella di Gerusalemme (Qiddushin 49b).

Bellezza ma anche incavo di grande dolore:

Dieci parti di sofferenze sono nel mondo, nove a Gerusalemme

e una in tutto il resto del mondo; dieci parti di eroismo,

nove in Giudea e una in tutto il resto del mondo5.

Salgo e saliamo a Jerushalaim per santificarla «cioè amare

il prossimo Kamokha: perché è il tuo te stesso»6 e farlo diventa

«il luogo di una petiha (apertura; così anche in arabo) che permette

la comunicazione, il passaggio verso l’altro in un gesto di

accoglienza»7.

Jerushalaim: «La santa, città dell’acqua e della pietra»8.

Afferma lo scrittore A. Jehoshua:

Ci sono stato e ho imparato a conoscere quell’utero di pietra

da cui siamo usciti9.

Un Padre della Chiesa dei nostri tempi, padre Carlo Maria

Martini10, gesuita, biblista, Cardinale della diocesi di Milano,

grande amico di Israele e assiduo esponente del dialogo

ebraico-cristiano, ci sarà di guida in questa scoperta e ci donerà

la chiave che stiamo cercando.

Carlo Maria Martini11 volle, fra le domande drammatiche

e ineludibili che intessono la vita di ciascuno, affrontarne una

specifica:

[…] tu, che dici di Gerusalemme? In che rapporto ti senti

con Gerusalemme? (GS 18).

Egli non si pose su di un piano astratto, curioso intellettualmente,

ma su quello di una certezza di fede, quello della

priorità nel disegno di Dio e del ruolo che

[…] a Israele è affidato nel piano divino di salvezza: si tratta

di un compito teologico di primaria importanza12.

Senza Israele infatti non esiste un disegno di Dio per l’umanità.

Bisogna che noi cristiani consideriamo con chiarezza una

realtà capitale:

[…] un ritardo che ci deve pesare molto è il non aver considerato

vitale la nostra relazione con il popolo ebraico. La Chiesa,

ciascuno di noi, le nostre comunità, non possono capirsi

e definirsi se non in relazione alle radici sante della nostra

fede, e quindi al significato del popolo ebraico nella storia,

alla sua missione e alla sua chiamata permanente (PO 79).

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Gli Atti dei Congressi Internazionali Teresiani ad Avila (I)"
Editore: OCD
Autore: Roberto Fornara
Pagine:
Ean: 2484300021039
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il quinto centenario della nascita di santa Teresa di

Gesù ha autorevolmente richiamato l’Ordine carmelitano

a una rilettura e meditazione personale e comunitaria

degli scritti della mistica spagnola. L’indagine

esplora il frutto degli interventi tenuti nel

corso del primo Congresso Internazionale Teresiano

ad Avila, sul libro della Vita. Dopo una presentazione

dell’intervento introduttivo che studia la Vita

come un esempio di teologia narrativa, si passano

in rassegna testo e contesto, linguaggio e biografia,

“esperienza”, dottrina e attualizzazione della medesima

opera, facendo emergere, di volta in volta, la profondità

dell’approccio al tema e l’originalità dell’esito

conclusivo.

 

Negli anni di immediata preparazione al 2015,

dedicato alle solenni celebrazioni del quinto

centenario della nascita di santa Teresa di Gesù

(d’Avila), l’Ordine carmelitano si è impegnato

nella rilettura e nella meditazione personale e comunitaria

degli scritti della mistica spagnola. Per approfondirne il messaggio

e per scoprire nuove chiavi di lettura delle sue opere, il

Centro Internazionale Teresiano-Sanjuanista abulense ha dedicato

ogni anno una settimana allo studio di un libro teresiano,

nel tentativo di approfondire tutto ciò che Teresa, a partire

dalla sua vita, esperienza e dottrina, può continuare a offrire

per la costruzione di un mondo migliore e di una umanità più

felice e più realizzata. Dei vari convegni sono stati pubblicati

o sono tuttora in corso di pubblicazione i voluminosi atti. Il

volume che presentiamo in questa circostanza raccoglie gli interventi

tenuti al primo Congresso Teresiano1, dedicato al libro

della Vita. Gli Atti del Congresso, svoltosi ad Ávila dal 23 al 31

agosto 2010, sono stati pubblicati dalla Editorial Monte Carmelo

di Burgos nel 2011.

Il libro è diviso in cinque grandi sezioni: testo e contesto,

linguaggio e biografia, “esperienza” (un settore che, in realtà,

spazia dalla filosofia alla teologia, dalla psicologia alla psichiatria),

dottrina – con un particolare riguardo agli aspetti teologico-

spirituali –, attualizzazione.

Le cinque sezioni sono precedute dall’intervento introduttivo

dell’arcivescovo di Valladolid, monsignor Ricardo

Blázquez Pérez, che si occupa del genere letterario, studiando

la Vita di santa Teresa come un esempio di teologia narrativa:

la Santa parla di Dio partendo dal filo conduttore degli eventi,

segnati dalla Provvidenza e dalla misericordia divina, e non

dal semplice concatenarsi dei fatti o da uno schema dottrinale

aprioristico. Il relatore pone a confronto narrazione teresiana

e narrazione biblica, entrambe dominate da un elemento informativo

e da un elemento performativo. Il Vangelo di Giovanni

– tanto per fare un solo esempio – è stato scritto perché coloro

che accolgono la parola credano in Gesù Cristo e, credendo in

lui, abbiano la vita eterna nel suo nome. Già il cardinal Joseph

Ratzinger, allora prefetto della Congregazione per la dottrina

della fede, citato a p. 24, scriveva: «la parola biblica viene dal

passato reale, ma non soltanto dal passato; allo stesso tempo

essa proviene dall’eternità di Dio. Ci conduce verso l’eternità

di Dio, passando, ancora una volta, attraverso la strada del

tempo». Analogicamente, monsignor Blázquez applica le stesse

affermazioni alla narrazione della Santa carmelitana. Il libro di

Teresa è testimonianza di ciò che è accaduto nella sua vita e

allo stesso tempo risorsa di evangelizzazione. Punto centrale

dell’argomentazione è il fatto che l’autrice scrive soprattutto

a partire dall’impressione che lasciò scolpita nel suo spirito la

contemplazione dell’immagine di Gesù Cristo; in una parola,

a partire dalla sua conversione a Cristo. Il tema centrale del

magistero di Teresa – scrive l’arcivescovo a p. 28, citando un

grande studioso carmelitano – è la sua relazione del tutto personale

con Cristo, l’amore per la sua umanità. Che tipo di libro

scrive allora Teresa? Non è un diario dell’anima, e neppure

un libro di viaggi o di avventure (genere più affine alle Fondazioni).

Non è un’autobiografia in senso proprio. Se si vuole trovare

un paradigma di riferimento, bisogna ricorrere piuttosto

a sant’Agostino che, a partire dalla sua conversione, scrive le

Confessioni come testimonianza e annuncio del cambiamento

avvenuto nella sua vita.

[...]

VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Servizio della Parola - n. 466"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018114
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

RUBRICA

Per comunicare meglio

18. I preti scrivono... ma sanno comunicare?/4 (Roberto Laurita)

 

DOSSIER

Le nostre grandi parole

53 Assemblea

1. Assemblea: Il concetto nel linguaggio e nella comprensione corrente (Valeria Boldini)

2. Il sottofondo scritturistico dell’uso neotestamentariodel termine “assemblea” (Flavio Dalla Vecchia)

3. Il senso teologico e l’esperienza di ritrovarsi in assemblea celebrante (Silvano Sirboni)

4. Assemblea: indicazioni per la predicazione (Chino Biscontin)

5. Assemblea: breve antologia di testi(Benedettine del Monastero «Mater Ecclesiae»)


SUSSIDIO

Verso la Prima Comunione. Un itinerario per i ragazzinelle domeniche del Tempo pasquale (Roberto Laurita)

 

PREPARARE LA MESSA

Dalla domenica di Pasqua alla solennità di Pentecoste

Domenica di Pasqua (Francesco Bargellini, Martino Della Bianca)

2ª domenica di Pasqua (Francesco Bargellini, Martino Della Bianca)

3ª domenica di Pasqua (Francesco Bargellini, Martino Della Bianca)

4ª domenica di Pasqua (Francesco Bargellini, Martino Della Bianca)

5ª domenica di Pasqua (Francesco Bargellini, Martino Della Bianca)

6ª domenica di Pasqua (Francesco Bargellini, Martino Della Bianca)

Ascensione del Signore (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)

Solennità di Pentecoste (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Teresa d'Avila: comprendere la bellezza incomprensibile"
Editore: OCD
Autore: Jesús Castellano
Pagine:
Ean: 2484300021046
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

1 - Possiamo considerare la nostra anima come un castello

fatto di un sol diamante o di un tersissimo cristallo, nel

quale vi siano molte mansioni, come molte ve ne sono in

cielo (cf Gv 14,2).

Del resto, sorelle, se ci pensiamo bene, che cos’è l’anima del

giusto se non un paradiso, dove il Signore dice di prendere le sue

delizie (cf Pr 8,31)? E allora come sarà la stanza in cui si diletta

un Re così potente, così saggio, così puro, così pieno di ricchezze?

No, non vi è nulla che possa paragonarsi alla grande bellezza

di un’anima e alla sua immensa capacità! Il nostro intelletto,

per acuto che sia, non arriverà mai a comprenderla, come non

potrà mai comprendere Dio, alla cui immagine e somiglianza noi

siamo stati creati (cf Gn 1,26).

Se ciò è vero – e non se ne può dubitare – è inutile che

ci stanchiamo nel voler comprendere la bellezza del castello. Tuttavia,

per avere un’idea della sua eccellenza e dignità, basta pensare

che Dio dice di averlo fatto a sua immagine, benché tra il

castello e Dio vi sia sempre la differenza di Creatore e creatura,

essendo anche l’anima una creatura.

2 - Che confusione e pietà non potere, per nostra colpa,

intendere noi stessi e conoscere chi siamo! Non sarebbe grande

ignoranza, figliole mie, se uno, interrogato chi fosse, non sapesse

rispondere, né dare indicazioni di suo padre, di sua

madre, né del suo paese di origine? Se ciò è indizio di grande

ottusità, assai più grande è senza dubbio la nostra se non procuriamo

di sapere chi siamo, per fermarci solo ai nostri corpi. Sì,

sappiamo di avere un’anima, perché l’abbiamo sentito e perché

ce l’insegna la fede, ma così all’ingrosso, tanto è vero che ben

poche volte pensiamo alle ricchezze che sono in lei, alla sua grande

eccellenza e a Colui che in essa abita. E ciò spiega la nostra grande

negligenza nel procurare di conservarne la bellezza. Le nostre

preoccupazioni si fermano tutte alla rozzezza del castone, alle

mura del castello, ossia a questi nostri corpi.

3 - Come ho detto, questo castello risulta di molte stanze,

alcune poste in alto, altre in basso ed altre ai lati. Al centro, in

mezzo a tutte, vi è la stanza principale, quella dove si svolgono

le cose di grande segretezza tra Dio e l’anima.

Considerate bene questo paragone di cui forse Dio si compiacerà

di servirsi per farvi intendere qualche cosa delle grazie

che Egli si degna di accordare alle anime e la differenza che le

distingue. Ciò, naturalmente, fin dove ho inteso che sia possibile,

perché, data la loro moltitudine nessuno è in grado di

conoscerle tutte: tanto meno io che sono così misera. Ma se

il Signore ve l’accorderà, vi sarà di grande conforto sapere che

lo può fare, mentre quelle che non ne sono favorite ne prenderanno

l’occasione per lodare la sua infinita bontà. Perciò,

come non ci è di pregiudizio la considerazione della gloria del

cielo e di quanto vi godono i beati, ma serve a rallegrarci e a

spingerci per meritare anche noi quel che essi già godono, così

non ci sarà di danno comprendere come sia possibile che un Dio

tanto grande si comunichi fin da questo esilio con vermiciattoli

così ripugnanti come siamo noi, ma ci muoverà ad amare una

bontà così buona e una così infinita misericordia. Chi si scandalizza

nell’apprendere che Dio può far tante grazie fin da questo

esilio, tengo per certo che sia senza umiltà e senza amore del

prossimo. Se non fosse così, perché non dovrebbe compiacersi

nel vedere Dio far tali grazie a un suo fratello, quando ciò non

vieta che le possa accordare anche a lui? Perché non godere

che Sua Maestà mostri la sua grandezza con chi meglio gli piace,

poiché Egli alle volte non agisce che per questo, come disse del

cieco a cui dette la vista, quando gli apostoli lo interrogarono

se quella cecità era per i suoi peccati o per quelli dei suoi genitori

(cf Gv 9,3)? Risulta da ciò che se Egli dà a qualcuno le sue

grazie, non è perché questi sia più santo degli altri a cui non

ne dà, ma perché si manifesti in lui la sua grandezza, come già

in san Paolo e nella Maddalena, e perché noi lo lodiamo nelle

sue creature.

(Dal Castello interiore di Teresa d’Avila: 1M 1,1-3)

[...]

VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "La «simpatia intelligente»"
Editore: OCD
Autore: Emanuela Ghini
Pagine:
Ean: 2484300021015
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il contatto che Teresa di Gesù instaura con la Scrittura

sembrerebbe corrispondere all’atteggiamento che

Mircea Eliade definisce «la simpatia intelligente

dell’ermeneuta». Il contributo esplora il criterio esegetico

di Teresa di Gesù, aprendo contemporaneamente

ad affacci sul contenuto della formula impiegata dal

grande storico delle religioni.

 

Mio Signore e mio Dio, come è vero che hai parole di vita (Gv

6,68) in cui tutti i mortali troveranno ciò che desiderano, se

lo vorranno cercare in esse! Ma che meraviglia, mio Dio, che

dimentichiamo le tue parole nella aberrazione e nel turbamento

prodotti in noi dalle nostre opere cattive? [...]. Fa’,

Signore, che le tue parole non si cancellino mai dalla mia

mente (E 8,1).

 

Tutta Teresa è in questa preghiera, emblematica

del suo stile orante. Erompe da vissuti di una

persona innamorata, che ha conosciuto lo smarrimento,

ma è divenuta consapevole del luogo da dove muovere, nella fatica del

vivere, per trovare la via alla verità.

La vertigine della dissipazione fa dimenticare la parola di

Dio. Risposta, se interrogata, a ogni desiderio, approdo di una

ricerca che comporta anche studio e difficoltà, ma compensa

vastamente: la luce della Scrittura libera dalla stoltezza di atteggiamenti

sbagliati, che inclinano verso devozioni soggettive,

ispirate a miraggi.

La scienza è una grande cosa, perché istruisce e illumina noi

che sappiamo poco, così che, giunti alle verità della Sacra

Scrittura, facciamo quello che dobbiamo. Dio ci liberi da devozioni

stolte! (V 13,16).

Consiglio di sorprendente attualità. Capace di salvaguardare

da tutti gli spiritualismi evanescenti e le forme larvate di

gnosticismo che, sotto false apparenze, propongono un culto

aberrante dell’io. «La parola io/ è uno strano grido/ che nasconde

invano/ la paura di non essere nessuno... È l’immagine

struggente del narciso» (G. Gaber).

“Devozioni stolte” sono quelle scelte con criteri soggettivi,

per impulsi estetizzanti, per coinvolgimenti emotivi. Ne esistono

di tutti i tipi. Emblematica la testimonianza di Vladimir

Solovev nel suo I tre dialoghi circa la diffusione in Russia di una

pseudo-religione con questa… liturgia: fatto un buco in un angolo

buio dell’isba, i seguaci di questo pazzesco culto vi ponevano

le labbra e ripetevano come giaculatoria: «Isba mia, buco

mio, salvatemi!»1.

1

Devozioni stolte esistono in ogni religione e anche nel cristianesimo.

Aumentano quanto più diminuisce la fede, che richiede

“nudità e povertà spirituale e sensibile”, spogliarsi «da

forme, immagini, figure»2. Giovanni della Croce rileva la presunzione

di quelli che si attaccano a devozioni personali, «come

se fossero più saggi dello Spirito Santo e della sua Chiesa»3.

Teresa vive nel continuo confronto delle sue esperienze

interiori con chi può illuminarla. Lei, che «avrebbe voluto

trattare – e di fatto trattava – con i maggiori teologi [...] per

poter sapere da loro se ciò che provava fosse o no conforme

alla Sacra Scrittura» (R 4,4), non si fida di una conoscenza approssimativa

della parola di Dio:

I testi della Sacra Scrittura sono quelli che mi convincono,

quando ho la certezza che [...] chi li cita li conosce bene (F

30,1).

La conoscenza biblica è quella verificata dalla vita. «La

fede va giudicata dagli atti, non dai discorsi» (D. Pennac):

Tutto il male del mondo dipende dal non conoscere chiaramente

le verità della Sacra Scrittura. Non vi è in esse una

virgola che non debba un giorno avverarsi (V 40,1).

Non passerà un solo iota della Legge (Mt 5,18).

Ogni parola di Dio ha valore, ma nessuna va scissa dalla

totalità della Scrittura cui appartiene.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Dei verbum"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018558
Prezzo: € 4.50

Descrizione:

EDITORIALE

 

In latino il secondo capitolo della Dei Verbum porta il titolo De divinae revelationis transmissione, che tradotto significa «circa la trasmissione della divina rivelazione». Di fatto viene affrontato un argomento che all’epoca era oggetto di non poche controversie, ossia il rapporto fra sacra Scrittura e tradizione. È un tema che ha richiesto un cambiamento di mentalità, una modifica nel modo di pensare Dio e la rivelazione; è un argomento che ha domandato alla chiesa di fare un salto di qualità.

Il punto di partenza è mostrato molto bene nell’articolo introduttivo di Riccardo Saccenti, che tratteggia la storia redazionale del testo; viene ripreso anche nell’ultimo articolo di questo nostro fascicolo (Pierluigi Ferrari), che approfondisce proprio la questione che stava alla base: la cosiddetta teoria delle «due fonti». La domanda di partenza è: qual è la sorgente, la fonte della rivelazione? In un contesto polemico verso il mondo della Riforma, la teologia cattolica aveva sviluppato l’idea che le fonti della rivelazione fossero due: non solo la sacra Scrittura, ma anche la sacra tradizione. Con la Dei Verbum il Concilio è riuscito a scardinare questa impostazione e a riconoscere che non si possono contrapporre Scrittura e tradizione. È proprio l’idea di rivelazione racchiusa nel capitolo primo della Dei Verbum che impone il cambiamento: Dio non ci fa conoscere idee, concetti o comandi; a Dio piace rivelare se stesso, invitarci alla comunione con sé; e questa rivelazione scaturisce tanto dalla Scrittura quanto dalla tradizione, che sono indissolubilmente intrecciate fra di loro. Nella comprensione di molti il termine «tradizione» evoca una situazione di rigidità e immobilità; la Dei Verbum invece ci ricorda che la tradizione non c’entra nulla con il tradizionalismo; la tradizione è una realtà vivente (Luca Mazzinghi). Sono diversi i soggetti che la fanno progredire; tra questi un ruolo particolare è svolto dal magistero dei vescovi, che è per la maturazione della fede e per la crescita della chiesa (Serena Noceti).

Fin qui abbiamo visto l’articolo storico e i tre contributi teologici del nostro fascicolo. Ci sono anche, secondo l’impostazione che abbiamo iniziato a conoscere nel numero precedente della rivista, tre articoli più strettamente biblici, che affrontano i testi della Scrittura citati dal capitolo secondo della Dei Verbum. Il primo è costituito da alcuni versetti di 2Corinzi (Guido Benzi); dalle parole di Paolo emerge un’idea di tradizione strutturata in due momenti: una traditio (il Padre che dona il Figlio ed il Figlio che si dona) ed una redditio (l’«Amen» del credente). Ancora a Paolo attinge il secondo articolo, che facendo riferimento a più testi mostra come la tradizione sia una realtà viva e vivificante: è la parola di Gesù che l’apostolo trasmette alle sue comunità, affinché su essa siano fondate e da essa vengano nutrite e custodite (Francesco Bargellini). Infine, un terzo contributo viene dal famoso sommario di At 2, che racconta la comunità di Gerusalemme come caratterizzata da fedeltà e comunione fraterna; senza una comunità viva e orante, che ha custodito, trasmesso e testimoniato quanto sperimentato dell’agire di Dio nella storia degli uomini, non ci sarebbe stato alcun libro sacro (Annalisa Guida)! 

Su questi temi ritornano il «laboratorio biblico» di Valentino Bulgarelli così come la «scheda biblica» di Serena Noceti (che prende il via dalla preghiera di Gesù in Gv 17). Continuando con le rubriche, faremo poi conoscenza con un’altra delle «figure di biblisti e teologi intorno alla Dei Verbum», il francescano Umberto Betti (Riccardo Battocchio); così come potremo ascoltare ancora la testimonianza di Cesare Bissoli su «la Dei Verbum nella pastorale», in particolare sull’impegno dell’apostolato biblico. E sempre sul biblico rimarremo con i volumi presentati nella nostra «vetrina» e con la scheda artistica di Marcello Panzanini, che ci illustrerà il San Girolamo nello studio di Antonello da Messina. 

Anche per questo secondo fascicolo l’argomento è vasto; nella speranza che i nostri assaggi riescano ad affascinarvi, vi auguriamo di continuare la lettura – magari, per i più coraggiosi, attraverso uno dei titoli presentati nella rubrica «per leggere la Dei Verbum» (Valeria Poletti). 

Carlo Broccardo



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Centro Vaticano II - Studi e Ricerche"
Editore: Lateran University Press
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300017865
Prezzo: € 12.00

Descrizione:

INDICE

Articoli

Enrico Dal Covolo, Presentazione dell’enciclica “Pacem in terris” del beato Giovanni XXIII, sulla base delle cosiddette “Carte Pavan” 

Caterina Ciriello, Pietro Pavan perito al concilio Vaticano II 

Lubomir Zak, Il concilio Vaticano II e il rinnovamento epistemologico della teologia

Protagonisti

Robert Sckrzypzac, Karol Wojtya: un personalista al concilio

Temi

Paolo Gherri, San Tommaso come fonte al concilio Vaticano II. Primo approccio alle sue citazioni 

Michael Konrad, San Tommaso d’Aquino nella recezione del concilio Vaticano II 

Recensioni

Piero Doria, su
Giovanni Sale, Giovanni XXIII e la preparazione del Concilio Vaticano II nei diari inediti del direttore della «Civiltà Cattolica» padre Roberto Tucci, Jaca Book, Milano 2013 

Ferminina Álvarez Alonsnso su
Angelo Giuseppe Roncarelli, Giovanni Battista Montinini, Lettere di fede e amicizia (1925-1963), a cura di Lorisis F. Capovilla e Marco Roncalli, Istituto Paolo VI, Edizioni Studium, Brescia-Roma 2013 275 Philippe Chenaux Glies Routhier, Philippe J. Roy et Karim Schel kens (dir.), La théologie catholique entre intransigeance et renouveau. La réception des mouvements préconciliaires à Vatican II, Louvain-la-Neuve/Leuven 2011 

Gilfredo Marengo su
Riccardo Burigana, Storia del Concilio Vaticano II, Lindau, Torino 2012 

Gilfredo Marengo su
Papa Benedetto XVI, Il circolo degli studenti, Card. K. Koch, Il Concilio Vaticano II. L’ermeneutica della riforma, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2013 

Antonio Mancini su
Caterinina Ciriello, Pietro Pavan. Le metamorfosi della dottrina sociale nel pontificato di Pio XII, il Mulino, Bologna 2011

 

Cronache

CONFERENZE E CONVEGNI

Convegno La France et le Concile Vatican II, Centre des archives diplomatiques de La Courneuve près de Paris, 9 novembre 2012

Revisiting Vatican II: 50 years of renewal, International Conference, 31 January – 3 February 2013, Dharmaram Vidya Kshetram, Bangalore, India 

Il concilio e Paolo VI a cinquant’anni dal Vaticano II, Colloquio Internazionale di Studio promosso dall’Istituto Paolo VI, Concesio (Brescia), 27-29 settembre 2013 

Segnalazioni 



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Paolo VI e le comunicazioni sociali. Le Giornate mondiali delle comunicazioni sociali"
Editore: Lateran University Press
Autore: Jean-Dominique Durand
Pagine:
Ean: 2484300018183
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. Il concilio Vaticano II e il mondo: la questione delle comunicazioni sociali

 

Il concilio Vaticano II dedicò una parte dei dibattiti alle questioni di comunicazione sociale, con la pubblicazione del decreto Inter mirifica, del 4 dicembre 1963. Questo non è il più studiato tra i documenti conciliari. Si dice oggi che è stato rapidamente sorpassato dall’evoluzione dei cosiddetti mezzi di comunicazione, e che è datato. Eppure esso segna una tappa notevole nella riflessione della Chiesa cattolica sulla comunicazione. La Chiesa si è sempre dimostrata molto attenta alle problematiche della comunicazione, a cominciare dai suoi incoraggiamenti alla “buona stampa”, passando per la creazione di Radio Vaticana, per il magistero di Giovanni Paolo II su internet, e fino all’uso di twitter da parte di Benedetto XVI e di Francesco. In questo percorso la tappa conciliare costituisce un momento importante, il concilio stesso essendo sempre sotto gli occhi dei media.

 

L’enciclica Pacem in terris, pubblicata nell’aprile del 1963, si inserisce nella prospettiva del concilio quando il pontefice si indirizza «a tutti gli uomini di buona volontà»: «A tutti gli uomini di buona volontà spetta il compito di ricomporre i rapporti della convivenza nella verità, nella giustizia, nell’amore, nella libertà: i rapporti della convivenza tra i singoli esseri umani, fra i cittadini e le rispettive comunità politiche; fra le stesse comunità politiche, fra individui, famiglie, corpi intermedi e comunità politiche da una parte e dall’altra la comunità mondiale».



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Servizio della Parola - n. 465"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300017773
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

RUBRICA

Per comunicare meglio

17. I preti scrivono... ma sanno comunicare?/3 (Roberto Laurita) 

 

DOSSIER

Le nostre grandi parole

52 Coscienza

1. Coscienza: il significato del termine nell’uso corrente (Valeria Boldini)

2. La concezione della coscienza negli scritti di san Paolo (Giuseppe Pulcinelli)

3. Come viene intesa la coscienza nella teologia morale fondamentale? (Aristide Fumagalli)

4. Coscienza: indicazioni per la predicazione (Chino Biscontin)

5. Coscienza: breve antologia di testi (Benedettine del Monastero «Mater Ecclesiae»)


SUSSIDIO

Misericordia io voglio. Esercizi spirituali in parrocchia (Luigi Guglielmoni, Fausto Negri)

 

PREPARARE LA MESSA

Dal Mercoledì delle ceneri alla Veglia pasquale

Mercoledì delle ceneri (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)

1ª domenica di quaresima (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)

2ª domenica di quaresima (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)

3ª domenica di quaresima (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)

4ª domenica di quaresima (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)

5ª domenica di quaresima (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)

Domenica delle palme (Francesco Bargellini, Roberto Laurita)

Triduo pasquale (Roberto Laurita)



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018275
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Forse Dio è violento?

Il nostro Dio è colui che stronca le guerre
(Cantico di Giuditta 16,2)

Il secolo XX, appena alle nostre spalle, si era aperto con il proclama di Friedrich Nietzsche, espresso nella famosa formula: «Dio è morto», eppure il 1900 è stato forse il più barbaro di tutti i secoli della storia con ben due guerre mondiali e con milioni di vittime sia civili che militari. La coscienza civile dell’umanità si va sempre più convincendo della necessità della non violenza, se si vuole raggiungere la pace. Ogni persona ragionevole oggi condanna la violenza fatta in nome di una convinzione religiosa. Ma ci sono ancora situazioni in cui alcuni vogliono legittimare la violenza in nome della Bibbia, della Torah o del Corano. È vero che spesso il linguaggio di questi libri sacri descrive un Dio con caratteristiche umane: un Dio che ama, che s’indigna, che va in collera, che punisce. Ma come vanno compresi questi brani? È questa una parola della «viva voce» di Dio o è una parola da decifrare, da collocare in una prospettiva di graduale rivelazione che culmina nella croce e risurrezione di Gesù? La nostra convinzione è che il vero volto di Dio, la chiave per comprendere tutta la storia della salvezza, è nel volto di Gesù che muore dicendo: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Il Dio della rivelazione cristiana è il Dio che non si vendica sopra gli uccisori del Figlio suo. È un Dio che capovolge tutte le immaginazioni umane e si mostra nella debolezza della carne di un bambino, nello spasimo del morente, nella speranza che vince l’odio e la morte. Tuttavia, nonostante queste indicazioni certe e chiare che ci vengono dal Nuovo Testamento, bisogna riconoscere che la storia del cristianesimo mostra non pochi episodi di guerre e violenze scatenate «in nome di Dio», o meglio strumentalizzando il nome di Dio a proprio uso e consumo.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO


 
TORNA SU