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Ebook - Ebook - Riviste



Titolo: "Litterae papali nellArchivio della Curia Generale dellOrdine dei Frati Minori di Roma (1228-1261). Inventario e regesto (41-87)"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore: Annarita De Prosperis
Pagine:
Ean: 2484300018688
Prezzo: € 5.00

Descrizione:

This article describes 68 papal letters of the thirteenth century, addressed to the Order of Friars Minor by Popes Gregory IX, Innocent IV and Alexander IV. These originals are currently preserved in the Archives of the General Curia OFM in Rome. Although the content of almost all the documents is known to the scientific community through the editions of Wadding and Sbaraglia, it is interesting to note that their dating partly differs from the texts of their counterparts in the Annales Minorum and in the Bullarium. Equally interesting are the chancellery notes, among which can be found various references to Cardinal Giangaetano Orsini, who was to become a key-player within Franciscan history between ca. 1260-80.



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Titolo: "Dalla Bibbia al concilio. La categoria «segni dei tempi» nel magistero di Giovanni XXIII"
Editore: Lateran University Press
Autore: Stefano Salucci
Pagine:
Ean: 2484300022098
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Introduzione

La categoria «segni dei tempi» può ben dirsi una delle più paradigmatiche

tra quelle che, nel comune sentire, hanno incarnato lo spirito del concilio

ecumenico Vaticano II1. È noto e ben documentato da tutta la letteratura2

come Giovanni XXIII, convocando il concilio3, lo avesse pensato secondo una

prospettiva pastorale, come un momento, cioè, in cui la chiesa avrebbe potuto

intraprendere quella necessaria operazione di aggiornamento di cui si sentiva

tanto bisogno. L’idea del papa, in altre parole, era quella di assumere in senso

propositivo l’esito del confronto tra la fede cristiana e quelle ideologie che ebbero

nei lumi del XVIII secolo i loro natali e nell’altro, che poi sarà detto «breve»4,

l’apice della loro diffusione.

Tali rilievi giustificano la necessità di approfondire lo studio della summenzionata

espressione, soprattutto in considerazione del fatto che, a fronte della fortuna poi

incontrata, già ad una prima e corsiva lettura si può scoprire come essa compaia

solo in pochi passi del magistero conciliare. Si tratta, allora, di capire cosa, con

essa, il concilio abbia voluto esprimere realmente, e dunque anche di vedere se

le successive interpretazioni, che ne fecero una delle categorie ermeneutiche per

eccellenza5, trovino effettivamente corrispondenza con ciò che l’assise ecumenica

intese fare usandola. D’altronde è ben documentabile come l’espressione «segni

dei tempi», successivamente al termine del concilio, sia stata utilizzata nella

riflessione teologica quasi acriticamente e spesso enfatizzandone la portata.

In particolare i motivi del suo successo possono essere ricondotti a due “postulati”,

di cui il nostro studio vuole indagare la fondatezza: 1) che tale espressione, di

matrice biblica, trovi ampia attestazione nella Sacra Scrittura e che 2) sia presente

in maniera altrettanto importante nel magistero di Giovanni XXIII, che per primo

la introdusse e dal quale il concilio la mutuò6. Questi presupposti hanno, invece,

necessità, per dirla con San Paolo, di essere passati al vaglio di una accurata indagine,

così da trattenere ciò che realmente ha valore7: in altri termini se «segni dei tempi»

è categoria veramente indicativa dello spirito del concilio, occorre comprendere bene

e previamente in che senso lo sia, al di là di ogni stereotipata lettura8. Con il presente

studio, pertanto, non intendiamo compiere un’indagine sistematica dell’utilizzo conciliare

di questo concetto ma solamente limitarci al indagarne l’emergere, cercandone le linee

genetiche prima nella Sacra Scrittura (1) e poi vedendo le modalità con le quali papa

Roncalli lo ha assunto nel suo magistero (2).

 

1. «Segni dei tempi» nella Bibbia

L’espressione «segni dei tempi» compare, letteralmente, solo tre volte nella Bibbia,

segnatamente due, in Sir 42,18 e 43,6, e una nel Nuovo Testamento, in Mt (16,3; cfr.

anche Lc 12,56). Come si può ben capire dall’esiguità del suo utilizzo non siamo di

fronte ad una categoria biblica di primissimo piano: certamente se cercassimo il solo

termine «segni» o l’altro «tempi» ci troveremmo di fronte a ben altri numeri. Ma

questo, probabilmente, non ci aiuterebbe, almeno all’inizio, a focalizzare il significato preciso

[...]



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Titolo: "Luoghi dell'Infinito n.196 giugno 2015"
Editore: Avvenire
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018787
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Come in una sorta di seguito dello speciale dedicato a Expo “Mondi svelati”, “Luoghi dell’Infinito” – il mensile di “Avvenire” diretto da Marco Tarquinio e coordinato da Giovanni Gazzaneo - allarga la riflessione su “l’arte della tavola”. È dunque la dimensione culturale e spirituale del cibo al centro di questa monografia.

Pierangelo Sequeri nel suo editoriale riflette sulla convivialità come una necessità dell’uomo, che però la cultura estetizzante del cibo sta depauperando dei valori più profondi: «La convivialità trasforma il cibo che ci passiamo affettuosamente l’un l’altro nel simbolo di un nutrimento reciproco. Fa riaffiorare in noi il gesto con il quale siamo stati accolti nella vita. E fa rivivere il desiderio di trattenerci in essa, conquistandoci l’ospitalità dell’amore». Enzo Bianchi affronta invece un viaggio nella Bibbia, ricca di riferimenti al cibo e all’atto di mangiare. Il priore di Bose sottolinea la libertà concessa da Dio nell’alimentazione e nell’uso della natura, sia subordinata a un patto: «Dio fa dunque questo dono di creature buone e salutari, un dono che certo chiede all’uomo responsabilità, consapevolezza di ciò che mangia, rispetto per il cibo e condivisione, perché tutte le creature sono destinate a tutta l’umanità, non ad alcuni privilegiati o rapinatori». Puro e impuro sono interpretazioni proiettate dall’uomo sul cibo e quindi sulle persone: separazioni che Gesù, amante della tavola, cancella per sempre. Due ampi servizi di Franco Cardini esplorano ambiti che hanno tra loro diversi punti di contatto: la lenta presa di coscienza dei gusti “degli altri”, ossia l’incontro, spesso choccante, con le tradizioni legate all’alimentazione delle civiltà non occidentali, e il legame tra cibo e monoteismi: i riti, le consuetudini, i tabù alimentari, le ricette e le tavole imbandite.

In apertura della sezione dello speciale dedicata alle arti, Timothy Verdon offre un’ampia panoramica sull’iconografia dell’Ultima Cena, con una particolare lettura della sua funzione in ambito liturgico. Antonio Paolucci analizza la prima “natura morta” della storia: un magnifico mosaico pavimentale in cui un artista greco ha rappresentato a grandezza naturale i resti di un banchetto. Un’opera tra illusionismo spettacolare e melanconica riflessione sul fuggire della vita. Le fotografie di Pepi Merisio sull’Italia del convivio offrono il destro a Ulderico Bernardi per un’analisi di come il boom economico abbia rivoluzionato le abitudini alimentari degli italiani, cancellando la fame atavica, ma scardinando anche il tempo della famiglia attorno alla tavola. Sono invece le nature morte alla fiamminga scattate da Mauro Davoli il corredo di immagini dell’antologia poetica, da Omero a Derek Walcott, curata da Roberto Mussapi. Alessandro Zaccuri, infine, racconta come attorno al cibo e ai suoi significati ruotino grandi capolavori del cinema.

Mantiene un cuore milanese anche la sezione Arti&Itinerari. Elena Pontiggia racconta le meraviglie della mostra a Palazzo Reale dedicata al tempo dei Visconti, quando la città divenne una delle capitali del gotico internazionale. Il numero si chiude con un ampio servizio sulla cintura di abbazie sorte attorno a Milano tra XI e XIII secolo. Complessi che attraverso l’ora et labora fecero di questo di questo territorio uno dei più fertili, spiritualmente e fisicamente, d’Europa.

 

www.luoghidellinfinito.it



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Titolo: "Il messaggio del ciclo di Elia"
Editore: OCD
Autore: Fabio Roana
Pagine:
Ean: 2484300021060
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il ciclo di Elia è un testo narrativo e come tale è interpretabile con gli strumenti che offre l’analisi narrativa, oltre che con il supporto del metodo storico-critico. Si può così scoprire che esso ha avuto una lunga elaborazione, è stato recepito, pensato, trasmesso e, aggiungiamo, attualizzato e rivissuto. La storia di Elia, di Acab e degli altri soprattutto ci aiuta, oggi come allora, a riconoscere Chi è Dio e chi sono i Suoi che abitano il monte dell’incontro con Lui e le strade del mondo, qualunque forma questo monte e queste strade assumano.

 

SECONDA PARTE

1. Oggetto dell’analisi narrativa

L’analisi del testo svolta finora ci porta a interrogarci

sulla legittimità di considerare come unità con una

propria sussistenza la sezione segnata dalla presenza

di Elia: da una parte essa è solo un segmento di una

storia ben più ampia e s’intreccia con altre possibili unità in

parte sovrapposte, come quelle che racchiudono le vicende del

re Acab e del profeta Eliseo; dall’altra la sua stessa unitarietà

è messa in dubbio dalla sua natura composita. Accostandosi ai

Libri dei Re e al loro contesto scritturistico si ha l’impressione

di percorrere una strada lungo la quale si aprono orizzonti,

si mostrano panorami e a volte si fissano particolari, con elementi

che ritornano; il tratto che va da 1Re 16,29 a 2Re 2,18

non è tutto il percorso ma un passaggio che sta al suo cuore

e che risulta fondamentale per la comprensione dell’intero1:

analizzarlo significa volgere una luce su qualcosa di più ampio,

quindi ha una sua legittimità coglierlo come un oggetto a sé,

senza per questo troppo isolarlo.

Due ulteriori osservazioni. Prima: se riconosciamo l’esistenza

del cosiddetto ciclo di Elia, ancorché intrecciato con un

ciclo di Acab e imbricato con un ciclo di Eliseo2, è possibile,

assumendo quale oggetto d’analisi in particolare la sezione

eliana, considerare gli elementi non esclusivamente appartenenti

a questa comunque come suoi, con un proprio significato;

d’altra parte, pur avendo la sezione in esame i confini

sfumati, se colta in stretta funzione dell’esperienza diretta di

Elia, acquista una precisa delimitazione. Seconda osservazione:

il racconto, prescindendo dai problemi testuali e redazionali

visti, non è frutto del caso ma ci è dato nella forma realizzata da

un’ultima mano redazionale, che possiamo considerare come

l’autore o il narratore finale; dunque oggetto della nostra attenzione

da un punto di vista narrativo può essere semplicemente

il testo così com’è.

2. Delimitazione del racconto: un ciclo tra cicli

La sezione che va da 1Re 16,29 a 2Re 2,18 è connotata

dalla presenza del re Acab (e della moglie Gezabele), del successore

Acazia e del profeta Elia, le cui vicende sono sviluppate

in racconti che si susseguono e in brani cornice; questi

racconti a loro volta sono articolati in scene, raccolte a volte

in più di un episodio: la trama è complessa e conviene iniziare

distinguendo le unità più ampie.

– 1Re 16,29-22,40: grande inclusione tra i brani cornice che

delimitano la vita di Acab, dall’intronizzazione alla morte;

– 1Re 16,29-19,18: «lungo racconto della lotta del Signore e

del suo profeta Elia»3 contro Baal e il re Acab con sua moglie

Gezabele, con diverse rivelazioni del Signore legate a

Elia;

– 1Re 19,19-21: racconto della chiamata di Eliseo da parte di

Elia;

– 1Re 20,1-22,40: racconto di una serie di disobbedienze e ingiustizie

commesse da Acab e della sua condanna insieme

a tutta la sua casa, fino alla sua morte (primo sviluppo della

parola del Signore di 1Re 19,16a):

- 1Re 20: racconto delle prime due guerre aramee, della

disobbedienza al Signore e della condanna di Acab

per mezzo di un profeta;

- 1Re 21: racconto della vigna di Nabot con un’ingiustizia

commessa da Acab e da sua moglie Gezabele,

condannati insieme a tutta la loro casa per mezzo di

Elia;

- 1Re 22,1-40: racconto della terza guerra aramea, della

disobbedienza di Acab al Signore, interpellato per

mezzo del profeta Michea, e della morte del re;

– 1Re 22,41-51: breve racconto della successione del re

Giòsafat al trono di Giuda e delle sue vicende.

– 1Re 22,52 – 2Re 1,18: racconto della successione del re

Acazia al trono d’Israele, della sua infedeltà al Signore per

Baal, dell’intervento del Signore con Elia e della morte di

Acazia.

– 2Re 2,1-18: racconto dell’ascensione-assunzione di Elia e

della successione di Eliseo (sviluppo di 1Re 19,16b.19-21).

Come si nota, a questo livello la divisione in capitoli corrisponde

soltanto in 1Re 21 all’organizzazione narrativa (un

capitolo che tra l’altro ha una collocazione diversa nella LXX:

effettivamente, visto l’attuale intreccio degli episodi – con

disobbedienze, condanne, profezie e realizzazioni – sembra

essere l’unica possibile variazione di una certa entità); per il

resto i confini sono sì abbastanza chiari ma non molto netti, in

quanto la sezione, cadenzata da cambiamenti di tempo, luogo,

personaggi e tema4, è comunque un susseguirsi continuo di

episodi, con alcuni brani cornice.

[...]



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Titolo: "Abramo, o lesperienza della fede"
Editore: OCD
Autore: Roberto Fornara
Pagine:
Ean: 2484300021077
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Rileggendo in sintesi l’itinerario di fede che Gen 12,1 propone, individuiamo soprattutto una triplice indicazione. La parola di Dio invita Abramo a mettersi in cammino verso una direzione e una destinazione che non è dato a lui conoscere, a partire da una condizione e una situazione che costituiscono la sua realtà in quel momento, lasciando progressivamente tutto ciò che è suo, che gli appartiene, che lo ha generato fino a quel momento, perché – attraverso il cammino e l’esperienza – venga generato l’uomo nuovo, nella fiducia e nella speranza. Abramo apparirà così, quasi anticipando Gen 14,3, veramente il primo ebreo, cioè l’uomo del “passaggio”, proprio perché avrà accettato, fidandosi della parola, di compiere tale passaggio.

 

Nella vita cristiana,

si va di inizio in inizio

attraverso inizi

che non hanno mai fine.

(Gregorio di Nissa)

L’uomo di fede vive spesso l’esperienza di una contraddizione

profonda, di una separazione radicale fra ragione e

fede, fra esigenze logiche e connaturali della propria umanità

da una parte, e volontà di Dio, pensieri di Dio, logiche di Dio,

dall’altra. Certo, il credente sottopone al vaglio del discernimento

il proprio cammino; questa persona, che deve essere

pensata come un’unità, tende all’unificazione sempre più

completa. Ciò nondimeno, avverte in molti momenti e in molti

modi una certa separazione interiore, o quanto meno le tentazioni

opposte di razionalizzare il proprio cammino di fede

per renderlo più accettabile, più comprensibile, più “a misura

d’uomo”, oppure di spiritualizzare la dimensione razionale

della propria esistenza credente.

L’opposizione tra fede e ragione porta spesso il credente

a decidersi all’azione soltanto nella misura in cui la scelta da

compiere appare umanamente condivisibile, con una logica

razionale e se non comporta rischi o conseguenze difficilmente

valutabili: “cammino se è ragionevole…”. La lettera enciclica

Lumen fidei di Papa Francesco, invece, ai paragrafi 9-10,

partendo dall’esperienza biblica del patriarca Abramo, invita a

capire che la logica della fede deve imparare a ribaltare questa

prospettiva troppo razionale:

Ciò che questa Parola dice ad Abramo consiste in una chiamata

e in una promessa. È prima di tutto chiamata ad uscire

dalla propria terra, invito ad aprirsi a una vita nuova, inizio di

un esodo che lo incammina verso un futuro inatteso. La visione

che la fede darà ad Abramo sarà sempre congiunta a questo

passo in avanti da compiere: la fede «vede» nella misura

in cui cammina, in cui entra nello spazio aperto dalla Parola

di Dio. Questa Parola contiene inoltre una promessa: la tua

discendenza sarà numerosa, sarai padre di un grande popolo

(cf Gen 13,16; 15,5; 22,17). È vero che, in quanto risposta a

una Parola che precede, la fede di Abramo sarà sempre un

atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato

ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di

aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così

come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri,

sia strettamente legata alla speranza.

Quello che viene chiesto ad Abramo è di affidarsi a questa

Parola. La fede capisce che la parola, una realtà apparentemente

effimera e passeggera, quando è pronunciata dal Dio

fedele diventa quanto di più sicuro e di più incrollabile possa

esistere, ciò che rende possibile la continuità del nostro cammino

nel tempo. La fede accoglie questa Parola come roccia

sicura sulla quale si può costruire con solide fondamenta. Per

questo nella Bibbia la fede è indicata con la parola ebraica

’emûnah, derivata dal verbo ’amàn, che nella sua radice significa

«sostenere». Il termine ’emûnah può significare sia la fedeltà

di Dio, sia la fede dell’uomo. L’uomo fedele riceve la

sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele. Giocando

sui due significati della parola – presenti anche nei termini

corrispondenti in greco (pistós) e latino (fidelis) –, san Cirillo

di Gerusalemme esalterà la dignità del cristiano, che riceve il

nome stesso di Dio: ambedue sono chiamati «fedeli». Sant’Agostino

lo spiegherà così: «L’uomo fedele è colui che crede a

Dio che promette; il Dio fedele è colui che concede ciò che

ha promesso all’uomo».

Un aspetto della fede viene messo particolarmente in risalto

nel testo citato: la fede non tanto quale atto irrazionale, quanto

piuttosto quale atto meta-razionale. L’atto di fede è prima di

tutto affidamento, consegna, abbandono. E questo abbandonarsi

fiducioso a colui che si sperimenta e si conosce come «il

fedele» diviene memoria futuri, capace – come dice il Salmo 119

– di illuminare i passi lungo il cammino. Si comprende allora

l’importanza di quella che ritengo l’affermazione centrale nel

paragrafo 9: la fede «vede» nella misura in cui cammina. Ciò significa

che non solo l’atto di fede non è contrario alla ragione, ma

anche che solo l’atto di fede capace di abbandonarsi del tutto è

un atto pienamente razionale. Solo l’esperienza del cammino

(e non il semplice ragionamento) può dare la luce sufficiente

e necessaria per camminare ulteriormente.

[...]

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Titolo: "Dei verbum"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018893
Prezzo: € 4.50

Descrizione:

EDITORIALE

 

Giunti al terzo capitolo della Dei Verbum

ormai lo schema di fondo si sta delineando

in modo chiaro: dopo aver tracciato

le linee fondamentali della rivelazione nel

cap. 1 (che cosa vuol dire che Dio si rivela a noi?), dopo

aver affrontato la questione problematica del rapporto

tra Scrittura e tradizione nel cap. 2 (sono forse

due “fonti” distinte della rivelazione di Dio? O non

si tratta piuttosto della stessa unica “scaturigine”?),

ora, con il cap. 3, il documento conciliare approfondisce

la natura particolare della sacra Scrittura. Semplificando,

possiamo dire che risponde a due domande:

in che senso i libri biblici sono parola di Dio? E,

in quanto tali, come vanno interpretati?

Forse avrete notato che, nei nostri articoli, quando

parliamo di sacra Scrittura usiamo la “S” maiuscola.

La Dei Verbum ci ricorda infatti che i libri biblici,

pur essendo stati scritti da autori umani, hanno

Dio per autore. Sono parola di Dio. Sono ispirati.

E cioè? La questione dell’ispirazione dei testi sacri è

stata molto dibattuta nella storia; l’articolo di Valentino

Bulgarelli la affronta dal punto di vista teologicocatechetico:

in un contesto culturale in cui si mette

in discussione il fatto che l’umano sia capace di entrare

in relazione con il divino, il concetto di ispirazione

dice proprio il contrario, parlandoci dei testi

sacri come espressione di una profonda interazione

tra l’uomo e Dio. La Bibbia è sia parola di Dio che

parola di uomini; è tutte e due le cose insieme. Proprio

per questo non va letta in modo fondamentalista,

come se fosse un distillato di sapienza calato

dal cielo. Sebastiano Pinto ci aiuta a riflettere sul fatto

che la Bibbia è parola di Dio in parole umane, è

scritta con linguaggi legati a un certo periodo storico

e pertanto va interpretata. Sono tre i criteri indicati

da DV 12: l’unità delle Scritture, la tradizione

e l’analogia della fede. Verrebbe da chiedersi perché

Dio ha parlato con parole umane, soggette alla difficoltà

dell’interpretazione; la risposta si trova nell’ultimo

numero del capitolo, DV 13, in cui si introduce

l’idea della «divina condiscendenza» (cf. articolo

di Guido Benzi): Dio comunica con parole umane affinché noi uomini lo possiamo comprendere, così

come il Verbo eterno di Dio si è fatto uomo perché

noi lo potessimo incontrare. È il dogma dell’incarnazione

che illumina la realtà della Scrittura: come

Gesù è vero Dio e vero uomo, così la Scrittura è vera

parola di Dio e vera parola di uomini.

Come base di una così profonda riflessioneteologica,

il capitolo terzo della Dei Verbum utilizza alcuni

testi bibliciche vengono approfonditi nella prima

parte del nostro fascicolo, dopo l’ormai abituale articolo

sulla storia della redazione del testo (di Riccardo

Saccenti). In DV 11 trova posto l’affermazione della

2Pietro, che cioè «nessuna scrittura profetica va soggetta

a privata spiegazione»; la Bibbia è una Scrittura

da scrutare(Francesco Bargellini). Non meno importanti

sono i riferimenti ad altri passi del Nuovo Testamento,

tra i quali leggeremo in particolare 2Tm

3,16: «Tutta la Scrittura è ispirata da Dio»; l’articolo

di Pasquale Basta approfondirà i testi dando anche

uno sguardo all’ultimo documento della Pontificia

Commissione Biblica, intitolato Ispirazionee verità

della sacra Scrittura. Infine, approfondendo da un

punto di vista esegetico quanto già accennato dalla

prospettiva della teologia, Dionisio Candido farà una

carrellata ragionata dei vari metodi dell’esegesi biblica,

oltre che una riflessione sull’importanza di avere

un metodo di lettura.

È anche questo un fascicolo denso, impegnativo;

del resto, siamo al cuore della Dei Verbum. Sperando

che – giunti alla fine degli articoli – abbiateil desiderio

dicontinuarel’approfondimento, vi proponiamo

le nostre rubriche ormai conosciute: la «bibliografia

ragionata» di Valeria Poletti; il«laboratorio biblico-teologico»

di Valentino Bulgarelli; le«figure di biblistie

teologi» di Riccardo Battocchio (che presenterà Joseph

Ratzinger); la «Dei Verbum nella pastorale» di Cesare

Bissoli; la «Bibbia nell’arte» di Marcello Panzanini. Per

chi volesse seguire un itinerario in un gruppo di lettura,

c’è sempre l’inserto staccabile di Serena Noceti.

Carlo Broccardo



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Titolo: "L'attualità della Gaudium et spes. A proposito di un libro di Philippe Bordeyne"
Editore: Lateran University Press
Autore: Giovanni Tangorra
Pagine:
Ean: 2484300022104
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

La Gaudium et spes si appresta a celebrare i cinquant’anni di vita, e con

essa l’intero concilio, visto che è stato l’ultimo documento a vedere la luce,

il 7 dicembre 1965. L’impressione è che una tale ricorrenza, anche per il sovraccarico

di altri appuntamenti attesi dall’opinione pubblica, come il Sinodo

dei Vescovi sulla famiglia, stia passando in sordina. Una specie di paradosso,

anche perché difficilmente temi controversi come quelli che si appresta a discutere

il prossimo Sinodo, si sarebbero potuti affrontare senza la Gaudium

et spes. Il Pontificio Istituto Pastorale Redemptor hominis della Lateranense

ha comunque appena dedicato alla costituzione pastorale un convegno, rivisitandone

la storia, alcuni contenuti, la recezione e le prospettive (cfr. il mio

resoconto pubblicato su «Settimana», 22/2015). In attesa della pubblicazione

degli atti, si può intanto ravvivare la memoria con qualche testo di recentissima

pubblicazione.

Qui mi limito a recensire quello di Philippe Bordeyne1, rettore dell’Institut

catholique di Parigi. Già autore di una tesi dottorale dedicata proprio alla

costituzione pastorale, pubblicata con il titolo L’homme et son angoisse. La

théologie morale de “Gaudium et spes” (Cerf, Paris 2004), e di altri numerosi

studi, il professore francese ha le carte in regola per affrontare l’argomento.

Questo saggio, dato alle stampe proprio per l’occasione giubilare, non parte

da zero, ma raccoglie una decina di scritti precedentemente pubblicati. Ciò

appesantisce la lettura, che stenta a trovare la continuità desiderata per entrare

in un testo magisteriale complesso e dalla storia tormentata. Non è quindi un

libro di prima lettura (per chi ne cercasse qualcuno del genere, mi piace citare

almeno il breve ma incisivo commento di Luigi Sartori, La Chiesa nel mondo

contemporaneo. Introduzione alla “Gaudium et spes”, EMP, Padova 1995), oltre

al più noto e poderoso lavoro storico-redazionale di Giovanni Turbanti, Un concilio

per il mondo moderno. La redazione della costituzione pastorale “Gaudium et spes”

del Vaticano II, il Mulino, Bologna 2000).

Bordeyne si impegna a riorganizzare e riadattare la raccolta, dividendola in tre

parti che portano titoli suggestivi (Rileggere la “Gaudium et spes” oggi; La morale

a partire dalla ricerca di senso; Il potenziale sociale della “Gaudium et spes”), e

dedicando l’introduzione più il primo capitolo alle chiavi generali dell’accesso. Il taglio,

che determina l’organizzazione e la scelta degli argomenti, è teologico-morale, ciò

che presuppone una conoscenza di base in tale campo, con il vantaggio di favorire

l’apertura di strade che hanno una chiara risonanza nel dibattitto attuale. La frase

di esordio fa da sottofondo ispiratore: «la persistante nouveauté de Gaudium et

spes». Bordeyne ne è convinto e la attribuisce al genere letterario (primo nella

storia per documenti di questo tipo), al carattere profetico, al tipo di parola scelto,

all’atteggiamento umile con cui la Chiesa si offre al mondo. Non manca il riferimento

alla recezione, soprattutto alle interpretazioni euphorisantes che hanno confuso il

rapporto tra dialogo e apertura. «Si donc le mouvement de l’Église vers le monde ne

consiste en aucune manière à se soumettre à lui ou à se dissoudre en lui, il n’en reste

pas moins que le Concile a cherché, dans Gaudium et spes, à penser de manière

nouvelle ses rapports avec le “monde de ce temps”» (p. 22).

Nella logique d’ensemble della costituzione emergono: la volontà di fare il punto sulla

situazione reale, discernendo con uno sguardo di speranza le aspirazioni fondamentali

dell’umanità; il riferimento alla dignità della persona e della famiglia umana per

rispondere ai problemi etici contemporanei; l’attenzione prioritaria ai poveri come

punto prospettico per gli orientamenti politici ed economici. La norma è il Cristo che,

come mostrano le finali di ogni capitolo, fa da paradigma interpretativo e risolutivo

del discorso antropologico. Non sono così trascurate le pagine cristologicamente

impegnative della Gaudium et spes, come l’ineguagliabile n. 22: «In realtà solamente

nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo […]. Cristo svela

pienamente l’uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione. Nessuna

meraviglia, quindi, che tutte le verità esposte trovino in lui la loro sorgente e tocchino

il loro vertice» (EV 1/1385). Il riferimento cristologico consente alla Gaudium et spes

di dare il proprio annuncio, e bilanciare la denuncia con l’ottimismo circa la capacità

di conversione dell’umanità.

[...]

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Titolo: "John Henry Newman"
Editore: OCD
Autore: Giovanni Palmitessa
Pagine:
Ean: 2484300021091
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il beato Cardinale J.H. Newman (1801-1890), sempre

attento alle correnti della cultura del suo tempo,

dedica una grande attenzione al processo di maturazione

della fede cristiana. Nell’ottica di Newman la

fede si caratterizza come giudizio, vale a dire come

valutazione personale e indipendente applicata alle

situazioni concrete della vita. Per Newman l’argomento

migliore – un argomento che risulta intelligibile

tanto a quelli che non sanno leggere, quanto a

quelli che sono andati a scuola – è quello che nasce

dalla diligente attenzione agli insegnamenti del nostro

cuore, e dal confronto tra le esigenze della nostra

coscienza e l’annuncio del Vangelo. Riteniamo, pertanto,

che oggi il pensiero di Newman possa essere

proposto come esempio e come alimento del pensare

cristiano; e considerare, inoltre, la sua proposta di

fede un invito a prendere coscienza del nostro essere

cristiani in un mondo in cui oltre alle nozioni vi è

bisogno di testimoni.

 

Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto:

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

(Gv 20,29)

Introduzione

Il beato Cardinale J.H. Newman (1801-1890), sempre attento

alle correnti della cultura del suo tempo, dedica una

grande attenzione al processo di maturazione della fede cristiana.

Tale dedizione avviene in modo diverso spaziando dai

Sermoni alle Conferenze, fino alle Riflessioni Teologiche nonché

Filosofiche. Diciamo che Newman è largamente noto per aver

dedicato la sua esistenza e la sua lunga carriera – quando morì

aveva ottantanove anni – alla difesa della fede. Nella sua riflessione

si scorge una passione principale: rendere Dio credibile

nella propria cultura e dare senso alla visione cristiana in un’epoca

in cui la fede in Dio sembra in grave crisi. Egli con chiarezza

esamina gli influssi culturali positivi e negativi della sua

epoca esercitati sulla fede cristiana e sulla teologia.

Newman, da parte sua, assegna un ruolo importante al

cuore, all’immaginazione e agli affetti nella vita della fede, nutrendo

sempre diffidenza nei confronti di una sottolineatura

eccessiva del sentimento religioso di per se stesso. La fede non

dovrebbe essere ridotta a un’espressione soggettiva; il Vangelo

è tutt’altro: una rivelazione definita e graduale del mistero di

Gesù1. «Il fine della meditazione – scrive Newman – è appunto

di dar realtà ai Vangeli: di far sì che gli avvenimenti da essi narrati

si elevino nelle nostre menti al livello di fatti concreti, tali

da poter essere assimilati da una fede viva quanto l’immaginazione

che li accoglie»2. Nell’ottica di Newman la fede si caratterizza

come giudizio, vale a dire come valutazione personale

e indipendente applicata alle situazioni concrete della vita.

Ciò è chiarito dallo stesso Newman quando scrive: «La fede ha

dunque la peculiarità di formare il proprio giudizio grazie ad

un sentimento di dovere e di responsabilità, con particolare

attenzione alla condotta della persona, in conformità ai comandamenti

rivelati, confessando la propria ignoranza e senza

preoccuparsi delle conseguenze; in spirito di docile umiltà,

ma su una gamma di argomenti che neppure la filosofia può

superare»3. Per Newman, quindi, l’argomento migliore – un

argomento che risulta intelligibile tanto a quelli che non sanno

leggere, quanto a quelli che sono andati a scuola –, è quello che

nasce dalla diligente attenzione agli insegnamenti del nostro

cuore, e dal confronto tra le esigenze della nostra coscienza e

l’annuncio del Vangelo.

[...]



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Titolo: "Rivista di Pastorale Liturgica"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018374
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

La liturgia nelle unità pastorali

In questo secondo fascicolo, soprattutto nelle sezioni Studi e Temi pastorali, prendiamo in considerazione la ricaduta sulla pastorale liturgica del moltiplicarsi di un nuovo modello di organizzazione ecclesiale territoriale: le unità pastorali.

 

Studi

F. Torterolo, Dalla pieve, alla parrocchia, all’unità pastorale

La parrocchia, pur avendo un itinerario storico complesso, non è venuta mai meno grazie alla sua

capacità di adattarsi ai vari mutamenti incontrati ad intra e ad extra. Ripercorrerne l’evoluzione non

è semplicemente un esercizio storico, ma permette di reperire le chiavi di lettura necessarie per un

discernimento continuo.

 

E. Castellucci, Che cosa cambia con l’unità pastorale?

Le unità pastorali in Italia si stanno sviluppando in forme assai differenti che rappresentano il tentativo

di adeguare la pastorale alle mutate circostanze attuali nell’ottica della ‘pastorale integrata’. Risultano

decisivi sia la formazione paziente del popolo di Dio alla corresponsabilità, sia l’alleggerimento burocratico

della figura dei presbiteri, attualmente appesantiti dagli adempimenti gestionali e amministrativi.

 

S. Dianich, Nuove le forme della comunità, nuove le figure dei pastori?

Risulta difficile ricavare dal quadro teologico del ministero dei modelli immediatamente praticabili per

una impostazione adeguata del ministero stesso nelle unità pastorali. Però bisognerà pure tenerne alta

l’idea ispiratrice di fondo che non dovrebbe essere surclassata da schemi burocratici e criteri bassamente

pragmatici.

 

D. Cravero, Nuove le comunità, nuove le ministerialità?

In una società secolarizzata, la comunità cristiana ha il compito di costituire un ambiente diverso da

quello del mondo, un ambiente vitale, ricco di ideali, di proposte di vita che interroghino e facciano

pensare, fecondo di ritualità e di simboli. Il primato dell’evangelizzazione non richiede subito la

creazione di nuove forme istituzionali, o di ministeri particolari, ma esige piuttosto una crescita della

consapevolezza della verità della fede e non soltanto del suo valore sociale o dei suoi vissuti emozionali.

 

Temi pastorali

G. Colombo, Iniziazione cristiana, catechesi e unità pastorali

L’autore, consapevole che la prassi ancora maggioritaria è quella del battesimo dei bambini, è convinto

che le unità pastorali possono costituire un’occasione opportuna per superare lo scarso investimento

tuttora esistente sulla pastorale degli adulti. In conclusione vengono messe a fuoco alcune irrinunciabili

condizioni da mettere in atto per la fruttuosità del lavoro.

D. Piazzi, Anno liturgico e unità pastorali

Senza voler insegnare niente a nessuno l’autore descrive come in una piccola unità pastorale si sia tentato

di strutturare le celebrazioni domenicali e quelle principali dell’anno liturgico cercando di evitare

tre eccessi: trattare le tre parrocchie come se non fossero state affidate a un unico parroco; esagerare la

turnazione nei principali giorni liturgici; cancellare i principali appuntamenti devozionali (per esempio

le processioni) tipici di ciascuna comunità.

 

G. Tornambè, La Maison d’Église, una cappella tra i grattacieli di Parigi

È possibile portare una presenza ecclesiale nelle periferie secolarizzate delle megalopoli, oltre i confini

di parrocchie e unità pastorali? A Parigi, a La Défense, le centinaia di migliaia di persone che si recano

al quartiere d’affari o al centro commerciale non possono non passare accanto alla Maison d’Église.

L’autore ci informa dell’origine e della teologia del progetto, e della attività liturgica e pastorale che vi

viene svolta, propedeutica alla pastorale parrocchiale.

 

Schede per la formazione

L. Della Pietra, 1. Eucaristia, territorio, assemblea

2. Eucaristia, forma ecclesiae

Si offrono due brevi riflessioni, utili per aprire i consigli pastorali interparrocchiali o per un percorso di

formazione per operatori di una unità pastorale sul tema dell’assemblea. Si vogliono aiutare a passare

dal dato sociologico-territoriale alla comprensione del valore della comunità eucaristica.

 

Sussidi e testi

S. Sirboni, Schemi per la celebrazione domenicale della Parola guidata da un laico

Sono sempre più numerose le comunità dove non è più possibile la celebrazione dell’eucaristia tutte

le domeniche e le altre festività che, di norma, prevedono l’assemblea dei fedeli. Fin dal 1988 la Congregazione

per il culto divino ha emanato il direttorio Christi ecclesia per offrire principi e norme per

le celebrazioni domenicali della Parola in assenza del presbitero. A questi orientamenti si ispirano gli

schemi proposti.

 

Cronaca

M. Cenzato, Quale bellezza salverà la liturgia?

Nei giorni dal 25 al 27 febbraio si è tenuto a Roma presso la Pontificia Università Gregoriana un congresso

dal titolo Liturgia ed evangelizzazione. L’iniziativa è nata grazie ad un felice e fecondo dialogo

teologico-liturgico tra l’Ufficio Liturgico Nazionale e la Pontificia Università Gregoriana. Il tema del

congresso muoveva dall’esortazione apostolica di papa Francesco, Evangelii gaudium: «La chiesa evangelizza

e si evangelizza con la bellezza della liturgia» (EG 24).



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Titolo: "Archivum Franciscanum Historicum"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018664
Prezzo: € 20.00

Descrizione:

Index

Discussiones et Documenta

 

Paul Bösch. – die verschollene Vita Quasi stella matutina im Gesamt

der frühen Franziskus-Quellen

 

Annarita De Prosperis. – Litterae papali nell’archivio della curia Generale

dei Frati Minori (1228-1261). inventario e regesto

 

Emily Corran. – Peter John olivi’s ethics of lying and equivocation:

casuistical teaching drawn from his commentaries on Matthew

5:37 and Luke 24:28

 

Remo Guidi. – Valutazioni umanistiche sui frati

 

Juri leoni, OFM. – un volgarizzamento della bolla di eugenio IV Ordinis

tui a fra Giacomo Primadizzi in un codice bolognese

 

Claus A. Andersen. – intuitive and abstractive cognition, “praecisiones

obiectivae“, and the Formal distinction in Mastri and Belluto and

later scotist authors

 

Cayetano Sánchez Fuertes, OFM. – el hospital de san lázaro de Manila,

siglos xViii y xix



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Titolo: "Servizio della Parola - n. 467"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018367
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

RUBRICA

Per comunicare meglio

19. I preti scrivono... ma sanno comunicare?/5 (Roberto Laurita)

 

DOSSIER

Le nostre grandi parole

54 Festa

1. Festa: quali significati, nel linguaggio comune? (Valeria Boldini)

2. Le ragioni della festa nelle Scritture (Sebastiano Pinto)

3. Il senso antropologico, religioso e specificamente cristiano della festa (Jerônimo Pereira Silva)

4. Festa: indicazioni per la predicazione (Chino Biscontin)

5. Festa: breve antologia di testi

(Benedettine del Monastero «Mater Ecclesiae»)

 

SUSSIDIO

Processione nella solennità del Corpo e Sangue di Cristo

(Luigi Guglielmoni e Fausto Negri)

 

PREPARARE LA MESSA

Dalla solennità della SS. Trinità alla 15ª domenica del Tempo ordinario

Santissima Trinità (Antonio Nepi, Vittorio Brunello)

SS. Corpo e Sangue di Cristo (Antonio Nepi, Vittorio Brunello)

11ª domenica ordinaria (Antonio Nepi, Giancarlo Paris, Massimo Orizio)

12ª domenica ordinaria (Antonio Nepi, Paola Bignardi, Massimo Orizio)

13ª domenica ordinaria (Antonio Nepi, Giacomo Canobbio, Massimo Orizio)

14ª domenica ordinaria (Antonio Nepi, Lucio Pinkus, Massimo Orizio)

15ª domenica ordinaria (Antonio Nepi, Armido Rizzi, Massimo Orizio)



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Titolo: "La gioventù cattolica riconfigura la Chiesa di oggi"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Solange Lefebvre Maria Clara Bingemer Silvia Scatena
Pagine:
Ean: 2484300018473
Prezzo: € 10.00

Descrizione:

Varie volte Concilium ha affrontato il tema dei giovani; oggi, all’inizio del XXI secolo e a cinquant’anni dal Vaticano II, vogliamo parlare di giovani adulti. Oltre a teologi esperti, questo numero dà voce a una serie di giovani professori universitari e teologi. E, questa volta, pare che siano stati molto più facili da trovare che nel 1975 o nel 1985, probabilmente perché la condizione dei giovani è diventata più integrata nei nostri curricula scolastici a partire dagli anni Sessanta, essendo vista come una condizione fondamentale dalla quale un individuo può pronunciarsi, come appare evidente nel caso delle minoranze, delle donne e degli omosessuali. Ma quale cambiamento comporta questa presenza nella chiesa?

 

Gioventù, Teologia



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Titolo: "Luoghi dell'Infinito n.195 maggio 2015"
Editore: Avvenire
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018794
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Si intitola “Expo: mondi svelati” il primo speciale di “Luoghi dell’Infinito” dedicato alla grande esposizione internazionale. Il mensile di “Avvenire” - diretto da Marco Tarquinio e coordinato da Giovanni Gazzaneo - punta l’attenzione sul grande evento milanese, raccontandone i risvolti culturali, etici e religiosi. Ad accogliere il lettore è il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, che nel suo editoriale ricorda come solo attraverso dono e condivisione il cibo sa diventare davvero vita: “L’essere insieme è indispensabile alla vita quanto le proteine e calorie che alimentano il corpo. Inoltre nutrirsi, per gli esseri umani, è legato alla convivialità e all’ospitalità, aspetti costitutivi della comunità umana e, prima ancora, alla bontà, alla solidità e all’equilibrio delle relazioni primarie. Si comprende bene, allora, che il “pasto comune” – come, d’altra parte, il “digiuno” – siano qualcosa di prezioso e proprio di tutte le esperienze religiose. Essi esprimono, da una parte, la convivialità e l’ospitalità per così dire in modo orizzontale e diventano simbolo efficace della condivisione col divino”.

Il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio consiglio della Cultura, spiega poi, con un duplice viaggio attraverso il significato del cibo e del digiuno nella Bibbia, i motivi e il senso della presenza della Chiesa nei sei mesi dell’evento, “testimoniando – scrive – la volontà di partecipare ai dibattiti sulle questioni cruciali come quelle della custodia del creato e della disponibilità universale delle risorse del nostro pianeta. L’impostazione del padiglione della Santa Sede sarà, perciò, squisitamente ideale e sociale, fondata sul rilievo simbolico del nutrire e sulla dimensione antropologica e teologica del tema. Siamo, dunque, sulla scia del messaggio costante di papa Francesco che ribadisce spesso, come ha fatto nel Messaggio per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione del 2013, che «la sfida della fame e della malnutrizione non ha solo una dimensione economica o scientifica (…) ma ha anche e soprattutto una dimensione etica e antropologica»”.

Parlare di cibo significa però anche guardare in faccia al dramma della fame, che per il missionario Piero Gheddo (il cui testo anticipiamo in parte in questa pagina) resta la vera grande domanda. Tra gli altri spunti dello speciale c’è anche la dimensione architettonica di Expo: se Maria Antonietta Crippa racconta come la storia delle Esposizioni universali abbia coinciso con una sperimentazione che ha investito la dimensione urbana e l’immaginario degli abitanti, Leonardo Servadio ci conduce attraverso i padiglioni più scenografici di questa edizione. Expo 2015, infine, vuol dire Milano: ecco il servizio di Alessandro Gandolfi su una città che ha fondato la propria fortuna sull’acqua, e l’antologia a cura di Roberto Mussapi di poeti contemporanei che hanno cantato la metropoli “piantata” nel mezzo della pianura.

 

www.luoghidellinfinito.it



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Titolo: "Le battaglie dell'Antico Testamento e la pace di Cristo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Gianni Cappelletto
Pagine:
Ean: 2484300018305
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    Partendo dall’ambivalenza antropologica tra i due tipi di persona «pastore» e «cacciatore», l’articolo esamina i vari racconti contenuti nel Primo Testamento, che descrivono guerre provocate e condotte dagli uomini per poi soffermarsi sulle guerre promosse o autorizzate da Dio stesso. Sembra si possa vedere come le guerre non siano intese a fine di conquista o di potere, ma per la conservazione del popolo che Dio ha scelto per realizzare la salvezza di tutti i popoli, nel segno di un’alleanza universale. A volte le guerre sono viste come punizione per aver violato l’alleanza, ma alla fine prevale sempre la misericordia divina. Nella seconda parte l’articolo esamina il messaggio di pace che Gesù propone nel contesto socio-politico del suo tempo, prendendo le distanze sia dal potere romano, sia dalle risposte violente degli zeloti. Infine, nell’immagine del «buon pastore» che dà la vita e perdona i suoi uccisori viene raffigurata la riconciliazione tra Dio e l’umanità: non più un Dio che si vendica, ma che perdona.



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Titolo: "Nel Nuovo Mondo: fu guerra giusta? Il dibattito allinizio del XVI secolo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Francesco Gasparini
Pagine:
Ean: 2484300018329
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    L’articolo ricostruisce il contesto storico e le discussioni giuridico-teologiche che nella prima metà del XVI secolo hanno coinvolto i re di Spagna e i loro consulenti circa le motivazioni addotte per giustificare la guerra contro gli indios. Emerge in particolare la figura di Bartolomeo de Las Casas, un domenicano, che difende coraggiosamente gli indios. Anche papa Paolo III nel 1537 intervenne affermando la dignità umana degli indigeni, che avevano il diritto di conservare la propria libertà e non dovevano essere costretti con la forza a ricevere il battesimo. Questi sforzi e queste posizioni non furono accolte dai conquistadores, ma la posizione di Las Casas e di altri pensatori contemporanei merita di essere conosciuta e valorizzata per il suo carattere profetico ancor oggi attuale.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018640
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Chiamati ad abitare il tempo in piena coscienza 

 

Che cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so;
se cerco di spiegarlo a chi me lo chiede, non lo so

(S. Agostino, Confessioni, libro XI, 14)

 

«Sul tempo e sull’attesa» è stato il tema scelto per il corso estivo 2014 della Scuola di formazione teologica e della Scuola di spiritualità dell’Istituto teologico «S. Antonio Dottore» di Padova. Il tema è stato affrontato da un punto di vista interdisciplinare, nel tentativo di giungere a uno sguardo sinfonico circa una realtà non definibile, e tuttavia comprensibile, secondo la nota espressione di Agostino, richiamata in esergo.

Anche per noi il tempo può essere visto privo di senso, frantumato, specialmente nelle situazioni confuse che stiamo vivendo. Il tempo dell’attesa sembra non finire mai, eppure Gesù fin dalle sue prime parole ha annunciato: «Il tempo è compiuto, il regno di Dio è vicino» (Mc 1,14). Gesù è venuto, in lui è già iniziato il regno di Dio, ma non è ancora giunto il suo pieno compimento.

Molto noto a questo proposito è anche il racconto della tradizione ebraica dei chassidim, nel quale si narra che un giorno i discepoli corrono dal loro maestro, un rabbino che sta studiando la Torah nella sua stanza e gli dicono pieni di entusiasmo: «Maestro, è arrivato il Messia!». Il rabbino si alza, apre la finestra e vede che nella strada la gente continua a passeggiare come prima, i negozi sono aperti, tutto è tranquillo o, meglio, niente è cambiato. E dice: «Non può essere che il Messia sia giunto, perché non è cambiato nulla». Poi chiude la finestra, torna indietro e si siede. «Allora? Che cosa dobbiamo fare?», gli domandano. «Nulla. Continuate semplicemente a studiare», risponde il rabbino.

È questo l’invito che viene dal presente fascicolo, che raccoglie i principali contributi emersi dal citato convegno. Bisogna studiare, riflettere, approfondire: tutti possiamo cadere nella tentazione che Gesù ha vinto, quella di pensare la venuta del Messia come di un personaggio che con la bacchetta magica cambia il mondo. Gesù ha scelto la strada della croce e del servizio, non quella della potenza, della spettacolarità, dei grandi gesti che incantano le folle.

Il fascicolo si apre con una pregnante riflessione di Giorgio Bonaccorso che, dal punto di vista antropologico, mostra la funzione fondamentale della memoria che permette all’essere umano, unico tra gli esseri creati, di recuperare il tempo passato e renderlo attuale mediante il rito che diventa «memoriale».

Il successivo intervento di Dario Ventura, con un approccio storico-filosofico, analizza l’apporto di due famose correnti, caratteristiche dell’antichità classica: gli epicurei e gli gnostici, che in modo opposto si rapportano con il tempo. I primi mettono in luce il valore del presente, mentre i secondi sottolineano i limiti in cui la materia costringe lo spirito. Ne risulta un ammonimento valido anche per l’uomo d’oggi a non evadere nelle illusioni di un futuro beato e a non lasciarsi sedurre dalle tentazioni del consumismo materialistico, che non può mai saziare la sete dello spirito, la scintilla divina deposta in ogni uomo.

Da parte sua Giulio Peruzzi spiega come la scienza moderna, da Galileo a Einstein, si è occupata del problema del tempo e ci fa comprendere che il tempo non può essere disgiunto dalla dimensione spaziale: non esiste fissità, ma tutto è regolato da precise dinamiche che l’approccio scientifico e tecnologico è riuscito a individuare. Ne risulta che l’uomo non può essere fissato dentro il tempo e che non esiste una definizione assoluta del tempo, ma solo una sua comprensione entro la teoria della «relatività universale» e dei continui mutamenti che si registrano nel cosmo. Resta, tuttavia, il fatto incontestabile che l’uomo è sottomesso all’inesorabilità del tempo, anche se esso rimane per tutti come una possibilità aperta.

Dando uno sguardo alla realtà odierna, Antonio Bertazzo propone poi una lettura della società contemporanea, dove sembra predominare la «sindrome di Peter Pan», cioè il moltiplicarsi di persone che non riescono a crescere, che rimangono degli «eterni bambini», proprio perché mancano figure di adulti capaci di incamminare e accompagnare i figli verso una pienezza di vita.

Dopo questa prima parte, il fascicolo prosegue con una lettura esegetica del Salmo 90, che sembra quasi una risposta da parte di Dio agli interrogativi umani circa il tempo: solo la «sapienza del cuore» permetterà all’uomo di comprendere il senso del tempo, anzi a «far tesoro dei nostri giorni», come spiega con precisione e profondità l’analisi della biblista Roberta Ronchiato. Passando quindi dal Primo al Secondo Testamento, la meditazione sul tempo trova il suo fulcro nel mistero di Cristo, il Figlio di Dio che entra nella storia umana e la redime con la sua morte e risurrezione. Su questo si sofferma ampiamente Gilberto Depeder, mostrando che Cristo diventa non la fine, ma il fine a cui tende tutta la storia umana.

Gli ultimi due contributi, pur partendo da angolazioni diverse, aprono prospettive nuove. L’intervento di Andrea Toniolo offre anzitutto una nuova visione della chiesa, anch’essa immersa nella storia e in cammino verso il regno mediante una graduale e crescente comprensione del messaggio evangelico: pur nelle difficoltà dei vari momenti storici, il suo compito è di «scrutare i segni dei tempi» e di accompagnare il cammino dell’umanità, fornendo motivi di speranza e impegnandosi attivamente per costruire un mondo sempre più fraterno e solidale.

Egualmente Valerio Bortolin, senza nascondere il limite costitutivo che la morte segna per ogni essere umano, affronta tale realtà indicando che ciò non diventa solo fonte di angoscia, ma al contrario spinge a vivere il tempo con senso di responsabilità, perché il tempo che ci è dato da vivere può sempre essere occasione di apertura e di dono verso gli altri con i quali siamo chiamati a condividere gli anni della nostra vita. In definitiva, il tempo è il grande dono che riceviamo da Dio. Tocca a noi viverlo senza fughe impossibili nelle utopie o negli spiritualismi, senza visioni fondamentalistiche, ma aperti alle novità che ogni giorno ci presenta.

Si comprende, infine, una verità non scritta: c’è una storia che tutti scriviamo, ma la pagina finale, non sta nelle nostre corde: solo gli altri possono narrarla per noi e solo Dio la conosce.

Come sempre, il fascicolo si conclude con le consuete rubriche: l’Invito alla Lettura, curato da Antonio Bertazzo, e alcune novità librarie presentate nelle schede In Libreria.



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Titolo: "Le guerre di religione nella storia"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Marco Bartoli
Pagine:
Ean: 2484300018312
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario

L’articolo prende in esame anzitutto il fenomeno delle crociate così come fu visto dagli storici contemporanei e lo pone al confronto degli insegnamenti e dell’esempio di Gesù. Si ricercano poi le cause storiche che hanno portato il cristianesimo a usare le logiche umane del potere. Viene esaminato l’atteggiamento islamico circa la guerra, sottolineando gli insegnamenti del Corano che favoriscono la pace e il rispetto delle varie credenze religiose. Fra le testimonianze medievali, viene messa in risalto quella di Gioacchino da Fiore che vede nel martire e non nel cavaliere armato il vero modello del cristiano. Infine, dopo la dura esperienza delle «guerre di religione», la cristianità occidentale comprende che il rifiuto della guerra è indispensabile per vivere nella pace pur nella diversità delle confessioni religiose. Egualmente importante è per la chiesa la fine del potere temporale, che la rende libera di fronte ai poteri del mondo, per cui può ammonire che ogni guerra è «una inutile strage».



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Titolo: "Le religioni fonte di pace o di conflitto?"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Piergiorgio Grassi
Pagine:
Ean: 2484300018282
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    L’articolo prende lo spunto dalle testi presentate in particolare da Jan Assmann, per il quale il monoteismo con il suo carattere di «possesso esclusivo della verità» sarebbe per sua natura causa di conflitti e di guerre religiose. Di contro, viene analizzato a lungo il documento della Commissione teologica internazionale: Dio, Trinità, Unità degli uomini, mettendo in luce le caratteristiche dell monoteismo cristiano. In tal modo vengono chiarite le radici della violenza in nome della religione (fondamentalismo) e ne risulta la condanna assoluta della violenza fatta in nome di Dio. In conclusione, si auspica che cresca sempre più il dialogo sincero e autentico tra le varie religioni.



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Titolo: "Rivista Liturgica"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018657
Prezzo: € 15.00

Descrizione:

SOMMARIO

STUDI

E. Bianchi

L’Eucaristia come condivisione

“Eucaristia come condivisione”: l’articolo sviluppa tale rapporto essenziale mediante tre itinerari. Dopo un’analisi sommaria dell’istanza della condivisione secondo l’Antico Testamento, si procede a una rilettura del gesto eloquente e performativo di Gesù, che costituì uno dei titoli più antichi del sacramento eucaristico: la frazione del pane. Infine, mediante una reinterpretazione di 1Cor 11,17-34, si mette in luce una verità troppo spesso rimossa: “discernere il corpo del Signore” significa discernere sia il suo corpo sacramentale nel pane e nel vino, sia il suo corpo ecclesiale nei corpi dei fratelli e delle sorelle, soprattutto gli ultimi, i più poveri. Si comprende dunque come non possa esservi separazione tra culto e vita: l’etica dell’amore fraterno, cioè della condivisione e del servizio reciproco (si veda il parallelo giovanneo della lavanda dei piedi rispetto all’istituzione eucaristica dei sinottici e dell’Apostolo Paolo), ha realmente un valore “sacramentale”.

Eucharist as sharing

“Eucharist as sharing”: this article develops such essential relationship trough three ways. After a concise analysis of the sharing instance according to the Old Testament, it goes on re-reading the eloquent and performing gesture by Jesus, that was one of the most ancient titles for the Eucharistic sacrament: the breaking of the bread. Finally, thanks to a re-interpretation of 1 Co 11,17-34 a too often forgotten truth is again emphasized: “discerning the body of the Lord” means both his sacramental body in the bread and wine and his ecclesial body in the bodies of brothers and sisters, above all in the last and poorest of them. Therefore we understand how it is not possible a separation between worship and life: brotherly love’s ethic, i.e. sharing and mutual service ethic (see St. John’s parallel of washing of feet in regard to the Eucharistic institution of the Synoptic Gospels and of the apostle Paul), has really a “sacramental” value.

E. Galavotti

Liturgia e povertà al Concilio Vaticano II

Con il radiomessaggio dell’11 settembre 1962 Giovanni XXIII inserì un punto cruciale per l’ordine del giorno del Vaticano II, presentando la Chiesa cattolica come una Chiesa senza confini ideologici, ma che soprattutto si metteva al servizio dei poveri. In seno al Vaticano II iniziarono così a prendere forma iniziative di vario genere per dare piena attuazione a questo invito del papa, e il tema della povertà della Chiesa entrò a pieno titolo nei dibattiti dei documenti conciliari, particolarmente nel De liturgia e nel De ecclesia. C’era chi intendeva anzi far ruotare tutto il corpus del Vaticano II attorno alla questione della povertà della Chiesa. Il Concilio ha recepito solo in parte questo invito di Giovanni XXIII, che attende ancora di essere pienamente valorizzato a livello liturgico e catechetico.

Liturgy and poverty at Vatican II

With his radio message of 11th September 1962, pope John XXIII inserted a crucial point in the agenda of Vatican II, because he presented the Catholic church as a church without ideological borders, but above all as church that wanted to be in service of poor people. So, within Vatican II began to take shape different initiative, aiming to put fully in effect pope’s invitation; the issue of church’s poverty entered completely in Council’s documents, particularly in De Liturgia and in De Ecclesia. Moreove, there were some fathers who wished that all the corpus of Vatican II had at its centre the question of church’s poverty. The Council has received only partially pope John’s invitation, which waits still now to be fully improved at liturgical and catechetic level.

P. Tomatis

Liturgia e mondanità spirituale

Dopo aver chiarito il concetto di mondanità spirituale in Evangelii gaudium (1), lo studio si propone di evidenziare la possibile manifestazione liturgica di tale mondanità. Essa apparirà come una tentazione connaturale alla liturgia, là dove il necessario “apparire” delle forme sensibili è continuamente esposto al pericolo della “apparenza” (2). Da qui la ricerca di quei criteri, interni alla liturgia stessa, ritenuti capaci di scongiurarne la deriva mondana: tali criteri saranno individuati nei principi dell’ordinamento e dell’orientazione, dell’adattamento e della carità, della “nobile semplicità” (3), capaci di rendere la liturgia stessa un antidoto alla mondanità spirituale (4).

Liturgy and spiritual worldliness

After having explained the concept of spiritual worldliness in Evangelii gaudium (1), this essay aims to highlight the possible liturgical display of such worldliness. It shall appear as a temptation that is part of the liturgy’s nature, where the necessary “appearing” of its sensible forms is continuously exposed to the danger of “appearance” (2). Therefore we have to seek which are the criteria, internal to the liturgy itself, that are considered as able to prevent the worldly drift of the liturgy: such criteria are identified in the principles of the liturgical Order and orientation, of adaptation and charity, of the “noble simplicity” (3)), which are able to make the liturgy itself an antidote against the spiritual worldliness.

M. Di Benedetto

Admirabile commercium. La celebrazione eucaristica tra reconnaissance e condivisione: per una configurazione liturgica dello scambio etico dei beni

La partecipazione attiva all’eucaristia mette in contatto con una serie di dati testuali e rituali che manifestano la natura simbolica del “meraviglioso scambio” realizzato dalla celebrazione. In un’epoca caratterizzata dalla pervasività dei dati economici e degli scambi commerciali, nonché da drammatiche disuguaglianze e precarietà sociali, il recupero filosofico di una fenomenologia del dono e del riconoscimento in ambito scientifico-liturgico può attivare alcuni percorsi di ermeneutica mistagogica dell’eucaristia che meglio favoriscono il processo di configurazione dello scambio cerimoniale dei doni quale fondamento liturgico di una rifigurazione secolare dello scambio etico dei beni.

Admirabile commercium. Eucharistic celebration between reconnaissance and sharing: for a liturgical configuration of the ethical goods exchange

The active participation to the Eucharist brings people in contact with a series of textual and ritual data that show the symbolic nature of the “wonderful exchange” performed by the celebration. In a time that is characterized by the omnipresence of economic data and commercial exchanges, as well by striking social inequalities and precariousness, the philosophical retrieval of a phenomenology of gift and of gratitude within the scientific-liturgical milieu, can activate some ways of mystagogical hermeneutics of the Eucharist that can better support the configuration process during the ceremonial exchange of gifts, so that I appears as the liturgical foundation of the secular representation of the ethic goods exchange.

G. Zanchi

Bellezza e povertà si incontreranno: splendore della verità e grazia dell’essenziale

La prima questione che viene in mente correlando il tema della bellezza con quello della povertà, nel contesto dell’ordine liturgico, riguarda l’opportunità di investire risorse economiche nella costruzione di una chiesa o nella qualità artistica degli oggetti che le sono necessari. Il tema naturalmente non è senza fondamento. Ma la necessaria presenza di una autentica povertà che sia a servizio di una vera bellezza, chiama in causa anche dinamiche più sottili che attengono agli atteggiamenti e ai modi, a quelle sottili differenze qualitative nelle quali prende corpo la forma giusta dell’azione liturgica. Bellezza e povertà sono gli ingredienti della verità del gesto rituale. La povertà è anzitutto atteggiamento di fondo del rito, senza il quale la bellezza che ne nasce non sa persuadere. Prende forma così quell’etica della misura divenuta il canone estetico della riforma liturgica sotto l’espressione di «nobile semplicità». Questo criterio riguarda l’intero dispositivo rituale per via della sua originaria e fondamentale natura «estetica». Ma proprio questo complica il tema del suo discernimento. La natura sfuggente di questi criteri, che chiamano in causa una sapienza pratica più che distinzioni logiche, rendono assai articolato un discernimento in merito. In ogni caso sembra essere tornato il kairos della domesticità. Non significa ideologia dello scioglimento. Significa possedere il senso di quella sobrietà che testimonia.

Beauty and poverty shall meet: Truth’s splendour and grace of the essential

The first question to which we think as regards the relationship between beauty and poverty, in the liturgical context, is the opportunity of investing economic resources by building a church or about the artistic quality of the necessary objects for its celebrations. This issue is not without a ground. But the necessary presence of an authentic poverty that be in service of a true beauty, includes more subtle dynamics too, which refer to attitudes and behaviours, those subtle qualitative differences that embody the right form of the liturgical action. Beauty and poverty are the ingredients of the ritual gesture’s truth. Above all poverty is a fundamental attitude of the rite, without which the beauty rising from it cannot be persuasive. So an ethic of measure takes form, that has become the aesthetic canon of the liturgical reform according the expression of «noble simplicity». This criterion regards the whole ritual disposition, because of its primary and fundamental aesthetic nature. But just this aspect complicates the issue of its discernment. The escaping nature of these criteria, that require a practical wisdom rather than logical distinctions, make very articulate the related discernment. In any case it seems that the kairòs of domesticity has come back. This does not mean an ideology of dissolution, but it means having the sense of the simplicity of which the rite is witness.

NOTE

G. Boselli

Chiesa, povertà e liturgia. Antologia di testi patristici

Breve antologia di testi dei santi padri – dalla Didascalia degli apostoli a Bernardo di Clairvaux – che ha come tema la povertà e sobrietà nella vita del singolo cristiano come in quella della Chiesa intera. Gli autori ricordano, agli altri oltre che a se stessi, quale deve essere lo stile dell’uomo e della donna battezzati e tra di essi, in particolare, dei pastori. Il biasimo per l’ostentazione della ricchezza, l’eccesso di onori e lo sfarzo delle vesti non è sempre e immediatamente riferito alla liturgia, tuttavia non è difficile cogliere come lo spirito che muove i santi padri abbia delle ovvie implicanze anche nei confronti dei riti liturgici.

Church, poverty, liturgy. An anthology of patristic texts

A short anthology of texts by the holy fathers – from Didascalia Apostolorum until Bernard of Clairvaux – that is about the issue of poverty and simplicity in the life of the single Christian as well in the life of the whole Church. The authors remind, to others besides themselves, what has to be the style of men and women who have been baptized, and among them particularly the style of pastors. The reproof for a displayed richness, for the excess of honours and magnificence of garments is not always and not immediately referred to liturgy, but it is not difficult to perceive how the spirit that moves the holy fathers has obvious implications also towards the liturgical rites.

C.U. Cortoni

Liturgia e povertà nella Chiesa medievale

Il rapporto tra povertà e liturgia nella Chiesa medievale è caratterizzato da un ritorno alla ecclesiae primitivae forma delle prime comunità cristiane, come abbozzate nel libro degli Atti, in un tempo compreso tra XI e XIII sec., durante il quale la rinascita del monachesimo è segnata dal recupero della vita apostolica, attraverso un richiamo al valore cristiano del lavoro manuale come primo segno di quella povertà che portò alla spoliazione degli spazi liturgici, e la comparsa degli Ordini mendicanti, che ispirandosi alla grande riforma in chiave pauperistica dei Cistercensi, adottarono una liturgia consona alla propria missione nelle città, di cui il breviario, rivisitato da Francesco di Assisi per tradurre in liturgia il mistero dell’imitatio Christi, rappresentò uno dei più efficaci strumenti. Il recupero del modello comunitario degli Apostoli nel processo di rinnovamento della vita monastica tra XI e XIII sec., e lo sviluppo successivo dei movimenti pauperistici del Basso Medioevo, rappresentano una risposta della Chiesa al duplice processo di trasformazione della società civile con la rinascita della città e con la ricezione della nuova ecclesiologia portata dalle riforme gregoriane.

Liturgy and poverty in medieval Church

The relationship between poverty and liturgy in medieval Church is marked by a coming back to ecclesiae primitivae forma of the first Christian communities, as they are presented in the book of Acts: this return happened in a time between XI and XIII century, a time in which the rebirth of the monasticism is marked by the recovery of apostolic life, through a remind to the Christian value of manual labour as first sign of that poverty that brought to the spoliation of liturgical spaces. In this time appeared also the new Mendicant Orders, which were inspired by the great Cistercian ideal of poverty and adopted a liturgy that was consonant with their own mission inside the cities. The breviary, that was revised by Francis of Assisi in order to transfer into the liturgy the mystery of the Imitatio Christi, represented one of most effective tools in this sense. The recovery of the Apostolic communitarian model during the renewal of the monastic life between XI and XIII century and the following development of movements inspired by a poverty ideal in lower Middle Ages are the answer of the church to the double process of transformation happened in the civil society because of the revival of cities and the reception of the new ecclesiology introduced by the Gregorian reforms.

E. Genre

Sempre con noi…

La relazione “liturgia-poveri” costituisce un dossier aperto sin dalla Chiesa primitiva. La riforma protestante del XVI secolo ha accolto questa sfida in un tempo in cui la chiesa aveva abdicato al suo mandato diaconale. L’A. pone all’attenzione dei lettori due diversi contesti in cui i riformatori si sono impegnati: la Zurigo di H. Zwingli e la Ginevra di G. Calvino. Mentre Zwingli ha assunto i concetti di semplicità e di povertà per riformulare la liturgia di Zurigo, affidando al Magistrato cristiano il compito di provvedere alla diaconia, Calvino ha cercato, al seguito di At 2,42, di risalire alle fonti bibliche per restituire alla chiesa cristiana il suo volto diaconale smarrito nel corso dei secoli. Per Calvino il culto cristiano non si esaurisce nella relazione parola-sacramento; esso ha bisogno anche di preghiera e di solidarietà (koinonia); la caritas non può essere affidata unilateralmente all’autorità civile: resta compito specifico della chiesa.

Always with us…

The relationship “liturgy-poor” is an open dossier since the primitive Church. The Protestant reform of XVI century welcomed this challenge in a time when the Church had abdicated to its diaconal mission. The A. draws the attention of the readers to two different contexts, in which the reformers were engaged: the Zurich of H. Zwingli and the Geneva of J. Calvin. While Zwingli assumed the concepts of simplicity and poverty in order to reformulate Zurich’s liturgy, entrusting the Christian Magistrate with the task of providing to the diaconate, Calvin tried to return to the biblical sources according to Ac 2,42, in order to give back to the Christina Church its diaconal aspect that was lost over the centuries. For Calvin the Christian worship does not exhaust itself in the relationship Word-Sacrament; it needs also prayer and solidarity (koinonia); the caritas cannot be entrusted unilaterality to the civil authority: it remain a specific task of the Church.

I. Schinella

La pietà popolare e la socialità del popolo di Dio

L’articolo parte dalla valorizzazione della pietà popolare in Evangelii gaudium, delinea l’identità “liturgica” delle manifestazioni della pietà popolare proprie della Chiesa quale comunità della memoria (EG 13), fa emergere il soggetto dei poveri, di cui fa parte la creazione, sprigiona la forza sociale e politica delle diverse forme popolari, individua la città alta e altra del Vangelo, frutto proprio dei protagonisti della pietà popolare, a cominciare dalle Confraternite. Conclude una riflessione sulla capacità della pietà popolare di generare una cultura amante della vita, bioetica, ecumenica, meticcia, globale.

Popular devotion and people of God sociality

This article begins from a renewed evaluation of the popular devotion, made in Evangelii gaudium. Then it is outlined the “liturgical” identity of the popular devotions that are typical for the Church as community of memory (EG 13). The poor are identified as subject, of whom also creation is part; the different popular forms have a social and politic strength; the high and other city of the Gospel is individuated as a fruit generated by protagonists of popular devotion, starting from confraternities. Finally a consideration is proposed about the function of the popular devotion that is able to produce a culture which loves the life, and is bioethical, ecumenical, mestizo, global.

ORIZZONTI

M. González López-Corps

Alcune fonti per lo studio dell’antica liturgia ispanica

La selezione è forzatamente incompleta; lo studio si concentra in alcune fonti che permettono di conoscere la celebrazione dei sacri misteri nell’area europea più occidentale, che a partire dal sec. V si è soliti chiamare «area gotica». L’obiettivo è di soffermarsi sulla presentazione delle fonti circa l’Eucaristia, essendo questo il sacramento che continua a essere celebrato secondo il modo occidentale antico nel Rito Ispano-mozarabico. Il contributo offre in cinque sezioni tematiche la bibliografia su ciascuna di esse. La celebrazione dell’Eucaristia in Rito Mozarabico davanti ai Padri del Concilio Vaticano II (15 ottobre 1963) suscitò l’interesse per la vecchia liturgia, che risuonava ancora sotto le volte di Toledo e di Salamanca. Una testimonianza viva dell’antica liturgia occidentale che meriterebbe il rispetto e la considerazione di tutta la Chiesa (cf. SC 4). Lo studio delle sue fonti sta dando luogo a una interessante rinascita di questa antica liturgia in terra di Spagna.

Some sources for the study of the ancient Hispanic liturgy

This selection is of necessity incomplete: the study concentrates about some sources that allow to know the celebration of the sacred mysteries in the most western European area, that since the V century we are accustomed to call “Gothic area”. The purpose is to deal with the presentation of the sources about Eucharist, because it is this sacrament that continues to be celebrated according the ancient western way of the Hispanic-Mozarabic rite. This contribution offers in five thematic sections a selected bibliography about ac one of them. The celebration of the Eucharist according the Mozarabic rite, that happened in the presence of the Fathers during the Vatican II Council (15th October 1963), stirred up the interest for the ancient liturgy, that was still resounding under the vaults of Toledo and Salamanca cathedrals. It is a lively witness of the ancient western liturgy, that should deserve the respect and consideration of the universal Church (cf. SC 4). The study of its sources is producing an interesting renewal of this ancient liturgy in the land of Spain.

J.-M. Ferrer Grenesche

La celebrazione nel rito ispano-mozarabico

Lo studio offre un primo approccio all’ars celebrandi nella liturgia ispana. In primo luogo cerca di chiarire la cornice normativa di questo rito. Dopo si percorrono i Praenotanda del nuovo Messale, per considerare gli aspetti generali della celebrazione e, finalmente, si attua un percorso lungo l’Ordinario della Messa ispana, seguendo pian piano il Liber Offerencium. Da questo studio emergono due proposte: a) non conviene riempire arbitrariamente i vuoti normativi dei nuovi libri con ricerche storiche «personali»; b) piuttosto bisognerebbe essere fedeli a quanto scritto nelle nuove norme e dove possa esserci una vera e propria mancanza, riempire il vuoto con la norma immediatamente precedente alla riforma. Finalmente si propone una struttura di supporto dell’Ordo Missae ispano che può aiutare a capire il senso liturgico dei diversi elementi celebrativi all’interno di questa antica forma liturgica.

The celebration in the Hispanic-Mozarabic rite

This study offers a first approach to the ars celebrandi within the Hispanic liturgy. First it tries to explain the normative frame of this rite. Then are examined the Praenotanda of the new Missal, in order to take into consideration the general aspects of the celebration, and finally it is achieved an itinerary through the Ordinary of the Hispanic Mass, following step by step the Liber Offerencium. From this study two proposals emerge: a) it is not convenient to supply arbitrarily the normative absences of the new books by historical «personal» researches; b) it should be rather necessary to be loyal to the new norms and where there can be a true deficiency, it could be possible to fill the gap with the norm immediately preceding the reform. Finally it is proposed a structure for supporting the Hispanic Ordo Missae, so that to have an help for understanding the liturgical sense of the different celebrative elements within this ancient liturgical form.

A. Ivorra

La teologia eucaristica del rito mozarabico

Parlare di teologia eucaristica significa trattare non pochi aspetti. Lo studio si concentra su questioni più classiche, come la consacrazione dei doni e la teologia del memoriale. La teologia del memoriale, oltre ad essere un luogo comune dopo la riflessione di Odo Casel, permette di scoprire alcune intenzionalità proprie del rito mozarabico. Ne scaturisce una pagina preziosa per cogliere ulteriori aspetti circa la teologia eucaristica che in ordine al rito mozarabico può essere così sintetizzata: a) l’epiclesi sopra le oblate occupa un posto di preferenza nella riflessione teologica, nell’espressione rituale ed eucologica; b) la teologia del memoriale, più primitiva nel rito visigotico mira all’adempimento del mandato di Cristo nell’Ultima Cena; c) questo desiderio di adempiere il mandato di Cristo dà motivo di esistere alla narratio institutionis. – A questi tre aspetti, si deve aggiungere che non esiste nell’ordo missae nessun gesto epicletico sopra i doni. L’unico segno di croce nell’embolismo susseguente al Post Pridie è la sola espressione rituale dell’epiclesi. Non si osserva neppure alcun gesto speciale nella narratio institutionis: solo si ascolta l’amen dopo le parole sul pane e sul vino, come nelle liturgie orientali. Queste assenze cerimoniali mostrano l’importanza che la liturgia ispanica dà all’epiclesi che fa seguito al racconto dell’istituzione.

The Eucharistic theology of the Mozarabic rite

Speaking about Eucharistic theology means having to deal with a lot of aspects. This essay concentrates about more classical questions, as the gifts consecration and the theology of memorial. This theology, that has become a commonplace after Odo Casel’s considerations, allows to discover some intentionalities that are typical for the Mozarabic rite. From it arises a precious page for understanding further aspects about Eucharistic theology, which can be so synthetized accor­ding to Mozarabic rite: a) the epiclesis super oblata holds a preference place in the theological consideration as well in the ritual and euchologic expression; b) the theology of memorial, that is more primitive in the Visigothic rite, is aiming to the achievement of Christ’s mandate during the Last Supper; c) this desire of accomplishing Christ’s mandate is the reason for the existence of the narratio institutionis. To these there aspects we must add that it does not exist in the Ordo Missae any gesture of epiclesis over the offerings. The single sign of cross in the embolism following the Post Pridie is the only ritual expression of the epiclesis. Also in the narratio institutionis we don’t see any special gesture: we hear only the Amen after the words over the bread and wine, as in the Eastern liturgies. These ceremonial absences show the importance that the Hispanic liturgy gives to the epiclesis following the institution’s narration.

F.M. Arocena

Le collette salmiche dell’Ufficio ispanico

Lo studio introduce nelle orationes super psalmos, conosciute come «collette salmiche» del rito ispanico, con la specifica attenzione rivolta alla caratteristica di questo genere eucologico in ambito mozarabico, e al suo contributo alla spiritualità liturgica. I testi suscitano un’attesa speciale dopo che la Institutio Generalis de Liturgia Horarum promise un Supplementum ai quattro volumi tipici dell’Ufficio divino, che avrebbe contenuto le collette per ciascuno dei salmi. Sfortunatamente questo quinto volume dopo quasi mezzo secolo non ha ancora visto la luce. Se l’edizione del nuovo Lezionario biennale patristico dell’Ufficio divino sarà di prossima uscita, forse la Congregazione del Culto divino potrà offrire alla Chiesa questo Supplemento già annunciato dalla Institutio.

In ogni caso, le collette salmiche sono destinate a occupare un posto significativo nella celebrazione della Liturgia delle Ore.

The psalmic collects of the Hispanic Office

This essay is an introduction to the orations super psalmos, which are known as «psalmic collects», with a specific attention due to the peculiarity of this euchologic kind within the Mozarabic rite and to its contribution to the liturgical spirituality. These texts let arise a special expectation since the Institutio Generalis de Liturgia Horarum promised a Supplementum to the four typical volumes of the Divine Office, which should contain collects for each one psalm. Unfortunately this fifth volume has not yet been printed after nearly half century. If the edition of the new patristic biennial Lectionary of the Divine Office shall be printed in a short time , the Congregation for Divine Worship shall be able to offer to the Church this Supplementum, that was already announced by the Institutio. In any case, the psalmic collects are destined to take a significant place within the celebration of the Liturgy of the Hours.

RECENSIONI E SEGNALAZIONI



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Titolo: "San Francesco d'Assisi: un metodo proprio di non violenza"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Gianluigi Pasquale
Pagine:
Ean: 2484300018350
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    Lo studio mira a illustrare il metodo peculiare di non violenza utilizzato da san Francesco e, per questo, a lui propriamente originale e non analogabile a quello di altre religioni. Francesco, infatti, non ha propinato una tattica della non violenza, ma è stato in sé uomo di pace, alieno alla/dalla violenza. Se di non violenza in san Francesco si vuol parlare, si noterà come ad essa egli si fosse addestrato rapportandosi innanzitutto con il creato («frate» lupo) e i «frati» ladroni. Francesco impara a essere non violento dagli atomi di bontà deposti dal Creatore nell’intelaiatura di quella creazione che, in prima battuta, «sembrerebbe» la più violenta. Il dispositivo esistenziale utilizzato da san Francesco per la non violenza non consiste nell’acuire le contraddizioni, né nel pescare dalla torbida volontà di potenza che alberga surrettiziamente nello scenario contemporaneo. Al contrario, il Poverello suggerisce di far leva sulla propria libertà, perché l’uomo attinga, dalla misericordia che lo circonda, quell’energia che l’abilita a essere vera immagine di Dio creatore e sommo bene.



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Titolo: "Luoghi dell'Infinito n.194 aprile 2015"
Editore: Avvenire
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018381
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Dopo la cacciata di Adamo ed Eva, l’umanità è rimasta con la struggente nostalgia di vedere il volto di Dio. Di questa nostalgia è pervasa tutta la Scrittura: «Il tuo volto, Signore, io cerco… Mostrami il tuo volto!» (Sal 27,8; Es 33,18). Dio si fa percepire presente, ma riserva la visione del suo volto glorioso a chi, riconciliato con Lui e con i fratelli, entra nel Paradiso celeste. Tuttavia l’eterno Padre si è fatto vicino, vicinissimo all’uomo inviando nel mondo il Figlio come sua icona vivente. Gesù stesso all’apostolo Filippo che gli chiedeva di poter vedere il Padre, rispose: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Viene ovviamente da esclamare: beati gli occhi che videro Gesù! Ma, come dicono i Padri, questa beatitudine non ci è preclusa, perché lo sguardo della fede penetra già nelle profondità del Cielo. Tuttavia, Gesù è venuto incontro a questo nostro desiderio in modo davvero sorprendente. Anche se in quel tempo non si conosceva la tecnica della fotografia, Egli ci ha lasciato una riproduzione fedele del suo volto misteriosamente impresso sul lino con cui lo avevano coperto nel sepolcro.

La Sindone è una foto straordinaria, anzi, molto più che una foto, e anche più di un ritratto, perché non è dipinta da mano d’uomo, ma dallo Spirito, a caratteri di sangue (cf. 2Cor 3,3). Essa ci permette di vedere non solo i tratti nobilissimi del volto di Gesù, ma anche i segni della sua Passione, ponendoci quasi Il volto dell’amato davanti al Figlio di Dio glorificato sulla Croce. Di Lui il Salmista aveva profeticamente cantato: «Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, sulle tue labbra è diffusa la grazia» (Sal 45,3). Ma il volto della Sindone è quello di Gesù schiaffeggiato, coperto di sputi, deriso; è il volto dell’Uomo dei dolori «davanti al quale ci si copre la faccia» (Is 53,3), tanto il suo aspetto è sfigurato. Eppure quale sovrana maestà traspare da quel volto! Più lo si contempla, più se ne è attratti. Sì, perché il volto della Sindone è il volto del Figlio di Dio fatto uomo e morto per amore. È il volto dell’Amore rifiutato ancora oggi da noi. Contemplandolo, sentiamo che Gesù ci chiede compassione. E ce la chiede nei mille e mille volti di nostri fratelli sofferenti, i martiri dei nostri giorni. Sapremo dargliela, come quella bambina che, guardando la Sindone, scoppiò in singhiozzi come se avesse avuto realmente davanti Gesù morto? Noi forse preferiremmo vedere solo il bel volto del Risorto, ma la luce della resurrezione ha la sua sorgente nella Croce. È là che bisogna guardare, per scorgere la multiforme bellezza di Gesù che è sempre bello: «Bello nei miracoli, bello nella flagellazione, bello sulla croce, bello nel sepolcro, bello in cielo» (Agostino, En. in Ps. 44,3).

Volto di silenzio, che dice amore: volto sempre adorabile!

 

di Anna Maria Canopi, badessa del monastero Mater Ecclesiae, Orta San Giulio



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Titolo: "Teoria sacrificale e teoria mediatoria del sacro: un confronto con René Girard"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Giuseppe Fornari
Pagine:
Ean: 2484300018299
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    L’articolo nella sua prima parte ripercorre le tappe della ricerca scientifica circa la nascita del concetto di sacro e circa la sua definizione più accurata. Dopo aver esposto il contributo di vari studiosi come Durkheim e Otto, viene messo in risalto l’approccio specifico di Girard nelle sue varie opere, che hanno al centro il modello del «capro espiatorio». In tal senso, specialmente nel messaggio e nel sacrificio di Gesù, Girard vede il superamento della violenza e della vendetta. Nella parte finale vengono esposte alcune riflessioni critiche e l’idea della mediazione, che permette di valutare la fede di fronte alla sfida alla luce della storia.



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Titolo: "Il radicalismo islamico: origine e sviluppo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Massimo Campanini
Pagine:
Ean: 2484300018343
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    L’articolo sceglie di esaminare l’islamismo radicale, evitando il termine di fondamentalismo islamico per ragioni di ordine metodologico. Partendo poi dall’immagine antropomorfa di Dio, comune ai libri sacri delle tre religioni che si richiamano ad Abramo, analizza il significato della professione di fede e delle sue implicazioni con il jihâd. In tal modo si coglie la complessità dei movimenti politici sorti in seno all’islamismo, come lotta di liberazione dal colonialismo e come risposta islamica al predominio delle potenze occidentali. È un fenomeno di trasformazione che non si potrà esaurire in breve tempo e richiede quindi grande e continua attenzione.



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Titolo: "Buddhismo e non violenza"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Mariangela Falà
Pagine:
Ean: 2484300018336
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    I numerosi conflitti oggi esistenti nel mondo richiedono a tutte le religioni di dare il proprio contributo a rapporti armoniosi e pacifici tra tutti i popoli del mondo. L’articolo esamina il pensiero originario del Buddha, mettendo in risalto i suoi insegnamenti e il suo comportamento per portare pace in concreti episodi di tensione e di guerra. Sono poi riassunti i principi che ispirano la visione del buddhismo, come la condanna assoluta della violenza e le quattro virtù fondamentali, fra loro interdipendenti, da sviluppare quindi insieme: la benevolenza, la compassione, la capacità di gioire per il bene altrui e l’equanimità. In conclusione, si fa notare che dominare se stessi è l’arte dei buoni, che può portare l’umanità a trovare la parte migliore di sé.



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Titolo: "Rivista di Vita Spirituale"
Editore: OCD
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300020971
Prezzo: € 8.00

Descrizione:

Avviso ai lettori

 

La Redazione

Come vi sarete resi conto non appena avete aperto

e cominciato a sfogliare questo primo fascicolo

del 2015, Rivista di vita spirituale cambia volto. Si

rinnova nella grafica di copertina e nell’impaginazione

interna, come è consuetudine per qualsiasi testata. Si rinnova

anche nella divisione e nella denominazione delle varie

sezioni che la compongono: non più la semplice distinzione

metodologica fra studi, articoli e note, ma un’attenzione più

marcata al contenuto dei vari contributi.

Trattandosi di una rivista che vuole privilegiare, fin dalla

sua nascita, nel lontano 1947, per l’impulso di padre Gabriele

di Santa Maria Maddalena, la «vita spirituale», il rinnovamento

– sia dal punto di vista grafico, sia da quello del contenuto –

non poteva non riguardare il tema della Vita. Si tratti della vita

spirituale in senso lato, dell’approfondimento della parola di

Dio che è spirito e vita, della vita mistica, della vita liturgica,

degli stati di vita all’interno della Chiesa, quello che ci preme

sottolineare e approfondire è questa esperienza di vita nello

Spirito che ha caratterizzato i Santi del Carmelo, i grandi mistici,

che ha suscitato la Parola di Dio “attestata” nelle sacre

Scritture (Parola che per ogni credente in ascolto umile e obbediente

continua ad essere fonte di vita), il cuore e il centro

del nostro interesse, del nostro studio, della nostra riflessione

e condivisione.

La nostra rivista si rinnova, dunque. Lo fa in concomitanza

con il trasferimento delle Edizioni OCD nella nuova, prestigiosa

sede del Teresianum di Roma. Qui, a stretto contatto e in una

proficua collaborazione con il Pontificio Istituto di Spiritualità

e con la specializzazione in antropologia cristiana della Pontificia

Facoltà Teologica, la nostra rivista potrà meglio svolgere il

suo compito precipuo di indagare i misteri della vita spirituale

e di chiedersi continuamente, con il salmo 8, in una riflessione

orante: «che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?».

Il rinnovamento avviene anche in coincidenza con un altro

evento importante per il Carmelo e per la Chiesa intera: le celebrazioni

per il quinto centenario della nascita di santa Teresa

d’Avila (1515-2015). Questo spiega perché, in questo e nei prossimi

fascicoli, troverete ampiamente studiata e commentata la

spiritualità della grande mistica spagnola. Al semplice cambio

di progetto grafico e di veste esteriore corrisponde infatti un

desiderio di rinnovamento interiore che prende spunto dalle

parole della Santa al momento di intraprendere la riforma

dell’Ordine carmelitano: «noi cominciamo ora; procurate di

ricominciare sempre ogni giorno, andando di bene in meglio».

Ai piccoli o grandi ritocchi a livello grafico, non corrisponderà

un “ritocco” del costo dell’abbonamento, che rimane

fisso – come negli ultimi anni – a e 32. Cambia la cadenza della rivista

(da bimestrale a trimestrale): gli abbonati riceveranno

in spedizione postale quattro fascicoli anziché cinque, ma, aumentando

il numero delle pagine di ogni fascicolo, il totale

delle pagine di un’annata rimane invariato.

Non cambia, ovviamente, la passione con cui portiamo

avanti le nostre ricerche e il nostro lavoro. Il rinnovamento

esteriore (che in gran parte si deve a idee, sollecitazioni, suggerimenti

di voi lettori) vuole essere semplicemente un piccolo

segno di questa passione di studio, di ricerca, di preghiera, di

relazione, in una parola, di Vita.



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