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Ebook - Ebook - Riviste



Titolo: "La scrittura inquieta"
Editore: OCD
Autore: Francesca Maria Berardi
Pagine:
Ean: 2484300021220
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

La legittimazione del carisma di Teresa d’Avila passa

attraverso la supervisione da parte dei direttori

spirituali sulla sua esperienza di mistica, fondatrice,

riformatrice. L’accesso alla scrittura è dunque strettamente

dipendente dal controllo. Tuttavia, nonostante

nasca da un obbligo, sarà la stessa scrittura a dar

voce e forma alle esperienze di Teresa facendo emergere

in lei la certezza della loro veridicità e dell’intima

unione con Dio. La scrittura diventa allora testimonianza

del graduale cammino verso la consapevolezza

di sé, creando così una costante tensione tra

l’obbedienza ai superiori, mai messa in discussione, e

la certezza di avere l’unica approvazione che davvero

conta, quella divina.

 

Introduzione. La decisione della scrittura

Il 27 febbraio 1970 Paolo VI proclamava Dottore della

Chiesa Teresa di Gesù, nata ad Avila, la prima donna cui

è stato conferito un tale riconoscimento. Veniva così definitivamente

e ufficialmente confermata l’universalità e

l’ortodossia della sua dottrina ed esperienza mistica.

Ma il percorso che ha portato Teresa alla canonizzazione

prima (1622), e alla proclamazione a Dottore poi, fino all’acclamazione

come personalità vertice della riforma cattolica, è

stato lungo e tortuoso, costringendo spesso la Santa a trascorrere

la sua esistenza nello strenuo tentativo di difendersi dall’ostilità

di parte di un ambiente circostante che la giudicava inquieta,

vagabonda, disobbediente.

La riabilitazione è infatti avvenuta solo dopo che la sua

esperienza di religiosa, scrittrice, riformatrice, mistica fu controllata,

filtrata, censurata.

È appunto questa necessità di supervisione a spiegare l’accesso

alla scrittura da parte di Teresa, nata da un obbligo e strettamente

dipendente dal controllo su di essa. Rivela infatti l’ansia

e le preoccupazioni dei superiori per questa monaca da molti

giudicata inquieta e pericolosa per le forme potenzialmente incontrollabili

della sua devozione ed esperienza mistica.

Bisogna scavare attentamente nelle esperienze da lei raccontate

e tra le pagine da lei scritte per arrivare a decidere sulla

natura delle emozioni che agitano questa monaca, che tanto fa

parlare di sé. Indagini lunghe e minuziose, inchieste caute e

discrete: a destabilizzare l’istituzione ecclesiastica non è solo la

sua esperienza mistica, ma è anche il ruolo di maestra e guida

per le sue monache, nonché, soprattutto, la sua attività di riformatrice

e di fondatrice.

Controllo, dunque, prima di tutto, sulla sua esperienza

mistica: la ricerca di un legame spirituale più intenso e di un

contatto diretto con Dio appaiono come aspirazioni molto pericolose,

e, se spinte alle estreme conseguenze, potenzialmente

distruttive per la stessa istituzione ecclesiastica.

Controllo, poi, sulla sua attività di maestra d’orazione,

ruolo altrettanto destabilizzante, se esercitato da una donna.

Teresa, una monaca che non conosce il latino, si fa portavoce

di un “suo sapere”, quello lontano, perfino opposto alle certezze

dei teologi, derivante dalla sola esperienza personale, un

sapere “altro”, quasi inciso nell’anima da Dio stesso.

Controllo, infine, sull’attività di fondatrice e riformatrice

del Carmelo: l’aspirazione a una vita cristiana più intimamente

vissuta si trasformerà in azione. In un’epoca in cui qualunque

forma personale di devozione costituisce uno scandalo quasi

inaccettabile, Teresa, una donna, si mostra invece capace di

indicare la strada alla cristianità intera.

È per scongiurare tutti i pericoli che sembra incarnare che

Teresa viene dunque spinta a scrivere ed è il controllo che nasce

da un’imposizione a legittimare l’accesso a un ambito, quello

della scrittura, altrimenti solitamente interdetto alle donne.

Lasciarsi esplorare, esporre la propria esperienza a una

prova di autenticità: la pratica dello scrivere diviene essa stessa

una forma di disciplinamento e auto-disciplinamento.

[...]



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Titolo: "Il volto di Giovanni di Gesù Maria (1564-1615)"
Editore: OCD
Autore: Bruno Moriconi
Pagine:
Ean: 2484300021268
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

All’interno dell’Ordine carmelitano quello del Venerabile

Giovanni di Gesù Maria è un volto tanto luminoso

per santità e ingegno, quanto coperto dalla

nebbia della dimenticanza. Le nomine ricevute in

vita (Maestro dei Novizi, membro dei Trenta Consultori

della Congregazione della Fede, professore di Teologia

e Sacra Scrittura a Napoli, secondo Consigliere

generale, Procuratore dell’Ordine, infine Generale

dell’Ordine) e i numerosi scritti teologici, spirituali

e missionari che egli ci ha lasciato non sono bastati

a renderlo meritevole della memoria dei posteri, né

dell’altezza degli altari della beatificazione. Dunque,

si tratta qui di riflettere sulle cause di questo mancato

riconoscimento, e di invogliare chi ancora poco

ne sa alla riscoperta di questa grandissima figura di

santo e dotto.

 

Chi, magari per caso, ha la fortuna di recarsi al

convento di San Silvestro, sull’altura occidentale

di Montecomprati, abitato dai Carmelitani Scalzi

della Provincia del Centro Italia, più che del titolare

della chiesa (San Silvestro Papa, Vescovo di Roma dal 350

al 335), si sentirà narrare di un santo e dotto religioso, morto

in questo convento il 28 maggio 1615. Un secolo dopo la nascita

di Teresa e quattro secoli prima d’oggi.

1. Il Venerabile

Si chiamava padre Giovanni di Gesù Maria ed era nato

in Spagna nel 1564. Entrato nel Carmelo teresiano, poco

dopo era stato inviato, prima a Genova e, quindi a Roma,

divenendo uno dei più meritevoli pionieri di questo Ordine

in Italia. Per l’esempio di vita, ma anche per i numerosi e

profondi scritti teologici, spirituali e missionari, molti di essi,

conservati in varie biblioteche, sono stati ripubblicati, nella

lingua in cui furono redatti, per lo più in latino e, da questa,

tradotti nelle quattro lingue occidentali più frequentate (italiano,

francese, spagnolo e inglese). Le sue opere, comprese

quelle minori e quelle inedite, che raggiungono l’ottantina

hanno già dato vita a una collana (“Ioannes a Iesu Mariae”) di

più di 50 volumi.

Queste le prime cose che il visitatore interessato del convento

San Silvestro si sente dire di lui. Qualsiasi ascoltatore

resta meravigliato di non aver sentito parlare prima di un

così grande personaggio, ma anche molti degli stessi Carme

litani1, pur essendo al corrente del suo grande peso e valore

all’inizio del nascente Carmelo teresiano in Italia, in parte

dell’Europa e nelle prime missioni dell’Ordine, devono confessare,

da una parte, la propria ignoranza e, dall’altra, rammaricarsi

per la nebbia che ancora copre questa grandissima

figura agli occhi dei più.

È vero che fino a sessanta, settanta anni fa, in molte

Province dell’Ordine, soprattutto le sue due opere relative alla

prima formazione al Carmelo: l’Istruzione dei Novizi (in due volumi,

pubblicati a Roma nel 1598 e nel 1605, e l’Istruzione del

Maestro dei Novizi (pubblicato a Napoli nel 1607), facevano ancora

scuola, ma la sua figura è rimasta come sbriciolata tra le

pieghe della tradizione.

Eppure, per invogliare a riscoprire questa figura di santo e

di dotto, pioniere e capostipite del Carmelo europeo e missionario,

basterebbero due cose. Innanzitutto, la considerazione

in cui era tenuto da chiunque, dall’ultimo fedele ai principi,

da cardinali, da santi fondatori e dallo stesso Papa. Non solo

si avvalevano del suo consiglio, ma andavano a visitarlo nella

celletta del suo convento. In secondo luogo, poi, sarebbe sufficiente

anche un fuggevole sguardo ai titoli dei numerosi suoi

scritti e alle significative e intense tappe della sua vita, conclusasi

appena sorpassati i cinquant’anni.

[...]



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Titolo: "Insegnare agli ignoranti Attualità della tradizione sul Maestro interiore"
Editore:
Autore: Carmela Bianco
Pagine:
Ean: 2484300019241
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

SOMMARIO - 1. Il bisogno di un Padre-Madre nell’amore. 2. La chiesa casa di misericordia:

2.1. Predicare la misericordia; 2.2. Celebrare la misericordia; 2.3. Praticare la misericordia.

3. Ierusalem convertere.

ABSTRACT - Preach, celebrate and practise the mercy. As regards the mercy there is a

triple mission of the church. It has to preach the mercy, has to celebrate the mercy in the

liturgy of the sacraments, in particular in the penitence and in the eucharist, and it has to

practise the mercy in its pastoral approach. This article helps us to go through these paths

and remembers us that it’s always a path of conversion that starts and has to go on the dusty

ways of life. A “outbound” church, in fact, undertakes to meet the mankind, to serve

the mankind, and is sure the man’s flesh is the presence of incarnate God.

KEYWORDS - Mercy, Preach, Celebrate, Practise, Conversion.



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Titolo: "Globalizzazione delle religioni e dialogo"
Editore: Lateran University Press
Autore: Michael Fuss
Pagine:
Ean: 2484300019463
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

A distanza di appena cinque mesi dalla canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II (27 aprile 2014), le figure dei due papi neo-santi offrono un eccellente quadro interpretativo della dichiarazione Nostra aetate a cinquant’anni dalla sua promulgazione.

La parola chiave di Giovanni XXIII sull’“aggiornamento”1 della Chiesa nel Concilio Vaticano II si riflette nell’esordio della dichiarazione Nostra aetate che circoscrive l’attuale epoca storica, segnata dalla globalizzazione, come punto di partenza di una spiritualità interreligiosa. Il contesto teologico della breve dichiarazione indica una svolta antropologica nella lettura dei “segni dei tempi”. È la prima volta che la Chiesa riconosce positivamente l’anelito religioso dei popoli all’interno del mistero della grazia di Cristo.

A partire dalla sua enciclica inaugurale Redemptor hominis (RH), l’intero pontificato di Giovanni Paolo II è centrato attorno ad una nuova auto-coscienza della Chiesa in vista in una “mappa delle religioni” (RH, 10) di cui ha preso atto il Concilio. Tale risvolta nella coscienza della Chiesa si pone in linea con il titolo latino della Nostra aetate che invita ad un nuovo “atteggiamento” (ecclesiae habitudo) nei confronti delle religioni di cui il suo pontificato ha dato ampiamente testimonianza.

L’attualità della Nostra aetate è strettamente collegata con la contestualizzazione del suo titolo che nella versione originale è stato rigorosamente formulato «De ecclesiae habitudine ad religiones non-christianas»2, tradotto approssimativamente nelle principali lingue con una ampia gamma di significati, da «la natura delle sue relazioni con» (italiano), «relationship with» (inglese), «Haltung» (tedesco), «relations avec» (francese), «en qué consiste su relacion con» (spagnolo). A cinquant’anni dalla loro promulgazione è da notare che i testi conciliari spesso non vanno più interpretati strettamente secondo l’ermeneutica storica e filologica, basata sulla versione latina, ma anche in modo trasversale e comparativo, come suggeriscono le diverse sfumature linguistiche delle maggiori traduzioni autorizzate e pubblicate sulla web-site vaticana. Una ricerca di prospettive nuove non può non partire dalla fedeltà alla versione originale.

È precisamente la preferenza della parola habitudo sul poco preciso «la natura delle sue [della Chiesa] relazioni con» che delimita le prospettive autentiche del testo. Non si tratta in primo luogo di una guida pratica o pastorale all’incontro con altri credenti, ma dell’espressione di una nuova spiritualità, di una nuova attitudine e mentalità nei confronti delle culture e tradizioni religiose. Pur indirizzando le altre religioni, il documento verte piuttosto sull’apertura degli stessi cristiani in un contesto globalizzato. Habitudo evoca uno stile di vita nuovo di tutta la Chiesa, nutrita dall’alterità del vasto mondo delle religioni. Ne è testimonianza il fatto che le idee della Nostra aetate si trovano sparse in quasi tutti gli altri documenti conciliari3.

Seconda la terminologia della fenomenologia religiosa la Chiesa qui intende praticare la epochè, una visione rispettosa e riconciliante sugli altri, che mantiene il dovuto distacco dalla propria identità di fede, pur considerandola allo stesso tempo, indispensabile per intuire con empatia ed oggettività la fede degli altri. Sotto questo aspetto il filo conduttore dell’intera dichiarazione è questa nuova habitudo di una “spiritualità dell’incontro interreligioso” che attinge dall’“intento basilare”5 del Concilio ed è destinata ...



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Titolo: "Libertà di coscienza (GS, 2) e libertà religiosa (DH)"
Editore: Lateran University Press
Autore: Piergiorgio Grassi
Pagine:
Ean: 2484300019456
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Può sembrare un accostamento estrinseco sottolineare, in prima battuta, che la Costituzione pastorale Gaudium et spes e la Dichiarazione Dignitatis humanae sono nate in virtù di inedite circostanze1. Com’è noto, non erano state previste come documenti a sé stanti. La Dichiarazione venne alla luce dopo un aspro confronto consumatosi all’interno della Commissione centrale preparatoria: da una parte i sostenitori del testo elaborato dalla Commissione teologica presieduta dal cardinal Ottaviani che avrebbe dovuto costituire il capitolo IX dello schema preparatorio dedicato ai rapporti Chiesa-Stato e che riproponeva la perenne validità del diritto pubblico ecclesiastico; dall’altra coloro che avevano contribuito alla stesura del testo elaborato dal Segretariato per l’unità dei cristiani, retto dal cardinal Agostino Bea, dall’impianto decisamente più pastorale sotto il profilo dei contenuti e del linguaggio. Quest’ultimo documento approdò per la prima volta in assemblea plenaria, alla fine del secondo periodo del Concilio, nel novembre del 1963, come capitolo V dello Schema sull’ecumenismo, “veste ecumenica di garanzia” affidata alla Commissione per il coordinamento del Concilio, affinché l’intera materia rimanesse di competenza del Segretariato. Per uscire dall’impasse di un confronto che rischiava di divenire sempre più confuso e convulso, il baricentro dello schema fu spostato progressivamente dal terreno ecumenico a quello delle libertà civili, dei diritti intersoggettivi, per essere infine stralciato dal Decreto sull’ecumenismo e trasformato in una Dichiarazione a parte.

Anche la Gaudium et spes fu concepita come documento a sé stante dopo il discorso assembleare del cardinal Suenens (2 dicembre 1962) che, su invito di Giovanni XXIII, aveva chiesto di organizzare gli elaborati del periodo preconciliare ed i risultati del dibattito attorno ad un asse centrale in grado di orientare i successivi interventi: il tema della Chiesa di Cristo, luce del mondo, doveva essere affrontato a partire dalle dimensioni costitutive della Chiesa stessa, che si interrogava sulla sua natura e sulla sua relazione con il mondo e doveva dire di sé e della sua risposta alla condizione dell’uomo contemporaneo, alle questioni della giustizia sociale, dell’evangelizzazione dei poveri e della pace. Solo muovendosi in questa duplice direzione la Chiesa avrebbe potuto aprirsi un varco per esser ascoltata e farsi interlocutrice comprensibile nel mondo di oggi, in modo che Cristo Gesù diventasse “via, verità e vita” di chi lo avesse incontrato. L’intervento fu premessa ...

 



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Titolo: "Il rapporto tra giustizia e misericordia"
Editore:
Autore: Gaetano de Simone
Pagine:
Ean: 2484300019234
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

SOMMARIO - 1. Il bisogno di un Padre-Madre nell’amore. 2. La chiesa casa di misericordia:

2.1. Predicare la misericordia; 2.2. Celebrare la misericordia; 2.3. Praticare la misericordia.

3. Ierusalem convertere.

ABSTRACT - Preach, celebrate and practise the mercy. As regards the mercy there is a

triple mission of the church. It has to preach the mercy, has to celebrate the mercy in the

liturgy of the sacraments, in particular in the penitence and in the eucharist, and it has to

practise the mercy in its pastoral approach. This article helps us to go through these paths

and remembers us that it’s always a path of conversion that starts and has to go on the dusty

ways of life. A “outbound” church, in fact, undertakes to meet the mankind, to serve

the mankind, and is sure the man’s flesh is the presence of incarnate God.

KEYWORDS - Mercy, Preach, Celebrate, Practise, Conversion.



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Titolo: "Spiritualità del silenzio"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Sequeri Pierangelo
Pagine:
Ean: 2484300019128
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il cristianesimo delle origini incontra l’ideale della contemplazione silenziosa come vertice della spiritualità e della preghiera. Il cristianesimo è sensibile all’interiorità del culto spirituale: ma la sua celebrazione del mistero abita necessariamente una scena sonora. L’invenzione della teologia musicale cristiana aprirà la strada per una nuova interpretazione del nesso fra silenzio interiore e preghiera vocale (fra ascolto e responsoralità della fede). La ripresa di questa ermeneutica della liturgia cristiana, intesa come silenzio performativo, interessa l’età secolare.

Parole chiave: silenzio, musica, preghiera



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Titolo: "Rivelazione, Scrittura, Tradizione"
Editore: Lateran University Press
Autore: Giuseppe Lorizio
Pagine:
Ean: 2484300019401
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Una fra le problematiche lasciate aperte dall’ultimo Concilio ecumenico della Chiesa cattolica, che ovviamente non è stata creata dal Concilio, ma era presente nel dibattito teologico precedente e ha trovato prospettive nuove, ma non risolutive, nel dettato in particolare della Dei Verbum, è quella che concerne il rapporto fra i tre termini posti nel titolo del presente contributo, che intendo articolare in tre momenti. Nel primo disegnerò (ovviamente dal mio punto di vista) il quadro storico ed epistemologico in cui si inscrive la costituzione conciliare sulla Rivelazione, mentre nel secondo e nel terzo indicherò due prospettive interpretative, che caratterizzano il modello teologico-fondamentale di riferimento della docenza e della ricerca qui in PUL, ovvero l’orizzonte della sacramentalità della Parola e quello della metafisica agapico-erotica.

Vorrei tuttavia evocare all’inizio del percorso una prospettiva sul nostro approccio agli eventi e dottrine dei Concili ecumenici, indicata da John Henry Newman, il quale, riferendosi al Vaticano I, in coerenza con la sua teoria del concilio dice: «leggete la storia dei concili, questa attesta che sono momenti di grande prova, addirittura di violenza, di intrighi, di battaglie»1 («polemos, il padre di tutte le cose, alcuni rivela come uomini altri come dei», dice Eraclito2), di liti e di compromessi. Se c’è un documento in cui, tra gli altri, il compromesso si fa evidente è proprio la Dei Verbum. Basta considerare il numero 6 che tratta delle verità rivelate, inserito perché altrimenti la corrente teologica della scuola romana non l’avrebbe accettata. Bisognava accontentare un po’ tutti: anche se si ha la maggioranza, la minoranza ha cittadinanza.

Questi confronti e contrasti conciliari sono importanti, sono momenti di cui non bisogna scandalizzarsi: si discute. Come diceva il rabbino Neusner: «La discussione per noi ebrei ha lo stesso valore della liturgia»3, perché nella discussione si incontra la verità, il logos si fa dia-logos, se non discuti vuol dire che non hai nulla da dire, nulla da imparare. Solo allora tutto diventa importante; ecco perché Newman ritiene che un Concilio ha sempre effetti anche imprevisti.

Ci sono due scuole di pensiero a questo riguardo. Quella che si ispira a Newman direbbe: vi è una ricezione e degli effetti più ampi di quelli che non siano previsti o contenuti nei testi o nelle intenzioni di chi il Concilio l’ha vissuto, di chi il Concilio l’ha voluto, quindi, per esempio, del vescovo di Roma e dei vescovi. La scuola bolognese, con Alberto Melloni4, invece direbbe: la ricezione del Concilio, in particolare del Vaticano II, ma non solo, è sempre selettiva, ossia non tutto è stato recepito, il Concilio si recepisce a frammenti. La riforma liturgica, ad esempio, non ha certamente avuto la stessa ricezione di una riforma istituzionale, la Lumen Gentium rispetto alla Sacrosantum Concilium è meno realizzata, la collegialità meno attuata rispetto alla riforma liturgica. Siamo di fronte al problema di una apertura a qualcosa di inatteso. Il problema del Vaticano I era il grande tema dell’infallibilità, e Newman ci ha detto che deve essere completato, anche perché quel Concilio è stato interrotto, non compiuto; se non ci sarà un altro evento conciliare che ci aiuterà a capire l’infallibilità del romano pontefice nell’orizzonte dell’infallibilità della Chiesa (quindi il discorso ecclesiologico), questo dogma rimarrà sospeso e rimarrà problematico, anzi presterà il fianco ad un’interpretazione puramente politica del dogma stesso. L’affermazione dogmatica sull’infallibilità resterebbe una rivalsa determinata dalla perdita del potere temporale, tesi ricorrente nella letteratura e nella storiografia sul Risorgimento. Newman avvertì nettamente la parzialità di quella formulazione dogmatica, perché in quel momento storico non era stata espressa alla luce di un’autentica ecclesiologia, di un ...



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Titolo: "L'immagine della Trinità nell'essere finito. Una riflessione sulla filosofia cristiana di Edith Stein"
Editore: Lateran University Press
Autore: Nicoletta Ghigi
Pagine:
Ean: 2484300019319
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Abstract

Obiettivo di questo lavoro è mettere in luce l’analogia tra il concetto di immagine di Edith Stein con quello agostiniano. Come in Agostino, infatti, anche nell’opera della fenomenologa l’essere finito è portatore dell’orma divina. In particolare, nella struttura tripartita dell’essere umano, si rispecchia la struttura dell’Essere trinitario. Per questa ragione, benché finito, l’essere umano è portatore dello spirito e, allo stesso tempo, portatore del telos della creazione di quell’Essere eterno di cui è immagine.

Parole chiave:

Trinità; telos; immagine; spirito; anima

Abstract

The aim of this work is to highlight the similarity between the concept of imagination in Edith Stein with that found in Augustine. Just as with Augustine, in fact, in the work of the phenomenologist “finite being” implies a divine trace. Particularly, the tripartite structure of the human being reflects the structure of Trinitarian Being. For this reason, although finite, the human being is the bearer of the spirit and, at the same time, the bearer of the finality of creation of that eternal Being in whose image he has been made.

Keywords:

Trinity; telos; image; spirit; soul



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Titolo: "Maurice Merleau-Ponty: invocazione dell'Assoluto e filosofia cristiana"
Editore: Lateran University Press
Autore: Gian Luigi Brena
Pagine:
Ean: 2484300019333
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Abstract

La critica di ogni assoluto induce Merleau-Ponty a criticare anche la concezione di Dio, tanto che è stato dapprima classificato come ateo. In realtà la sua descrizione dell’esperienza percettiva comprende l’“invocazione” di un Assoluto, che però è assente e inafferrabile. La vita percettiva è oscura anche a se stessa nello stile dell’incarnazione: non concettualizza il mondo ma lo vive in modo corporeo, materiato. Riconoscendo questo vissuto, che precede ogni filosofia e la radica nella storia, è possibile parlare a pieno titolo anche di filosofia cristiana. Essa dovrebbe però descrivere la vita di fede sviluppando una descrizione filosofica con essa coerente.

Parole chiave:

assoluto; rivelazione; invocazione; incarnazione; cristianesimo

Abstract

Criticism of all absolutes induces Merleau-Ponty to criticize the conception of God, so much so that he was first classified as an atheist. In fact, his description of perceptual experience includes the “invocation” of an Absolute, yet which is absent and elusive. The perceptual life is obscure even to itself in the style of the incarnation: it does not conceptualize the world but lives in a bodily, material, way. Recognizing this experience, which precedes all philosophy and grounds it in history, it is possible to talk about Christian philosophy in a real sense. It should, however, describe the life of faith developing a philosophical description consistent with it.

Keywords:

absolute; revelation; invocation; incarnation; Christianity



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Titolo: "Il Venerabile Paolo VI un cristiano esemplare nella carità, fede e speranza"
Editore: OCD
Autore: François-Marie Léthel
Pagine:
Ean: 2484300021244
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Prima di rinunciare al pontificato, papa Benedetto

XVI compie il passo decisivo per la glorificazione di

Paolo VI riconoscendogli le virtù eroiche di fede, speranza

e carità. Morto il 6 agosto 1978 nella Festa

della Trasfigurazione del Signore, Paolo VI è stato

un testimone eroico e geniale di Cristo Luce del mondo,

Luce che splende nelle tenebre. In effetti, l’eroicità

di Paolo VI appare soprattutto nelle grandissime sofferenze

del suo pontificato, sempre vissute nell’Amore

di Cristo, fino alla fine. Con una coscienza chiarissima

di essere Pastore Universale della Chiesa in un

momento importante e difficile della sua storia nel

mondo, individua nelle tre virtù teologali della fede,

speranza e carità le “armi” per superare le “antinomie”

della Chiesa e orientare l’intero Corpo mistico di

Cristo verso la santità.

 

Introduzione

Il nostro papa Benedetto XVI ha riconosciuto le virtù

eroiche di Paolo VI il 20 dicembre 2012. È stato uno degli ultimi

grandi atti del suo pontificato, forse uno dei più importanti,

anche se è avvenuto con molta discrezione, nel nascondimento,

senza pubblicità, proprio nello stesso stile di grande

umiltà, tanto caratteristico di Paolo VI come di Benedetto

XVI! Invece la beatificazione di Giovanni Paolo II, il 1° maggio

2011, era stata in qualche modo l’avvenimento più glorioso

del pontificato di papa Benedetto, come una grande luce che

ha toccato tutto il mondo, nello stile diverso di papa Wojtya.

Personalmente, ho avuto la grande grazia di essere coinvolto

nella preparazione di questa beatificazione, soprattutto con la

predicazione degli esercizi spirituali in Vaticano esattamente

due anni fa1. Ricordiamo che il nostro papa Benedetto era

profondamente legato a Paolo VI, che lo aveva conosciuto al

momento del Concilio e che più tardi lo aveva nominato arcivescovo

di Monaco e cardinale, nel 1977. Tra di loro, c’era

una profonda affinità spirituale e intellettuale. Prima di rinunciare

al pontificato, il nostro amato papa Benedetto ha dunque

compiuto il passo decisivo per la glorificazione di Paolo VI. Il

riconoscimento delle virtù eroiche è infatti l’elemento più importante

in vista della beatificazione e della canonizzazione di

un Servo di Dio, anche se è nascosto, come la parte dell’iceberg

che è immersa nell’oceano.

Nella comunione dei santi, simboleggiata da questo “girotondo”

dipinto dal beato fra Angelico, è evidente che il Venerabile

Paolo VI dà anzitutto la mano al beato Giovanni XXIII

e al beato Giovanni Paolo II. Tra questi due santi Papi “strapopolari”,

Paolo VI si nasconde, tanto che viene facilmente dimenticato.

È stato chiamato infatti «il Papa dimenticato». Così

ha lasciato la precedenza a Giovanni Paolo II sulla via della

beatificazione! Ma adesso, in quest’Anno della fede, ci viene

proposto dal nostro papa Benedetto come esempio luminoso

di fede, speranza e carità, che sono sempre le principali virtù

eroiche riconosciute dalla Chiesa. In questo 50° anniversario

dell’apertura del Concilio Vaticano II, bisogna ricordare, riscoprire

questo grande Papa del Concilio. Se Giovanni XXIII

ha avuto il coraggio profetico di aprire il Concilio Vaticano II,

Paolo VI ha avuto la missione di guidarlo, di concluderlo e di

farlo entrare nella vita della Chiesa nel periodo molto difficile

del post-Concilio.

Prima della sua elezione, Mons. Montini era stato il principale

collaboratore del Venerabile Pio XII come pro-segretario

di Stato. Poi, è stato molto vicino a Giovanni XXIII. Diventato

Papa, è proprio lui che ha creato i cardinali che saranno poi

i suoi successori sulla Sede di Pietro: Albino Luciani, Karol

Wojytya e Joseph Ratzinger.

[...]



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Titolo: "Gesù, volto della misericordia del Padre"
Editore:
Autore: Edoardo Scognamiglio
Pagine:
Ean: 2484300019159
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

SOMMARIO - 1. Tra rinnovamento e tradizione. 2. I precedenti. 3. Un nuovo “paradigma”?

4. La posta in gioco.

ABSTRACT - The “revolution” of mercy in pope Francis. The paradigm of mercy is the

key of pope Francis’ pontificate which continues the magisterium of his predecessors. The

Pope, however, calls the church to greater responsibility. This is not a new doctrine, but a

pastoral practice that through languages and “gestures” may escort the man in this time

in which hope is necessary.

KEYWORDS - Mercy, Reform, Pope Francis, Pastoral conversion, Theology of the

people.



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Titolo: "rhm: alle radici della misericordia. Tra letteratura ugaritica e Sacra Scrittura"
Editore:
Autore: Luigi Santopaolo
Pagine:
Ean: 2484300019166
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

SOMMARIO - 1. Essere sensibile. 2. Grembo di fanciulla.

ABSTRACT - Mercy in Ugaritic literature and Hebrew Bible. The following paper provides

a purely lexicographical analysis on the root rh≥m in the North-West Semitic context

and, specifically, in Ugaritic and biblical literature. Beyond the generic acknowledgement

of the human “visceral” aspect, this study demonstrates through some Ugaritic

texts the semantic evolution of the root. It won’t refer to motherhood as a compassionate

“visceral” condition, rh≥m is connected with the idea of “virginal womb”. In fact, the

word rh≥m in Ugaritic is metonymically translated by “girl” and the use of the noun as

goddess Anat’s epithet, “the virgin”, would seem to be a tight connection. This meaning

urges us to reconsider the semantic history of the term “mercy” that denotes a “feminine

childhood”, for which mercy becomes the "naive" aptitude of whom can forgive the

unforgivable.

KEYWORDS - Mercy, Ugarit, Baal, Hebrew Bible, Viscera.



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Titolo: "Per una teologia sponsale della misericordia"
Editore:
Autore: Iganzio Schinella
Pagine:
Ean: 2484300019210
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

SOMMARIO - 1. Il bisogno di un Padre-Madre nell’amore. 2. La chiesa casa di misericordia:

2.1. Predicare la misericordia; 2.2. Celebrare la misericordia; 2.3. Praticare la misericordia.

3. Ierusalem convertere.

ABSTRACT - Preach, celebrate and practise the mercy. As regards the mercy there is a

triple mission of the church. It has to preach the mercy, has to celebrate the mercy in the

liturgy of the sacraments, in particular in the penitence and in the eucharist, and it has to

practise the mercy in its pastoral approach. This article helps us to go through these paths

and remembers us that it’s always a path of conversion that starts and has to go on the dusty

ways of life. A “outbound” church, in fact, undertakes to meet the mankind, to serve

the mankind, and is sure the man’s flesh is the presence of incarnate God.

KEYWORDS - Mercy, Preach, Celebrate, Practise, Conversion.



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Titolo: "Misericordia per tutti in Rm 11,25-32. La vocazione dIsraele e le genti nel disegno di Dio"
Editore:
Autore: Antonio Landi
Pagine:
Ean: 2484300019173
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

SOMMARIO - 1. Essere sensibile. 2. Grembo di fanciulla.

ABSTRACT - Mercy in Ugaritic literature and Hebrew Bible. The following paper provides

a purely lexicographical analysis on the root rh≥m in the North-West Semitic context

and, specifically, in Ugaritic and biblical literature. Beyond the generic acknowledgement

of the human “visceral” aspect, this study demonstrates through some Ugaritic

texts the semantic evolution of the root. It won’t refer to motherhood as a compassionate

“visceral” condition, rh≥m is connected with the idea of “virginal womb”. In fact, the

word rh≥m in Ugaritic is metonymically translated by “girl” and the use of the noun as

goddess Anat’s epithet, “the virgin”, would seem to be a tight connection. This meaning

urges us to reconsider the semantic history of the term “mercy” that denotes a “feminine

childhood”, for which mercy becomes the "naive" aptitude of whom can forgive the

unforgivable.

KEYWORDS - Mercy, Ugarit, Baal, Hebrew Bible, Viscera.



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Titolo: "Lateranum n. 2/2015"
Editore: Lateran University Press
Autore:
Pagine:
Ean: 9788846510594
Prezzo: € 20.00

Descrizione:

Introduzione

Nicola Ciola, Il Concilio Vaticano II. Una rilettura teologica in chiave prospettica a cinquant’anni dalla sua celebrazione

 

Relazioni

Santiago del Cura Elena, El Vaticano II como evento, doctrina y estilo. Su significado y entrelazamiento

Giuseppe Lorizio, Rivelazione, Scrittura, Tradizione

Giovanni Tangorra, Una categoria conciliare dibattuta: il “Popolo di Dio”

Severino Dianich, Primato e collegialità. L’eredità incompiuta del Concilio Vaticano II

Michael Paul Gallagher, The Church-World relationship in Gaudium et Spes: still relevant?

Antonio Mastantuono, La “pastoralità” del Vaticano II. Limite o risorsa?

Piergiorgio Grassi, Libertà di coscienza (GS, 2) e libertà religio¬sa (DH)

MichaelFuss, Globalizzazione delle religioni e dialogo. L’attualità della Nostra aetate

Lubomir Zak, Il cammino ecumenico aperto da Unitatis Redintegratio tra difficoltà e speranze: in dialogo con l’Ortodossia

Riccardo Burigana, In mezzo al guado? Il dialogo ecumenico tra la Chiesa Cattolica e le Chiese e comunità della Riforma

 



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Titolo: "Paul Ricoeur: interrogare e interpretare la fede"
Editore: Lateran University Press
Autore: Francesca Brezzi
Pagine:
Ean: 2484300019357
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Abstract

Il tema in Ricoeur presenta una ricchezza di indagine, ancorché complessa in quanto molti tra gli interpreti e studiosi del pensiero ricoeuriano concordano nel considerare il filosofo “un passaggio obbligato” per l’esegesi e la filosofia, una delle poche voci che si propone di conciliare le ermeneutiche rivali, attuando “tra il filosofico e il religioso né confusione, né separazione”. Si vuole qui esaminare inizialmente il legame di Ricoeur con la fenomenologia e con la fenomenologia della religione, per scavare poi il nodo dei rapporti complessi tra ermeneutica filosofica e ermeneutica teologica e, di conseguenza, la stretta e imprescindibile correlazione tra la fede biblica e il movimento dell’interpretazione che la porta al linguaggio. Il saggio in conclusione sottolinea come lo sforzo del filosofo non sia mai stato semplicemente esegetico, ma si sia dispiegato dalla antropologia alla teologia, dalla giurisprudenza alla storia, senza dimenticare l’approccio psicoanalitico.

Parole chiave:

pensare Dio; ermeneutica; teologia; filosofia; poetica

Abstract

The relation between philosophy and theology in Ricoeur presents a wealth of research, albeit complex because many of the interpreters and scholars of Ricoeur’s thought agree that he is “a must” for exegesis and philosophy, one of the few voices that aims to reconcile the hermeneutical rivals, acting “neither confusion nor separation between the philosophical and the religious”. The article seeks to examine initially the link of Ricoeur with phenomenology and the phenomenology of religion, in order to then undo the knot of complex relationships between philosophical hermeneutics and theological hermeneutics and, as a consequence, the close and vital relationship between Biblical faith and the movement of interpretation that brings it to language. The essay points out in conclusion that the effort of the philosopher has never been merely exegetical, but has unfolded from anthropology to theology, and from law to history, without forgetting the psychoanalytic approach.

Keywords:

To think of God; hermeneutics; theology; philosophy; poetics



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Titolo: "Lautore e la trasmissione delle Meditationes vitae Christi in base a manoscritti volgari italiani (403-430)"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore: Dàvid Falvay, Peter Tòth
Pagine:
Ean: 2484300019555
Prezzo: € 5.00

Descrizione:

This article is a re-examination of two recent hypotheses concerning the origin and author of a popular Tuscan Franciscan narrative, the pseudo-Bonaventurean Meditationes vitae Christi. In a series of recent studies Sarah McNamer argued that the text was originally written in the Vernacular Italian by a Pisan nun whose composition is preserved in a short text she calls “Canonici version”. In response to her claims, the present paper provides a comparative analysis of some of the Latin sources and their quotations in the MVC and its most important Italian versions and rewritings including the Canonici too. In the light of these examinations the Canonici version does not seem to represent the Trecento Italian original of the MVC but rather one of its numerous fifteenth-century rewritings. So with the priority of the Canonici reconsidered, the present essay advocates another hypothesis and argues that the MVC was originally written in Latin at about 1300 by a little-known Tuscan spiritual, Jacobus of San Gimignano, whose name appears in a number of Italian manuscripts as the author of the work.



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Titolo: "La rivoluzione della misericordia in papa Francesco"
Editore:
Autore: Antonio Ascione
Pagine:
Ean: 2484300019142
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

SOMMARIO - 1. Tra rinnovamento e tradizione. 2. I precedenti. 3. Un nuovo “paradigma”?

4. La posta in gioco.

ABSTRACT - The “revolution” of mercy in pope Francis. The paradigm of mercy is the

key of pope Francis’ pontificate which continues the magisterium of his predecessors. The

Pope, however, calls the church to greater responsibility. This is not a new doctrine, but a

pastoral practice that through languages and “gestures” may escort the man in this time

in which hope is necessary.

KEYWORDS - Mercy, Reform, Pope Francis, Pastoral conversion, Theology of the

people.



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Titolo: "Monsignor Philippe Delhaye: dal concilio Vaticano II all'Humanae vitae"
Editore: Lateran University Press
Autore: Emanuele Avallone
Pagine:
Ean: 2484300021305
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Introduduzione

Nel mio lavoro di ricerca, seguendo il metodo storico analitico, ho interrogato dapprima le fonti edite (libri, diari conciliari, articoli sull’argomento), e poi quelle inedite: presso l’Arca-Archives du monde catholique (Université catholique de Louvain, in Belgio) si trova il fondo relativo a Philippe Delhaye e la Commission Théologique Internationale; presso la Biblioteca della medesima Università sono gli Archives de Gérard Philips (FPh); e infine l’Archivio Segreto Vaticano.

Dopo un breve excursus sulla sua vita, si cercherà di analizzarne il contributo alla teologia pre-, durante e post-conciliare, tracciando anche un breve sguardo sulle sue considerazioni sull’enciclica Humanae vitae1 e sul suo ruolo di Segretario Generale della Commissione Teologica Internazionale dal 1972 al 1990, anno della sua morte.

Nato a Namur il 17 febbraio 1912, licenziato in filosofia presso l’Università di Lovanio nel 1933, ottenne la licenza in teologia nel 1937, anno della sua ordinazione sacerdotale, presso l’Università Gregoriana di Roma. Presentò la sua tesi di dottorato in filosofia a Lovanio nel 1940; nel 1951 divenne dottore in teologia all’Istituto Cattolico di Lille, dove insegnava dal 1945.

Delhaye tentò di ricercare i fondamenti scritturistici della teologia morale, come mostrano i suoi studi apparsi nella rivista «Esprit et Vie», con la quale iniziò a collaborare già dal 1957. Tale intenzione accademica era già stata

da lui esposta nel primo periodo del suo insegnamento a Lille, in occasione di un articolo pubblicato nel 1953 nella «Revue des Sciences religieuses», intitolato La théologie morale d’hier et d’aujourd’hui2. Non temette di essere denunciato al Sant’Uffizio come corruttore della teologia classica, «comme un des représentants de la morale nouvelle, le situationisme»3. Non venne, infatti, mai condannato. Tra il 1959 e il 1966 si divise tra Lione e Montréal come docente di teologia morale. Nello stesso tempo partecipò attivamente alla preparazione e, in seguito, ai lavori del concilio Vaticano II; egli apparteneva alla cosiddetta “squadra belga”, la quale fu molto importante per gli orientamenti dottrinali di alcuni testi conciliari.

Fondata sulla Scrittura, sulla Tradizione della Chiesa, e soprattutto sugli autori della Scolastica come Tommaso d’Aquino, la ricerca teologica di Delhaye era abitata da una doppia preoccupazione: una volontà di articolare l’antico e il nuovo nella disciplina morale e l’attenzione permanente alla profonda unità della scienza teologica. La teologia morale era da considerare una disciplina teologica, per lo studioso belga, come le altre. La distinzione tra le diverse materie teologiche (diritto canonico, dogma, morale, spiritualità…) aveva condotto, infatti, alla separazione dell’agire cristiano che non poteva limitarsi ad un dominio teologico particolare. Le separazioni che hanno potuto condurre a delle opposizioni teologiche sono per lui rivelatrici della difficoltà della morale: lassismo da una parte, rigorismo dall’altra. Come la vita umana è una vita complessa e unificata (questa unità si traduce tradizionalmente nell’unione dell’anima e del corpo), così sarebbe stato difficile ridurre l’approccio a un solo dominio, giuridico o canonistico, per esempio, senza che l’approccio non divenisse inesatto. La prossimità del diritto e della morale ebbe certamente un effetto positivo, quanto almeno allo svilupparsi dell’interesse suscitato per la morale riguardo le basi del diritto. Una conseguenza del dibattito fu anche la difficoltà di classificare la virtù della carità nelle categorie giuridiche. Delhaye, guidato da una prospettiva globale della teologia morale, rilevava il posto principale e primordiale dell’amore al cuore della morale, non come un’isola, ma come una sorgente di una vita cristiana autentica.

[...]



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Titolo: "La traccia di Dio nella fenomenologia di Emmanuel Levinas"
Editore: Lateran University Press
Autore: Giovanni Ferretti
Pagine:
Ean: 2484300019340
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Abstract

Dopo un breve accenno al rapporto tra tradizione ebraica e filosofia nel pensiero di Levinas, si delinea il particolare modo con cui egli, distanziandosi da Husserl e da Heidegger, ha assunto e rovesciato il metodo fenomenologico, con l’intenzione di elaborare una filosofica che permetta di salvaguardare la trascendenza o “esteriorità” altrui e soprattutto l’alterità o “santità” trascendente di Dio. Segue l’analisi delle due principali vie con cui Levinas ritiene di poter individuare lo schiudersi della trascendenza di altri e, nella loro “traccia”, la trascendenza di Dio. La prima, sviluppata soprattutto in Totalità e Infinito, passa attraverso la fenomenologia del “volto” che mi comanda incondizionatamente. La seconda, sviluppata soprattutto in Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, passa attraverso la fenomenologia della soggettività responsabile d’altri in modo totalmente disinteressato. In entrambi i casi di Dio non si può parlare e a Dio non si giunge né sullo sfondo dell’essere (come inteso nella filosofia classica), né sullo sfondo della coscienza trascendentale (come intesa nella filosofia moderna) bensì solo sulla sfondo delle relazioni etico-metafisiche interumane. Si termina con l’accenno ad una possibile terza via, da Levinas non sviluppata: quella della gratuità dell’amore di altri.

Parole chiave:

Dio; fenomenologia; volto; soggettività; traccia

Abstract

After a brief reference to the relationship between Jewish tradition and philosophy in the thought of Levinas, the article delineates the particular way in which he, distancing himself from Husserl and Heidegger, seized and overturned the phenomenological method, with the intention of developing a philosophy that allows one to safeguard the transcendence or “externalities” of others and above all the otherness or transcendent “holiness” of God. Following the analysis of the two main routes by which Levinas believes to be able to individuate the disclosure of the transcendence of others and, in their “trace”, the transcendence of God. The first, developed especially in Totality and Infinity, passes through the phenomenology of the “face” that commands me unconditionally. The second, developed especially in Otherwise Than Being or Beyond Essence, passes through the phenomenology of responsible subjectivity of others in a totally disinterested way. In both cases one cannot speak of God, and to God we do not reach either from the background of being (as understood in classical philosophy), nor from the background of transcendental consciousness (as understood in modern philosophy), but only from the background of ethical-metaphysical, inter-human relations. The article ends with the mention of a possible third way, not developed by Levinas: that of the gratuity of the love of others.

Keywords:

God; phenomenology; face; subjectivity; trace



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Titolo: "La paternità secondo Teresa di Gesù"
Editore: OCD
Autore: Saverio Cannistrà
Pagine:
Ean: 2484300021251
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Ripercorrere la vita di Teresa di Gesù in riferimento

alla relazione con la figura paterna presuppone

l’implicazione dell’autorità, la Legge, la Parola, la

verità originaria, la strutturazione del desiderio.

Dopo la fuga dalla casa paterna e una fase di annichilazione,

di buio di un’identità frammentata, Teresa

muove i primi passi sotto la guida di un padre,

del suo “vero padre san Giuseppe”. In san Giuseppe,

discendente di Davide, che non rinnega la sua origine,

ma la riceve nella forma di una negazione di

se stesso, di una radicale obbedienza non al mondo,

ma all’Altro amato, l’articolo intravvede un’icona di

padre libero proprio perché profondamente obbediente,

capace dunque di trasmettere al figlio la propria

eredità, insinuando invece, nel caso particolare di

Teresa, il “lavoro” di trasmissione che ella ha dovuto

compiere da sola.

 

Benché non si tratti certamente di un tema secondario,

e nonostante l’oceanica bibliografia su santa

Teresa, ho l’impressione che il tema della paternità

finora non sia stato studiato in modo sufficientemente

ampio e approfondito (per non dire sistematico). Oggi

probabilmente sentiamo più urgente l’esigenza di interrogarci

sulla paternità, perché – almeno nel nostro mondo occidentale

– è una dimensione messa in discussione dai recenti cambiamenti

culturali e sociali. Già alla fine degli anni Sessanta

Lacan definiva il nostro tempo come l’epoca della “evaporazione

del padre”1. Un suo discepolo italiano parla del “complesso

di Telemaco”, quasi come contrapposto al “complesso

di Edipo”, dal momento che il padre, invece di essere visto

come temibile rivale, è piuttosto atteso come l’unica speranza

di riportare la Parola, e con essa l’ordine e la giustizia nella

patria invasa da prepotenti e usurpatori2. Insomma, dopo le

lotte degli anni Sessanta-Settanta contro la società e la famiglia

autoritaria, oggi si riflette sempre di più sui rischi di una

“società senza padre”. La vagheggiata società “fratriarcale” si è

rivelata in realtà ancora più problematica di quella patriarcale,

essendo dominata da una competitività orizzontale esasperata

tipica dei fratelli dove «il conflitto principale non è caratterizzato

dalla rivalità edipica, che contende al padre i privilegi del

potere e della libertà, ma dall’invidia fraterna verso il vicino,

il concorrente che ha avuto di più»3. La logica conclusione di

tale processo storico è che, piuttosto che cestinare il ruolo e la

figura del padre, è necessario ripensarli in una forma nuova,

più adeguata ai mutamenti culturali e antropologici del nostro

tempo.

Indubbiamente, il discorso sul padre non riguarda solo la

famiglia, ma ogni forma di comunità, non esclusa ovviamente

la comunità religiosa. Sappiamo quanto problematico sia diventato

l’esercizio della paternità sia in quanto superiori (o formatori)

nella vita religiosa, sia in quanto ministri ordinati nella più

ampia comunità ecclesiale. Pertanto, non possiamo far finta di

ignorare la complessa problematica antropologica, sociologica

e psicologica che si addensa intorno al tema della paternità, se

non vogliamo limitarci a ripetere pacificanti stereotipi.

Ma il discorso si fa ancora più radicale, se pensiamo che

anche il modo di concepire Dio e la relazione dell’uomo con

Lui sono strettamente collegati a una certa idea di paternità.

Perdita del padre e perdita di Dio sono esperienze collegate.

Com’è possibile pregare o quale Dio si può pregare in assenza

del Padre, quando – come diceva Jean Paul Richter – «ogni Io

è padre e creatore di se medesimo»? L’inevitabile conclusione

è che «noi siamo tutti orfani» e – secondo questo incunabolo

settecentesco del nichilismo contemporaneo – è Cristo stesso

che la trae di fronte alla vuota immensità, in cui non c’è nessun

«petto paterno» su cui appoggiare il capo per riposare4. Tutto

ciò, peraltro, non coincide sic et simpliciter con l’ateismo, quanto

con una problematizzazione dell’immagine tradizionale di Dio

e della relazione con Lui (ciò che si potrebbe definire un superamento

del teismo, ma questo è un altro discorso).

[...]



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Titolo: "Concilium 04-2015: L'essere umano al vaglio delle neuroscienze"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300019074
Prezzo: € 10.00

Descrizione:

Editors: M.-T. Courau, R. Ammicht Quinn, H. Haker, M.-T. Wacker

 

Nel giro di qualche decennio le neuroscienze sono diventate un importante asse di sviluppo della ricerca che concerne non solo la conoscenza del cervello, ma anche la psicologia, la gestione delle emozioni, il vivere insieme. Quale progetto dell’umano vi si delinea? Gli stati mentali non sono altro che una pura produzione biologica del cervello, indipendenti da ogni altra realtà? Una cosa è certa: le neuroscienze attuali stanno facendo evolvere la modalità in cui noi vediamo, percepiamo e immaginiamo ‘essere umano, la coscienza – e dunque il modo di intendere e affrontare la nostra relazione con Dio, la nostra comprensione e il nostro discorso su Dio.

 

Parole chiave: cervello, mente, persona



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Titolo: "Una categoria conciliar e dibattuta: il Popolo di Dio"
Editore: Lateran University Press
Autore: Giovanni Tangorra
Pagine:
Ean: 2484300019418
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Una teoria abbastanza condivisa è l’impossibilità di racchiudere la dottrina sulla Chiesa in una sola formula, ciò spiega i molteplici approcci e la difficoltà a comporre sintesi organiche soddisfacenti. La tradizione ci ha però consegnato un patrimonio consistente di immagini che consentono un autentico viaggio ecclesiologico. Alcune di esse hanno assunto un rilievo maggiore e sono scolpite nella memoria: popolo di Dio, corpo (sposa) di Cristo, tempio dello Spirito, società, sacramento, comunione1. Il fatto che ciascuna abbia una sua storia, una sua configurazione, e, più ancora, che siano tutte presenti nel Vaticano II, suggerisce il criterio della non esclusione. Tuttavia la tentazione di assumere uno strumento unico è forte, di modo che «l’ecclesiologia concepita secondo un sano ed equilibrato proposito integratore rimane, oggi, più una necessità sentita che una necessità soddisfatta»2.

Non è detto, comunque, che il lavoro debba sfociare in un’asettica neutralità, anche perché se non tutte si escludono, le varie nozioni non sono nemmeno sinonimi. Qui ci occuperemo del “popolo di Dio”, espressione ben conosciuta alla Scrittura, ai padri e alla liturgia, meno al tempo del Vaticano II, per cui la sua presenza, addirittura come titolo di un capitolo del suo De Ecclesia, desta una certa sorpresa. L’immagine dominante che emerge dagli stessi vota e dall’opinione pubblica di allora era il “corpo di Cristo”, impostasi con il magistero di Pio XII e già intervenuta a purificare le asperità della concezione societaria. La sorpresa è però solo relativa, perché vari autori avevano cercato di riportare l’attenzione su un’idea destinata a diventare centrale, e che in fase di recezione si è trasformata in una questione disputata. Scopo del mio intervento è di ricostruire questa storia seguendo la direttrice del Vaticano II, e sintetizzandola in tre atti: ascesa, decadenza e risalita.

1. Gestazione di un’idea

La visione classica è racchiusa nella nozione di societas. Intervenuta come forma di reazione, quasi in coincidenza con la nascita del trattato, essa ha assicurato beni come la visibilità, l’autonomia e l’unità, ma ...



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Titolo: "Il silenzio e Dio"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Amaladoss Michael
Pagine:
Ean: 2484300019135
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Dio sembra tacere quando le persone come Gesù o Giobbe si appellano a lui nella sofferenza. A volte quanti vogliono parlare di Dio sono costretti a stare in silenzio, perché Dio non è accessibile ai sensi e alla ragione concettuale. I mistici affermano che Dio è al di là di tutto ciò che si dice di lui. Quindi, di fronte a Dio possiamo stare solo in silenzio. Le tradizioni cinesi e indiane affermano anche un apofatismo epistemologico di tal genere. Ma il buddhismo è in grado di fare un passo ulteriore e di affermare persino un apofatismo ontologico, perché non vi è né un oggetto fisso di cui si può parlare né un soggetto fermo che può parlare. Così regna il silenzio.

Parole chiave: silenzio, Dio, religione



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