Articoli religiosi

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Titolo: "Liconografia del Concilio Lateranense IV nei saloni sistini in Vaticano"
Editore: Lateran University Press
Autore: Danilo Mazzoleni
Pagine:
Ean: 2484300020667
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

L’invito del Decano Mons. Nicola Ciola a parlare dei cinquecenteschi affreschi che raccontano il IV Concilio Lateranense mi lasciò sinceramente interdetto, poiché l’Archeologia Cristiana è sempre stata il mio campo di competenza e le mie ricerche generalmente non si sono spinte oltre il VII-VIII secolo, ma la sua cortese insistenza mi fece accettare la proposta1.

A tale proposito, ritengo doveroso ricordare Mons. Mario Sensi, appassionato fautore di questo simposio scientifico, che aveva auspicato proprio uno specifico intervento sulla scena affrescata in Vaticano.

Una Sala detta dei Concili esisteva anche nel Palazzo del Laterano (fig. 1): lì si tennero tanti concili importanti, fino al Lateranense V (fra il 1511 e il 1516) e doveva essere veramente mirabile, poiché era stata affrescata da Giotto, per volontà di papa Bonifacio VIII, nel quadro di una politica comune ai pontefici del Duecento, volta ad affidare ai più eminenti artisti dell’epoca il compito di rendere Roma la capitale artistica del mondo cristiano d’Occidente, sostenendo con documenti iconografici il potere papale. Purtroppo la Sala fu distrutta nel 1585, nell’ambito dei lavori di ristrutturazione che investirono il complesso (fig. 2).

Papa Sisto V (fig. 3) incaricò infatti Domenico Fontana di edificare un nuovo Palazzo lateranense, strutturato su tre piani, che fu terminato nel 15892. Lo stesso architetto, direttore dei lavori, precisa che la demolita Sala dei Concili aveva una lunghezza di 75,35 metri per una larghezza di 20 e che il tetto era sostenuto da ventidue incavallature e dieci nicchioni cilindrici, ispirati ai modelli del Pantheon.

Il IV Concilio Lateranense è rappresentato in un affresco della biblioteca di Sisto V in Vaticano ed anche se parzialmente tagliato da una porta ricavata successivamente (fig. 4, cf. pagina seguente), è tuttora ben conservato. Questa sala, (fig. 5) edificata da Domenico Fontana tra il 1587 e il 1588 (fig. 6), sorse tra il cortile inferiore del Belvedere e il giardino della Pigna sulle gradinate del cosiddetto “teatro” di Pio IV (fig. 7), mutando radicalmente la funzione di ambienti che avevano accolto fino ad allora spettacoli e giostre, poiché ritenute poco consone alla sede del pontefice romano (fig. 8).

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Titolo: "La professione di fede (Firmiter credimus) quarto simbolo della Chiesa? Riflessione speculativa"
Editore: Lateran University Press
Autore: Giuseppe Lorizio
Pagine:
Ean: 2484300020674
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

«Da mihi amantem et sentit quod dico»

(Agostino, De consensu evangelistarum, XXVI, 4)

Un tuffo nel passato medievale, dopo la full immersion nell’attualità della chiesa e del cosiddetto “nuovo umanesimo”1, consente un giusto distacco dal presente e al tempo stesso il tentativo di una meditazione metafisica e teologica insieme, ovvero teo-ontologica, nell’orizzonte di un pensiero meditante, del tutto gratuito e al tempo stesso estraneo ad ogni finalità strumentale. E questo grazie alla celebrazione di una ricorrenza che “dà a pensare”. Piuttosto che un lavoro di “filologia storica”, pur necessario e sotteso alle riflessioni che seguono, il tentativo qui proposto risponde ai criteri di quello che M. Heidegger chiamerebbe un «dialogo di pensiero», dove «è più alto il rischio dell’errore, e sono più frequenti le mancanze»2. Tale dialogo, perché non si risolva, come spesso accade, in un monologo, si svolgerà attraverso il ricorso ai testi, che verranno evocati e riportati e sui quali poggeranno le riflessioni speculative.

Muoverò da una descrizione contestuale, che ci riporta a queste stesse giornate, così come venivano vissute ottocento anni or sono nei nostri stessi luoghi:

«Nella stagione più buia dell’anno, il 30 novembre 1215, dopo la celebrazione della prima messa, la sessione finale del quarto concilio Lateranense si aprì con una solenne lettura pubblica dei due primi decreti conciliari. Il primo, Firmiter credimus, conteneva una definizione della santissima Trinità e degli articoli di fede, mentre il secondo, Damnamus, consisteva nella condanna delle teorie di Gioacchino da Fiore e di Almarico di Bène. I decreti vennero letti ad alta voce e la folla presente nella basilica del Laterano gridò il suo consenso. Alla domanda se credesse nella definizione della Trinità e degli articoli della fede essa gridò Crediamo!, e alla domanda Riprovate le sentenze di Gioacchino e di Almarico?, la folla gridò con forza ancora maggiore Le riproviamo!»3.

Non affronterò l’ampio ventaglio dei punti dottrinali formulati nella professione di fede di quel Concilio, limitando la mia trattazione alla quaestio de Deo, che consente di mostrare le scelte fondamentali che il Lateranense IV adotta, sotto la guida indiscussa ed autoritaria di Innocenzo III, il quale (sarà bene ricordare) in gioventù ( = Lotario da Segni) aveva scritto un opuscolo dal titolo De contemptu mundi sive de miseria conditionis humanae tres (1191-1198) nel quale fra l’altro così si esprime con accenti decisamente pessimistici:

«La donna concepisce con immondezza e fetore, partorisce con tristezza e dolore, nutre il figlio con pena ed angustia, lo alleva con trepidazione e timore. […] Chi ha mai passato un sol giorno che fosse interamente piacevole […] senza che neppure una vista, un suono o un urto lo offendesse?».

La domanda di J. Huizinga può risultare interessante anche per noi: «Era questa la sapienza cristiana o non piuttosto il broncio di un bambino viziato?»4. Il che ci induce a continuare a ritenere – come sempre nel nostro lavoro speculativo – che era necessario il crogiuolo della modernità perché l’uomo e il cristiano diventassero adulti. Ma anche Lotario (Innocenzo) sarebbe maturato e cresciuto, se nell’impostazione del De quadripartita specie nuptiarum possiamo rilevare una certa distanza – messa in luce nel nostro simposio dalla prof.ssa Giulia Barone – dal pessimismo dualistico del De contemptu mundi.

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Titolo: "Nemo nisi sacerdos: Sacerdote y Eucaristia en la profesión de fe del IV concilio de Letrán (1215)"
Editore: Lateran University Press
Autore: Santiago del Cura Elena
Pagine:
Ean: 2484300020681
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

El tema de este trabajo gira en torno a una de las afirmaciones incluidas en la constitución I “De fide catholica” del concilio IV de Letrán (1215) sobre la potestad del sacerdote ordenado para llevar a cabo la eucaristía. Aquí se trata de ver los motivos que justifican un análisis más detenido de la afirmación conciliar (I), precisar su alcance en el transfondo de algunas pretensiones de movimientos medievales especialmente de los valdenses (II), esclarecerlo mediante el recurso a profesiones de fe pocos años anteriores a la del IV concilio de Letrán (III), ilustrarlo a través de algunas afirmaciones respectivas de Inocencio III, el papa del concilio (IV) y concluir valorando su vigencia en los debates teológico-pastorales que han acompañado algunos desarrollos posteriores al Vaticano II (V).

1. La afirmación del IV concilio de Letrán: motivos de análisis

La afirmación conciliar suena así: «hoc utique sacramentum (altaris) nemo potest conficere, nisi sacerdos qui rite fuerit ordinatus secundum claves Ecclesie, quas ipse concessit apostolis eorumque successoribus Iesus Christus»1. La afirmación es una añadidura introducida por el concilio e incluida en la doctrina eclesiológica y sacramental del Lateranense IV, para cuyo análisis detenido hay numerosos motivos.

Si se compara esta profesión de fe con las distintas “regulae fidei” y con los símbolos de la iglesia antigua, se comprueba que hasta el IV concilio de Letrán no se sintió la necesidad de incluir en el Credo una precisión tan explícita sobre la relación entre “sacerdos” y “sacramentum altaris”2. Dicha inclusión se hace además en una época (segunda mitad del s. XII – primera mitad del s. XIII), que muchos autores consideran decisiva para la elaboración de una terminología teológico-canónica y para la articulación de una comprensión del ministerio ordenado, que se mantendrán en vigor hasta los momentos actuales3. No obstante, la afirmación lateranense ha sido y sigue siendo objeto generalmente de referencias más bien breves y ocasionales en los estudios sobre el concilio IV de Letrán4, si se exceptúan los análisis explícitos que llevó a cabo K.J. Becker5 y algunos trabajos que he ido publicando sobre la cuestión6. Finalmente, las nuevas situaciones pastorales surgidas desde el Vaticano II hasta nuestros días, condicionadas de modo especial por la escasez de presbíteros disponibles, han reabierto el debate sobre la posibilidad de presidir y/o llevar a cabo la eucaristía, al menos “en casos de necesidad”, por parte de personas bautizadas que no hayan recibido ninguna ordenación sacramental previa7.

Tal vez la escasez de estudios específicos sobre la afirmación del IV Lateranense podría explicarse en parte por la acumulación de dificultades objetivas. No se han conservado, al menos no han llegado a conocerse por ahora, las Actas del concilio, sino únicamente las constituciones aprobadas8. Existen ciertamente glosas contemporáneas, obra ante todo de canonistas, en las que se comentan las constituciones conciliares, pero no hay en ellas comentarios de la afirmación relativa a la potestad de llevar a cabo (conficere) la eucaristía9. Tampoco los relatos de testigos oculares, presentes en el IV concilio de Letrán, ofrecen ningún elemento decisivo de ayuda en la interpretación de la afirmación conciliar10. Se impone, por tanto, la búsqueda de otros caminos, aunque tengan un carácter más indirecto.

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Titolo: "I temi recoepti del Lateranense IV in prospettiva storico-teologica"
Editore: Lateran University Press
Autore: Antonio Sabetta
Pagine:
Ean: 2484300020704
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

0. Introduzione

Il Concilio Lateranense IV, che non di rado nella storia viene ricordato soprattutto come il Concilio indetto per convocare una crociata o per prendere una serie di provvedimenti disciplinari e di natura giuridica riguardanti la vita della chiesa e le abitudini ministeriali dei preti, in realtà colpisce per l’abbondanza di tematiche teologiche centrali che hanno avuto una “storia degli effetti” fino a diventare argomento consueto – il più delle volte acquisito o in alcuni casi ancora discusso – nella riflessione teologica come nella ricezione magisteriale; e questo non solo nel senso che talvolta il Lateranense IV ha recepito questioni dibattute ma anche nel senso che, diciamo, ha “anticipato i tempi”, guadagnandosi il merito di impiegare per la prima volta a livello di documenti magisteriali di un concilio universale certi termini o certe affermazioni o tematiche. Questo non vuol dire che il Lateranense IV abbia avuto il ruolo (tranne in un caso) di iniziare la riflessione teologica a proposito, ma di essere stato il primo luogo del magistero universale a recepire discussioni presenti nella riflessione teologica, rappresentando così un punto di non ritorno per il futuro, come in riferimento all’impiego della parola transustanziazione. L’essere così stato il Lateranense IV un punto significativo e “singolare”, non vale solo per l’aver il Concilio prodotto un altro Simbolo di fede, ma soprattutto per temi che normalmente non riconduciamo al Lateranense IV, probabilmente perché a questo Concilio la scena fu rubata dopo qualche secolo dall’imponente Concilio di Trento. Mi riferisco a questioni teologiche che spaziano dalla teologia sacramentaria all’ecclesiologia, all’antropologia teologica e all’escatologia, alla gnoseologia teologica e, ovviamente, alla teologia trinitaria.

Vorrei perciò presentare alcune di queste tematiche, che sono diventate dato acquisito o oggetto di discussione ricorrente nella teologia e nel magistero, evidenziando anche il paradosso consistente nel fatto che non di rado nessuno si è ricordato che certe cose erano state già dette dal Lateranense IV. Del resto una sommaria ricognizione delle citazioni del Lateranense IV nei documenti del successivo magistero ordinario, ci mostra non solo una ristrettezza di riferimenti, ma anche che diversi di questi riferimenti concernono tematiche disciplinari-giuridiche più che teologiche. Ad esempio il precetto della confessione sacramentale annuale lo ritroviamo indicato nella costituzione di Giovanni XXII sugli errori di G. de Paully (cf. DH 922 che rimanda a DH 812), nel Decreto sulla penitenza del Concilio di Trento (cf. DH 1683 e il can 8 in DH 1708 con rimando ancora a DH 812); lo stesso per la questione dell’illiceità dei matrimoni clandestini, con Trento che stabilisce le “pubblicazioni” (cf. il decreto Tametsi [DH 1814] che rimanda alla costituzione 51 [DH 817]); e ancora l’affermazione – questa volta direi però più dogmatica che giuridica – che l’eucaristia può essere celebrata solo dal sacerdote rite ordinatus torna nel documento della Congregazione per la Dottrina della Fede Mysterium Ecclesiae del 1973, nel documento Sacerdotium Ministeriale del 1983, nell’ammonizione a H. Küng del 1975, nel Catechsimo della Chiesa Cattolica (CCC)1 e in Ecclesia de Eucharistia 29.

Ad ogni modo in questo breve testo piuttosto indicherò i temi recoepti e dunque ripercorrerò alcune tematiche del Lateranense IV che hanno avuto una grande eco.

1. L’opzione per Pietro Lombardo

Prima di entrare nei contenuti inizierei da un aspetto che ha avuto conseguenze importanti sul modo di fare teologia, da una decisione del Concilio che ha segnato la teologia fino al sec. XVI. Si tratta in questo caso di una singolarità ed inizialità propria del Lateranense IV e non è nemmeno la più nota, perché la peculiarità più riconosciuta all’assise del 1215 è l’essere stato il primo concilio ecumenico ad impiegare il termine transustanziazione.

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Titolo: "La legislazione del 1215 del Concilio Lateranense IV. I greci e i cristiani orientali fra tradizione ed innovazione del diritto canonico"
Editore: Lateran University Press
Autore: Natale Loda
Pagine:
Ean: 2484300020711
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. Introduzione

È noto come il Concilio Lateranense IV oltre che culmine del pontificato di Innocenzo III1, sia stato un grande arco sul quale si è sviluppata la vita della chiesa dalla fine del Medioevo all’inizio dell’età moderna, secondo una felice espressione di Mons. Michele Maccarrone2.

Con le presenti riflessioni si vuole compiere un’analisi selettiva di alcune costituzioni del Concilio Lateranense IV, avendo presente come da una parte le preoccupazioni del Pontefice Innocenzo III derivavano dalla volontà di liberazione dei Luoghi santi, misurando le forze della chiesa in vista di una crociata per la riconquista degli stessi; dall’altra si auspicava il ripristino della disciplina nella chiesa, come reazione ad un a certa secolarizzazione, la preservazione del clero ed il ritorno dei laici ad una osservanza più stretta della fede e dei costumi insieme alla lotta alle eresie. Tale lotta alle eresie si inseriva in un disegno teso al ritorno nella piena comunione anche delle chiese orientali ortodosse3.

Il concilio Lateranense IV ha posto le basi per la prima codificazione delle leggi ecclesiastiche, imprimendo un forte sviluppo per il diritto canonico. Tale assise infatti nelle sue costituzioni ha riconosciuto non solo l’esistenza giuridica dei riti (cioè le chiese orientali sia fedeli a Roma che non cattoliche) avendo presente le tradizioni, la liturgia e la legittimità delle consuetudini disciplinari ecclesiastiche4.

2. Costituzioni dogmatiche, ecclesiologia e diritto canonico

Il Concilio Lateranense IV riunito e celebrato da papa Innocenzo III rimane il più celebre tra i Concili celebrati al Laterano in primo luogo per il numero di partecipanti, tra cui Patriarchi, Arcivescovi, vescovi, Abati e Priori conventuali, Capi di Ordini religiosi e militari, tra questi ultimi gli Ospedalieri di Gerusalemme ed i Templari, ma anche prìncipi ed autorità secolari quali speciali invitati papali (viri prudentes) che dovevano rivelare i mali da correggere nella chiesa. L’Oriente cristiano in questo Concilio era presente quasi esclusivamente con le sue gerarchie latine, ma sono stati presenti quei prelati latini che vivevano nell’Oriente cristiano, insieme a dei Greci pur essendo nella condizione di separazione e quindi formalmente scismatici. In tutti sono stati individuati 25 membri delle chiese orientali. Ancora dagli atti si desume la presenza del Patriarca maronita Geremia, mentre quello dei Melkiti cattolici ha inviato un diacono. Resta il dubbio relativamente alla partecipazione del Patriarca Katholikos dell’Armenia, che è inserito tra i presenti, ma non si ritrova il nome tra i sottoscrittori delle costituzioni. Il Patriarca di Alessandria Nicola I ha inviato un diacono, forse il fratello.

Il Concilio Lateranense IV con le sue settanta costituzioni (o in altri termini decreti o canoni) più quello relativo alla Crociata, ha rappresentato una tappa fondamentale nell’ambito della riforma della chiesa, soprattutto per quanto riguardava i chierici, vescovi, i monaci ed i religiosi, la legislazione circa i sacramenti, l’Eucaristia, la Penitenza, l’Ordine sacro, il matrimonio. Oggetto di questo Concilio sono stati anche i beni della chiesa, con i benefici, le decime, la protezione delle proprietà ecclesiastiche, la questua e le reliquie. Tale legislazione conciliare ha voluto trovare una soluzione anche alla procedura penale, con il regime della repressione dei crimini, il contenzioso, il diritto penale sostanziale, la simonia, le misure ed i rapporti con gli Ebrei6.

Si è anticipato che tra le finalità primarie oggetto della legislazione del Lateranense IV vi fu la riconciliazione con le chiese (scismatiche) ortodosse e la regolamentazione disciplinare tra la chiesa latina e le chiese orientali rimaste fedeli a Roma7. Sarà questa la nostra focalizzazione.

Innocenzo III con il Concilium Lateranense IV (detto anche Concilium genarale) voleva riprendere la tradizione assembleare dei Concili Ecumenici con il fine della riforma della chiesa, la lotta alle eresie e la riconquista e liberazione della Terra Santa8. Il Pontefice se da una parte era stato sempre rigorosamente determinato a salvaguardare la purezza della fede cattolica insieme all’osservanza più stretta dei costumi, dall’altra in tale contesto voleva trovare un assetto stabile e vincolante delle istituzioni attraverso una riforma9. Innocenzo III aveva a cuore insieme il bene della chiesa e del Popolo cristiano verso la salus animarum10.

La formula adottata nelle costituzioni (talora chiamate decreta conciliari) del Lateranense IV impiegava il nome del Papa stesso, in quanto le raccolte di diritto erano composte soprattutto da Decretali per evitare l’incertezza circa l’autenticità dell’Autore, ma soprattutto si voleva evitare il dubbio circa la veridicità canonica, sottolineando come era stato proprio il Pontefice a legiferare dopo aver preso consiglio oppure ottenuto il consenso dell’Assemblea.

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Titolo: "Hoc salutare statutum frequenter in ecclesiis publicetur. La ricezione del canone XXI De confessione nella normativa sinodale pre-tridentina (secoli XIII-XV)"
Editore: Lateran University Press
Autore: Claudio Canonici
Pagine:
Ean: 2484300020742
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. L’istituto della penitenza prima del concilio Lateranense IV

Il canone, o costituzione, XXI del IV concilio Lateranense – citato spesso anche nelle fonti antiche con le parole latine dell’incipit «Omnis utriusque sexus», ma che io definirei, in modo più pregnante, De confessione – si colloca al culmine di un processo epocale di trasformazione dell’istituto sacramentale della penitenza. In effetti, un secolo circa di riflessione teologica, morale, canonistica e un lento processo di riforma portato avanti da varie Chiese locali avevano trasformato la plurisecolare prassi della riconciliazione di quanti si erano macchiati di peccati suscettibili di separarli dal corpo della Chiesa. Non rientra fra i miei obiettivi ricostruire nei minimi particolari quanto il testo del canone, e la prassi che da esso sottende, deve ai processi di cambiamento e rinnovamento dei secoli XII e XIII, ma qualche riflessione preliminare può essere senz’altro utile.

Per diversi secoli la remissione dei peccati, divenuta sostanzialmente ripetibile già in età tardo antica, aveva conosciuto differenti modalità di attuazione tutte, nel complesso, riconducibili a forme di ricomposizione in grado di commisurare la gravità del danno provocato dal peccatore con l’entità della pena da assegnargli, nel momento in cui questi era accusato di un grave peccato o lo confessava, e si riconosceva come penitente1. Storici e teologi si sono trovati abbastanza concordi nel definire “penitenza tariffata” questa constatazione di un peccato manifesto, o confessato volontariamente, l’assegnazione di una correlata penitenza, seguita da un pubblico, o privato, atto di riconciliazione e di assoluzione. Per rendere meno estemporanea la valutazione dell’entità delle pene da assegnare, vennero redatti elenchi più o meno articolati di peccati e di relative pene, definiti Libri paenitentiales, di prevalente provenienza monastica, i quali rispecchiavano le differenti valutazioni teologico-morali delle varie scuole di pensiero2. Questa “contabilità di Dio”, come è stata definita da Paolo Prodi3, ha rappresentato un fondamentale ancoraggio nella pratica della remissione dei peccati prima che la svolta canonistica, da un lato, e il progresso della filosofia e della teologia, dall’altro, rendessero necessaria l’elaborazione di nuovi strumenti per la sua trasformazione in una pratica pastorale nuova.

Tralasciando le implicazioni di tipo canonistico, che ci porterebbero troppo lontano e fuori dagli obiettivi di questo intervento ma sulle quali si dovrà comunque tornare, sia pure con altre finalità, qualche osservazione è necessaria per capire i rapporti fra il pensiero filosofico e teologico dei secoli XII-XIII e la genesi del De confessione. In questo tournant des XIIe et XIIIe siècles, per dirla con Nicole Bériou, insieme a tutta una serie di riscoperte culturali, scientifiche, filosofiche, giuridiche, teologiche4, si manifesta con forza un tratto caratteristico dell’intero periodo, che Marie-Dominique Chenu ha definito «Il risveglio della coscienza»5, intesa come coscienza individuale e soggettiva. Strettamente connesso ad un simile recupero è lo sviluppo di quella morale della responsabilità che un pensatore come Abelardo (†1142), nonostante le condanne a cui andò incontro, contribuì non solo a formulare ma anche a rendere, diciamo così, disponibile al pensiero filosofico e teologico.

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Titolo: "Gli Ordini mendicanti. Riforme e innovazioni nella vita religiosa al tempo di Innocenzo III"
Editore: Lateran University Press
Autore: Alvaro Cacciotti
Pagine:
Ean: 2484300020759
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. Il termine ordo: prassi ecclesiastica e vita religiosa

Tra i vari meriti attribuibili al pontificato di Innocenzo III vi è sicuramente l’intuizione di aver riconosciuto le potenzialità rappresentate dai nuovi gruppi religiosi e, contemporaneamente, di aver operato un notevole sforzo per la sistemazione di quelle spinte riformatrici che animavano la vita religiosa già dal XII secolo.

Il Lateranense IV, previsto per la fine del 1215, venne annunciato con la lettera Vineam Domini del 19 aprile 1213; con esso il Pontefice si proponeva di agire congiuntamente a tutti i religiosi nell’opera di riforma della Chiesa e di stabilire norme giuridiche che riguardassero sia i vescovi che il clero secolare e regolare.

Secondo le cronache del tempo al Concilio parteciparono quattrocento vescovi, settantuno primati e metropoliti e più di ottocento tra abati e priori2. Innocenzo III predilesse due Ordini, almeno nelle sue prime intenzioni, per essere sostenuto nell’organizzazione del Concilio: i Priori generali della congregazione dei monaci Cistercensi e della congregazione dei canonici Premonstratensi. Essi ebbero infatti il privilegio di assistere da vicino il Papa nell’organizzazione dei primi lavori conciliari.

Ad essere oggetto della legislazione del Lateranense IV furono i religiosi regulares. Le norme del Concilio ripresero alcune delle costituzioni del Lateranense III e alcune disposizioni dei recenti Concili Provinciali.

«Il Concilio ebbe il merito di affrontare […] problemi in maniera più generale, in un programma di unificazione del diritto dei religiosi, estendendo a tutti quanto valeva o era stato concesso per alcuni […] applicando a tutti certe innovazioni benefiche concesse ad alcuni religiosi, ed estendendo a essi delle norme canoniche conciliari emanate per il clero secolare. Fu pertanto un’opera vasta e profonda, anche se disuguale e non sempre valida ed efficace»3.

Un ruolo sicuramente preponderante nella stesura delle costituzioni conciliari lo ebbero le dottrine ecclesiologiche dello stesso Innocenzo III e l’azione di governo da lui portata avanti nei precedenti diciotto anni di pontificato.

Ad Innocenzo III, uomo di studi, esperto di questioni sia teologiche che politiche, non mancò l’occasione di conoscere da vicino, già prima della sua elezione papale, i lavori della Curia romana. Ciò gli permise dunque di essere anche a stretto contatto con la Cancelleria pontificia (che in quegli anni si andava sviluppando in maniera esponenziale e si modificava in maniera sostanziale), e di acquisire una sempre maggiore familiarità sia con le prassi in vigore in essa sia, soprattutto, con i lessici che in essa erano impiegati.

Egli ebbe subito occasione di notare quanto fosse importante la precisione nell’uso dei vocaboli per instaurare rapporti diplomaticamente corretti sia con le forze religiose che con quelle politiche.

È stato ad esempio notato che tanto nei Registri papali, quanto nei Gesta Innocentii papae III (opera che narra la vita di Lotario dei Conti di Segni dalla sua nascita fino all’anno 1208-1209, scritta probabilmente da un impiegato della Cancelleria papale che, verosimilmente, conosceva personalmente il Pontefice4) persino il lessico utilizzato per designare il territorio su cui si estendeva l’azione diretta del Papato (per intendersi quello che venne poi definito il Patrimonium) risultava spesso variabile. A causa, infatti, della situazione politica estremamente volubile e molto instabile di questi territori «il papato non aveva ancora elaborato una terminologia atta a distinguere le terre realmente sotto la sua potestà temporale, e quelle dove vantava solo altissimi diritti di sovranità feudale o di protettorato».

Molto probabilmente ciò era dovuto al fatto che la terminologia in questione era stata variamente utilizzata non solo da Innocenzo III, ma anche dai suoi predecessori: è solo a partire dai pontificati successivi che i sostantivi utilizzati per delineare i possessi papali verranno adoperati con maggiore cognizione, benché le sfumature di significato usate dalla Cancelleria testimonino un’evoluzione non sempre lineare e completa anche di termini chiave per la politica territoriale pontificia.

La variabilità dell’utilizzo del lessico rispecchia perciò, in modo preciso, l’instabilità delle relazioni del Papato con le terre del Patrimonium.

Un discorso analogo, e ancora più esteso, riguarda il lessico usato dalla Cancelleria per designare le moltissime comunità (o forse si vorrà dire fraternità, gruppi religiosi, movimenti, religiones) di ispirazione pauperistico-evangelica che tra il XII e il XIII secolo proliferarono in maniera mai vista fino ad allora e che ovviamente fecero riferimento proprio ad Innocenzo III per ottenere da lui un riconoscimento o per presentarsi come alternativa ad un Papato che essi non riconoscevano.

Notoriamente si afferma che con il canone 13 del Lateranense IV si legiferò riguardo gli “Ordini” nuovi che si erano formati fino ad allora e che ancora si andavano formando ai tempi del Concilio.

Sarà bene dunque analizzare con precisione il suddetto canone; ma prima ancora sarà bene chiarire cosa si intende per “Ordine”.

Il lemma è complesso ed articolato e rischia di creare confusione quando lo si voglia riferire proprio alle realtà religiose sorte nel periodo in considerazione. È necessario mettere alcuni punti, si spera fermi, basandosi sulla definizione che ne diede il Dubois6. L’accezione con cui il termine veniva usato nel latino classico è fondamentalmente la stessa usata nell’Antico Testamento: ordo era tanto l’ordine con cui era fatta una costruzione, quanto l’ordine militare o religioso con cui si distinguevano le vari classi della società.

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Titolo: "Il Lateranense IV. Bilanci e prospettive"
Editore: Lateran University Press
Autore: Lubomir ak
Pagine:
Ean: 2484300020780
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. Nel clima di una nuova fase di ricerca

Desidero prima di tutto ricordare che i lavori del Simposio sul Concilio Lateranense IV tenutosi nella Facoltà di Teologia della Pontificia Università Lateranense e i cui atti vengono qui pubblicati, si sono svolti in un momento storico che ormai sfugge – almeno in parte, se non completamente – alla critica che nel 1961 formulava Michele Maccarone, docente della PUL, a proposito della dimenticanza dei concili medievali nei lavori di storici e canonisti. In un articolo di quell’anno egli confessava che lo storico che voglia addentrarsi in una conoscenza non superficiale del IV concilio lateranense, considerato il più importante di tutto il Medioevo1, e «in una valutazione critica della sua opera e dei suoi risultati, si trova in grave imbarazzo a motivo della trascuratezza in cui questo ricco campo di studi è stato abbandonato, soprattutto dai canonisti»2. Di conseguenza aggiungeva:

«Vorrei augurarmi che il grande interesse suscitato dall’annuncio e dalla preparazione del prossimo concilio ecumenico […] serva a stimolare e favorire studi seri, condotti su salde basi filologiche e critiche, a vantaggio di questo come degli altri concili medievali. […] È un vasto campo, che richiede amore e lunga preparazione e dei cui risultati potranno valersi lo storico, il canonista ed il teologo»3.

Ebbene, oggi si va in questa direzione, dato che negli ultimi decenni si sono moltiplicate le ricerche aventi per oggetto proprio tale assemblea conciliare e il papa che l’ha convocata4. Va riconosciuto, tuttavia, che i nuovi passi in avanti sono stati possibili soprattutto grazie alle scienze storiche5. Quanto alla teologia, il suo contributo all’approfondimento del Lateranense IV – dell’insegnamento, della ricezione e dell’influsso del concilio sullo sviluppo della dottrina ecclesiale e della teologia – è ancora in uno stadio piuttosto iniziale, come attesta il numero finora esiguo di studi teologici dedicati a questo specifico argomento. A che si deve tale stato di cose? Una delle cause è indubbiamente che la teologia è incline a relativizzare l’importanza dei concili medievali a beneficio del concilio di Trento – ricco teologicamente (quanto ai contenuti sia delle discussioni e degli interventi dei partecipanti sia dei decreti approvati) e incisivo dottrinalmente – e dei successivi concili vaticani. Ma vi è, credo, anche un’altra causa da prendere in considerazione: tendendo a valutare il Lateranense IV alla stregua dei precedenti concili lateranensi, si è inclini a vedere in esso, nonostante il carattere dottrinale delle prime tre costituzioni, un concilio principalmente o quasi esclusivamente disciplinare e pastorale6 e, perciò, di poco interesse per la teologia.

Il Simposio che si è tenuto nella Facoltà di Teologia della PUL in occasione degli 800 anni del Concilio, ha voluto accogliere la sfida e offrire un contributo specificamente teologico allo studio del Lateranense IV. Si è perciò concentrato soprattutto sui temi teologici e dottrinali, prediligendo l’orizzonte di interpretazione storico-teologica del suo insegnamento. Che questa scelta si sarebbe rivelata promettente e feconda è stato preannunciato, sempre nel 1961, già dal prof. Maccarone ed è stato ribadito, dopo di lui, dal compianto prof. Mario Sensi, personalmente impegnato, nella fase preparatoria del nostro Simposio, nell’individuare piste di ricerca e argomenti da affidare ai relatori del medesimo.

2. Alcune premesse metodologiche

Le relazioni e le comunicazioni hanno messo in luce con rigore e chiarezza che il contenuto delle costituzioni del Lateranense IV è significativo dal punto di vista non soltanto giuridico-disciplinare e pastorale, ma anche teologico-dottrinale e che esso offre uno spazio assai ampio alla ricerca teologica.

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Titolo: "Teologia ed ermeneutica dell'alterità. Il dibattito medievale fino al Concilio Lateranense IV"
Editore: Lateran University Press
Autore: Sergio P. Bonanni
Pagine:
Ean: 2484300020629
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

1. La semplicità dell’essenza e i nomi trinitari: il confronto fra Eunomio e Agostino

Si può dire di Dio che è essenza? Nel quadro del monoteismo trinitario cristiano, solo agli eretici sembra davvero opportuno e possibile, insinua Jean-Luc Marion nel suo De surcroît1. Una provocazione, certo. Anche questo un eccesso. Ma un eccesso pronto a dare ragione di se stesso con un concreto riferimento alla storia. Marion si sofferma a richiamare il dibattito teologico del quarto secolo e la versione dell’arianesimo che in esso comparve ad opera di Eunomio2. A distinguere l’essenza divina dall’essenza di tutte le altre cose, è il fatto che l’essenza divina non ha principio: la sua ousia (οσα) – afferma l’eretico – è la sua aghennesia (γεννησα), ed è questo a marcare l’alterità, la differenza fra Dio e l’altro da Dio. L’homoousios (μοοσιος) niceno risulta dunque insostenibile: colui che viene dal Padre come suo Unigenito, e che anche per il teologo di Cizico può dirsi divino, non può che essere una creatura. Il nome Figlio non potrà mai segnalare una differenza nella divina e semplicissima essenza: come tutti gli ariani, anche Eunomio, osserva Marion, «ritiene che l’ideale (metafisico) dell’equazione tra una parola e/o un nome, e il concetto di essenza, si realizzi in modo rigoroso proprio (e paradossalmente, soprattutto) nel caso di Dio».

Con l’annuncio della sua aghennesia, dichiara con forza l’Apologia, «non pensiamo di dover onorare Dio soltanto di nome, secondo un concetto umano, ma di dover pagare a Dio il debito più imprescindibile di tutti: la confessione che egli è ciò che è»4. Ingenerato – e proprio per questo privo di quella composizione legata al fatto che il loro essere quello sono, le altre cose lo derivano da un principio esterno – Dio non ammette una generazione intesa come vera e propria partecipazione della propria natura ad altro5. Ovvero: se è veramente e pienamente Dio, in lui non c’è posto per l’alterità.

Perché poi – leggiamo ancora nell’Apologia – come dovremmo pensarla, questa divina generazione? Potremmo ipotizzare una diastasis6 e intenderla come una divisione dell’essenza divina: ma in questo caso Dio non sarebbe più, semplicemente, l’ingenerato, e finiremmo per trasformarlo in qualcosa di diverso da quello che era prima. Se invece volessimo immaginare la generazione divina come sunkrisis7, come confronto o associazione di un altro all’ingenerato, ci ritroveremmo di fronte ad altrettanto evidenti aporie. Infatti, dal momento che è impossibile associare realtà che non possono avere nulla in comune, non resterebbe altra via che quella di mettere in comune la dignità della sostanza. Ma in questo caso, coerenza vorrebbe che fosse lo stesso anche per il nome con cui quella dignità è significata: se davvero la sostanza del Padre potesse essere comunicata al Figlio in modo da tale da dovergli riconoscere la stessa essenziale dignità, comunicati dovrebbero essere anche i nomi8, e non si potrebbe evitare l’assurdo sabelliano che spunta quando si afferma che il Figlio altro non è che il Padre.

Nella Denkform eunomiana, chi davvero vuole incomunicabile il nome, deve riconoscere incomunicabile anche la sostanza. Alla luce di questo principio, è evidente che nessun tentativo di eliminare lo scarto fra ingenerato e generato potrà sottrarsi al destino di portare confusione. Se è inaccettabile che alcuni rifiutino di riconoscere la creaturalità del Figlio (i niceni), non meno insensata appare la posizione di quelli che, pur essendo disposti ad ammettere che il Figlio è creatura, finiscono per contraddirsi introducendo la somiglianza secondo la sostanza: se costoro – lamenta Eunomio, chiudendo le porte al dialogo con gli omoiousiani – «avessero avuto qualche preoccupazione per la verità, avrebbero dovuto riconoscere che se i nomi sono diversi, sono diverse anche le sostanze. Infatti così, e solamente così, essi conserverebbero il giusto ordine, rendendo a ciascuna di queste due sostanze il riconoscimento che le spetta».

[...]



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Titolo: "La luce del mondo: una rivendicazione del ruolo storico del diritto canonico"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Wim Decock
Pagine:
Ean: 2484300022425
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Estratto:

Dal punto di vista storico, gli esperti di diritto canonico hanno dato un contributo fondamentale allo sviluppo delle culture giuridiche nel mondo. Guidato dal desiderio spirituale di costruire una nuova cultura giuridica sulle rovine del diritto romano, che fosse però permeata di valori cristiani, l’appetito normativo dei canonisti, in particolare dall’epoca della riforma gregoriana fino a dopo il concilio di Trento, ha lasciato la propria impronta in tutti gli ambiti della vita. Il loro intento era di creare una cultura giuridica sufficientemente flessibile per spiegare tutte le complessità dell’esistenza, e tuttavia abbastanza rigorosa da evitare di danneggiare la quiete pubblica.

 

Parole chiave: diritto canonico, diritti umani



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Titolo: "La luce del mondo: una rivendicazione del ruolo storico del diritto canonico"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Felix Wilfred
Pagine:
Ean: 2484300022432
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Estratto:

Lo scritto riflette sui molteplici servizi che la teologia potrebbe rendere al diritto canonico. Potrebbe aiutarlo a non cadere nel legalismo e positivismo giuridici, invocando i valori e gli ideali che entrambi ci si aspetta sostengano. Aiutando il diritto canonico a leggere i segni dei tempi, la teologia potrebbe assistere il diritto canonico nel rispondere alle esigenze contemporanee del popolo di Dio e nel superare il rischio di obsolescenza. Inoltre, nel contesto della pluralità delle chiese locali, la teologia potrebbe contribuire alla formulazione di leggi particolari che rispondano meglio alle situazioni concrete. Il dialogo continuo tra teologia e diritto canonico è insomma la necessità del momento per essere in grado di servire in modo efficace il popolo di Dio oggi.

Parole chiave: diritto canonico, riforma, pluralismo



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Titolo: "Più sussidiarietà nel diritto ecclesiale. Conferenze episcopali e tribunali amministrativi"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Burkhard Josef Berkmann
Pagine:
Ean: 2484300022449
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Estratto:

Il principio di sussidiarietà è un “prodotto d’esportazione” della dottrina sociale cattolica. La chiesa ne chiede il rispetto da parte degli stati e delle organizzazioni internazionali, ma vi si attiene anch’essa? È stato uno dei princìpi-guida nella riforma del diritto ecclesiale dopo il concilio Vaticano II, ma successivamente la sua applicabilità all’interno della chiesa è stata sempre più messa in discussione. Quando però si riconosce l’importanza della dimensione della giustizia nel diritto ecclesiale, il principio di sussidiarietà si rivela chiaramente quale criterio fondamentale per la giusta ripartizione delle competenze.

 

Parole chiave: diritto canonico, sussidiarietà, conferenze episcopali, tribunali



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Titolo: "Regimen animarum, predicazione e disciplina dei sacramenti al concilio Lateranense IV"
Editore: Lateran University Press
Autore: Renzo Gerardi
Pagine:
Ean: 2484300020728
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Questo contributo – il cui titolo delimita e chiarisce l’ambito di riflessione e di indagine – è diviso in tre parti, seguite da una breve conclusione.

La prima parte costituisce un’introduzione al tema specifico.

Nella seconda parte (testi, contesti, pretesti) vengono prese in esame le costituzioni conciliari che trattano dei temi in oggetto: guida delle anime, predicazione, disciplina dei sacramenti.

Nella terza parte (attuazioni e interpretazioni) si dà sviluppo ad alcuni aspetti, che necessitano di chiarimento, e si accenna ad alcune effettive attuazioni del dettato conciliare, ma anche a difficoltà o impossibilità di esecuzione.

1. Introduzione

1.1. Un movimento di riforma per il bene della Chiesa e delle anime

1.1.1. Nel convocare un concilio nuovamente al Laterano nel 1215, era evidente la volontà di papa Innocenzo III di “restaurare” la Chiesa e di trattare «quae universorum fidelium statum respiciunt»1. Nella lettera di convocazione il 19 aprile 1213 aveva indicato chiaramente il motivo: «propter lucra solummodo animarum».

Ragion per cui il Lateranense IV avrebbe dovuto stabilire e precisare anche le qualità morali, compresa la preparazione culturale, di chi è chiamato ad esercitare il regimen animarum. Pertanto – con tali finalità e in simile contesto – si capisce quanto e perché la predicazione e la disciplina dei sacramenti venissero ritenute necessarie ed importanti.

Era stato Gregorio Magno, nel Regulae pastoralis liber, ad affermare che il regimen animarum è l’arte delle arti, ars artium3, spiegando in che modo convenga prepararvisi, chi debba accettare tale compito, chi debba invece rifiutarlo. Infatti il governo pastorale, proprio perché assai impegnativo e difficile, può risultare anche pericoloso: pertanto bisogna essere ben preparati, quindi è necessario preparare bene a tale compito.

1.1.2. Il Lateranense IV si pone, in un certo senso, come conclusione del “movimento di riforma” avviato da papa Gregorio VII. Nello stesso tempo vuole anche aprire la strada a innovazioni significative.

Il programma e l’attuazione della riforma gregoriana aveva avuto come strumenti principali nel XII secolo sinodi e concili4. Sinodi, diocesani e provinciali, oltre che i primi tre concili lateranensi, hanno dato sempre più importanza al ruolo istituzionale. La vita del clero e l’amministrazione dei sacramenti costituiscono la parte principale di quelle deliberazioni, che sono anche fonte delle costituzioni del Lateranense IV, come ormai è opinione comune da parte dei commentatori.

Il concilio generale apertosi al Laterano il 27 marzo 1123 da papa Callisto II aveva inteso meglio organizzare la vita della Chiesa, affidando al vescovo la direzione di tutti i negotia ecclesiastica (costituzione VIII) ed in particolare la responsabilità della cura animarum delle chiese parrocchiali (costituzione XVIII)5. Anche il secondo concilio Lateranense, con papa Innocenzo II nel 1139, ebbe un carattere esclusivamente disciplinare. Il terzo concilio del Laterano, nel 1179 con papa Alessandro III, si distinse per la volontà di affrontare i grandi problemi della organizzazione ecclesiastica: tra essi, le questioni della disciplina nelle diocesi6. Pertanto fissò un ordinamento canonico del clero in cura d’anime, che trovò applicazione e sviluppo grazie all’inserimento delle costituzioni conciliari nelle raccolte di decretali tra la fine del secolo XII e l’inizio del secolo XIII7.

1.1.3. Nel generale processo di “organizzazione pastorale”, attivato nel secolo XII, i due elementi principali della cura animarum – predicazione e amministrazione dei sacramenti – hanno avuto un rilievo indiscutibile8. Sembra, però, che la questione principale (quella ritenuta più problematica e più urgente da risolvere) fosse piuttosto quella dei “luoghi” e degli “operatori”. Vale a dire: diocesi e vescovi, parrocchie e parroci…

Risulta ben documentato il fenomeno delle molte chiese parrocchiali che non dipendevano esclusivamente dal vescovo, perché appartenenti ad un grande proprietario o alla comunità degli abitanti o ad un monastero o ad un capitolo. C’era il problema dei proventi delle chiese, che rimanevano solo in piccola parte ai preti deputati al servizio della chiesa stessa, per cui a stento si riusciva a trovare un sacerdos parochialis che «ullam vel modicam habeat peritiam litterarum»9.

Si trattava, dunque, di dare riforma all’istituzione della parrocchia, che non fosse soltanto come un beneficio per il sostentamento del clero, ma anche e soprattutto fosse luogo della cura animarum.

[...]

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Titolo: "Asprenas"
Editore:
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300022890
Prezzo: € 7.50

Descrizione:

EDITORIALE

 

STUDI

EZIO ALBRILE, Un sensale in Paradiso. Visioni dell’aldilà ai confini di iranismo ed ellenismo

CARLO BORASI, Quale volto per l’etica ambientale?

EDOARDO CIBELLI, La giustizia umana nell’orizzonte esistenziale

LORENZOGASPARRO, Marco e le Scritture. L’Antico Testamento e il suo compimento

nel Secondo Vangelo

ALBERTO SARTORI, Filosofia e teologia in dialogo nel pensiero di Bruno Forte

 

NOTE CRITICHE

EUGENIO BASTIANON, Religione e ragione in Kant. Una ricerca sull’ermeneutica della fede

LORELLA PARENTE, Il povero come sacramento di Cristo in Giacomo Cusmano

ANIELLO PIGNATARO, Etica e comunicazione nel “villaggio globale”

 

RASSEGNE&FIGURE

ROBERTO DELLA ROCCA, Testi biblici “scomodi” negli autori cristiani antichi

GIUSEPPE FALANGA, La liturgia luogo della misericordia

MICHELE GIUSTINIANO, Cattolici e Protestanti a 500 anni dalla Riforma

 

RECENSIONI

SCHEDE BIBLIOGRAFICHE

 

LIBRI RICEVUTI

INDICE DEGLI AUTORI

 

_______________________________

EDITORIALE

Il rapporto tra il Primo e Nuovo Testamento, il dialogo tra filosofia e

teologia oggi, la ricerca di un’etica ambientale per tutti, la giustizia umana

nella vita di ogni persona, la visione dell’aldilà e la concezione della morte nel

mondo greco e persiano, come pure il rapporto tra religione e ragione in Kant,

sono alcuni degli argomenti trattati in questo volume unico di Asprenas che

apre gli orizzonti del lettore a una conoscenza più approfondita della realtà

che ci circonda e del nostro stare al mondo, favorendo un abbondante materiale

bibliografico attraverso recensioni e schede di libri pubblicati di recente.

L’overture è affidata a Lorenzo GASPARRO il quale, in uno studio ben

mirato, prova a trattare il rapporto tra il Vangelo secondo Marco e le Sacre

Scritture d’Israele. Anche se in questo libro non ci sono citazioni dirette del

Primo Testamento con una formula di compimento, ciò non vuol dire che

il Secondo Vangelo sia privo di riferimenti alle Scritture del popolo eletto.

L’evangelista in discussione, infatti, pone tutto il suo racconto sotto l’egida

della realizzazione delle Scritture, lasciando alla narrazione, al vocabolario

e alle immagini il compito di suggerirlo. È interessante notare come i primi

autori cristiani avessero già realizzato e appreso lo stretto legame tra i due

Testamenti. Ciò favorisce una lettura sempre più contestuale del pensiero e

della missione di Gesù e della comunità primitiva. Alberto SARTORI, invece,

ha dedicato uno studio a quella dimensione dialettica e speculativa che ha

sempre caratterizzato la produzione teologica di Bruno Forte, oggi arcivescovo

di Chiesti-Vasto, già docente della nostra Facoltà Teologica dell’Italia

Meridionale, le cui pubblicazioni e ricerche hanno avuto una vasta diffusione

in tutto il mondo e in più lingue. L’articolo analizza, in modo particolare,

le fonti a cui attinge il teologo napoletano e il superamento di alcune

prospettive filosofiche presenti in Schelling, Heidegger e Lévinas. La rigorosa

formazione filosofica e teologica di Forte si apre al Mistero della rivelazione

in Cristo, la forma concreta di Dio nella storia.

Carlo BORASI riprende una questione fondamentale a proposito dell’etica

ambientale: quale volto darle? Si è alla ricerca di un fondamento metaetico.

Dopo aver esaminato le diverse posizioni di tipo antropocentrico e anti-

antropocentrico, è presa in considerazione la concezione giudaico-cristiana

che appare molto esigente per la custodia del creato. Il rispetto dell’ambiente,

la difesa del creato e la valutazione delle risorse energetiche e dei

consumi da parte dell’umanità devono fare i conti con il tasso d’inquinamento

sempre più elevato e con la salute dell’uomo. Una riflessione etica, in

relazione, però, alla comunicazione, è presente nella nota critica di Aniello

PIGNATARO che insiste sull’aspetto della responsabilità nel linguaggio e

nella trasmissione di contenuti all’interno di un’informazione sempre più

globale. Edoardo CIBELLI presenta uno studio sulla nozione di giustizia in

Bernard Lonergan e cerca un dialogo con le nuove acquisizioni delle neuroscienze

in rapporto al comportamento umano. Ci chiediamo se le grandi riflessioni

sull’ambiente, il creato, la giustizia umana, il dolore innocente, il male,

non debbano aiutare la nostra società a interpretare nel migliore dei modi

certe tragedie e morti annunciate, come quelle avvenute negli ultimi mesi

nel Centro dell’Italia per il devastante terremoto, che hanno come autore

non Dio bensì l’uomo negligente e irresponsabile, e che presentano alla base

strutture e modi di pensare deviati dalla corruzione e dall’opportunismo.

È molto stimolante lo studio, a carattere filologico e storico-religioso, di

Ezio ALBRILE sulla morte e l’aldilà nell’iranismo e nell’ellenismo: sono approfondite

alcune concezione tanatalogiche che il mondo islamico e lo stesso

Corano hanno recepito dall’Oriente.

La nota critica di Eugenio BASTIANON è dedicata al rapporto tra fede e

ragione in Kant secondo una prospettiva ermeneutica. La riflessione kantiana

sulla religione affronta aspetti antropologici, cristologici e interpretativi

che non sempre sono stati sviluppati nella storiografia. Per Kant, Gesù è la

perfezione del sistema “uomo-Dio”. La presenza di Cristo nei poveri è riportata

alla luce nella nota critica che Lorella PARENTE dedica alla figura

del beato Giacomo Cusmano (1834-1888) il cui vissuto di fede e umano è

carico di spessore teologico.

Di grande attualità la sezione Rassegne&Figure che riporta il resoconto

di tre importanti eventi culturali ed ecclesiali. Il primo, curato da Roberto

DELLA ROCCA, è dedicato agli autori cristiani e a quei testi biblici dichiarati

“scomodi”. Sono qui ripresi i risultati dell’incontro degli studiosi dell’antichità

cristiana promosso dall’Augustinianum di Roma. Il secondo, in

pieno tema giubilare, riguarda la liturgia come luogo della misericordia.

Giuseppe FALANGA presenta i contenuti più importanti delle relazioni tenute

in occasione della 67ª Settimana Liturgica Nazionale: il Vangelo della

misericordia è Gesù Cristo, il Crocifisso-Risorto. Il terzo resoconto è affidato

a Michele GIUSTINIANO che ha partecipato come nostro inviato al convegno

ecumenico organizzato dalla Cei a Trento su Cattolici e Protestanti a

500 anni dalla Riforma, uno sguardo comune sull’oggi e sul domani.

L’ecumenismo, come pure un certo stile misericordioso, ha ribadito

papa Francesco in più occasioni, è la nostra carta d’identità, lo statuto del

vero discepolo nel suo rapportarsi agli altri nel mondo. È chiaro che il desiderio

dell’unità tra i cristiani, il cammino di conversione di tutte le Chiese

e la ricerca del bene comune tra popoli e comunità immettono ciascuno di

noi in un atteggiamento di cambiamento non sempre facile ma comunque

necessario che ci porta a vedere la giustizia come il frutto della misericordia

e la misericordia stessa come bisogno di custodire l’altro – il nostro prossimo,

il fratello – sempre nel bene, nella vita. Vale la pena ricordare che, nella

lettera apostolica Misericordia et misera (20-11-2016), al termine del

Giubileo straordinario, papa Francesco afferma che la misericordia «non

può essere una parentesi nella vita della chiesa, ma costituisce la sua stessa

esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo.

Tutto si rivela nella misericordia; tutto si risolve nell’amore misericordioso

del Padre» (n. 1).

LUIGI LONGOBARDO



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Titolo: "«Mores et acta clericorum» al Concilio Lateranense IV"
Editore: Lateran University Press
Autore: Roberto Nardin
Pagine:
Ean: 2484300020735
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

«È questa Pasqua, cioè la “fase”, il passaggio, che ho desiderato ardentemente di mangiare con voi. Di essa in Esodo (12,11) si dice: “Lo mangerete in fretta: è la Pasqua del Signore”. Si legge nel libro dei Re (2Re 23,23), ed è chiarissimamente riportato nel libro delle cronache (2Cr 35,1), che nel diciottesimo anno di regno del re Giosia fu restaurato il tempio e fu celebrata la “Fase”, come non accadeva in Israele dai tempi dei giudici e dei re. Volesse il cielo che questo nostro diciottesimo anno di pontificato sia restaurato il tempio del Signore, che è la Chiesa, e celebrata la “Fase” o Pasqua, cioè questo solenne concilio per mezzo del quale avvenga il passaggio dai vizi alle virtù».

(Innnnocenzo III , Sermone di apertura del Concilio Lateranense IV)

«Ut clericorum mores et actus in melius reformentur»

(Concilio Lateranensnse IV , Costituzione 14a)

1. Introduzione

In continuità con la riforma gregoriana, tra gli scopi del Concilio Lateranense IV il papa Innocenzo III pone, nella bolla Vineam Domini (19 aprile 1213) con la quale convoca il Concilio, estirpare i vizi, seminare le virtù, correggere gli abusi e riformare i costumi1 per un rinnovamento spirituale nella Chiesa. Nel sermone di apertura del Concilio, Desiderio desideravi (11 novembre 1215) lo stesso Papa ritorna sulla dimensione spirituale quale momento centrale in riferimento ai tre livelli con i quali rilegge la “Pasqua” colta come passaggio corporeo (liberare la Terra Santa), spirituale (la riforma della Chiesa) ed eterno (escatologico), sottolineando, incisivamente, che «qualsiasi corruzione nel popolo deriva infatti principalmente dal clero»2, evidenziando, così, quale tra le componenti ecclesiali – clero, religiosi e laici, secondo la tripartizione, ordines, della ecclesia – dovesse avere l’attenzione normativa del Concilio che stava per iniziare.

Con il presente contributo si vuole focalizzare, quindi, una tematica di primo piano del Lateranense IV. L’indagine intende evidenziare come lo stesso Concilio abbia letto lo status dei costumi del clero dell’epoca e quali rimedi abbia definito per riformarli. Prendendo spunto dalla frase di apertura della Costituzione 14a, posta ad esergo del presente contributo, «Ut clericorum mores et actus in melius reformentur»3, si articola la breve ricerca in due parti più una terza conclusiva. Nei primi due momenti si illustra l’analisi della situazione (prima parte: «clericorum mores et actus») e la normativa riformatrice del Lateranense IV (seconda parte: «Ut […] in melius reformentur») in riferimento alla vita clericorum. Infine, nel terzo e conclusivo momento, si cercano di cogliere le chiavi di lettura teologiche con cui il Lateranense IV ha legiferato in merito alla riforma morale del clero.

Nel Lateranense IV “i costumi” e il comportamento del clero sono trattati in particolare nella sezione che comprende le Costituzioni dalla 14a alla 21a, a cui dobbiamo aggiungere le Costituzioni dalla 63a alla 66a che trattano della simonia.

Per un quadro completo, tuttavia, occorre considerare anche ciò che precede e ciò che segue la sezione specifica sopra evocata, ossia, rispettivamente, la trattazione della disciplina ecclesiastica, dalla Costituzione 6a alla 13a, e la normativa sull’elezione dei vescovi e l’amministrazione dei benefici, dalla Costituzione 23a alla 32a.

2. I costumi del clero al Concilio Lateranense IV: «[…] clericorum mores et actus (Cost. 14a)» (Cost. 14a-21a)

Focalizzando la nostra attenzione alla sezione centrale e specifica sul nostro tema (Cost. 14a-21a)4, la Costituzione 14a affronta subito la questione dell’incontinenza dei ministri sacri come elemento prioritario della riforma dei costumi, per cui si afferma che affinché i costumi e il comportamento del clero siano riformati al meglio, tutti cerchino di vivere nella continenza e nella castità, soprattutto coloro che hanno ricevuto gli ordini sacri5. La stessa Costituzione stabilisce delle punizioni qualora il clero sia incontinente, come rileva già nel titolo (De incontinentia clericorum punienda). Nel testo si prevede che l’incontinenza porti alla sospensione (hac de causa suspensus) del chierico reo che può trasformarsi, riprendendo quanto già stabilito dal precedente Concilio, il Lateranense III, al canone 116, nella perdita perpetua dell’ufficio e dei benefici ecclesiastici qualora il membro del clero pretendesse di celebrare i divini misteri (divina celebrare praesumpserit), accumulando, così, una duplice colpa (pro hac duplici culpa perpetuo deponatur).

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Titolo: "Romano pontefice ed episcopato nel Lateranense IV"
Editore: Lateran University Press
Autore: Giovanni Tangorra
Pagine:
Ean: 2484300020698
Prezzo: € 4.00

Descrizione:

Inserita all’interno di un ampio programma sugli scopi e l’importanza del Lateranense IV, questa riflessione gravita intorno alle principali costituzioni conciliari sul papato e sull’episcopato. Il mio primo accorgimento metodologico è stato di situarle all’interno dell’ecclesiologia innocenziana che, oltre all’interesse storico, contribuisce a chiarirle; il secondo è di aver tenuto presenti alcune dottrine del concilio Vaticano II, evitando trasposizioni anacronistiche. Il Lateranense IV va preso per quello che effettivamente è stato e ha detto, e gli 800 anni di distanza non sono trascurabili. Il fatto che ne stiamo celebrando la memoria, attesta però che esso è riuscito a varcare la soglia della lettera. Si tratta quindi anche di capire perché questo è avvenuto. Dopo una premessa introduttiva, utile a entrare nel clima dell’epoca (1), mi soffermerò su aspetti di ecclesiologia generale (2), sul papato (3) e sull’episcopato (4), terminando con un breve bilancio.

1. Il tempo

Anche se il trattato nascerà di lì a poco, e cioè nel XIV secolo, almeno secondo le caratteristiche sistematiche odierne, non si ha difficoltà a riassumere l’ecclesiologia di Innocenzo III (†1216) in due categorie che la riflessione contemporanea adopera per dire il punto di svolta del Vaticano II: piramidale (o gerarcologica) e giuridica. Il paragone della piramide risale a Gilberto di Limerick (†1139) che descrive i membri della Chiesa in linea ascendente, procedendo dalla base popolosa dei carnali verso la cima aguzza occupata dai pastori e dai monaci1. La sua prospettiva è teologico-spirituale, e segue la visione medioevale di classificare le persone in relazione alla loro vicinanza con le cose celesti, ma in ambienti ecclesiastici assumerà ben presto un carattere giuridico. La nascita del diritto è la vera novità del tempo. Tra il 1140 e il 1142 esso assiste alla comparsa della Concordantia discordantium canonum Gratiani, pietra miliare di una svolta giuridica, che mette ordine nei vari aspetti della vita e delle relazioni ecclesiali. I concili divengono luoghi di emanazione di norme, e il papa stesso assume il nuovo ruolo di legislatore, beneficiando di un potere universale che lo situa al posto più alto della piramide. L’ecclesiologia dei secoli tra il XII e il XIII si colloca in questo quadro, che Gérard Fransen riepiloga tramite «una crescita continua dell’influenza e della potenza pontificale, con il diritto canonico quale strumento di questa egemonia»2.

L’erosione del regime feudale da parte dell’organizzazione municipale, lo sviluppo economico-sociale con la nascita della borghesia, e una forte mobilità, derivante da nuove forme di comunicazione, fanno però registrare in questi stessi secoli un risveglio comunitario, che può spiegare il ritorno dei concili universali dopo un lungo periodo di assenza, di cui quattro Lateranensi nel breve spazio tra il 1123 e il 1215. L’alto medioevo fu un’epoca di ripresa collettiva, che coinvolse vasti strati della popolazione, a partire dalla ricerca intellettuale, con la nascita delle università a Bologna, Oxford, Salerno, e a Parigi, che avvia il periodo d’oro della teologia, vedendo brillare le stelle di Pietro Abelardo, Pietro Lombardo e Pietro Cantore3. Ed è a Parigi, al momento regolata da uno studio pratico ed esegetico, che troviamo il giovane Giovanni Lotario dei conti di Segni in cerca di specializzazione teologica. Da papa ne diverrà il maggior promotore e organizzatore4. I movimenti sociali e intellettuali furono accompagnati dal fervore spirituale, esercitato dalla riforma monastica, con personaggi della misura di Bernardo di Chiaravalle (†1153) e la creazione di numerosi centri, dove spicca il monastero di Cluny. Se da una parte essi furono funzionali al papato, a fronte di un episcopato e di un clero ancora largamente sottomessi ai prìncipi, servirono pure ad avviare quel processo di reformatio in capite et in membris che attraverserà tutto il medioevo.

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Titolo: "Aquinas n. 2/2016"
Editore: Lateran University Press
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300023903
Prezzo: € 24.00

Descrizione:

 

Presentazione (di Leonardo Messinese)

Articoli

Angela Ales Bell o, L’antropologia filosofica di Edith Stein fra ontologia e metafisica

Hanna-Barbara Gerl-Falk ovitz, Persona. Il percorso del pensiero di Edith Stein dalla fenomenologia attraverso l’ontologia fino alla dottrina della persona

Nicoletta Ghigi, La conoscenza dell’in sé mediante il sentire emozionale. Un confronto tra Nicolai Hartmann e Edith Stein

Paulina Monjaraz Fuentes, La specie “uomo” e “donna” secondo Edith Stein. Alternativa alla decostruzione del genere nell’ideologia gender

Patrizia Manganaro, Grammatiche dello spirito: Einfühlung, Bildung, Aufbau. Sul personalismo realista di Edith Stein

Francesco Alfieri, «Mensch» o «Dasein»? Edith Stein e Martin Heidegger

Anna Maria Pezzell a, Psicologia e pedagogia: fenomenologia di un incontro. Una riflessione di Edith Stein

Antonio Calc agno, Toward a Steinian Ethics in the State. On the Communal Value of Law

Luisa Avitabil e, Sullo Stato di diritto in Edith Stein

 

Note e Discussioni

Paul Gilb ert, Sur l’analogie. Erich Przywara (1889-1972)

Michael Konrad, La rilevanza delle emozioni nell’utilitarismo di John Stuart Mill

Marco Ivaldo, Filosofia della performatività e ontologia della relazione

Leonardo Messinssinssinssinese, Filosofia della performatività e filosofia prima

 

Analisi di opere

Martin Heidegger, Dell’essenza della libertà umana. Introduzione alla filosofia [P. Treves]

Juvenal Savian Fil ho, Filosofia e filosofias: existência e sentidos [G.L.d. Santos]

Notiziario, a cura di Philip Larrey

 

Libri ricevuti

Indice dell’annata

 

 

 

 

 

Presentazione

di Leonardo Messinese 

In un saggio del 1990 intitolato Della persona, Paul Ricoeur ebbe a rilevare che «la persona resta, ancor oggi, il termine più adeguato per dare impulso a ricerche per le quali non sono adeguati […] il termine di coscienza, né quello di soggetto, né quello di individuo» (P. Ricoeur, La persona, a cura di I. Bertoletti, Morcelliana, Brescia 1997, p. 38). E volendo indicare in forma sintetica, ma anche con grande efficacia, la sua prospettiva di fondo in merito a una filosofia della persona, che era quella di articolare una “fenomenologia ermeneutica”, Ri­coeur così si esprimeva: «Ho designato quattro piani, o quattro strati, di ciò che potrebbe costituire una fenomenologia ermeneutica della persona: linguaggio, azione, racconto, vita etica» (ibi, p. 39). In effetti, Ricoeur è restato sempre fedele all’approccio fenomenologico. In tale prospettiva, approfondendo il con­cetto d’identità della persona come “identità narrativa”, egli venne a distinguerlo nettamente da quello dell’identità di una “sostanza”. Conseguentemente egli poté affermare: «L’identità narrativa si sottrae all’aut-aut del sostanzialismo: o l’immutabilità di un nocciolo intemporale, o la dispersione nelle impressioni, come si può osservare in Hume e in Nietzsche» (ibi, p. 68).

 

A dire il vero, si potrebbe rilevare che il “sostanzialismo” criticato da Ricoeur non costituisce l’unico modo in cui è possibile dare forma al concetto di “sostanza”. In questa sede ci si può limitare a un primo semplice rilievo: af­fermare la dimensione sostanziale dell’esser persona non implica che si debba per ciò stesso trascurare la dimensione della relazione, ma si tratta anzi pro­prio del contrario. 

 

Anche nella riflessione fenomenologica della Stein, come accadrà poi in Ricoeur, il tema della persona viene ad articolarsi con quello dell’agire, della comunità, della storia, fino a porre la persona finita in relazione con la Persona infinita e non mancando di coniugare la dimensione propriamente filosofica con le “scienze dello spirito”. I saggi raccolti in questo fascicolo di «Aquinas» si propongono di documentare questa ricchezza, ma essi intendono anche mo­strare come nel pensiero di Edith Stein sulla persona la riflessione di ordine fenomenologico si integri con quella di ordine ontologico-metafisico. Guidato dalla competenza degli autori dei vari contributi (Ales Bello, Gerl-Falkovitz, Ghigi, Monjaraz Fuentes, Manganaro, Alfieri, Pezzella, Calcagno, Avitabile), tutti specialisti della Stein, sarà poi il lettore a vedere fino a che punto una tale integrazione risulti pienamente adeguata e dove essa meriti di essere ulterior­mente approfondita. 

 

Il fascicolo presenta anche alcuni testi di “discussione”, tra i quali segna­liamo, anche a motivo della sua ampia strutturazione, il saggio di Paul Gilbert dedicato al tema dell’analogia in Erich Przywara e nel quale, peraltro, sono messi in luce alcuni elementi di contatto tra il pensiero del filosofo gesuita e quello della stessa Edith Stein.



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Titolo: "Rivista di Pastorale Liturgica"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300022401
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Studi

R. Mancini, La grande trasformazione 3

L’articolo presenta il profilo della trasformazione cruciale della nostra esistenza. Benché siamo immersi

in un sistema di disgregazione che spezza l’integrità degli esseri umani e la trama delle relazioni, resta

aperta la possibilità di sperimentare tale svolta essenziale, che consiste nel divenire veramente persone

sino a scoprirci figlie e figli di Dio, dunque fratelli e sorelle verso chiunque.

C. Doglio, Di gloria in gloria 8

Il verbo ‘trasfigurare’ è adoperato dagli evangelisti per narrare l’evento della trasfigurazione di Gesù,

ma l’apostolo Paolo lo usa in due casi per descrivere la dinamica della vita cristiana. In tale processo è

all’opera lo Spirito del Signore che realizza la gloria di Dio, cioè la sua presenza potente e operante, in

vista di una continua e piena trasformazione dei credenti, per rendere ciascuno conforme all’immagine

del Figlio Gesù.

M. Florio, Per una Chiesa trasfigurata: da dove ri-partire? 14

È possibile operare una trasformazione del vissuto ecclesiale a partire da una revisione della prassi

sacramentaria in atto? Il recente sviluppo del catecumenato degli adulti nelle diocesi italiane sembra

propiziare una corrispondente messa in questione della vigente prassi penitenziale. I due tracciati si

incrociano nella vita del credente provocandone una profonda revisione nella prospettiva di una fede

adulta. La stessa celebrazione eucaristica viene posta in una nuova luce.

L. Girardi, I gesti liturgici, trasfigurazione dell’umano 21

Un modo fondamentale in cui l’umano viene assunto a divenire espressione sacramentale del divino è

dato dalla gestualità rituale. Tutti questi gesti, profondamente umani, costituiscono quello spazio aperto

all’incontro con il Signore, per il quale questi stessi gesti si trasfigurano, diventando espressione del

nostro essere partecipi della vita di Dio.

C. Scordato, Conformati a Cristo: dal battesimo all’eucaristia 28

Dio in ogni modo cerca di venire incontro all’uomo; al culmine di questa sua ricerca egli si fa talmente

prossimo da prendere la forma stessa della nostra umanità. In una sorta di ideale continuazione dell’incarnazione,

nel settenario sacramentale particolarmente l’iniziazione cristiana è la formalizzazione della

reciprocità attraverso la quale l’uomo offre a Dio i gesti significativi della propria vita e Dio offre se

stesso facendo propri i gesti della vita umana.

 

Temi pastorali

A. Matteo, Iniziazione cristiana: decenni di insuccessi 34

Oggi non si ha più la possibilità di indicare, ai ragazzi e alle ragazze, un modello di ‘adulto’ e di ‘adulto

credente’ a cui ispirare la propria crescita nella fede. Il nostro è il tempo dell’adulto che ci manca e l’età

adulta appare sempre più uno spazio vuoto, bianco, senza prestigio e senza fascino. Per invertire la rotta

si dovrà ripartire da quell’adulto che è apparso in tutta la sua compiuta forma in Gesù.


Schede per la formazione

D. Castellari, Catechesi e narrazione 39

Ragioni ed esempi per tornare all’antico e narrare la fede come racconto puro e semplice: per paradosso

ciò che è molto antico (la narrazione) è molto attraente per chi è modernissimo come i ragazzi di oggi.

Otto buoni motivi per un catechismo fondato sul narrare/ascoltare e una proposta per offrire una

nuova cornice simbolica alle generazioni odierne. La scheda è pensata come un esercizio spirituale per

catechisti ed educatori.

D. Bresciani, Icona, la Chiesa in preghiera 45

L’icona oggi sfida il nostro immaginario collettivo e richiama la nostra attenzione sulla comunità orante

che è la chiesa e su una creatività corale dove il particolare e l’individuale sono valorizzati in comunione

fraterna. L’icona è testimone della storia della salvezza e della costituzione della chiesa come corpo di

Cristo. La nostra trasfigurazione (e trasformazione) si realizza diventando sempre più parte del corpo

di Cristo che è la chiesa.

M. Gallo, Celebrare la confermazione.

Riflessioni e suggerimenti per preparare il rito 50

Partendo dai contesti in cui viene celebrato, si evidenzia la preparazione remota e la valorizzazione del

contesto comunitario del Rito della confermazione, l’attenzione che devono avere i diversi ‘attori’ e si

danno suggerimenti in merito alle diverse parti della sequenza rituale.

Anno santo

P. Mirabella, Disciplina e sacramenti 59

La radice del rapporto tra disciplina e sacramento sta nella relazione tra l’oggettività della norma e la

soggettività della coscienza. Il percorso muove dal valore della disciplina ecclesiastica, al significato dei

sacramenti, ricercando la soluzione di ogni tensione nella conciliazione della verità con la misericordia.

 

Cronaca

A. Ghersi LXVII Settimana liturgica nazionale del CAL 67

XLIV Settimana di studio APL 69

 

Indice 2016

Dal 1963 la rivista accompagna in Italia la riforma liturgica e cura la formazione liturgica di

ministri, persone consacrate e animatori laici della liturgia, facendo emergere il ruolo che il

culto liturgico occupa nell’azione pastorale. Dal prossimo anno la rivista cambierà formato e

impaginazione per essere più agile e leggibile, con inserti staccabili e tracce di lettura.

Questi i temi dei fascicoli del 2017:

1. Liturgia e famiglia dopo il sinodo 4. Liturgie senza preti?

2. Fanciulli, famiglia, eucaristia 5. Pregare per i defunti

3. Per una liturgia inclusiva 6. Non abbiamo più tempo?



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Titolo: "Archivum Franciscanum Historicum"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300022456
Prezzo: € 20.00

Descrizione:

Index

Discussiones et Documenta

Sophie Delmas - Francesco Siri. – L’autographe retrouvé de Bernardin

de Sienne: l’Itinerarium anni et son histoire 

Juri leoni, OFM. – «A ciò che la regola nostra promessa meglio possiati

observare». Le ordinazioni delle clarisse del Corpus Domini di Bologna 

Cayetano Sánchez FuerteS, OFM. – El hospital franciscano de los Naturales

de Nueva Cáceres, Filipinas

Miscellanea

Mateusz J. Wierzbicki, OFM. – L’irremissibilità del peccato degli angeli

secondo Alessandro di Hales

Gábriel Szoliva, OFM. – Proles de caelo prodiit. The First Vespers

Hymn of the office of Saint Francis of assisi and its Subsequent

History in Hungary

Pierre Moracchini. – Frère Hugues Dedieu, OFM (1936-2016). In memoriam

 

Summaria

Recensiones

Maillard, Clara. – Les papes et le Maghreb aux XIIIème et XIVème

siècles. Étude des lettres pontificales de 1199 à 1419. – (Simeón

Stachera) 

Alexandri De Hales Quaestiones disputatae de peccato veniali et de

conscientia. – (Michael Robson) 

Honemann, Volker (hg.). – Geschichte der Sächsischen Franziska -

nerprovinz. Von den anfängen bis zur Reformation. – (Ludovic

Viallet)

Gasiorowska, Patrycja. – Konwent Klarysek Krakowskich do konca

XVIII wieku. Studium prozopograficzne [Il monastero delle Clarisse

di Cracovia fino al XVIII secolo. Studio prosopografico]. –

(Bogdan Fajdek)

Raimundi Lulli Opera latina 10-11. Liber contra Antichristum, liber de

gentili et tribus sapientibus. – (Coralba Colomba)

Suarez-Nani, Tiziana. – la matière et l’esprit. Études sur François de la

Marche. – (Marc Ozilou)

Pierno, Franco (ed.). – The Church and the Languages of Italy before

the Council of Trent. – (Antonella Dejure) 

Ernst, Susanne (Hg.). – Heilige Eustochia Calafato 1434-1485. Quellen

zum Leben einer Reformerin im Orden der heiligen Klara von Assisi.

– (Florian Mair)

Conti, Fabrizio. – Witchcraft, Superstition, and Observant Franciscan

preachers. Pastoral Approach and Intellectual Debate in Renaissance

Milan. – (Yoko Kimura) 

Stoppacci, Patrizia (a cura). – Due libri di entrata e uscita del Convento

della Verna. – (Luca Marcelli) 

 

Notae bibliographicae 

Libri ad nos missi

Index alphabeticus

Tabula materiarum

Index auctorum anni 2016



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Titolo: "El hospital franciscano de los Naturales de Nueva Cáceres, Filipinas (pp. 537-583)"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore: Cayetano Sánchez Fuertes
Pagine:
Ean: 2484300022494
Prezzo: € 5.00

Descrizione:

The hospital of Nueva Cáceres in the province of Camarines Sur was but one medical institution founded and/or staffed by the Franciscans during Spanish colonial rule in the Philippines. The present article outlines the changing fortunes of the hospital which nearly constantly suffered from poor economic funding, irresponsible lay stewardship and adverse climatic conditions. Nevertheless, the appendix of nine mostly unpublished documents, issued between 1611 to 1895, conveys a somewhat more positive impression. These documents show that the friars, along with the local bishop, were courageous advocates of the sick who, struck by infectious diseases like leprosy, were hosted in this institution.



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Titolo: "Frère Hugues Dedieu, OFM (1936-2016). In memoriam (pp. 613-616)"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore: Pierre Moracchini
Pagine:
Ean: 2484300022487
Prezzo: € 5.00

Descrizione:

This article remembers Bro. Hugues Dedieu OFM, a dedicated contributor to our journal AFH for more than forty years (1969-2011). Brother Hugues was an outstanding archivist and researcher in French Franciscan history who brought to light many unknown facts and details and assisted many colleagues in their own enquiries. 



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Titolo: "Proles de caelo prodiit. The First vespers Hymn of the Office of Saint Francis of Assisi and its Subsequent History in Hungary (pp. 597-611)"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore: Gábriel Szoliva
Pagine:
Ean: 2484300022500
Prezzo: € 5.00

Descrizione:

Il presente articolo prende in esame la tradizione musicale di una melodia (Mel 752) che accompagnava il canto dell’inno Proles de caelo prodiit attribuito a papa Gregorio IX ed inserito da fra’ Giuliano da Spira nei Primi Vespri dell’Ufficio ritmico di S. Francesco, composto tra il 1230 e il 1232. Tale melodia ebbe una particolare popolarità in Ungheria e venne cantata, come era consuetudine nella prassi e con varianti melodiche seriori, in diversi ambiti liturgici fino al suo impiego anche nella liturgia protestante. Mel 752, confinata in ambito francescano dopo la seconda metà del XVII secolo, è stata ripresa nel 1983 nel Liber Hymnarius di Solesmes.



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Titolo: "L'irremissibilità del peccato degli angeli secondo Alessandro di Hales (pp. 585-596)"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore: Mateusz J. Wierzbicki
Pagine:
Ean: 2484300022517
Prezzo: € 5.00

Descrizione:

The topic of the irremissibility of the angels’s sins, already treated by Origen, Augustine and Gregory the Great, was analyzed in depth by Alexander of Hales, especially in his quaestio De peccato primi angeli. By a series of arguments, the Doctor irrefragabilis discusses the difference between angelic and human nature, showing that the angel adheres to the evil he has chosen in an immutable and eternal way. Therefore, the definite choice of evil is entirely respected by divine justice and, consequently, the sin of the angel remains irremissible. Human beings, instead, despite their natural fragility and inclination towards evil, are always capable of conversion to the good. God’s mercy, therefore, can manifest its grandeur in pardoning each human sin.



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Titolo: "Rivista di Vita Spirituale"
Editore: OCD
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300024887
Prezzo: € 8.00

Descrizione:

SOMMARIO

 

LAMPADA AI MIEI PASSI 

STUDIO E VITA 

Incanto del bello. Grazia, bellezza e spiritualità 

Antonio Montanari 

John Henry Newman. Linee di pensiero sulla fede 

Giovanni Palmitessa 

VITA MISTICA 

Parole dalla frontiera. Itinerario di lettura della simbologia mistica di Teresa d’Avila ed Etty Hillesum (prima parte) 

CeciliaClio Borgoni 

VITA CARMELITANA 

Chiesa mistica e cuore orante. Le Ore canoniche della Regola del Carmelo (prima parte) 

Marco Sgroi 

VITA DELLO SPIRITO 

Segno di contraddizione. Un testo di Karol Woitya da rileggere 

Aldino Cazzago 

CARMELO VIVO

L’orazione nella vita di Teresa 

Francisco Javier Sancho Fermín 

RECENSIONI 

Il tuono del silenzio

Michele Ciapetti

 

 

LAMPADA AI MIEI PASSI 

Sì, è vero ciò che dice san Paolo, “ha troppo amato”, troppo amato la sua pic­cola Elisabetta. Ma l’amore chiama l’amore e io non chiedo più nient’altro al buon Dio se non di ca­pire quella scienza della carità di cui parla san Paolo (cf Ef 3,18-19) e di cui il mio cuore vorrebbe scandagliare tutta la profondità. Sarà il Cielo, […] ma mi sembra che lo si possa già co­minciare sulla terra, poiché lo si pos­siede, Lui, e poiché attraverso ogni cosa si può rimanere nel suo amore. 

(Elisabetta della Trinità, Lettera 219)

 

Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo. 

(Ef 2,4-5)



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Titolo: "Rivista di Vita Spirituale"
Editore: OCD
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300024894
Prezzo: € 8.00

Descrizione:

SOMMARIO

 

LAMPADA AI MIEI PASSI

STUDIO E VITA

La vita contemplativa secondo Gabriele di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi (prima parte)

Josip Muic

VITA MISTICA

Parole dalla frontiera. Itinerario di lettura della simbologia mistica di Teresa d’Avila ed Etty Hillesum (seconda parte)

Cecilia Clio Borgoni

L’apporto di Jan van Ruysbroeck sul vissuto mistico di Divo Barsotti

Ruggero Nuvoli

VITA CARMELITANA

Chiesa mistica e cuore orante.

La celebrazione delle Ore nella Regola del Carmelo (seconda parte)

Marco Sgroi

VITA DELLO SPIRITO

Il XXX anniversario della Dominum et vivificantem

Aldino Cazzago

San Giuseppe e l’ordine dell’unione ipostatica. Te, Joseph, celebrent

Tarcisio Stramare

CARMELO VIVO

Imparare a pregare, imparare ad amare

Francisco Javier Sancho Fermín

 

 

LAMPADA AI MIEI PASSI 

Il più giovane dei due figli disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». […] Il figlio maggiore disse a suo padre: «Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbe­dito a un tuo commando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici».

(Lc 15,12.29)

 

Il padre ama ogni figlio e dà ad ognuno la libertà di essere ciò che vuole, ma non può dar loro la libertà che non si sentiranno di assumere o che non comprenderanno ade­guatamente. Il padre sembra rendersi conto del bisogno dei propri figli di essere se stessi. Ma egli sa anche che hanno bisogno del suo amore e di una “casa”. Come si concluderà la storia, dipende da loro.

(Arthur Freeman)



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