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Titolo: "Cura delle malattie elleniche"
Editore:
Autore: Teodoreto di Cirro
Pagine: 384
Ean: 9788831182195
Prezzo: € 36.00

Descrizione:Opera matura, sebbene scritta da Teodoreto appena trentenne, La cura delle malattie elleniche è l'ultima delle apologie della letteratura cristiana antica, che raccoglie dodici discorsi nei quali vengono messe a fronte le risposte pagane e quelle cristiane alle fondamentali questioni filosofiche. La verità è il motivo ispiratore della sua passione apologetica che dà vita ad una multiforme varietà di fisionomie di filosofi, storici, poeti, in un'alternanza di errori e di verità, stoltezze assurde ed intuizioni luminose. In uno stile essenziale e schematico Teodoreto ottiene così il pregio della schiettezza immediata e della facile lettura.

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Titolo: "Commento al Cantico dei Cantici"
Editore:
Autore: Teodoreto di Cirro
Pagine: 200
Ean: 9788831182126
Prezzo: € 20.00

Descrizione:

Composto successivamente al Concilio di Efeso del 431 d.C. il Commento al Cantico dei Cantici costituisce il primo lavoro esegetico di Teodoreto di Cirro. Opera in cinque libri, tale commento si caratterizza per la profonda influenza origeniana che spiega l'interpretazione prettamente allegorica del testo biblico.

Precede i libri un ampio prologo in forma di lettera indirizzata ad un amico vescovo, forse Giovanni di Germanicia, nel quale Teodoreto si propone di dimostrare il carattere ispirato del Cantico. Contro quanti infatti considerano il testo biblico un dialogo d'amore profano, l'Autore legge le espressioni bibliche in senso spirituale e non carnale: lo sposo e la sposa sono Cristo e la Chiesa. Nell'interpretazione dello sposo il Commento evidenzia talvolta la natura umana di Cristo, in altri momenti l'esistenza di due nature, divina e umana, divenendo così un documento importante della cristologia duofisita di Teodoreto.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE 

1. DATAZIONE

È impossibile individuare con assoluta certezza l'epoca di composizione del Commento al Cantico dei Cantici di Teodoreto. Comunemente esso è considerato la sua prima opera esegetica, in base ad elementi interni ed esterni. Tra i primi figurano un'evidente influenza origeniana e un'interpretazione del testo prettamente allegorica: dai caratteri di questa prima prova esegetica il nostro commentatore si sarebbe in seguito allontanato in varia misura nelle opere più mature.

In secondo luogo, soprattutto, nel prologo del suo Commento ai Salmi Teodoreto, per scusarsi di aver tralasciato fino ad allora l' esegesi del salterio, afferma di averlo fatto per dare la precedenza ad altri testi la cui interpretazione gli era stata richiesta da più parti: egli elenca, nell'ordine, il Cantico, Daniele. Ezechiele e i dodici profeti minori. È verosimile che tale ordine rispetti Li sequenza cronologica di composizione.

Stabilita, secondo criteri di probabilità, la cronologia relativa all'interno degli scritti esegetici di Teodoreto, quella assoluta comporta maggiori difficoltà.

2. LA STRUTTURA

Il Commento al Cantico dei Cantici di Teodoreto è Composto da un lungo prologo cui seguono quattro libri contenenti l'esegesi del testo biblico. La fine di ciascun libro è chiaramente marcata ogni volta dall'augurio di poter conseguire la salvezza vivendo in modo conforme ai precetti cristiani, un augurio espresso in forma parenetica e che si conclude con una dossologia, inoltre all'inizio dei libri terzo e quarto è presente una breve introduzione nella quale il commentatore, consapevole delle difficoltà interpretative, invoca l'aiuto divino per comprendere pienamente il testo sacro.

Riveste particolare interesse dal punto di vista metodologico il prologo, in forma di lettera indirizzata, come recita l'epigrafe, a un amico vescovo di nome Giovanni — da identificare forse con Giovanni di Germanicia — su richiesta del quale Teodoreto afferma di essersi accinto a commentare il Cantico, nonostante protesti la propria inadeguatezza morale e intellettuale e soprattutto accusi le occupazioni temporali di sottrargli il tempo e la serenità necessari: tuttavia egli confida che la fiducia in Dio, derivante dalla preghiera a lui rivolta, supplirà alle sue mancanze. Senza dubbio quando qui, come in altri casi, Teodoreto attribuisce l'origine dei suoi commenti alle pressioni di amici, lo fa anche in omaggio a una convenzione letteraria: il dedicatario del Commento al Cantico vi rimane infatti figura scialba ed evanescente.



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Titolo: "Commento a Daniele"
Editore:
Autore: Teodoreto di Ciro
Pagine: 312
Ean: 9788831131889
Prezzo: € 31.00

Descrizione:

Teodoreto di Cirro inizia la grande serie dei commenti ai profeti dell'Antico Testamento con il Commento a Daniele, composto con ogni probabitità negli anni 432-434, nel periodo di calma che intercorre tra le decisioni del concilio di Efeso e il cosiddetto Atto d'unione. Uno dei motivi della composizione del commentario è il rifiuto giudaico di annoverare il Libro di Daniele tra quelli profetici, oltre al desiderio di confutare le esegesi giudaizzanti dei Padri antiocheni, che inclinavano pericolosamente al riconoscimento della deuterocanonicità di Daniele. Teodoreto conduce la propria esegesi con un metodo fondato sul letteralismo, senza trascurare la contestualizzazione storica degli eventi profetizzati, ma esplicitando fin da principio il ricorso alla lettura secondo il senso figurato, che praticherà soprattutto in relazione alle visioni che Daniele riceve dal capitolo 7 in poi.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Il libro veterotestamentario di Daniele narra in dodici capitoli le storie di un prigioniero giudeo, Daniele appunto, alla corte di Nabucodonosor e dei suoi successori: i primi sei sono infatti dedicati alle peripezie di Daniele e dei suoi compagni a Babilonia, mentre i restanti descrivono le visioni avute da Daniele, e interpretate con l'ausilio di angeli. Il testo ci è stato trasmesso in almeno tre redazioni differenti: quella masoretica, che ha la particolarità sorprendente di passare dal tardoebraico al tardoaramaico in Dn 2, 4 per ritornare all'ebraico in Dn 8, 1; quella dei Settanta in lingua greca e, infine, la recensione detta di Teodozione, anch'essa in greco. Il contenuto, inoltre, attinge a materiale profetico, sapienziale e apocalittico, la cui compresenza ha fatto sì che, per usare le parole di Pierre Grelot, «il libro manifestasse chiaramente la sua importanza nello sviluppo della teologia della storia e della teologia della speranza, alla fine dell'Antico Testamento. È Daniele che. al di là dei profeti antichi di cui completa il messaggio, ha fissato i caratteri della speranza nel giudaismo contemporaneo al N uoteri generali della Testamento».

L'intrinseca complessità di tale testo ha dunque fornito l'occasione per tentativi esegetici, critiche, indagini d'ogni sorta fin dalla sua ricezione del mondo ellenistico e, nel corso dei secoli, quest'interesse non sembra aver conosciuto mai sosta, coinvolgendo ogni uomo colto che s'avvicinasse, con le motivazioni più disparate, alle Sacre Scritture.

Ci sembra, perciò, opportuno offrire qui una sintetica rassegna, che non ha alcuna pretesa di completezza, sulla tradizione esegetica cristiana del Libro di Daniele dal I secolo d. C. fino all'operazione ermeneutica di Teodoreto di Cirro. Nel cristianesimo del I-II secolo d. C., Daniele è stato oggetto d'indagine relativamente a una selezione abbastanza ridotta di passi, che rivelano un peculiare utilizzo escatologico del testo, nella convinzione che la seconda Parousia di Cristo fosse imminente e che le predizioni sul crollo del quarto regno indicassero senz'altro la fine di Roma per le sue vessazioni contro i fedeli in Gesù Cristo.

Nel I secolo d.C., inoltre, utilizzò come fonte il racconto profetico di Daniele Giuseppe Flavio, un giudeo di eminente famiglia la cui vita e le cui azioni sono inscindibilmente legate alla rivolta giudaica sedata da Vespasiano e dal figlio Tito. Dopo una lunga e controversa serie di peripezie, infatti, Giuseppe si stabilì a Roma nel 71 d. C. e lì attese alla composizione di diversi scritti, tra cui le Antichità giudaiche, che lo impegnarono fino al 94-95 d.C.: con quest'opera storiografica egli voleva far conoscere al mondo romano la nascita e l'evoluzione della civiltà ebraica, di cui i recenti padroni del mondo possedevano notizie confuse e approssimative. Le Antichità sono in venti libri e, sul fondamento dell'Antico Testamento e di altra, copiosa, documentazione raccolta dallo stonriografo, presentano la storia del popolo ebraico dalla creazione di Adamo alla guerra con i Romani del 66 d.C.: nel X libro si seguono le vicende dei Giudei deportati a Babilonia e viene descritto, con accenti di autentica ammirazione per le sue capacità profetiche, il personaggio di Daniele, cui si riconosce il potere di predire gli eventi futuri, in particolare il regno di Antioco IV Epifane.

Un ampliamento dei temi sottoposti al vaglio degli uomini di Chiesa interviene allorché la prospettiva escatologica s'allontana nel tempo, a partire dalla metà del II secolo d.C.. - ne sono testimonianza, ad esempio, le proposte interpretative di Clemente d'Alessandria e di Tertulliano. Il primo commentario continuo del Libro di Daniele risale, però, soltanto al principio del III secolo d.C.: fu composto da Ippolito, che in un certo senso può essere considerato l'auctor del genere letterario esegetico.



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Titolo: "Storia ecclesiastica"
Editore:
Autore: Teodoreto di Ciro
Pagine: 440
Ean: 9788831131544
Prezzo: € 44.00

Descrizione:

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

LA STORIOGRAFIA CRISTIANA FINO AL V SECOLO

La prima storia ecclesiastica si può dire che siano gli Atti degli Apostoli, dove sono narrati gli avvenimenti più importanti della Chiesa primitiva: la sua organizzazione, la sua predicazione, i viaggi dei due principali apostoli Pietro e Paolo, le prime conversioni e le prime persecuzioni. Anzi questo testo è l'unico scritto dell' età apostolica che tratta delle origini della Chiesa. Esso, com'è stato notato, non è una semplice raccolta di documenti, ma una storia elaborata: le fonti cui attinge non sono trascritte alla lettera, sebbene se ne avverta in modo inequivocabile la presenza. L'opera, com'è noto, è attribuita all'evangelista Luca e la data della sua composizione non può stabilirsi con sicurezza: con molta probabilità essa va collocata nell'ultimo quarantennio del I secolo. Sozomeno nel prologo della sua storia cita, tra gli autori che diedero informazioni sugli avvenimenti della Chiesa, i nomi di Clemente e di Egesippo, che furono i primi testimoni degli apostoli, e poi quelli di Giulio Africano e di Eusebio di Cesarea. 

Clemente è certamente quello romano, che Ireneo colloca al terzo posto dopo Pietro nella lista dei vescovi di Roma e il cui pontificato Eusebio pone tra il dodicesimo anno il di Domiziano e terzo di quello di Traiano, cioè tra il 92 e il 100. Egli, di i Tertulliano ricorda anche la consacrazione episcopale ad opera dell'apostolo Pietro, fu testimo della successione apostolica e scrisse un'Epistola ai Corinzi nella quale, al cap. 5, «fornisce una testimonianza valida sul soggiorno di san Pietro a Roma, sul viaggio di san Paolo in Spagna e sul martirio dei due principi degli apostoli» e, nel cap. 6, «informa sulla persecuzione di Nerone».

Egesippo, di cui Eusebio di Cesarea ricorda l'attività e l'opera 8, visse alla fine del II secolo. È autore delle Memorie in cinque libri, in cui, oltre a polemizzare contro lo gnosticismo, scrive la storia della prima Chiesa di Gerusalemme. Sappiamo che egli dà notizie sulla morte di Giacomo, detto il fratello del Signore e soprannominato il Giusto, sull'atteggiamento di Domiziano davanti ai parenti del Signore, sul martirio di Simeone successore di san Giacomo sul seggio di Gerusalemme, sugli onori divini concessi ad Antinoo, il favorito di Adriano, sulla sua dimora a Corinto e a Roma avvenuta al tempo di Vespasiano. Motivo di discussione è la notizia che troviamo in un frammento delle Memorie, secondo cui Egesippo, venuto a Roma, elaborò «l'ordine di successione fino ad Aniceto».

Del III secolo è l'opera storica di Giulio Africano. Questi, della cui vita siamo male informati, a dispetto del nome con cui è chiamato, non proveniva dall'Africa ma dalla Palestina. Nacque, infatti, forse a Gerusalemme, non sappiamo in quale anno; probabilmente seguì la carriera militare e partecipò alla spedizione che nel 195 Settimio Severo fece contro l'Osroena e, dopo aver ascoltato le lezioni di Eracla ad Alessandria dove entrò in amicizia con Origene, visse ad Emmaus in Palestina.

Fu un autore «particolarmente fecondo» e, tra l'altro, scrisse i Chronographia sive libri quinque de temporibus che «dispongono parallelamente, secondo le date, gli avvenimenti biblici e i riassunti della storia greca o ebraica». Si tratta di un'opera pervenuta in stato frammentario che non può essere ricostruita nei dettagli, ma che «ha lasciato nella letteratura storicaposteriore tracce sufficienti per farcene una nozione esatta». In quest' opera lo storico dimostra anche intenti apologetici: sostiene, come altri apologisti prima di lui avevano fatto, la priorità della religione giudeo-cristiana rispetto alle favole e ai miti greci. Inoltre, in questa cronaca che va dall'origine del mondo, collocata 5.500 anni prima di Cristo, all'Olimpiade 250-251 (cioè al 221), egli dimostra di non disdegnare il millenarismo.



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Titolo: "Storia di monaci siri"
Editore:
Autore: Teodoreto di Cirro
Pagine: 328
Ean: 9788831131193
Prezzo: € 33.00

Descrizione:

INTRODUZIONE

1. Letteratura monastica orientale anteriore a Teodoreto

«Nella storia della spiritualità cristiana il monachesimo rappresenta la creazione più caratteristica. Preparato dagli asceti dei secc. I e II, compare all'improvviso senza la possibilità di stabilirne con precisione gli inizi. Nel sec. IV si diffonde in tutti i Paesi dell'Oriente: dall'Egitto conquista la penisola del Sinai, la Palestina, la Siria e, quindi, l'Asia Minore e Costantinopoli». Così si esprimono M. Viller e K. Rahner, iniziando il capitolo sul monachesimo orientale nell'ambito dello studio sulla spiritualità cristiana antica. In questa sede, però, interessa mettere in luce non tanto la diffusione del fenomeno monastico, ma segnalarne gli autori e i testi che precedono la Storia dei monaci siri di Teodoreto al fine di comprenderne l'humus culturale.

I primi scritti di cui conviene parlare sono le Lettere di sant'Antonio Abate: questi, nato a Comana nel Medio Egitto verso il 250 e morto all'età di circa 105 anni sul monte Kolzim, è ritenuto il fondatore del monachesimo anacoretico. Sebbene da Atanasio fosse detto incolto, scrisse diverse lettere: lo stesso Atanasio fa cenno di quella a Balacio, che egli esortava a non persegutare i cristiani, e di quelle ad alcuni giudici molto severi. Esse, però, non sono pervenute: rimangono, invece, lettere, di cui è menzione in san Girolamo, scritte in copio, ma a noi giunte in traduzione latina. Di queste, molto importanti sono la prima che «descrive l'opera dello Spirito Santo nella formazione del monaco» e quella, citata da Atanasio e indirizzata a Teodoro, nella quale ribadisce il valore del pentimento e della contrizione. Altri insegnamenti si trovano negli Apoftegmi e nel grande discorso catechetico contenuto nella Vita di Antonio.

Questa fu composta nel 357, poco dopo la morte del protagonista, avvenuta nel 356, e la sua attribuzione ad Atanasio «è attualmente dimostrata, e non è il caso di discuterla». Essa costituisce «il più importante documento della prima epoca monastica»; narra, in una forma non dissimile dal panegirico, la vita di Antonio con i suoi miracoli, le sue penitenze, le sue lotte contro il maligno. In essa l'autore, che ha conosciuto personalmente Antonio, volle offrire ai lettori un modello di vita eremitica; giustamente, dunque, Gregorio Nazianzeno ebbe a definirla «una regola monastica sotto forma di racconto».

Essa ebbe una diffusione enorme nel corso dei secoli sia in Oriente che in Occidente: ne fanno fede non solo le numerose traduzioni in varie lingue orientali, ma anche i numerosi manoscritti che la tramandano.Né questa è l'unica opera di Atanasio che abbia interesse per la storia del monachesimo, giacché egli condusse una vita di costante ascesi, consacrò vescovi molti monaci, si rifugiò presso solitari e asceti quando fu oggetto di persecuzione. Egli scrisse l'Epistola ai monaci, che ci fa capire i rapporti tra Atanasio e l'ambiente monastico e in cui l'autore esorta i monaci a non incontrare quanti sono ariani ovvero, pur non professandosi tali, partecipano ai loro riti; la Lettera al monaco Amun che tratta delle due vie della vita, quella del matrimonio e quella della verginità; l'Epistola esortatoria alle vergini non pervenutaci, di cui si fa cenno in Teodoreto; il Discorso ai monaci a noi noto in lingua copta; l'Epistola a Draconzio nella quale esorta quest'asceta ad accettare l'episcopato e, per convincerlo, nomina alcuni monaci divenuti vescovi; /'Epistola ad Orsiesi e Teodoro. A questi scritti bisogna aggiungere alcuni opuscoli che, pur essendo spuri, sono da ritenere sempre una testimonianza indiretta dei frequenti interessi di Atanasio per il mondo monastico: la Dottrina per i monaci, l'Educazione alla Vita monastica, ancora un'altra Dottrina per i monaci, il De observationibus monachorum.



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