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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Geremia. Lamentazioni"
Editore:
Autore:
Pagine: 496
Ean: 9788831193979
Prezzo: € 82.00

Descrizione:La Bibbia, il Libro per eccellenza: documento storico, culturale e religioso, ma anche e soprattutto testo rivelato a cui si riferiscono le varie confessioni e comunità cristiane, nessun'altra opera nella storia dell'uomo è stata altrettanto letta, analizzata, amata e interpretata. Già nei primi secoli della cristianità l'esegesi biblica era alla base della predicazione, della catechesi, dell'elaborazione dottrinale, dell'etica, delle istituzioni ecclesiali e della liturgia, con una spiccata caratterizzazione in senso parenetico ed educativo: è per questa ragione che il solo approccio scientifico non può considerarsi sufficiente per la piena comprensione culturale dell'esegesi biblica patristica. Oggi tale esigenza culturale, insieme a un concreto bisogno avvertito nell'attività di predicazione, ha suscitato, partendo dall'ambiente protestante americano, l'idea di non limitarsi a ricerche e commenti biblici di carattere scientifico, ma di utilizzare la grande varietà di interpretazioni accumulate nei primi secoli della storia del cristianesimo: è nata così, a cura dell'Institut of Classical Christian Studies (ICCS) della Drew University (Madison, New Jersey), sotto la direzione di Thomas C. Oden, la serie della Ancient Christian Commentary on Scripture, che qui si propone nell'edizione italiana, opportunamente rivisitata, ampliata e adattata, diretta da Angelo Di Berardino. Da Clemente Romano (fine I secolo) a Giovanni Damasceno e a Beda il Venerabile (VIII secolo), i volumi della collana, che si occupano di uno o più libri biblici dell'Antico o del Nuovo Testamento, si propongono la «rivitalizzazione dell'insegnamento cristiano fondato sull'esegesi classica cristiana, un più intenso studio da parte dei laici... e di essere di stimolo per gli studiosi nell'ambito storico, biblico, teologico e pastorale...». Raccogliendo e traducendo dalle lingue greca e latina, ma anche copta, siriaca, armena, la ricchezza seminata nei secoli in tante opere spesso non facilmente accessibili, i libri biblici vengono commentati secondo l'antica tecnica catenaria, collegando tra loro i testi dei Padri della Chiesa e corredandoli di introduzioni, sommari e note esplicative. Curati da un'equipe internazionale ed ecumenica di specialisti in patrologia, i volumi si propongono di offrire agli studiosi e a quanti desiderano nutrirsi della Bibbia alla scuola dei grandi Padri dei primi secoli un contatto diretto con le fonti, nel quadro di un genuino recupero delle tradizioni cristiane.

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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Giovanni 1-10"
Editore:
Autore:
Pagine: 540
Ean: 9788831193962
Prezzo: € 85.00

Descrizione:Per ritornare a gustare la freschezza dell'esegesi patristica in una moderna traduzione dei testi originali dei Padri. Fin dagli inizi, l'interpretazione del Vangelo di Giovanni e della sua concezione della divinità di Cristo è stata al centro delle accese controversie teologico-dottrinali che scossero la Chiesa antica. Nel fiorire di studi e commenti dedicati all'opera giovannea ben si inserisce questo volume, che raccoglie il meglio della riflessione patristica. Scopo del lavoro è offrire un campione rappresentativo delle tendenze esegetiche dei Padri su ogni singolo passo evangelico. Alla solida base offerta dai commenti di Origene, Giovanni Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia, Cirillo di Alessandria, Agostino, si unisce un'ampia gamma di generi, opere e autori, che rende questo volume uno dei più ricchi della serie La Bibbia Commentata dai Padri. Anche l'approfondimento filologico (un'accurata descrizione dei problemi testuali e delle varianti presentate dai Padri) rappresenta una sostanziale novità per questa serie, nonché un'aggiunta rispetto all'edizione americana. L'introduzione di Joel C. Elowsky - ottimo orientamento sul complesso tema della ricezione patristica del Vangelo - è stata aggiornata e integrata dal curatore italiano.

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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Antico Testamento 5"
Editore:
Autore:
Pagine: 628
Ean: 9788831193955
Prezzo: € 85.00

Descrizione:Per ritornare a gustare la freschezza dell'esegesi patristica in una moderna traduzione dei testi originali dei Padri. il volume si riferisce a testi veterotestamentari per quali è dubbia la canonicità, si tratta di scritti che appartengono all'Antico Testamento nelle edizioni cattolica e in quella bizantina ortodossa, ma sono assenti dalla Bibbia ebraica e protestante. Per questo mentre per i Protestanti tali testi sono definiti "Apocrifi" per i Cattolici sono chiamati "Deuterocanonici". Si tratta dei libri: Tobia, Sapienza di Salomone, Ecclesiastico, Baruch, Lettera di Geremia, Preghiera di Azaria, Susanna, Bel e il Drago.Da Ambrogio a Eusebio di Cesarea, da Agostino, Atanasio, Gregorio Magno, Origene, il commento dei Padri mette in luce la straordinaria ricchezza spirituale di questi testi.

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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. 1-2 Re 1-2 Cronache, Esdra, Neemia, Ester"
Editore:
Autore: Pilara Gianluca
Pagine:
Ean: 9788831193931
Prezzo: € 84.00

Descrizione:

Un prezioso strumento per l'esegesi e la predicazione.La seconda parte dei libri storici dell'Antico Testamento presenta un materiale narrativo e argomenti vari e articolati che riguardano un ampio periodo della storia antica di Israele e diversi sono gli eventi cruciali che si susseguono a ritmo serrato. I commenti patristici a questi libri non sono né numerosi né ampi in quanto i Padri della Chiesa non erano propensi ad una lettura storica o filologica della Bibbia e la loro esegesi dei libri storici si concentrava su quegli episodi singoli in cui quella interpretazione tipologica o morale era possibile. Il volume raccoglie i commenti di autori latini e greci, tra i quali: Origene, Clemente Alessandrino, Basilio Magno, Giovanni Cristostomo, Tertulliano, Cipriano, Ambrogio, Agostino; e i testi di alcuni padri siriani.

INTRODUZIONE A 1-2 RE, 1-2 CRONACHE, ESRA, NEEMIA, ESTER

I commenti inclusi in questo volume coprono la seconda parte dei cosiddetti libri storici della Bibbia'. Ciò che è immediatamente evidente al lettore è che il materiale narrativo e gli argomenti che formano questi libri sono estremamente vari e complicati; dal momento che riguardano un ampio periodo della storia antica di i Israele e diversi eventi cruciali che si susseguono a ritmo serrato. Gli studi biblici moderni, con il loro approccio storico-filologico, hanno accertato che, mentre questi libri sono accomunati da una condivisa attenzione alla materia storica, devono tuttavia essere distinti in base ai loro punti di vista ideologici.

IL PUNTO DI VISTA TEOLOGICO NEL DEUTERONOMIO E NELLE CRONACHE

Nei libri di Samuele e dei Re gli studiosi moderni hanno notato e messo in evidenza come il patto che Dio ha stretto con il popolo d'Israele sia chiaramente considerato come un impegno reciproco, e ogni infrazione di questo patto sia necessariamente e severamente punita da Dio, mentre l'obbedienza viene ricompensata con benedizioni. A tale riguardo, gli studi biblici contemporanei hanno riconosciuto che i libri dei Re sono conformi alla teologia e all'ideologia del Deuteronomio, dove questi termini del patto di Israele con Dio sono chiaramente espressi per la prima volta. Ciò è confermato dal fatto che i libri dei Re risultano seguire coerentemente il Codice Deuteronomico, quando esprimono giudizi su ciascun re o personaggio descritto nella narrazione biblica. Pertanto quei personaggi che si conformano al Codice Deuteronomico sono lodati e quelli che lo disobbediscono sono inevitabilmente condannati. Oltre a questo punto di vista generale, il Deuteronomio ha un ruolo centrale nel Secondo libro dei Re, in quanto la narrazione biblica descrive la sua scoperta nel tempio durante il regno di Giosia.

Cronache, Esdra e Neemia, invece, condividono una prospettiva che differisce dalla visione del Deuteronomio, una prospettiva che è stata definita "Storia del Cronachista". Essa si è riscontrata in un lessico e in una serie di idee comuni, come per esempio la costruzione e il culto del tempio, il servizio sacerdotale e la rinascita d'Israele. Se questa prospettiva sia dovuta originariamente a un solo autore o editore è materia di dibattito fra gli studiosi.

L'ESEGESI PATRISTICA

I Padri della Chiesa non erano interessati ad una lettura storica o filologica della Bibbia, per cui la loro esegesi non prendeva in considerazione il punto di vista teologico del Deuteronomio o delle Cronache, che unisce o separa i libri storici inclusi in questo volume, ma si muoveva, al contrario, lungo differenti linee d'interpretazione. La loro esegesi, come è stato ampiamente discusso in molti volumi di questa serie, era principalmente basata su di una interpretazione tipologico-allegorica' e/o morale. Di conseguenza la loro lettura dei libri storici non era sistematica ed esaustiva, ma si concentrava su quegli episodi singoli in cui un'interpretazione tipologica o morale era possibile, mentre gli altri eventi descritti nella narrazione biblica, che non rientravano nei loro principi esegetici, venivano tralasciati. Questo approccio interpretativo, come vedremo, non si riscontra solo nei commenti incidentali sui libri storici fatti dai Padri nelle loro omelie o nelle opere dottrinali, ma anche nei commenti esegetici sui singoli.



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Titolo: "Salmi 51- 150. La bibbia commentata dai padri"
Editore:
Autore: Autori vari
Pagine:
Ean: 9788831193924
Prezzo: € 92.00

Descrizione:Il libro dei Salmi è tra i più amati e ampiamente letti della Bibbia, usato dai primi autori cristiani a scopo apologetico, dottrinale e pastorale. È questa ricchezza letteraria che il testo, secondo di due volumi, mette in evidenza raccogliendo citazioni da più di 160 opere scritte da oltre 65 diversi autori latini e greci. Per gli autori latini - Ilario di Poitiers, Ambrogio, Girolamo, Arnobio il Giovane, Cassiodoro - sono per lo più testi trasmessi in forma diretta e disponibili in moderne edizioni critiche. Al contrario molti dei commenti patristici greci - di Ippolito, Origene Atanasio, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa, Didimo il Cieco, Evagrio Pontico, Diodoro di Tarso, Giovanni Crisostomo, Asterio, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Cirro, Cirillo di Alessandria, Esichio di Gerusalemme - non sono più disponibili in forma completa.

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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri"
Editore:
Autore: Autori vari
Pagine: 576
Ean: 9788831193917
Prezzo: € 84.00

Descrizione:Il libro dei Salmi è tra i più amati e ampiamente letti della Bibbia, usato dai primi autori cristiani a scopo apologetico, dottrinale e pastorale. È questa ricchezza letteraria che il testo, primo di due volumi, mette in evidenza raccogliendo citazioni da più di 160 opere scritte da oltre 65 diversi autori latini e greci. Per gli autori latini - Ilario di Poitiers, Ambrogio, Girolamo, Arnobio il Giovane, Cassiodoro - sono per lo più testi trasmessi in forma diretta e disponibili in moderne edizioni critiche. Al contrario molti dei commenti patristici greci - di Ippolito, Origene Atanasio, Basilio di Cesarea, Gregorio di Nissa, Didimo il Cieco, Evagrio Pontico, Diodoro di Tarso, Giovanni Crisostomo, Asterio, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Cirro, Cirillo di Alessandria, Esichio di Gerusalemme - non sono più disponibili in forma completa.

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Titolo: "Isaia 40-66. La Bibbia commentata dai Padri"
Editore:
Autore:
Pagine: 416
Ean: 9788831193900
Prezzo: € 54.00

Descrizione:

Isaia è stato lo scenario di molte battaglie esegeticheper una interpretazione cristiana della Bibbia. Uno deiprincipali meriti dei Padri - attraverso una lettura metaforicadel testo veterotestamentario - è di aver aiutato il lettore avedere la natura del Dio trinitario riflessa nei versetti biblici,dei quali i Padri evidenziano la straordinaria ricchezza teologica,morale e spirituale. Il presente volume raccoglie testi diquattro commentatori: Eusebio di Cesarea, Girolamo, Cirillodi Alessandria e Teodoreto di Ciro.

INTRODUZIONE A ISAIA 40-66

Isaia è stato lo scenario di molte battaglie nella lotta per un'interpretazione cristiana della Bibbia. A partire dalle dispute sull'identità della vergine, o giovane donna, di Is 7, 14, fino a quella sull'identità del servo nei "canti del servo" dell'ultima parte del libro, rimane incontestato un fatto, ben sintetizzato dal Siracide: Con grande ispirazione vide gli ultimi tempi e consolò gli afflitti di Sion (Sir 48, 24). La visione di Isaia era focalizzata sull'ampio corso della salvezza nella rivelazione data da Dio, rivelazione della sua fedeltà all'alleanza e del suo trionfo d'amore nella storia, contrapposta ad uno sfondo di castigo e alle spietate realtà della miscredenza.

TRA METAFORA E STORIA DIO RIVELA SE STESSO

Il forte uso della metafora nella seconda parte del libro di Isaia è stupefacente. Leggendo il testo, si è quasi investiti dalla forza del torrente retorico che travolge la nostra immaginazione. Si resta colpiti leggendo di come Dio prenda posizione, di come la sua passione bruci contro il male e la malafede e di come prometta fedeltà e salvezza con ancor maggiore intensità. Malgrado ciò, gli scrittori cristiani antichi, nell'interpretare queste azioni di Dio, non lo riducono mai al semplice contenuto delle metafore. Per esempio, quando Isaia si riferisce a Dio come a una donna che non potrebbe mai dimenticare il suo neonato (cf. Is 49, 15), non sta dicendo che Dio è una donna, una madre. Se cerchiamo Dio per quello che è, allora Dio può solo essere quello che dice e che fa nel mondo, nella storia e nella testimonianza di Israele; d'altra parte, una volta preso in considerazione l'aspetto metaforico, rendendosi pienamente conto che queste metafore non esprimono la pienezza dell'esistenza di Dio.

IL CONTRIBUTO DEI COMMENTATORI PATRISTICI ALL'ESEGESI

I Padri della Chiesa — quei teologi cristiani appartenenti ai primi secoli della Chiesa che hanno concorso all'elaborazione fondamentale della fede cristiana —, utilizzando differenti generi letterari, ci rendono più consapevoli della rivelazione che Dio fa di se stesso al mondo. Trattati teologici come quello sullo Spirito Santo di Basilio e quello sulla Trinità di Agostino, oppure scritti di edificazione spirituale come la Vita di Mosè di Gregorio di Nissa e le Conferenze di Giovanni Cassiano, sono fra le opere che più hanno contribuito a formare questa consapevolezza. Nello sviluppo delle loro tematiche, questo tipo di opere si affida in maniera massiccia a brani fondamentali della Scrittura. Diversamente dai trattati teologici, i commentari patristici alla Scrittura non sono focalizzati su un argomento, ma su un testo, sebbene talvolta possano presentare al loro interno brevi annotazioni su passaggi che. in ambito teologico erano particolarmente rilevanti, oppure risposte a questioni sollevate da testi difficili, oppure riassunti di opere o discorsi su cui verteva il dibattito. Questa brevità ha certamente i suoi vantaggi, ma non di rado questi pensieri abbreviati sono troppo brevi per poter comunicare anche ai lettori di oggi l'intuizione che li ispirava.

Uno dei principali contributi che i Padri hanno fornito alla Chiesa nella sua lettura di Isaia è stato quello di permettere al popolo cristiano di accogliere il messaggio di Isaia alla luce della sua realizzazione. I Padri ci aiutano a vedere la natura del Dio trinitario riflessa nei versetti dell'Antico Testamento. Questo significa che vi leggevano quel contenuto traendolo dal Nuovo Testamento così come interpretato dalla Chiesaw? Per certi versi è così. Tuttavia, come detto sopra, l'interpretazione biblica dei Padri raggiunge il suo apice quando è condotta sul piano metaforico. Essa ci raccomanda, per esempio, di fuggire dall'incredulità, non dall'Egitto. Diventa meno credibile, quando è così ansiosa di attualizzare il testo da interpretare gli idolatri di Is 44 come figura degli Ebrei dei tempi post-costantiniani. In generale, però, le parole dei profeti sono come bende sulle ferite intese a guarire il popolo di Dio in tutti i tempi e in tutti i luoghi, e per questo motivo la lettura teologica dei Padri permette ai lettori di oggi di dare la propria interpretazione sulla base della propria situazione.



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Titolo: "Ezechiele. Daniele. La Bibbia commentata dai Padri"
Editore:
Autore:
Pagine: 432
Ean: 9788831193894
Prezzo: € 62.00

Descrizione:

I Libri di Ezechiele e Daniele sono ricchi di immagini simboliche riprese successivamente nel Nuovo Testamento.Echi, ad esempio, di Ezechiele - con le sue parole di rovina e promesse di speranza - sono frequenti nel Libro della Rivelazione; l'influenza di Daniele è invece più evidente nella terminologia e nel simbolismo che Gesù adotta nel presentarsi come "Figlio dell'uomo".Perciò questi libri hanno suscitato grande interesse nella Chiesa delle origini. Più di quaranta Padri della Chiesa hanno commentato il libro di Ezechiele. Tra questi vengono qui editi le omelie di Origene e di Gregorio Magno, e i commentari di Girolamo e di Teodoreto di Cirro. Per i commentarisu Daniele il volume presenta i commenti tratti dalle opere di Teodoreto di Cirro, Ippolito, Girolamo, Isho'dad di Merv. Nella raccolta trovano posto anche i commenti attribuiti a Efrem di Siria e Giovanni Crisostomo.

INTRODUZIONE A EZECHIELE E DANIELE

EZECHIELE

L'insegnamento di Ezechiele avviene sempre attraverso una modalità singolare, cioè con la venuta degli anziani da lui per offrirgli consigli (Ez 14, 1; 20, 1; 33, 31). Le sue visioni sono ricche di dettagli precisi e lo stile del linguaggio, talvolta difficile da tradurre, è espressione di una forte personalità. Diversamente da altri profeti, ad esempio da Osea, Ezechiele data il momento della sua chiamata con precisione, e diversamente da loro, ad esempio da Geremia, non fornisce dettagli personali riguardo la sua vita, con una sola eccezione: la morte di sua moglie, che Dio gli ordina di non piangere (Ez 24, 15-18). Era probabilmente a conoscenza degli insegnamenti di Isaia e Geremia. Che Daniele, suo presunto contemporaneo, avesse una pietà proverbiale già ai suoi tempi lo sappiamo da due passi che i Padri amano utilizzare nei loro richiami alla responsabilità individuale, in cui si dice che tre uomini giusti, Noè, Daniele e Giobbe, non possono aiutare il popolo di Israele a meno che non si penta (Ez 14, 4; 28, 3). Ezechiele venne accettato nel canone dell'Antico Testamento con difficoltà ed è facile capirne il motivo. Il profeta osa proclamare di aver visto Dio (Ez 1, 28), anche se i Padri si preoccupano di sottolineare il fatto ch ne vide solo l immagine, non l' essenza; il suo insegnamento riguardo il giudizio sembra a volte piu severo di quello di Isaia e Geremia (Ez 16-18); egli suggerisce perfino che la legge giudaica abbia bisogno di essere emendata (Ez 20, 25), e Giovanni Cassiano l'ha citato per mettere in rilievo che Cristo l'ha sostituita. Alcuni rabbini hanno vietato ai giovani di leggere Ezechiele, in particolare la visione iniziale del carro (Ez 1), e uno di loro ha addirittura ipotizzato che il fuoco divorerebbe il fanciullo che osasse farlo; altri hanno vietato la lettura in pubblico di Ez 1 e Ez 16, giacché sono diventati testi fondanti per la preghiera mistica e per la speculazione.

Ma al di là di queste proibizioni, il testo è stato accolto anche con notevole entusiasmo. Il Siracide di Gesù figlio di Sirach si riferisce esplicitamente alla visione di Dio di Ezechiele (Sir 49, 8). Il carro celeste divenne un'importante fonte di ispirazione per il misticismo merkabah ("carro") della devozione giudaica, dove il carro cominciò a figurare come un simbolo nelle istruzioni date ai devoti al fine di ricevere visioni celesti. Questo spiega perché il carro compaia in diverse apocalissi (Dn 7-8, l'Apocalisse di Abramo e 1 Enoc).

Ezechiele lascia il suo segno anche nel Nuovo Testamento. L'immagine di Gesù come Pastore (Mt 18, 12-14; Gv 10, 11-18) si ispira alla profezia sui pastori e sul gregge (Ez 34), a cui Agostino dedica due corposi sermoni. Più specificamente l'Apocalisse contiene alcune significative tracce dell'influenza di Ezechiele: la visione del carro dal cielo con i quattro viventi (Ez 1, 5-10) diventa la stanza del trono celeste con le quattro creature che circondano Cristo (Ap 4, 1-8); al profeta viene ordinato di mangiare il rotolo (Ez 2, 8-9), come a Giovanni (Ap 4, 1-8); la prostituta è condannata (Ez 16, 23; cf. Ap 17, 1-6, 15-18); entrambi i libri si concludono con la visione del nuovo tempio (Ez 40-48, Ap 21-22). E come i Giudei erano preoccupati riguardo a Ezechiele, così lo furono i primi Cristiani riguardo all'Apocalisse, che venne letta più nell'occidente cristiano che nell'oriente, dove era sempre stata considerata con un certo sospetto. Tuttavia i quattro viventi, come vedremo, assumono un importante ruolo simbolico e vengono associati dai Padri ai quattro Vangeli, come pure ad altri aspetti della vita del fedele, sia cosmologici che psicologici.

Per quanto riguarda l'effettivo contenuto del libro di Ezechiele, esso si divide approssimativamente in quattro sezioni: Ez 1-11, Ez 12-32, Ez 33-39 ed Ez 40-48. Queste corrispondono alla selezione del materiale che abbiamo scelto per questo volume. La prima parte, Ez 1-11, tratta della chiamata di Ezechiele e dell'inizio del suo ministero; della visione del carro celeste, della chiamata del profeta a parlare alla casa ribelle di Israele, dell'ordine a lui rivolto di mangiare il rotolo e non parlare, della sua chiamata a essere una sentinella, insieme alle profezie non verbali della tavoletta d'argilla e della teglia di ferro (Ez 1, 1 - 4, 3); del marchio dell'innocente e della visione della punizione dei governanti empi, culminante nell'allontanamento della gloria del Signore da Gerusalemme (Ez 9, 1-4.11). Questa sezione detta il tono dell'intero libro e attira un considerevole interesse da parte dei Padri. Essi si concentrano soprattutto sulla complessità della visione iniziale, fino ai dettagli delle ali dei quattro viventi (Pseudo-Dionigi), come pure sull'immagine della sentinella, che viene applicata all'ufficio del vescovo nella Chiesa (Cesario di Arles). Fondamentalmente il carattere non convenzionale del libro viene stabilito nella sua stessa apertura, con la potente visione dí Dio, l'effetto della stessa visione sul profeta e il subitaneo bisogno di Ezechiele di trovare altri modi di comunicare con la gente al di là del discorso verbale.

Le due sezioni seguenti del libro, Ez 12-32 e Ez 33-39, contengono i messaggi verbali di Ezechiele alla gente. Assistiamo a un graduale addolcimento del tono dall'iniziale severità alla successiva promessa di speranza. 



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Antico Testamento [ Vol.10.1 ] / Isaia 1-39"
Editore:
Autore: Aa. Vv.
Pagine: 500
Ean: 9788831193887
Prezzo: € 58.00

Descrizione:

"La Bibbia commentata dai Padri" rilegge la Bibbia attraverso le interpretazioni e i commentari dei Padri della Chiesa e raccoglie la ricchezza disseminata in tante opere, spesso non facilmente accessibili, sia in lingua greca sia latina, che in altre lingue della cristianità, come il copto, il siriaco e l'armeno. L'opera è diretta da Thomas C. Oden, curata dell'istituto di Studi Cristiani Classici (ICCS) della Drew University, New Jersey (U.S.A.) in collaborazione con un team internazionale di studiosi ed esperti di varie Chiese.

INTRODUZIONE A ISAIA 1-39

Fin da principio i cristiani accettarono la Bibbia ebraica come Scrittura provvista di autorità e composta dalla Legge, dai Profeti e dagli Scritti. Il libro di Isaia fu presente nel canone biblico cristiano fin dall'inizio. Di conseguenza le prime opere degli autori cristiani citano Isaia e inquadrano il messaggio di Gesù come Messia nei termini del messaggio dell'Antico Testamento. I cristiani credono che l'annuncio profetico di Isaia riguardo al Messia che deve venire sia stato portato a compimento nella vita e nel ministero di Gesù di Nazaret. Per i Padri della Chiesa i capitoli 1-39 di Isaia erano importanti soprattutto perché contenevano la promessa della venuta del Redentore.

Gli scrittori patristici si preoccuparono poco dei problemi della critica moderna, come, ad esempio, la reale paternità degli scritti biblici. Mentre consideravano il profeta Isaia come l'unico autore della profezia, per loro era di gran lunga più importante l'autore divino che stava dietro a quello umano. Ritenevano che Dio fosse l'autore ultimo di tutta la Scrittura e che il cristiano che la interpretava avesse il dovere di scoprire nel testo il significato divino. Per la maggioranza dei Padri, pertanto, avevano poca o nessuna rilevanza l'ambientazione originale della profezia o le questioni circa le molteplici paternità del testo, le fonti usate dall'autore umano o l'opera di redazione compiuta da uno scrittore successivo. Alcuni lettori quindi potrebbero restare sorpresi del contenuto di alcuni dei brani che seguono. Le usanze del Vicino Oriente antico hanno scarso rilievo e scarso è lo sforzo di ricostruire il contesto storico originale della profezia. Per gli scrittori di questo volume la Scrittura non era un compendio di storia ebraica o addirittura un trattato di teologia ebraica, era invece un annunciò del Messia che doveva venire. Tale comprensione della Bibbia significava che gli esegeti cristiani cercavano e credevano di trovare il messaggio di Gesù in ogni parte dell'Antico Testamento.

IL TESTO DI ISAIA

Il Libro di Isaia, come quasi tutti i libri dell'Antico Testamento, fu scritto in ebraico. La maggior parte degli scrittori patristici, tuttavia, lesse Isaia in greco o in latino, sebbene molti di essi dimostrassero di conoscere e interagire bene con il testo ebraico. Solitamente il testo usato era una traduzione della Bibbia ebraica realizzata tre il III e il II secolo a.C. da traduttori ebrei sconosciuti. Essa è nota come Bibbia dei Settanta, poiché secondo la tradizione fu tradotta contemporaneamente e in modo indipendente da settanta traduttori, che diedero alla luce settanta versioni identiche. In verità, parti diverse del testo ebraico furono tradotte in momenti diversi e queste sezioni si differenziano notevolmente nello stile e nell'accuratezza.

Nel II secolo d. C. gli studiosi ebrei Aquila, Simmaco e Teodozione produssero altre tre traduzioni in greco dell'Antico Testamento, allo scopo di migliorare la fedeltà della versione greca all'Originale ebraico e di venire incontro alle esigenze delle proprie comunità in continua evoluzione; questo fenomeno fu in seguito interpretato anche come reazione contro i cristiani, che consideravano la Settanta come un libro cristiano'. Gli scrittori patristici fecero riferimento a queste versioni in modo per lo più occasionale: il testo greco di Isaia maggiormente diffuso, usato e commentato era quello della Settanta. Origene di Alessandria riunì queste quattro traduzioni in greco, insieme a un testo ebraico e una translitterazione greca dell'ebraico, in un'opera conosciuta come Hexapla, il cui nome deriva dalle sei colonne nelle quali era suddiviso il volume. Nella Chiesa che parlava greco la Settanta era considerata quasi universalmente come testo ispirato ed era la versione più utilizzata dell'Antico Testamento.

In Occidente, poiché molte chiese cominciarono a utilizzare il latino come lingua ufficiale, ci fu bisogno di tradurre in latino anche i testi sacri. Nella Chiesa d'Occidente cominciarono così a diffondersi molti brani o interi libri della Settanta tradotti in latino, che furono largamente utilizzati dalle comunità. Verso la fine del II secolo questi diversi brani furono raggruppati in un testo unico, comunemente noto come Vetus Latina, ossia versione latina antica, per distinguerla da un'altra versione latina, realizzata da san Girolamo a cavallo tra IV e V secolo e denominata Vulgata. L'opera di Girolamo fu assai complessa e non è possibile riferirne qui se non per accenni molto sommari.

La sua conoscenza dell'ebraico gli permise di affrontare direttamente gli originali del testo biblico e di cercare di renderne una traduzione più accurata e fedele rispetto alla Vetus Latina. Tuttavia il suo lavoro non fu del tutto uniforme e fu compiuto in modi e momenti diversi. Egli tradusse la maggioranza dei libri dell'Antico Testamento direttamente dall'ebraico (o dall'aramaico), fra i quali anche Isaia — cui dedicò l'ampio commentario utilizzato anche in questo volume —; di alcuni, invece, utilizzò il testo della Vetus Latina, correggendolo sulla base dell'ebraico, o in alcuni casi su quello della Settanta o di Teodozione. Il Nuovo Testamento fu preso dalla Vetus e corretto sulla base del greco originale. Il risultato del lavoro di Girolamo, pur essendo nel complesso straordinario, presenta differenti qualità di traduzione e non è esente da difficoltà nella resa del senso dell'Originale, specialmente nei libri profetici.

In Occidente la Vulgatà geronimiana si diffuse inizialmente con difficoltà, poiché la sostituzione del testo biblico coinvolgeva a fondo la vita delle chiese, soprattutto per l'uso che se ne faceva nella liturgia, e non era mai un'operazione indolore. Solo molto tardi arrivò a sostituire la Vetus come testo ufficiale dell'Antico Testamento. Perciò i Padri della Chiesa che parlavano latino lessero Isaia sia nella versione della Vetus sia in quella della Vulgata.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai padri. Gli atti degli apostoli"
Editore:
Autore:
Pagine:
Ean: 9788831193870
Prezzo: € 65.00

Descrizione:

INTRODUZIONE AD ATTI DEGLI APOSTOLI

Il presente volume della Bibbia commentata dai Padri dedicato agli Atti degli Apostoli riscopre, all'interno del panorama neotestamentario, un testo dotato di peculiarità sue proprie che, in tale ambito legato specificamente agli autori della Chiesa antica, va oltre il semplice carattere narrativo caratterizzante dell'opera dell'evangelista Luca. Vogliamo, infatti, far notare al lettore, che si accinge alla lettura di questo lavoro, la notevole difformità che esiste fra questo e i volumi precedentemente pubblicati in questa collana.

La maggior parte delle opere antiche incentrate sugli Atti sono rappresentate, in verità, da Catene, sia in lingua greca che in lingua latina, giunte a noi per lo più in maniera frammentaria. Il presente volume ha pertanto il merito di raccogliere insieme questi scritti nel desiderio di svelare la bellezza nonché l'importanza di alcuni testi, come le catene sugli Atti degli Apostoli di Ammonio di Alessandria, di Didimo il Cieco, di Ireneo di Lione, di Isidoro di Pelusio, cui si aggiungono le Omelie sugli Atti degli Apostoli di Giovanni Crisostomo, tutte opere che risultano ancora poco studiate.

La breve introduzione a questo volume, rispettando i canoni propri di questa ampia collana, esprime la nostra volontà di introdurre il lettore ai problemi dell'esegesi e della tradizione cristiana della Chiesa antica, non dimenticando comunque di sottolineare i fattori specifici e più significativi della Scrittura. Pertanto, abbiamo ritenuto necessario proporre delle brevi note sulla figura e sull'opera di Luca, considerato anche dagli scrittori antichi autore degli Atti, quindi analizzare alcuni dei temi predominanti negli Atti degli Apostoli, per concentrare più diffusamente la nostra attenzione sui Padri della Chiesa, che di questo volume costituiscono la fonte precipua e più cospicua, e sui sistemi interpretativi da loro utilizzati nella lettura esegetica di questo testo neo-testamentario.

Le stesse parole di Crisostomo ci introducono alla lettura di questo testo sacro e propria della comunità cristiana antica, di svelare il messaggio di Cristo in tutte le sue forme e in tutti i suoi contenuti: «I Vangeli sono la narrazione di ciò che Cristo fece e disse, mentre gli Atti lo sono di ciò che l'altro Paracleto disse e fece. Non è che lo Spirito non fece tante cose anche nei Vangeli, mentre Cristo qui negli Atti opera sulle persone tanto quanto fece nei Vangeli, ma lì lo fece nel Tempio, mentre qui agisce attraverso gli apostoli Lì lo Spirito entrò nella Vergine e fabbricò il Tempio, qui entra negli animi degli apostoli; lì nelle sembianze di una colomba, qui in quelle del fuoco».



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Antico Testamento [Vol_6] / Giobbe"
Editore:
Autore:
Pagine: 328
Ean: 9788831193863
Prezzo: € 50.00

Descrizione:

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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [vol_12] / Apocalisse"
Editore:
Autore:
Pagine: 368
Ean: 9788831193856
Prezzo: € 52.00

Descrizione:

INTRODUZIONE AD APOCALISSE

È noto che a partire dalle riserve espresse da Eusebio di Cesarea sull'autenticità apostolica del libro di Giovanni (Storia ecclesiastica 3, 39, 5-6), il libro apocalittico fu scarsamente commentato in Oriente, come si evince dalle rarissime citazioni patristiche, fino a quelli che vanno considerati come i più antichi commentari orientali dell'Apocalisse, mi riferisco ai Commenti di Ecumenio (VI sec.) e di Andrea di Cesarea (VII sec. ).

Entrando gli scritti ritenuti canonici, tra quelli attribuibili con sicurezza all'evangelista Giovanni Eusebio cita, oltre al Vangelo, la prima delle Epistole, la cui paternità giovannea è indicata come "incontestabile" sulla scorta della tradizione a lui contemporanea e di quella precedente (Storia ecclesiastica 3, 24, 17), parlando invece di discussioni in merito all'attribuzione all'evangelista o ad un suo omonimo delle altre due lettere (ibid., cf. anche 3, 25, 3); per quanto riguarda poi l'Apocalisse, Eusebio classifica lo scritto tra quelli contestati e la cui autorità è messa in discussione (Storia ecclesiastica 3, 24, 18). Secondo quanto riferito da Eusebio, per alcuni il libro apocalittico sarebbe da respingere, mentre altri lo avrebbero incluso tra quelli canonici (Storia ecclesiastica 3, 25, 4).

Dell'identità dell'autore dell'Apocalisse Eusebio torna a parlare riportando un estratto della prefazione dell'opera di Papia di Gerapoli intitolata Spiegazione di parole del Signore (Storia ecclesiastica 3, 39, 1). Ireneo di Lione cita un detto, riferito da Papia nella sua opera, in cui Gesù parla della straordinaria fecondità della terra del Regno con accenti improntati ad estremo materialismo e che trovano significative e precise corrispondenze in testi apocalittici di ambiente giudaico quali 1 Enoch 10, 19 e 2 Baruch 29, 5 (Contro le eresie 5, 33, 3-4).

Come riferisce Eusebio, secondo Ireneo si sarebbe trattato di una tradizione trasmessa da Giovanni, il discepolo di Gesù di cui Papia, compagno di Policarpo, sarebbe stato uditore (Storia ecclesiastica 3, 39, 1). Situando Papia al tempo di Traiano e facendone un contemporaneo di Policarpo e di Ignazio (Storia ecclesiastica 3, 36, 2), Eusebio contesta Ireneo rilevando che nella prefazione alla propria opera Papia non si presenta come discepolo o uditore diretto degli apostoli, ma dei presbiteri, che a loro volta avevano ascoltato la testimonianza degli apostoli (Storia ecclesiastica 3, 39, 2- 4). Eusebio sottolinea come nella stessa prefazione Papia citi due volte il nome di Giovanni, menzionandolo una prima volta tra i discepoli del Signore e poi facendone il nome dopo quello di Aristione e indicandolo esplicitamente come "presbitero" (Storia ecclesiastica 3, 39, 5-6). Fondandosi su tale testimonianza e su una notizia desunta da Dionigi di Alessandria (cf. Storia ecclesiastica 7, 25, 16), Eusebio avanza quindi tesi che le due tombe esistenti a Efeso e dette di Giovanni appartengano l'una all'autore dell'Apocalisse e l'altra all'apostolo (Storia ecclesiastica 3, 39, 6).

Come detto, Eusebio fonda la propria ipotesi su quanto sostenuto da Dionigi di Alessandria che, confutando nella propria opera Sulle promesse Nepote, vescovo degli Egiziani che, appoggiando le proprie tesi sull'Apocalisse, sosteneva che le promesse dovessero essere intese in senso letterale, aveva dedicato il secondo libro della propria opera all'esame dell'Apocalisse. Dalle differenze stilistiche, linguistiche e di pensiero emerse dal confronto tra l'Apocalisse da un lato e il Vangelo giovanneo e l'Epistola dall'altro — Dionigi prende in considerazione la prima delle tre epistole giovannee, che, crome si è visto in precedenza, Eusebio considera incontestabilmente ascrivibile all'apostolo —, il vescovo di Alessandria aveva sostenuto la necessità di distinguere l'autore del Vangelo e dell'Epistola da quello dell'Apocalisse (Storia ecclesiastica 7, 25, 7), al quale, pur rilevando a proposito della lingua l'uso di un dialetto non propriamente greco e sottolineando il ricorso a barbarismi e a solecismi, aveva comunque riconosciuto l'ispirazione profetica (Storia ecclesiastica 7, 25, 26, cf. 7, 25, 7) chiamandolo esplicitamente "profeta" (Storia ecclesiastica 7, 25, 6)1.

Dionigi dichiara inoltre che molti dei suoi predecessori respinsero il libro apocalittico criticandolo capitolo per capitolo e dichiarandolo incoerente e inintelligibile e per questo non ascrivibile a uno degli apostoli (Storia ecclesiastica 7, 25, 1-2). Secondo tali critici l'autore dell'Apocalisse sarebbe stato invece Cerinto, il fondatore dell'eresia di ispirazione millenarista che da lui prese il nome (Storia ecclesiastica 7, 25, 2-3): si tratta della posizione espressa in senso antimontanista dal presbitero Gaio, attivo a Roma ai tempi del vescovo Zefirino (199-217) e dai cosiddetti "alogi", così definiti da Epifanio di Salamina in quanto negatori della teologia giovannea del Logos (Epifanio, Panarion 51, 1-35) 2. Da parte sua Dionigi dichiara di non poter respingere un libro accettato da molti fratelli e, insistendo sul primato della fede, ammette l'impossibilità di una comprensione razionale di questo testo dai tratti spesso oscuri e "meravigliosi", supponendo che dietro le parole ci sia un significato più profondo (Storia ecclesiastica 7, 25, 4-5).

Eusebio quindi, su posizioni antimillenariste e sulla scorta della testimonianza di Dionigi, non riconosce all'evangelista Giovanni la paternità del libro apocalittico e parla della necessità di un senso simbolico e mistico del testo che il millenarismo materialista di Papia, di indubbia matrice giudaica 3, non avrebbe colto (Storia ecclesiastica 3, 39, 11-13).

È opportuno a questo punto rilevare come sia fortemente rappresentata presso gli studiosi moderni la convinzione che riguarda il millenarismo del libro apocalittico.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [Vol_10] / Ebrei"
Editore:
Autore:
Pagine: 352
Ean: 9788831193849
Prezzo: € 50.00

Descrizione:

La Lettera agli Ebrei, che presenta nell'ambito del Nuovo Testamento caratteristiche peculiari nella forma, nel contenuto e nello stile - costituisce un testo fondamentale per il suo profondo messaggio cristologico e offre un contributo notevole alla comprensione di Gesù come sommo sacerdote. I Curatori hanno scelto di fondare questo volume sul Commento alla Lettera agli Ebrei composto da Giovanni Crisostomo (347-407). Si tratta del primo commentario esaustivo sulla Lettera, che ha esercitato una profonda influenza sull'interpretazione successiva del testo sia in Oriente che in Occidente, e la cui eloquenza retorica è stata a lungo e ampiamente riconosciuta. Il volume offre quindi una selezione di commenti estremamente varia per generi letterari, tempi e contesti culturali, spaziando dal primo al nono secolo e dalla tradizione orientale a quella occidentale. Un tesoro di antica sapienza per la Chiesa di oggi.

INTRODUZIONE A EBREI

Questo volume della collana "La Bibbia commentata dai Padri" dedicato alla Lettera agli Ebrei presenta alcune peculiari caratteristiche che vanno adeguatamente spiegate sotto i seguenti aspetti: la ricezione della lettera da parte della Chiesa delle origini; la giustificazione dell'inserimento nel volume del Commento sulla Lettera agli Ebrei di Giovanni Crisostomo; la natura delle selezioni tratte dagli altri commentatori patristici. La sezione finale si chiude con una discussione sugli esiti relativi al genere e al linguaggio utilizzati nel presente volume, aspetti che ne complicano decisamente la lettura. La selezione dei commenti dei primi esegeti cristiani rappresenta una varietà di generi interpretativi ed è spesso legata a tempi e contesti diversi, elementi che comportano interrogativi vari al lettore nel momento in cui si passa da un brano all'altro. Inoltre, la differenza cronologica tra la lingua originale della Lettera agli Ebrei (greco) e le lingue dei primi scrittori cristiani che l'hanno commentata (per es. greco, latino, armeno) pongono al lettore alcuni quesiti e meritano necessariamente un opportuno commento.

LA RICEZIONE DELLA LETTERA AGLI EBREI

La Lettera agli Ebrei occupa un posto distintivo nel Nuovo Testamento. È, per tradizione, associata al corpus paolino. Tuttavia, dubbi sulla paternità e sull'autorità emersero presto nella sua trasmissione e complicarono la sua ricezione, in particolare in Occidente (zona di lingua latina) fino al IV sec. In Occidente esigenze di ordine della Chiesa finirono per essere determinanti per l'intepretazione della Lettera agli Ebrei. Un'interpretazione rigorista di Eb 6, 4-6, Eb 10, 26-31 e Eb 12, 17 affermava l'impossibilità di pentimento per certi peccati dopo il battesimo. Questo fatto può essere notato già nel Pastore di Erma (120-140). E' anche evidente nella difesa della Lettera agli Ebrei di Tertulliano (160-225ca). Dopo la persecuzione di Decio del 249-250, il rigorista Novaziano usò la Lettera agli Ebrei per sostenere che coloro che avevano abiurato la fede non potevano essere perdonati e riammessi nella Chiesa. Cipriano, vescovo di Cartagine (m. 258), egli stesso un disciplinato difensore della fede, dichiarò che il peccatore poteva essere riconciliato con la Chiesa solo dopo rigorosa penitenza. Eppure, Cipriano non utilizzò la Lettera agli Ebrei nel proprio lavoro: non ne trae mai citazioni.

Nell'Oriente greco, sebbene si discutessero anche le questioni legate alla paternità paolina, i passaggi sul "secondo pentimento" non erano percepiti problematici tanto quanto in Occidente, e l'autorità della Lettera agli Ebrei non venne mai seriamente messa in discussione. I primi esegeti alessandrini, Panteno e Clemente, accettarono la paternità paolina, sebbene Clemente suggerisse che le differenze stilistiche nella Lettera agli Ebrei fossero dovute a Luca e alla sua traduzione della lettera di Paolo dall'originale ebraico al greco, una posizione che venne accolta nella glossa ordinaria e divenne l'opinione tradizionale della Chiesa occidentale nel medioevo. Origene affina questa nozione suggerendo che la forma finale della lettera rappresentava un ordine diverso di stesura rispetto a quello della traduzione. I commenti di Origene sulla paternità della Lettera agli Ebrei sono rappresentativi della tradizione greca in generale. Ci sono giunti in un testo spesso parafrasato che è citato per primo da Eusebio e che deriva dalle perdute Omelie sulla Lettera agli Ebrei: «Quanto a me, dovendo esprimere la mia opinione, direi che i pensieri sono dell'Apostolo, mentre lo stile e la composizione sono di uno che ricordava la dottrina apostolica, per così dire di un redattore che ha trascritto quanto era detto del maestro. Se dunque qualche Chiesa considera questa lettera veramente di Paolo, essa stessa si rallegri anche di questo: non è a caso, infatti, che gli antichi l'hanno tramandata come se fosse di Paolo. Quanto poi a chi ha scritto la lettera, Dio sa la verità».

In un papiro manoscritto che contiene la più antica raccolta greca delle lettere di san Paolo (200ca), la Lettera agli Ebrei segue la Lettera ai Romani, un'indicazione dell'importanza e dell'autorità che le veniva riconosciuta nella tradizione orientale. D'altra parte, la Lettera agli Ebrei manca dal canone latino Muratoriano, una lista che potrebbe datare allo stesso periodo di P46. In Occidente si deve attendere fino a Girolamo (347-420ca) e ad Agostino (354-430ca) perché il testo riceva i suoi primi autorevoli difensori. Tale svolta avvenne, apparentemente, come risultato della scoperta del profondo apprezzamento che la tradizione greca aveva per la Lettera, tanto quanto come conseguenza della comprovata utilità del testo per l'ortodossia nella controversia ariana (per es. l'uso di Eb i, 3 come testo di prova cristologica). Nessuno dei maggiori Padri latini produsse tuttavia un commentario al testo e sia Girolamo che Agostino dimostrarono prudenza rispetto alla questione della paternità. 



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Antico Testamento [Vol_3] / Giosuè, Giudici, Rut, 1-2 Samuele"
Editore:
Autore: AA.VV.
Pagine: 504
Ean: 9788831193825
Prezzo: € 70.00

Descrizione:

L'episodio dell'ingresso nella Terra Promessa seguito dall'età dei Giudici e della monarchia può non apparire ai lettori di oggi una fonte per spiegare la fede cristiana. Ma i Padri della Chiesa trovarono prontamente nella narrazione dei parallelismi, o "figure", in grado di illuminare la comprensione del Nuovo Testamento. Il volume raccoglie i commenti patristici ai Libri di Giosuè, Giudici, Rut, Samuele: tra gli altri, brani tratti dalle omelie di Origene, dai commenti di Gregorio di Nazianzo e del Venerabile Beda, alcuni testi dalle Questioni sull'Ettateuco di Agostino, Questioni sull'Ottateuco di Teodoreto di Cirro e Trenta Questioni su 1 Samuele di Beda.

INTRODUZIONE GENERALE

La religione cristiana, in tutte le sue manifestazioni, ha bisogno del Libro per eccellenza, la Bibbia i. Quello che vi è scritto è la parte fondante del cristianesimo. Essa è il referente costante nella storia delle comunità cristiane, in particolare nei primi scoli del loro sviluppo, ma anche dei fedeli di ogni tempo, che vogliono fare esperienza nel nel Dio di Abramo e nel suo figlio Gesù Cristo.

Essa viene letta sia nelle comunità private, sia nelle comunità oranti, nelle quali è per di più proclamata solennemente.
La Bibbia inoltre esiste anche come documento interpretato e utilizzato nei secoli. Ogni lettura di tale testo, scritto ma dinamico, significa continua interpretazione e confronto con il presente vissuto dai lettori e dai credenti. La Bibbia può perciò essere letta come documento storico, culturale e religioso, ma anche come un testo fondante di tutta la cristianità che con essa si deve continuamente confrontare.

Generazioni di cristiani — e di ebrei per l'Antico Testamento — pregano, piangono e gioiscono da sempre leggendola: nelle grandi cattedrali, nella solitudine di una cella monastica, nel deserto assolato dell'Egitto, nell'intimità di una famiglia o in comunità: a volte anche inconsciamente ci accostiamo alla Bibbia alla luce di una lunga storia scritta e vissuta prima di noi.
Ma la riscoperta del Libro suscita anche l'interesse alla storia dell'interpretazione che nel tempo e nello spazio si è data di esso.

esegesi biblica, nei primi secoli cristiani«, era la base della predicazione, della catechesi, della elaborazione dottrinale, dell'etica, delle istituzioni ecclesiali e della liturgia, persino delle controversie. Per questo i testi biblici, sia dell'Antico sia del Nuovo Testamento, si rivelano indispensabili per la comprensione stessa della storia del cristianesimo. Anche l'arte cristiana antica era una rappresentazione di episodi biblici a fini didattici: le pitture delle catacombe, ad esempio, comunicavano un messaggio biblico. Origene, quando commenta un testo biblico, si pone soprattutto questa domanda: «Che interesse ha per me questa storia?» (Omelia su Geremia 1, 2).

Lo studio dei Commenti patristici condotti sulla Scrittura per molto tempo è stato trascurato perché l'esegesi appariva troppo intessuta di interpretazioni allegoriche talvolta fantasiose, e perché considerata senza valore per lo studio e la comprensione della Scrittura stessa - oggi che possediamo altri strumenti per una sua maggiore intelligenza testuale —. La storia dell'esegesi trovava solo un interesse esclusivamente storico: una sorta di archeologia interpretativa senza alcun risvolto sia per il presente, per la vita delle comunità cristiane, sia per lo studio biblico.

In realtà, anche se in qualsiasi scuola esegetica antica c'era un'attenzione alla interpretazione storica e filologica per la comprensione piena del senso biblico — l'allegoria oscillava secondo i tempi e i luoghi predominando in ambiente alessandrino parte dei testi conservati fino ai nostri giorni è frutto della predicazione che mirava alla edificazione e alla formazione cristiana del popolo cristiano, e non di un'opera di studio o di ricerca. Dall'esperienza quotidiana si evince che, ancor oggi, ogni predicatore, nell'ambito di una celebrazione liturgica, tende a una esegesi allegorica adatta al pubblico presente e alle circostanze di vita degli uditori, forma comune dell'antica esegesi, che è in misura ridotta anche dell'esegesi pastorale odierna.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Antico Testamento [vol_8] / Proverbi, Qoelet, Cantico dei Cantici"
Editore:
Autore: Conti Marco
Pagine: 520
Ean: 9788831193832
Prezzo: € 75.00

Descrizione:

Nell'ambito della letteratura sapienziale dell'Antico Testamento i Padri della Chiesa attribuivano i libri dei Proverbi, di Qoelet e del Cantico dei Cantici a Salomone - attribuzione oggi respinta dalla maggior parte degli esegeti - ed unanime era la convinzione che il contenuto di questi libri fosse espressione della più elevata sapienza sul profondo significato della vita in un tempo che non aveva ancora conosciuto l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo. Come per tutti i Libri dell'Antico Testamento, anche nel commento dei Proverbi, del Qoelet e del Cantico dei Cantici, i Padri - da Gregorio di Nissa ad Agostino, da Origene a Beda il Venerabile a Gregorio di Nazianzo ad Ambrogio - propongono una lettura dell'Antico Testamento rilevante e attuale per i cristiani del loro tempo e che si rivela di straordinaria ricchezza spirituale per la Chiesa di oggi.

INTRODUZIONE A PROVERBI, QOÈLET, CANTICO DEI CANTICI

Nella Chiesa antica lo studio critico dei libri della Bibbia non era così fortemente avanzato da creare agli antichi commentatori problemi di datazione, di autorità, di ambiente, di contesto, di fonti, di genere letterario o di struttura, tutti aspetti che oggi attirano l'attenzione degli studiosi. Era diffusa però la convinzione che i libri dei Proverbi e di Qoèlet, insieme con il libro di Giobbe e alcuni Salmi, possedessero caratteri comuni; caratteri che li avrebbero portati ad essere collettivamente riconosciuti come letteratura sapienziale del canonico Antico Testamento. Anche il Cantico dei Cantici era visto come profondamente legato a questo contesto grazie alla grande autorità di Salomone, mentre i libri apocrifi della Sapienza e dell'Ecclesiastico (detto anche Siracide), erano associati agli altri sulla base di un contenuto simile. Il raggruppamento dei tre libri canonici trattati nel presente volume, era già stato proposto nell'antichità da Ori gene in Oriente (nel Prologo al suo Commento al Cantico dei Cantici) e in Occidente da Agostino d'Ippona (La città di Dio 17, 20). Questi ultimi, come la maggior parte degli antichi commentatori, si trovarono concordi nella convinzione che Salomone fosse l'autore di tutti e tre i libri, opinione che oggi è seguita da pochissimi studiosi.

Quasi unanime era anche il consenso sul fatto che il contenuto di questi libri rappresentasse un'espressione della più sottile saggezza in merito al profondo significato della vita conoscibile in un tempo precedente l'incarnazione di Dio in Gesù Cristo. La Sapienza talvolta era anche concepita come personificazione o agente personificato di Dio (cf. Prv 8 - 9), e perciò la letteratura sapienziale nel suo insieme, allora come ora, era vista quale conferma dei limiti della comprensione umana e della difficoltà per gli esseri umani di conoscere il significato ultimo della vita, espressione di un intervento da parte di Dio che i cristiani giunsero a chiamare incarnazione. Tali ambiguità, o futilità, frustrazioni e mera vanità della vita, potrebbero esseri tutti elementi fissati ma non risolti in maniera definitiva in quanto espressione di una comprensione della rivelazione cristiana nell'ottica degli antichi commentatori cristiani.

Gli antichi scrittori cristiani erano spesso conosciuti come antichi Padri della una desrrizione che è Qui intesa non a escludere le donne, ma solo a conferma-re come un dato di fatto che l'ampia produzione letteraria pervenutaci sia stata scritta da uomini. Le loro opere si presentano di vario genere, e non tutti gli antichi commentatori cristiani qui compresi hanno scritto commenti sistematici della Bibbia che procedano per riga e verso per verso. Ai fini di questa serie questi autori sono detti commentatori; sebbene debba essere sottolineato che molti dei contenuti di questo volume sono tratti da un numero consistente di scritti occasionali e non esclusivamente da commenti completi. Questi scrittori e i loro commenti sono stati identificati quale risultato di vaste ricerche eseguite all'interno di collezioni di fonti patristiche di ogni genere, condotte inizialmente dallo staff editoriale del progetto dall'Ancient Christian Commentary on Scripture della Drew University e successivamente dagli autori di ciascun volume di questa serie. Nessun sistema di ricerca è tuttavia perfetto, e la selezione finale è stata fatta sulla base di un mio giudizio soggettivo.

I principi di selezione e di ordinamento che ho seguito sono definiti in base all'importanza dei passi scelti, al loro significato profondo, alla loro applicabilità e al loro accordo consensuale talvolta compensato da una notevole individualità. In principio erano stati inclusi in questo volume tutti i commenti ai singoli versi di questi tre libri, il che significa che ove non fossero presenti commenti a particolari sezioni del testo, allora voleva dire che non esisteva realmente alcun commento su di esse, se non fugaci riferimenti di poca rilevanza. Nessun criterio può essere assolutamente oggettivo, ed è anche ovvio che un volume di passi scelti da vari autori, come il presente, può dire meno di una serie di volumi dedicati separatamente a ciascuno di loro, ma naturalmente tutto ciò avrebbe comportato di necessità un lavoro più esteso.

Per quanto riguarda il testo biblico, nei casi in cui le citazioni o i riferimenti alle Scritture, proposti nei singoli passi da parte dei commentatori patristici, varino rispetto al testo principale, tali divergenze vengono indicate in nota. Generalmente, infatti, quando gli antichi autori scrivevano in greco, commentavano i libri della Bibbia come se avessero davanti agli occhi la versione dei Settanta della Scrittura ebraica; quando invece scrivevano in latino, commentavano la Vulgata oppure l'antica versione latina del medesimo materiale testamentario. La Vulgata o la versione latina degli Ebrei, che è associata a Girolamo nel V secolo, non era la medesima dei Settanta.

Dobbiamo anche fare un'iniziale precisazione sul fatto che molti commentatori cristiani antichi e molti libri dell'Antico Testamento sono stati trovati fra gli autori del Nuovo Testamento. Tutti questi passi sono stati esclusi dalle pagine del nostro volume a motivo dei limiti fissati dalla serie in cui esso è inserito. Nonostante tutto, questo elemento sembra per lo meno appropriato a fornire importanti informazioni sulla base di un ambiente comune finalizzato p a illustrare il precedente biblico che tutti loro offrono e soprattutto la continuità che essi stabiliscono.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [Vol_6] / Romani"
Editore:
Autore: AA.VV.
Pagine: 592
Ean: 9788831193818
Prezzo: € 80.00

Descrizione:

La BIBBIA COMMENTATA DAI PADRI è un'opera prevista in 29 volumi e in due sezioni: ANTICO TESTAMENTO e NUOVO TESTAMENTO. Ogni volume è dedicato ad un singolo libro biblico oppure a più libri, suddivisi in pericopi corredate dall'interpretazione esegetica desunta dai commentari dei Padri della Chiesa e raccoglie questa ricchezza disseminata in tante opere, spesso non facilmente accessibili, sia in lingua greca sia latina, e in altre lingue della cristianità, come il copto, il siriaco e l'armeno. Diretta da Thomas C. Oden, curata dell'istituto di Studi Cristiani Classici (ICCS) della Drew University, New Jersey (U.S.A.) in collaborazione con un team di studiosi ed esperti internazionali di varie chiese. Edizione italiana a cura di Angelo di Berardino. Formato dei volumi 17,5x24,5.

INTRODUZIONE A ROMANI

La Lettera ai Romani non è, semplicemente, il testo dell'Occidente cristiano ma è, in qualche misura, l'Occidente. Autorità e libertà, autonomia e destino, individuo e comunità, universale e particolare sono tensioni generali che l'attraversano e la strutturano, a parere di chi scrive, ancor prima di quelle antinomie teologiche — legge e grazia, predestinazione e salvezza, opere e fede — destinate a diventarne le più consolidate chiavi ermeneutiche.

Così, se nella Chiesa antica per rilievo intrinseco e attenzione degli esegeti, le stava accanto almeno la prima lettera ai Corinzi, a partire da Agostino la prima letterea ai Romani è divenuta il testo chiave di ogni successiva svolta teologica ed ecclesiologica, da Tommaso d'Aquino a Erasmo, da Lutero a Wesley a Karl Barth, sino all'ebraismo cristiano di Jakob Taubes, la cui Teologia politica di san Paolo, null'altro da un'ennesima, serrata esegesi di Romani, alle soglie del terzo millennio segna, nel nome di una necessaria e rinnovata antinomia tra ebraismo e cristianesimo, la conclusione stessa della parabola della modernità apertasi con la Vorrede premessa da Lutero all'epistola paolina nell'ambito della sua traduzione tedesca del Nuovo Testamento: «Questa lettera è la parte più importante del Nuovo Testamento e il Vangelo più puro; è perciò del tutto degno e importante che ciascun cristiano la conosca a memoria parola per parola; non solo: la deve meditare ogni giorno come fosse il pane quotidiano dell'anima. [...]

In questa lettera troviamo infatti in modo eccellente cosa deve sapere un cristiano, cioè cosa siano la legge, il Vangelo, il peccato, la punizione, la grazia, la fede. Pertanto è come se in questa lettera Paolo abbia voluto riassumere definitivamente tutto l'insegnamento cristiano del Vangelo e rendere disponibile una via di accesso all'Antico Testamento. Non può esserci dubbio, infatti, che chi mantiene questa lettera nel suo cuore porta con sé la luce e la forza dell'Antico Testamento; per questo ogni cristiano deve conoscerla a fondo e meditarla ininterrottamente».

Proprio il rapporto del Vangelo con l'Antico Testamento — ovvero, in buona sostanza, con l'ebraismo — rappresenta non solo il nodo centrale su cui viene giocata l'esegesi complessiva del testo paolino, bensì la scaturigine stessa del libro.

Composta probabilmente nel 55 o 56 a Corinto, in un momento decisivo della vicenda di Paolo, la lettera è indirizzata a una comunità — o più precisamente a un insieme di comunità domestiche non particolarmente vincolate tra loro — che Paolo non aveva ancora visitato. tuttavia, sia per la collocazione nella capitale dell'Impero, sia per la vivacità della loro fede (cf. Rm 1, 8; 15, 14; 16, 19) i cristiani di Roma dovevano rappresentare un punto di riferimento e un interlocutore ineludibile anche per Paolo, tanto più in un momento in cui la sua predicazione era sottoposta a serrate critiche da parte di quanti, a differenza di lui, concepivano con maggiore difficoltà una collocazione della fede in Gesù al di fuori delle consolidate categorie e pratiche del-l' ebraismo. In questo quadro, i gruppi cristiani di Roma, sia di origine ebraica, sia di provenienza dai Gentili, erano attraversati da tensioni provocate deliberatamente dagli oppositori di Paolo, che lo accusavano di slegare la fede in Cristo da qualsiasi rapporto con le pratiche di vita, favorendo in questo modo il lassismo e la condotta di quanti, provenienti dal paganesimo, non si ritenevano in alcun modo legati alle prescrizioni alimentari e comportamentali della tradizione ebraica, esemplarmente racchiuse nel digiuno di cui si parla al capitolo 14.

La lettera segna la decisa reazione da parte di Paolo a queste accuse; una tale reazione era necessaria non solo per difendere in linea generale il suo messaggio e la sua interpretazione del Vangelo, bensì anche per la dichiarata volontà di recarsi a predicare in Spagna, dopo aver consegnato a Gerusalemme i frutti della colletta promossa tra le chiese d'Asia: su quell'itinerario, Roma segnava una tappa ineludibile, non solo geografica, ma, a questo punto, anche di legittimazione (cf. Rm 15, 24).

Due caratteristiche dello scritto denunciano immediatamente lo sfondo problematico su cui esso si colloca: da un lato, il frequente ricorso all'interlocuzione diretta degli avversari, sia sotto forma di interrogazioni retoriche che riproducono le probabili obiezioni mossegli, sia sotto forma di esclamazioni che ne sottolineano la serrata argomentazione (si veda soprattutto l'inizio del capitolo 3); dall'altro, il costante tentativo di ingraziarsi gli interlocutori, sottolineandone l'importanza, la maturità nella fede, la rilevanza delle scelte. Aspetti, questi, che gli esegeti antichi, ben formati alla pratica retorica, erano in grado di cogliere e apprezzare con maggior gusto e consapevolezza di quanto non sia forse oggi possibile.

La struttura della lettera nelle sue linee generali, pur se non nei dettagli, è abbastanza chiara. Tra l'intestazione e l'esordio (1, 1 - 1, 17), da una parte, e la conclusione (15, 14 - 16, 27), il corpo della lettera si suddivide in due parti di estensione differente: da 1, 18 alla fine del capitolo 11, Paolo illustra il contenuto del suo annuncio, non nella sua completezza (mancano temi caratteristici della sua predicazione come l'eccksiologia e l'insegnamento sull'eucaristia), bensì per ciò che riguarda il rapporto tra fede e salvezza; dall'inizio del capitolo 12 a 15, 13, invece, Paolo svolge un discorso parenetíco (cioè di esortazione) su come il vangelo annunziato nella prima parte deve essere calato nella vita del singolo e della comunità. La prima parte, a sua volta, può essere ulteriormente suddivisa in due: da 1, 18 al capitolo 8, Paolo tratta dell'annuncio, della salvezza e della giustificazione offerta da Dio per chi ha fede in Cristo, mentre nei capitoli 9-11 affronta di petto il problema del destino di Israele come popolo e dei singoli ebrei che hanno rifiutato il loro assenso al Vangelo, con tutto ciò che questo comporta per quello che riguarda il senso e l'osservanza della legge mosaica.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [vol_1.2] / Matteo 14-28"
Editore:
Autore: AA.VV.
Pagine: 384
Ean: 9788831193795
Prezzo: € 55.00

Descrizione:I numerosi testi patristici, qui raccolti, che commentano il Vangelo di Matteo rientrano nel genere dei commentari e delle omelie. Esempi del primo genere sono i commenti di Origene, di Ilario di Poitiers, di Girolamo. Sono omelie seriali, concepite in modo da interpretare con sistematicità un libro scritturistico, le 90 omelie di Giovanni Crisostomo o quelle di Cromazio di Aquileia; appartengono al genere delle omelie isolate, frutto della predicazione domenicale, invece, gli scritti di Pietro Crisologo, Eusebio di Emesa, Gregorio Magno, Agostino.

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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [vol_3] / Luca"
Editore:
Autore: AA.VV.
Pagine: 584
Ean: 9788831193801
Prezzo: € 80.00

Descrizione:La lettura e il commento del Vangelo nelle antiche comunità cristiane avevano funzione liturgica e pastorale: la lettura avveniva nell'ambito della celebrazione eucaristica e costituiva la base per l'omelia pastorale. Per questo nei loro commenti i Padri della Chiesa non ricorrevano a sofisticate argomentazioni, ma mettevano in luce il significato soprattutto spirituale del testo con l'intento di formare una vita in Cristo. In questo ambito Luca era la scelta più naturale in alcuni periodi dell'anno liturgico: a Natale perché riporta episodi unici dell'infanzia e della fanciullezza di Gesù nella settimana di Pasqua e per le maggiori feste legate alla vita di Cristo. Il volume raccoglie i commenti patristici a Luca, citando Origene - autore del più antico commentario - Cirillo di Alessandria, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, Tertulliano, Agostino, Cipriano, Girolamo.

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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [vol_8] / Galati, Efesini, Filippesi"
Editore:
Autore:
Pagine: 336
Ean: 9788831193771
Prezzo: € 48.00

Descrizione:

Le Lettere di Paolo ai Galati, Efesini e Filippesi rappresentano un documento di notevole rilevanza in quanto contengono alcuni concetti fondamentali della teologia paolina che poi diventeranno patrimonio comune della fede cristiana. Ad esse guardarono con interesse i Padri della Chiesa che vi ricorsero frequentemente nelle controversie e nei dibattiti dottrinali del loro tempo. Il presente volume accompagna tali Lettere con il commento, tra gli altri, di Giovanni Crisostomo, Ambrosiaster, Mario Vittorino, Girolamo, Teodoreto di Cirro, Teodoro di Mopsuestia, Cassiodoro, Agostino, Origene.

INTRODUZIONE A CALATI, EFESINI, FILIPPESI

Questa edizione italiana volume del Nuovo Testamento della collana americana Ancient Christian Commentary on Scripture segue la scelta di testi patristici proposti da Mark J. Edwards a commento delle lettere paoline ai Gelati, agli Efesini e Filippesi nella sua edizione inglese.

La scelta dei brani patristici operata, predilige i «commentari», ossia quelle spiegazioni continue di un'intera opera: nel nostro caso, delle lettere paoline. Il pioniere di questa forma di interpretazione in campo cristiano è stato Origene, anche se gli esegeti cristiani dei primi secoli molto dipendevano dall'educazione antica, per (sui più che riferirsi all'Alessandrino, si attenevano alle regole tradizionali I. Tra gli autori di commentari più ricorrenti nella presente scelta antologica abbiamo Crisostomo, l'Ambrosiaster, Mario Vittorino, Teodoreto, Girolamo e Agostino, che rispecchiano pensiero, epoche e aree geografiche diverse, per cui il lettore dovrà avere l'avvertenza di non giustapporre semplicemente i brani riportati a commento di ogni singolo versetto del testo Paolino, ma dovrà considerare i brani in questione solo l'inizio di un cammino di contestualizzazione e successiva riflessione; eviterà così un uso "dogmatico" dei testi patristici.

In tal senso, per favorire il lettore in questo cammino di ricerca e di interpretazione, abbiamo pensato di presentare, in questa introduzione, alcune note bibliche sulle lettere di Paolo, poi qualche accenno ai commentatori e commentari riportati, infine, abbiamo dato alcune indicazioni sul lavoro di traduzione.

NOTE BIBLICHE SULLE LETTERE

La lettera ai Galatí è stata definita «la più rivoluzionaria di Paolo, quella che contiene iparadossi più audaci»; in essa leggiamo sia qualche dato autobiografico molto utile di Paolo, sia alcuni suoi pensieri molto profondi e originali Non sappiamo con certezza chi fossero i Galati, ai quali Paolo indirizza la sua lettera; gli Atti degli Apostoli riferiscono due volte di un passaggio di Paolo «attraverso la regione Galata»; da questi passi possiamo ritenere con una certa sicurezza che con «regione della Galazia» si intendesse la regione nei dintorni di Ancira, l'attuale Ankara.

Non è facile neppure precisare la data di composizione, ma sembra che questa lettera fu scritta dopo una seconda visita dell'apostolo alla Galazia durante la sua terza missione; in tal senso sembra comunemente accettata la data del 57/58. Anche circa il luogo di composizione non tutti gli studiosi esprimono pareri comuni, ma si accetta per lo più Efeso.

L'occasione di questa lettera è dovuta al fatto che alcuni anni dopo la sua visita alle chiese di Galazia, «alcuni perturbatori», ossia elementi giudaizzanti ostili a Paolo, avevano tentato di mettere in discussione la sua autorità apostolica, in primo luogo perché affermavano che Paolo non era un discepolo immediato di Gesù, perché dipendeva a sua volta dai primi apostoli di Gerusalemme; in secondo luogo gli rimproveravano di non predicare il vero vangelo, perché trascurava i precetti della legge mosaica, come l'osservanza della circoncisione e delle feste giudaiche; a ciò aggiungevano anche l'accusa di opportunismo, perché una volta aveva concesso la circoncisione. Informato di questo, Paolo, impossibilitato a intervenire di persona, scrive questa lettera per mettere in guardia i Galati dai pericoli di questo «vangelo differente» e per difendere la sua posizione di apostolo e la verità del suo vangelo.

È certamente centrale in questa lettera il tema della circoncisione, che i Galati, convertiti dal paganesimo al cristianesimo per la predicazione di Paolo, scoprono in un secondo momento attribuendovi poi un forte valore religioso a causa della predicazione dei giudaizzanti. Era, dunque, entrata nelle comunità di Galazia la convinzione che la circoncisione potesse aggiungere qualcosa alla loro fede e alla loro salvezza.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [vol_11] / Giacomo, Pietro 1-2, Giovanni 1-3, Giuda"
Editore:
Autore:
Pagine: 328
Ean: 9788831193764
Prezzo: € 45.00

Descrizione:

Sotto il nome di "Lettere cattoliche" sono tradizionalmente annoverate 7 epistole che si trovano tra il corpus delle Lettere di Paolo e l'Apocalisse: una dell'apostolo Giacomo, due di Pietro, tre di Giovanni, e una dell'apostolo Giuda. Vengono definite "cattoliche", ovvero encicliche o circolari, perché non sono inviate a una nazione o una città particolare - come quelle di Paolo -, ma a tutti i credenti nel mondo, ossia ai giudei della diaspora. Grazie ad esse possiamo ricostruire la vita delle prime comunità cristiane e l'atmosfera intellettuale e spirituale che ha plasmato le prime generazioni.

INTRODUZIONE A GIACOMO, 1-2 PIETRO, 1-3 GIOVANNI, GIUDA

Le Lettere cattoliche hanno una storia abbastanza complessa nell'evoluzione del canone scritturistico del Nuovo Testamento, e le brevi note che premettiamo a questo volume non hanno alcuna pretesa di completezza espositiva, non solo per quello che riguarda i fini ma anche i mezzi. Il nostro proposito è di guidare il lettore attraverso questo volume antologico, composto originariamente negli Stati Uniti da GeraldBray, che viene ora presentato al lettore italiano.

L'esegesi, nel senso che questa parola ha acquistato negli ultimi secoli, ha caci e risonanze abbastanza diversi dalle intenzioni dei Padri, e questa premessa va tenuta presente nella lettura di questo libro, nel quale dunque non si cercheranno spiegazioni strutturate nel senso dell'indagine moderna, e al tempo stesso non si proverà meraviglia quando ci si imbatterà in spiegazioni simboliche, allegoriche, parenetiche, forse non più dotate di appeal, o forse ancora più interessanti, perché capaci di parlare al cuore, oltre che alla mente.

In realtà bisogna tener presente quali erano le finalità dei Padri nel loro rapporto con la Scrittura: l'esegesi nacque in un contesto già in origine segnato dalla sua matrice ebraica; i primi cristiani, provenienti da mentalità e consuetudini ebraiche, accettarono in linea di massima il canone veterotestamentario, ma cominciarono subito a rileggerlo alla luce del. Cristo. La ricerca delle prefigurazioni del Cristo, e la conferma nel Nuovo Testamento, diede luogo a un'interpretazione tipologici) ampiamente diffusa.

Nacque così l'abitudine, confermata nei secoli successivi, e in maniera piuttosto generalizzata, di cercare il Cristo nell'Antico Testamento. «Cristo è il tesoro nascosto [. . .] nelle Scritture, perché era indicato mediante figure e parabole, che umanamente non potevano essere comprese prima che giungesse a compimento ciò che era profetizzato, cioè la venuta del Signore» ( Ireneo, Adv. haer. 4, 26, 1 [PG 7, 1052]). Con il cambiamento sostanziale all'interno della comunità ecclesiale, dato dall'afflusso dei nuovi credenti provenienti dal paganesimo, e quindi con lo spostamento linguistico verso il greco, cambiano i problemi e anche l'atteggiamento verso la Scrittura. Tanta attenzione sarà dedicata a combattere il fenomeno gnostico, che attribuiva la creazione dell'Antico Testamento per buona parte al demiurgo cattivo. Ma la domanda, comune anche ai marcioniti, era: è ancora necessario conservare l'Antico Testamento, ora che abbiamo una raccolta che ci dà tutto quello che vogliamo sapere su Cristo? La tentazione appartenuta ad alcuni gruppi di scartare l'Antico Testamento fu combattuta fortemente, comprendendo il danno che ne sarebbe derivato, non solo in termini ermeneutici, ma anche nel contesto dell'unità della stessa compagine ecclesiale.

A mano a mano che ci si allontanava dalla comunità delle origini, nascevano nuove esigenze, e la Scrittura veniva letta in maniera sempre più nuova e complessa: si trattava di una lettura maggiormente protesa all'incoraggiamento della comunità. Soprattutto, si cercavano nel sacro testo indicazioni pratiche, per cui uno studioso parla di esegesi patristica quale attualizzazione della Sacra Scrittura. È chiara l'evoluzione della lettura e dell'interpretazione: in un ambiente nuovo, completamente caratterizzato dalla presenza di comunità cristiane, cambiavano i percorsi ermeneutici con la presenza di preoccupazioni pastorali e spirituali, sicché necessità di tipo pratico condizionavano la stessa ricerca teologica. Indubbiamente, «la nuova situazione delle comunità cristiane, iniziata de iure con l'editto di tolleranza del 311 e segnata in modo particolare dalla celebrazione del primo concilio ecumenico sotto Costantino nel 325, non poteva rimanere senza conseguenze importanti per il lavoro teologico».

Date queste premesse, la stessa esegesi divenne più aperta, si arricchì di diversi apporti e, probabilmente, cominciò a percorrere una strada nuova: iniziò ad orientarsi in maniera più dogmatica, ad assumere atteggiamenti pedagogici, pastorali e spirituali, a non essere più letta in sé, ma tenendo presenti le finalità appena dette. In questa luce possiamo considerare lo sviluppo della riflessione esegetica sulle Lettere cattoliche.- non piccola parte è fortemente condizionata dalle situazioni e dalle esigenze del tempo, ma l'impegno e l'amore con cui si è studiata la Parola di Dio assicura a molte delle pagine che ci hanno lasciato un valore pienamente attuale. Uno studioso presenta un'interessante riflessione su Agostino, che possiamo applicare facilmente ai Padri in genere: «Non è possibile parlare dell'esegesi nel senso rigoroso che si dà oggi a tale termine.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Antico Testamento [vol_13] / I dodici profeti"
Editore:
Autore:
Pagine: 400
Ean: 9788831193788
Prezzo: € 55.00

Descrizione:

Sotto il nome di Dodici Profeti si collocano nell'Antico Testamento i libri di Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia; si definiscono anche Profeti minori, per distinguerli dai Profeti maggiori (come Isaia ed Ezechiele), autori di libri di più ampia estensione. Il curatore del presente volume ha raccolto numerose citazioni dei Padri dando un quadro rappresentativo della tradizione dei Padri greci e latini e di altre tradizioni, come ad esempio, quella siriaca. La scelta permette al lettore di giungere ad una conoscenza più approfondita dei dodici profeti e del loro ruolo centrale nell'esegesi cristiana dell'Antico Testamento.

INTRODUZIONE AI DODICI PROFETI 

In confronto a molti altri libri delle Sacre Scritture i Profeti Minori non ricevono grande attenzione, nella nostra epoca, né nelle omelie, né nella catechesi. I Padri della Chiesa, tuttavia, riconobbero l'importanza dei dodici Profeti. Questa attenzione si era già manifestata negli autori del Nuovo Testamento nella loro ricerca di oracoli profetici concernenti il Messia. Per i cristiani Gesù Cristo era l'oggetto diretto delle profezie. Sebbene gli scrittori del Nuovo Testamento facessero già riferimento a sezioni precise dell'Antico Testamento considerandole come rivelazioni profetiche riguardanti Gesù Cristo, che essi credevano essere state da lui portate a compimento, i Padri della Chiesa elevarono questo principio esegetico a livelli più alti. Nel Vangelo di Luca Gesù stesso si dedicava già allo stesso tipo di esegesi con due dei suoi discepoli lungo la strada per Emmaus, e spiegava loro, a partire da Mosè attraverso i Profeti ed i Salmi, tutto ciò che lo riguardava (Lc 24, 27.44).

Nel momento in cui la Chiesa post-apostolica forgiava la sua identità, la questione della sua relazione con l'antica alleanza apparve d'importanza cruciale. La questione sull'importanza delle Scritture dell'Antico Testamento nei confronti della nuova alleanza divenne un argomento di discussione sempre più pressante man mano che si sviluppava il dibattito sul canone delle Scritture. Dopo che si giunse rapidamente ad un unanime consenso sul fatto che le Scritture dell'Antico Testamento erano patrimonio della Chiesa — un punto di vista che era già stato espresso dalla Chiesa propriamente apostolica —, lo scopo principale dell'esegesi di queste Scritture si concentrò sul trovare il Cristo nascosto in esse. Il fatto di aver preservato, in forma scritta, la nuova alleanza nei Vangeli e nel resto del corpus del Nuovo Testamento divenne il modo più tangibile per esprimere la connessione fra le due alleanze nelle Scritture dell'Antico e del Nuovo Testamento. Fu data grande importanza ad un buon numero dei dodici Profeti in passi chiave del Nuovo Testamento, ma fra i Padri della Chiesa fu accordato a questi profeti un ruolo ancor più significativo nell'esegesi scritturale delle profezie che indicavano Cristo come il Messia promesso.

GLI INTERPRETI MAGGIORI

Come ci si poteva aspettare, i riferimenti patristici ai dodici Profeti sono abbondanti. In questo volume ho provato a dare un quadro rappresentativo della tradizione dei Padri greci e latini, a cui ho aggiunto alcuni passi esegetici da altre tradizioni, come, ad esempio, quella siriaca. Inoltre ho rivolto particolare attenzione a molti autori di commenti completi sui dodici Profeti: Girolamo, Grillo di Alessandria, Teodoro di Mopsuestia, Teodoreto di Cirro, e Isho'dad di Merv. Girolamo e Cirillo rappresentano un esempio tipico di esegesi di scuola alessandrina, mentre Teodoro, Teodoreto e Isho'dad sono rappresentanti dell'esegesi di tipo antiocheno.

Girolamo scrisse molti dei suoi commenti sui dodici Profeti, anche se non tutti, quando era in età avanzata. Per esempio scrisse i due commenti su Abdia, il primo dei quali era profondamente allegorico (370 d.C.), ma è andato completamente perduto. Egli afferma che il suo secondo commento (396) fu completato in sole due notti, e che era basato, in un certo qual modo, su Origene e su fonti rabbiniche. I suoi commenti forniscono un'interessante analisi della storia e della geografia della regione durante la sua permanenza a Betlemme, ma sono anche cristocentrici nell'enfasi e nell'interpretazione allegorica.

Cirillo mostra un interesse per la storicità degli eventi riportati negli scritti dei dodici Profeti. Sebbene si fosse anch'egli formato in seno alla scuola allegorica alessandrina, rappresentata nel modo più significativo da Origene, il quale credeva che vi fosse un significato nascosto dietro ogni parola, Cirillo sostiene che alcuni passi non parlino affatto di Cristo. Non di meno Cirillo trova che Cristo viene allegorizzato in ciascuno dei testi.

Il commento di Teodoro rappresenta in modo tipico la forma di esegesi antiochena. È una delle poche, fra le sue opere, che si sia conservata interamente in greco, cioè nella sua lingua originale. La sua esegesi è largamente storico-grammaticale, orientata verso una comprensione letterale del testo, sebbene spesso affiancata ad un'interpretazione tipologica del testo ebraico al fine di stabilire una relazione con il Nuovo Testamento.

Il commento di Teodoreto di Cirro mostra una forma di esegesi che appare tipologica e cristocentrica in molti punti. I dodici Profeti sono anche citati estesamente in lettere e omelie di molti dei Padri, specialmente quando essi fanno profezie dirette sulla vita di Cristo, come per esempio Mic 5, 2 o Zc 9, 9, ma anche per altri spunti di riflessione. Il Commento morale a Giobbe di Gregorio Magno, per esempio, fa spesso riferimento ai dodici Profeti per questioni inerenti la cura pastorale.

Per quanto possibile ho scelto passi dai Padri che potessero rivelare la varietà di interpretazioni e di usi a scopo pastorale di ogni singolo testo biblico. In rari casi alcuni Padri della Chiesa si dilungano in spiegazioni esegetiche astratte, che verosimilmente non venivano recepite dalla gran parte del loro uditorio, fatta eccezione per un ristretto numero di teologi. In generale ho evitato di riportare questo tipo di commenti. In ogni caso il lettore di questo volume potrà giungere ad un apprezzamento più approfondito dei dodici Profeti e del loro ruolo centrale nell'esegesi cristiana dell'Antico Testamento, il cui scopo primario è sempre stato quello di proclamare che Gesù Cristo è veramente il Messia, il Figlio di Dio ed il Salvatore di tutti quelli che cercano Dio.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [vol_1.1] / Matteo 1-13"
Editore:
Autore:
Pagine: 480
Ean: 9788831193733
Prezzo: € 65.00

Descrizione:

I numerosi testi patristici, qui raccolti, che commentano il Vangelo di Matteo rientrano nel genere dei commentari e delle omelie. Esempi del primo genere sono i commenti di Origene, di Ilario di Poitiers, di Girolamo. Sono omelie seriali, concepite in modo da interpretare con sistematicità un libro scritturistico, le 90 omelie di Giovanni Crisostomo o quelle di Cromazio di Aquileia; appartengono al genere delle omelie isolate, frutto della predicazione domenicale, invece, gli scritti di Pietro Crisologo, Eusebio di Emesa, Gregorio Magno, Agostino.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

CENNI SULL'INTERPRETAZIONE PATRISTICA DEL VANGELO DI MATTEO

Dei quattro Vangeli compresi nel canone del Nuovo Testamento (NT), quelli di Matteo e di Giovanni furono di gran lunga i più letti e perciò i più commentati in età patristica; e l'utilizzazione di Matteo cominciò molto prima rispetto a Giovanni, sicché non è esagerato affermare che fu soprattutto su questo testo che i fedeli vissuti tra la fine del I e la fine del II secolo impararono a conoscere le parole e i fatti di Cristo. Già la Didachè, verso la fine del I secolo, dimostra conoscenza diretta di questo Vangelo e, non molti anni dopo, la lettera dello Ps. Barnaba già lo cita a modo di Scrittura divinamente ispirata: «...perché non avvenga che, come è stato scritto (ws yéypantai), molti di noi siano chiamati, ma pochi eletti» (Barn. 4, 14 [Mt 22, 14]). Agli anni 30 del II secolo rimonta la prima menzione esplicita di questo Vangelo, a opera di Papia, vescovo di Gerapoli in Frigia: «Matteo riunì i detti (Tà Aóra) (di Gesù) in lingua ebraica, e ognuno li ha tradotti come ha potuto» (presso Eusebio, Hist. Eccl. III, 39, 16). Col trascorrere degli anni l'utilizzazione si fa più frequente, denotando maggior interesse per le parole di Gesù che non per i fatti, soprattutto per il Discorso della montagna; e, verso la metà del secolo, accanto ai semplici riecheggiamenti, compaiono anche citazioni esplicite, soprattutto in Giustino. A questo scrittore dobbiamo, durante il suo soggiorno a Roma, la più antica descrizione della celebrazione eucaristica (1 Apol. 67); e possiamo tenere per certo che tra le memorie (intoptvijilata) degli apostoli, che egli dice esser lette durante la celebrazione, c'era anche il Vangelo di Matteo. Qualche decennio dopo, verso il 190, si ha la costituzione del canone cattolico del NT, e il Vangelo di Matteo, di uso ormai generalizzato non solo tra i cattolici ma anche tra gli eretici (gnostici), viene collocato al primo posto, precedendo gli altri tre.

Ireneo è il primo autore cattolico che attesti la costituzione del canone neotestamentario, e per conseguenza egli cita regolarmente il nostro Vangelo, insieme con gli altri libri, come Scrittura ispirata alla pari dell'Antico Testamento (AT), e così gli scrittori successivi (Ippolito, Tertulliano, Cipriano, Novaziano e così via). In effetti, questi scrittori fanno uso regolare e frequente degli scritti sia del AT sia del NT, sia che polemizzino con gli eretici sia che rivolgano ai loro fratelli di fede ammaestramenti e ammonimenti di carattere ascetico parenetico disciplinare: è chiaro che tale uso implica anche l'interpretazione dei testi scritturistici addotti a sostegno dell'argomentazione. Per altro, già verso gli anni 60 del II secolo, lo gnostico valentiniano Eracleone aveva composto un commento sistematico al Vangelo di Giovanni, e verso la fine del secolo Ippolito trasferì l'innovazione in ambito cattolico, dettando alcuni scritti specificamente dedicati all'interpretazione di testi scritturistici, ma la sua preferenza si indirizzò a testi del VT.

Per leggere il primo commentario sistematico a Matteo dobbiamo arrivare all'Origene maturo degli anni 40 del III secolo; e dato che la letteratura esegetica si sviluppò in Occidente molto dopo che in Oriente, dobbiamo aspettare ancora più di un secolo per avere, con Vario di Poitiers, il primo commentario a Matteo in lingua latina. Dato l'avvio con queste opere pionieristiche, il Vangelo di Matteo fu tra i testi più frequentemente commentati, anche se molto di questa produzione, soprattutto in lingua greca, non è giunta a noi se non frammentariamente. Riservando alla seconda parte di questa introduzione un cenno specifico ai testi che sono stati utilizzati per la nostra raccolta, presentiamo ora per sommi capi i tratti distintivi di questa letteratura esegetica su Matteo per quanto attiene sia alla forma esterna dei vari scritti sia al modo di interpretare adottato dai vari autori.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Nuovo Testamento [vol_9] / Colossesi 1-2, Tessalonicesi 1-2, Timoteo, Tito, Filemone"
Editore:
Autore:
Pagine: 472
Ean: 9788831193757
Prezzo: € 65.00

Descrizione:

Le epistole paoline, qui contenute, costituiscono una parte fondamentale dell'annuncio e dell'insegnamento dell'Apostolo e hanno pertanto ricevuto fin dai primi secoli grande attenzione dai Padri della Chiesa latini, greci, siriaci e copti. Il volume raccoglie, tra gli altri, i commenti di Giovanni Cristostomo e Agostino (i due maggiori commentatori di San Paolo).

INTRODUZIONE

Le epistole paoline più brevi, incluse in questo volume, nei primi secoli hanno ricevuto da parte dei Padri della Chiesa l'attenzione che era loro dovuta attraverso un significativo contributo di spiegazioni e interpretazioni.

Tutte le epistole più brevi, incluse quelle pastorali, ovvero le lettere a Timoteo e a Tito, godevano dell'autorità dell'Apostolo. Il valore di tutte queste lettere per l'edificazione cristiana, eccetto quella a Filemone, era dato per scontato. Nel caso della lettera a Filemone, infatti, Girolamo, nella sua prefazione a questa epistola, spiegava che, quanto alla sua reale utilità per l'insegnamento, sorgevano alcune difficoltà, a motivo del suo carattere strettamente occasionale. Tuttavia, come risulterà evidente dai commenti a questa lettera inclusi nel presente volume, Girolamo era del parere che proprio il carattere occasionale del biglietto a Filemone accresceva in verità, in modo particolare, la sua posizione di strumento d'insegnamento. Tutte le lettere incluse in questo volume, dunque, costituivano una parte indubitabile dell'annuncio e dell'insegnamento del divino Apostolo, il grande missionario dei Gentili, e ciò valeva e vale per tutte le Chiese di ogni tempo e luogo.

Con il trascorrere dei secoli, nel giudizio della Chiesa, i due maggiori commentatori del pensiero di san Paolo vennero ad essere Giovanni Crisostomo e Agostino, come si può facilmente constatare sulla base dell'abbondante e costante uso dei loro lavori. Nel caso di Crisostomo, questo giudizio rifletteva l'ampiezza, l'eloquenza, la ricchezza spirituale e l'indubbia ortodossia delle sue omelie su ciascuna delle epistole paoline, assieme alla sua posizione di grande maestro di spiritualità nella Chiesa d'Oriente. Per Agostino, invece, la mole dei suoi scritti, l'importanza della sua sintesi dogmatica, la sua posizione di preminenza al sorgere del cristianesimo medievale in Occidente e la sua fondamentale centralità in tutti i dibattiti dell'epoca, interni alla Chiesa, gli assicurarono un'influenza preponderante. La sua comprensione di Paolo avrebbe influito non solo sulla Chiesa latina del Medioevo e oltre, ma anche nella Riforma e nel protestantesimo moderno.

La spiegazione di Paolo che è possibile cogliere dalla penna di questi due esegeti, insieme alle conclusioni cui essi arrivarono sulla grazia e sul libero arbitrio, sulla natura della divina provvidenza, sull'autorità della Chiesa, sul carattere e sul significato della vita di fede e del discepolato, tutto ciò occuperà un posto di rilievo nelle pagine che seguono.

Accanto ai commenti di questi due autori, vanno aggiunte le numerose spiegazioni provenienti dagli scrittori latini, greci, copti e siriaci, i quali proprio in Paolo trovarono ispirazione e guida circa gli aspetti dogmatici e pratici della fede, il che spiega perché inserirono testi scritturistici paolini nella trama delle loro predicazioni, insegnamenti, meditazioni, riflessioni teologiche e delle loro lettere. I passi scelti da queste opere sono un'ampia antologia di quello che ci è sembrato di maggiore interesse per gli studiosi odierni della Scrittura, più rappresentativo del pensiero dei principali esponenti della Chiesa dei primi secoli e sul loro modo di riflettere sul pensiero di Paolo.

A modo di introduzione, potranno essere utili alcune considerazioni sulla natura delle fonti, sul contesto storico e sui temi principali di questo commentarlo patristico dei primi secoli sulla Bibbia.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai Padri. Antico Testamento [vol_1.2] / Genesi 12-50"
Editore:
Autore:
Pagine: 528
Ean: 9788831193740
Prezzo: € 70.00

Descrizione:

INTRODUZIONE A GENESI 12-50

Questo volume è dedicato all'esegesi cristiana antica, o interpretazione, della storia dei Patriarchi, cioè le storie di Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe che troviamo in Genesi 12-50. Gli autori cristiani nel IV secolo usavano già ampiamente la parola greca nirjoic, che significa «tirare fuori il significato di un passo», per descrivere il processo attraverso il quale interpretavano la Scrittura. Da un punto di vista moderno, come vedremo, essi spesso leggevano un nuovo significato piuttosto che «tirare fuori» il significato originale. L'interpretazione cristiana della storia dei Patriarchi cominciò già negli scritti che vennero a completare il Nuovo Testamento. Di questi i più importanti per il nostro studio sono le lettere di Paolo, che impiega la figura di Abramo in Galati, Romani e 2 Corinzi.

INTERPRETAZIONE DELLA STORIA DEI PATRIARCHI DA PAOLO A ORIGENE

Esegesi neotestamentaria

In Galati, replicando ad oppositori che insistevano riguardo l'osservanza della legge mosaica, Paolo propone un'antitesi fra «le opere della Legge» e «l'ascolto per mezzo della fede», di cui Abramo rappresenta un esempio: Abramo credette in Dio, e ciò gli fu calcolato a giustizia (Gal 3, 6). Apparentemente anche gli oppositori di Paolo avevano fatto appello ad Abramo come uomo di fede e modello di obbedienza alla Legge. Paolo, però, è in grado di separare la fede di Abramo dalla questione della Legge, poiché la promessa fatta in Genesi 12 ad Abramo, che rispondeva all'appello nella sua fede, precede la menzione della legge della circoncisione, uno dei punti principali di discussione con i galati. In Gal 3, 8-9 Paolo sostiene che la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i gentili per mezzo della fede, predicò il vangelo in anticipo ad Abramo, dicendo "In te tutti i popoli saranno benedetti". Secondo Paolo la promessa fatta ad Abramo anticipa la buona nuova, secondo cui la giustificazione viene attraverso la fede in Gesù Cristo. Poi citando Dt 27, 26, Ab 2, 4 e Lv 18, 5, Paolo sostiene che compiere le opere della Legge non porta giustizia. In Gal 3, 13 egli afferma che Cristo ci redime dalla maledizione della Legge, che è diventata per noi una maledizione, per il fatto che pende da un albero, e mostra che la benedizione di Abrama è discesa sui gentili spostamenti della Legge ( Gal 3,14). Questa benedizione, precedentemente intesa come la terra e i discendenti, diviene ora la promessa dello Spirito attraverso la fede. Paolo usa poi un procedimento esegetico piuttosto comune nell'interpretazione cristiana antica, che potrebbe essere riassunto come «ogni dettaglio può essere reso importante». Egli sostiene, sulla base del singolare della parola «seme» in Gn 12, 7 che la promessa non era fatta al popolo ebraico in generale, inteso come i discendenti di Abramo, ma ad uno solo, ...che è Cristo (Gal 3, 16).

Paolo sviluppa questo argomento facendo appello ad un numero di altri testi per spiegare che la Legge era una misura temporanea, valida solo fino al compimento della promessa in Cristo. La promessa è stata ora compiuta. Il vero punto di partenza di Paolo nel suo argomento e nella sua esegesi sta nel fatto che una nuova età è così cominciata, o piuttosto che l'età finale (l'eschaton) è stata rivelata con la resurrezione di Cristo. Questa interpretazione di Abramo e della promessa costituisce un nuovo distacco che avrà una profonda influenza sullo sviluppo dell'interpretazione cristiana delle Scritture.

Un altro distacco radicalmente nuovo è costituito dall'interpretazione allegorica di Paolo della storia di Sara e Agar in Gal 4, 21 - 5, 1. In essa Agar viene interpretato come simbolo del patto di schiavitù, la Legge, mentre Sara rappresenta il patto di libertà. Il figlio dello schiavo era nato secondo la carne, il figlio della donna libera attraverso la promessa. Paolo afferma esplicitamente: Questa è un'allegoria; e aggiunge che Agar rappresenta il monte Sinai in Arabia (il luogo dove la Legge fu promulgata), e che questo corrisponde anche con l'attuale città di Gerusalemme, cioè il centro del giudaismo. Sara invece corrisponde alla Gerusalemme celeste. È implicita l'idea che la Gerusalemme celeste è stata rivelata attraverso la resurrezione di Gesù. Paolo conclude che i galati sono figli della promessa come Isacco, e che vengono ora perseguitati da coloro che sono nati secondo la carne, proprio come al tempo di Isacco Ismaele. A giustificazione egli cita Gn 21, 10: Scaccia questa schiava e suo figlio, perché il figlio della schiava non deve essere erede insieme al figlio della donna libera (Gal 4, 30). L'introduzione da parte di Paolo di un'interpretazione allegorica nell'interpretazione del testo della Genesi influenzò grandemente Origene (vedi sotto) ed altri esegeti della scuola alessandrina, che considerarono Paolo come l'interprete per eccellenza delle Scritture dell'Antico Testamento.

In Romani Paolo ritorna alla figura di Abramo. Sotto molti aspetti la Lettera ai Romani rappresenta un'esposizione meno polemica e più accuratamente sviluppata dell'argomento già usato in Galati. In Rm 3, 21-31 Paolosostiene che tutti hanno peccato, sia che avessero o non avessero la legge, e che la giustificazione, sia per i giudei che peri gentili, viene attraverso la fede in Gesù. In Rm 4 egli introduce Abramo come il nostro progenitore secondo la carne. Come in Calati il testo principale ad essere interpretato è Gn 15, 6: Abramo credette in Dio, e ciò gli fu calcolato a giustizia. Di nuovo l'argomento di Paolo è basato sul fatto che la promessa Alla tua discendenza darò questa terra (Gn 12, 7) sia precedente alla legge sulla circoncisione in Genesi 17, così come lo è l'affermazione di Gn 15, 6, secondo la quale Abramo credette e ciò gli fu calcolato a giustizia, che Paolo interpreta nel senso che fu giustificato attraverso la fede. In Romani; con l'aiuto del Salmo 32, 1-2 (dove anche il termine «calcolare» viene usato), Paolo spiega che i giudei ed i gentili sono giustificati attraverso la fede, e che la promessa è per coloro che partecipano alla fede di Abramo.



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Titolo: "La Bibbia commentata dai padri. Antico Testamento [vol_2] / Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio"
Editore:
Autore:
Pagine: 536
Ean: 9788831193726
Prezzo: € 75.00

Descrizione:

INTRODUZIONE A ESODO, LEVITICO, NUMERI E DEUTERONOMIO

Fin dal primo giorno della sua esistenza, nella prima mattina di Pasqua, la Chiesa cristiana ebbe la sua Bibbia — cioè le Scritture ebraiche. Ma i cristiani non leggevano queste Scritture allo stesso modo degli ebrei; le leggevano alla luce di ciò che Dio aveva compiuto in Gesù Cristo. Di conseguenza la Scrittura non avrebbe mai avuto per i Cristiani l'autorità assoluta che la Torah aveva per gli ebrei. Cristo doveva essere per loro l'autorità definitiva.

I primi cristiani; che erano ebrei convertiti; trovarono conferma della loro nuova fede in queste Scritture. I primi capitoli del vangelo di Matteo, per esempio, o la narrazione della passione e morte di Gesù nel vangelo di Giovanni, citano l'Antico Testamento frequentemente con parole come «così che le Scritture potessero compiersi».

Tuttavia questa Bibbia non era priva di problemi per i cristiani. Essi vi trovarono diversi passi che interpretarono come profezie di Cristo, anche di singoli eventi della sua vita. Ma questi passi erano solo una piccola parte di quella Bibbia. Una buona porzione di essa fu considerata irrilevante per la loro fede, specialmente l'esteso corpus di regole rituali nel Pentateuco. Altre parti le trovarono di grande valore: i Salmi divennero presto un libro cristiano di preghiere; le narrazioni storiche offrirono modelli di virtù e della sua ricompensa, o di malvagità e della sua punizione; la letteratura sapienzale si rivelò utile per insegnare i princìpi morali ai pagani che volevano convertirsi al cristianesimo; e i profeti spesso condannavano il formalismo giudaico, così come aveva fatto Gesù.

Ma il problema posto dalla Bibbia non era ancora risolto. Fino a che punto essa era la parola di Dio per la nuova Chiesa? Paolo aveva messo in guardia i cristiani dal non ricadere nella mentalità giudaica, per cui almeno una parte di questa Bibbia non dovesse essere presa alla lettera.

Tre approcci fondamentali alle Scritture ebraiche erano aperti ai primi cristiani: o le Scritture erano da considerare legge, o erano profezie, o ancora erano irrilevanti: Paolo stesso affrontò il problema delle Scritture in modo estremamente radicale: le Scritture erano realmente legge, la legge di Dio, e come tali erano buone. Ma la legge era temporanea ed era stata sostituita da Cristo e dall'ordine della grazia. L'Epistola agli Ebrei rappresenta questa linea di pensiero: ciò che era ripetuto e quindi perfetto nell'Antica Alleanza viene compiuto e portato a perfezione in modo definitivo in Cristo. I Vangeli di Matteo e di Giovanni, al contrario, e altri scritti del cristianesimo antico come la prima Apologia di Giustino, interpretano l'Antico Testamento corre profezia. La terza possibilità, cioè che le Scritture giudaiche fossero virtualmente irrilevanti per il cristianesimo, viene velatamente suggerita in molti libri del Nuovo Testamento in cui la Scrittura non viene mai citata, come è evidente in scrittori come Ignazio di Antiochia.

Fra la fine del I e l'inizio del II secolo si ebbe un radicale cambiamento nell'atteggiamento dei cristiani verso le Scritture. I primi cristiani avevano già accettato le Scritture, e quindi trovavano in esse la conferma della loro fede in Cristo. I cristiani, convertiti in seguito dal paganesimo, in primo luogo accettarono la fede in Cristo, poi si confrontarono con le Scritture, che spesso apparivano misteriose e creavano perplessità. Questo incontro alla fine portò ad una crisi, e precisamente ad una crisi di interpretazione.

Le due soluzioni più radicali a questa crisi di interpretazione si trovano negli scritti di Marcione e nella Lettera di Barnaba, che risalgono all'incirca all'anno 140.

Marcione interpreta le Scritture esclusivamente alla lettera. Ciascuna parola in esse, come egli ritiene, è letteralmente vera e solo letteralmente vera. Il Dio che le Scritture descrivono è tanto ignorante da dover chiedere ad Adamo: «Dove sei?». Questo Dio è così incostante che prima proibisce a Mosè di costruire immagini e poi gli dice di creare l'immagine di un serpente. Egli è indeciso: un semplice essere umano come Mosè può convincerlo a cambiare idea. Le Scritture attestano perfino che Dio può pentirsi. Ma questo Dio può essere anche crudele, e ordina spaventosi massacri di donne e bambini. Marcione trae l'unica conclusione a lui possibile: queste Scritture devono essere eliminate dalla comunità dei cristiani perché sono indegne del Padre di Gesù Cristo, il Dio dell'amore.

L'autore della Lettera dí Barnaba compie l'operazione opposta: egli legge le Scritture ebraiche solo in senso figurato e giunge alla conclusione che gli ebrei non le hanno comprese. L'alleanza — egli ipotizza — era stata valida soltanto dal momento in cui Mosè aveva ricevuto i comandamenti sul Sinai fino a quando aveva raggiunto il fondo della montagna e aveva infranto le Tavole. Poi un angelo malvagio era andato dagli ebrei e li aveva persuasi a prendere le Scritture alla lettera.

In effetti Marcione legge la Bibbia solo letteralmente e la elimina dalla Chiesa; Barnaba legge la Bibbia solo in senso figurato e la porta via dalla Sinagoga.



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