Utilizza la nuova versione del negozio



RICERCA PRODOTTI

Seleziona la categoria di interesse dal menù principale,
in questo modo le tipologie associate saranno subito visibili.


Categoria


Tipologia


Num. Prodotti x Pagina


Ordina Per

Ebook - Rivista Di Vita Spirituale



Titolo: "Rivista di Vita Spirituale"
Editore: OCD
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300021121
Prezzo: € 8.00

Descrizione:

LAMPADA AI MIEI PASSI

 

Allora io ero con lui come architetto ed

ero la sua delizia ogni giorno, dilettandomi

davanti a lui in ogni istante;

dilettandomi sul globo terrestre,

ponendo le mie delizie tra i figli

dell’uomo.

(Pr 8,30-31)

 

In principio era il gioco. La Sapienza di Dio giocava con il globo

terrestre, come in una cosmica partita di pallone. Poi, dal football,

il Signore passò al nascondino, come si fa con i bambini, manifestandosi

e nascondendosi, ora in un roveto, ora nel mormorio di

un vento leggero. Mosè ed Elia – complici dell’Altissimo in queste “partite”

– ne fecero l’esperienza. Il Deus absconditus è un Dio che cerca e che

vuole essere cercato: un Dio vicino, eppure totalmente Altro, prossimo e

inafferrabile, “secretissime et presentissime”, come diceva sant’Agostino

(Pietro Pisana)



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "La scrittura inquieta"
Editore: OCD
Autore: Francesca Maria Berardi
Pagine:
Ean: 2484300021220
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

La legittimazione del carisma di Teresa d’Avila passa

attraverso la supervisione da parte dei direttori

spirituali sulla sua esperienza di mistica, fondatrice,

riformatrice. L’accesso alla scrittura è dunque strettamente

dipendente dal controllo. Tuttavia, nonostante

nasca da un obbligo, sarà la stessa scrittura a dar

voce e forma alle esperienze di Teresa facendo emergere

in lei la certezza della loro veridicità e dell’intima

unione con Dio. La scrittura diventa allora testimonianza

del graduale cammino verso la consapevolezza

di sé, creando così una costante tensione tra

l’obbedienza ai superiori, mai messa in discussione, e

la certezza di avere l’unica approvazione che davvero

conta, quella divina.

 

Introduzione. La decisione della scrittura

Il 27 febbraio 1970 Paolo VI proclamava Dottore della

Chiesa Teresa di Gesù, nata ad Avila, la prima donna cui

è stato conferito un tale riconoscimento. Veniva così definitivamente

e ufficialmente confermata l’universalità e

l’ortodossia della sua dottrina ed esperienza mistica.

Ma il percorso che ha portato Teresa alla canonizzazione

prima (1622), e alla proclamazione a Dottore poi, fino all’acclamazione

come personalità vertice della riforma cattolica, è

stato lungo e tortuoso, costringendo spesso la Santa a trascorrere

la sua esistenza nello strenuo tentativo di difendersi dall’ostilità

di parte di un ambiente circostante che la giudicava inquieta,

vagabonda, disobbediente.

La riabilitazione è infatti avvenuta solo dopo che la sua

esperienza di religiosa, scrittrice, riformatrice, mistica fu controllata,

filtrata, censurata.

È appunto questa necessità di supervisione a spiegare l’accesso

alla scrittura da parte di Teresa, nata da un obbligo e strettamente

dipendente dal controllo su di essa. Rivela infatti l’ansia

e le preoccupazioni dei superiori per questa monaca da molti

giudicata inquieta e pericolosa per le forme potenzialmente incontrollabili

della sua devozione ed esperienza mistica.

Bisogna scavare attentamente nelle esperienze da lei raccontate

e tra le pagine da lei scritte per arrivare a decidere sulla

natura delle emozioni che agitano questa monaca, che tanto fa

parlare di sé. Indagini lunghe e minuziose, inchieste caute e

discrete: a destabilizzare l’istituzione ecclesiastica non è solo la

sua esperienza mistica, ma è anche il ruolo di maestra e guida

per le sue monache, nonché, soprattutto, la sua attività di riformatrice

e di fondatrice.

Controllo, dunque, prima di tutto, sulla sua esperienza

mistica: la ricerca di un legame spirituale più intenso e di un

contatto diretto con Dio appaiono come aspirazioni molto pericolose,

e, se spinte alle estreme conseguenze, potenzialmente

distruttive per la stessa istituzione ecclesiastica.

Controllo, poi, sulla sua attività di maestra d’orazione,

ruolo altrettanto destabilizzante, se esercitato da una donna.

Teresa, una monaca che non conosce il latino, si fa portavoce

di un “suo sapere”, quello lontano, perfino opposto alle certezze

dei teologi, derivante dalla sola esperienza personale, un

sapere “altro”, quasi inciso nell’anima da Dio stesso.

Controllo, infine, sull’attività di fondatrice e riformatrice

del Carmelo: l’aspirazione a una vita cristiana più intimamente

vissuta si trasformerà in azione. In un’epoca in cui qualunque

forma personale di devozione costituisce uno scandalo quasi

inaccettabile, Teresa, una donna, si mostra invece capace di

indicare la strada alla cristianità intera.

È per scongiurare tutti i pericoli che sembra incarnare che

Teresa viene dunque spinta a scrivere ed è il controllo che nasce

da un’imposizione a legittimare l’accesso a un ambito, quello

della scrittura, altrimenti solitamente interdetto alle donne.

Lasciarsi esplorare, esporre la propria esperienza a una

prova di autenticità: la pratica dello scrivere diviene essa stessa

una forma di disciplinamento e auto-disciplinamento.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Il volto di Giovanni di Gesù Maria (1564-1615)"
Editore: OCD
Autore: Bruno Moriconi
Pagine:
Ean: 2484300021268
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

All’interno dell’Ordine carmelitano quello del Venerabile

Giovanni di Gesù Maria è un volto tanto luminoso

per santità e ingegno, quanto coperto dalla

nebbia della dimenticanza. Le nomine ricevute in

vita (Maestro dei Novizi, membro dei Trenta Consultori

della Congregazione della Fede, professore di Teologia

e Sacra Scrittura a Napoli, secondo Consigliere

generale, Procuratore dell’Ordine, infine Generale

dell’Ordine) e i numerosi scritti teologici, spirituali

e missionari che egli ci ha lasciato non sono bastati

a renderlo meritevole della memoria dei posteri, né

dell’altezza degli altari della beatificazione. Dunque,

si tratta qui di riflettere sulle cause di questo mancato

riconoscimento, e di invogliare chi ancora poco

ne sa alla riscoperta di questa grandissima figura di

santo e dotto.

 

Chi, magari per caso, ha la fortuna di recarsi al

convento di San Silvestro, sull’altura occidentale

di Montecomprati, abitato dai Carmelitani Scalzi

della Provincia del Centro Italia, più che del titolare

della chiesa (San Silvestro Papa, Vescovo di Roma dal 350

al 335), si sentirà narrare di un santo e dotto religioso, morto

in questo convento il 28 maggio 1615. Un secolo dopo la nascita

di Teresa e quattro secoli prima d’oggi.

1. Il Venerabile

Si chiamava padre Giovanni di Gesù Maria ed era nato

in Spagna nel 1564. Entrato nel Carmelo teresiano, poco

dopo era stato inviato, prima a Genova e, quindi a Roma,

divenendo uno dei più meritevoli pionieri di questo Ordine

in Italia. Per l’esempio di vita, ma anche per i numerosi e

profondi scritti teologici, spirituali e missionari, molti di essi,

conservati in varie biblioteche, sono stati ripubblicati, nella

lingua in cui furono redatti, per lo più in latino e, da questa,

tradotti nelle quattro lingue occidentali più frequentate (italiano,

francese, spagnolo e inglese). Le sue opere, comprese

quelle minori e quelle inedite, che raggiungono l’ottantina

hanno già dato vita a una collana (“Ioannes a Iesu Mariae”) di

più di 50 volumi.

Queste le prime cose che il visitatore interessato del convento

San Silvestro si sente dire di lui. Qualsiasi ascoltatore

resta meravigliato di non aver sentito parlare prima di un

così grande personaggio, ma anche molti degli stessi Carme

litani1, pur essendo al corrente del suo grande peso e valore

all’inizio del nascente Carmelo teresiano in Italia, in parte

dell’Europa e nelle prime missioni dell’Ordine, devono confessare,

da una parte, la propria ignoranza e, dall’altra, rammaricarsi

per la nebbia che ancora copre questa grandissima

figura agli occhi dei più.

È vero che fino a sessanta, settanta anni fa, in molte

Province dell’Ordine, soprattutto le sue due opere relative alla

prima formazione al Carmelo: l’Istruzione dei Novizi (in due volumi,

pubblicati a Roma nel 1598 e nel 1605, e l’Istruzione del

Maestro dei Novizi (pubblicato a Napoli nel 1607), facevano ancora

scuola, ma la sua figura è rimasta come sbriciolata tra le

pieghe della tradizione.

Eppure, per invogliare a riscoprire questa figura di santo e

di dotto, pioniere e capostipite del Carmelo europeo e missionario,

basterebbero due cose. Innanzitutto, la considerazione

in cui era tenuto da chiunque, dall’ultimo fedele ai principi,

da cardinali, da santi fondatori e dallo stesso Papa. Non solo

si avvalevano del suo consiglio, ma andavano a visitarlo nella

celletta del suo convento. In secondo luogo, poi, sarebbe sufficiente

anche un fuggevole sguardo ai titoli dei numerosi suoi

scritti e alle significative e intense tappe della sua vita, conclusasi

appena sorpassati i cinquant’anni.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Il Venerabile Paolo VI un cristiano esemplare nella carità, fede e speranza"
Editore: OCD
Autore: François-Marie Léthel
Pagine:
Ean: 2484300021244
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Prima di rinunciare al pontificato, papa Benedetto

XVI compie il passo decisivo per la glorificazione di

Paolo VI riconoscendogli le virtù eroiche di fede, speranza

e carità. Morto il 6 agosto 1978 nella Festa

della Trasfigurazione del Signore, Paolo VI è stato

un testimone eroico e geniale di Cristo Luce del mondo,

Luce che splende nelle tenebre. In effetti, l’eroicità

di Paolo VI appare soprattutto nelle grandissime sofferenze

del suo pontificato, sempre vissute nell’Amore

di Cristo, fino alla fine. Con una coscienza chiarissima

di essere Pastore Universale della Chiesa in un

momento importante e difficile della sua storia nel

mondo, individua nelle tre virtù teologali della fede,

speranza e carità le “armi” per superare le “antinomie”

della Chiesa e orientare l’intero Corpo mistico di

Cristo verso la santità.

 

Introduzione

Il nostro papa Benedetto XVI ha riconosciuto le virtù

eroiche di Paolo VI il 20 dicembre 2012. È stato uno degli ultimi

grandi atti del suo pontificato, forse uno dei più importanti,

anche se è avvenuto con molta discrezione, nel nascondimento,

senza pubblicità, proprio nello stesso stile di grande

umiltà, tanto caratteristico di Paolo VI come di Benedetto

XVI! Invece la beatificazione di Giovanni Paolo II, il 1° maggio

2011, era stata in qualche modo l’avvenimento più glorioso

del pontificato di papa Benedetto, come una grande luce che

ha toccato tutto il mondo, nello stile diverso di papa Wojtya.

Personalmente, ho avuto la grande grazia di essere coinvolto

nella preparazione di questa beatificazione, soprattutto con la

predicazione degli esercizi spirituali in Vaticano esattamente

due anni fa1. Ricordiamo che il nostro papa Benedetto era

profondamente legato a Paolo VI, che lo aveva conosciuto al

momento del Concilio e che più tardi lo aveva nominato arcivescovo

di Monaco e cardinale, nel 1977. Tra di loro, c’era

una profonda affinità spirituale e intellettuale. Prima di rinunciare

al pontificato, il nostro amato papa Benedetto ha dunque

compiuto il passo decisivo per la glorificazione di Paolo VI. Il

riconoscimento delle virtù eroiche è infatti l’elemento più importante

in vista della beatificazione e della canonizzazione di

un Servo di Dio, anche se è nascosto, come la parte dell’iceberg

che è immersa nell’oceano.

Nella comunione dei santi, simboleggiata da questo “girotondo”

dipinto dal beato fra Angelico, è evidente che il Venerabile

Paolo VI dà anzitutto la mano al beato Giovanni XXIII

e al beato Giovanni Paolo II. Tra questi due santi Papi “strapopolari”,

Paolo VI si nasconde, tanto che viene facilmente dimenticato.

È stato chiamato infatti «il Papa dimenticato». Così

ha lasciato la precedenza a Giovanni Paolo II sulla via della

beatificazione! Ma adesso, in quest’Anno della fede, ci viene

proposto dal nostro papa Benedetto come esempio luminoso

di fede, speranza e carità, che sono sempre le principali virtù

eroiche riconosciute dalla Chiesa. In questo 50° anniversario

dell’apertura del Concilio Vaticano II, bisogna ricordare, riscoprire

questo grande Papa del Concilio. Se Giovanni XXIII

ha avuto il coraggio profetico di aprire il Concilio Vaticano II,

Paolo VI ha avuto la missione di guidarlo, di concluderlo e di

farlo entrare nella vita della Chiesa nel periodo molto difficile

del post-Concilio.

Prima della sua elezione, Mons. Montini era stato il principale

collaboratore del Venerabile Pio XII come pro-segretario

di Stato. Poi, è stato molto vicino a Giovanni XXIII. Diventato

Papa, è proprio lui che ha creato i cardinali che saranno poi

i suoi successori sulla Sede di Pietro: Albino Luciani, Karol

Wojytya e Joseph Ratzinger.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "La paternità secondo Teresa di Gesù"
Editore: OCD
Autore: Saverio Cannistrà
Pagine:
Ean: 2484300021251
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Ripercorrere la vita di Teresa di Gesù in riferimento

alla relazione con la figura paterna presuppone

l’implicazione dell’autorità, la Legge, la Parola, la

verità originaria, la strutturazione del desiderio.

Dopo la fuga dalla casa paterna e una fase di annichilazione,

di buio di un’identità frammentata, Teresa

muove i primi passi sotto la guida di un padre,

del suo “vero padre san Giuseppe”. In san Giuseppe,

discendente di Davide, che non rinnega la sua origine,

ma la riceve nella forma di una negazione di

se stesso, di una radicale obbedienza non al mondo,

ma all’Altro amato, l’articolo intravvede un’icona di

padre libero proprio perché profondamente obbediente,

capace dunque di trasmettere al figlio la propria

eredità, insinuando invece, nel caso particolare di

Teresa, il “lavoro” di trasmissione che ella ha dovuto

compiere da sola.

 

Benché non si tratti certamente di un tema secondario,

e nonostante l’oceanica bibliografia su santa

Teresa, ho l’impressione che il tema della paternità

finora non sia stato studiato in modo sufficientemente

ampio e approfondito (per non dire sistematico). Oggi

probabilmente sentiamo più urgente l’esigenza di interrogarci

sulla paternità, perché – almeno nel nostro mondo occidentale

– è una dimensione messa in discussione dai recenti cambiamenti

culturali e sociali. Già alla fine degli anni Sessanta

Lacan definiva il nostro tempo come l’epoca della “evaporazione

del padre”1. Un suo discepolo italiano parla del “complesso

di Telemaco”, quasi come contrapposto al “complesso

di Edipo”, dal momento che il padre, invece di essere visto

come temibile rivale, è piuttosto atteso come l’unica speranza

di riportare la Parola, e con essa l’ordine e la giustizia nella

patria invasa da prepotenti e usurpatori2. Insomma, dopo le

lotte degli anni Sessanta-Settanta contro la società e la famiglia

autoritaria, oggi si riflette sempre di più sui rischi di una

“società senza padre”. La vagheggiata società “fratriarcale” si è

rivelata in realtà ancora più problematica di quella patriarcale,

essendo dominata da una competitività orizzontale esasperata

tipica dei fratelli dove «il conflitto principale non è caratterizzato

dalla rivalità edipica, che contende al padre i privilegi del

potere e della libertà, ma dall’invidia fraterna verso il vicino,

il concorrente che ha avuto di più»3. La logica conclusione di

tale processo storico è che, piuttosto che cestinare il ruolo e la

figura del padre, è necessario ripensarli in una forma nuova,

più adeguata ai mutamenti culturali e antropologici del nostro

tempo.

Indubbiamente, il discorso sul padre non riguarda solo la

famiglia, ma ogni forma di comunità, non esclusa ovviamente

la comunità religiosa. Sappiamo quanto problematico sia diventato

l’esercizio della paternità sia in quanto superiori (o formatori)

nella vita religiosa, sia in quanto ministri ordinati nella più

ampia comunità ecclesiale. Pertanto, non possiamo far finta di

ignorare la complessa problematica antropologica, sociologica

e psicologica che si addensa intorno al tema della paternità, se

non vogliamo limitarci a ripetere pacificanti stereotipi.

Ma il discorso si fa ancora più radicale, se pensiamo che

anche il modo di concepire Dio e la relazione dell’uomo con

Lui sono strettamente collegati a una certa idea di paternità.

Perdita del padre e perdita di Dio sono esperienze collegate.

Com’è possibile pregare o quale Dio si può pregare in assenza

del Padre, quando – come diceva Jean Paul Richter – «ogni Io

è padre e creatore di se medesimo»? L’inevitabile conclusione

è che «noi siamo tutti orfani» e – secondo questo incunabolo

settecentesco del nichilismo contemporaneo – è Cristo stesso

che la trae di fronte alla vuota immensità, in cui non c’è nessun

«petto paterno» su cui appoggiare il capo per riposare4. Tutto

ciò, peraltro, non coincide sic et simpliciter con l’ateismo, quanto

con una problematizzazione dell’immagine tradizionale di Dio

e della relazione con Lui (ciò che si potrebbe definire un superamento

del teismo, ma questo è un altro discorso).

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Considerazioni su ragione e fede nella prospettiva di John Henry Newman"
Editore: OCD
Autore: Giovanni Palmitessa
Pagine:
Ean: 2484300021237
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

La figura di John Henry Newman ha goduto di una

certa notorietà in Italia a partire dalla sua alquanto

recente beatificazione, proclamata da Benedetto XVI

nel settembre 2010 durante il suo viaggio in Inghilterra.

Un aspetto che ha fortemente caratterizzato il

suo pensiero è il rapporto tra fede e ragione, nonché

la ragionevolezza della fede. Ed è proprio l’analisi del

rapporto tra fede e ragione che rappresenta una delle

costanti nella sua riflessione, nonché un efficace

punto di riferimento per comprendere questo Autore.

Tuttavia non si comprenderebbe il pensiero di Newman

se non si tenesse conto del grande problema che

lo appassionò per tutta la vita e al quale riuscì a

dare risposta: quello della giustificazione razionale

della fede del semplice credente, ovvero il problema

della certezza. In lui c’è consapevolezza che è possibile

dare un assenso ragionevole alla fede cristiana, che

rivendica un’origine soprannaturale e presenta delle

verità che trascendono l’intelletto umano.

…ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori,

pronti sempre a rispondere a chiunque

vi domandi ragione della speranza che è in voi.

Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto… (1Pt 3,15)

 

Introduzione

Se volessimo con una frase riassumere la grande personalità

umana e culturale nonché lo stile di vita del

beato cardinale John Henry Newman (21 aprile 1801

– 11 agosto 1890), non troveremmo di meglio che

quella succitata. Difatti, l’intento centrale del suo pensiero è

la giustificazione riflessa e metodica della razionalità della fede

cristiana del semplice credente1.

La figura di John Henry Newman ha goduto di una certa

notorietà in Italia a partire dalla sua alquanto recente beatificazione,

proclamata da Benedetto XVI nel settembre 2010

durante il suo viaggio in Inghilterra. Dietro questa felice ricorrenza

molte sono state le pubblicazioni d’occasione, atte a divulgare

l’opera e la figura del cardinal Newman, la cui vicenda

di convertito e la cui produzione culturale hanno, in Italia, un

pubblico ancora modesto. Eppure vi sono testi e ricerche che

non nascono specificamente per questa occasione e che hanno

il merito di scandagliare in profondità la proposta culturale

del convertito oxoniense, facendone emergere l’originalità

e fecondità teorica oltre che la vasta conoscenza teologica e

storica. Ultimamente, invece, stiamo assistendo a un interesse

notevole circa lo studio dell’opera di Newman che ha visto in

quest’ultimo periodo considerevoli pubblicazioni. E crediamo,

come evidenzia Callegari, che «uno dei motivi che hanno portato

alla recente rivalutazione del pensiero di Newman è stata

la crisi contemporanea della idea di scienza derivata appunto

dal sistema newtoniano»2.

Sicuramente, quindi, molto è stato scritto su questo eminente

pensatore e scrittore, come qualcuno l’ha definito, apologeta,

teologo, poeta, sacerdote, educatore, giornalista, polemista, storico.

Newman è una personalità intellettualmente talmente poliedrica

e ricca di sfaccettature che non è possibile sintetizzare

il suo pensiero filosofico, teologico, apologetico, storico in un

sistema unitario. Non è possibile perché il suo stesso modo di

procedere non è mai stato sistematico, ma si è sempre lasciato

guidare dagli avvenimenti interiori ed esterni.

Il nostro intento, quindi, non sarà quello di fare una trattazione

sistematica ed esaustiva di questo singolare Autore, peccheremmo

di presunzione, ma di evidenziare un aspetto che ha

fortemente caratterizzato il suo pensiero: il rapporto tra fede

e ragione, nonché la ragionevolezza della fede. Ed è proprio

l’analisi del rapporto tra fede e ragione che rappresenta una

delle costanti nella sua riflessione, nonché un efficace punto

di riferimento per comprendere questo Autore.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "San Giuseppe e la vita consacrata"
Editore: OCD
Autore: Tarcisio Stramare
Pagine:
Ean: 2484300021275
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

L’articolo sviluppa il rapporto san Giuseppe–vita

consacrata alla luce dell’Esortazione apostolica Vita

consecrata di Giovanni Paolo II, evidenziando gli

innumerevoli accostamenti tra il “fece” di Giuseppe

(Mt 1,24) e l’essenza della vita consacrata, la quale

ha in Giuseppe, “insieme con Maria”, il suo naturale

modello. Come si vedrà, il focus su san Giuseppe

non adombra minimamente la presenza di Maria,

anzi, il loro vincolo di comunione e di aiuto reciproco

viene a significare, nella fattispecie per i consacrati,

anche un modo di vivere insieme la missione per cui

si è stati chiamati.

 

1. Anno della vita consacrata

è trascorso un anno dalla conclusione dell’Anno della

vita consacrata (30 novembre 2014 – 2 febbraio 2015),

indetto da papa Francesco in occasione del 50° anniversario

della Costituzione

Chiesa, che nel cap. VI tratta dei Religiosi, come pure del Decreto

Perfectae caritatis sul rinnovamento della vita religiosa.

Papa Francesco affida l’Anno della vita consacrata a Maria,

«la Vergine dell’ascolto e della contemplazione», qualità pienamente

condivise dal suo sposo san Giuseppe. La presenza

di Maria, infatti, richiama necessariamente quella di san Giuseppe.

Poiché i religiosi devono apprendere «la mistica di vivere

insieme, che fa della nostra vita un santo pellegrinaggio», san

Giuseppe non è separabile da Maria, avendo egli «sostenuto

la sua sposa nella fede della divina annunciazione… posto per

primo da Dio sulla via della peregrinazione della fede, sulla quale

Maria – soprattutto dal tempo del Calvario e della Pentecoste –

andrà innanzi in modo perfetto»1.

2. Il primato della vita interiore

Nell’Esortazione apostolica Redemptoris custos, Giovanni

Paolo II dedica un capitolo a “Il primato della vita interiore”

e afferma, riferendo un’omelia di Paolo VI, che è appunto

nella «sua insondabile vita interiore» che trova la sua ragione

adeguata «il sacrificio totale, che Giuseppe fece di tutta la sua

esistenza alle esigenze della venuta del Messia nella propria

casa» (n. 26). Il «sacrificio totale» di Giuseppe affiora nel momento

in cui Dio, attraverso il ministero angelico, «lo chiamò

ad essere il Custode del Redentore»; subito egli «fece come gli

aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa»

(Mt 1,24). «Egli la prese in tutto il mistero della sua maternità,

la prese insieme col Figlio che sarebbe venuto al mondo per dogmatica Lumen Gentium sulla

opera dello Spirito Santo: dimostrò in tal modo “una disponibilità

di volontà, simile a quella di Maria”, in ordine a ciò che

Dio gli chiedeva per mezzo del suo messaggero» (n. 3).

Siccome non è possibile trattare della persona consacrata

senza tenere costantemente presente l’Esortazione apostolica

Vita consecrata di Giovanni Paolo II, svilupperemo questo argomento

alla sua luce, evidenziando gli innumerevoli accostamenti

tra il “fece” di Giuseppe e l’essenza della vita consacrata,

la quale ha in Giuseppe, “insieme con Maria”, il suo naturale

“modello”.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Il messaggio del ciclo di Elia"
Editore: OCD
Autore: Fabio Roana
Pagine:
Ean: 2484300021152
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il ciclo di Elia è un testo narrativo e come tale è interpretabile

con gli strumenti che offre l’analisi narrativa,

oltre che con il supporto del metodo storico-critico.

Si può così scoprire che esso ha avuto una lunga

elaborazione, è stato recepito, pensato, trasmesso e,

aggiungiamo, attualizzato e rivissuto. La storia di

Elia, di Acab e degli altri soprattutto ci aiuta, oggi

come allora, a riconoscere Chi è Dio e chi sono i Suoi

che abitano il monte dell’incontro con Lui e le strade

del mondo, qualunque forma questo monte e queste

strade assumano.

 

Terza parte

Attraverso una riflessione sul narratore, sui personaggi,

sulla cornice del racconto e sul lettore, cerchiamo

ora di comprendere il messaggio del ciclo

di Elia. L’analisi si baserà soprattutto sulla sottosezione

1Re 16,29-19,18, vista la sua centralità e l’approfondimento

fatto nella seconda parte dell’articolo.

1. Il narratore

La voce (o l’istanza) narrativa1. Il narratore del ciclo di Elia

racconta questa storia inserendola nell’ampio percorso dei

Libri dei Re, che copre i secoli che vanno da Davide a Ioiachìn,

cioè dal decimo al sesto avanti Cristo. Egli compie con quest’opera

una riflessione storica in forma di narrazione, rimanendo

esterno ai fatti e osservandoli da un punto di vista particolare.

Si può parlare dunque in generale di narratore extradiegetico

(esterno al racconto) ed eterodiegetico (assente dal racconto),

con l’eccezione, per quel che concerne il ciclo di Elia, di casi

come quello di 1Re 18,10.13, in cui il personaggio di Abdia

diventa narratore intradiegetico (interno al racconto), prima

eterodiegetico (assente) e poi omodiegetico (presente nel racconto),

o come quello di 1Re 20,39-40, in cui «uno dei figli

dei profeti» (v. 35) diventa narratore intradiegetico e omodiegetico,

o ancora come quello di 1Re 22,19-23, in cui il profeta

Michea diventa narratore intradiegetico e omodiegetico (presente come semplice testimone; in tutti e tre i casi si tratta comunque

di un narratore secondo). Il narratore primario né usa

la prima persona, né fa parte dell’«universo spazio-temporale

dispiegato dal racconto»2, ma ne è in qualche modo coinvolto

(insieme al lettore), come trapela dalla sua maniera di raccontare

(si veda la distinzione tra i personaggi positivi e negativi),

di esprimere un giudizio storico (in modo chiaro nei brani che

fanno da cornice: 1Re 16,29-33 e 22,41-54) e di riferirsi a certe

fonti condivise (1Re 22,39.46 e 2Re 1,18), rivolgendosi implicitamente

a un tu o a un voi.

Il punto di vista (e la conoscenza) del narratore. Nella sezione

in esame il narratore non dichiara direttamente un suo

giudizio sui personaggi e sugli avvenimenti, ma sintetizza a più

riprese la prospettiva del Signore (JHWH) e riporta le sentenze

dei suoi profeti, selezionando oculatamente gli argomenti che

tratta, come sembra affermare in 1Re 22,39.46 e 2Re 1,18 (si

pensi, per esempio, alla realizzazione delle profezie); la storia

che racconta comunica e suscita una presa di posizione sulle

cose, tanto che studiosi come Marco Liverani o Marco Nobile

devono rimarcare bene la distinzione dei fatti descritti nei Libri

dei Re da quelli che si possono oggi ricostruire attraverso una

ricerca storiografica3.

Ponendo attenzione allo sguardo del narratore, si può dire

che egli svolge una cronaca dall’esterno, fermandosi soltanto

[...]

VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Teresa di Gesù: Io discendo da marrani!"
Editore: OCD
Autore: Cristiana Dobner
Pagine:
Ean: 2484300021183
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Uno studio che si presenta come viaggio da Toledo ad

Avila, attraverso i secoli, alla scoperta di prove, ducumenti,

testimonianze e fatti, che attestino l’ascendenza

marrana di Teresa di Gesù. Un’importante occasione

per conoscere, nel rispetto della verità storica,

la verità su Teresa di Gesù e la Chiesa.

 

Mi stupisco nel trovarmi in Avila, «autentico diamante

di pietra grezza, dorata dal sole dei secoli

e da secoli di sole…»1, come scrive Miguel

de Unamuno e nel quadro della Settimana Europea

della Cultura ebrea.

Teresa di Gesù2 costringe a porsi molti interrogativi, a mettersi

in questione e a tentare di dare e darsi qualche risposta.

Voglio considerare la Mater spiritualium sotto un’ottica

specifica che consente di toccare con mano una realtà storica

poco conosciuta e molto volentieri misconosciuta: Teresa, così

amante della verità, dovrebbe affermare “Io discendo da marrani”.

Sarà un viaggio che toccherà due città: Toledo e Avila;

transiterà in secoli diversi e la cui meta sarà il nostro oggi, per

non cadere nella ben nota trappola di una rammemorazione

erudita ma sterile.

Fino a vent’anni fa, in un’opera molto nota di V. Sackville-

West, L’aquila e la colomba, dedicata nella prima parte a Teresa

di Gesù, si leggeva una pagina che può servire da griglia, ma

esattamente all’opposto, nella nostra ricerca. Voglio leggerla

integralmente per far comprendere quanto i pregiudizi abbiano

insabbiato e deformato la storia reale:

L’orgoglio razziale [allora] era fortissimo, non solo per

l’arroganza innata dei Castigliani, ma per il triplice motivo

dell’infiltrazione moresca, dell’odio antiebraico, e dei giudizi

irrevocabili dell’Inquisizione. Perché uno Spagnolo potesse

camminare a testa alta era necessario che egli fosse certo di

possedere un sangue impeccabilmente limpido, limpia san-

gre; quella purezza o limpieza, cioè, che lo facesse giudicare

del tutto esente da ogni infiltrazione inquinatrice giudaica

o maomettana, non solo, ma mondo altresì da ogni vincolo

di discendenza con gente condannata in antico dal tribunale

dell’Inquisizione, colpa questa che non era possibile dissimulare,

poiché il reo era costretto a indossare la divisa gialla

marchiata della croce di Sant’Andrea. Di questo tremendo

castigo i Cepeda erano fortunatamente immuni e nemmeno

la più piccola macchia contaminava il blasone di Alonso de

Cepeda, quello delle due mogli e dei suoi dodici figli. Essi potevano

godere tutti del privilegio o tratamiento dell’hidalgo che

conferiva il prefisso di “Don” e di “Doña”, a seconda del caso,

ma che nel caso di Teresa era più che superfluo poiché la

futura santa dava in escandescenze vere e proprie ogni volta

che qualche ben pensante si rivolgeva a lei chiamandola col

suo titolo. I Cepeda erano al disopra di ogni sospetto, chiusi

nel loro palazzo presso i bastioni che sovrastavano proprio il

vecchio quartiere ebraico, ora deserto3.

Dopo aver ampiamente sorriso, tentiamo di delineare un

tracciato autentico, rispettoso della verità storica che, peraltro,

non sminuirà per nulla la grandezza di Teresa di Gesù, anzi

la renderà aperta al nostro tempo e non ridotta soltanto a un

reperto archeologico.

Si viene creando quindi «una chiave interessante di lettura

della Santa»4 che farà emergere alcune componenti dell’identità

di Teresa, perché la trasmissione della tradizione familiare

non è indifferente nella creazione della personalità e della selfimage

di ciascuno.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Dalla riflessione teologica alla prassi pastorale"
Editore: OCD
Autore: Giuseppe Midili
Pagine:
Ean: 2484300021206
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Sperimentando la necessità di proseguire il percorso

tracciato dal movimento liturgico e dalla riforma

liturgica conciliare, a partire dall’anno pastorale

2010-2011 la diocesi di Roma ha ideato e messo

in atto un progetto pastorale che coniuga insieme

liturgia, catechesi e carità. Il progetto, che ha come

fine quello di creare una “convivenza armonica” tra

teologia liturgica e prassi liturgica in vista di una

partecipazione attiva e cosciente alla celebrazione del

mistero di Cristo da parte di pastori e fedeli, è ancora

in via di evoluzione. Qui si presenta lo sviluppo progettuale

dell’itinerario, tenendo conto delle esigenze

emerse e delle prospettive aperte appunto per la Diocesi

dal papa Benedetto XVI e dal cardinale Vallini.

 

Premesse

La diocesi di Roma, che presiede nell’amore, a partire

dall’anno pastorale 2010-2011 ha ideato e

messo in atto un progetto pastorale che coniuga insieme

le tre linee guida classiche: liturgia, catechesi

e carità. Il percorso iniziale e le sue prosecuzioni sono state

tracciate nel contesto di una riflessione condivisa dei pastori e

dei battezzati e ha messo in luce le priorità e le esigenze della

comunità diocesana. Questo studio vuol presentare lo sviluppo

progettuale dell’itinerario e proporlo non come modello assoluto,

ma piuttosto come prototipo imitabile su cui riflettere per

elaborare itinerari simili, sia a livello di metodologia di studio e

analisi di una situazione pastorale, sia a livello di applicazione

delle scelte emerse e condivise. Il percorso elaborato in sede di

progettazione pastorale può essere utile agli studiosi di liturgia

e pastorale per esaminare l’applicazione di principi teologici,

scaturiti dalla riflessione accademica e scientifica, alla prassi

pastorale della vita di una diocesi concreta, al fine di favorire

l’incremento della vita di fede. L’angolo di osservazione privilegiato

è quello della dimensione pastorale della liturgia: un

criterio che scaturisce da una attenta lettura della Costituzione

Liturgica, a cinquant’anni dalla sua promulgazione1. A questo

proposito, la definizione classica di pastorale liturgica si può reperire

nel contributo di A.M. Roguet, in cui egli scrive: «Poiché

la pastorale è l’arte di governare, istruire e santificare il popolo

fedele, la pastorale liturgica è la parte di quest’arte che consiste

nel farlo partecipare attivamente e coscientemente alla

celebrazione del culto, affinché attinga alla sua fonte il vero

spirito cristiano»2. La liturgia, per sintetizzare in maniera forte

il primo capitolo della Costituzione Sacrosanctum Concilium, è

una realtà in cui i due elementi – teologia liturgica e prassi

pastorale – non sono più riconoscibili, perché hanno dato vita

a un’esperienza, quella celebrativa, che non lascia intravedere

più le singoli componenti, perché è diventata “fatto nuovo”, è

la liturgia della Chiesa3. Sembra invece che persista ancora uno

squilibrio tra la riflessione sulla liturgia (o meglio forse sulla

teologia liturgica), talvolta trattata come dimensione teorica e

astratta, e la prassi pastorale, apparentemente umile e approssimativo

tentativo di applicazione di quei principi elevati.

Volendo offrire una sintesi di tutto il percorso di formazione

liturgica proposto dalla diocesi di Roma negli ultimi

anni, si potrebbe proporre un titolo molto semplice: dalla riflessione

teologica alla prassi pastorale. In questo modo si introduce

nel cammino liturgico un concetto di movimento “da”

un punto “verso” un altro, quasi il moto di oscillazione di un

pendolo, che ha un perno fisso e oscilla lungo il suo tragitto.

Partire dalla riflessione per andare verso la prassi lascerebbe

pensare che esista una frattura tra la riflessione teologica e la

prassi pastorale e quindi siano da investigare le modalità per

creare una nuova “armonica convivenza”. Sembrerebbe esagerato

parlare di “frattura”, piuttosto oggi è sembrato necessario

elaborare un percorso, cioè maturare un itinerario che introduca i

frutti della riflessione teologica nella prassi pastorale, in modo

da garantire che ogni scelta pastorale, anzi tutta la prassi pastorale,

sia animata da una vera linfa di teologia, nello specifico

di teologia liturgica.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Rivista di Vita Spirituale"
Editore: OCD
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300021138
Prezzo: € 8.00

Descrizione:

LAMPADA AI MIEI PASSI

Questo comando che oggi ti ordino

non è troppo alto per te, né troppo

lontano da te. Non è nel cielo,

perché tu dica: chi salirà per noi

in cielo?… Non è di là dal mare,

perché tu dica: chi attraverserà per

noi il mare?

(Dt 30,11-13)

 

Il mistero non è qualcosa distaccato da noi stessi, qualcosa

lontano come l’arcobaleno nel cielo; il mistero è lì, fuori

della porta, in tutte le cose che possono essere vedute, non

soltanto là dove vi è più di quanto i nostri sensi possano afferrare…

Il mistero non è un’eccezione ma un’atmosfera che regna

intorno a ogni essere, una condizione spirituale della realtà; non

qualcosa a parte, ma una dimensione dell’esistenza tutta

(Abraham Joshua Heschel)



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "L'umanesimo di Giovanni Paolo II"
Editore: OCD
Autore: Angela Anna Tozzi
Pagine:
Ean: 2484300021176
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Giovanni Paolo II mette al centro della sua filosofia

l’esperienza dell’uomo. La sua antropologia parte

dall’esperienza della persona che agisce, e questo tipo

di esperienza costituisce un metodo per avvicinarsi

alla struttura ontologica della persona. Ne consegue

che la persona si conosce e si realizza pienamente soltanto

nell’amore dell’altro, trascendendo il proprio

io e offrendosi liberamente in dono. La via a ciascun

uomo e per il ritorno a Dio è, in ultima analisi,

Cristo.

 

Per studiare il concetto di “umanesimo” negli scritti e

nel “magistero” di Giovanni Paolo II mi sono servita

dei testi riguardanti Persona e Atto1 e ho centrato l’attenzione

su due encicliche molto importanti: Redemptor

Hominis e Dives in Misericordia.

Il vero umanesimo è cristiano ha detto il Concilio, proclamando

che «la più alta ragione della dignità dell’uomo consiste

nella sua vocazione alla comunione con Dio» (GS 9)2.

Senza la trascendenza, non si dà esatta interpretazione

dell’uomo. Il cristianesimo vuole essere lo sviluppo di tutto

l’uomo. Il Concilio sottolinea che, per attuare il proposito della

Chiesa di rendere più umana l’umanità, occorre risanare ed elevare

la dignità della persona umana, consolidare la compagine

della società, immettere un senso più profondo nell’attività

degli uomini (cf GS 40-43). Il Concilio Vaticano II ha ribadito

che, senza l’istanza religiosa e l’aspirazione alla filosofia dell’essere,

che raggiunge l’Assoluto trascendente, non tanto in base

ai dati dell’esperienza offerti dal mondo fenomenico, quanto a

quelli vissuti dalla persona alla luce dell’autocoscienza, non si

può parlare compiutamente di dignità della persona.

Siamo testimoni – scrive con intima soddisfazione Giovanni

Paolo II – di un sintomatico ritorno alla metafisica (filosofia

dell’essere) attraverso l’antropologia integrale. Non si può

pensare adeguatamente l’uomo senza il riferimento, per lui

costitutivo, a Dio. è ciò che san Tommaso definisce actus essendi

con il linguaggio della filosofia dell’esistenza. La filosofia

della religione lo esprime con le categorie dell’esperienza antropologica3.

Ovviamente, Giovanni Paolo II si riferisce alla persona umana

reale, la cui esistenza si risolve sempre in coesistenza nel rapporto

Io-Tu, che condiziona necessariamente la vita e, nella

vita (coniugale, familiare, civile), il dialogo4.

[...] per quanto siano gravi le prevaricazioni del cuore umano,

i guasti provocati dal peccato, le miserie che ne seguono,

tuttavia non c’è creatura che non serbi un germe di bene,

un barlume di verità, e quindi che non avverta il bisogno di

evolversi, di redimersi5.

A lui vogliamo guardare, perché solo in lui, Figlio di Dio,

c’è salvezza, rinnovando l’affermazione di Pietro: «Signore, a

chi andremo? Tu hai parole di vita eterna».

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Volto della piccolezza"
Editore: OCD
Autore: Bruno Moriconi
Pagine:
Ean: 2484300021190
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Prima della gloria dell’ebrea Edith Stein il Carmelo

aveva avuto una santa araba della Palestina,

Mariam Baouardy. Non una martire dei campi di

concentramento, ma una testimone della vera umiltà

nella dedizione di una vita trascorsa in ossequio di

Gesù Crocifisso. Una vita punteggiata di segni straordinari,

che tuttavia non sono l’essenza della sua

santità. La grandezza di questa figlia della Chiesa,

«Ponte tra i due polmoni della Chiesa, l’Oriente e

l’Occidente», sta nella sua piccolezza, nella costante

aderenza e nel continuo adempimento delle parole di

Gesù «Se non vi convertirete e non diventerete come i

bambini, non entrerete nel regno dei cieli»(Mt 18,4).

 

Papa Francesco – si leggeva in un comunicato ANSA del 17

maggio 2015 – è arrivato a piazza San Pietro dove sta per cominciare

la celebrazione per la canonizzazione di quattro

donne, due suore della Palestina, una italiana e una francese.

In piazza anche le delegazioni dei tre Paesi. Per la Palestina

è presente il presidente Abu Mazen; a guidare la delegazione

francese è il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve. Le

autorità italiane sono invece rappresentate dal sottosegretario

alla Presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti. Ma è

soprattutto la Palestina a fare festa oggi in Vaticano, anche

perché si tratta delle prime sante di questa terra nell’epoca

moderna. Sono arrivati dal Medio Oriente oltre duemila cristiani.

In piazza anche il Patriarca latino di Gerusalemme,

monsignor Fouad Twal. Fin dalle prime ore di questa mattina

piazza San Pietro era già un tappeto di bandierine verdi-bianche-

nere con il triangolo rosso.

Nel mio recente libro dedicato a svariati “Volti del

Carmelo”1, quello di suor Maria di Gesù Crocifisso,

non vi aveva trovato posto e, confesso, che

è stata una svista assai grave, data la sua testimonianza

formidabile di semplicità e umiltà. Un vero volto di

piccolezza, proprio secondo quanto insegna il Vangelo come

ideale di tutti. «In verità vi dico», ci dice, infatti, Gesù da quelle

pagine, «se non vi convertirete e non diventerete come i bambini,

non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,4).

Sì, prima della gloria dell’ebrea Edith Stein il Carmelo

aveva avuto una santa araba della Palestina, Mariam Baouardy.

Non una martire dei campi di concentramento, ma una testimone

della vera umiltà nella dedizione di una vita trascorsa

in ossequio di Gesù Crocifisso. Una vita punteggiata anche di

segni straordinari, ma non sono questi – come si legge nella

Lettera Pastorale degli Ordinari Cattolici di Terra Santa in occasione

del 125° della sua morte – «l’essenza della sua santità.

Questa consiste soprattutto nella semplicità e nella spontaneità

della sua vita di unione con Dio. Era analfabeta, ma dettò degli

scritti che manifestano un’esperienza spirituale simile a quella

dei grandi mistici nella storia della Chiesa»2.

«La canonizzazione di Mariam è l’occasione per far conoscere

e diffondere largamente i frutti di santità della Chiesa

d’Oriente», hanno scritto le monache del suo Carmelo di Betlemme.

«Effettivamente», aggiungevano, «Mariam è un Ponte

tra i due polmoni della Chiesa, l’Oriente e l’Occidente. Ella

raggiunge gli uni e gli altri, ricongiungendoli alle loro radici e

invitandoli alla comunione». Battezzata, infatti, nel rito bizantino

della Chiesa melchita, in Egitto parrocchiana della Chiesa

Copta, solo da religiosa entrò nel rito latino della Chiesa d’Occidente.

«Ci sia permesso di augurarci», scriveva nel 1930 un ebreo

convertito, «che questa piccola illetterata possa diventare la patrona

degli intellettuali»3. «Devo confessare di essere rimasto

impressionato», ha scritto, di fatto, Amedée Brunot nella prefazione

al suo libro su Maria di Gesù Crocifisso, «dal fascino che

la giovane mistica araba ha esercitato su numerosi intellettuali

cattolici: Maurice Barrès, Léon Bloy, Francis Jammes, Julien

Green, Jacques Maritain, Louis Massignon, René Schwob…».

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Cristianesimo mistico?"
Editore: OCD
Autore: Roberto Fornara
Pagine:
Ean: 2484300021169
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Senza arrivare a un’elaborazione sistematica, si elaborano

alcune linee orientative e alcuni criteri di discernimento

del fenomeno mistico cristiano, partendo

da due prospettive diverse e complementari: a livello

ermeneutico, la prospettiva esperienziale e magisteriale

di santa Teresa di Gesù e di san Giovanni della

Croce, entrambi Dottori della Chiesa; a livello metodologico,

una prospettiva di teologia simbolica, prendendo

come punto di riferimento il testo biblico del

roveto ardente (Es 3,1-6), in quanto particolarmente

adatto a fornire elementi utili alla ricerca in oggetto.

 

Se è vero che la mistica cristiana conosce una sua storia

e dunque una sua evoluzione dinamica, è altrettanto

vero che ai nostri giorni la nozione di mistica conosce

un’importanza forse mai raggiunta e un’estensione di

significato mai conosciuta prima d’ora. Qui risiedono le ragioni

principali dell’ambiguità dell’uso sconsiderato del termine,

sia a motivo della sua ampiezza semantica, sia per lo sconfinamento

dal campo strettamente teologico a quello filosofico,

etico, estetico, affettivo, esperienziale. «Il ventunesimo secolo

o sarà mistico o non sarà», aveva profetizzato alcuni decenni

fa A. Malraux, e la sua profezia è universalmente conosciuta

soprattutto grazie alla declinazione rahneriana: «Oggi, se non

si è mistici, non si può essere nemmeno cristiani»1. Non servono

analisi approfondite di tipo teologico, fenomenologico,

filosofico o sociologico per constatare che la profezia si sta

evidentemente realizzando. Ma l’evidenza di fondo è che tale

realizzazione si compie per lo più al di fuori delle vie classiche

o tradizionali. Quale differenza esiste tra una mistica cristiana

e la mistica delle altre esperienze religiose? Si può dare una

mistica autenticamente cristiana al di fuori della mediazione

sacramentale o dell’esperienza ecclesiale? Qual è il confine tra

la portata razionale dell’esperienza mistica e il coinvolgimento

affettivo del soggetto? In che misura la stabilizzazione affettiva

e l’autorealizzazione della persona sono coinvolte nel processo

mistico? Siamo di fronte a una triplice evidenza:

– il concetto e la portata del fenomeno mistico sono in una

fase di evoluzione dinamica e di approfondimento (e

questo non può che essere salutato positivamente);

– tutto ciò che si è detto a proposito di questa evoluzione,

comporta, però, anche molti rischi e numerose ambiguità.

Se il fenomeno mistico è per antonomasia il terreno propizio

dell’ambiguità, suscettibile pertanto del necessario

discernimento (la storia della mistica cristiana sarebbe sufficiente

ad offrire abbondante documentazione in proposito),

mai come in questo periodo la teologia è chiamata a

farsi voce di verità e di discernimento. Parafrasando i due

autori citati, si potrebbe dire: “O la mistica cristiana sarà

autentica, o non sarà”;

– non si può negare, d’altra parte, che anche le esperienze

“mistiche” o pseudomistiche nell’alveo delle tradizionali

chiese cristiane, soffrono molto spesso del contagio di sensazionalismo,

spiritualismo disincarnato, devozionalismo

superficiale, sentimentalismo epidermico. Si rende pertanto

doppiamente necessario un discernimento radicale

del fenomeno mistico2.

Come orientarci in questo lavoro di discernimento della

mistica cristiana?

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "San Giuseppe padre, educatore e capo della Sacra Famiglia in età tridentina e post-tridentina (secoli XVI-XVII)"
Editore: OCD
Autore: Annarosa Dordoni
Pagine:
Ean: 2484300021145
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Uno studio di carattere storico sull’affermarsi della

centralità di san Giuseppe nei secoli XVI-XVII,

che attinge a piene mani al campo dell’iconografia,

della religione e della cultura del tempo per cogliere,

nel loro modularsi, ruoli, compiti e virtù attribuiti a

questa speciale figura di padre.

 

1. Il padre ritrovato

Se la valorizzazione della figura di san Giuseppe promossa

nel XV secolo da Gerson (ma anche con modalità

diverse da Bernardino da Siena e da Bernardino

da Feltre) lasciava intravedere la tensione di una so

cietà «alla ricerca del padre»1, l’epoca tridentina e post-tridentina

può apparire il tempo del «padre ritrovato». Al di là delle

formule, magari suggestive ma pur sempre semplificatrici, sta

il fatto che nei secoli XVI e XVII il rafforzamento del principio

gerarchico e delle preoccupazioni normative, operatosi dietro

la spinta delle istanze disciplinatrici della società ecclesiastica e

civile, comportò anche un’accentuazione della figura paterna,

che si riverberò nell’enfasi attribuita al ruolo di san Giuseppe

come guida, educatore, capo autorevole e vigile della Sacra Famiglia.

Questa attenzione al ruolo paterno di san Giuseppe appare

allo stesso tempo come l’approdo di un processo che prende le

mosse da san Bernardo, cantore delle sollecitudini paterne di

san Giuseppe; si colora, attraverso la sensibilità francescana e

l’influsso delle Meditationes pseudo-bonaventuriane, di accenti

intimistici e si arricchisce quindi di una vena di realistica quotidianità

a contatto con gli ambienti di un’attiva ed emergente

borghesia cittadina. Basti ricordare alcune testimonianze iconografiche

fiorite nel Nord e centro Europa (in particolare in

Borgogna, Germania, Fiandre), spesso influenzate dalla devotio

moderna, dove san Giuseppe esprime la sua intima partecipazione

alla vita della divina famiglia prestandosi a compiere

mansioni umili e concrete, come preparare la zuppa o attizzare

il fuoco, e gesti di paterna sollecitudine.

Il percorso che porta all’affermarsi, nel Cinquecento, della

centralità di san Giuseppe si snoda all’insegna della continuità,

ma anche della discontinuità. Aspetti tradizionali, infatti, permangono

e si intrecciano ad altri inediti, suscitati dal nuovo

clima storico, religioso, culturale. In esso gioca un ruolo anche

l’evoluzione del modello di famiglia che, già avviata nel secondo

Quattrocento2, si afferma e si apre a nuove prospettive.

Anche il tema iconografico della Sacra Famiglia permette

di cogliere, nel suo modularsi, un riflesso di tale evoluzione. Il

passaggio dalla Sacra Parentela alla Sacra Famiglia, iniziato già

nel XV secolo, si va consolidando nel XVI, quando, marginalizzati

o esclusi i personaggi secondari, come sant’Anna, san Gioacchino

e santa Elisabetta, l’attenzione si concentra sul nucleo

familiare rappresentato da Gesù, Maria e Giuseppe, all’interno

del quale la figura del padre detiene un posto centrale.

Sempre più frequenti sono le scene che esaltano la tenerezza

e il vigore di Giuseppe, rappresentato mentre tiene tra le

sue braccia Gesù e lo sorregge3 o mentre – nella veste di nutritor

– gli porge un frutto o un ramo di ciliegie4. Quest’ultimo particolare

ricorre soprattutto nella rappresentazione della fuga

in Egitto o del riposo durante la fuga, tema che conosce una

crescente fortuna proprio a partire dal XVI secolo e si presta a

evidenziare il ruolo di Giuseppe come guida e protettore, così

come le scene del pasto della Sacra Famiglia o del “Benedicite”

o, ancora, della Sacra Famiglia nella bottega del falegname sottolineano

la funzione di Giuseppe come capofamiglia, colui

che presiede alla comunità domestica, stretta attorno a lui secondo

un’ordinata gerarchia di ruoli, e provvede al suo sostentamento.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Rivista di Vita Spirituale"
Editore: OCD
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300021053
Prezzo: € 8.00

Descrizione:

LAMPADA AI MIEI PASSI

Sal 78,25

L’uomo mangiò il pane degli angeli

 

«Se vi affligge non vedere Cristo con gli occhi del corpo, pensate che ciò non è opportuno; a causa della nostra naturale debolezza, non ci sarebbe nessuno capace di sopportarne la vista. E vedendo una tale Maestà, come oserebbe una povera peccatrice quale, ad esempio, sono io, che l’ha offeso tante volte, stargli così vicino? Sotto la specie del pane eucaristico è accessibile, perché se il re si traveste, sembra che non si debba fare alcun caso di parlare con lui senza tanti riguardi e soggezioni. Altrimenti chi oserebbe avvicinarlo con la freddezza, l’indegnità, le imperfezioni di cui siamo pieni?».

S. Teresa di Gesù



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Bollettino bibliografico teresiano: Studi biografici"
Editore: OCD
Autore: Ciro García
Pagine:
Ean: 2484300021107
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

A motivo del V Centenario della nascita di Teresa di Gesù si sono pubblicate nuove biografie, di vario valore, e altre più antiche sono state rieditate con un nuovo apparato critico. Qui si comincerà dall’esame delle più antiche: Francisco de Ribera, Julián de Ávila e Diego de Yepes, con lo scopo di evidenziare la ripresa, l’evoluzione o lo scarto di certi motivi nel corso della storia.

 

Gli studi biografici su santa Teresa di Gesù sono strettamente legati agli studi storici, dei quali si dà conto in altri bollettini. Una buona biografia della Santa ha bisogno di un’adeguata cornice storica, rigorosamente studiata, con i nuovi apporti della critica storica, culturale e religiosa: «Si è parlato e scritto tanto circa la

sua dottrina, e tanto poco del suo ambiente storico […] come

chiave d’interpretazione senza la quale la lettura attuale dei

suoi scritti può risultare criptica ed incomprensibile»1.

Questa valutazione del competente storiografo e professore

universitario, il carmelitano Teófanes Egido, fatta nel

1982, non si adatta pienamente alla realtà attuale, nella quale

si sono ottenuti importanti progressi storici. Ma continua ad

avere validità come paradigma o riferimento essenziale nell’elaborazione

di una nuova biografia di Teresa di Gesù.

A motivo del V Centenario della sua nascita si sono pubblicate

nuove biografie, di diverso valore, e altre più antiche sono

state rieditate con un nuovo apparato critico. Cominceremo

dalle più antiche: Francisco de Ribera, Julián de Ávila e Diego

di Yepes (Tomás de Jesús).

1. Prime biografie

1. Francisco de Ribera, della Compagnia di Gesù, è il

primo biografo della Santa2. La sua biografia, edita nel 1590,

otto anni dopo la morte di santa Teresa e due anni dopo l’editio

princeps delle sue opere di fra Luis de León (1588), ha contribuito

fortemente a propagare non solo in Spagna, ma anche in

tutta Europa la conoscenza delle ammirabili virtù, grandezza

d’animo ed eroiche imprese della Riformatrice del Carmelo3.

La biografia del padre Ribera costituisce non solo una piattaforma

di diffusione della figura di Teresa di Gesù, ma anche

un primo tentativo di sistematizzazione teologico-spirituale

della sua dottrina, avallata dalla Compagnia di Gesù i cui confessori

avevano avuto un’influenza decisiva nel discernimento

del suo spirito e nel consolidamento della sua opera di fondatrice4.

Il suo protagonismo appare ora nella prima biografia teresiana,

nella sua nuova edizione, rappresentata da tre illustri

gesuiti: Francisco de Ribera, Jaime Pons e Luis Martín.

Il padre Francisco de Ribera, 1537-1591, essendo già un teologo

consumato ed eminente scrittore, entrò a trentatré anni

nella Compagnia di Gesù a Medina del Campo, ebbe come maestro

il padre Baltasar Álvarez, confessore di Teresa di Gesù.

Quando questo è stato famoso Rettore della Scuola della Compagnia

a Salamanca, ha richiamato il padre Ribera per farsi

carico della cattedra di Sacra Scrittura, materia che ha spiegato

per sedici anni, 1575 -1590, con grande plauso di alunni

e professori. È stato sempre un grande ammiratore della Santa

d’Avila che ha conosciuto molto da vicino in varie occasioni e

che ha aiutato a discernere il suo spirito.

Il merito principale della sua biografia non è solo avere

conosciuto e trattato la Santa, ma anche lo studio dei suoi autografi,

sui quali si basa per scrivere la sua biografia. Questo

gli conferisce un carattere di autenticità che garantisce la diffusione

della sua opera. Per due anni, 1587-1588, lavora intensamente

su di essi; non ricorre più o meno a copie o codici

affidabili, bensì agli stessi autografi della Santa, tentando di

recuperare il suo genuino senso, al margine delle postille dei

censori, come è stato il caso dell’autografo del Castello interiore.

Il suo proposito non era solo scrivere una biografia teresiana,

bensì pubblicare tutte le sue opere. Ha lavorato largamente

a questo progetto, ma non ha potuto portarlo a termine per

la prossimità della sua morte (1591). Lo realizzerà, invece, fra

Luis de León (1588) che terrà conto dei materiali apportati dal

padre Francisco de Ribera.

La finalità che si propone l’autore durante il suo ampio

racconto della vita di Teresa di Gesù, è innanzitutto la fedeltà

ai dati storici e la ricerca della verità dei fatti narrati: «Cosicché

avrò sempre gli occhi fissi sulla verità della storia, che anche

tra i gentili fu giudicata una delle sue maggiori virtù […].

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "«Il Signore guarda i passi dei suoi amici» (1Sam 2,9)"
Editore: OCD
Autore: Fernando Millán Romeral, Saverio Cannistrà
Pagine:
Ean: 2484300021114
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il pellegrinaggio di Girolamo Gracián è espressione

di un cammino spirituale profondo, il quale è risposta

all’amore di Dio, al desiderio di abbracciare la

Regola del Carmelo d’accordo con gli insegnamenti

di Teresa di Gesù, e alla passione di darsi agli altri

per la loro salvezza. Questa «victoria amoris», vissuta

soprattutto nei momenti di tensione, fu per lui

un’estasi d’amore, non nel senso di un rapimento,

bensì come cammino permanente. La metafora del

«cammino» permetterà di esporre l’itinerario biografico

e spirituale di Gracián, lasciando intravedere il

pellegrinaggio di ogni discepolo, oltre che una testimonianza

più che significativa per la vita religiosa,

in tempo di crisi e di scoraggiamento.

Girolamo Gracián, un uomo in cammino...

 

Cari fratelli e sorelle, 1

1. In questi ultimi anni stiamo celebrando alcuni centenari

importanti per la vita della nostra famiglia carmelitana.

Ricorrenze che ci fanno sentire parte di una “storia viva che

ci accoglie e ci spinge oltre”. In realtà, la nostra tradizione appartiene

alla storia della salvezza che Dio iniziò a scrivere con

il suo popolo e continua ancora oggi nella sua Chiesa. Il credente

è fondamentalmente «uno che fa memoria», ricordava il

Papa Francesco. Non vogliamo dimenticare la nostra storia, ma

invece mantenerla sveglia, grati a «una tale moltitudine di testimoni

» (Eb 12,1) che lo Spirito Santo ha suscitato nella famiglia

del Carmelo. Tutti loro sono per noi un segno eloquente di

come vivere il Vangelo. Spiccano tra loro «alcune persone che

in maniera speciale incisero per far germogliare la nostra gioia

credente». Li stiamo ricordando in occasione dei loro anniversari:

sant’Alberto di Gerusalemme e Gracián, rispettivamente

nell’VIII e nel IV Centenario della morte, e santa Teresa di

Gesù, nel V Centenario della nascita.

2. In questa lettera circolare desideriamo condividere con

l’intera famiglia carmelitana alcune riflessioni sul padre Girolamo

Gracián. Il punto di partenza sarà la sua stessa biografia,

non sempre abbastanza conosciuta. È certo che in questi ultimi

anni, grazie alla pubblicazione di alcuni repertori bibliografici,

studi ed edizioni di parte della sua opera, Gracián ha iniziato

ad aprirsi uno spazio nella bibliografia carmelitana. È anche

noto che in questo processo ha avuto un ruolo importante il

recupero della sua opera La peregrinación de Anastasio. La maggior

parte degli esperti afferma che se il genere letterario dell’“

autobiografia” può essere considerato fonte indiscutibile di

verità storica, probabilmente però non rende giustizia alla natura

di questo scritto. In realtà, gli episodi biografici scelti da

Gracián, che li presenta a volte in forma di memoriale e cronaca

apologetica pro vita sua, si mescolano con la sua dottrina

spirituale, formando in tal modo uno scritto assai singolare e al

tempo stesso molto appassionante.

3. Girolamo Gracián fu un nomade cercatore di Dio, un

pellegrino infaticabile. In questa lettera riprenderemo la metafora

del “cammino”, che egli stesso utilizzò nella sua opera

già ricordata, La peregrinación de Anastasio [ossia Il pellegrinaggio

di Anastasio, da ora citato PA], per esporre il proprio itinerario

storico e spirituale. Girolamo Gracián professò la Regola

dell’Ordine carmelitano e, prima della sua morte, il 21 settembre

1614, trascorse metà della vita nel Carmelo teresiano

e l’altra metà nel Carmelo primitivo. La fecondità della sua

testimonianza e del suo ministero sgorgò dalla stessa fonte e

dalla medesima Regola. Non è senza significato che il suo anniversario

si inserisca tra quello del “legislatore del Carmelo” e

quello della sua grande “riformatrice”. Il fatto di aver vissuto in

ambedue i rami del Carmelo è per tutta la famiglia carmelitana

e per la Chiesa un grande segno di comunione.

[...]

 



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Camminare nella verità"
Editore: OCD
Autore: Emanuela Ghini
Pagine:
Ean: 2484300021084
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Teresa riceve la prima percezione del “cammino della verità” nell’infanzia.
Dall’intuizione dell’eternità scaturisce in lei la luce che le addita il “cammino
della verità”. Gli effetti dell’incontro con la verità sono immediati e concreti:
desiderio di parlare solo di “cose verissime”, adorazione del “totalmente
Altro”, comprensione esistenziale, apertura a tutte le possibili strade della
conoscenza. Cammino di perfezione, lo chiama Teresa, di compimento, di
tensione nella pace verso la pienezza, la bellezza definitiva.

 

«Tutto va bene alla superficie della vita»

(F. Pessoa).

Ma «il clima di leggerezza in cui viviamo

è ormai per molti un’insostenibile pesantezza»

(E. Bianchi).

La civiltà dell’immagine tenta di alienare l’uomo e la

donna da se stessi, di disperderli in una fuga dalla coscienza

che rimuove domande e problemi, stordisce in un bombardamento

di suggestioni effimere, ma capaci di catturare e schiavizzare

chi non sa opporsi con decisione al loro fascino apparente,

allo scintillio vuoto, che disperde e tormenta.

Si può vivere in uno scollamento continuo da se stessi,

dagli altri, dal mondo. Nell’incoerenza, che arriva all’irresponsabilità.

Perdita di unità interiore e di personalità, che fa

naufragare in una genericità anonima: «Un uomo senza qualità

è fatto di qualità senza uomo» (Musil). Incapacità di rapporti

umani se non convenzionali e disimpegnati, in una fuga

dall’altro per impossibilità di reggerne il peso e di coinvolgersi

nel mistero inebriante ma esigente, severo della comunione.

La perdita di radici scardina dalla realtà in ogni suo aspetto.

Non c’è spirito pensoso che non si chieda se esista una

verità. Che non percepisca, al di là della multiforme apparenza

delle cose, una unità sottesa, o almeno un enigma. E non avverta

che c’è un oltre in tutto ciò che appare.

Il pensiero da sempre ha indagato sulle origini della vita, è

stato colto dalla vertigine dell’infinito, ha tentato risposte mai

esaurienti ed esaurite. Rivelatrici di quella tensione all’oltre,

che è la caratteristica più propria della natura umana. Gli spiriti

religiosi – ogni spirito in qualche modo lo è – vi hanno ravvisato

l’aspirazione a Dio che muove da lui, e apre alla libertà

di una ricerca che è insieme fatica di indagine e sorpresa di riconoscimento:

«La mia origine mi ha consegnato a un essere e

a una mia propria libertà. So perfettamente che non sono io la

mia origine – questa è la cosa più certa che ci sia –, ma so anche

che da qualche parte ne ho una, che devo essere grato a qualcuno

per me stesso e per la mia libertà» (H.U. von Balthasar).

Teresa riceve la prima percezione del “cammino della verità”

nell’infanzia. È un’apprensione teologale della verità, legata

all’intuizione dell’eternità, che sarebbe impressionante in

una coscienza infantile, se «il Signore del cielo e della terra»

non avesse rivelato ai piccoli il destino di tutto (cf Mt 11,25).

Dall’intuizione dell’eternità scaturisce in Teresa la luce che le

addita “il cammino della verità”. Dio le si rivela verità quando,

con il fratellino prediletto, Rodrigo, di due anni maggiore,

legge le vite dei santi:

Ci impressionava molto nelle nostre letture l’affermazione

che pena e gloria sarebbero durate per sempre. Ci accadeva

di passare molto tempo a parlare di quest’argomento e

godevamo di ripetere molte volte: sempre, sempre, sempre! Nel

pronunziare a lungo questa parola, piacque al Signore che

mi restasse impresso nell’anima, fin dall’infanzia, il cammino

della verità (V 1,4).

Divenuta adulta, Teresa muove, nella sua ricerca, da una

constatazione che non ha perso d’attualità: «Oggi nel mondo...

la verità è difficilmente ascoltata» (P 7,6).

Non solo; non è cercata. Né la verità su se stessi, non accolta

perché mette in discussione l’io – «il falso, canta Gaber,

è un’illusione che ci piace» –, né la verità meta di un’indagine

aperta da domande irrinunciabili, ma non formulate, o rimosse,

se si affacciano alla coscienza.

[...]

VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Il messaggio del ciclo di Elia"
Editore: OCD
Autore: Fabio Roana
Pagine:
Ean: 2484300021060
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il ciclo di Elia è un testo narrativo e come tale è interpretabile con gli strumenti che offre l’analisi narrativa, oltre che con il supporto del metodo storico-critico. Si può così scoprire che esso ha avuto una lunga elaborazione, è stato recepito, pensato, trasmesso e, aggiungiamo, attualizzato e rivissuto. La storia di Elia, di Acab e degli altri soprattutto ci aiuta, oggi come allora, a riconoscere Chi è Dio e chi sono i Suoi che abitano il monte dell’incontro con Lui e le strade del mondo, qualunque forma questo monte e queste strade assumano.

 

SECONDA PARTE

1. Oggetto dell’analisi narrativa

L’analisi del testo svolta finora ci porta a interrogarci

sulla legittimità di considerare come unità con una

propria sussistenza la sezione segnata dalla presenza

di Elia: da una parte essa è solo un segmento di una

storia ben più ampia e s’intreccia con altre possibili unità in

parte sovrapposte, come quelle che racchiudono le vicende del

re Acab e del profeta Eliseo; dall’altra la sua stessa unitarietà

è messa in dubbio dalla sua natura composita. Accostandosi ai

Libri dei Re e al loro contesto scritturistico si ha l’impressione

di percorrere una strada lungo la quale si aprono orizzonti,

si mostrano panorami e a volte si fissano particolari, con elementi

che ritornano; il tratto che va da 1Re 16,29 a 2Re 2,18

non è tutto il percorso ma un passaggio che sta al suo cuore

e che risulta fondamentale per la comprensione dell’intero1:

analizzarlo significa volgere una luce su qualcosa di più ampio,

quindi ha una sua legittimità coglierlo come un oggetto a sé,

senza per questo troppo isolarlo.

Due ulteriori osservazioni. Prima: se riconosciamo l’esistenza

del cosiddetto ciclo di Elia, ancorché intrecciato con un

ciclo di Acab e imbricato con un ciclo di Eliseo2, è possibile,

assumendo quale oggetto d’analisi in particolare la sezione

eliana, considerare gli elementi non esclusivamente appartenenti

a questa comunque come suoi, con un proprio significato;

d’altra parte, pur avendo la sezione in esame i confini

sfumati, se colta in stretta funzione dell’esperienza diretta di

Elia, acquista una precisa delimitazione. Seconda osservazione:

il racconto, prescindendo dai problemi testuali e redazionali

visti, non è frutto del caso ma ci è dato nella forma realizzata da

un’ultima mano redazionale, che possiamo considerare come

l’autore o il narratore finale; dunque oggetto della nostra attenzione

da un punto di vista narrativo può essere semplicemente

il testo così com’è.

2. Delimitazione del racconto: un ciclo tra cicli

La sezione che va da 1Re 16,29 a 2Re 2,18 è connotata

dalla presenza del re Acab (e della moglie Gezabele), del successore

Acazia e del profeta Elia, le cui vicende sono sviluppate

in racconti che si susseguono e in brani cornice; questi

racconti a loro volta sono articolati in scene, raccolte a volte

in più di un episodio: la trama è complessa e conviene iniziare

distinguendo le unità più ampie.

– 1Re 16,29-22,40: grande inclusione tra i brani cornice che

delimitano la vita di Acab, dall’intronizzazione alla morte;

– 1Re 16,29-19,18: «lungo racconto della lotta del Signore e

del suo profeta Elia»3 contro Baal e il re Acab con sua moglie

Gezabele, con diverse rivelazioni del Signore legate a

Elia;

– 1Re 19,19-21: racconto della chiamata di Eliseo da parte di

Elia;

– 1Re 20,1-22,40: racconto di una serie di disobbedienze e ingiustizie

commesse da Acab e della sua condanna insieme

a tutta la sua casa, fino alla sua morte (primo sviluppo della

parola del Signore di 1Re 19,16a):

- 1Re 20: racconto delle prime due guerre aramee, della

disobbedienza al Signore e della condanna di Acab

per mezzo di un profeta;

- 1Re 21: racconto della vigna di Nabot con un’ingiustizia

commessa da Acab e da sua moglie Gezabele,

condannati insieme a tutta la loro casa per mezzo di

Elia;

- 1Re 22,1-40: racconto della terza guerra aramea, della

disobbedienza di Acab al Signore, interpellato per

mezzo del profeta Michea, e della morte del re;

– 1Re 22,41-51: breve racconto della successione del re

Giòsafat al trono di Giuda e delle sue vicende.

– 1Re 22,52 – 2Re 1,18: racconto della successione del re

Acazia al trono d’Israele, della sua infedeltà al Signore per

Baal, dell’intervento del Signore con Elia e della morte di

Acazia.

– 2Re 2,1-18: racconto dell’ascensione-assunzione di Elia e

della successione di Eliseo (sviluppo di 1Re 19,16b.19-21).

Come si nota, a questo livello la divisione in capitoli corrisponde

soltanto in 1Re 21 all’organizzazione narrativa (un

capitolo che tra l’altro ha una collocazione diversa nella LXX:

effettivamente, visto l’attuale intreccio degli episodi – con

disobbedienze, condanne, profezie e realizzazioni – sembra

essere l’unica possibile variazione di una certa entità); per il

resto i confini sono sì abbastanza chiari ma non molto netti, in

quanto la sezione, cadenzata da cambiamenti di tempo, luogo,

personaggi e tema4, è comunque un susseguirsi continuo di

episodi, con alcuni brani cornice.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Abramo, o lesperienza della fede"
Editore: OCD
Autore: Roberto Fornara
Pagine:
Ean: 2484300021077
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Rileggendo in sintesi l’itinerario di fede che Gen 12,1 propone, individuiamo soprattutto una triplice indicazione. La parola di Dio invita Abramo a mettersi in cammino verso una direzione e una destinazione che non è dato a lui conoscere, a partire da una condizione e una situazione che costituiscono la sua realtà in quel momento, lasciando progressivamente tutto ciò che è suo, che gli appartiene, che lo ha generato fino a quel momento, perché – attraverso il cammino e l’esperienza – venga generato l’uomo nuovo, nella fiducia e nella speranza. Abramo apparirà così, quasi anticipando Gen 14,3, veramente il primo ebreo, cioè l’uomo del “passaggio”, proprio perché avrà accettato, fidandosi della parola, di compiere tale passaggio.

 

Nella vita cristiana,

si va di inizio in inizio

attraverso inizi

che non hanno mai fine.

(Gregorio di Nissa)

L’uomo di fede vive spesso l’esperienza di una contraddizione

profonda, di una separazione radicale fra ragione e

fede, fra esigenze logiche e connaturali della propria umanità

da una parte, e volontà di Dio, pensieri di Dio, logiche di Dio,

dall’altra. Certo, il credente sottopone al vaglio del discernimento

il proprio cammino; questa persona, che deve essere

pensata come un’unità, tende all’unificazione sempre più

completa. Ciò nondimeno, avverte in molti momenti e in molti

modi una certa separazione interiore, o quanto meno le tentazioni

opposte di razionalizzare il proprio cammino di fede

per renderlo più accettabile, più comprensibile, più “a misura

d’uomo”, oppure di spiritualizzare la dimensione razionale

della propria esistenza credente.

L’opposizione tra fede e ragione porta spesso il credente

a decidersi all’azione soltanto nella misura in cui la scelta da

compiere appare umanamente condivisibile, con una logica

razionale e se non comporta rischi o conseguenze difficilmente

valutabili: “cammino se è ragionevole…”. La lettera enciclica

Lumen fidei di Papa Francesco, invece, ai paragrafi 9-10,

partendo dall’esperienza biblica del patriarca Abramo, invita a

capire che la logica della fede deve imparare a ribaltare questa

prospettiva troppo razionale:

Ciò che questa Parola dice ad Abramo consiste in una chiamata

e in una promessa. È prima di tutto chiamata ad uscire

dalla propria terra, invito ad aprirsi a una vita nuova, inizio di

un esodo che lo incammina verso un futuro inatteso. La visione

che la fede darà ad Abramo sarà sempre congiunta a questo

passo in avanti da compiere: la fede «vede» nella misura

in cui cammina, in cui entra nello spazio aperto dalla Parola

di Dio. Questa Parola contiene inoltre una promessa: la tua

discendenza sarà numerosa, sarai padre di un grande popolo

(cf Gen 13,16; 15,5; 22,17). È vero che, in quanto risposta a

una Parola che precede, la fede di Abramo sarà sempre un

atto di memoria. Tuttavia questa memoria non fissa nel passato

ma, essendo memoria di una promessa, diventa capace di

aprire al futuro, di illuminare i passi lungo la via. Si vede così

come la fede, in quanto memoria del futuro, memoria futuri,

sia strettamente legata alla speranza.

Quello che viene chiesto ad Abramo è di affidarsi a questa

Parola. La fede capisce che la parola, una realtà apparentemente

effimera e passeggera, quando è pronunciata dal Dio

fedele diventa quanto di più sicuro e di più incrollabile possa

esistere, ciò che rende possibile la continuità del nostro cammino

nel tempo. La fede accoglie questa Parola come roccia

sicura sulla quale si può costruire con solide fondamenta. Per

questo nella Bibbia la fede è indicata con la parola ebraica

’emûnah, derivata dal verbo ’amàn, che nella sua radice significa

«sostenere». Il termine ’emûnah può significare sia la fedeltà

di Dio, sia la fede dell’uomo. L’uomo fedele riceve la

sua forza dall’affidarsi nelle mani del Dio fedele. Giocando

sui due significati della parola – presenti anche nei termini

corrispondenti in greco (pistós) e latino (fidelis) –, san Cirillo

di Gerusalemme esalterà la dignità del cristiano, che riceve il

nome stesso di Dio: ambedue sono chiamati «fedeli». Sant’Agostino

lo spiegherà così: «L’uomo fedele è colui che crede a

Dio che promette; il Dio fedele è colui che concede ciò che

ha promesso all’uomo».

Un aspetto della fede viene messo particolarmente in risalto

nel testo citato: la fede non tanto quale atto irrazionale, quanto

piuttosto quale atto meta-razionale. L’atto di fede è prima di

tutto affidamento, consegna, abbandono. E questo abbandonarsi

fiducioso a colui che si sperimenta e si conosce come «il

fedele» diviene memoria futuri, capace – come dice il Salmo 119

– di illuminare i passi lungo il cammino. Si comprende allora

l’importanza di quella che ritengo l’affermazione centrale nel

paragrafo 9: la fede «vede» nella misura in cui cammina. Ciò significa

che non solo l’atto di fede non è contrario alla ragione, ma

anche che solo l’atto di fede capace di abbandonarsi del tutto è

un atto pienamente razionale. Solo l’esperienza del cammino

(e non il semplice ragionamento) può dare la luce sufficiente

e necessaria per camminare ulteriormente.

[...]

VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "John Henry Newman"
Editore: OCD
Autore: Giovanni Palmitessa
Pagine:
Ean: 2484300021091
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il beato Cardinale J.H. Newman (1801-1890), sempre

attento alle correnti della cultura del suo tempo,

dedica una grande attenzione al processo di maturazione

della fede cristiana. Nell’ottica di Newman la

fede si caratterizza come giudizio, vale a dire come

valutazione personale e indipendente applicata alle

situazioni concrete della vita. Per Newman l’argomento

migliore – un argomento che risulta intelligibile

tanto a quelli che non sanno leggere, quanto a

quelli che sono andati a scuola – è quello che nasce

dalla diligente attenzione agli insegnamenti del nostro

cuore, e dal confronto tra le esigenze della nostra

coscienza e l’annuncio del Vangelo. Riteniamo, pertanto,

che oggi il pensiero di Newman possa essere

proposto come esempio e come alimento del pensare

cristiano; e considerare, inoltre, la sua proposta di

fede un invito a prendere coscienza del nostro essere

cristiani in un mondo in cui oltre alle nozioni vi è

bisogno di testimoni.

 

Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto:

beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!»

(Gv 20,29)

Introduzione

Il beato Cardinale J.H. Newman (1801-1890), sempre attento

alle correnti della cultura del suo tempo, dedica una

grande attenzione al processo di maturazione della fede cristiana.

Tale dedizione avviene in modo diverso spaziando dai

Sermoni alle Conferenze, fino alle Riflessioni Teologiche nonché

Filosofiche. Diciamo che Newman è largamente noto per aver

dedicato la sua esistenza e la sua lunga carriera – quando morì

aveva ottantanove anni – alla difesa della fede. Nella sua riflessione

si scorge una passione principale: rendere Dio credibile

nella propria cultura e dare senso alla visione cristiana in un’epoca

in cui la fede in Dio sembra in grave crisi. Egli con chiarezza

esamina gli influssi culturali positivi e negativi della sua

epoca esercitati sulla fede cristiana e sulla teologia.

Newman, da parte sua, assegna un ruolo importante al

cuore, all’immaginazione e agli affetti nella vita della fede, nutrendo

sempre diffidenza nei confronti di una sottolineatura

eccessiva del sentimento religioso di per se stesso. La fede non

dovrebbe essere ridotta a un’espressione soggettiva; il Vangelo

è tutt’altro: una rivelazione definita e graduale del mistero di

Gesù1. «Il fine della meditazione – scrive Newman – è appunto

di dar realtà ai Vangeli: di far sì che gli avvenimenti da essi narrati

si elevino nelle nostre menti al livello di fatti concreti, tali

da poter essere assimilati da una fede viva quanto l’immaginazione

che li accoglie»2. Nell’ottica di Newman la fede si caratterizza

come giudizio, vale a dire come valutazione personale

e indipendente applicata alle situazioni concrete della vita.

Ciò è chiarito dallo stesso Newman quando scrive: «La fede ha

dunque la peculiarità di formare il proprio giudizio grazie ad

un sentimento di dovere e di responsabilità, con particolare

attenzione alla condotta della persona, in conformità ai comandamenti

rivelati, confessando la propria ignoranza e senza

preoccuparsi delle conseguenze; in spirito di docile umiltà,

ma su una gamma di argomenti che neppure la filosofia può

superare»3. Per Newman, quindi, l’argomento migliore – un

argomento che risulta intelligibile tanto a quelli che non sanno

leggere, quanto a quelli che sono andati a scuola –, è quello che

nasce dalla diligente attenzione agli insegnamenti del nostro

cuore, e dal confronto tra le esigenze della nostra coscienza e

l’annuncio del Vangelo.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Rivista di Vita Spirituale"
Editore: OCD
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300020971
Prezzo: € 8.00

Descrizione:

Avviso ai lettori

 

La Redazione

Come vi sarete resi conto non appena avete aperto

e cominciato a sfogliare questo primo fascicolo

del 2015, Rivista di vita spirituale cambia volto. Si

rinnova nella grafica di copertina e nell’impaginazione

interna, come è consuetudine per qualsiasi testata. Si rinnova

anche nella divisione e nella denominazione delle varie

sezioni che la compongono: non più la semplice distinzione

metodologica fra studi, articoli e note, ma un’attenzione più

marcata al contenuto dei vari contributi.

Trattandosi di una rivista che vuole privilegiare, fin dalla

sua nascita, nel lontano 1947, per l’impulso di padre Gabriele

di Santa Maria Maddalena, la «vita spirituale», il rinnovamento

– sia dal punto di vista grafico, sia da quello del contenuto –

non poteva non riguardare il tema della Vita. Si tratti della vita

spirituale in senso lato, dell’approfondimento della parola di

Dio che è spirito e vita, della vita mistica, della vita liturgica,

degli stati di vita all’interno della Chiesa, quello che ci preme

sottolineare e approfondire è questa esperienza di vita nello

Spirito che ha caratterizzato i Santi del Carmelo, i grandi mistici,

che ha suscitato la Parola di Dio “attestata” nelle sacre

Scritture (Parola che per ogni credente in ascolto umile e obbediente

continua ad essere fonte di vita), il cuore e il centro

del nostro interesse, del nostro studio, della nostra riflessione

e condivisione.

La nostra rivista si rinnova, dunque. Lo fa in concomitanza

con il trasferimento delle Edizioni OCD nella nuova, prestigiosa

sede del Teresianum di Roma. Qui, a stretto contatto e in una

proficua collaborazione con il Pontificio Istituto di Spiritualità

e con la specializzazione in antropologia cristiana della Pontificia

Facoltà Teologica, la nostra rivista potrà meglio svolgere il

suo compito precipuo di indagare i misteri della vita spirituale

e di chiedersi continuamente, con il salmo 8, in una riflessione

orante: «che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi?».

Il rinnovamento avviene anche in coincidenza con un altro

evento importante per il Carmelo e per la Chiesa intera: le celebrazioni

per il quinto centenario della nascita di santa Teresa

d’Avila (1515-2015). Questo spiega perché, in questo e nei prossimi

fascicoli, troverete ampiamente studiata e commentata la

spiritualità della grande mistica spagnola. Al semplice cambio

di progetto grafico e di veste esteriore corrisponde infatti un

desiderio di rinnovamento interiore che prende spunto dalle

parole della Santa al momento di intraprendere la riforma

dell’Ordine carmelitano: «noi cominciamo ora; procurate di

ricominciare sempre ogni giorno, andando di bene in meglio».

Ai piccoli o grandi ritocchi a livello grafico, non corrisponderà

un “ritocco” del costo dell’abbonamento, che rimane

fisso – come negli ultimi anni – a e 32. Cambia la cadenza della rivista

(da bimestrale a trimestrale): gli abbonati riceveranno

in spedizione postale quattro fascicoli anziché cinque, ma, aumentando

il numero delle pagine di ogni fascicolo, il totale

delle pagine di un’annata rimane invariato.

Non cambia, ovviamente, la passione con cui portiamo

avanti le nostre ricerche e il nostro lavoro. Il rinnovamento

esteriore (che in gran parte si deve a idee, sollecitazioni, suggerimenti

di voi lettori) vuole essere semplicemente un piccolo

segno di questa passione di studio, di ricerca, di preghiera, di

relazione, in una parola, di Vita.



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "Il messaggio del ciclo di Elia"
Editore: OCD
Autore: Fabio Roana
Pagine:
Ean: 2484300020988
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

Il ciclo di Elia è un testo narrativo e come tale è interpretabile

con gli strumenti che offre l’analisi narrativa,

oltre che con il supporto del metodo storico-critico.

Si può così scoprire che esso ha avuto una lunga

elaborazione, è stato recepito, pensato, trasmesso e,

aggiungiamo, attualizzato e rivissuto. La storia di

Elia, di Acab e degli altri soprattutto ci aiuta, oggi

come allora, a riconoscere Chi è Dio e chi sono i Suoi

che abitano il monte dell’incontro con Lui e le strade

del mondo, qualunque forma questo monte e queste

strade assumano.

 

Nella Bibbia, a cavallo dei due Libri dei Re, troviamo

una sezione caratterizzata dalla presenza

di Elia, una figura che segna profondamente la

tradizione ebraico-cristiana, a partire dalla Scrittura stessa (2Cr

21,12-20; Sir 48,1-12; 1Mac 2,58; Ml 3,22-24;

il Nuovo Testamento con trenta ricorrenze)1. Ma com’è il testo

che ci tramanda la sua storia? Chi ne è l’autore? Quale mondo

esso dischiude? Contiene al suo interno gli elementi sufficienti

per la sua interpretazione oppure richiede un’estensione dei

suoi limiti? Inoltre, a partire da tale testimonianza, cosa si può

dire di Elia? Quali personaggi costellano le vicende che lo riguardano?

È proprio lui il protagonista? In che ambiente si

trova a vivere? Come racconta questa storia il narratore? A chi

si rivolge? Sono necessarie una competenza specifica e una collaborazione

attiva da parte del lettore oppure no? Qual è il

messaggio del racconto? Perché finisce per essere tanto importante?

Queste sono alcune delle domande che un’analisi narrativa

può aiutare a risolvere e sulle quali lo studio che segue

cercherà di riflettere, sulla base di un manuale introduttivo e

di alcuni altri sussidi essenziali, come traduzioni, commentari,

bibbie commentate e studi biblici di vario tipo; il tutto però

incentrato su una lettura per quanto possibile attenta del testo

così com’è – almeno in una sua traduzione affidabile –, con

l’intento di far parlare questo rendendolo meglio intelligibile.

 

Prima parte

1. I Libri dei Re2

Il titolo di Libri dei Re risale a san Girolamo, che lo applica a

1-2Samuele e 1-2Re insieme, seguendo la suddivisione quadripartita

che la versione greca dei Settanta (LXX) proponeva già almeno

dal II secolo d.C.; egli, però, nel Prologus galeatus sostiene

che in origine gli attuali due ne costituissero uno solo, come

del resto Eusebio di Cesarea, il quale si richiama a Origene. In

effetti, nella tradizione ebraica antica 1-2Re erano considerati

un unico libro, quarto della serie dei Profeti anteriori: Giosuè,

Giudici, 1-2Samuele, 1-2Re; è con la versione greca dei LXX che

abbiamo la divisione in quattro parti di lunghezza pressoché

uguale di 1-2Samuele e 1-2Re, come Libri dei quattro regni. Con

le edizioni stampate del XV-XVI secolo anche nella Bibbia

ebraica si impone infine la suddivisione in due del quarto libro

dei Profeti anteriori.

[...]

VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO

Titolo: "«Occhi che siete ignari di Colui che in voi regna»"
Editore: OCD
Autore: La bellezza secondo Giovanni Paolo II
Pagine:
Ean: 2484300020995
Prezzo: € 3.50

Descrizione:

In Giovanni Paolo II la conoscenza della categoria

del bello si sposa presto con quella del vero e del

bene fino non solo a convivere, ma ad arricchirsi

reciprocamente. Dopo aver visto come nel giovane

Karol Wojtya il tema della bellezza compaia già in

alcune lettere del 1939, si cercherà di indagare l’influsso

di san Giovanni della Croce nella sua formazione

spirituale. Infine, nella prospettiva del tema si

rileggeranno alcuni passi del primo testo poetico che

il giovane Karol Wojtya darà alle stampe, per terminare

con un cenno al tema della bellezza nei primi

anni del suo episcopato.

 

Introduzione

La bellezza nel pensiero di Giovanni Paolo II non è

certamente una tematica che può essere esaurita in

un breve spazio come questo perché, come è facilmente

immaginabile, il tema è strettamente collegato a quello più vasto dell’arte. Per rendersi conto di quanto

spazio questi due soggetti abbiano occupato nel solo arco del

pontificato è sufficiente dare una rapida scorsa alle 1093 pagine

del volume intitolato Arte e beni culturali negli insegnamenti di Giovanni

Paolo II pubblicato nel 2008 e curato da Ugo Dovere1.

Prima però di accostarci ad alcuni aspetti della nostra tematica

è necessaria qualche precisazione.

La prima è per certi aspetti ovvia: un Papa non può non

parlare della bellezza e dei temi ad essa legati. Un po’ come

quando si dice che un Papa non può non parlare della pace

fra i popoli. Dicendo così si finisce però per richiudere in un

infondato “già saputo” quanto scritto da Giovanni Paolo II sul

nostro tema.

La seconda afferma che il suo pensiero sulla bellezza durante

il periodo del pontificato in realtà non sarebbe suo ma di

qualche anonimo estensore dei suoi testi e fatto proprio solo

per necessità di ministero. Giovanni Paolo II non ha atteso

di diventare Papa per occuparsi di arte e di bellezza perché,

grazie ai grandi autori della letteratura polacca dell’800, è stato

affascinato da esse fin dagli anni dell’università. Da sacerdote

e da vescovo, come attestano numerosi testi, ha continuato a

frequentarle nella forma della composizione poetica e come

tema di predicazione. Nel 1980 Zygmunt Kubiak era stato un

buon profeta quando scriveva che «le composizioni poetiche»

di Karol Wojtya «si presentano come una testimonianza di

un lungo pellegrinaggio artistico ed intellettuale che sembra ancora lontano dalla fine»2. Dalle poesie giovanili3 del primo

anno di università fino al 1978 con la poesia intitolata Stanislao

e dopo una interruzione durata ben 25 anni, nel 2003 con Trittico

romano, la poesia è stata una delle vie che il suo pensiero ha

percorso per contemplare il mistero dell’uomo e quello di Dio.

Consapevole di non essere un poeta per così dire di professione

e di aver dedicato alla poesia una intermittente attenzione,

ormai pontefice, nella prefazione al volume che raccoglieva

la sua opera poetica ha scritto: «La poesia è una gran

signora che reclama una totale dedizione; temo di non essere

stato del tutto onesto nei suoi confronti»4.

Alla poesia di Karol Wojtya (dal 27 aprile 2014 anche canonicamente

santo), che non è di facile fruizione, si addice

almeno la prima parte della seguente affermazione di quel

controverso uomo di pensiero che fu E. Cioran: «Come mai i

Santi scrivono così bene? Soltanto perché sono ispirati? Fatto

sta che, appena descrivono Dio, hanno uno stile. Per loro è

facile scrivere, l’orecchio teso ai suoi sussurri.

[...]



VAI ALLA SCHEDA PRODOTTO


 
TORNA SU