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Ebook - Queriniana Edizioni



Titolo: "Le nostre grandi parole"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 9788839978516
Prezzo: € 25.00

Descrizione:

PRESENTAZIONE: Dal n. 401/402 (ottobre 2008) al n. 494 (gennaio 2018) la Rivista

di sussidio alla predicazione Servizio della Parola dell’Editrice

Queriniana di Brescia ha pubblicato una serie di Dossier intitolati:

“Le nostre grandi parole”. Questa pubblicazione raccoglie

tutte le puntate e le rende facilmente consultabili, con le possibilità

offerte dal mezzo digitale.

Lo scopo dei Dossier era quello di aiutare la riflessione dei

lettori, in vista della loro predicazione, sull’uso di termini che da

chi ha compiuto studi teologici vengono intesi nel loro senso, ma

che a molti degli ascoltatori delle omelie possono risultare poco

comprensibili o fraintendibili.

Nello schema di analisi della comunicazione di Shannon e

Weaver (1948), in un testo che sta agli inizi della straordinaria

fioritura di studi sulla comunicazione da allora fino ad oggi, si segnalava

che elementi essenziali perché la comunicazione avvenga

sono, tra altri, la codifica e la decodifica. La prima sta dalla parte

del comunicatore, la seconda dalla parte del destinatario. Nel

clima della seconda guerra mondiale gli autori ricorsero ad una

metafora di strategia militare. Per rendere incomprensibili al nemico

le proprie comunicazioni, gli apparati militari codificavano

quanto trasmettevano usando metodi di crittografia (codifica); [...]



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Titolo: "Gesù spiegato a tutti"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Joseph Doré
Pagine:
Ean: 9788839976093
Prezzo: € 8.10

Descrizione:

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Titolo: "Ritorno a casa. La nascita di una coscienza"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 9788839968371
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "Il dono della pace. Riflessioni personali del cardinale Joseph Bernardin"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 9788839965868
Prezzo: € 8.10

Descrizione:

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Titolo: "Essere preti in questo tempo. Teologia - Prassi pastorale - Spiritualità"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Gisbert Greshake
Pagine:
Ean: 9788839966841
Prezzo: € 26.10

Descrizione:

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Titolo: "Il sacrificio interdetto. Freud e la Bibbia"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Balmary Marie
Pagine:
Ean: 9788839966643
Prezzo: € 16.00

Descrizione:

Due universi a confronto: una psicanalista alle prese con il testo biblico in un libro di successo.

RINGRAZIAMENTI

A Brigitte Dardaud, Nicole Dauitzenberg, Marie-Michèle Grolleron, Gilberte Passebosc, la cui quotidiana ricerca di verità mi ha spinta a cercare non solo attraverso la psicoanalisi. Ringrazio Paul Beauchamp: i suoi scritti ed il suo insegnamento mi hanno permesso di leggere la Bibbia senza essere mai costretta a dimenticare l'inconscio. Lo ringrazio anche per la sua capacità di mettere in sintonia persone tanto diverse in una comune ricerca.

Tra queste persone, che vorrei citare senza eccezioni, ricordo particolarmente Colette Briff ard e Michel Menvielle per questi sei anni di lettura comune nel corso dei quali la loro ricerca e il nostro reciproco ascolto mi hanno dato tanto. Grazie a Michel per aver letto il manoscritto. Ringrazio per le loro risposte alle mie domande, le loro domande alle mie risposte, Christiane Mallet-Watteville e Xavier de Chalendar. Tra gli psicoanalisti, ringrazio particolarmente Robert Higgins per aver visto tanto chiaramente la posta in gioco di una lettura biblica per e con degli psicoanalisti, così come Alice Cherki, Monique Selz, con la quale ho fatto il percorso fino alla Bibbia ebraica, e Tristan Foulliaron.

Grazie a Anne-Marie Tate; la sua lettura at tenta del manoscritto mi ha aiutata a scrivere. Con tutti ho condiviso ben più della lettura di testi; dovrei piuttosto dire: li abbiamo, in gradi diversi, provati tra di noi; la presente opera, tuttavia, impegna solo me. Devo infine dire che questo percorso di cui scrivo l'itinerario l'ho vissuto fin dall'inizio con Dominique Balmary. Che egli trovi qui, lui e i nostri figli, l'espressione della mia profonda riconoscenza.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

Credenti e non credenti: cuori che si assomigliano

Un discorso sull'essere, una metafisica, non hanno senso se ignorano i giochi che la vita è stata costretta a giocare: con la morte. Per rispondere all'enigma del sacrificio mi si impone la sagacia più paziente. - GEORGES BATAILLE  

 

Freud fa un sacrificio

Forse questa sagacia paziente si è imposta anche a me conducendomi da Freud alla Bibbia per vie non ancora tracciate, tenendo conto di elementi trascurati, a volte di dettagli, più che di grandi idee. La lotta del primo psicoanalista contro la religione, in che clima si svolge? Mi serviranno qui alcuni esempi, non da prove, ma da punti di riferimento. Li ho scelti intenzionalmente dalla parte del cuore invece che da quella della testa; allorché Freud ama coloro che ama, si pone per lui la questione della religione?

Egli è conosciuto come agnostico, e tale si proclama. Ma colui che crede di aver chiuso con Dio non ha necessariamente chiuso con gli dèi, né con i sacrifici, allorché teme una disgrazia. Il biografo ufficiale di Freud, Ernest Jones, non ha mancato di comunicarci un atteggiamento del genere, uno di quei «giochi che la vita fu costretta a giocare con la morte ». (La storia ci è raccontata non al capitolo «Religione», ma a quello intitolato «Occultismo»):

Freud ha personalmente annotato diversi casi di atti magici eseguiti inconsciamente allo scopo di evitare una calamità. Il primo risale al 1905, quando la figlia maggiore si trovava in pericolo di vita in seguito ad un grave intervento. Freud! era tutt'altro che goffo nei movimenti: era anzi così preciso che mai gli occorse di rompere accidentalmente uno dei delicati e preziosi oggetti della collezione che pur riempiva le sue stanze. In questa occasione, invece, si sorprese nell'atto di assestare con la pantofola un colpo sapiente a una piccola Venere marmorea che andò in pezzi. Era un'offerta sacrificale per salvare la vita della figlia. [ ... ] Questo aspetto della sua mentalità perdurò finché visse. Ancora nel 1925 ci racconta di aver smarrito busta e occhiali nei boschi proprio quando stava aspettando l'arrivo di Anna: poco prima era avvenuto un incidente ferroviario, e con questo sacrificio egli voleva assicurarsi che]' evento non si ripetesse durante il viaggio della figlia.

Qui non è il medico, lo scienziato, è il padre in ansia per le figlie, pronto a rinunciare ad un oggetto per lui prezioso - una statuetta - o anche ad una protesi indispensabile (gli occhiali, a sessantanove anni). Che esito si aspetta da un atto del genere, se non d'influire sulla volontà del dio che presiede al destino? Laddove un credente farebbe una preghiera - parola rivolta a Dio e che viene alla coscienza- Freud fa un sacrificio materiale, apparentemente involontario (e muto?). A chi? egli lo sa? da quale fondo delle civiltà, delle età, riaffiora in lui questo atto di propiziazione? a qual dio dice: ti dono questi due oggetti preziosi ma lasciami le mie figlie, esse mi sono più care della più bella (Venere), ed anche della vista? Ciò può apparire solo come aneddoto di una superstizione passeggera. Lo si può anche accostare a testi, a lettere di Freud in cui egli è ancora una volta esemplare di una situazione chiave della condizione umana.



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Titolo: "L'eremo"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 9788839965899
Prezzo: € 6.60

Descrizione:

Il libro si rivolge, in primo luogo, alle persone che fanno professione di solitudine (monaci, eremiti, ecc.), ma si indirizza anche a tutti coloro che vogliono costruire il regno interiore di cui si parla nel vangelo.

PREFAZIONE
di Enzo Bianchi

Occorre essere veramente poco prudenti per proporre oggi un libro di spiritualità eremitica, un libro che è un elogio della solitudine scelta come luogo privilegiato per la ricerca di Dio.

Audacia dell'Editore e audacia di chi presenta il libro con questa breve ed elementare prefazione. Ma io credo che il discorso dell'eremitismo come molti altri discorsi che riguardano itinerati di fede non debba essere tralasciato solo perché non è un discorso d.i moda.

È vero che la nostra cultura e l'attuale fase ecclesiale sono contraddistinte dall'impegno, dal rifiuto della fuga mundi e vigilanti su tutto ciò che possa sembrare evasione, abbandono dell'uomo, intimismo, isolamento, e se credo che dobbiamo rallegrarci di questa "situazione" dei cristiani, capaci di collocarsi nella storia: umana, credo pure che la spiritualità eremitica abbia ancora un senso, debba ancora trovare uomini che la vivono e la trasmettano ai fratelli. Unica esigenza che mi pare ineliminabile e radicale è il confronto tra l'eremo e il deserto della Bibbia, un più preciso ancoramento, nella definizione dei tempi e dei modi, una rilettura del suo significato alla luce delle esigenze dell'uomo di oggi.

E diciamo subito che questo testo ci pare importante innanzitutto perché rilegge tutto il fenomeno dell'eremo alla luce della parola di Dio: sintesi abbastanza rara per chi conosca la letteratura monastica, avvezza un tempo a cercare affannosamente giustificazione sull'eremo nella filosofia e, recentemente, nelle spiritualità orientali extracristiane. Questo monaco anonimo invece esplora la parola di Dio, e vivendo, quale certosino, sino in fondo la realtà dell'eremo riempie l'itinerario della solitudine di tutta la presenza di Dio quale ce la mostra la parola di Dio. L'autore, mi sembra, è riuscito a dimostrare che il deserto non è solo assenza di persone: è anche e soprattutto presenza di Dio. L'unica manchevolezza del testo, secondo me, è il fatto che non sia ribadito sufficientemente il carattere "provvisorio" e pedagogico dell'eremo per il cristiano, laico o monaco o prete che sia.

Ma se il lettore saprà leggere il libro tenendo presente che il deserto, come lo vuole la Bibbia, è un tempo provvisorio e di preparazione, allora riceverà un prezioso aiuto nello scendere a vivere il solo a solo, il faccia a faccia con Dio, e trover.à nell'esperienza del ritiro, dello stare in disparte, della solitudine, un itinerario privilegiato per giungere più speditamente al fine: l'immersione e l'abbandono in Dio. Questa prefazione vuole dunque evidenziare alcuni punti inerenti all'eremitismo, in modo che il lettore non si senta di /tonte ad un testo estraneo o per iniziati, tanto meno di fronte ad un testo che gli richieda, come parrebbe a prima vista, di fare l'eremita, il recluso o di scegliere la clausura; è invece questo un testo che lo riguarda se ha una fede abbastanza matura ed adulta da cibarsi non più di latte ma di cibo solido (cfr. 1 Cor. 3,2) e che lo pom! di fronte all'esigenza di mettersi ogni tanto in disparte per l'incontro con Dio solo.

E certamente hanno questo diritto privilegiato di cercare il Dio solo quanti hanno dimostrato di aver saputo vivere con i fratelli nella comunità degli uomini, e hanno questo dovere quanti sono impegnati nell'attività umana, sociale, politica, sindacale e pastorale, se vogliono conservare il contatto personale con la fonte del loro agire e operare: Dio, se vogliono immergersi nel mondo portandovi quel Dio che anche l'eremo e il deserto avrà fatto conoscere e non restare sommersi. Il Deuteronomio chiama il deserto «eremo grande e- terribile» (8, 14), dove Israele, il popolo eletto da Dio fu condotto prima di entrare nella terra delle promesse e delle benedizioni. ll deserto nella Bibbia è dunque un itinerario spirituale. Lo percorre Abramo il padre dei credenti, lo vive Mosè il legislatore, Elia il profeta, Giovanni il preparatore della via al Messia che viene. Cri.sto stesso consumerà poi in sé tutte queste parabole del deserto, andandovi per essere tentato e vincere il Divisore, l'Avversario, il Principe di questo mondo, prima di iniziare l'opera di liberazione. L"autore si addentra nel tema dell'eremo proprio a partire da questi itinerari biblici e mi pare che questo metodo sia un autentico modo di correggere le possibili sbavature di una spiritualità eremitica.

C'è una lettura dei testi fatta veramente con intelligenza spirituale, una applicazione personale feconda che non cade mai nell'intimismo, un modo di sentire il deserto che segue la grande tradizione rabbinica e soprattutto monastico-cristiana, dove il tema del dialogo tra creatura e Dio è sponsale «l'attirerò al deserto, gli parlerò al cuore, mi fidanzerò con lei per sempre [ .. ]» così diceva Osea. L'autore ci pare tenga sullo sfondo del deserto soprattutto questa visione del profeta e fa sì che il libro sia, oserei dire, «un cantico dei cantici eremitico». Dalla lettura del libro si impara a capire che la vita eremitica non è una fuga: e sovente quelli che rimproverano ciò alla vita monastica sono proprio quelli che praticano la fuga dal mondo, nel quale non sanno vivere. Non c'è infatti nella spiritualità eremitica akuna mistica della fuga dell'umanità. L'eremita porta con sé, in sé, l'uomo che cerca di tra-sfigurare, di purificare attraverso un'attenzione costante a Dio. L'uomo che si immerge nel deserto infatti, non trovi pace e calma, né una situazione di oblio: anzi vi trova l'Avversario, il Seduttore di tutta la terra, i Signori di questo mondo di tenebra. L'eremita non va nel deserto per spogliarsi del peso dell'umano o della presenza tra gli uomini, ma per sostenere la predicazione degli apostoli. Maria che non annuncia, ma conserva tutte le cose in cuor suo meditandole non è figura della chiesa quanto gli apostoli? Nella fondazione della chiesa, nella pentecoste Maria e gli apostoli sono insieme e testimoniano in due modi differenti la capacità di ricevere la parola di Dio e di farla fruttificare.  

 

Parte prima - IL DESERTO

Io la sedurrò, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore (Os. 2,16).

Dio ti fa una grazia di scelta attirandoti nel deserto .. L'appello è gratuito e tu non potrai perseverarvi che per divina condiscendenza. Avrai sempre davanti agli occhi questo privilegio dell'amore di Dio per la tua anima, e l'apprezzerai progressivamente. Entrandovi, tu ignori, malgrado le tue letture e quello che tu chiami la tua esperienza, ciò che ti riserva la solitudine del deserto. Là, come in ogni luogo, non vi sono due anime che seguono la stessa pista e Dio non si ripete nelle sue creazioni.

Raramente (forse mai?) rivela anticipatamente i suoi disegni. Entra nel deserto umile e distaccato. Per Dio che ti attende là, tu non porti niente che valga, se non la tua totale disponibilità. Più leggero sarà il tuo bagaglio umano, più sarai povero di ciò che il mondo stima, più avrai probabilità di riuscita, perché Dio sarà più libero di plasmarti. Egli ti chiama a vivere faccia a faccia con lui solo. A niente altro. L'azione diretta sugli uomini, sia pure con la penna, non entra assolutamente nelle prospettive intenzionali del deserto.

Bisogna dunque accettare di perderti completamente. Se tu desideri in segreto essere o diventare "qualcuno", sei votato allo scacco. Il deserto è spietato: respinge immancabilmente chiunque vi si ricerchi. Entraci in una santa nudità.



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Titolo: "Segni della vicinanza di Dio"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Theodor Schneider
Pagine:
Ean: 9788839962027
Prezzo: € 16.80

Descrizione:

Da alcuni decenni ormai si osserva una grande vivacità nel campo della teologia dei sacramenti, tutta una ricchezza di nuove indicazioni, accenti e spunti. Il volume ritesse in riuscita sintesi il nuovo materiale storico e sistematico.

PREFAZIONE
di Theodor Schneider

Quando ci si pone alla ricerca dei 'luoghi' nei quali la fede cristiana inconfondibilmente si articola e concretamente si esprime, ci s'imbatte ben presto nella celebrazione dei sacramenti. Secondo il convincimento cristiano è soprattutto in questi atti fondamentali della chiesa, in questi segni ed effetti dello Spirito, che i credenti s'incontrano con Cristo. Già da alcune decine d'anni la teologia dei sacramenti è animata da un profondo dinamismo. E siccome ci si appella di frequente, e giustamente, sia all'antropologia (sociologia), come all'ecclesiologia e soprattutto ad una cristologia sviluppata in chiave soteriologica e pneumatologica, questo trattato conosce anche una lunga serie di asserti e indicazioni, di nuovi accenti e reimpostazioni.

In questo nostro tentativo di delineare, nello spirito del post-concilio, la teologia dei sacramenti, ci preoccuperemo di riassumere i diversi aspetti che connotano questo nuovo approfondimento e legarli in una visione d'insieme che, da un canto, ci consenta di afferrare realmente l'intera tematica nel suo complesso, ma dall'altro ci offra pure un'informazione sufficientemente dettagliata ed un rapido orientamento nelle singole questioni. Il libro segue come traccia il testo di una mia conferenza tenuta a Mainz dal titolo 'Breve compendio della teologia dei sacramenti', notevolmente rimaneggiato, con l'assistenza di un gruppo di collaboratori, in vista della pubblicazione. Si tratta di riflessioni che in parte ho avuto modo d'illustrare continuamente negli ultimi anni in occasione di incontri di formazione per sacerdoti ed insegnanti, durante diversi colloqui in parrocchie e gruppi familiari, in convegni di approfondimento destinati ad assistenti di pastorale e studenti. Sono infatti riflessioni teologiche di fondo, che di per se stesse si aprono all'approfondimento concreto. Il mio ringraziamento all'editore, dr. Jakob Laubach, ed ai suoi collaboratori dell'editrice Matthias-Gri.inewald, per l'interesse dimostrato per il mio lavoro e l'assistenza prestata in campo editoriale.

Ma un grazie di cuore soprattutto ai miei collaboratori e aiutanti di Mainz, che in vario modo hanno prestato la loro opera per la composizione dello scritto: dr. Jochen Hilberath, Gisela Baum, Rosei Baum, Magda Radnoti e Peter Sauter. « ... Celebrare la nostra speranza come una festa che rischiari il mondo di vita in cui viviamo ed in esso faccia trasparire anche un po' di quella solidarietà che esiste nell'intera creazione ... , imparare a soffrire in un mondo apatico, che rifugge dal dolore, ma imparare anche a gioire, a provar piacere per Dio e per le sue promesse, pur in un mondo così sovraffaticato: anche questa è una delle vocazioni della nostra speranza in questo tempo e per questo tempo» (Confessione del Sinodo I, 7). Possa questa riflessione teologica sui 'segni della vicinanza di Dio' offrire un aiuto, per quanto modesto, al lettore.

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

DATI FONDAMENTALI DELLA TEOLOGIA SACRAMENTARIA CONTEMPORANEA

Base antropologica

l. REALTÀ SIMBOLICA E LINGUAGGIO

Tradotta in parecchie lingue e ben nota anche da noi, è l'opera 'Il piccolo Principe' di Antoine de Saint-Exupéry, scrittore francese ed anche pioniere d'aviazione. Alcune frasi contenute in un libro cosl piacevole sono diventate ormai quasi proverbiali. E non una delle peggiori è quella che possono ricordare il parroco esperto e l'insegnante di religione: «Il piccolo principe, posta una domanda, non se la dimenticava mai». Molto più nota, ovviamente, ed anche più citata è quella che si riferisce alla saggezza che la volpe comunica al piccolo principe. Essa la considera il suo 'mistero' ed è convinta che gli uomini abbiano ormai da tempo dimenticato questa conoscenza misteriosa. «È questo il mio mistero - disse la volpe - ed è un mistero alquanto semplice: si vede bene solo con il cuore. Ciò che è essenziale rimane invisibile agli occhi. 'Ciò che è essenziale rimane invisibile agli occhi', ripeté il piccolo principe per non scordarsi».



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Titolo: "Un cristianesimo possibile"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Carmelo Dotolo
Pagine:
Ean: 9788839964212
Prezzo: € 16.00

Descrizione:

Ha ancora senso parlare di un cristianesimo possibile, credibile, senza cadere nel disincanto dell’immediato o nel sogno dell’utopia? Perché attardarsi su una questione che si ritrae dalle evidenze delle statistiche, mostrando una vitalità della religione da far impallidire qualsiasi ipotesi di crisi? Qualcuno potrebbe osservare che si è in presenza della inveterata abitudine ad ingigantire problemi marginali, visto che nella storia si sono alternati con una regolarità fisiologica periodi come questi. Eppure, l’avvertenza da parte di molti di essere al tramonto di una certa forma di cristianesimo è più di una semplice sensazione1. È la consapevolezza che nasce dal fatto che stiamo vivendo un mutamento d’epoca2, più che un’epoca di mutamenti e, di conseguenza, la necessità di avviare un ripensamento, una ri-scrittura della novità della proposta cristiana. La stessa vivacità culturale del cristianesimo nei diversi contesti continentali3, mentre pone in risalto i tentativi di una teologia che superi forme monoculturali del pensiero occidentale e nordatlantico, lascia trasparire la delicatezza di una crisi di credibilità che può condurre o ad una riscoperta della originalità del vangelo o a un percorso di declino e deterioramento progressivo, il cui rischio è un inspiegabile autoisolamento. In altre parole, l’interrogativo se siamo davvero gli ultimi cristiani4, apre una questione a dir poco essenziale nella riflessione teologica dei nostri giorni. Le risposte possono essere diverse e molteplici, ma ciò che si delinea è una complessità del panorama teologico5 che non autorizza a banalizzare il momento storico, perché né la contrazione sul passato né l’atteggiamento di chi si accontenta di sfiorare il reale, è in grado di sostenere l’urto di una domanda di senso nuova che è nascosta nelle attese e negli eccessi di ricerca della postmodernità. Vivere oggi da cristiani non è affatto facile, per il fatto che «ciò che costituisce il diventare e l’essere cristiano non è qualcosa che possa essere definito valido atemporalmente, ma va colto costantemente sulla base delle situazioni in mutamento e deve continuamente dar prova di sé»6.

Non si tratta di attribuire colpe o responsabilità al vorticoso mutamento che ha colonizzato interi ambiti della vita, sottoponendola alla pressione delle scelte nel chiaroscuro dei modelli interpretativi; né di scaricare il peso delle responsabilità storiche su principi ideologici e pratici guidati esclusivamente dalla razionalità. Piuttosto, è necessaria una capacità di discernimento consapevole: l’annuncio e la prassi della vita cristiana non possono essere la semplice ripresa di decisioni anteriori da applicare in situazioni e contesti differenti e modificati. La convinzione di una continuità fine a se stessa è, in realtà, una falsa immagine di tradizione che dimentica la creatività fedele nel processo di trasmissione del credere.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Ha ancora senso parlare di un cristianesimo possibile, credibile, senza cadere nel disincanto dell’immediato o nel sogno dell’utopia? Perché attardarsi su una questione che si ritrae dalle evidenze delle statistiche, mostrando una vitalità della religione da far impallidire qualsiasi ipotesi di crisi? Qualcuno potrebbe osservare che si è in presenza della inveterata abitudine ad ingigantire problemi marginali, visto che nella storia si sono alternati con una regolarità fisiologica periodi come questi. Eppure, l’avvertenza da parte di molti di essere al tramonto di una certa forma di cristianesimo è più di una semplice sensazione.

È la consapevolezza che nasce dal fatto che stiamo vivendo un mutamento d’epoca, più che un’epoca di mutamenti e, di conseguenza, la necessità di avviare un ripensamento, una riscrittura della novità della proposta cristiana. La stessa vivacità culturale del cristianesimo nei diversi contesti continentali, mentre pone in risalto i tentativi di una teologia che superi forme monoculturali del pensiero occidentale e nordatlantico, lascia trasparire la delicatezza di una crisi di credibilità che può condurre o ad una riscoperta della originalità del vangelo o a un percorso di declino e deterioramento progressivo, il cui rischio è un inspiegabile autoisolamento.

In altre parole, l’interrogativo se siamo davvero gli ultimi cristiani, apre una questione a dir poco essenziale nella riflessione teologica dei nostri giorni. Le risposte possono essere diverse e molteplici, ma ciò che si delinea è una complessità del panorama teologico che non autorizza a banalizzare il momento storico, perché né la contrazione sul passato né l’atteggiamento di chi si accontenta di sfiorare il reale, è in grado di sostenere l’urto di una domanda di senso nuova che è nascosta nelle attese e negli eccessi di ricerca della postmodernità. Vivere oggi da cristiani non è affatto facile, per il fatto che «ciò che costituisce il diventare e l’essere cristiano non è qualcosa che possa essere definito valido atemporalmente, ma va colto costantemente sulla base delle situazioni in mutamento e deve continuamente dar prova di sé». Non si tratta di attribuire colpe o responsabilità al vorticoso mutamento che ha colonizzato interi ambiti della vita, sottoponendola alla pressione delle scelte nel chiaroscuro dei modelli interpretativi; né di scaricare il peso delle responsabilità storiche su principi ideologici e pratici guidati esclusivamente dalla razionalità.

Piuttosto, è necessaria una capacità di discernimento consapevole: l’annuncio e la prassi della vita cristiana non possono essere la semplice ripresa di decisioni anteriori da applicare in situazioni e contesti differenti e modificati. La convinzione di una continuità fine a se stessa è, in realtà, una falsa immagine di tradizione che dimentica la creatività fedele nel processo di trasmissione del credere.

La conseguenza è che le decisioni teoretiche ed etiche non possono muoversi sul solo consenso di teoremi già codificati, ma devono confrontarsi con le domande che la cultura pone. «La testimonianza collettiva va costruita sulla base di analisi della società contemporanea». Ciò implica alcune premesse. L’istanza di entrare nel conflitto interpretativo del reale è senza dubbio importante per comprendere le potenzialità del Vangelo e la significatività della sua proposta nei circuiti delle vicende della contemporaneità. Anzi, si può affermare che è pertinente all’autocomprensione della profezia ecclesiale la lettura della cultura nella sua concretezza esistenziale. Se la Chiesa è soggetto dell’evento della comunicazione del Vangelo, se attiva il desiderio di senso e provoca la conversione della cultura, è perché una delle sue funzioni storico-culturali si situa a livello delle domande che incidono sulla ricerca di identità. Tale attenzione è propria della contestualità della riflessione teologica.

La qual cosa, di per sé, non è nuova nella storia della teologia, se non per il fatto che la crescente complessità socio-culturale con i suoi effetti di moltiplicazione dei sistemi interpretativi, chiama in causa l’esigenza di una adeguazione costante della sua pertinenza teoretica, nonostante il rischio, reale o presunto, di una frammentazione contenutistica. Al tempo stesso, il processo di autonomia dei diversi campi del sapere richiede alla teologia una certa capacità a gestire una simile complessità, al di fuori della quale il contributo che la riflessione teologica può offrire alla ricerca potrebbe risultare ininfluente o inadeguato alle domande della storia. «Assume la complessità chi non legge la storia a partire da uno schema ideologico precostituito, chi si lascia inquietare e provocare dai ‘sentieri interrotti’ del vivere e del patire umano, chi accetta di sopportare il peso di non avere diagnosi già fatte e terapie già pronte».



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Titolo: "Dio nella filosofia del Novecento"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Giorgio Penzo Rosino Gibellini (edd.)
Pagine:
Ean: 9788839962003
Prezzo: € 23.10

Descrizione:

Quest'opera ripercorre e ricostruisce la problematica teologica e religiosa del pensiero filosofico del Novecento. Nata dall'idea di offrire brevi, ma complete monografie, preparate da docenti studiosi, si presenta come una storia del problema teologico nella filosofia del XX secolo. I saggi sui più significativi filosofi e su importanti capitoli della cultura del secolo contemporaneo sono destinati allo studio nelle facoltà di teologia e di filosofia e all'aggiornamento.



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Titolo: "Dio, mistero del mondo. Per una fondazione della teologia del crocifisso nella disputa fra teismo e ateismo (BTC 042)"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Jüngel Eberhard
Pagine:
Ean: 9788839962010
Prezzo: € 29.70

Descrizione:

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Titolo: "Escatologia"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Franz-Josef Nocke
Pagine:
Ean: 9788839963024
Prezzo: € 9.00

Descrizione:

Un testo agile, una rapida sintesi della ricerca storica e della riflessione sistematica.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Da alcuni anni la riflessione escatologica cattolica è particolarmente attiva: ha abbandonato l'indeterminatezza che l'aveva contrassegnata nel periodo immediatamente successivo al concilio Vaticano II e ha prodotto, insieme a testi di alto valore scientifico, anche numerosi trattati per la scuola. Negli uni e negli altri sono state riprese, tra l' altro, le questioni che nella fase del ripensamento erano apparse inutili curiosità, in forza della consapevolezza che la speranza cristiana, pur non confondendosi con una falsa apocalittica, "sa" il futuro dell'uomo e del mondo.

I trattati, che raccolgono in forma sistematica i risultati delle ricerche analitiche, si preoccupano anzitutto, in genere, di precisare la collocazione dell'escatologia nel sistema dogmatico e di giustificare la scelta, divenuta comune a partire dagli anni '60, di articolare l'esposizione ponendo al primo posto la dimensione collettiva dell' eschaton rispetto a quella individuale. Osservando però i trattati apparsi recentemente, si constata un crescente interesse per la dimensione personale del compimento e una retrocessione dell'interesse per la consumazione della storia. Lo spostamento di accento, che peraltro non mette in discussione la priorità della dimensione collettiva, risponde a una necessità dei credenti, oltre che apparire in sintonia con gli orientamenti generali del pensiero. E non è solo la superficiale curiosità a spingere i credenti a interrogarsi su ciò che li attende oltre la soglia della morte; se infatti è indiscutibile che la speranza cristiana ha una prevalente dimensione comunitaria, è altrettanto certo che la morte raggiunge le persone in tempi diversi e queste non possono eludere le domande relative alla vita al di là della storia dell'umanità che continua a svolgersi.

Riappare così la plausibilità delle questioni che la trattazione escatologica classica affrontava, anche se le soluzioni che a esse venivano date trovano oggi scarso consenso. Ciò sta a dire che la chiusura temporanea del cantiere dell'escatologia individuale non è stata vana: ha permesso di rendersi conto dei presupposti sui quali essa si basava e di vederne i limiti. Tra questi uno emerge con particolare evidenza: quella riflessione pretendeva di sapere troppo e aveva costruito una mappa del mondo dell'aldilà, togliendo, in nome della rivelazione, qualsiasi velo al mistero del futuro. Una tale pretesa, a una lettura attenta della storia della teologia, appare problematica anche solo se rapportata alla sobrietà degli interventi magisteriali. Questi infatti attestano che i dati della fede relativi alla condizione umana successiva alla morte sono scarni. In tal modo essi richiamano, nello stesso tempo, la difficoltà e la libertà di cercare soluzioni alle questioni che maggiormente stimolano il desiderio di sapere dei credenti. Se, per un verso, il riserbo e l'essenzialità dei documenti magisteriali sembrano delimitare la ricerca teologica, per un altro lasciano intendere che questa può muoversi liberamente nella formulazione di ipotesi.

La teologia è perciò ricondotta, anche dal tenore degli interventi magisteriali, alla consapevolezza che il suo sapere è solo frutto di uno sguardo precursore, il quale non può togliere il carattere di segretezza a quanto non è ancora sopravvenuto. Non è la quantità di notizie relative al mondo futuro a garantire che di esso si conosce molto: infatti ogni conoscenza del compimento è limitata dal fatto che esso non è ancora qui. La consapevolezza del limite non esclude però il bisogno di capire e di sapere; da qui il tentativo di indagare per rendere più eloquenti le immagini che la Scrittura usa per alludere alla condizione delle persone umane nella loro configurazione a Cristo risorto e più chiari i contenuti proposti dagli interventi magisteriali, che sono in buona parte ripresa di quelle immagini.

Ma accanto al bisogno di sapere inscritto nel cuore e nella mente dei credenti - res nostra agitur - due altri fattori determinano la ripresa della escatologia individuale: le provocazioni che vengono dall'incontro con le religioni asiatiche (si pensi al problema della metempsicosi e della reincarnazione) e la ricerca di "benessere" stimolata dai nuovi movimenti religiosi afferenti al New Age. Di fronte a questi fenomeni la riflessione teologica non può esimersi dal cercare risposte che siano, nello stesso tempo, conformi alla fede cristiana e io grado di dare un contenuto meno sfuggente alla speranza di beatitudine. È ovvio che nella sua ricerca la teologia, di quando in quando, possa e debba sporgersi oltre le risposte tradizionali.



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Titolo: "Le consegne dei vangeli, del simbolo e della preghiera del Signore nel rito romano dalla Bibbia alla vita ecclesiale"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Cuva Armando
Pagine:
Ean: 9788839968586
Prezzo: € 5.40

Descrizione:

Questa ricerca mette a tema lo studio dell'origine, dello sviluppo e dell'attualità delle diverse consegne liturgiche e dà particolare rilievo ai risvolti pastorali di esse. Sono espliciti i riferimenti alle antiche testimonianze della chiesa primitiva, aggiornate secondo i criteri del concilio Vaticano II e del Catechismo della Chiesa Cattolica.



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Titolo: "I profeti di Israele"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Kratz Reinhard G.
Pagine:
Ean: 9788839967961
Prezzo: € 6.90

Descrizione:

Una presentazione sintetica delle radici storiche e storico-religiose dei profeti biblici e della tradizione letteraria del profetismo - una tradizione caratterizzante la religione israelitico-giudaica, ma anche quella cristiana (e persino l'Islam) - che viene illustrata inserendola nel suo contesto storico.

INTRODUZIONE

I profeti di Israele, così come li incontriamo nei libri dell’Antico Testamento, sono i rappresentanti più significativi della religione ebraica. Nei loro sguardi retrospettivi sul passato, le analisi del presente e le predizioni per il futuro, essi parlano di un Dio che ha rifiutato il suo popolo, ma non può separarsi da lui. E parlano di un popolo che ha abbandonato il suo Dio, ma non può vivere senza di lui. La frattura non potrebbe essere più profonda, e tuttavia Dio e il popolo di Dio appartengono l’uno all’altro come mai prima. È quasi ovvio perciò che ai profeti dell’Antico Testamento si riconosca un’importanza centrale non solo nella tradizione ebraica, ma anche in quella cristiana e in quella islamica, sia per la teologia sia per l’etica. È il Dio dei profeti che unisce le tre grandi religioni mondiali, nonostante ogni differenza.

Ma non è sempre stato così. I profeti dell’Antico Testamento hanno una preistoria. Essa risale al vicino Oriente antico e alla storia dell’Israele antico, un tempo in cui la religione ebraica non esisteva ancora. Anche in questo tempo i profeti hanno ricoperto un ruolo importante come mediatori tra Dio e il popolo. Solo che non hanno scritto libri e non hanno riflettuto sul rapporto, ma si sono limitati a metterlo in pratica. È, questo, uno dei motivi per cui all’interno della tradizione veterotestamentaria occorre distinguere tra il profeta storico e il profeta letterario. L’uno rappresenta la religione dell’Israele antico, l’altro la tradizione del giudaismo in fieri.

 

La presentazione che segue prende sul serio tale distinzione e presta attenzione soprattutto alla tradizione letteraria, che vuole essere apprezzata come tale e non scambiata per il profeta storico e il suo parlare, come si usa fare in ampia misura. In questa sede non potremo approfondire nei dettagli l’analisi critica delle fonti. La nostra esposizione la presuppone e presenta i risultati della ricostruzione storico-religiosa e storico-teologica. Dopo uno sguardo d’insieme sulle diverse tappe della storia dell’interpretazione (I), prenderemo in considerazione dapprima i fenomeni storici (II-III) e quindi quelli letterari nel loro contesto storico (IV-IX).

I passi biblici sono citati secondo la Bibbia di Lutero nella versione riveduta del 1984, con lievi ritocchi quando è necessario. [Anche la traduzione italiana cerca di essere fedele a questa versione]. È cambiato invece, di regola, il modo di rendere il nome di Dio, che la Bibbia di Lutero traduce con ‘Signore’ (secondo la vocalizzazione ebraica secondaria). Poiché la pronuncia storica non è certa, rinuncio a una vocalizzazione e utilizzo solo il cosiddetto tetragramma ‘YHWH’ nel testo consonantico ebraico.

Se al lettore dovesse piacere la lettura di questo volumetto, deve ringraziare il Collegio della scienza di Berlino, che nell’anno accademico 2002/2003 mi ha dato la possibilità, come suo membro, di scriverlo.



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Titolo: "Mosè. Storia e leggenda"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Otto Eckart
Pagine:
Ean: 9788839967978
Prezzo: € 7.50

Descrizione:

Il Mosè storico, punto di cristallizzazione dell’identità di Israele nei racconti biblici, è pure figura centrale in tre religioni: quella ebraica, quella cristiana e quella islamica. Dalla quarta di copertina: Mosè è una figura centrale della religione ebraica, cristiana e islamica. La Bibbia lo presenta come mediatore della rivelazione divina, lui che sul monte Sinai riceve i dieci comandamenti e la legge di Dio. Eckart Otto va alla ricerca del Mosè storico e spiega come la sua persona sia diventata nei racconti biblici il punto di cristallizzazione dell’identità ebraica, identità che dovette affermarsi contro le potenze egemoniche degli assiri, dei babilonesi, dei persiani e dei greci.

 

INTRODUZIONE

L'attualità dei racconti relativi a Mosè contenuti nella Bibbia ebraica:

Mosè come figura emblematica di moralità e di libertà nella letteratura del xx secolo

Nel 1942 Thomas Mann, allora in esilio in America, fu invitato a collaborare a un libro intitolato The Ten Commandments. Ten Short Novels of Hitler's War Against the Moral Code [I dieci comandamenti. Dieci brevi racconti sulla guerra di Hitler contro il codice morale], libro nel quale dieci noti autori avrebbero commentato, uno ciascuno, tali comandamenti. Thomas Mann scelse di commentare il primo comandamento e diede al suo racconto il titolo Thou Shalt Have No Others Gods before Me [Non avrai altri dèi di fronte a me], racconto che fu poi pubblicato in tedesco con il titolo Das Gesetz [La legge]. Tale libro sui dieci comandamenti doveva diventare un'accusa letteraria contro il disprezzo della dignità umana e della legge morale universale da parte del nazismo. Al centro del racconto di Thomas Mann troneggia Mosè che, lungo il cammino dei figli d'Israele dall'Egitto al monte di Dio, educa il popolo alla moralità e al senso di umanità. Nel discorso conclusivo da lui rivolto al suo popolo, che Thomas Mann cita alla lettera in una trasmissione radiofonica del 25 aprile 1943 indirizzata a uditori tedeschi, egli allude a un colloquio avuto da Hitler con Hermann Rauschning nel 1933, colloquio nel corso del quale Hitler avrebbe detto:

Verrà il giorno nel quale rizzerò le tavole di una nuova legge contro questi comandamenti. E la storia riconoscerà nel nostro movimento la grande battaglia per la liberazione dell'umanità, per la liberazione dalla maledizione del Sinai... Contro di questo noi combattiamo: contro lo spirito masochistico dell'autolesionismo, contro la maledizione della cosiddetta morale, di cui si è fatto un idolo per proteggere i deboli di fronte ai forti, di fronte alla legge eterna della lotta, di fronte alla grande legge della natura divina. Contro i cosiddetti dieci comandamenti noi combattiamo.

Invece, in Thomas Mann, Mosè rivolge al popolo di Israele questa esortazione conclusiva:

Nella pietra del monte io ho scolpito l'abbiccì della condotta umana. Ma esso deve essere scolpito anche nella tua carne e nel tuo sangue, Israele, sì che chiunque trasgredisca anche una sola parola dei dieci comandamenti abbia segretamente terrore davanti a sé e davanti a Dio e senta il gelo attorno al suo cuore, essendo uscito dai limiti imposti da Dio... Ma maledizione all'uomo, che si leva e dice: «Essi non hanno più valore». Maledizione a colui che vi insegna: «Orsù, voi siete liberi! Mentite, uccidete e rubate, fornicate, stuprate e consegnate padre e madre al coltello, perché questo è ciò che si conviene all'uomo. Lodate il mio nome, perché io vi annuncio la libertà».

Per quale potere il Mosè biblico diventa ancora, dopo tremila anni, il personaggio emblematico straordinario della lotta contro la perdita della moralità e della dignità umana? Il suo segreto è racchiuso nei racconti biblici dei libri di Mosè della Bibbia ebraica. Anche tali libri, denominati nel canone della Bibbia ebraica la Tôrah, la 'Legge', hanno alle spalle una storia letteraria di oltre un mezzo millennio, storia nel corso della quale il popolo d'Israele si accertò in continuazione, mediante i racconti relativi a Mosè, della propria identità nel confronto con le potenze egemoniche degli assiri, dei babilonesi e dei persiani. I racconti del cammino, che Mosè avrebbe percorso con il popolo dall'Egitto sino alla soglia della terra promessa, contengono una teologia politica, a proposito della quale il filosofo ebreo della religione Martin Buber disse nel 1944: Mosè è il creatore di un programma del «rifiuto di un eterno faraonismo da parte di un gruppo di ebrei che va dall'Egitto verso la libertà». Per Martin Buber Mosè è, quale personaggio storico della seconda metà del II millennio, autore di questo programma della liberazione dall'onnipotenza dello stato. Ma che cosa sappiamo del Mosè storico, che nelle tre religioni mondiali del giudaismo, del cristianesimo e dell'islam è ricordato come fondatore di una religione, e che anche al di fuori delle comunità religiose appare tutt'oggi, strettamente collegato come in Thomas Mann con i dieci comandamenti, un personaggio centrale della storia della cultura, un campione di moralità e di senso di umanità, ed è percepito come una fonte dei diritti dell'uomo di fronte all'arbitrio statale? Sulla figura storica di quest'uomo c'è poco da dire scientificamente. Tanto più chiaro è in compenso il processo storico letterario, che lo fece diventare un personaggio centrale della storia di tre religioni mondiali monoteiste. Uno sguardo alle linee fondamentali del racconto di Mosè contenuto nei libri omonimi, nel Pentateuco (`Cinque libri') della Bibbia ebraica, ci permetterà di seguire tale processo.



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Titolo: "San Paolo"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Trocmé Etienne
Pagine:
Ean: 9788839967923
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

San Paolo viene spesso ricordato come l'uomo che, sulla via di Damasco, ha una visione di Cristo e cade da cavallo. Ma, al di là dell'agiografia e dell'iconografia, l'autore si propone di restituire al lettore l'immagine autentica dell'ebreo Saulo di Tarso, di far conoscere questo personaggio appassionato dal pensiero vigoroso e dall'attività missionaria intensa. Per distinguere la verità dalla leggenda, lo storico Étienne Trocmé interroga i testi, ripercorre l'itinerario di Paolo e racconta la storia di una delle figure capitali del cristianesimo, la cui vita è stata un fallimento doloroso e il cui destino postumo è stato invece straordinario.


PREMESSA

San Paolo? Perché questo titolo, con un qualificativo preso dalla tradizione cristiana o, più precisamente, cattolica? Si tratterà forse di una 'vita di un santo', di un racconto edificante destinato ai fedeli di una religione particolare? O invece le pagine che seguiranno mirano a prendere le difese di un personaggio vituperato da alcuni per aver corrotto il puro messaggio di Gesù o per non aver capito niente della Legge di Mosè?

Niente di tutto questo. La scelta di un tale titolo per una biografia del giudeo Saulo di Tarso, il quale presentava se stesso come «Paolo, apostolo di Cristo Gesù», risponde a una necessità pratica. È il 'san Paolo' dell'uso corrente, uso dettato sia da un'abitudine antica sia dalla brevità ambigua di un nome ancora comunissimo. Qui non è questione né di agiografia né di apologetica: si tratta soltanto di far conoscere e comprendere ai lettori del xxi secolo un personaggio appassionato del i secolo della nostra era, la cui vita è stata un doloroso fallimento, ma il cui destino postumo s'è trasformato in uno straordinario successo la cui eco giunge fino ai nostri tempi.

A questi lettori noi speriamo di comunicare l'interesse ispiratoci da quest'uomo così lontano da noi, ma così profondamente umano, al punto da poter sentire, attraverso i testi difficili che ce lo fanno conoscere, le sue ambizioni, i suoi entusiasmi, le sue collere e il suo affetto nei confronti di coloro che lo attorniavano.



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Titolo: "Benedetto da Norcia"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Grün Anselm
Pagine:
Ean: 9788839967954
Prezzo: € 7.50

Descrizione:

Pochi conoscono la vita e l'opera di Benedetto da Norcia (480-547 circa). Con lo stile che gli è consueto, il benedettino Anselm Grün disegna in queste pagine i tratti del grande santo italiano che, scrivendo la Regola e dando vita all'ordine religioso che da lui ha preso il nome, ha esercitato un influsso incommensurabile sulla civiltà europea. Il suo messaggio rimane vivo e attualissimo. Dalla quarta di copertina: Molti amano ascoltare il gregoriano cantato dai monaci o hanno visitato con ammirazione l'abbazia di Montecassino o le rovine di Cluny. Ma pochi conoscono sul serio la vita e l'opera di Benedetto da Norcia (480-547 circa). Eppure il santo italiano, dando vita all'ordine religioso che da lui ha preso il nome, ha esercitato un influsso paragonabile a pochi altri sulla civiltà europea. Il popolare detto che gli viene attribuito, «ora et labora», è da secoli fonte di ispirazione per la spiritualità e la vita quotidiana. Benedetto ha formulato norme di vita di estrema chiarezza e saggezza nella sua Regola, che hanno affascinato molti uomini e donne fino ad oggi: lì egli propone la moderazione negli affari della vita, l'ordine della condotta quotidiana, assegna priorità alla vita interiore e alla liturgia il ruolo di fonte di tutto l'agire.

 

INTRODUZIONE

Quando mi presento a tenere delle conferenze vestito da monaco, le persone spesso mi domandano a quale ordine io appartenga. Quando rispondo che sono un benedettino, sentendo questa parola i più riescono a farsi un’idea. Ma che i benedettini traggano il loro nome da san Benedetto da Norcia (480-547), è qualcosa che soltanto in pochi sanno. A differenza di san Francesco o di sant’Ignazio è difficile che qualcuno conosca ancora san Benedetto. Eppure questi è il «padre d’Europa», il «patrono d’Europa»; con questi titoli lo ha onorato papa Paolo VI. Si tratta soltanto di titoli onorifici o Benedetto è ancora oggi portatore di un messaggio per i popoli europei? In passato l’Europa pullulava di monasteri benedettini. Molte città sono sorte intorno a essi, come per esempio Fulda e Goslar, Monaco di Baviera e Salisburgo. I turisti ammirano le rovine di Cluny o i monasteri che si sono conservati a San Gallo o a Reichenau. Il gregoriano cantato dai monaci benedettini viene oggi nuovamente apprezzato, e la riforma liturgica del concilio Vaticano II risente dell’influsso dei monasteri benedettini. Benedetto ha dunque ancora oggi qualcosa da dirci? Come benedettino posso ovviamente soltanto rispondere: sì, egli ha un messaggio per il nostro tempo. Il mio rapporto con Benedetto è segnato da trentotto anni di appartenenza all’abbazia benedettina di Münsterschwarzach. Già all’età di dieci anni sono entrato nella scuola del monastero, e quindi fin da bambino sono stato impregnato dello spirito benedettino.

Il mio atteggiamento verso Benedetto e la sua Regola, tuttavia, è sempre cambiato nel corso degli anni. Dopo una prima fase di entusiasmo venne la disillusione e, nel periodo del noviziato, la Regola non mi toccava granché: in essa c’era qualcosa di fortemente estraneo, testimonianza di un tempo oramai passato. Quattro anni dopo l’entrata in monastero vi fu la rivolta studentesca del 1968 che non passò senza lasciare traccia anche lì. Non ci trovavamo più d’accordo con tante ‘vecchie usanze’ e ci ribellavamo contro for malismi antiquati. Eravamo insicuri su quale significato po tesse ancora avere nel nostro tempo il monachesimo benedettino. Così, insieme ad altri confratelli inquieti, andammo per altre strade. Praticammo la meditazione zen, c’iscrivemmo a corsi di dinamica di gruppo, andammo a Rütte da Graf Dürckheim per riscoprire lì il corpo come partner del nostro cammino spirituale. Soltanto l’incontro con il monachesimo buddista e la psicologia junghiana ci permise di accedere nuovamente alla ricchezza spirituale del monachesimo di Benedetto e alla sua saggezza psicologica. Avevamo cercato in modo nuovo il significato della Regola, e dopo tutti i dubbi sulla nostra scelta di vita ritrovammo nuovamente il piacere di vivere come benedettini e di rispondere alle domande del nostro tempo nello spirito di san Benedetto. A noi novizi e giovani monaci era allora posta davanti agli occhi un’immagine ben definita di san Benedetto: quella di un padre severo e buono al tempo stesso, ma che rimaneva lontano, inavvicinabile. Era l’immagine del grande liturgista, per il quale era importante soprattutto la liturgia festiva e la bellezza dei canti corali.

Non avevamo alcun rapporto con la sua personalità, i suoi sentimenti, le sue inquietudini. Era un’immagine idealizzata così come era stata creata dalla restaurazione benedettina nel XIX secolo. Dovemmo prima gettare a mare questa immagine per poter incontrare nuovamente l’uomo Benedetto. Per questo studiammo il monachesimo prima di Benedetto, l’esperienza spirituale e psicologica dei monaci del deserto che, nella solitudine, hanno percorso il cammino della radicale conoscenza di sé e la ricerca intensiva di Dio. Tre elementi ci aiutarono a scoprire la figura umana di Benedetto: l’esperienza del monachesimo primitivo, la prassi della meditazione orientale e lo studio della psicologia, soprattutto della psicologia del profondo di Carl Gustav Jung. Benedetto divenne importante per noi come maestro spirituale, come uomo che ci mostrava concretamente un percorso di esercizio spirituale e che ci faceva scoprire la via interiore nella ricerca personale e comune di Dio.

All’evidenza con cui si è indagata la storia dei monasteri benedettini e si è scritto su essi, corrisponde l’oscurità nella quale, in fondo, rimane la figura storica di Benedetto. Egli, infatti, sembra nascosto nell’oscurità della storia, tanto che dal punto di vista puramente storico non è molto quello che si può dire sulla sua vita. Esistono però due fonti importanti alle quali possiamo rifarci. La prima è la Regola che Benedetto stesso ha scritto: in essa possiamo trovare non soltanto il cammino spirituale che, ora come un tempo, ci attrae, ma possiamo anche incontrare la personalità del santo. E l’altra è la biografia spirituale di Benedetto, grazie alla quale siamo a conoscenza dello sviluppo del suo cammino interiore: i Dialoghi di papa Gregorio Magno.



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Titolo: "La confessione. Celebrare la riconciliazione"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Grün Anselm
Pagine:
Ean: 9788839968081
Prezzo: € 4.20

Descrizione:

L'Autore suggerisce di leggere questo sacramento come un'offerta di perdono, sanante e salvifica da parte di Dio. Nel colloquio con il confessore, la colpa può essere riscoperta come un'opportunità per guardare nelle profondità del cuore e per riconoscere la propria autenticità.



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Titolo: "I personaggi biblici del tempo pasquale"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Cabra P. Giordano
Pagine:
Ean: 9788839978028
Prezzo: € 6.65

Descrizione:

Nel Tempo liturgico di Pasqua i cristiani celebrano la memoria della risurrezione di Gesù. Riscoprono così il loro essere redenti: fanno esperienza della forza dello Spirito, conformano il loro essere e il loro operare alle "cose di lassù" (Col 3,1s.), riaffermano la loro appartenenza ecclesiale, rinnovano lo slancio missionario della comunità. In sedici, deliziosi ritratti, le principali figure bibliche del Tempo pasquale guidano lungo questo percorso, consentendo di riscoprire oggi l'entusiasmo iniziale della fede nel Risorto. L'incontro con il Risorto ha sconvolto le vite di discepoli e discepole di Gesù. Dopo la Pasqua, la loro conoscenza umana del Maestro di Nazaret si è evoluta fino a confluire nella fede matura nel Cristo: è lui il Signore! Attorno alla buona notizia, che non poteva non essere divulgata, è sorto il primo nucleo della Chiesa, il nuovo popolo di Dio. Oggi come allora, nella cinquantina pasquale i cristiani rivivono quel mistero inaudito: "Cristo, spezzati i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro". Riscoprono il loro essere redenti, fanno esperienza della forza dello Spirito, conformano il loro essere e il loro operare alle "cose di lassù", riaffermano la loro appartenenza ecclesiale. In questo cammino di esultanza, la Scrittura e la liturgia propongono all'attenzione dei fedeli alcune personalità esemplari: le donne al sepolcro e la madre di Gesù, il gruppo dei Dodici e in particolare Pietro, Giacomo, Giovanni.



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Titolo: "I personaggi biblici della Quaresima"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Di Cortona Clarisse
Pagine:
Ean: 9788839978011
Prezzo: € 5.95

Descrizione:

Quindici figure bibliche - Abramo e Mosè, Naaman il Siro e l'anonimo servo del Signore, Giona, Ester, Susanna, Gesù con Pietro, Giacomo e Giovanni, la Samaritana, Marta e Maria, il cieco nato, ma anche personaggi delle parabole come il fariseo e il pubblicano, il padre misericordioso, l'uomo ricco e il povero Lazzaro - scandiscono l'itinerario spirituale di Quaresima, lungo il quale i credenti in Cristo sono esortati a intensificare l'ascolto della parola di Dio.



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Titolo: "Si può essere felici con Dio? Alla ricerca della gioia"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Cabra P. Giordano
Pagine:
Ean: 9788839967138
Prezzo: € 5.95

Descrizione:

Si può essere felici senza dio? si può essere felici con dio? Quasi in risposta alla prima domanda, degli atei inglesi hanno recentemente promosso una campagna pubblicitaria, facendo apparire sugli autobus la scritta: «Probabilmente dio non esiste. smettila di preoccuparti e goditi la vita». da parte nostra non ci sentiremmo così sicuri, perché vediamo attorno a noi molte inquietudini e smarrimento. Alla seconda domanda rispondiamo dicendo che, pur in mezzo a nebbie e incertezze, siamo al corrente di numerose testimonianze che permettono di dare una risposta positiva. Il titolo dato a queste pagine, Si può essere felici con Dio? Alla ricerca della gioia, è piuttosto provocatorio, dal momento che la gioia non viene quando la ricerchi, ma quando la accogli come dono e la coniughi come tale. Ma questo dono si inserisce nella ricerca umanissima dell’autorealizzazione e nella ricerca del benessere personale e comunitario. Il presente lavoro, centrato sulla parola di dio, mette a disposizione dei commenti preziosi di san Francesco di sales, amabile maestro di una vita cristiana improntata alla gioia.

 

PREMESSA
di Pier Giordano Cabra

Si può essere felici senza Dio?

Si può essere felici con Dio?

Quasi in risposta alla prima domanda, degli atei inglesi lo scorso anno hanno promosso una campagna pubblicitaria, facendo apparire sugli autobus la scritta: «Probabilmente Dio non esiste. Smettila di preoccuparti e goditi la vita».

Da parte nostra non ci sentiremmo così sicuri, perché vediamo attorno a noi molte inquietudini e smarrimento.

Alla seconda domanda rispondiamo dicendo che, pur in mezzo a nebbie e incertezze, siamo al corrente di numerose testimonianze che permettono di dare una risposta positiva.

La tradizione biblica e cristiana preferisce parlare di `gioia', realtà più sfumata e percepita come meno utopica della 'felicità'.

Il titolo dato a queste pagine, Si può essere felici con Dio? Alla ricerca della gioia, è piuttosto provocatorio, dal momento che la gioia non viene quando la ricerchi, ma quando la accogli come dono e la coniughi come tale. Ma questo dono si inserisce nella ricerca umanissima dell'autorealizzazione e nella ricerca del benessere personale e comunitario.

Quando il tuo desiderio si lascia toccare e condurre dal desiderio di Dio, allora la gioia scende come una rugiada e la tua terra dà il suo frutto migliore.

Anche il presente modesto lavoro è nato dalla collaborazione con un Monastero della Visitazione, questa volta con quello di Brescia, quale frutto delle iniziative per ricordare i quattrocento anni della fondazione del loro Ordine.

Mentre la Lectio e la Meditatio sono state stese dal Padre Pier Giordano Cabra, le altre parti sono state preparate dalle Sorelle del Monastero di Brescia, le quali hanno ancora una volta messo a disposizione molti testi preziosi del loro Fondatore, san Francesco di Sales, amabile maestro di una vita cristiana improntata alla gioia.

Un opuscolo centrato sulla parola di Dio, che vorrebbe essere realista, sereno e rasserenante.



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Titolo: "Ester. La seduzione del bene"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Rota Scalabrini Patrizio, Zattoni Mariateresa, Gillini Gilberto
Pagine:
Ean: 9788839967107
Prezzo: € 5.60

Descrizione:

Un libro per sperare ancora, ostinatamente, anche quando temiamo che tutto sia perso. Un libro per apprezzare la nostra bellezza e la sua forza di seduzione. Per credere ai semi di bellezza che un Dio provvidente ha seminato nella nostra storia.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

La trama del testo ebraico

Il libro di Ester, una delle cinque Megillóth, è il rotolo che viene letto nella festa di Purim e narra l'awentura di una giovane ebrea, che viene elevata al rango di regina e riesce così a sventare una persecuzione contro i suoi correligionari all'epoca del re persiano Assuero/Serse.

Seguiamo anzitutto la trama del testo più breve, cioè quello dell'edizione ebraica. La narrazione si apre con un sontuoso e prolungato banchetto (capp. 1s.) seguito da un altro più breve; in questa occasione la regina Vasti viene ripudiata dal re Assuero perché gli disobbedisce, mentre l'ebrea Adàssa/Ester diviene regina al suo posto.

Compaiono anche due personaggi maschili: l'ebreo Mardocheo (2,5-7), che risulta essere zio di Ester e che sventa un complotto degli eunuchi contro Assuero, e l'agaghita Aman, discendente di Amalek, tradizionale nemico di Israele. Il conflitto tra i due scoppia subito e si dilata da inimicizia personale al progetto di un pogrom antiebraico, da condursi su larga scala in tutto l’impero persiano (cap. 3). Mardocheo fa intervenire Ester per scongiurare l’immane sciagura che sta per riversarsi sui Giudei (cap. 4).

La realizzazione del piano di Mardocheo ed Ester per mandare a monte il progetto di sterminio dei Giudei da parte di Aman si svolge in più tappe, mentre nel lettore cresce l’apprensione per la sorte dei perseguitati, perché nel frattempo Aman è sempre più sicuro della riuscita del proprio intrigo e prepara l’eliminazione di Mardocheo, l’odiato concorrente (5,9-14).

Ester si presenta al re (5,1-8) e causa la rovina di Aman, il cui perfido piano è denunciato al re che ha sempre più in simpatia Ester e che quindi è disponibile ad accogliere tutte le sue richieste. Alla fine, dopo un goffo tentativo di chiedere grazia alla regina Ester, che peggiora la sua situazione, Aman viene impiccato per ordine del re allo stesso patibolo che aveva fatto preparare per Mardocheo (capp. 6s.).

Allora Mardocheo assume il posto di Aman (8,1ss.) ed è premiato dal re che vuole ricompensarlo, sia pur tardivamente, per aver sventato un complotto contro di lui. Con il consenso del re, Mardocheo blocca il pogrom contro i Giudei progettato dal perfido Aman, il che diventa per la comunità ebraica dell’impero persiano motivo di una gioiosa festa (8,3–9,19). Oltre a questo aspetto di salvezza per i Giudei, vi è anche quello di una vendetta contro i responsabili della strage pianificata contro i Giudei. La vendetta si attua come sterminio dei maschi del popolo di Aman e viene realizzata nell’impero in una giornata e nella capitale in due giornate, il 13 e 14 di Adar, cioè un mese prima della Pasqua.

La parte finale presenta una particolareggiata esposizione della data e della regolamentazione della medesima festa di PGrîm e si sottolinea il carattere obbligatorio e non facoltativo di questa festa molto ‘laica’ (9,20-32). Il testo si chiude con una breve cornice narrativa nello stile del libro dei Re (Est 10,1-3).



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Titolo: "Senza l'amore sarei nulla. L'inno alla carità di 1 Corinzi 13"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Cabra P. Giordano
Pagine:
Ean: 9788839967114
Prezzo: € 6.65

Descrizione:

Una lectio divina sull'inno alla carità, caratterizzata dalla costante presenza di testi di san Francesco di Sales a commento delle parole ispirate di san Paolo. Come quest'ultimo, anche il grande vescovo e dottore della Chiesa ha una visione totalizzante dell'amore. E sa coglierne i diversi aspetti guardando sempre alla loro fonte prima e perenne, il Dio trinitario. La carità non è solo necessaria per piacere a Dio e al prossimo, ma è anche indispensabile per la vita quotidiana del semplice cristiano, dell'apostolo, del missionario.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Mai come in questi anni le nostre comunità cristiane e di vita consacrata si sono tanto impegnate sul fronte della carità, a tutti i livelli e in varie forme, e mai come oggi hanno bisogno di riflettere sul vissuto per non smarrire la bellezza della figura evangelica della carità. Questo volumetto meditativo sull’inno di Paolo alla carità, secondo il metodo della lectio divina, centra dunque un bisogno oggi essenziale nella chiesa e merita il nostro plauso.

San Paolo nelle sue lettere torna spesso sul tema della carità. Aveva capito che la riuscita della vita cristiana risiede nella carità tra fratelli e sorelle nella fede. Alle comunità della Galazia egli scrive che la pienezza della legge è l’amore del prossimo (Gal 5,14s.); e per ‘prossimo’ intende qui i fratelli nella fede: «Pratichiamo il bene verso tutti, ma soprattutto verso i fratelli nella fede» (Gal 6,10).

Un testo paolino che sempre mi affascina nella Prima lettera ai Corinzi è: «Se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità non sarei nulla» (1 Cor 13,2). Queste parole possono valere come verità generale, che presuppone e insieme compendia tutto un ampio discorso sul valore fondante dell’amore per l’identità del cristiano sia nell’oggi della storia sia nell’éschaton. Questi due momenti si richiamano necessariamente l’un l’altro: da una parte è vero che, se l’amore è determinante per definire oggi la persona religiosa, esso deve anche essere coestensivo alla sua esistenza e quindi durare indefinitamente; ecco perché poche righe dopo, nella stessa pagina paolina, si legge che «l’amore non avrà mai fine» (13,8); dall’altra parte è certamente anche vero che, se l’amore non verrà mai meno in futuro, è segno che di esso davvero non si può fare a meno neanche nel presente. Infatti, come si sa, ciò che non ha futuro è per natura caduco, mentre ciò che è eterno, come la parola di Dio, è essenziale.

Mi ha colpito molto ciò che ha detto Benedetto XVI il 6 ottobre 2008, durante il Sinodo dei vescovi sulla parola di Dio, quando ha affermato:

La parola di Dio è il fondamento di tutto, è la vera realtà. Dobbiamo cambiare la nostra idea che la materia, le cose solide, da toccare, sarebbero la realtà più solida, più sicura [...]. Solo la parola di Dio è fondamento di tutta la realtà, è stabile, è la realtà. Quindi dobbiamo cambiare il nostro concetto di realismo. Realista è chi riconosce nella parola di Dio il fondamento di tutto. Realista è chi costruisce la sua vita su questo fondamento che rimane in permanenza. Realista è chi scopre che cosa è la realtà e trova in questo modo il fondamento della sua vita, come costruire la vita.

Parlando di amore nella Scrittura e in san Paolo, dunque, parliamo di qualcosa che caratterizza la nostra vita alla radice, cioè semplicemente “ci fa essere”. Di quale amore si parla?

Ma qual è il significato del termine ‘amore’? La lingua greca utilizza tre vocaboli, ciascuno dei quali ha una sfumatura diversa.

Il primo, il più noto, è éros: cantato dai poeti, questo ‘amore’ è fatto oggetto di riflessione anche dai filosofi; tra questi spicca Platone che lo definisce sì di natura divina, ma come un dio imperfetto, figlio di Povertà e di Espediente, così da essere perennemente in tensione verso qualcosa di cui è privo (non solo in direzione orizzontale verso l’essere umano, ma anche in verticale verso Dio) e che vuole raggiungere a qualunque costo: è l’ebbrezza; se non è purificata, è degradazione dell’uomo.

Il secondo vocabolo è philía, ‘amore di amicizia’: ripensata soprattutto da Aristotele, suppone una eguaglianza tra coloro che la sperimentano ed è fondata sulla reciprocità, cioè sulla constatazione di qualcosa di amabile che viene condiviso come bene comune dai partner e che ciascuno dei due però riconosce nell’altro anche come utile per sé. Epicuro la definisce addirittura come «il bene più grande», che riproduce nel mondo le caratteristiche della vita degli dèi.

Il terzo vocabolo è agápé: genericamente ha significato di ‘affetto’; nel greco classico è un termine piuttosto raro e deriva dal verbo agapân che vuol dire soltanto ‘trattare con affetto, con cura, aver caro’. La cosa sorprendente è che, mentre nel Nuovo Testamento è omesso del tutto il primo dei tre termini e il secondo viene impiegato solo una volta in senso negativo (cfr. Gc 4,4: «Non sapete che l’amore per il mondo è nemico di Dio?»), è proprio il terzo vocabolo invece che è stato assunto dal linguaggio cristiano e arricchito enormemente, fino a significare sia l’amore di Dio verso l’uomo, sia l’amore del cristiano verso Dio, sia l’amore vicendevole tra i cristiani e verso gli esseri umani in generale. Questo caratterizza, in maniera del tutto originale e tipica, il Nuovo Testamento e quindi il cristianesimo, che nel latino tradurrà il termine greco agápé preferibilmente con caritas, ‘carità’.

Per comprendere esattamente l’importanza e il significato dell’amore (agápé) dal punto di vista biblico e cristiano, sbaglieremmo a partire dall’idea di un comandamento, come se l’amore fosse qualcosa di imposto dall’esterno. Del resto, anche solo a livello psicologico, si sa bene per esperienza che lo stesso amore umano non può essere comandato. Infatti, non c’è nulla di più personale e spontaneo dell’amore, che parte autonomamente dal di dentro: basta lasciarlo fare. Tutt’al più, a comandare l’amore dal punto di vista umano è l’amabilità del partner, cioè sono la sua bellezza, la sua intelligenza, la sua bontà. L’amore in senso cristiano, invece, cioè l’agápé, scatta là dove di desiderabile non c’è proprio nulla. Lo si vede sia nell’Antico Testamento, dove Dio dice a Israele: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli..., ma perché il Signore vi ama» (Dt 7,7s.), sia soprattutto nel Nuovo, dove Paolo scrive: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Km 5,8). Già da questi testi, e specie da san Paolo e dall’apostolo Giovanni, ricaviamo alcune caratteristiche dell’agápé assolutamente fondamentali per la nostra vita di persone credenti.



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Titolo: "Lo spazio interiore"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Grün Anselm
Pagine:
Ean: 9788839966094
Prezzo: € 4.80

Descrizione:

Dentro ciascuno di noi c'è uno spazio in cui ci è dato di essere interamente noi stessi. Lì ci sentiamo protetti, al sicuro. Lì possiamo sfuggire alla tirannia della quotidianità e concentrarci su noi stessi. Lì diveniamo liberi. In quello spazio di autenticità Dio abita in noi.



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Titolo: "Perché il mondo sia trasformato. Le sette opere di misericordia"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore: Grün Anselm
Pagine:
Ean: 9788839966124
Prezzo: € 6.60

Descrizione:

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

In questo libro voglio restare fedele alla divisione classica tra le sette opere di misericordia corporale e le sette di misericordia spirituale. Vorrei però cercare di descriverle in modo che noi oggi ci sentiamo chiamati in causa. In questo compito vedo due difficoltà: l’una è il pericolo di fare della morale. Non voglio presentarmi come il sapientone che fa la predica agli altri perché finalmente compiano queste opere e donino in abbondanza per gli affamati. L’altra difficoltà sta nella dimensione politica dell’assistenza. Le opere cristiane della misericordia sono soltanto una goccia nel mare?

Non dobbiamo piuttosto cambiare il mondo a livello politico, affinché non ci siano più né poveri, né ignudi, né senzatetto? Il messaggio di Gesù vorrebbe aprirci gli occhi su come far agire in tutto il mondo lo spirito della misericordia e non quello dello sfruttamento, quello del rispetto e non quello del disprezzo. Non basta però accollare le opere di misericordia solo ai politici. In questo caso, infatti, ci scuseremmo di non apportare il nostro contributo a un mondo più umano. Per quanto sia importante la visione politica ed economica, non possiamo aspettare a compiere le opere di misericordia finché regnino in tutto il mondo giustizia, pace e benessere. Pur con tutto l’impegno politico, nell’ambiente a noi più prossimo c’è sempre spazio sufficiente per realizzare le opere di misericordia corporale e spirituale. Con ciò non voglio instillare nei lettori e nelle lettrici un senso di colpa perché fanno troppo poco. Desidero soltanto, come fa Gesù nel suo Discorso sul giudizio, aprirci gli occhi, affinché siamo pronti, là dove Dio ci tocca, a dimostrare misericordia al fratello o alla sorella, indipendentemente se ciò avvenga sul piano corporale o su quello spirituale. Dal Discorso del giudizio di Gesù emerge che egli non fa la morale, ma promette invece una ricca ricompensa a coloro che adempiono queste opere di misericordia.

Il paradosso, però, è che queste persone compiono tali opere non perché ricevono una ricompensa, ma perché si lasciano toccare dalle persone bisognose. Lasciandomi commuovere dal fratello o dalla sorella e lasciandomi ispirare a un’opera di misericordia, sperimento una ricompensa interiore. Sento che la mia vita donando diventa più ricca, che diventa più sana se mi dedico ai malati e che copro la mia nudità se vesto gli ignudi. Le nostre azioni hanno sempre anche un effetto su noi stessi. Le opere di misericordia fanno bene anche a noi. In esse dimostriamo misericordia anche a noi stessi. Ma non le compiamo per fare qualcosa di buono a noi. Le compiamo perché lasciamo che il nostro cuore sia toccato dai poveri, dagli affamati, dai senzatetto, dai malati e dai prigionieri. Il paradosso è che, dimenticando noi stessi perché ci apriamo a un’altra persona, anche noi facciamo l’esperienza della realizzazione della nostra esistenza, una gratitudine interiore per il fatto che una persona con le spalle curve riparta da noi rialzando la schiena e che un ignudo riscopra la sua dignità regale.

L’atteggiamento di fondo delle quattordici opere è la misericordia. Desidero perciò scrivere alcuni pensieri a proposito di tale atteggiamento. La Bibbia conosce diversi concetti e diverse immagini per la misericordia. All’Antico Testamento sono noti soprattutto due termini per misericordia: hesedh, bontà, e rahamîm, pietà. È soprattutto Dio a essere misericordioso. La misericordia di Dio, però, esige anche dagli esseri umani che dimostrino misericordia vicendevole. La misericordia, in questo contesto, non è mai soltanto una disposizione dell’animo, ma è anche sempre un agire. La parola ebraica hesedh significa gentilezza e bontà. Dio si dimostra misericordioso nei confronti dell’essere umano quando lo tratta in maniera gentile, benevola e pietosa, quando gli perdona le sue colpe. L’altra parola, rahamîm, è collegata al termine rehem, grembo materno. Come una madre si dedica al bambino che tiene in grembo, Dio si rivolge a noi uomini in modo materno. Come una madre, Dio tratta con tenerezza l’essere umano che, per così dire, tiene in grembo. Qui la misericordia è l’affetto o il chinarsi di qualcuno in alto nella scala gerarchica verso il più piccolo. Dio non giudica, ma ritiene l’essere umano in grado di svilupparsi sempre di più, così come fa un bambino, fino a diventare la persona che deve essere secondo quanto immaginato da Dio stesso. Questo atteggiamento viene descritto soprattutto a proposito di Dio nei confronti dell’uomo e quasi mai a proposito degli esseri umani tra loro.



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