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Ebook - Cantagalli Edizioni



Titolo: "I Quaderni di Scienza & Vita"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 9788868791179
Prezzo: € 3.00

Descrizione:

Amore & Vita, questo il binomio che fa da filo conduttore al presente Quaderno e su cui si sviluppa la sfida più alta che l'Associazione Scienza & Vita sente propria: la sfida educativa, quella che coinvolge la responsabilità e la lungimiranza di una scelta di campo in favore della persona, della relazione interpersonale, delle scelte e delle prospettive esistenziali.

Una scelta di campo che, nell'impegno culturale dell'Associazione, offre uno spazio di riflessione, di confronto e di dibattito culturale e scientifico, anche su problematiche relative all'esperienza ed al vissuto umano, in tema di affettività e sessualità. La meraviglia della generazione umana, La bellezza del rapporto interpersonale, Non è questione di pillole, Io Tarzan tu Jane, Fatti per amare, Baciami stupido! Questi alcuni dei temi raccolti in questo Quaderno.

 

EDITORIALE

Amore & Vita: è questo il binomio che fa da filo conduttore a tutto il Quaderno che qui andiamo a presentare.

Nel tema che viene affrontato nel presente Quaderno è contenuta la sfida che l’Associazione Scienza & Vita sente propria, e cioè la sfida educativa, quella che coinvolge la responsabilità e la lungimiranza di una scelta di campo in favore della persona, della relazione interpersonale, delle scelte e delle prospettive esistenziali. Una scelta di campo che, nell’impegno culturale dell’Associazione, ha determinato la convinzione di poter offrire uno spazio di riflessione, di confronto e di dibattito culturale e scientifico in tema di affettività e sessualità.

Per l’Associazione Scienza & Vita è significato in qualche modo partire dalle “premesse” piuttosto che dal consolidato terreno esperienziale scientifico: non è la prima volta, infatti, che vengono affrontate questioni attinenti le problematiche relative all’esperienza ed al vissuto umano intorno alla sessualità, ma in questo caso la scelta è caduta su una comprensione pre-scientifica, ovvero su una questione che precede l’osservazione scientifica: la questione educativa.

L’occasione è stata il XII Convegno Nazionale e XIV Incontro con le Associazioni locali tenutosi a Roma lo scorso 23-24 maggio 2014. Il titolo del Convegno – Amore & Vita. Questioni di cuore e di ragione – è accompagnato, significativamente, da un sottotitolo: Tracce per un percorso formativo all’affettività e alla sessualità, che rinvia senza alcuna esitazione ad un percorso di tipo appunto formativo, e quindi educativo. Si tratta di un percorso appena visibile in “tracce”, dunque non ancora esplicitato in ogni suo dettaglio, che consente pertanto una sua modulazione ed una graduale definizione a partire da esperienze concrete.

Il Quaderno raccoglie il materiale prezioso che è il frutto di due giornate di lavoro intenso, partecipato, talora anche faticosamente, che ha visto – questa volta in maniera ancora più decisa – la presenza ed il coinvolgimento di giovani, provenienti da varie Associazioni locali.

Il Convegno si è dipanato tra lavori in assemblea plenaria ed attività in gruppi di studio.

Le relazioni introduttive al Convegno, riportate nella prima sezione del Quaderno, attengono le questioni di fondo: così Paola Ricci Sindoni, presidente dell’Associazione, nell’introduzione ai lavori ha sottolineato l’esigenza – nel tempo presente – di definire l’Amore in maniera dialogica: “In questo scenario si rivela l’amore, che è offerta radicale di sé, avvento senza rimpianto, accoglienza radicale dell’altro, inizio di amore perché a ciascuno incombe l’urgenza di iniziare ad amare. Si deve ricordare, al riguardo, che la forma centrale e conduttrice dell’amore è quella in cui un io che ama è legato a un tu che viene amato”.

L’intervento successivo di Mons. Nunzio Galantino, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana, ha contribuito a rendere evidente l’attenzione con la quale la tematica è ben presente ai Vescovi italiani: dal suo intervento è venuto un invito “ad abitare in maniera consapevole e responsabile, anche dal punto di vista culturale, il complesso mondo nel quale viviamo senza farci spaventare, ma nemmeno ingaggiando battaglie da retroguardia”. L’impegno al quale siamo stati ri-chiamati è infatti un impegno di primissima linea, “per superare sia il grande progetto di decentramento della persona umana messo in atto dalle scienze umane, sia la perdita di fondamento che caratterizza gran parte delle antropologie contemporanee, [che] consiste nel riguadagnare in maniera radicale una concezione unitaria dell’uomo”.

L’amore-relazione è l’oggetto degli interventi successivi: Gianfranco Ricci, psicoterapeuta, si rifà alla base antropologica e valoriale che sostiene le dinamiche psicologiche del nostro bisogno di amare e di essere amati, al bisogno di formare legami che durano, nonostante le trappole continue che si insinuano nelle trame del desiderio. Trappole che oggi sono riassumibili nell’ideologia che va sotto il nome di gender, là dove la visione dell’uomo come essere-in-relazione si sostituisce a una visione in cui “I diritti dell’individuo vengono sempre più ad anteporsi a quelli della collettività. Così pochi si accorgono dello smantellamento in atto dell’istituto della famiglia, ultimo baluardo che resiste alla generale omologazione sociale”.

Bruno Mozzanega, ginecologo e ricercatore universitario, ha ripercorso la tematica dell’amore-relazione attraverso la proposta delle conoscenze scientifiche sulla generazione umana, consapevole del fatto che “manca nella popolazione la conoscenza della fisiologia riproduttiva”, la quale esprime nello stesso tempo la bellezza e il prodigio di un nuovo concepimento: “è […] prodigioso quel che avviene proprio all’inizio della vita, nel momento stesso del concepimento: la prima cellula, ancor prima che si compia la prima duplicazione, produce sostanze che sono dei veri e propri messaggeri biologici il cui compito è segnalare all’organismo della madre che questa cellula particolare non deve essere respinta”.

Sulle suggestioni delle prime relazioni in assemblea plenaria si sono poi dipanati i lavori dei gruppi di studio:

Gruppo 1: Non è questione di pillole. Più amore e conoscenza del proprio corpo.

Gruppo 2: Io Tarzan, tu Jane: ancora possibile? Identità sessuale e gender.

Gruppo 3: Fatti per amare. Antropologia dell’amore.

Gruppo 4: Baciami, stupido! Dinamiche psicologiche delle relazioni affettive.

Delle tematiche affrontate nel Gruppo 1 dà qui conto il contributo di Emanuela Lulli e Paolo Marchionni, nel quale viene ripercorso l’itinerario – proposto ai giovani partecipanti – volto a focalizzare l’attenzione sui cosiddetti “metodi naturali di regolazione della fertilità”, per promuovere nel contempo una visione della sessualità centrata sulla relazionalità e contestualmente sulla responsabilità condivisa della paternità e della maternità che non mortifichi la relazione di coppia né la dignità del corpo, soprattutto quello femminile, e sia contemporaneamente in grado di educare all’Amore e di aiutare nelle scelte legate alla procreazione.

La sintesi delle tematiche affrontate nel Gruppo 2 è affidata al contributo di Massimo Gandolfini e Chiara Atzori i quali, ripercorrendo le recenti vicende legate al tema dell’identità sessuale della persona umana, ritengono “indispensabile fare chiarezza, partendo proprio dai termini e dalle parole utilizzate”, dato che “la cosiddetta ‘teoria di genere’ è uscita dalla nicchia accademica ed ha invaso la scena giuridica internazionale, coinvolgendo intere società nazionali in un lavoro di ristrutturazione secondo schemi antropologici inediti, […] a fronte di una sorta di ‘pensiero unico’ che pretende di imporsi per via amministrativa, legislativa, mediatica, e secondo il quale l’identità umana deve essere ‘rifondata’ a partire dalla sua struttura più profonda, affettiva-sessuale”.

Nel Gruppo 3 sono state analizzate le fondamenta antropologiche dell’Amore, a partire dalla convinzione – espressa nel contributo di Chiara Mantovani – che “non sarà allora inutile il piccolo sforzo di balbettare qualcosa sulla persona umana e sull’amore, sulla loro connessione profonda nella sessualità umana, qualcosa che possa essere detto e ragionato soprattutto per e con i giovani, spesso più bendisposti allo sforzo di capire perché più acutamente sensibili all’esigenza di capirsi; qualcosa che possa costituire una scaletta da utilizzare e uno strumento da usare, più che un manuale da imparare. Perché non esiste nulla più dell’amore che vada personalmente e responsabilmente assunto”.

Infine il Gruppo 4 si è confrontato con le dinamiche psicologiche delle relazioni affettive, partendo dall’osservazione di una sempre più frequente mercificazione delle relazioni, in un contesto nel quale – ne tratta Daniela Notarfonso – “l’appiattimento della sessualità a sesso e il suo completo svuotamento di senso aprono le porte ad una ricerca quasi ossessiva di ‘esercizio’, con ragazzi che giungono ad avere le loro prime esperienze nei bagni della scuola o di qualche discoteca che, per i più piccoli, prevede spettacoli pomeridiani, più rassicuranti per i genitori ma non meno invadenti”. Risulta invece “necessario approfondire le dinamiche psico-emotive legate all’innamoramento e all’amore, che non è solo intimità e passione, ma anche impegno: da quanto queste tre dimensioni si intersecano e sono presenti in una relazione, che può andare dalla semplice infatuazione ad un rapporto stabile e “per la vita”, dipende la qualità e la profondità di un amore”.

Nell’intervento conclusivo della prima parte del Quaderno (ed anche del Convegno), Domenico Coviello, co-presidente nazionale di Scienza & Vita, sottolinea che il Consiglio Esecutivo nazionale si impegnerà a raccogliere “tutti i suggerimenti pervenuti […] [per] tradurli in opportune azioni dirette o di supporto tramite sussidi che evidenzino il valore universale e aconfessionale dei principi che sono alla base del valore della natura umana, dall’inizio della vita, nel suo procedere tramite la famiglia fino al compimento della nostra stessa vita su questa terra”.

La seconda giornata del Convegno ha visto la prosecuzione dei lavori di gruppo e, al termine, la proposta in assemblea plenaria delle sintesi di tali lavori, unitamente alla comunicazione di esperienze. Di tali esperienze, e di altre riflessioni suscitate nelle settimane successive, diamo conto nella parte del Quaderno dedicata a “La voce dei giovani”.

Così Maria Letizia Bosio, dell’Associazione Scienza & Vita di Genova, ci racconta l’esperienza di libertà nel dono di sé a partire dalla propria vita e dalla propria relazione affettiva di fidanzamento, nella quale il rispetto reciproco e l’attesa dell’unione sessuale diventano essi stessi un dono: “dono che solo grazie a Dio possiamo e potremo preservare nonostante i nostri istinti”.

Giovanna Costanzo, di Scienza & Vita Messina, ripercorrendo la storia d’amore raccontata da Gabriel García Marquez in L’amore ai tempi del colera, ci ricorda come sia necessario rintracciare un filo, forse da tempo interrotto: quello dell’esigenza di raccontare il proprio sentire e il proprio mondo emotivo fra generazioni differenti e che si pensava distanti.

Davide, di Brescia, ci racconta la sua vicenda personale ed umana di giovane omosessuale che, dopo esperienze travagliate e faticose (“Per anni mi sono chiesto se fosse davvero tutto qui, se il mio destino fosse quello di accontentarmi delle briciole e lasciare che la mia vita scorresse via veloce, un po’ così, senza un senso, passeggiando tra la gente come una ‘spugna secca’ in attesa di essere ‘imbevuto di un po’ di vita’”), scopre l’amore di Dio: “qualcosa di grande, incommensurabile, ineguagliabile, così totalizzante da essere quasi commovente!”. E prosegue ancora: “vorrei dire quale dono è stato per me vivere nella castità questi ultimi sei mesi, e soprattutto quanto sia gratificante sentire che Dio ha scelto proprio me per testimoniare la bellezza di questo regalo”.

Eleonora Lattaruolo, di Cerignola, riflette su come i genitori possono coadiuvare i figli nella formazione della loro identità e della loro personalità, portando l’esperienza dei suoi 17 anni.

Ed ancora, Caterina Marra, dell’Associazione locale di Sant’Alessio in Aspromonte, ci ricorda una delle esigenze fondamentali dei giovani: trovare adulti disposti ad ascoltarli e ad accompagnarli nel cammino verso l’Amore, quell’amore che è purezza, bellezza e gioia, dono, tesoro da curare e preservare.

L’intervento di Benedetta Falci e Jessica Pirrello, di Castelfiorentino, racconta l’esperienza di un gruppo di giovani che ha deciso di mettere “in scena” sottoforma di drammatizzazione teatrale una riflessione sul tema dell’ideologia gender, con lo scopo di lanciare un messaggio chiaro: “Noi giovani sentiamo l’esigenza non solo di studiare e capire i termini di questioni così fondamentali per la vita personale e sociale, ma anche di poterci inserire nel dibattito pubblico attraverso varie modalità […] Maschi e femmine sono diversi e proprio in questa diversità sta la bellezza di un incontro e la possibilità di una crescita per tutti”.

La terza parte del Quaderno, “Educazione e Sessualità: esperienze e metodi”, propone appunto diverse esperienze di approccio educativo ai temi della sessualità umana, in qualche modo complementari: l’esperienza di Teen STAR, raccontata da Donatella Mansi, presidente per l’Italia, e la conoscenza della propria fertilità attraverso i cosiddetti metodi naturali di regolazione della fertilità, proposta da Paola Pellicanò, presidente del Coordinamento Nazionale Insegnanti Metodo Billings.

Anche l’intervento di Augusto Paganuzzi sul “ruolo del medico nell’educazione sessuale” si inserisce nel percorso di tipo educativo, e non soltanto informativo, proposto durante i lavori di gruppo, richiamando la necessità “non solo di trasmettere nozioni, più o meno esatte, di tipo biologico-sanitario, ma anche di far scoprire ai giovani i valori antropologici, esistenziali, impliciti nella sessualità umana stessa. Il che significa: in grado di sviluppare un ragionamento anche sui suoi aspetti psicologici, affettivi, etici, che, in campo educativo, relativamente alla sessualità, sono una necessità assoluta”.

Chiude il Quaderno la consueta e sempre vivace rubrica “Lingua e Antilingua”, in cui Pier Giorgio Liverani ci guida attraverso la suggestione per la quale Amore e Vita, parole centrali del Convegno e, dunque, del Quaderno, sono forse considerate anti-parole: “parole dette per non dire quello che si ha paura di dire”. L’Antilingua – ci ricorda – “è tutt’altro che un gioco di parole o una tattica politica. È piuttosto un piano per demolire il castello dell’etica con tutte le sue torri. Il suo fine è la cancellazione delle parole-verità […], la confusione delle menti, l’abolizione di ogni norma morale, la piena realizzazione dell’autodeterminazione, costruire tante etiche ad personam, legalizzare il proprio comodo”.

Crediamo che anche questo Quaderno sarà accolto con l’attenzione e la stima che hanno accolto finora le precedenti fatiche della produzione scientifica di Scienza & Vita. Siamo consapevoli che la scelta del tema e la trattazione che esce da queste pagine non si allineano con quel “pensiero unico” la cui dittatura oggi si manifesta in forme contemporaneamente subdole e anche palesi, quella dittatura contro la quale papa Francesco anche di recente4 ha invitato a vigilare: “Oggi si deve pensare così e se tu non pensi così, non sei moderno, non sei aperto o peggio. Anche oggi c’è la dittatura del pensiero unico e questa dittatura è la stessa di questa gente: prende le pietre per lapidare la libertà dei popoli, la libertà della gente, la libertà delle coscienze, il rapporto della gente con Dio”.

È la dittatura del pensiero unico che si accanisce contro l’idea di famiglia, che ipotizza varie tipologie di famiglie, che considera indifferente la presenza della diversità sessuale nella relazione familiare.

Ma – come ha affermato di recente il card. Bagnasco nella prolusione all’Assemblea Generale dei Vescovi Italiani riuniti ad Assisi dal 10 al 13 novembre 2014 – “è irresponsabile indebolire la famiglia, creando nuove figure – seppure con distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di troia di classica memoria – per scalzare culturalmente e socialmente il nucleo portante della persona e dell’umano. L’amore non è solo sentimento […] è decisione; i figli non sono oggetti né da produrre né da pretendere o contendere, non sono a servizio dei desideri degli adulti: sono i soggetti più deboli e delicati, hanno diritto a un papà e a una mamma”.

Così ci sentiamo ancora più confortati ed incoraggiati nel cammino intrapreso e nell’impegno preso in occasione del Convegno del maggio scorso: assumere l’onere di contribuire – con strumenti idonei – alla chiarificazione nel dibattito pubblico del valore di un’antropologia basata sulla persona come essere-in-relazione e contemporaneamente alla formazione delle giovani generazioni, cui consegnare il messaggio di Amore e Vita come fondamenti sui quali poggiare un solido legame generativo.

Amore & Vita, questo il binomio che fa da filo conduttore al presente Quaderno e su cui si sviluppa la sfida più alta che l'Associazione Scienza & Vita sente propria: la sfida educativa, quella che coinvolge la responsabilità e la lungimiranza di una scelta di campo in favore della persona, della relazione interpersonale, delle scelte e delle prospettive esistenziali.

Una scelta di campo che, nell'impegno culturale dell'Associazione, offre uno spazio di riflessione, di confronto e di dibattito culturale e scientifico, anche su problematiche relative all'esperienza ed al vissuto umano, in tema di affettività e sessualità. La meraviglia della generazione umana, La bellezza del rapporto interpersonale, Non è questione di pillole, Io Tarzan tu Jane, Fatti per amare, Baciami stupido! Questi alcuni dei temi raccolti in questo Quaderno.



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Titolo: "Il codice Salimbeni. Cronaca dello scandalo Mps"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Pino Mencaroni, Alberto Ferrarese
Pagine:
Ean: 9788868790745
Prezzo: € 9.45

Descrizione:

Una città in ginocchio, la finanza nazionale e mondiale scossa da un terremoto devastante, secoli di buona tradizione bancaria e interventi a favore dell'arte e della cultura spazzati via da una gestione disinvolta di un patrimonio che appartiene alla città di Siena e dell'Italia. Pino Mencaroni e Alberto Ferrarese hanno condotto in questo libro un'indagine giornalistica minuziosa e chiara sui fatti e i misfatti che hanno travolto il Monte dei Paschi di Siena, la terza Banca d'Italia, e che hanno dato il via alle inchieste sull'acquisizione di Banca Antonveneta e sulle operazioni ''spericolate'' sui derivati e le presunte creste della cosiddetta ''Banda del 5%''.


NOTA DEGLI AUTORI

Questo libro è stato ristampato nell’agosto 2013. Rispetto alla prima edizione gli autori hanno inserito gli aggiornamenti relativi allo stato di avanzamento dei vari filoni di indagini che riguardano lo scandalo della Banca Monte dei Paschi di Siena (Mps). Tra questi le conclusioni delle indagini sull’acquisizione della Banca Antonveneta da parte di Mps, il giudizio immediato per il caso Alexandria e tutti quegli elementi non ancora noti in occasione della prima edizione del libro (giugno).

Si tratta dunque di una “fotografia” dei fatti secondo quanto, fino a questo momento, è stato possibile sapere sulla base dei documenti raccolti.

Le descrizioni delle operazioni finanziarie sono state sintetizzate cercando un compromesso tra accuratezza tecnica ed esigenze espositive in modo da renderle accessibili e comprensibili, nella loro sostanza e nel loro significato, anche a un pubblico di non addetti ai lavori.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

IL MERCOLEDÌ NERO

Nove maggio 2012: il “mercoledì nero” di Siena. In città è giorno di mercato, in Fortezza un po' di gente già si aggira tra le bancarelle, i primi dipendenti del Monte dei Paschi “strisciano” il cartellino. Alle 7.20 cinquanta finanzieri si presentano nel quartier generale della Banca a Rocca Salimbeni, altri vanno a Palazzo Sansedoni, sede della Fondazione Mps, suo maggiore azionista, altri ancora nella sede del Comune e in quella della Provincia.

Non è la prima perquisizione: nel luglio 2010 il Pm Mario Formisano vi si era già recato, insieme ad alcuni agenti, per perquisire l’ufficio di Giuseppe Mussari nell’ambito dell’inchiesta sull’aeroporto di Ampugnano. L’usciere quella volta oppose un cortese ma fermo diniego: “niente da fare senza un appuntamento”, “bisognava essere annunciati”. Ne seguì un breve scambio di opinioni e poi, ovviamente, gli agenti ebbero via libera. Invece, questa volta, di fronte a un tale spiegamento di forze, nessuno ha niente da ridire.

Per Siena è il “Big One”, il terremoto che scuote la città e dopo il quale nulla sarà più come prima. Le Fiamme Gialle hanno in mano decreti di perquisizione e quattro avvisi di garanzia: uno per l’ex Direttore generale della Banca Antonio Vigni, “dimissionato” nei fatti dalla Banca d’Italia che, il 15 novembre del 2011, ne ha chiesto la rimozione. La richiesta della Vigilanza era stata giustificata dall’esito dell’ispezione del 2011 che aveva interessato la banca. Come già emerso nelle precedenti ispezioni del 2009 e del 2010, questa continuava a perseguire una politica di investimenti che la esponeva a grandi rischi di liquidità e di perdite patrimoniali all’interno di uno schema caratterizzato da gravi carenze organizzative e procedurali. Vigni rassegnò le dimissioni, con una buonuscita da 4 milioni di euro, sostituito, dal 12 gennaio 2012, da Fabrizio Viola proveniente dalla Banca Popolare dell’Emilia Romagna. Oltre all’ex Direttore generale del Monte, risultano indagati anche Tommaso di Tanno, Presidente del Collegio Sindacale, uno dei maggiori fiscalisti italiani e docente di Diritto tributario all’Università di Siena, Pietro Fabretti e Leonardo Pizzichi, ex membri del Collegio Sindacale. Quest’ultimo si era dimesso nel novembre del 2009; già Presidente della società telefonica Eutelia, era stato arrestato nell’ambito delle indagini sul crack della società informatica Agile, da cui era uscito con un patteggiamento. Proprio Di Tanno, pochi giorni prima, rispondendo ad un socio in occasione dell’assemblea Mps del 27 aprile 2012, aveva spiegato che “il valore patrimoniale della Banca Antonveneta era di 2,9 miliardi e fu acquistata per 9 miliardi. Non entro nel merito se il prezzo pagato a Santander fosse appropriato”.

L’invasione di Siena da parte delle Fiamme Gialle viene battuta dalle agenzie e la Procura invia un breve comunicato stampa in cui spiega di aver “disposto una serie di perquisizioni presso le sedi legali della Banca Monte dei Paschi di Siena, della Fondazione Monte Paschi Siena, del Comune e della Provincia, di numerose istituzioni finanziarie italiane ed estere con sede sul territorio nazionale, nonché di abitazioni private, in ordine ad una serie di condotte poste in essere a partire dal 2007, in occasione dell’acquisizione di Banca Antonveneta dagli spagnoli del Banco Santander, protrattesi sino al 2012.

I reati ipotizzati sono, a vario titolo, “manipolazione del mercato ed ostacolo alle funzioni delle autorità di vigilanza in relazione alle operazioni finanziarie di reperimento delle risorse necessarie all’acquisizione di Banca Antonveneta e ai finanziamenti in essere a favore della Fondazione Monte dei Paschi”.

Vengono perquisiti anche gli uffici di Siena e di Roma e l’abitazione di Giuseppe Mussari, Presidente dell’Abi, l’Associazione Bancaria Italiana, ma per sei anni, dal 2006 all’aprile 2012, Presidente del Monte dei Paschi, sostituito − con qualche “mal di pancia” del Presidente della Fondazione Gabriello Mancini − da Alessandro Profumo, che come primo atto, rinuncia allo stipendio da Presidente, per guadagnare quanto un normale membro di CdA.

A Mussari e Vigni vengono sequestrati i pc. Altre perquisizioni sono condotte in 12 banche − tra cui JP Morgan, Credit Suisse, Deutsche Bank − in varie città: Firenze, Roma, Milano, Mantova e Padova. L’operazione dura tutto il giorno.

Il Pm Antonino Nastasi, che insieme ai colleghi Aldo Natalini e Giuseppe Grosso porta avanti l’inchiesta, lascia la sede della Banca solo alle 21.30. Un’intera stanza del Palazzo di Giustizia viene riempita di documenti e altro materiale sequestrato. I tre magistrati sono tutti giovani. Nastasi e Grosso (i due si conoscono dai tempi del liceo) vengono da Messina, dove il primo ha fatto molto “rumore” per l’inchiesta sull’Università che aveva portato in carcere cinque persone. Natalini, viterbese, il più giovane dei tre, è il maitre à penser del pool per i reati finanziari, forte di un Dottorato di ricerca in Diritto penale dell’economia. Grosso è quello più defilato, che appare meno, tanto che i due colleghi, ironicamente, lo chiamano il “portavoce”. Ma non gli mancano acume e senso dell’ironia, che gli valgono il secondo soprannome, il “caustico”. Seppur scarno, il comunicato stampa della Procura ad una attenta lettura, chiarisce quale sia il perimetro dell’inchiesta: i Pm di Siena hanno messo gli occhi sull’acquisizione di Antonveneta e sulla complessa operazione finanziaria messa in piedi per pagare i 9 miliardi voluti da Santander. Il 21 maggio poi si diffonde un vero scoop.

È opera di Stefano Bernabei, giornalista della Reuters, che apre un primo interessante squarcio sull’oggetto delle indagini: nell’articolo si racconta infatti che secondo gli investigatori, Mps potrebbe aver ingannato la Banca d’Italia nelle modalità utilizzate per reperire un parte delle risorse servite per comprare l’Antonveneta.

La notizia è per palati fini, seppur bene illustrata non è ancora roba per il grande pubblico, ma coglie nel segno, tanto da essere poi riscoperta dalla carta stampata otto mesi dopo quando lo scandalo Mps assume una risonanza internazionale.

Lo scoop della Reuters è l’ultimo acuto di quel maggio rovente, poi la vicenda Mps entra in una sorta di letargo mediatico arido di notizie. Ma il lavoro dei magistrati, seppur sottotraccia e lontano dai clamori, non si ferma. Vengono sentite diverse persone informate dei fatti, mentre gli uomini del Nucleo di polizia valutaria esaminano la grande mole di materiale acquisito, cercano riscontri, seguono i flussi di denaro e di titoli. Ogni tanto qualche giornale fa il nome di Mussari come possibile indagato, ma l’interessato o i suoi legali smentiscono e i riflettori si spengono.



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Titolo: "L' effimero e l'eterno. La sovrana regolarità dei ritmi nella storia universale"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Jean Bruyas
Pagine:
Ean: 9788868790769
Prezzo: € 13.30

Descrizione:

La storia non e' soltanto il racconto del passato, più o meno fedele, ma una vera e propria scienza, coi suoi ''ritmi'' e le sue leggi! Èquanto ci dimostra l'Autore, il quale - alla luce delle intuizioni di G.B. Vico e di Oswald Spengler - ha esaminato scrupolosamente le sei grandi civiltà succedutesi nei millenni a partire dall'invenzione della scrittura, arrivando alla conclusione che tutte hanno avuto la stessa durata e gli stessi cicli evolutivi, dalla nascita al declino, con stupefacenti parallelismi ed impensabili ''coincidenze'' nei loro aspetti più svariati: economico, politico, artistico, culturale, spirituale.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Il predominio culturale dell’Occidente nel mondo attuale dovrebbe renderlo consapevole delle proprie responsabilità e quindi dei propri doveri nei confronti del resto del mondo. Dovrebbe farsi esso stesso portatore del proprio pensiero. Ma, se gli si ricorda questo compito, reagisce come un professore di scuola tecnica. Non ha dubbi sul fatto che questa superiorità sia dovuta alle sue alte competenze nelle scienze naturali: fisica, chimica, astronomia, biologia… Non ha dubbi sul fatto che ha potuto erigersi al più alto rango grazie alle sue conoscenze e che solo sviluppandole sempre di più potrà mantenerlo. Questo è un dato assolutamente evidente per chiunque.

* * *

Per millenni, le diverse civiltà si sono preoccupate, oltre che della propria difesa e sopravvivenza, di rispondere ad un’inquietudine altrettanto fondamentale e primaria: interrogarsi sull’Universo, pensato come realtà globale e inglobante, e sui suoi rapporti con l’essere umano.

Da qui sono nate le visioni religiose ed i culti degli spiriti superiori: per millenni, le divinità sono state innumerevoli nelle credenze animiste; limitate nel numero, nell’ordine di una dozzina, durante qualche decina di secoli di politeismo; infine sono diventate un unico, con Abramo e le grandi religioni dette “monoteiste”.

Gli ultimi due secoli hanno visto nascere un’attitudine completamente diversa: quella di un razionalismo laico che ha voluto liberare l’uomo da ogni riflessione sull’aldilà, considerata come un’inutile fantasticheria, se non addirittura condannabile, perché priva di ogni fondamento razionale.

Tra gli intellettuali che ebbero e mantennero questa impostazione, i più dotati si sono dedicati alle questioni scientifiche in quanto insegnanti, ricercatori, scienziati… Avendo praticato “la scienza”, nell’arco di due secoli, ne hanno visto il costante e straordinario sviluppo… uno sviluppo che i contemporanei sono arrivati ad immaginare come sempre più fecondo e capace, se perseguito, di colmare la specie umana di ricchezza e potenza e, per dirla tutta, di felicità.

Ma cosa serve perché la scienza continui a svilupparsi? Bisogna ricorrere al metodo che ha permesso alla scienza di nascere e che ha garantito tutti i suoi progressi: l’analisi. Dalla seconda regola di Cartesio: “Dividere ognuno dei problemi esaminati in tante parti per quanto possibile e necessario per risolverli al meglio”.

Ma in ogni ambito scientifico, il numero delle “parti” è andato sempre più crescendo. Le “scoperte” si moltiplicano; e noi vaghiamo sempre più tra gli infiniti dettagli del sapere analitico.

Poi, a questo sforzo analitico segue molto naturalmente uno sforzo di sintesi, operazione attraverso la quale si cerca di risalire, partendo dai nuovi dettagli conosciuti, ad una migliore comprensione delle loro relazioni d’insieme. Ma nell’ambito delle scienze applicate queste stesse successive operazioni scendono di altrettanti gradini verso fenomeni di ordine inferiore e ancora sconosciuti… ovvero si allontanano sempre di più dalla ricerca di una sintesi globale.

La sintesi universale è stata il sogno di queste grandi menti che furono Vico, Leibniz, Einstein, Oswald Spengler… Ma l’anelito alla sintesi “scientifica” ebbe come suo principale, se non esclusivo oggetto, lo spazio e il tempo fisici, tempo che Einstein ha dimostrato essere la quarta dimensione dello spazio. Nonostante tutto, questa impostazione non riguarda l’uomo nel suo insieme. Come vedremo, essa lascia da parte due aspetti essenziali della sua vita: il tempo vissuto e la psiche.

Sarebbe naturale pensare: è assolutamente ragionevole e condivisibile, ed altrettanto importante, concentrarsi su tutto ciò che è concreto per sforzarsi di comprenderlo al meglio e dunque poter intervenire su di esso. Ognuno di noi persegue tale sforzo nel suo vivere quotidiano, tanto nella dimensione personale quanto in quella professionale. Al contrario, volgersi all’Uno attraverso la ragione, tendere a una sintesi globale dell’insieme delle nostre esperienze – cioè tendere all’Uno semplicemente – equivale ad evocare un vertiginoso periplo. Per ogni uomo – e anche per un “filosofo di professione” – non è forse una preoccupazione vana, rivolta ad un oggetto indefinibile, un miraggio tanto lontano quanto inaccessibile?

È questo lo stato attuale delle cose, poiché nessuno guida più le nostre riflessioni su queste strade. Se mai delle chiavi siano esistite, nessuno ci aiuta più a trovarle. Se mai siano state conosciute dagli uomini, sono ormai nascoste negli angoli più remoti del nostro passato. Ed è proprio là, dove dovremmo decidere di ricercarle. E non sarebbe forse un’ambizione degna di chiunque desideri finalmente ritrovare un senso profondo della vita, inserendola nella totalità della realtà?

Molti secoli fa, sono state forgiate quattro chiavi. Due ci sono arrivate dalle tradizioni millenarie dell’Oriente. La prima è un calendario universale che, secondo la saggezza induista, dà ritmo al tempo. La seconda, proveniente dalla Cina, è l’idea di bipolarità che regola tutte le realtà che si esprimono nella continuità. I ritmi del cuore e della respirazione ne sono immagini molto concrete.

Le altre due chiavi sono realtà storiche proprie all’Occidente:

– La prima è l’affermazione che il mondo sia un insieme coerente e dunque testimonianza di un Esistente unico e intelligente. Questa affermazione dell’Essere, che è stato, che è e che sarà, è stata pronunciata da Abramo. Prima di lui, c’erano gli “dei”, ovvero una molteplicità di volontà concepite come sovrane, in particolare quelle degli infiniti astri, che dominavano il mondo. Ognuna di esse poteva sempre opporsi a ciò che un’altra aveva voluto o concepito. Non era possibile fare nessuna previsione. Abramo diffonde il messaggio de “l’Esistenza”, superiore a ogni realtà conoscibile, di un Unico iniziatore e regolatore, “Yahweh”: condizione prima indispensabile alla coesione del mondo e quindi alla stabilità di certe regole. Senza questa condizione generale, non sarebbe possibile strutturare nessuna “scienza”… né tanto meno concepirla. In pratica, è solo postulando la continua e perfetta stabilità delle leggi cosmiche che l’uomo può progredire verso una migliore conoscenza di esse.

– La seconda realtà storica è stata la scoperta dei meccanismi della ragione da parte di Socrate e dei suoi discepoli. È la facoltà che permette all’uomo di fare analisi ma nello stesso tempo sintesi. Ed è sempre la ragione che rivela all’uomo il metodo che gli permette di progredire nella conoscenza: il pensiero concettuale, ovvero la facoltà di stabilire non solo idee più o meno vaghe, ma anche “concetti”, nozioni astratte precise, chiaramente definite… e l’attitudine a combinarle insieme.

È giocoforza constatare che più le scienze progrediscono grazie ad ammirevoli sforzi d’analisi, più sprofondiamo nel dettaglio e meno abbiamo la preoccupazione di considerare la convergenza delle linee in direzione dell’unità globale. Di conseguenza, i gruppi umani che condividono profondamente la cultura scientifica tendono ad allontanarsi sempre di più, psicologicamente e quindi spiritualmente, dai tanti altri che non dispongono delle stesse conoscenze. I popoli non raggiunti dalla cultura “moderna” si aggrappano in modo sempre più disperato alle loro visioni tradizionali. Le più antiche – particolarmente quelle dell’Africa Nera o delle “Americhe indiane” – sapevano applicare la riflessione e l’analisi solo alle realtà concrete della terra: gli astri, le stagioni, i terreni ed i loro rilievi, le colture, le erbe, gli animali, le armi… E ignoravano le costruzioni astratte.

Ingenuamente, meditavano comunque sui grandi segreti del mondo. Maldestramente forse, integravano costantemente alla vita personale di ognuno il pensiero del “globale” e quindi del “religioso”, ovvero di tutto ciò che può riconnettere l’uomo a tutto ciò che egli non è. Si parla spesso di fraternità tra gli uomini tutti, ma se s’ignora il globale, si voltano le spalle a ciò che più di ogni altra cosa può condurveli: la loro millenaria comune appartenenza, cioè quella del tempo e quella dell’habitat terrestre.

Il grande rinnovamento che la nostra epoca deve compiere è quello di ripercorrere a ritroso metà del suo cammino, per impegnarsi a considerare, accanto all’infinita diversità dell’Universo, anche l’“Unità” originaria e naturale della specie umana, così come dell’Universo intero.

* * *

Chiunque abbia coscienza della difficile vita che un tempo vivevano quasi tutti gli uomini – cacciatori, pastori o coltivatori – è colpito dall’apparente splendore delle società industrializzate e dalle straordinarie prospettive che si aprono per il progresso della scienza e della tecnica.

La cultura occidentale ha dotato l’uomo di una chiave magica: l’uso della ragione, grazie alla quale può impegnarsi a conoscere il Mondo con esattezza e precisione. Correttamente utilizzata, ovvero applicando le regole della logica, la ragione fonda la capacità di giudizio, il ragionamento scientifico e le formulazioni matematiche, anch’esse strumento di comprensione degli innumerevoli aspetti della realtà concreta: fisica, chimica, geologia, astronomia… La Storia degli ultimi tre secoli ci mostra gli immensi progressi che la specie umana è stata capace di compiere grazie alla comprensione e al controllo del “mondo esteriore”…

Eppure, una sconnessione profonda ed ormai rapida colpisce i pensieri degli uomini ed i loro comportamenti.

Ogni giorno, ne enunciamo le cause “economiche e dunque sociali”, nell’ambito dei postulati fondamentali del materialismo, sia dottrinario (marxismo-leninismo), sia fattuale (liberalismo). Ma queste cause sono davvero l’origine dei nostri mali? O non sono esse solo forme particolarmente visibili di mali che hanno origine a livelli più profondi? La natura è diventata per l’Occidente un giocattolo telecomandato. La osserva, le consacra il suo entusiasmo infantile; entra ogni giorno di più nei dettagli dei suoi meccanismi per immaginare nuove migliorie al servizio dei suoi sogni. In siffatto modo ha potuto accrescere, e smisuratamente, i propri mezzi d’intervento. Ma la preoccupazione del progresso tecnico riposa, per sua natura, sul perfezionamento dell’analisi… Esso è portato incessantemente alla scoperta più minuziosa della costituzione del mondo spaziale, sia inanimato che vivente.



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Titolo: "I Quaderni di Scienza & Vita"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 9788868790240
Prezzo: € 3.00

Descrizione:

Intervenire nel dibattito pubblico sul tema dell'obiezione di coscienza è per l'Associazione Scienza & Vita una sfida sempre più rilevante, specie in un momento storico in cui l'esaltazione del concetto di autonomia rischia di assumere il significato di deriva libertaria e - talora - liberticida.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Il Quaderno che oggi presentiamo ai lettori contiene gli Atti del XI Convegno Nazionale che la nostra Associazione ha celebrato lo scorso 24-25 maggio 2013, dal titolo “L’obiezione di coscienza tra libertà e responsabilità”.

Intervenire nel dibattito pubblico con un grande convegno sul tema della obiezione di coscienza è stato per l’Associazione Scienza & Vita una sfida rilevante e significativa, specie in un momento storico e culturale nel quale l’elogio e l’esaltazione del concetto di autonomia rischia di assumere il significato di deriva libertaria e – talora – liberticida.

Già in precedenza, peraltro, l’Associazione era intervenuta sul tema della obiezione di coscienza, limitatamente al tema della prescrizione della pillola postcoitale, facendone oggetto di un Parere dal titolo, appunto, “Obiezione di coscienza del medico e pillola del giorno dopo (o dei cinque giorni dopo)”, pubblicato sulla Newsletter n. 58 del giugno 20123, unitamente ad uno specifico Focus contenente contributi di alcuni degli autori di questo Quaderno.

Le relazioni presentate al Convegno Nazionale riflettono le diverse competenze giuridiche, scientifiche, filosofiche, antropologiche e socio-politiche chiamate in causa in un dibattito ampio ed approfondito sulla questione.

Dibattito che, possiamo dire, è stato riportato pienamente all’attenzione collettiva in particolare dalla pubblicazione da parte del Comitato Nazionale per la Bioetica nel luglio 2012 del Documento dal titolo “Obiezione di coscienza e bioetica”, nel quale vengono esaminati «gli aspetti morali dell’obiezione di coscienza e si sofferma sul versante giuridico, al quale l’obiettore in definitiva si rivolge chiedendo di poter non adempiere a comandi legali contrari alla propria coscienza».

La questione centrale riguarda il fatto che in un confronto democratico e pluralista non è pensabile si possano imporre – nell’esercizio professionale – obblighi contrari alla propria coscienza, anche se questi derivino da norme positive assunte mediante le legittime assemblee parlamentari. Ed infatti lo svolgimento di una professione – e maggiormente di una professione sanitaria – comporta contemporaneamente la conoscenza dei contenuti tecnici specifici unitamente al portato deontologico: l’esercizio professionale, classicamente agito “secondo scienza e coscienza”, richiede, per l’appunto, la contemporanea esigenza di rispetto delle regole e delle conoscenze tecniche (scienza) unitamente a quelle morali e deontologiche (coscienza). Anzi: la coscienza del singolo professionista non si esaurisce nella sola dimensione deontologica «riguardando la persona come tale e non solo come professionista. Il diritto all’obiezione di coscienza si presenta perciò in primo luogo come diritto della persona che uno stato costituzionalizzato e sensibile alla libertà di coscienza non può non tutelare giuridicamente».

Il Parere del CNB si conclude con l’affermazione che «l’obiezione di coscienza in bioetica è un diritto costituzionalmente fondato (con riferimento ai diritti inviolabili dell’uomo), costituisce un’istituzione democratica, in quanto preserva il carattere problematico delle questioni inerenti alla tutela dei diritti fondamentali senza vincolarle in modo assoluto al potere delle maggioranze, e va esercitata in modo sostenibile».

Proprio a partire da tale Documento ha preso le mosse l’intervento introduttivo al Convegno di Paola Ricci Sindoni, presidente nazionale dell’Associazione Scienza & Vita, che ha sintetizzato le ragioni della scelta del tema per il Convegno annuale dell’Associazione: ragioni che riguardano la responsabilità e la libertà, l’informazione e la riflessione, i valori ed i principi.

Il primo contributo qui raccolto è il testo della lectio magistralis di Francesco Paolo Casavola, presidente emerito della Corte costituzionale ed attuale presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, fin dal 2006. Il suo testo si dipana attraverso una lunga ed intensa disamina della nascita e dell’evoluzione del diritto all’obiezione di coscienza, storicamente fondato, arricchita dalle questioni etico-giuridiche centrali che nel corso del tempo hanno caratterizzato tale diritto, citando – tra le fonti di esso – la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la Convenzione Internazionale sui Diritti civili e politici. E conclude con un interrogativo: «Come non vedere che nella escussione del pendolo tra libertà di coscienza e responsabilità sociale dei nostri comportamenti non siamo stati allineati a quei valori che invochiamo ma che non riusciamo a realizzare?».

Di grande impatto e respiro antropologico i contributi successivi, che si riferiscono alle relazioni svolte nella prima giornata del Convegno, rispettivamente di Maurizio Faggioni, Luciano Eusebi, Angelo Fiori e Carlo Casini.

Il primo, ordinario di Bioetica all’Accademia Alfonsiana, sviluppa il suo contributo prendendo le mosse da una prospettiva teologica e contemporaneamente culturale, con rimandi alla tradizione classica, filosofica e patristica sul tema, proponendo all’attenzione dei lettori una tesi classica ma sempre suggestiva: «L’obiezione di coscienza non è dunque disobbedienza alla legge e disprezzo dei valori civili, ma attestazione coerente dei valori su cui si basa il civile convivere».

Il secondo, ordinario di Diritto Penale all’Università Cattolica del S. Cuore di Milano, concentra la riflessione sul binomio “obiezione di coscienza e democrazia”, andando a sviluppare la tematica a partire dall’analisi dei cosiddetti “diritti inviolabili”, che sono costituzionalmente garantiti in quanto “riconosciuti”, e non istituiti o concessi o attribuiti: “riconoscimento”, dunque, di diritti che sono inequivocabilmente presenti, dei quali occorre prendere atto.

Angelo Fiori, emerito di Medicina Legale e delle Assicurazioni all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, tratteggia il tema de “L’obiezione di coscienza nella pratica medica” associandolo con particolare attenzione a quello dell’informazione puntuale rispetto ai trattamenti praticati, anche nella prospettiva, ormai sempre più pervasiva della professione medica, della cosiddetta medicina difensiva.

Infine, Carlo Casini, europarlamentare e presidente del Movimento per la Vita Italiano, affronta il tema in un contributo dal titolo “Uno di noi. L’obiezione di coscienza nei popoli”, partendo dalla domanda: «Come giustificare l’inosservanza legale di ciò che è legale?». A tale quesito centrale, Casini prova a rispondere prendendo a paradigma l’obiezione di coscienza al servizio militare di leva e, più in generale, all’utilizzo delle armi di offesa. E colloca il suo intervento nell’ambito dell’iniziativa, promossa in tutti gli stati dell’Unione Europea, intitolata, appunto, “Uno di noi”, vvero la raccolta di firme da parte dei cittadini europei (alla conclusione della campagna le firme, raccolte in tutti i 28 Paesi comunitari, sono state 1.891.406; solo quelle italiane assommano a 631.024, ben al di là della soglia di un milione richiesta dalla normativa comunitaria) per chiedere che l’Europa – attraverso le sue istituzioni – non adotti provvedimenti lesivi della dignità e della vita degli embrioni umani, qualunque sia il loro stadio di sviluppo ed il loro destino.

Seguono poi i testi contenenti gli interventi che si sono susseguiti nella Tavola Rotonda del secondo giorno di Convegno.

Massimo Gandolfini, vicepresidente nazionale di Scienza & Vita e direttore del Dipartimento di Neuroscienze della Fondazione Poliambulanza di Brescia, tratteggia brevemente il tema della “libertà di coscienza” correlato all’esercizio professionale sanitario ed annuncia l’istituzione di «un presidio legale, costituito da avvocati che godono della piena fiducia dell’Associazione Scienza & Vita e che operano nelle nostre sezioni locali al fine di affrontare insieme all’interessato eventuali contenziosi che riguardino le tematiche bioetiche».

Romano Forleo, già primario ginecologo e deputato al Parlamento italiano, intervenuto in rappresentanza della Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia, sottolinea la necessità di un impegno scientifico che si unisca alla ricerca della verità, perseguita attraverso la ragione e l’analisi sperimentale, senza esasperare i conflitti e nella ricerca di una giusta mediazione tra le esigenze delle pazienti e il «diritto e il dovere morale di rifiutare di effettuare atti contrari alla propria coscienza» da parte del medico.

Miriam Guana, presidente della Federazione Nazionale dei Collegi delle Ostetriche, affronta il tema ripercorrendo la legislazione vigente in tema di obiezione di coscienza, sia con riferimento alla legge sull’aborto che a quella sulla procreazione medicalmente assistita, con un accenno particolare alla cosiddetta “clausola di coscienza” contenuta nel Codice Deontologico delle Ostetriche, terminologia adottata per la prima volta nel 2004.

Paolo Marchionni, medico-legale dell’Azienda Sanitaria Unica Regionale delle Marche e condirettore scientifico dei Quaderni, riporta l’esperienza relativa al tema dell’obiezione di coscienza alla prescrizione della cosiddetta “pillola del giorno dopo”, alla luce di quanto accaduto nelle Marche a seguito di una circolare del Direttore Generale pro tempore nel marzo 2009, con la quale si “obbligava” ogni medico dipendente a tale prescrizione: la mobilitazione di medici che ne è seguita ha contribuito significativamente di fatto al suo ritiro.

La sottolineatura della forte valenza costituzionale del riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza è quella che viene dal contributo di Simone Pillon, avvocato penalista e patrocinante in Cassazione, consigliere nazionale del Forum delle Associazioni Familiari, che affronta – nel suo testo – alcuni “casi pratici e prospettive de iure condendo”.

Barbara Mangiacavalli, invece, segretario nazionale della Federazione Nazionale dei Collegi IPASVI, ha tratteggiato i passaggi salienti del vigente Codice di Deontologia degli infermieri, con particolare riferimento al tema dell’applicazione della clausola di coscienza, nell’accezione di maggior tutela della persona assistita rispetto a richieste che provengano da altri soggetti: clausola di coscienza, dunque, a tutela di richieste non conformi rispetto alla promozione della tutela della salute e a tutela di richieste di interventi dannosi.

Il contributo al dibattito di Chiara Mantovani, medico bioeticista e consigliere nazionale di Scienza & Vita, si snoda attraverso la classica questione dell’obbligo di rispettare le leggi e la possibilità di non rispettare quelle ritenute inique, questione riproposta dalla recente vicenda di cronaca che ha visto in Francia le proteste di piazza in difesa del matrimonio tra uomo e donna, e in contrasto con la recente legge francese che ammette il matrimonio tra coppie omosessuali.

Filippo Boscia, presidente nazionale dell’Associazione dei Medici Cattolici Italiani, ribadisce le esigenze di tutela professionale attraverso l’obiezione di coscienza, che diventa un baluardo contro forme di “slittamento morale” alle quali spesso i medici rischiano di adattarsi.

Assuntina Morresi, professore associato di Chimica Fisica all’Università di Perugia, ha scelto di far pubblicare qui la Postilla che ebbe a presentare a margine del Parere del Comitato Nazionale per la Bioetica su “Obiezione di coscienza e bioetica”, ove vengono evidenziati – tra l’altro – i dati della relazione del Ministro della Salute al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 194/78, con particolare riguardo al tema in discussione.

Chiude la serie degli interventi il contributo di Bruno Mozzanega, ginecologo ricercatore all’Università di Padova, presidente dell’Associazione Scienza & Vita di Venezia, il quale analizza nel dettaglio l’ambito dell’obiezione di coscienza rispetto alla legge 194 e la non prescrizione dei contraccettivi d’emergenza.

Conclude la serie dei testi la rubrica Lingua e Antilingua, con l’acuto intervento di Piergiorgio Liverani dal titolo “Coscienza o autodeterminazione?”.

Le sfide poste dal tema in questione sono del tutto attuali, e lo sono ancor di più alla luce del dibattito – tuttora in corso – circa la stesura del nuovo testo del Codice di Deontologia Medica. Nel corso del Convegno, infatti, Paolo Marchionni ha annunciato che proprio poche settimane prima era stata inoltrata a tutti gli Ordini Provinciali dei Medici una bozza di testo, da portare ad approvazione, che vedeva l’introduzione di numerosi elementi problematici in ordine al nostro argomento di discussione, giungendo addirittura ad eliminare la parola “coscienza” nella nuova formulazione dell’art. 22.

Da tale segnalazione, attraverso il concorso di tutto il Consiglio Esecutivo dell’Associazione, è stato predisposto il testo di un Documento tematico denominato “Una buona deontologia fa una buona medicina. E fa una società migliore” (pubblicato di seguito alla presente Introduzione), per il quale l’Associazione ha chiesto l’adesione formale di quanti si riconoscono nell’esigenza di non stravolgere lo spirito deontologico del Codice vigente, ispirato ancora in larga misura all’etica ippocratica.

Le osservazioni mosse alla bozza di Codice da parte della nostra Associazione, insieme a quelle di altre Associazioni e Società Scientifiche, nonché i contributi che numerosi medici hanno fatto pervenire ai diversi consigli provinciali degli Ordini, hanno di fatto allargato il dibattito e consentito lo slittamento dell’approvazione del nuovo testo, sul quale tuttora la Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici sta riflettendo.



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Titolo: "I Quaderni di Scienza & Vita"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 9788882729592
Prezzo: € 3.00

Descrizione:

In Italia e nel mondo, esiste un numero altissimo di embrioni ottenuti con la Procreazione Medicalmente Assistita, sul cui futuro non vi sono certezze. Sotto il profilo bioetico, la domanda sul loro futuro è del tutto legittima: si tratta di individui appartenenti alla specie umana, conservati in congelatori con elevatissima probabilità di restare in uno stadio di totale precarietà.Questo Quaderno raccoglie le riflessioni maturate nell'Associazione Scienza & Vita tra diversi studiosi appartenenti all'ambito scientifico, bioetico, giuridico e sociale.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE 

L’argomento di cui tratta questo XI Quaderno di Scienza & Vita prende le mosse dal Convegno Nazionale che l’Associazione ha celebrato lo scorso 23 e 24 novembre 2012.

Il tema – Embrioni crioconservati: quale futuro? – ci permette di riflettere su una questione che qualcuno vorrebbe ritenere marginale nel panorama scientifico e bioetico contemporaneo, quasi dovesse essere riservato soltanto ai pochi specialisti o qualche intellettuale accademico.

L’argomento è tornato di ancora maggior attualità nel nostro Paese dopo che i pronunciamenti giurisprudenziali recenti della Corte Costituzionale e di alcuni Tribunali hanno di fatto rimosso o grandemente attenuato il divieto, contenuto nella legge 40/2004, circa la crioconservazione di embrioni da tecniche di procreazione medicalmente assistita, nonché la loro produzione in un numero “superiore a quello strettamente necessari ad un unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre” (così appunto la formulazione originaria dell’art. 14 della legge).

Allo stato attuale, dunque, esistono nel nostro Paese (e certamente ancor di più nel mondo) un numero elevatissimo di embrioni ottenuti a seguito di procedure di procreazione medicalmente assistita, sul cui futuro non vi sono certezze, e nemmeno ipotesi in discussione: anzi la sola certezza è il loro congelamento sine die.

Sotto il profilo bioetico, la domanda circa il futuro di tali embrioni appare del tutto legittima: si tratta infatti di ipotizzare quale possa essere il futuro di individui appartenenti alla specie umana, frutto del concepimento derivato dall’incontro di una cellula uovo e di uno spermatozoo, che al momento sono conservati in congelatori, e che con elevatissima probabilità sono destinati a restare in uno stadio di persistente precarietà, e quindi soltanto molto raramente destinati ad essere trasferiti in utero in vista della possibile gravidanza e quindi nascita.

Le tecniche di procreazione medicalmente assistita hanno visto una accelerazione clamorosa del loro sviluppo negli ultimi 50 anni, e soltanto poco più di 30 anni fa è stato possibile ai ricercatori ottenere il risultato di realizzare un concepimento in provetta seguito dalla nascita del primo individuo umano (Louise Brown, 1978) ad opera dell’equipe del prof. Edwards, insignito del premio Nobel nel 2010 e recentemente scomparso.

La celebrazione delle “magnifiche sorti e progressive” che si è concretizzata nella possibilità di generare la vita nei laboratori scientifici, e che è stata di fatto “santificata” dal premio Nobel conferito appunto al prof. Edwards, ha fatto passare in secondo piano il destino di migliaia e migliaia di embrioni che, paradossalmente, sono vittime proprio di quel progresso che li ha generati.

Parallelamente alla ricerca scientifica in questo ambito, anche la riflessione bioetica si è interrogata, ponendosi le domande cruciali circa il significato etico di scelte che hanno condotto, di fatto, alla separazione della procreazione dalla sessualità e, spesso, anche dalla genitorialità di coppia, dato il diffondersi di una mentalità che tende a identificare il “prodotto del concepimento” come appunto la risposta ad un desiderio, senza alcuna verifica circa le condizioni in cui la domanda viene posta.

Con particolare riguardo al destino degli embrioni crioconservati, già negli anni passati vi sono stati interventi autorevoli e – a fronte di proposte anche innovative e per certi versi dirompenti, quali quelle relative alla cosiddetta adozione prenatale, formulate a partire dai primi anni Novanta – si è tentato di sistematizzare il pensiero e di mettere sul piatto le diverse opzioni.

Già nel luglio 1996, con interventi distinti, due autorevoli studiosi appartenenti a quell’ambito di riflessione bioetica che in maniera certamente sbrigativa viene qualificata come “bioetica cattolica” avevano trattato l’argomento della adozione prenatale: il prof. p. Maurizio P. Faggioni su L’Osservatore Romano del 22-23 luglio 1996 e l’allora prof. mons. Elio Sgreccia, oggi cardinale, caposcuola della bioetica fondata sul personalismo ontologico, su Avvenire del 27 luglio 1996.

Scriveva allora il prof. Faggioni: “la soluzione, suggerita come extrema ratio per salvare da morte sicura gli embrioni abbandonati, ha il merito di prendere sul serio il valore della vita pur fragile degli embrioni e di raccogliere con coraggio la sfida della crioconservazione. Essa cerca di arginare gli effetti nefasti di una situazione disordinata, ma il disordine entro cui la ragione etica si trova ad operare segna profondamente gli stessi tentativi di soluzione”.

A tale preoccupazione faceva eco pochi giorni più tardi il card. Sgreccia: “La generosa disponibilità messa in campo da un encomiabile numero di coppie per accogliere in grembo gli embrioni congelati ‘orfani’, destinati ad essere distrutti […] ha – a nostro avviso – un aspetto almeno positivo: quello di pesare fortemente sulla coscienza di chi, direttamente o indirettamente, ha permesso quella situazione aberrante. Per il resto, ci pare che, in assenza di garanzie di sospensione della metodica del congelamento, l’idea di un’organizzazione sistematica dell’adozione prenatale degli embrioni finirebbe di fatto per legittimare la pratica che sostanzialmente è alla base del problema. Anzi, la prospettiva dell’adozione stessa finirebbe per attenuare il senso di responsabilità morale di chi continua a congelare embrioni, rassicurandolo sul fatto che tanto ci sarà, comunque, qualcuno che li adotterà”.

Successivamente il Magistero della Chiesa si è occupato della questione, trattandone in maniera autorevole nella Istruzione Dignitas personae, pubblicata dalla Congregazione per la Dottrina della Fede l’8 dicembre 2008. In essa, al n. 19, si legge: “È stata inoltre avanzata la proposta, solo al fine di dare un’opportunità di nascere ad esseri umani altrimenti condannati alla distruzione, di procedere ad una forma di ‘adozione prenatale’. Tale proposta, lodevole nelle intenzioni di rispetto e di difesa della vita umana, presenta tuttavia vari problemi non dissimili da quelli sopra elencati”.

Sembra dunque di poter affermare che sia il Magistero sia l’opinione di autorevoli studiosi escludesse nei fatti tale opzione dal novero di quelle ipotizzabili per risolvere una questione che, peraltro, è tuttora presente ed irrisolta.

I contributi che sono raccolti e presentati nell’odierno Quaderno sono il frutto di un prolungato lavoro di riflessione e di condivisione all’interno dell’Associazione Scienza & Vita, che hanno visto il confronto, nei giorni 23 e 24 novembre 2012, tra diversi studiosi appartenenti all’ambito scientifico, bioetico, giuridico e sociale.

Il contributo introduttivo del prof. Lucio Romano – oggi senatore della Repubblica ed allora Presidente della nostra Associazione – consente di ragionare sulle condizioni degli embrioni dopo crioconservazione e sulle loro possibilità di sopravvivenza e sviluppo, all’atto dello scongelamento. Le domande centrali che egli introduce – “a) per quanto tempo gli embrioni possono rimanere nel criostato? b) quale futuro?” – sono in sostanza le domande attraverso le quali anche i contributi successivi si sono snodati.

Ed infatti il prof. Carlo Cirotto ed il dott. Domenico Coviello si sono interrogati sugli aspetti più strettamente scientifici, in relazione alle tecniche di congelamento ed agli effetti del congelamento stesso sul patrimonio genetico degli embrioni, mentre la dott.ssa Eleonora Porcu ha presentato in particolare i risultati circa le tecniche di vitrificazione ovocitaria quale valida alternativa alla crioconservazione embrionaria, con gli innegabili vantaggi sotto il profilo bioetico.

Il prof. Adriano Fabris ha poi lumeggiato gli aspetti filosofico-antropologici, a partire dalla questione del linguaggio e della terminologia adottata, significando le differenze anche semantiche tra termini che spesso vengono usati quali sinonimi, ma che sinonimi non sono.

Gli aspetti più propriamente teologico-morali sono affidati alla competenza del prof. Maurizio Faggioni il quale, pur con la cautela indispensabile, chiarisce le differenze sostanziali tra l’adozione degli embrioni e la fecondazione eterologa, e ipotizza che le maggiori difficoltà ad accogliere la proposta dell’adozione prenatale “siano legate al delicato contesto della procreativa contemporanea”, dove la generazione extracorporea, svincolata dalla relazione sessuale coniugale, costituisce il vero ostacolo ad un giudizio favorevole. Se il congelamento, ed il successivo scongelamento degli embrioni, fosse l’unica via per salvaguardare l’embrione in pericolo, ben si potrebbe ipotizzare che tale soluzione diventi auspicata nella logica della maggior tutela possibile per ciascun embrione umano.

La sessione giuridica del convegno ha visto il confronto tra eminenti esponenti di tale ambito, a partire dal prof. Ferrando Mantovani, emerito di Diritto penale all’Università di Firenze, il quale ha ben chiarito che fondamento del ragionare – anche sul piano giuridico – è la doverosa individuazione delle vie per evitare la crioconservazione e, solo una volta perseguito questo obiettivo, prevedere di consentire l’attuazione di strategie finalizzate almeno al suo contenimento per quanto possibile.

I contributi del prof. Luciano Eusebi e del prof. Andrea Nicolussi si snodano più precisamente sui piani applicativi del diritto, ripercorrendo, il primo, gli aspetti critici che discendono dalla sentenza n. 151/2009 della Corte Costituzionale, segnalando che la medesima sentenza non ha – genericamente – “smantellato” l’impianto della legge 40, ma ha anzi confermato che “la crioconservazione degli embrioni resta e deve restare intervento eccezionale, necessitato dal caso eccezionale di mancato trasferimento in utero di embrioni generati in vitro”, ed il secondo attraverso l’accostamento tra i percorsi di adozione post-natale e l’ipotizzato ricorso all’adozione prenatale.



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Titolo: "I Quaderni di Scienza & Vita"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 9788882729165
Prezzo: € 3.00

Descrizione:

L'Associazione Scienza & Vita ha sempre a cuore le grandi sfide che attraversano il nostro Paese, come dimostra il tema di questo Quaderno. Motivo di orgoglio, certo, ma soprattutto di responsabilità nell'affrontare questo nucleo vitale, delicatissimo e complesso che è l'istituzione familiare, attraversato - in questo tempo oscuro - da dinamiche dissolutrici, complici particolari modelli culturali.

EDITORIALE
di Paola Ricci Sindoni e Paolo Marchionni

Un motivo di orgoglio, certo, ma soprattutto di responsabilità nell’affrontare questo nucleo vitale, delicatissimo e complesso che è l’istituzione familiare, attraversato – in questo tempo oscuro – da dinamiche dissolutrici, complici particolari modelli culturali, che ne hanno di mira l’irrilevanza e la sostituzione con forme fragili e inconsistenti di legami parentali. Che la famiglia sia segnata da profonda crisi è convincimento di molti e sarebbe irrealistico non vederne gli effetti devastanti all’interno del tessuto sociale in cui viviamo.

Il primo passo da compiere è dunque rivolto a scavare nelle ragioni della crisi, senza farsi prendere dallo scoraggiamento nei confronti di quegli eventi negativi che l’attraversano: la denatalità, in primo luogo, ed ancora la difficoltà dei giovani a trovare lavoro e casa, l’acutizzarsi a tutti i livelli di una crisi sociale che si riflette sull’etica dei comportamenti (si pensi anche soltanto al triste fenomeno del “femminicidio” quasi sempre incubato in difficili situazioni coniugali). Prendere atto di questi fallimenti, indagati con gli strumenti dell’antropologia, della psicologia sociale e delle molte scienze coinvolte, non significa però accettarne con rassegnazione l’ineluttabilità, né contentarsi di lucide analisi diagnostiche, che non prevedano la possibilità di immaginare nuove terapie. Significa invece ripensare, anche alla luce dell’esperienza familiare che tutti accomuna, se e in quale forma la famiglia possa essere considerata un valore privato e sociale di assoluta priorità, che comporta il massimo impegno collettivo al fine di salvaguardarla o seppure guardarla come una forma ormai obsoleta, legata a costumi sociali ormai sorpassati. Una volta accettato che vale la pena spendersi per ridare energia morale alla famiglia, che la stessa Costituzione italiana annovera fra i beni sociali irrinunciabili, occorre comunque compiere ulteriori passi in avanti, come testimoniano i contributi di questo Quaderno.

Il secondo passo, in tal senso, è quello che ci richiama con forza a dare testimonianza delle tante realtà familiari, che pur sopportando il peso economico di questo difficile momento, fungendo da vero e proprio “ammortizzatore sociale” non codificato, sanno proporre uno stile di vita sostenuto dall’amore reciproco, dalla solidarietà generazionale, dall’esigenza di tradurre quotidianamente gesti di sacrificio e di perdono. Queste ricche esperienze, che – come è noto – non fanno notizia e sono oscurate dalle terribili cronache di violenza che riempiono le pagine dei giornali, vanno invece fatte riemergere, devono cioè diventare notizie, affinché il bene prevalga e diventi contagioso. Conoscere esperienze analoghe alla propria, sapere che è possibile, anzi necessario, sostenersi a vicenda nel cammino difficile verso la completezza del proprio essere persone dentro le mura domestiche significa anche pensare che la creatività umana è capace di attivare nuovi modi per entrare dinamicamente in relazione, così da rendere lo spazio della famiglia sempre più abitabile.

È convinzione di molti – come emerge anche dai diversi interventi qui presentati – che non sia più possibile stabilire, pena lo smarrimento in procedimenti astratti, un modello statico di famiglia, come tradizionalmente si era configurata nel tempo, quando anche i ritmi del vivere sociale erano condizionati da ripetitività e staticità di ruoli. Occorre accettare oggi la sfida di ripensarla, tenendo conto di due forze centripete: da un lato, accogliere la mobilità delle relazioni umane, sottoposte all’usura di dinamiche sociali sempre in corsa; dall’altro tenere ferme alcune condizioni ontologiche su cui ancora, oggi come ieri, fondare l’istituto familiare, guardato come frutto del matrimonio tra un uomo e una donna. Dimensione niente affatto scontata, se si pensa a quante ideologie di genere circolano nell’habitat culturale che ci circonda e che tendono ad equiparare la famiglia a molte altre forme di convivenza etero ed omosessuali. Non basta infatti fare appello alle differenti condizioni storiche e sociali per decretare la fine della famiglia tradizionale; occorre saper osservarne con più attenzione la complessità, così da scorgerne, insieme al suo inevitabile mutamento, la ragione fondamentale della sua esistenza che nei secoli, sottoposti come il nostro a mutamenti epocali, ha sempre finito con l’imporsi come forma eccellente di perpetuazione della specie e di conservazione dei valori culturali ed etici che sostengono la società civile.

È così necessario proporre un ulteriore passo: per vivere bene il proprio presente la famiglia ha bisogno di nutrirsi di futuro, di guardare cioè in avanti e di scorgere nelle nuove generazioni il destino naturale del suo accrescersi. Su questo versante si rischia di cadere nella retorica e in forme di speranza irrealistiche ed ingenue. Salvarsi da queste inutili tentazioni significa perciò scorgere nei giovani, che non sono mai la copia delle nostre attese spostate in avanti, l’unico approdo di consegna di una istituzione privata e pubblica, quale è la famiglia, che va trasmessa come compito e sfida per il futuro.

In tale prospettiva si può iniziare questa breve presentazione dei contributi di questo Quaderno, osservando quanto hanno detto i giovani nella tavola rotonda, sapientemente guidata da Domenico Delle Foglie: cinque giovani, molto diversi fra loro per formazione e scelte personali, eppure concordi nel sostenere che c’è ancora, e forse più che mai, bisogno di famiglia, quando si è pronti a modificarne, anche solo in parte, i ruoli e le funzioni, per troppo tempo staticamente riprodotti. Ci ha pensato Fabiana Cristofari ad indicare le coordinate antropologiche capaci di ridare corpo alle relazioni familiari, troppo spesso irrigidite in schemi gerarchici che non funzionano più e rappresentano i corti circuiti per quelle fratture generazionali che interrompono la continuità della vita familiare, con i disastri che conosciamo. In tale prospettiva solo la Verità del proprio esserci al mondo può garantire le forme della libertà che potenziano i legami familiari e li spingono alla piena realizzazione.

Essendo la famiglia il luogo precipuo in cui si cresce nell’educazione sentimentale e dove si complicano i nodi affettivi, c’è necessità di andare a fondo nelle ragioni della crisi, che in primo luogo è crisi della coppia, come sostiene la seconda giovane, Giovanna Costanzo. Non si può arretrare per paura di scardinare fragili equilibri; bisogna invece vestire i panni del coraggio e della sapienza del cuore per rompere dinamiche contorte e riaprirsi al miracolo di nuovi inizi. È quanto ha dimostrato, con la forza suggestiva della sua esperienza, Daniele Mangiola, il giovane che si è preparato al suo nuovo compito della paternità, cominciando con la moglie ad attendere il bambino, educandosi reciprocamente a rivestire questa nuova funzione, che da mero ruolo accolto passivamente, si è trasformata per lui in fonte di rivelazione personale e di arricchimento della vita di coppia.

Alla trasformazione del ruolo parentale dei nonni ha guardato Lucrezia Piraino, una giovane capace di cogliere in queste figure tradizionali delle insospettate risorse valoriali, in un tempo – come il nostro – distratto e poco comprensivo di fronte alle loro grandi capacità di donazione. Che non debbono solo essere considerate come base di appoggio dei figli piccoli, per poi essere dimenticati, ma che vanno a loro volta accolti e sostenuti nella loro specifica stagione vitale. Solo in tal modo la catena generazionale si fortifica e diventa fonte di arricchimento reciproco. All’ultimo anello di questo legame, rappresentato dai figli, i più giovani, ha guardato Luciano Tribisonda, che è riuscito a sfuggire alla tanta retorica politica che gira attorno a questo universo, per puntare alla questione centrale, quella che fa di questo mondo il riflesso delle proprie aspettative e che al contrario esige attenzione e rispetto. Non c’è dubbio, infatti, che sono loro, i giovani, a pagare di più, non solo in termini economici, questo difficile momento congiunturale. A loro gli adulti propongono spesso modelli pseudo-valoriali, rappresentati dalla corsa verso il successo e dalla conquista di desideri individuali. Solo dalla famiglia si può invece ricostruire quel tessuto di valori che fortificano e spingono alla disciplina della speranza e dell’impegno.

Alla priorità che rimetta al centro dell’agenda delle riforme sociali la missione della famiglia sono dedicati gli importanti interventi di due donne impegnate in politica, Paola Binetti e Luisa Santolini. È quest’ultima a sottolineare con crudezza e realismo i mali che affliggono la famiglia e che richiedono l’urgenza dell’impegno legislativo: dalla necessità di creare occasioni di lavoro per i giovani, alle emergenze delle donne lavoratrici, alla cura degli anziani, di fronte a quanti preferiscono, al contrario, rimodularne i problemi con soluzioni parziali che non tengono conto della famiglia come soggetto sociale. Solo la famiglia è chiamata a salvare l’umanità, ritrovando la meraviglia del suo esistere e del suo dipanarsi nel corso delle generazioni, come precisa l’Autrice.

Paola Binetti, dal canto suo, forte delle sue competenze professionali, fissa la sua attenzione a ciò che avviene dentro l’universo familiare, che comunque, nel bene e nel male, è creatore di legami. Tale vincolo non è qualcosa di aggiunto alla nostra identità, è il cuore della nostra identità. Il lungo cammino educativo ha qui la sua fonte ed il suo obiettivo: quello di renderci compiutamente persone, quello di far sviluppare e fiorire il nostro essere frutto di una relazione generativa. La famiglia, che vive di cose concretissime, produce, insieme e attraverso esse, un bene immateriale, e cioè il legame e la relazione che oggi come non mai vogliamo poco costrittivi, liberi da copioni e capaci di esprimersi in maniera affettivamente ricca. Questo valore aggiunto della famiglia, rispetto ad altre forme anche organizzate di vita, è il dono e la prospettiva che la famiglia dà all’educazione: quello di generare umanizzando, di «personalizzare», dando, a coloro che genera, il senso della unicità ed irripetibilità entro una appartenenza significativa.

La famiglia non riproduce ma genera, – lo si evince dal contributo di Paola Ricci Sindoni – dà senso creativo (pro-creare), dà un volto specifico ai suoi nati, non contribuisce solo alla sopravvivenza della specie, come è nel mondo animale. La singola persona, il singolo figlio ha valore assoluto, assoluta dignità, è insostituibile, come ciascuno di noi capisce immediatamente pensando alla sua famiglia. Ciascuno di noi appartiene alla sua famiglia, non solo per il ruolo che ricopre o per l’abilità che possiede, ma nella totalità e unicità del suo essere. Per i genitori, per i nonni e per tutta la famiglia ogni figlio è unico, speciale, anche se provato dalla sorte nel fisico o nella mente. Nessun gruppo umano ha questa radicalità, per questo le relazioni familiari sono primarie, alla radice di tutte le altre. Nella famiglia avviene questo processo «miracoloso» di umanizzazione e personalizzazione: sono le relazioni familiari, insomma, nel legame uomo-donna, genitori-figli, tra generazioni passate e presenti che producono questo bene unico e prezioso.

Fabio Rossi dedica il suo contributo alla figura del bambino, consegnandoci uno spaccato significativo tratto dalle rappresentazioni cinematografiche legate a questa immagine forte e fragile, presente in molte opere del Novecento. Non c’è dubbio che la settima arte sia il riflesso di modelli culturali imperanti che, da un lato, interpretano l’infanzia nel ruolo di vittima di storie complesse della vita coniugale e, dall’altro, offrono l’immagine del bambino come figura rivoluzionaria, in grado di ribaltare gli stereotipi e rilanciarne le inaudite potenzialità.

È dalle molte fragilità nate dentro questo incredibile scenario quotidiano che è la vita familiare, che Stefano Tardani guarda, individuando nel trauma del tradimento – una delle più comuni cause di separazione – una ferita profonda dalla quale riscattarsi con le armi della comprensione e del perdono.

Questa pratica non sarebbe possibile senza un indagine delle differenze psicologiche tra uomo e donna nei confronti di questo trauma, differenza che Massimo Gandolfini analizza presentando un’interessante analisi scientifica sulle differenze tra il cervello femminile e quello maschile, fondate su alcune determinanti neurobiologiche dell’identità sessuale.

Sullo sfondo dei contributi dell’intero Quaderno possono essere letti i due pezzi del vescovo Domenico Mogavero e del teologo Vincenzo Majuri, quest’ultimo rivolto a garantire un fondamento biblico e teologico alla famiglia, da sempre nel cuore della Chiesa Madre e Maestra.

Mons. Mogavero, dal canto suo, ha inteso offrire uno scenario interculturale, al cui interno è necessario guardare come al futuro delle famiglie occidentali, sempre di più chiamate a convivere con nuclei familiari di diversa cultura e religione. Non si contenta, il vescovo di Mazara del Vallo, di presentare delle generiche linee pastorali, ma di prospettare alcune interessanti pratiche dialogiche, che sempre di più debbono interessare l’agnostica Europa, che non può che valorizzare le potenzialità culturali del Mediterraneo, terra di profezia come la chiamava Giorgio La Pira.

Ed è con il medesimo spirito che possiamo invitare il lettore a gustare le pagine di questo Quaderno, convinti che il futuro della famiglia non passa soltanto dalle auspicate politiche di sostegno, ma anche da uno sforzo di immaginazione, che non significa dispersione nella fantasia e nell’astrattezza, ma investimento di energie creative che rimescolino i confini di emozione e ragione, di desiderio e impegno, di coraggio e audacia, così che la famiglia divenga sempre di più luogo di crescita umana e palestra di vita piena.



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Titolo: "Il Catechismo di Contardo Ferrini"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Marco Ferraresi (a cura)
Pagine:
Ean: 9788882729028
Prezzo: € 6.50

Descrizione:

In questo volume è stata ricostruita la figura di Contardo Ferrini attraverso un'antologia di suoi scritti e di testimonianze sulla sua persona, in sinossi con alcuni passi del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica. Tale parallelo è stato concepito allo scopo di far emergere come il pensiero e le opere dell'illustre Professore possano considerarsi come un catechismo vivente.

PREFAZIONE

«La fede di Ferrini è, ancora, anche la nostra fede?». Non poteva formulare miglior domanda Marco Ferraresi, Presidente dell’Unione Giuristi Cattolici di Pavia “Beato Contardo Ferrini”, nel suo elaborato La Fede di Ferrini, la nostra Fede, che introduce questo illuminante saggio contenente la testimonianza di Fede di un uomo dotto, giusto, saggio e profondamente cattolico.

La religione di Contardo Ferrini O.F.S. (Milano, 4 aprile 1859 – Verbania, 17 ottobre 1902) non è più quella praticata da gran parte del mondo cattolico. Egli era preparato nella dottrina, credeva nei dogmi, parlava di Paradiso, di Purgatorio, di Inferno, credeva nel pericolo mortale del peccato, credeva nell’innesto della grazia nelle anime, nell’azione soprannaturale nel naturale. Oggi, la maggioranza di coloro che si dichiarano cattolici credono in un surrogato di Cristo Gesù, creato a proprio uso e consumo, la cui qualità principale è quella di “chiudere un occhio” o tutti e due; sempre pronto a far festa, a banchettare, a togliere a ciascuno la responsabilità della croce.

Il Professor Ferrini divenne uno dei più stimati cultori di Diritto romano, la cui attività ha lasciato un’impronta negli studi successivi. Fu docente in diverse Università, ma il suo nome è legato soprattutto a quella di Pavia, dove si laureò nel 1880. Frequentò due anni di perfezionamento a Berlino, poi fece ritorno in Italia e approdò alla cattedra di Diritto romano dell’Università di Messina e divenne anche preside della Facoltà giuridica di Modena. In un’epoca in cui i docenti universitari erano perlopiù anticlericali, a causa della Massoneria che si era infiltrata nelle facoltà, Contardo Ferrini fu legato alla Chiesa, esprimendo pubblicamente e con coraggio la sua religiosità. Fu sepolto a Suna, in seguito il suo corpo venne traslato nella Cappella dell’Università Cattolica di Milano, ma, dopo la beatificazione, il suo cuore ritornò nuovamente a Suna, sul Lago Maggiore.

I cattolici doc, come lo fu Ferrini, sempre disponibile a farsi carico della croce, sono decisamente scomodi: lo fu nel suo tempo e lo è oggi. È proprio per tale ragione che essi vengono confinati nei luoghi reconditi della memoria e delle biblioteche. I santi, invece, la cui devozione è più estesa, li si manipola furbescamente, inglobandoli nel sentire “moderno”, affermando che essi hanno anticipato i loro tempi (identificando la contemporaneità come l’approdo a cui tutta l’umanità, sia passata che presente, ambisce) e sono stati precursori del Concilio Vaticano II. Viene utilizzato, insomma, un metodo decisamente originale e rivoluzionario, visto che mai nella storia della Chiesa si è detto o scritto, per esempio, che alcuni santi sono stati anticipatori del Concilio di Nicea o del Concilio di Trento oppure del Vaticano I. Si tratta di un mezzo strumentale, utile per inserire i santi in un contesto egoistico e accomodante per i propri interessi. Il destino, invece, dei testimoni che possiedono un culto più locale e circoscritto è quello di essere silenziati: Contardo Ferrini rientra in questa categoria.

Uomo “tutto d’un pezzo”, profondamente devoto, di vita integra e casta, era disposto al confronto, alla polemica, ma non fu mai cedevole al dialogo ad oltranza, quello che compromette principi e regole; così come non fu mai disposto a venire a patti con la menzogna e l’errore. Egli consumò davvero la sua esistenza per difendere i valori non negoziabili.

Ci sono coloro che corrono dietro le chimere del «sincretismo ammantato di ecumenismo», come afferma Marco Ferraresi, lui, al contrario, difendeva la Fede con passione e vibrante pathos contro il luteranesimo. Fu il docente giurista, esperto in diritto romano, che ben comprese quale teologia modernista era emersa dai prodromi illuministi, quella che, cinque anni dopo la sua morte, san Pio X condannerà nell’Enciclica Pascendi Dominici Gregis (1907) e che riemergerà con virulenza nel corso di tutto il Novecento.

Occorre ricordare, però, che i santi non passano di moda, i loro esempi, il loro vivere le virtù teologali e cardinali, il loro appartenere a Cristo li rende modelli costanti lungo il corso dei secoli. Come ben riportato nel testo e come ci insegna san Paolo (cfr. Eb 13, 8) Cristo «è lo stesso, ieri, oggi e sempre» e proprio per tale ragione la Fede in Lui non può mutare, come ricorda Benedetto XVI nella Lettera ai vescovi di tutto il mondo per presentare il “Motu Proprio” sull’uso della liturgia romana anteriore alla riforma del 1970 (7 luglio 2007): «ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso».

Felice il titolo di questo libro, perché davvero i santi sono un “catechismo vivente” e sono la “corretta ermeneutica”, indissolubilmente valida in tutti i tempi e in tutti i luoghi. Si tratta di una breve antologia di testi, correlati da puntuali note, testi dai quali possiamo attingere alla fonte di un maestro della Fede, dove si coglie la scomodità e la felicità del Cattolicesimo. Tutte le verità di Fede, tutta la bellezza e la purezza della Tradizione, tutta la gioia del cattolico vibra da questi scritti, dai quali scaturisce un eccezionale e ragionato invito a ribellarsi all’eresia del liberalismo introdotto nel Cristianesimo:

«Oh sentitela tutta la dolcezza della dottrina cattolica; gustatela nella sua continua verità e pensate se l’uomo ne può far senza! Pensate se l’uomo potrebbe vivere nelle molteplici tribolazioni della sua povera vita, se non vi fosse questa sovrumana idea, che le poche gioie dell’esistenza purifica ed i molti dolori lenisce!» (Sul recente positivismo nella vita pratica, 1885).

Questo giureconsulto, Terziario francescano, che visse come pensava e pensò secondo i principi di Santa Romana Chiesa, dimostrò che la Fede non solo non si oppone alla scienza, ma la tutela e la difende dagli errori:

«È tanto bello – per dare un esempio del come si possa unire la contemplazione dello spirito e l’indefessa attività della mente – è tanto bello il metodo che vediamo usato nello studio in diversi libri del grande Agostino»: per Ferrini, come per sant’Agostino, lo studio era un colloquio con la Suprema Verità, con il Vero Assoluto e la scienza divenne per lui gradino per abbracciare, come affermò Pio XII, nel discorso ai fedeli convenuti a Roma per la beatificazione del 14 aprile 1947 del cattolico milanese: la «scienza della carità di Cristo: scire etiam supereminentem scientiae caritatem Christi. Scienza umana, scienza religiosa e scienza della carità di Cristo: ecco i gradi del genio, delle virtù e della santità di Contardo».

Questo lettore attento del De Imitatione Christi, amava Maria Santissima, «anima benedetta», amava la Chiesa, amava la Santa Messa e per tali amori veniva deriso, ostacolato e danneggiato. Eppure non si vendette al mondo e continuò ad affermare la verità:

«Certo v’hanno virtù fra i protestanti, certo vi hanno sinceri adoratori dell’Uomo-Dio, certo vi hanno fiori che s’imperlano di rugiada celeste, e che Dio non rifiuterà; ma quanto bene che resta così imperfetto, sconsacrato, privo di quella efficacia che avrebbe nella chiesa di Dio vivo, all’ombra degli altari cattolici! Il protestantesimo ci dà delle persone oneste, là dove la nostra immacolata religione farebbe dei santi. Oh! preghiamo per loro, ed offriamo qualche mortificazione, qualche aspirazione, qualche elemosina per loro, come anche per tanti nostri fratelli ancora più miserabili, che non sono cresciuti nell’ignoranza del vero, ma hanno scientemente calpestata la verità ricevuta, senza forse pensare che intanto calpestano il sangue di quei martiri generosi, che l’hanno sostenuta con gioia sotto i tormenti» (Berlino, 1882).

Chi nasce nella Chiesa e chi vi approda non può, secondo il beato Ferrini, non ammirare questa istituzione forte, immensa, antica, «mille volte combattuta e mille volte trionfante».

Propizia risulta l’uscita di questo studio che cade proprio nell’Anno della Fede indetto da Benedetto XVI (11 ottobre 2012 – 24 novembre 2013), una Fede minacciata, a volte sfigurata, chiaramente in crisi negli aspetti sia morali che di evangelizzazione.

L’impostazione del libro ricorda la metodologia del Catechismo di san Pio X (promulgato cento anni fa, il 18 ottobre 2012): domande e risposte. Domande che tutti ci poniamo e alle quali vorremmo rispondere con sicurezza, con cognizione di causa, senza sentimentalismi inutili, fugando, finalmente, dubbi, astuzie e malizie. Ecco che personalità come quella di Ferrini, che diede a sé e agli altri risposte di certezza, restituiscono il significato autentico e luminoso del Credo cattolico, dando senso compiuto alla realtà dei Sacramenti.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

LA FEDE DI FERRINI, LA NOSTRA FEDE
di Marco Ferraresi

Il presente volume vede la luce in un provvidenziale intreccio di anniversari. 110 anni fa, il 17 ottobre 1902, Contardo Ferrini moriva in Suna: la memoria di tale ricorrenza costituisce l’immediata occasione di questo libro. 100 anni fa, il 18 ottobre 1912, veniva promulgato il Catechismo della dottrina cristiana del Papa San Pio X, su cui si sono formate generazioni di cattolici. 50 anni fa, il 23 giugno 1962, veniva pubblicata l’edizione aggiornata del Missale Romanum, e l’11 ottobre si inaugurava il Concilio ecumenico Vaticano II. 20 anni fa, l’11 ottobre 1992, con la Costituzione apostolica Fidei Depositum il Beato Giovanni Paolo II disponeva la pubblicazione del nuovo Catechismo della Chiesa cattolica. Questi due ultimi eventi hanno costituito, a loro volta, l’occasione per l’indizione di un Anno della Fede, dall’11 ottobre 2012 al 24 novembre 2013, ad opera del Santo Padre felicemente regnante, con Motu Proprio Porta Fidei dell’11 ottobre 2011. Contestualmente, dal 7 al 28 ottobre 2012 si è tenuta la XIII assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, convocata da Benedetto XVI e dedicata a “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”.

L’Anno della Fede, in particolare, rappresenta l’invito del Papa a riflettere sulla grave crisi di fede, che attraversa la Chiesa nel tempo presente, e sui mezzi per farvi fronte. Tra le sue preoccupazioni, il Santo Padre annovera una scorretta ermeneutica ed applicazione dei testi dell’ultimo Concilio e delle riforme successive, da leggersi invece “all’interno della Tradizione della Chiesa”, della sua “intera storia dottrinale”, in “continuità” con i suoi “principi”.

È precipuo compito, nei rispettivi ruoli, dei legittimi Pastori e dei teologi cattolici approfondire le questioni ermeneutiche sollevate dal Romano Pontefice. Tuttavia anche il semplice fedele laico, per la grazia derivante dal Battesimo e dagli altri Sacramenti, può ben accorgersi delle conseguenze della crisi della fede, così come è in grado di riconoscere i testimoni della vera fede, quali esempi da indicare e da imitare per il rinnovamento generale della vita cristiana.



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Titolo: "Scritti in onore di Elio Sgreccia"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Assoc. Scienza e Vita
Pagine:
Ean: 9788882728656
Prezzo: € 15.00

Descrizione:

Una testimonianza culturale di amicizia, condivisione, gratitudine. Autorevoli studiosi e docenti rendono omaggio al maestro di bioetica, riconosciuto a livello internazionale, fondatore di una Scuola di alto prestigio e diffuso apprezzamento. Nell'orizzonte di senso offerto dalla grande significanza del pensiero e dell'insegnamento di Elio Sgreccia, si rileva tangibilmente ciò che fonda da sempre il suo operare: virtuosa armonia tra rigore intellettuale e fortezza spirituale, lungimiranza progettuale e inesauribile entusiasmo, delicatezza relazionale e sobrietà rappresentativa, indefettibile amore per la verità e incessante apertura al dialogo.

INTRODUZIONE
di Lucio Romano

Scritti in onore di Elio Sgreccia: una testimonianza culturale di amicizia, condivisione, gratitudine.

Autorevoli studiosi e docenti hanno da subito accolto l’invito dell’Associazione Scienza & Vita a contribuire, per le rispettive competenze, con la redazione di articoli il cui significato è immediatamente percepibile: rappresentano un omaggio al maestro di bioetica, riconosciuto a livello internazionale, fondatore di una Scuola di alto prestigio e diffuso apprezzamento. Certo, sono tanti coloro che, di pari rilievo accademico ed ecclesiale, avrebbero potuto partecipare a questa iniziativa ma, come facilmente intuibile, si sarebbe dovuto pensare ad un’opera con diversa impostazione editoriale.

Raccogliere sinteticamente, nello spazio proprio di un’introduzione, il pensiero di S. Em.za Prof. Elio Sgreccia è compito inesigibile. Si rimanda, pertanto, alla vasta letteratura in merito e ai contributi riportati nel volume. Tuttavia è prioritario rilevare l’orizzonte di senso offerto dalla grande significanza del pensiero e dell’insegnamento di Elio Sgreccia che, giustificati con argomentazioni fondate razionalmente, assicurano la possibilità di declinare virtuosamente scienza e fede.

L’antropologia personalista ontologica non è lettura della vita che esclude il confronto e la ricchezza dei contributi di altre conoscenze, come quelle della biomedicina. Tutt’altro. Rappresenta una semantica di verità inclusiva, riconoscibile da ognuno e che – dando ragione della irriducibile unicità e intrinseca dignità di ogni uomo – è apertura autentica e rigorosa al dialogo con i vari saperi umani e loro sviluppi. L’antropologia di riferimento, come ci ricorda lo stesso Sgreccia nel suo Manuale di bioetica, è «cresciuta nell’alveo del pensiero classico-patristico, fatta propria da Tommaso d’Aquino e ravvivata continuamente da pensatori di grande e non precario valore, come J. Maritain, E. Mounier, E. Gilson, G. Capograssi, A. Gemelli ed altri viventi, che hanno attinto alla forza della ragione, non mortificata ma sostenuta dalla fede cristiana, i criteri di valutazione etica».

In altri termini l’argomentazione e la metodologia di analisi proposte offrono la concreta possibilità di coniugare – con ragionevolezza immediatamente riconoscibile – la dimensione scientifica con quella antropologica, etica e giuridico-deontologica. Infatti, sulla base dell’antropologia personalista di riferimento si armonizzano le riflessioni in ambito bioetico e biogiuridico, con innegabili risultati per quanto attiene anche agli altrettanto attuali aspetti dell’etica sociale.

Last but non least. Con il volume che ho l’onore di introdurre, l’Associazione nazionale Scienza & Vita – unitamente a tutti gli autori che hanno partecipato – attesta in maniera tangibile ciò che caratterizza da sempre l’operare di S. Em.za Prof. Elio Sgreccia: costante armonia tra rigore intellettuale e fortezza spirituale, lungimiranza progettuale e inesauribile entusiasmo, delicatezza relazionale e sobrietà rappresentativa, indefettibile amore per la verità e incessante apertura al dialogo.

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

Carlo Bellieni 

Rifondare la bioetica

Oggi più che mai, la bioetica deve essere fondata sulla ragione e sull’esperienza del reale, perché l’etica è esclusivamente legata al conoscere, cioè al riconoscere. Questo ci porta ad inevitabili conseguenze.

La bioetica nasce dal riconoscere la realtà

La ragione è approcciare la realtà cercando di non censurare nulla, abbracciandola secondo la totalità dei suoi fattori. Ma contemporaneamente non dimenticando nulla di noi: la nostra storia e i nostri desideri. Confrontare storia e desideri con la totalità dei fattori di ciò che incontriamo significa conoscerli, dunque farne esperienza. L’uso della ragione nella conoscenza implica due cose: che non ne censuriamo nulla a priori (ragionevolezza), e che addirittura siamo disposti a cambiare qualsiasi opinione che ci siamo pre-formata, se la realtà del fatto che affrontiamo lo impone (realismo). E, terza premessa, che la realtà ci interessi davvero: senza interesse ogni giudizio etico è formale e superficiale, dunque artefatto.

Certi giudizi etici dipendono da pregiudizi legati al vissuto personale

Le reazioni affettive ad un evento avverso hanno anch’esse bisogno della mediazione della ragione per organizzarsi e sbocciare. Non sono immediatamente sviluppate dall’evento che le produce. Perdendo la capacità di ragionare, subentra un meccanismo che potremmo definire sottocorticale, cioè stereotipato, che talora sfocia in patologia, in pensiero catastrofico, che così tanto imbibisce la nostra società.

L’ipotesi che io sollevo, è che alla base di tanti fenomeni etici “nuovi”, come suicidio assistito, liberalizzazione della droga, aborto facile, ci sia una mentalità negativa personale, che diventa una patologia sociale: una paura e una negazione del reale di alcune persone, che contagia la visione del reale della popolazione, la rende pessimista e nichilista, tanto da preferire la morte ad affrontare la realtà.

La bioetica non deve seguire “principi”, ma “la realtà”

Il primo passo per una nuova bioetica è superare la bioetica dei principi o quella delle conseguenze, che cercano di dettare delle norme accettabili da tutti, ma che trovano difficoltà a mettere dei paletti, dato che per esse la persona decide autonomamente (principialismo) o che il fine giustifica i mezzi (consequenzialismo).

Si deve tornare ad una bioetica basata sulla ragione (non censurare nessun fattore del fatto reale), sul realismo (accettare di cambiare idea se la realtà lo impone) e sull’empatia (l’amore o almeno l’interesse verso il soggetto che si ha davanti). Senza queste tre dimensioni, il giudizio etico è un giudizio burocratico, fatto per nascondere le nostre fobie e patologie mentali. La persona etica non è chi segue le norme, ma chi riconosce nella realtà un disegno buono (una legge naturale) e cerca di seguirlo. E occorre ironia. Perché senza ironia prendiamo troppo sul serio noi stessi, mentre dobbiamo prendere sul serio la realtà (e il mistero divino di cui la realtà è segno), non la nostra capacità o forza tecnica.



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Titolo: "Benedetto XVI legislatore"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Ferraresi Marco, Varaldo Cesare E.
Pagine:
Ean: 9788882728021
Prezzo: € 8.40

Descrizione:

Questo volume offre una serie di riflessioni sulla legislazione concepita da Benedetto XVI. La sua opera come legislatore, ispirata al principio della riforma nella continuità, mette in luce l'essenzialità del diritto nella vita della Chiesa. I temi giuridici qui affrontati sono tra i più importanti e dibattuti: la liturgia, il matrimonio, il diritto penale canonico, la riammissione di comunità anglicane, la prevenzione dei reati finanziari, il lavoro umano, la cittadinanza vaticana. Dalle riforme legislative del Pontefice emerge, in maniera limpida, la duplice funzione del diritto nella dimensione ecclesiale: da un lato, la giusta regolazione dei rapporti tra le persone e le istituzioni e, dall'altro, il suo orientamento al principio del perseguimento della salvezza delle anime.

 

INTRODUZIONE
di Cesare Edoardo Varalda

Questo libro trae spunto dal convegno “Benedetto XVI Legislatore Canonico”, tenutosi il 21 maggio 2011 nella storica Aula Volta dell’Università degli Studi di Pavia, e organizzato dall’Unione Giuristi Cattolici di Pavia.

Il volume, che ora diamo alle stampe, è innanzitutto il frutto di questa intensa giornata di studi, considerata, da più parti, come la prima nel suo genere.

Il convegno, presieduto dal prof. Giorgio Feliciani, ha preso avvio con una riflessione di don Giovanni Angelo Lodigiani sulla dimensione istituzionale della Chiesa negli scritti di Joseph Ratzinger teologo; il prof. Musselli, poi, ha tenuto una relazione sulla Costituzione apostolica Anglicanorum coetibus; il prof. Andrea Perrone ha illustrato il Motu proprio per la prevenzione dei reati finanziari, ed infine S.E. mons. Francesco Coccopalmerio ha introdotto l’uditorio ad una più approfondita comprensione delle nuove norme “de gravioribus delictis”.

Ultima relazione del convegno è stata quella del giornalista vaticanista Sandro Magister sull’ermeneutica della “riforma nella continuità” caratterizzante gli interventi legislativi di Benedetto XVI.

Nella redazione di questo agile testo, però, non ci si è limitati alle significative relazioni tenute nell’ambito del convegno. Pur senza alcuna pretesa di esaustività, si sono voluti inserire alcuni contributi significativi per l’approfondimento della attività legislativa dell’attuale Pontefice.

Si offrono, pertanto, al lettore i saggi di don Andrea Migliavacca sulla ricerca della verità nell’ambito del processo matrimoniale canonico, a partire dalle Allocuzioni alla Rota romana dell’attuale Pontefice, di Carlo Montalenti sul Motu proprio Omnium in mentem, e uno studio del curatore sulle nuove forme di esercizio del ministero ordinato, in un confronto tra le Costituzioni apostoliche Anglicanorum coetibus e Spirituali militum curae.

Infine sono stati inclusi due saggi di natura ecclesiasticistica: il primo di Vincenzo Ferrante sulla riforma del diritto del lavoro nello Stato della Città del Vaticano, il secondo di Alessio Sarais sulla nuova legge in materia di cittadinanza vaticana.

Due riflessioni emergono chiaramente leggendo i saggi raccolti nel presente volume: innanzitutto si riscontra una profonda continuità del magistero in campo giuridico di Benedetto XVI con quello del suo predecessore, il Beato Giovanni Paolo II.

In secondo luogo si può osservare che la mirabile opera di valorizzazione del ruolo del diritto canonico nella vita della Chiesa da parte dell’attuale Pontefice sia avvenuta non soltanto mediante il magistero orale e scritto, che pur c’è stato, ma grazie ad un saggio utilizzo della lex canonica a servizio della Communio Ecclesiae.

Il filo rosso che sembra percorrere tutta la produzione giuridica del Legislatore canonico Benedetto XVI è senza dubbio, nella fedeltà alla tradizione ecclesiale, l’attenzione alla salus aeterna animarum dei singoli fedeli, criterio ultimo di ogni norma canonica e ragione propulsiva di ogni riforma ecclesiale.

 

PREFAZIONE
di Marco Ferraresi

“Benedetto XVI Legislatore” è il tema del presente volume.

Nell’approfondire le riforme ecclesiali promosse dal regnante Pontefice, siamo stati mossi anzitutto, come fedeli, da un sentimento di affetto filiale nei confronti del Santo Padre, Vicario di Cristo, Successore di Pietro e Capo della Chiesa universale.

Come giuristi, e giuristi cattolici, siamo però stati spinti pure da un moto di gratitudine verso un Magistero che, in modo speciale, tocca la nostra identità anche storica.

Quando nel 1948 nacque l’Unione Giuristi Cattolici Italiani – i grandi Maestri fondatori ce lo testimoniano – il suo scopo principale fu ridestare la domanda sulla giustizia autentica, soffocata o mistificata dalle dittature precedenti o coeve, sulla giustizia come logos del diritto.

Questa missione, lungi dall’essere conclusa, si è per certi versi fatta ancora più impegnativa. La dittatura che oggi soffoca la giustizia e la legittima aspirazione ad essa, come è ben manifesto nel tempo presente e specialmente in Occidente, è infatti piuttosto quella «dittatura del relativismo, che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie» (Omelia del card. J. Ratzinger, Missa Pro Eligendo Romano Pontifice, 18.4.2005). Contro questa oppressione culturale, che ha anche - lo sappiamo bene - drammatiche conseguenze giuridiche, Benedetto XVI sta spendendo le sue migliori energie spirituali ed intellettuali, mentre ci invita a fare altrettanto.

Ecco perché Francesco D’Agostino, con una felice intuizione, ha definito quello di Benedetto XVI “un Magistero per i giuristi”, come recita il titolo di un agile volumetto appena edito per i tipi della San Paolo (Collana “Le ragioni del diritto”, San Paolo, Cinisello Balsamo, 2011). Si domanda D’Agostino: «Come possono i giuristi, che non abbiano mai coltivato, se non eventualmente da dilettanti, la teologia, e che vogliano restare radicati nell’orizzonte del loro sapere, cioè della scienza giuridica, rapportarsi ad un Papa come Benedetto XVI, un Papa teologo?». Egli suggerisce questa risposta: «Grazie agli insegnamenti di Joseph Ratzinger, i giuristi sono in grado di capire che il fondamento del diritto è molto più profondo di quanto non possano capire coloro che si fermano a coglierne il carattere funzionale; esso giunge fino alle radici dell’humanum o, più semplicemente, a quella dimensione di verità, il cui smarrimento pone in pericolo la dignità stessa della persona».

Tuttavia, con questo volume la nostra attenzione di giuristi desidera meglio soffermarsi su di una funzione particolare del Pontefice, mediamente meno considerata nel dibattito pubblico (ma non ovviamente dai canonisti), ovvero quella del Legislatore, del produttore di norme giuridiche.

I contributi che seguono mostrano come, a sei anni dall’inizio di questo Pontificato, il materiale legislativo su cui riflettere sia abbondante e significativo.

Certo non ci troviamo a trattare, come poté essere per il Beato Giovanni Paolo II, di un argomento macroscopico come la promulgazione di un nuovo codice di diritto canonico. Le riforme di Benedetto XVI ad un primo sguardo appaiono come di dettaglio, su questo o quell’aspetto specifico delle istituzioni ecclesiali. Ma nessuno o quasi dei suoi interventi è passato inosservato. Al contrario, essi hanno suscitato vivaci ostilità o apprezzamenti, dentro la Chiesa e fuori della Chiesa. È il segno che queste riforme hanno toccato problemi e punti nodali della vita della Chiesa: la sacralità della liturgia, il ristabilimento della visibile unità dei cristiani, l’evangelizzazione in un mondo secolarizzato, le esigenze della repressione penale, ed altro ancora.

In vero, dietro ciascuno degli atti legislativi commentati, possiamo intravedere non soltanto la robusta teologia del diritto che li sorregge, ma più in generale un Magistero che è, nel contempo, alto, per elevare i nostri cuori, e concreto, per tradursi in norme, ed essere così in grado di dirigere i nostri passi.



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Titolo: "Maturazione della fede e della vita"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Maggiolini Alessandro
Pagine:
Ean: 9788882727260
Prezzo: € 10.00

Descrizione:

Alessandro Maggiolini e' uno dei pochi vescovi italiani che ha dato un sostanziale contributo alla stesura del Catechismo della Chiesa Cattolica. Questo volume e' uno scavo profondo nei misteri della fede, che forma e rinnova l'esistenza umana.



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Titolo: "Alla ricerca di Peter Pan"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Gulisano Paolo, Nejrotti Chiara
Pagine:
Ean: 9788882726140
Prezzo: € 9.80

Descrizione:

Il libro si propone di esplorare la figura e il mito letterario di Peter Pan, con i suoi simboli e significati; si propone allo stesso tempo come profilo biografico del suo autore, e infine approfondisce la Sindrome di Peter Pan, una situazione psicologica, sociale, culturale sempre più diffusa nella nostra società.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Da un secolo in qua una piccola figura si aggira nel mondo dell’immaginario umano, in particolare – ma non solo – quello infantile: Peter Pan, uno dei personaggi della letteratura più famosi al mondo.

Peter nacque dalla fantasia dello scrittore scozzese James Matthew Barrie, che immaginò un bambino che vola e si rifiuta di crescere, trascorre un’avventurosa infanzia senza fine sull’Isola-che-non-c’è, come capo di una banda di Bambini Sperduti, in compagnia di Sirene, Indiani, Fate e Pirati; occasionalmente incontra persone nel mondo reale, da dove egli stesso proviene, avendo vissuto i primi tempi della sua eterna infanzia nei Giardini di Kensington, a Londra.

Oltre che in due opere letterarie e in un’opera teatrale di Barrie, il personaggio appare in numerose opere di varia natura: dai film, tra cui quello celeberrimo di Walt Disney che ebbe il merito di rilanciare Peter Pan, ai cartoni animati, i fumetti, musical, lavori discografici ispirati agli scritti di Barrie.

In qualche modo Peter Pan ha segnato anche la grande letteratura fantastica del ’900: nell’aprile del 1910, un ragazzo di diciotto anni di Birmingham andò a teatro ad assistere alla rappresentazione dell’opera di Barrie; si chiamava John Ronald Tolkien, il futuro autore del Signore degli Anelli, il capolavoro assoluto della moderna narrativa dell’immaginario.

Nel suo diario di adolescente Tolkien scrisse quella sera che quella storia era qualcosa di incredibile, e che non se la sarebbe mai dimenticata.

Un po’ di Peter Pan, delle sue atmosfere, dei suoi ideali, dei suoi sogni, c’è dunque anche tra gli Hobbit e nella Terra di Mezzo.

La storia del ragazzo che non voleva crescere è dunque diventata una sorta di mito paradigmatico: l’appellativo di “Peter Pan” lo si usa ogni qual volta ci si trovi di fronte a persone giovani o non più tali ma che manifestano uno stile giovanilista, un po’ sbarazzine, magari anche ribelli e anti-conformiste. Almeno all’apparenza.

Il nome di Peter Pan è addirittura entrato nell’uso comune medico in seguito alla pubblicazione nel 1983 di un libro di Dan Kiley, intitolato The Peter Pan Syndrome: Men Who Have Never Grown Up.

La Sindrome di Peter Pan è quella situazione psicologica in cui si trova una persona immatura, che si rifiuta – oppure è incapace – di crescere, di diventare adulta e di assumersi delle responsabilità. La sindrome è una condizione psicologica patologica in cui un soggetto rifiuta di operare nel “mondo degli adulti” in quanto lo ritiene ostile e si rifugia in comportamenti ed in regole comportamentali tipiche della fanciullezza.

Paradossalmente il personaggio di questo bambino-folletto ha davvero raggiunto l’immortalità, superando la fama del suo stesso inventore.

Di James Matthew Barrie, autore estremamente prolifico, romanziere e drammaturgo, oggi si ricorda quasi esclusivamente il piccolo eroe dell’Isola-che-non-c’è.

Sono passati centocinquant’anni esatti da quando Barrie vide la luce nell’affascinante terra di Scozia, a Kirriemuir, nella regione di Angus, in vista delle prime propaggini delle celebri, meravigliose Highlands, terre della storia e della fantasia, del mito e della leggenda, terre di eroi tragici, di fate, di tristi ricordi e malinconie mai sopite per le glorie perdute dei clans. Vallate in cui sembrano ancora echeggiare le cornamuse che chiamavano gli uomini in kilt ad epiche imprese.

Kirriemuir, ancora oggi piccolo villaggio, ricorda il suo più celebre figlio con una statua che campeggia nella via principale del borgo, tra negozi e abitazioni. Decisamente più affascinante è però l’omaggio riservato a Barrie dalla sua città d’adozione, quella Londra dove trovò lavoro e fortuna, e dove ambientò il suo capolavoro. Nei Giardini di Kensington, là dove la sua fantasia aveva collocato l’origine del suo Peter Pan, c’è una magnifica statua del fanciullo che non voleva crescere. La statua fu peraltro realizzata quando il suo autore era ancora in vita - dato l’enorme successo mondiale che Peter Pan aveva ormai raggiunto -, e Barrie, osservandola, disse che le mancava qualcosa: in quel bambino ridente e felice trovò che mancasse il lato oscuro di Peter Pan.

Peter Pan ha detto e dato molto, in cento anni di vita, ma ha ancora molti segreti e misteri da rivelare.

Vale dunque la pena andare ad esplorare i suoi simboli, i suoi significati, il suo mito letterario, e allo stesso tempo tracciare il profilo biografico del suo autore, quel piccolo, timido scozzese che dietro la gioia che regalava ai bambini nascondeva la malinconia di una infanzia piena di sofferenza e la tristezza per una felicità mai conseguita da adulto. Infine vale la pena approfondire la Sindrome di Peter Pan, una situazione psicologica, sociale, culturale sempre più diffusa nella nostra società.

Alle origini di Peter Pan

All’origine di tutto c’è un romanzo: The Little White Bird, “L’uccellino bianco”, pubblicato nel 1903, dove il personaggio del “bambino che non volle crescere” compare per la prima volta.

L’anno dopo Barrie – la cui notorietà era dovuta principalmente alle sue opere teatrali –, esordì in teatro con una commedia che riprendeva quel personaggio, ma arricchita di molti elementi avventurosi e di personaggi fondamentali, ottenendo un grandissimo successo. La intitolò Peter Pan, o il ragazzo che non voleva crescere.

Il debutto avvenne il 27 dicembre 1904, e fu un successo clamoroso.

Per la prima volta dopo secoli, dopo che il genio di Shakespeare aveva creato il Sogno di una notte di mezza estate, qualcuno si era cimentato nel far irrompere a teatro la fantasia, la mitologia. James Barrie vinse la sfida.

Nel 1906 il suo editore decise di estrarre da “L’uccellino bianco” i sei capitoli relativi a Peter, pubblicandoli in un racconto a sé, con illustrazioni di Arthur Rackham, dal titolo Peter Pan nei Giardini di Kensington.

Tra il primo abbozzo del personaggio e la commedia, pubblicata successivamente in forma di romanzo con il titolo Peter Pan e Wendy nel 1911, vi sono profonde differenze, anche se il punto di partenza è comune.

In primo luogo l’età del protagonista: ne I Giardini di Kensington Peter è praticamente un neonato, ha una settimana di vita; nell’opera teatrale e nel romanzo successivo ha l’aspetto di un bambino di circa sette/otto anni, pur non avendo età.

Il secondo aspetto riguarda il luogo: da un parco nel centro di Londra, – i Giardini di Kensington, appunto – che svela la sua dimensione fantastica solo dopo il tramonto, all’Isola-che-non-c’è: terra della fantasia più sfrenata, topos dell’immaginario collettivo per eccellenza.

Alla diversità dei luoghi e delle caratteristiche del protagonista si accompagna una diversa atmosfera: più malinconica e “romantica” nel primo caso, avventurosa e giocosa nel secondo.

Infine i personaggi che circondano Peter: gli uccelli e le fate del primo racconto mantengono una dimensione da nursery rhimes, racconti fiabeschi per bimbi piccoli, mentre nell’opera teatrale hanno personalità più definite, tanto da diventare importanti per lo svolgersi del racconto e per i suoi significati, quanto il protagonista.

Peter Pan nei Giardini di Kensington inizia con una descrizione dei Giardini così come, secondo l’Autore, li vedrebbe un bambino. Gli alberi, i viali, il laghetto… non sono semplici elementi paesaggistici, ma luoghi misteriosi e magici che si animano dopo l’ora di chiusura del Parco e diventano territorio delle fate. Benché nessun bambino possa restare nei Giardini dopo l’ora fatidica, tutti sanno che il Parco diventa il luogo della fantasia e sono in grado di coglierne i segnali durante la loro passeggiata diurna. Gli adulti invece, ovviamente, si fermano all’apparenza e non colgono le tracce nascoste; solo chi sa farsi bambino, suggerisce l’Autore, può entrare anche se solo per qualche istante in quel mondo incantato.

Così come per il “fanciullino” Pascoliano, si tratta di ritrovare quello sguardo innocente e curioso che giace nel profondo di ciascuno di noi ma che soltanto nel poeta viene alla luce consapevolmente, secondo il modello romantico che fa dell’artista l’interprete dell’Assoluto e della magia della Natura.

In questo mondo a metà tra la realtà e la fantasia, la veglia ed il sogno, vive Peter Pan: “ha solo una settimana e benché sia nato tanto tempo fa, non ha mai avuto un compleanno e non c’è la minima possibilità che ne abbia mai. La ragione era che era sfuggito alla sua condizione di essere umano quando aveva sette giorni, era fuggito dalla finestra tornandosene in volo ai Giardini di Kensington”. Tutti i bambini, infatti, prima di nascere sono stati uccelli e nei primi giorni di vita hanno desiderato almeno una volta tornare sulle cime degli alberi, ma solo Peter ha potuto realizzare questo desiderio: “dimenticò di essere un neonato in camicia da notte e se ne volò dritto sulle case verso i Giardini”, poiché non si era ancora accorto di aver perso le ali. Era meraviglioso riuscire a volare senz’ali… e forse noi tutti potremmo volare se fossimo così ciecamente sicuri della nostra capacità di farlo, come l’aveva quella sera il coraggioso Peter Pan”.

In questo commento dell’Autore, sentiamo l’eco di ciò che rappresenterà la capacità di volare nell’opera successiva: può volare solo chi ha pensieri felici e un po’ di polvere di fata, ma se ci credi davvero tutto diventa possibile…

Il povero Peter però non è più veramente un uccello e ben presto si scontra con la sua condizione che è ormai irreversibile: quando cerca di dormire appollaiato su un ramo, si accorge di non riuscirci e si sveglia tremante dal freddo.

Nella descrizione delle vicissitudini del bambino troviamo una profonda malinconia, anche se addolcita da un lieve umorismo: Barrie sembra suggerirci che l’uomo non può trascendere la propria condizione né ritrovare pienamente l’identità con la natura; può soltanto scegliere di vivere in una sorta di mondo intermedio: rifiutando la banalità e la prosaicità della realtà (il rifiuto di crescere), ma senza poter rivivere del tutto l’innocenza originaria.

Dietro questa visione di Barrie non c’era solo la sua fantasia, il suo ricchissimo retroterra culturale scozzese fatto di miti e leggende, ma anche la sua storia personale, la sua personale condizione, ancora una volta è la condizione di uomo e di artista che non si sentiva a suo agio nel mondo borghese della Londra vittoriana ed edoardiana, ma che non poteva distaccarsene del tutto.

Al di là del tema sociale, vi è una paura più profonda che è quella del divenire e della morte. Crescere implica trasformazione, ma anche perdita di ciò che è stato: le responsabilità dell’età adulta non compensano il rimpianto per l’innocenza e la semplice felicità dell’infanzia perduta. Addirittura, nella sua prima versione, Barrie fa risalire tale condizione innocente ad un tempo che precede la nascita stessa: non si può non notare l’analogia con l’immagine platonica dell’anima che perde le ali quando si unisce ad un corpo per tornare a rinascere.

Quando giunge all’Isola degli uccelli che devono diventare bambini, nel centro della Serpentina – il laghetto più grande dei Giardini – il corvo Salomone, custode dell’Isola, gli dice che non potrà più essere uccello e quindi non potrà volare, ma che non è nemmeno come gli altri bambini. Sarà un “tra il Qui e il Là” gli dice il saggio Salomone: definizione che esprime in modo assai appropriato la natura liminale di Peter; il suo essere sul Confine: ad esempio tra ciò che è umano e ciò che non lo è, “E i confini saltano fuori ovunque, non appena entriamo in quella duplicità della mente che sente due modalità ad un tempo… una porta girevole è in noi che ci conduce verso gli spazi immemori di una condizione metaumana”.

Salomone gli insegna molte arti proprie degli uccelli: accontentarsi facilmente, fare sempre qualcosa e pensare che sia sempre qualcosa di grande importanza, soprattutto gli insegna ad avere un cuore felice in ogni attimo, senza preoccupazioni per il futuro: gli uccelli lo esprimono con il canto, ma Peter non sa cantare, quindi si costruisce un flauto. Tuttavia Peter non sa distinguere il gioco dalla realtà, nessuno gli ha insegnato a giocare, né ad usare i giocattoli ed egli spesso spia gli altri bambini nel Parco e vorrebbe poter raggiungere i Giardini per giocare “come un vero bambino”. Finalmente riuscirà a costruirsi una barca che in verità ha la forma di un nido e a raggiungere così i Giardini, dove inizieranno le sue avventure con le fate.

Ne I Giardini di Kensington è contenuto l’episodio cruciale della storia di Peter, che verrà poi ripreso nell’opera più conosciuta quando lo stesso Peter lo racconterà a Wendy; si tratta del tentativo di tornare dalla mamma che è intitolato “L’Ora di Chiusura”, con il doppio riferimento alla chiusura dei Giardini e alla chiusura della finestra della camera per Peter.



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Titolo: "Le rivelazioni"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Emmerick Anna K.
Pagine:
Ean: 9788882726560
Prezzo: € 11.00

Descrizione:

INTRODUZIONE

Soltanto ai «Vasi di elezione» il Signore palesa i suoi alti misteri, celati da un denso velo ai comuni mortali.

Anna Caterina Emmerick fu predestinata, fin dalla nascita, a una esistenza straordinaria che si protrasse per tutta la sua prova terrena.

Ella nacque l’otto settembre del 1774 a Flamske, villaggio poco distante da Koesfeld città del vescovato di Münster, nella Germania occidentale: sorrise quindi alla luce nella festa della Natività di Maria santissima, ch’ella avrebbe filialmente amata in un modo eccezionale, specialmente con la imitazione delle sue virtù.

In quello stesso giorno la Veggente fu rigenerata con le acque lustrali alla chiesa di S. Giacomo di Koesfeld. Fin dall’aurora della vita la neonata fu dal buon Dio favorita della eccezionale prerogativa di conoscere le cose sensibili, dote propria e speciale della eccelsa Sovrana dell’universo.

Sapeva infatti che in quella festa la si portava al Battesimo, che la buona mamma la nutriva, che tre donne, attempate e antipatiche, la portavano in braccio, vedeva i dintorni del cammino percorso nel trasportarla alla parrocchia.

Specialmente durante la cerimonia battesimale, i suoi occhi si aprirono prodigiosamente, così che ella vide perfino il suo Angelo custode; vide, anzi, anche la Vergine con il bambino Gesù; e allora, come disse la stessa Veggente, il divin Pargoletto la impalmò con un prezioso anello.

Conosceva già le immagini dei Santi, di cui vedeva le ossa radiose di luce. In quella memoranda data, vide inoltre i suoi antenati e un simbolo delle sofferenze, ch’ella avrebbe avute in retaggio per trasformarle in meriti. Queste straordinarie prerogative sembrerebbero incredibili se non le affermasse un suo autorevole biografo degno di fede: il P. Carlo Erardo Schoeger Provinciale dei Redentoristi tedeschi.

L’abitazione dove nacque la Veggente, per la sua grande povertà, si potrebbe paragonare alla Grotta di Betlemme. I genitori di Caterina, Bernardo e Anna Hiller, erano infatti poveri, ma pii e laboriosi agricoltori. Essi ammiravano la vivacità e la dolcezza della figliuoletta; anche gli altri parenti e vicini si convincevano ch’ella fosse una bambina eccezionale, poiché‚ l’Angelo custode le apparve sotto le sembianze di un pargoletto amorevole e grazioso. Il celeste Custode era radioso di bellezza e la istruiva nella dottrina cristiana, le insegnava quello che doveva fare, le spiegava i simboli e quanto ella vedeva per divina ispirazione. La piccola Veggente crebbe quindi in un’atmosfera di soprannaturale; ella però, da piccina, non se ne rendeva conto, perché‚convinta che molte altre anime fossero celestialmente assistite come lei. Questa persuasione era permessa da Dio, affinché‚ la constatazione di questi doni, così straordinari non rendesse orgogliosa la predestinata.

Fin dall’infanzia le fu rivelata la Storia sacra, mediante diverse visioni. La Regina del Cielo le si presentava sul prato, attiguo alla casetta nativa, come Signora di un bellissimo aspetto, tutta dolcezza e bontà. La impareggiabile Sovrana offriva a Caterina la sua materna protezione e le presentava, inoltre, il suo divin Figliuoletto affinché‚ si trastullasse con Lui. Dapprima la pastorella era rimasta sorpresa di quelle apparizioni, ma poi, per la sua ingenuità e innocenza, si abituò a trattar familiarmente con la Madonna, con il pargoletto Gesù e con l’Angelo custode, anche perché‚ incoraggiata dall’amorevolezza di quei celesti Personaggi che le manifestavano tanta benevolenza.

Di conseguenza, la piccola Veggente parlava con semplicità di quanto vedeva, e la buona gente, che le stava d’intorno per ascoltar con devota ammirazione le sue sorprendenti dichiarazioni riguardanti la Storia sacra, ne era edificata ed entusiasta. Quando però qualcuno dei suoi ascoltatori le rivolgeva domande, ella taceva perché‚ per la sua semplicità, pensava che non convenisse discutere su tali argomenti. Era anche persuasa che fosse preferibile il silenzio alle parole; quindi, se interrogata, talvolta rispondeva «sì» o «no», secondo il suggerimento del divin Maestro: oppure concludeva il suo dire con un «Sia lodato Gesù Cristo!».

Per Caterina quanto le veniva rivelato era così chiaro ed evidente, da persuadersi che le stesse rivelazioni fossero fatte anche a tutte le altre sue coetanee cristiane. Se costoro non raccontavano le stesse visioni, ciò dipendeva, secondo il suo giudizio, dalla loro maggiore discrezione in proposito. Convinta di ciò, Caterina taceva per imitare il loro esempio.

Intanto la maggior soddisfazione del suo caro papà consisteva nell’ascoltarla, quando ella lo aiutava nel lavoro campestre. Affranto dalla fatica, il buon uomo sedeva sull’erba al rezzo di qualche pianta, e invitava a sé‚ la cara figliuoletta bella e pura come un angelo.

«Suvvia, Annetta! – le diceva. Raccontami qualche fatto...».

Allora la Veggente parlava della Bibbia, ma con tale sentimento e tanta enfasi, che suo padre ne rimaneva ammirato e commosso.

«Ma, figlia mia, – le diceva, – dove hai tu appreso tali cose? È proprio vero quello che dici?».

«Sì, papà, è proprio vero quanto affermo, poiché‚ io le cose le vedo così!» rispondeva la ragazzina.

Perciò il buon agricoltore rimaneva pensoso. Come dubitar della veracità di quell’angioletto? Anche alla mamma di Caterina succedeva così. Quella benedetta figliuolina era evidentemente una prediletta di Dio e una predestinata a grandi avvenimenti.

Da notarsi inoltre che, fin dall’infanzia, Caterina ebbe il dono speciale di discernere il bene dal male, il sacro dal profano; il dono di distinguere l’ordine dal disordine nelle cose spirituali e in quelle materiali. Ancor bambina, portava dalla campagna piantine medicinali, di cui ella sola conosceva le qualità terapeutiche; le trapiantava quindi dentro l’orticello di casa sua per servirsene in caso di necessità, e anche per giovare, con esse, a qualche persona ammalata. Conosceva pure le erbe velenose, che strappava dai siti frequentati dalla gente affinché‚ non nuocessero ad alcuno; sradicava specialmente le erbacce che, a quei tempi, si adoperavano per pratiche superstiziose.

Nel passar per certi luoghi dove si erano commessi gravi peccati, pareva che avesse le ali ai piedi; intanto pregava per i peccatori e faceva anche penitenza per espiare le loro colpe. Frequentava invece, con tanto piacere, i luoghi sacri per dedicarsi all’orazione e ringraziare il buon Dio di averla fatta nascere da una famiglia cristiana ed esemplare.

Poiché‚ custodiva un branchetto di pecorelle al pascolo, stava parecchie ore all’aperto, in una solitudine operosa, mentre sferruzzava, con la mente assorta in Dio. Allorché‚ scorgeva di lontano il passaggio del Viatico, subito s’inginocchiava sul tappeto erboso per adorare seraficamente il divin Consolatore che andava a confortare qualche anima in procinto di spiccare il volo verso l’eternità.

A sole cinque primavere di vita, pregava con le braccia in croce e faceva spesso la «Via crucis», durante la quale si prostrava anche sulla neve. Precoce nello spirito di penitenza e di carità, si mortificava nel nutrimento anche per dividere il disponibile tra le sue amiche più povere di lei. Ciò perché‚ l’altrui sofferenza la faceva soffrire, e quindi s’industriava per mitigarla. Pregava anche per le mancanze o i difetti delle sue compagne, alle quali insegnava la virtù, più con l’esempio che con le parole.

Fin da bambina, per la scienza infusa, sapeva che tutte le anime cristiane erano membri del corpo mistico della Chiesa. Aveva inoltre visioni di quanto avveniva nel mondo: di pericoli, di naufragi, di furti, di ammalati insofferenti, di prigionieri addolorati, di viandanti smarriti, di moribondi abbandonati. Per tutti costoro ella pregava con fervore affinché il buon Dio li soccorresse.

Ancor bambina distingueva gli oggetti sacri dai profani. Sentiva avversione per le sepolture dei pagani; invece provava una grande attrattiva verso le reliquie dei Santi, come ferro attratto da calamita. Fenomeno ancor più sorprendente: conosceva le reliquie dei Santi in modo da poter dar notizie non solo dei particolari riguardanti la loro vita, ma anche della storia delle stesse reliquie.

Per tutta la vita, Caterina ebbe intime relazioni con le anime del Purgatorio, che procurava di suffragare con offrire preghiere, aspre penitenze e anche opere buone. Riconoscenti per tali suffragi, le anime purganti l’assistevano amorevolmente tra serie difficoltà. Era tanto l’assegnamento che esse facevano sulle sue orazioni, che talvolta la invitavano a intensificare i suffragi. Perciò la destavano anche durante il sonno; allora la pia Veggente, nonostante il rigore di certe notti invernali, si alzava dal duro giaciglio per far l’esercizio della «Via crucis». Spesso, con qualunque tempo e quindi anche d’inverno, andava a Koesfeld per ascoltar tante Messe a suffragio delle anime più bisognose di soccorso. Quantunque insufficientemente vestita, perché disponeva di poveri indumenti lisi e di grossolani zoccoletti di legno, percorreva qualche lega di cammino sotto l’imperversar della neve o delle bufere, pur di assistere al divin Sacrificio dell’altare, con edificazione di quanti la vedevano così mortificata nel portamento, sollecita e fervorosa nelle pratiche religiose. Come rimanere indifferenti, del resto, a quegli esempi di vita austera, caritevole e pia, così da emulare i Santi?

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

L’erta scabrosa

Fin dai suoi primi anni di esilio terreno, Caterina cominciò a confortare gli infermi, di cui curava, con pietosa sollecitudine, piaghe e ulceri; era anche molto generosa verso i poverelli; quantunque povera ella stessa, beneficava i più indigenti di lei con un cuore da reginetta della carità, poiché considerava nei bisognosi la personificazione di Gesù, divenuto povero volontario per la umana redenzione. Per riuscire a soccorrere gli sventurati, si levava perfino il pane di bocca; per avere qualche dono con cui confortarli, si accontentava del puro necessario, non solo riguardo al nutrimento, ma anche in quanto al riposo. Si nutriva volentieri di quanto agli altri avanzava a mensa, poiché la porzione migliore era riservata agli affamati, ai quali offriva il soccorso con un incantevole sorriso.

Ogni notte trascorreva parecchie ore in orazione; per mortificarsi, talvolta, d’inverno, s’inginocchiava sulla neve e all’addiaccio; poi si coricava al suolo, su tavole disposte a forma di croce. Era così schiva delle notizie riguardanti il mondo, che non frequentava mai adunanze dove si parlasse di argomenti profani; invece era assidua alla chiesa, alle prediche e ai discorsi edificanti. Se s’incontrava casualmente in occasioni pericolose, fuggiva terrorizzata, poiché anche il più leggero peccato l’affliggeva fino ad ammalarsi.

Fuggiva pure ogni leggerezza ed evitava le vanità anche non peccaminose, perché persuasa che non piacessero a Dio. Era avida di mortificazioni, poiché costatava che, nel rinnegare i propri appetiti istintivi, otteneva il centuplo per la vita interiore, come la potatura rende più fertile la vigna e le piante fruttifere.

A sette anni di età accedette al Sacramento della penitenza, al quale si preparò con un accurato esame; si confessò con sincerità e dolore delle proprie mancanze, che probabilmente non erano neppure peccati veniali, perché indeliberate. Dopo la prima confessione, confidava al suo direttore spirituale anche le visioni fino allora avute, poiché la mamma ne la rimproverava di queste, quasi che esse fossero superstizioni.



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Titolo: "Non è lo stesso Dio, non è lo stesso uomo. Bibbia e Corano a confronto"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Panella Carlo
Pagine:
Ean: 9788882726904
Prezzo: € 9.50

Descrizione:

Sono due testi sacri differenti: uno e' la Bibbia di ebrei e cristiani, l'altro e' il Corano dei musulmani. Fronte a fronte, Bibbia e Corano parlano, spiegano, fanno capire che i ''popoli del Libro'' non hanno affatto lo stesso Libro.

INTRODUZIONE

Molti parlano di “Popoli del libro”. Frase bella, evocativa. Parole cariche di spirito ecumenico, di buona volontà, di dialogo tra fedi. Sono parole di Maometto, riportate dal Corano, e stanno ad indicare ebrei, cristiani e musulmani uniti, appunto, dallo stesso Libro.

Il problema, non piccolo, è che non è così. Nessun Libro unisce ebrei, cristiani e musulmani, per la semplice ragione che Maometto, nel suo Corano, accusa a più riprese, a volte veementemente, ebrei e cristiani di avere falsificato la Bibbia, per non parlare del Vangelo.

Maometto sostiene che siamo gente non del nostro, ma del suo Libro, il Corano, in cui afferma, peraltro, che Abramo non era «né ebreo né cristiano»; Maometto sostiene inoltre che mente chi dice che Gesù Cristo è morto in croce, per citare solo due dei passaggi cruciali che impediscono di credere alla finzione che le tre religioni abbiano lo stesso Libro.

Sono due libri differenti: una è la Bibbia di ebrei e cristiani, l’altro è il Corano dei musulmani, senza rapporti reciproci, se non formali.

Sono anche due concezioni radicalmente differenti di Dio, come una ricca pubblicistica cristiana ha evidenziato. Là dove vi è piena continuità tra il Dio ebraico e quello cristiano, il Dio islamico è altro, a iniziare dal momento della creazione, perché non crea Adamo «a sua immagine e somiglianza».

Nessuna scala di valori, naturalmente. Nessuna pretesa di superiorità della Bibbia rispetto al Corano. Solo la constatazione che nulla o poco hanno a che fare l’una con l’altro, se non i nomi identici dati dal secondo a personaggi ed episodi della Bibbia, radicalmente trasfigurati, sino ad assumere volutamente tutt’altro significato.

Nessuna pretesa, tanto meno, di superiorità del Dio giudaico-cristiano rispetto a quello islamico. Solo la constatazione che l’uno stringe un patto di Alleanza con l’uomo, e lo reitera, mentre l’altro tutto fa, tranne che stringere un’ Alleanza e chiede, appunto, Islam, sottomissione.

Ma non di questo si vuole parlare in queste pagine. Da qui si parte per tentare di indicare una nuova strada di studio, di ricerca, di comprensione reciproca tra eredi della tradizione giudaico-cristiana (quindi anche gli atei, gli illuministi, gli agnostici di oggi) e i musulmani.

Se si prendono in esame, appunto, i brani della Bibbia e la loro trasposizione nel Corano, si nota ben altro, oltre alla loro radicale, totale differenza. Si nota, addirittura a colpo d’occhio, che l’uomo del Corano – non solo il Dio – nulla ha a che fare con quello della Bibbia. È una traccia, questa, stranamente mai seguita, pur essendo, come si vedrà, di una straordinaria fertilità.

Nelle pagine che seguono ci limitiamo ad avviare questa ricerca e indichiamo quanto emerge con più forza: l’uomo del Corano è a due dimensioni, ha l’anima, ma non la psyché, non sa cosa sia quella componente dell’anima che Platone definisce thymòs, quella pulsione irascibile che si appassiona per ciò che la parte razionale dell’anima ritiene vero e giusto, non sa cosa sia il Mito, cosa la pulsione verso Eros e verso Thanatos, non è passato attraverso il rito dionisiaco. È tutt’altro uomo.

Abbiamo preso in esame, e li riportiamo sinotticamente, alcuni tra i principali brani della Bibbia in cui spicca prepotentemente il tema della pulsione di morte e della tormentata scelta tra il bene e il male, a partire dalla creazione di Adamo, passando per Caino e il sacrificio di Isacco. A fianco, abbiamo riportato la versione degli stessi passaggi del Corano. Leggerli, confrontarli tra i due libri dà peso alla ipotesi che regge questa ricerca: la totale, assoluta mancanza di elaborazione del tema della “pulsione di morte”, legata alla elaborazione del Mito, così presente nella Bibbia, fa oggi la differenza, quella più radicale, tra la civiltà erede del giudeo-cristianesimo e quella islamica.

Un’ipotesi rafforzata dalla constatazione che negli ultimi decenni l’Islam ha dato vita a due scismi, quello wahabita-salafita di al Qaida e quello khomeinista, che teorizzano e praticano una vera e propria “Teologia della morte”. Ci stimola l’idea che questi due scismi islamici incentrati sul dovere del martirio – e ribadiamo il termine “scismi” – abbiano molto a che fare con questa mancanza di elaborazione del Mito e della pulsione di morte nel Corano.

Avanziamo la tesi che i tanti riferimenti giustamente elegiastici alle vette della civiltà islamica, non hanno senso se riferiti alla modernità. Perché la civiltà islamica si è autodistrutta dal suo interno. Perché non furono i Crociati, o i Mongoli, o i Turchi, a distruggere l’umanesimo islamico, ma il più ortodosso dogmatismo musulmano, il quale annientò un umanesimo musulmano che aveva imparato a frequentare il Mito ed Eros e Thanathos solo nel momento in cui si è ibridato con i popoli di tradizione ellenistico-ebraico-cristiana.

Avanziamo la tesi che la grande civiltà islamica medioevale sia stata solo un’ampia parentesi che lo stesso pensiero islamico ha chiuso, sacrificandola al dogma del Corano Increato, fine di ogni ipotesi di Mito, di interpretazione di ermeneutica, addirittura di gioia nel trattare il Verbo.

Vediamo nella proibizione della stampa del libro, che ha privato il mondo musulmano della circolazione di idee per oltre 350 anni a partire dal 1500, il dato materiale, il simbolo, il monumento negativo di questo percorso a ritroso. Lo strumento di distruzione di un umanesimo musulmano appreso da altre civiltà e con rapidità ripudiato, in nome del dogma. In nome di una religione in cui la Norma, la Legge, ha presto sopravanzato, egemonizzato la Rivelazione.

Ricordiamo che Averroè nulla contò nella civiltà islamica e che questo fu il simbolo della fine della gioia di un pensiero che si nutriva del rapporto tra fede e ragione. Di nuovo, disinteresse per il travaglio sulla Rivelazione, violenza nell’imporre la Norma.

Vediamo, infine, nell’uomo musulmano di oggi che si fa kamikaze e uccide donne e bambini e innocenti, e massacra ebrei come cristiani e musulmani – testimoniando così la sua fede – un lettore formale del Corano, come egli stesso rivendica di essere.

Leggiamo in questi due scismi islamici, in questa teologia della morte, una rottura frontale, drammatica col pensiero musulmano.

Avanziamo l’ipotesi che questo cammino di morte, che questo dirsi islamici per distruggere l’Islam, abbia comunque a che fare con l’uomo delineato nel Corano. Perché la sua fragilità, i suoi limiti, la sua mancanza di spessore, il suo non tormentarsi sul tema della morte, non lo rendono immune dalla penetrazione di uno scisma che fa dell’esaltazione della morte il proprio messaggio.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

Una diversa umanità

Fronte a fronte, Bibbia e Corano parlano, spiegano, fanno capire che i “popoli del Libro” non hanno affatto lo stesso libro, come tanti cristiani ripetono senza averlo letto. Non solo Allah non si traduce con Dio, ma pure l’Adamo della Bibbia non è neanche lontano parente dell’Adamo del Corano: due uomini che non hanno nulla in comune. Non è necessario essere teologi per comprenderlo leggendo i due libri fronte a fronte, anzi, è meglio non essere teologi. I teologi, infatti, hanno l’ottima abitudine di guardare a Dio, ma spesso, alzando troppo lo sguardo, si dimenticano dell’uomo, scordano che ad una concezione diversa dell’uomo corrisponde una diversa concezione di Dio.

E questo è, appunto, il caso di Islam, ebraismo e cristianesimo.

Se si leggono il Corano e la Bibbia parola per parola, con occhi semplici, di verità, se li si accosta là dove parlano di Dio e dell’uomo, balza agli occhi una differenza radicale, assoluta: innanzitutto, l’uomo di cui ci parla Maometto non è creato a immagine e somiglianza di Dio – come si sa, o si dovrebbe sapere – è quindi tutt’altro rispetto a quello di cui ci parla la Bibbia.

Questa prima, radicale differenza, questa negazione di un Adamo a “immagine e somiglianza di Dio” sviluppa infatti in tutta la grande costruzione teologica musulmana, così come nell’intera civilizzazione islamica, una divaricazione totale con la tradizione greco-romana, con l’ebraismo e con il cristianesimo, perfettamente esposta dal teologo post-conciliare Josef van Ess: «La teologia islamica non conosce il concetto di persona»2. L’uomo islamico non ha infatti la totalità di dimensioni del giudaismo e del cristianesimo che gli deriva dalla sua filiazione divina e non è persona proprio perché – per questo – non può stringere alcun Patto con Dio, può solo sottomettersi, non ha libera scelta.



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Titolo: "Sintonia con il mondo. Una teoria sulla festa"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Pieper Josef
Pagine:
Ean: 9788882727000
Prezzo: € 8.50

Descrizione:

La teoria di Pieper sulla festa è esposta nello stesso titolo del libro, "Sintonia con il mondo": si può vivere autenticamente la festa solo sulla base del proprio consenso verso il mondo nel suo insieme."Consenso" vuol dire riconoscere che il mondo, l'intera realtà ha un senso che noi condividiamo, ha una bontà originaria di cui ci rendiamo conto. Solo se ci mettiamo in sintonia con il significato di fondo di cui il mondo è portatore, è possibile vivere autenticamente la festa.


ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Come interrogarsi sul senso della festa

Ad uno sguardo superficiale, parlare della festa dovrebbe essere compito di sociologi ed etnologi, intenti a registrare le trasformazioni di una società o le tracce di civiltà in via di estinzione. Oppure dovrebbe riguardare chi si dedica alle statistiche o all’andamento dell’economia, ed è in grado di fornirci ogni ragguaglio sulla somma che gli italiani spendono in occasione del Natale e su quanti trascorrono il fine settimana fuori città. Questa impressione quasi inevitabile è di per sé un sintomo evidente di quanto si stia perdendo di vista il senso della festa e di quanto sia necessario rifletterci con la profondità propria della filosofia, che si interroga sul perché delle cose, sui loro principi ultimi e sulla loro natura.

Che cos’è la festa? Non sarebbe una risposta soddisfacente quella di riferire ciò che si fa durante una festa, anche perché i comportamenti dei singoli e delle comunità possono variare di molto. Occorre oltrepassare il livello meramente descrittivo e chiederci ancora, più in profondità: perché ci sembra ragionevole affermare che tutti gli uomini desiderano festeggiare? Qual è il rapporto tra la festa e l’esistenza umana?

Sono alcune delle domande che sorgono quando cominciamo ad interrogarci sulla nostra esperienza personale e sul significato dei dati che possiamo raccogliere tramite le scienze umane, quali appunto la sociologia, l’etnologia, la statistica. Ma non è facile interrogarsi e riflettere seriamente su questo argomento, in particolare nelle circostanze attuali, in cui i cambiamenti socio-culturali hanno influito notevolmente sul modo di vivere e di percepire la festa.

Un primo condizionamento negativo è dato dalla identificazione progressiva tra festa e tempo libero: il giorno di festa viene ridotto a quello spazio di tempo che, in teoria, possiamo gestire liberamente, senza sottostare ad un orario o ad un programma che ci viene imposto. Dovrebbe essere facile intuire che questa identificazione concorda con la tendenza individualistica da cui è segnato così in profondità il nostro tempo. In effetti, siamo convinti che in quelle ore non dedicate al lavoro, qualunque esso sia (compreso lo studio), possiamo finalmente fare quel che ci pare e piace, soddisfare le nostre aspirazioni, badare a noi stessi. Ma in questo modo si confonde la condizione esterna della festa con lo stesso evento festivo.

Un altro dei condizionamenti negativi è il predominio di una mentalità economicistica o mercantile, secondo la quale ogni attività umana deve avere il suo rendimento e il tempo va sfruttato per fini utilitaristici. Ma la festa non può essere strumentalizzata per uno scopo ulteriore o per trarne un vantaggio, altrimenti viene totalmente falsata: quando si festeggia, non si pretende altro che fare festa e solo così si riesce a partecipare alla gioia festiva.

Menziono solo un terzo condizionamento: le spinte massificanti e spersonalizzanti della società odierna, la quale da un lato esalta l’autodeterminazione individualistica e dall’altro favorisce il divertimento di massa e le dinamiche di gruppo. Ma la celebrazione festiva non può essere vissuta né nell’isolamento (chi festeggerebbe da solo, in un isolamento sia fisico sia spirituale?) né nell’anonimato della folla, perché richiede la partecipazione personale al senso della festa: è proprio quest’ultimo a stabilire un’autentica unione con gli altri che festeggiano.

Ho voluto mettere in risalto l’influsso di questi condizionamenti, tra gli altri che si potrebbero elencare (ad esempio, il relativismo culturale che rende insignificanti le tradizioni), per giustificare la mia precedente affermazione: oggi si sta dileguando la percezione della festa autentica, perché molti fattori socio-culturali ne stanno minando le basi. Eppure, la festa non è un fenomeno accessorio e secondario nell’esistenza della persona: in essa sono implicate alcune dimensioni esistenziali che ci contrassegnano come esseri umani. Ne cito qui solo quattro: nel festeggiare sono presenti l’insopprimibile desiderio di una felicità piena (tutti desiderano essere felici e nessuno vi rinunzierebbe consapevolmente), la nostra relazionalità costitutiva (la rete di relazioni, tra cui quelle parentali, ci accompagna sin dalle origini e struttura la nostra identità), la tendenza a proiettarci al di là del tempo presente (siamo costantemente orientati verso il futuro e verso una pienezza che duri per sempre), il legame con le nostre radici (il nostro presente e i nostri progetti sono imbevuti del nostro passato e della consapevolezza della nostra origine).

Questi elementi così insiti nel fenomeno festivo sono, com’è evidente, strutture fondamentali dell’esistenza personale: pertanto la perdita del senso della festa non ci può lasciare indifferenti, poiché è segno e causa di gravi ripercussioni nella nostra vita.

L’autore di questo saggio

I motivi che ho esposto in sintesi fin qui rendono particolarmente attuale ed interessante il presente saggio di Josef Pieper, tradotto per la prima volta in italiano, in cui senza lungaggini estenuanti viene affrontato in profondità l’argomento della festa. Ma chi è Pieper? Vale la pena presentare brevemente questo autore, di cui solo alcuni libri sono stati pubblicati in Italia e sono ormai in gran parte difficilmente rintracciabili.

Nato a Rheine (Elte) il 4 maggio 1904, Josef Pieper può essere considerato uno dei più famosi filosofi cristiani del ventesimo secolo. Dopo aver frequentato il rinomato “Gymnasium Paulinum” di Münster, dove imparò ad apprezzare Tommaso d’Aquino e Kierkegaard, studiò filosofia, giurisprudenza e sociologia nelle università di Münster e di Berlino. Il suo primo libro, elaborato per il dottorato in filosofia, era intitolato La realtà e il bene: derivava dallo stimolo di un corso di Romano Guardini e dallo studio delle opere dell’Aquinate, la cui lettura Pieper non abbandonò mai, neppure negli anni dell’arruolamento nell’esercito tedesco. Sin dagli inizi degli anni trenta, si interessò attivamente ai problemi sociali, anche sulla spinta dell’enciclica Quadragesimo anno, e scrisse diversi saggi sulla questione sociale. Poi si dedicò soprattutto a temi etici e antropologici, a cominciare da una serie di studi su ciascuna delle virtù cardinali e teologali. Insegnò nell’istituto di magistero di Essen e in seguito assunse la docenza di Antropologia filosofica nella “Westfälichen Wilhelms-Universität” di Münster. Tra le altre onorificenze ricevute, nel 1981 gli venne conferito il Premio Balzan per la filosofia, perché, secondo la motivazione, aveva «aperto nuovi orizzonti nel riproporre i temi eterni della filosofia cristiana, congiungendo i pensieri della saggezza greca col messaggio del Vangelo in un linguaggio adatto a svegliare una coscienza filosofica dei problemi ultimi dell’esistenza nel pubblico in tutto il mondo».

Morì il 6 novembre 1997 a Münster (Westfalia). Le sue opere, tradotte in molte lingue, sono state raccolte in dieci volumi e pubblicate dalla casa editrice Felix Meiner (Hamburg), a cura di Berthold Wald.



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Titolo: "Diario di un parroco di campagna"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Lisi Nicola
Pagine:
Ean: 9788882726607
Prezzo: € 8.50

Descrizione:

In questo capolavoro della letteratura italiana si delinea l'immagine del ''Parroco di Campagna", figura antitetica rispetto a un mondo deviato e sconvolto, il nostro mondo contemporaneo, che Nicola Lisi usa come metafora per richiamare la bellezza e la necessità della rinuncia al proprio io tesa a riscoprire un rapporto armonioso con Dio, con gli uomini e con le cose del mondo.



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Titolo: "Dr. House MD. Follia e fascino di un cult movie"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Bellieni Carlo V., Bechi Andrea
Pagine:
Ean: 9788882727208
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Perchè il Doctor House piace tanto? Come spiegare il successo televisivo di una serie tv? In queste pagine gli autori interpretano e commentano tutta la genialità del creatore di un Cult Movie che esalta l'esistenza di valori autentici.

 

INTRODUZIONE

Una strana “morale”

«… questo ci chiede uno sforzo per superare l’impatto con questi comportamenti negativi e arrivare a capire il messaggio principale della serie: non fermarsi a quello che si vede, ma fissare il punto decisivo: il cambiamento e lo stupore di una mente cinica».

Quando vediamo il fornaio impastare il pane, sappiamo che saprà trarne una bella e gustosa rosetta o un ottimo sfilatino: è il suo mestiere, lavora da anni a questo e la sua bravura non ci lascia stupiti. Se però andiamo a casa di un amico e questi durante la cena ci spiega che il dolce che stiamo mangiando è frutto di un suo personale lavoro di cottura e impastatura, la cosa ci stupisce favorevolmente, perlomeno se il dolce è buono. Se poi il dolce è buonissimo e l’amico era uno che ritenevamo un fannullone, la questione ci incuriosisce e ci rallegra tantissimo.

Questo è il caso della serie televisiva Dr. House MD. È noto che dalla TV filtrano pochissimi segnali fuori dal coro del politically correct che strombazza e imprime nelle menti poca cultura e due soli “valori”: l’autodeterminazione (che finisce col diventare solitudine) e il disimpegno. È anche vero che talvolta sono trasmesse fiction con storie di personaggi storici o personaggi religiosi simpatici (ancor più saltuariamente). Ma… che papi e santi comunichino messaggi “cristiani” ce lo aspettiamo. È una sorpresa quando il protagonista (l’eroe) della fiction è un tipo decisamente cinico. Qui sta la genialità di chi ha creato la serie di House: non essere scontato ma proporre un itinerario eticamente buono usando le parole, le immagini, e anche le debolezze umane che normalmente veicolano ben altro tipo di messaggi.

Perché “una strana morale”? Perché è una morale che “non fa la morale”. Con i suoi aforismi, i suoi apologhi, con le sue idiozie e le battute dei colleghi di House, questa serie riafferma dei valori forti e fermi, pur con le sue contraddizioni, col suo cinismo e il suo ateismo urlato (ma solo per darsi un tono, molto probabilmente). In fondo la morale non è solo escatologia, ma anche riaffermare la verità sull’uomo. Attenzione, comunque: House è un “cattivo”, è cinico. Ci è richiesto uno sforzo per superare l’impatto con questi comportamenti negativi, per arrivare a capire il messaggio principale della fiction, non fermarsi a quello che si vede, ma fissare il punto decisivo: il cambiamento e lo stupore di una mente cinica.

Un insegnamento morale può derivare dal modo in cui si affrontano i temi etici, per arrivare a verità più grandi. È questo il motivo per cui per esempio la Chiesa ha così a cuore il suo magistero sociale e in particolare i temi bioetici: salvare l’uomo dall’attacco all’uso della ragione e alla categoria dell’“incontro”, i due elementi che permettono e facilitano la vita in tutte le sue dimensioni – e quindi anche nella dimensione religiosa. Già, il Cristianesimo nasce e vive di incontri e di testimonianze, prima ancora che di dottrine scritte; ha l'umanissima pretesa di vagliare e giudicare questi incontri e queste testimonianze alla luce della ragione. E questa è la dinamica sociale e reale dell'uomo: conoscere se stesso scoprendosi riflesso nell'altro, e poi cooperare con l'altro avendo capito che ha i suoi stessi desideri e limiti.

Ora, tante novità sconvolgenti in campo bioetico realizzano proprio l’opposto: partono dal concetto che ogni uomo è una specie di cavallo rinchiuso in un recinto e in quel recinto si gode la sua supposta libertà. Hanno come ideale l’isolamento e la cosiddetta “autodeterminazione”. Mostrano un uso restrittivo della ragione: non sono infatti più in grado di chiamare “bambino” un bambino (solo perché non è ancora nato), o ostentano terrore verso un supposto “accanimento delle cure”, che spesso è solo il tentativo di salvare una vita (ma per alcuni salvare la vita di un disabile è un’azione di cui non vantarsi). Non a caso l’aborto e l’eutanasia come “diritti” nascono dall’idea che nessuno possa o debba interferire con le decisioni che magari in un momento di solitudine o di disperazione sono state prese. Presto bisognerà essere straordinariamente audaci per dissuadere un suicida dal suo intento, perché ci sarà il rischio di essere denunciati per aver interferito con la sua “autodeterminazione”: anche House c’è passato, quando ha voluto salvare un paziente, nonostante il suo testamento biologico! Ma c’è qualcosa che non torna, anche perché la pratica clinica e la conoscenza dei casi smentisce che queste scelte siano davvero scelte libere: come sappiamo bene dalla letteratura scientifica, spesso queste “decisioni libere” nascono da costrizioni esterne e possono essere modificate se arriva chi offre una valida alternativa, soprattutto dal punto di vista umano, e ovviamente – quando serve – anche economico o sociale.

L’attacco alla ragione e all’incontro tra le persone viene perpetrato dietro un particolare paravento costituito dalla falsa idea che attraverso i “vantaggi” di questa aggressione distruttiva arrivino alla popolazione dei “diritti” nuovi, i cosiddetti “diritti civili”, di molti dei quali, se guardiamo bene, faremmo tranquillamente a meno. Queste allegre “concessioni” di diritti ad alcuni hanno il loro rovescio della medaglia: man mano che i nuovi diritti arrivano, quelle categorie che non possono reclamare la loro “autodeterminazione”, cioè bambini, anziani e disabili vengono a perdere sempre più i loro. Insomma, sempre più “diritti artificiali” per sempre meno persone: chi non sa o non può farsi sentire, resti senza diritto di cittadinanza, addirittura senza la possibilità di definirsi “persona”, secondo quanto affermano molti filosofi di moda.

Questo libro nasce dal fascino di un personaggio di una favola televisiva; conoscendolo meglio abbiamo scoperto che nelle storie che di lui vengono raccontate emerge e ci stupisce potentemente il modo positivo di guardare la realtà. E guarda caso, questo modo di guardare la realtà è proprio quello che sta alla base della comunicazione del messaggio cristiano e che tutto, nella società d’oggi, vuole nascondere: l’uso potente e non censorio della ragione e la potenza del contatto umano (che, in questo caso, mostra la sua potenza terapeutica proprio quando il protagonista vorrebbe rifiutarlo; ma, dentro di sé, esplode qualcosa che glielo impedisce).

Che questi messaggi positivi nascano da un personaggio “cattivo” in fondo ci piace: serve a dare meno spazio al sentimentalismo e più fiducia al nostro essere fallaci (ma redimibili) esseri umani.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

house: il destino contro il capriccio

Questo libro apre a qualcosa che potrebbe sfuggire nella visione del popolare telefilm, ma non è un libro per critici televisivi, né tantomeno esclusivamente per persone con una particolare sensibilità morale: è un libro per tutti, indipendentemente dall’uso che se ne vuole fare o dal retroterra culturale di chi legge. Può essere una semplice lettura, che speriamo piacevole, ma può anche essere usato da chi voglia affrontare in modo un po’ smaliziato e divertente alcuni temi molto attuali di bioetica e di medicina.

Intanto capiamo come NON usarlo. Siamo in presenza di una storia televisiva, dunque piena di chiaroscuri, di dubbi e di errori; perciò né la figura di House né quelle di altri personaggi vanno prese ad esempio positivo di comportamento e di etica. Non si deve pensare ad una “santificazione” di un personaggio TV, né tantomeno che si proponga una sua imitazione. Anzi.

Questo libro deve essere usato per capire come questa serie TV sia strutturata e perché desti in chiunque un sussulto; perché sia, per chiunque la guardi, una provocazione profonda, forse dolorosa ma, se ben usata, utile. È una provocazione “positiva”, per fortuna, e questo non è poco. Quando diciamo “positiva” non intendiamo il semplice “accordarsi” con la morale tradizionale o con l’etica che nasce da una pratica religiosa, ma “qualcosa” che fa risuonare il nostro cuore come ciò che da tempo attendevamo, che non esalta solo un particolare desiderio a scapito di altri. Già, perché spesso nella cultura occidentale si nota un'atrofizzazione dei desideri, magari dei desideri buoni, che se non tengono in conto tutte le altre dimensioni del nostro essere finiscono col diventare dei mostri. Basti pensare che la salute stessa è il soddisfacimento dei nostri desideri, ma se la intendiamo come il soddisfacimento di uno solo (per esempio, ottenere un tale risultato o godere di una certa cosa) e dimentichiamo tutte le altre necessità e dimensioni del nostro io, invece di promuovere la salute ci ammaliamo.



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Titolo: "Uscire dalla maledizione"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Abdalwabb Meddeb
Pagine:
Ean: 9788882726881
Prezzo: € 15.50

Descrizione:

Questo libro vuole essere un "trattato di guarigione" per un Islam malato. Il tempo della guarigione è venuto, e questo libro propone un percorso a quattro tappe delle quali ciascuna propone una stazione che invita a un lungo sforzo di ricerca e di lavoro su se stessi: dalla separazione tra politica e religione, al ripensamento radicale del jihad fino a ricondurlo alla sua vocazione difensiva, al riconoscimento dell'alterità femminile e l'ammissione dell'uguaglianza in nome dell'essere e del diritto, alla revisione della dottrina del "Corano increato" e della sua applicazione letterale

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Spezzare il tabù coranico

Questo libro vuole essere “trattato di guarigione” per un Islam malato. Rende attuale la metafora di Avicenna, scelta come titolo del suo Qitâb Ash-Shifâ, “Libro della guarigione”, che il filosofo consacra al suo sistema dove fisica e metafisica sono negate ma del quale il titolo suona “medico”. Conviene tuttavia precisare che la parola Shifâ, impiegata da quel saggio, deriva dal verbo shfâ, che vuole dire tanto guarire qualcuno da una malattia quanto liberarlo da una sete inestinguibile. Si tratta in effetti di organizzare un sapere per una diffusione destinata sia a disalterare e sia a guarire. E se c’è medicina, diagnostica che identifica la malattia, prescrizione che mira a ristabilire la salute, sete da calmare, la cosa riguarda non tanto il corpo quanto lo spirito e l’anima. Tuttavia, la salute (najât ) dell’anima e dello spirito cresce con la salute del corpo. L’obiettivo del filosofo e quello del medico si ricongiungono. E quando ci pieghiamo al capezzale dell’Islam malato, non perdiamo di vista che farmacia e parola vanno insieme e convergono verso lo stesso disegno curativo. Questo consiste nel ricordare al moribondo che ha diritto di uscire dalla maledizione, di curare la sua malattia, di neutralizzare la malignità del male che l’ha colpito, di allontanarsi dal processo di desertificazione che lo sprofonda nella barbarie. Deve attivare la propria volontà, se vuole ritrovare salute e benessere, deve estinguere la sete e riconoscerne la soddisfazione per ritornare ad essere agente di civiltà.

Il tempo della guarigione è venuto. Dopo aver aperto, con la Maladie de l’Islam, il ciclo che denuncia il male che corrompe la religione in cui sono nato, propongo questo libro come quarta tavola di un polittico che conta anche Face à l’Islam e Contre-prêches. A modo suo, conferma che il rimedio sta nel male, per riprendere la pratica omeopatica lanciata da Rousseau nelle sue Confessioni e che è qui richiamata. Perché è proprio reimpiegando la materia islamica che potremo lastricare e segnalare la via della guarigione.

Il mio richiamo ai musulmani a uscire dalla maledizione fa riferimento al «terreno di maledizione» evocato da Empedocle in un frammento delle sue Purificazioni. Questo terreno è il luogo «senza gioia» dove prosperano demoni che attizzano l’odio e dove cresce la violenza che moltiplica le mutilazioni, le ferite, le purulenze che vincono gli umani tanto nel fisico quanto nel morale (si veda il capitolo 17). Orbene, la malattia dell’islamismo non cessa di contaminare la gioventù musulmana e di orientare la sua energia verso quel terreno di maledizione, dove malfattori li invitano ad accamparsi per intrattenere i fautori del demonio e la sequenza di odio distruttore che nutre la parte negativa dell’Islam.

Per farla finita con la malattia e lasciare dietro di noi il terreno di maledizione, per interrompere la sequenza dell’odio e allontanarsi dalla barbarie, io propongo un percorso in quattro tappe delle quali ciascuna propone una stazione che invita a un lungo sforzo di ricerca e di lavoro su se stessi. Ma non immagino di chiudermi in una successione cronologica. Il cantiere è aperto simultaneamente in quattro luoghi. Colui che lo visita alterna il percorso e il soggiorno in una serie di va e vieni e di andate e ritorni.

Prima di tutto bisogna risiedere nella dimora dove si inculca il dovere di separazione. Simbolicamente comincia molto presto per gli umani, con il taglio del cordone ombelicale dopo l’uscita dal corpo della madre, un atto di violenza che provoca il primo strillo, prima del balbettamento che annuncia l’entrata nel linguaggio, all’origine di una seconda separazione, quando s’arresta la fusione con il materno. Non c’è soggetto se non separato, tagliato, portatore di ferite. Questa puntualizzazione elementare pone la nozione di separazione come fondamento della condizione umana. Di qui la sua importanza nell’evoluzione politica, dove il movimento è progressivamente determinato dalla separazione tra il temporale e lo spirituale, tra il cielo e la terra, tra la religione e la secolarità. Orbene, l’Islam ha la reputazione di essere fondato sulla consustanzialità di religione e politica; sarebbe la sua specificità costitutiva e caratteristica. Certamente, i germi della malattia che lo rendono precluso provengono da questa credenza che è stata eretta a dogma. Eppure, guardando con più precisione la storia, si constata quanto la separazione di fatto costituisca una dura smentita alla consustanzialità reclamata dalla norma. L’autonomia della politica è stata vissuta come necessità tecnica per assicurare il buon governo incoraggiando la crescita della civiltà e la prosperità delle città. Non ci resta dunque che portare alle più corrette conseguenze questa constatazione per negare la specificità dell’Islam e liberarlo dalla visione essenzialista dove è spesso rinchiuso dall’esperto islamologo come dal militante islamista.

D’altra parte, la questione della «doppia verità», che separa il dominio filosofico dalla sfera religiosa, è nata nell’ambiente averroista parigino della seconda metà del XIII secolo. Non è inutile insistere sull’ascendenza islamica di questo punto a partire dal quale si incatena il lungo processo che condurrà l’Europa alla laicità, dopo il passaggio determinante attraverso il pensiero di Spinoz4. Certamente Averroè non ha mai pensato alla doppia verità. La formulazione di questa nozione ha avuto luogo come conseguenza di un malinteso. Ma non c’è alcun dubbio che questa interpretazione fortunata abbia le sue premesse nel testo del filosofo di Cordova, il quale, nel suo Discorso decisivo, evoca la verità della rivelazione e quella della filosofia non per separarle ma per dichiararle «compagne e sorelle di latte»: siccome la verità non può accordarsi se non con la verità, allora, di verità non ce n’è che una. Ma è innegabile che due sorelle, fossero anche gemelle, nondimeno costituiscono due corpi distinti. Se no, ci si sarebbe trovati di fronte a due sorelle siamesi che si sarebbe dovuto rischiare di separare tramite qualche pericoloso intervento di scalpello.

Ci fermeremo poi alla stazione dove dovremo elaborare le condizioni che abrogano il jihâd, per rifiutare tutte le sue prerogative e dichiararlo nullo e inaccettabile fino all’argomentazione che lo riconduce alla sua vocazione difensiva. La perversione della nozione ha talmente contribuito a legittimare il crimine e il suicidio che ormai la si può considerare rovinata da se stessa. Essa nasconde un potenziale di violenza e una forza di perversione tali che non si possono neutralizzare se non annullando la nozione stessa. Tecnicamente, una lettura coranica che consideri l’effetto del contesto storico può rendere operativa questa neutralizzazione. Visto lo stato delle cose, quanto a me, non vedo soluzione più radicale per aiutare la religione a distaccarsi dalla violenza presente sul sito islamico.

Viene poi il momento di fermarsi in un luogo che ci farà gustare il sapore dell’alterità femminile. Il riconoscimento del loro genere e del loro sesso acquisisce forza di verità quando si ammetta la loro eguaglianza in nome dell’essere e del diritto. La considerazione di ciò che le distingue si dissolve nell’universalità e nell’unicità della persona giuridica. Certamente l’ineluttabile processo di modernizzazione che fa arrivare per loro la condizione di eguaglianza aggredisce le rappresentazioni tradizionali che le riducevano alla reclusione e alla limitazione in ruoli subalterni e ancillari. Ma la violenza della modernità che la tradizione subisce pare non sia in grado di legittimare la reazione nostalgica che trasforma il segno dell’asservimento delle donne e della loro costrizione in un ruolo di inferiorità, intendo dire il velo, come bandiera di una società con differenze fantasmagoriche che fanno sì che le identità si scontrino e si sbudellino.

L’ospedale era chiamato in arabo dâr ash-shifâ: è in questa «casa della guarigione» che i convalescenti dell’Islam potranno finalmente stare per essere iniziati alla verità dello straniero. Senza la sua assimilazione, nessuna salute. Il musulmano deve ammettere una volta per tutte di non essere portatore di una verità intera, completa, incontaminata, esclusiva, in grado di risparmiargli di percorrere altre parti del mondo dove si raccoglie il vero. Come qualsiasi altra verità, quella dei musulmani non è il tutto, non è definitiva, ed è lontana dall’essere insuperabile. Non la si può vivere che in queste carenze. Come qualsiasi essere umano non riuscirete mai a incorporare l’assoluto e la pienezza. La carenza, con la separazione, vi segnerà per sempre come essere che deve assumere la sua ferita narcisistica, iscritta nel corpo dopo la nascita e la separazione dalla madre. E ciò vale per qualsiasi essere umano, qualunque sia la verità che lo illumina. Nessuno ha l’esclusività dell’origine né dell’ultima parola. Il cammino verso la verità esige una marcia infinita rinnovata in continuazione. I musulmani possono parteciparvi, mettendo in gioco la loro propria verità, in emulazione con quella degli altri.

Però mai, musulmani, potrete avviarvi su questo lungo itinerario verso la guarigione senza sottomettervi a una condizione pregiudiziale: distruggere i vostri idoli e spezzare il tabù coranico. Non dovete erigere il vostro libro santo in vettore intoccabile della parola divina incontestata, eterna, mai creata, portatrice della verità piena. Non dovete soccombere alle dolci parole che vi instillano i dottori Bucaille e consorte, cattivi alleati che considerano il vostro libro come la Parola incarnata, che si distingue sia dalla Torah che dai Vangeli in ragione del suo preteso accordo con la scienza e con la tecnica moderna. Essere sedotto e adulato da un concordismo così ingenuo quanto agiografico è solamente il segno di un orgoglio intempestivo che si contenta di molto poco.

Anche il Corano utilizza la parola di Avicenna shifâ, «guarigione»; la usa in particolare nella sura delle api, applicandola al miele, «shifâ, guarigione per gli umani» (Corano, XVI, 69); un’altra volta nella sura intitolata sia Il viaggio notturno sia Béni Isrâ’ìl, dove si dice che «dal Corano non discese che shifâ – guarigione e rahma – misericordia» (Corano, XVII, 82). Nel suo Discorso decisivo, Averroè ha fatto ricorso alla prima di queste occorrenze coraniche per costruire un’analogia: non sarà l’accidente del cattivo uso che squalificherà la filosofia greca e il suo strumento, i quali sono eccellenti per essenza; proprio come il consumo del miele che aggrava la diarrea di colui che ne è colpito, non mette per nulla in dubbio il fatto che il miele resti una shifâ, una cura di guarigione per gli umani. Vorrei trasferire l’energia di questa analogia alla seconda occorrenza coranica della parola shifâ – guarigione menzionata prima. Che il Corano sia «guarigione e misericordia» non impedisce che lo si possa utilizzare per aggravare la malattia e la crudeltà, quando persone malefiche si appoggiano su alcune delle sue parti per uccidere senza distinguere, massacrare innocenti, legittimare il crimine, esaltare la morte data agli altri con il sacrificio di se stessi.

Noi vorremmo assimilare quest’uso del Libro a un accidente. Ma perché nella sua essenza sia causa di guarigione e di misericordia, dobbiamo rileggerlo in una prospettiva che neutralizzi la violenza che racchiude, quella stessa che è privilegiata dai nemici islamisti. Una tale neutralizzazione non potrà operare al di fuori di una lettura che prenda in considerazione le circostanze storiche del suo avvenimento per distinguere del Libro la parte obsoleta, caduca, e la sua parte perenne, permanente. Certamente, gli arcaismi che nel Corano si possono ricondurre a ciò che sembra alienante, crudele, ingiusto per l’umanità non sono peggio delle disposizioni presentate nei libri della Bibbia, come il Deuteronomio o il Levitico. Sono ritagliate nella stessa materia – quella che produce tutte le considerazioni intorno all’impurità delle donne, alla poligamia, al ripudio, alla schiavitù, alla legge del taglione, alla violenza mortifera contro coloro che sono stranieri rispetto alla comunità istituita sulla base della credenza.



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Titolo: "La Persona, il Popolo e la Libertà"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Gaetano Quagliariello
Pagine:
Ean: 9788882727109
Prezzo: € 8.50

Descrizione:

L'idea di laicità, il rapporto tra cultura e integrazione, la questione antropologica, l'educazione, la famiglia, il rapporto della persona con i processi economici e con la giustizia: scandagliando i temi più rilevanti del dibattito pubblico, Gaetano Quagliariello delinea in questo libro gli antidoti culturali affinché nella società, e fra i più giovani, non si affermi un'altra religione civile basata sulla ideologia dell'autodeterminazione, sul relativismo, sul nichilismo. E interpreta il senso dell'appello per una nuova generazione di cattolici in politica che dalla Chiesa proviene sempre più pressante.

 

INTRODUZIONE

Come e perché costruire in politica un «cortile dei gentili»

1. Il cambiamento più difficile per chi, dopo una vita dedicata alla ricerca, decide di spendere le proprie energie in politica, è sintonizzarsi sul tempo interno che scandisce questa attività. Diverso, se non proprio opposto, rispetto a quello dello studio e della riflessione.

In politica valgono regole differenti. L’orizzonte temporale si restringe. Quel che conta è prendere l’iniziativa al momento giusto. Quasi mai c’è modo di recuperare. Guai ad attardarsi su un particolare, magari per privilegiare l’esprit de finesse. Si rischia di perdere di vista il nocciolo della questione. In politica, insomma, tutto è più frenetico e immediato. La gran parte dei problemi si esaurisce nell’arco delle ventiquattr’ore. E la sera, prima di andare a letto, spesso e volentieri ci si sorprende, novelli Rossella O’Hara, a ripetersi tra sé e sé: «domani è un altro giorno!».

Se la politica è buona politica, però, qualcosa deve pur rimanere. Tra un’arrabbiatura e un’urgenza c’è bisogno che qualcosa si sedimenti e lentamente si faccia pensiero, indirizzo, azione. Certo: chi immagina il proprio impegno come contributo al bene comune, e non come esercizio narcisistico fine a se stesso, deve essere disponibile a sporcarsi le mani; non può tirarsi indietro di fronte alla sgradevolezza di certe situazioni o alla rude essenzialità di taluni impegni. Ogni tanto, però, è bene fermarsi; guardarsi indietro e chiedersi se ciò che si è seminato ha dato frutti; se, pur tra tante urgenze, con la propria azione si è tracciata una linea che porta verso qualche destinazione, o se la contingenza ha invece assorbito ogni altra esigenza.

Un libro può rappresentare un’occasione di sosta. Tra quelli che ho fin qui scritto, questo è il primo che si occupa di politique politicienne. Lo debbo all’amicizia degli editori David Cantagalli e Rosaria Tutino, che a più riprese mi hanno chiesto di raccogliere in un volume gli scritti e gli interventi degli ultimi anni. Alla fine mi hanno convinto. Ho ripreso appunti, schemi, articoli, alcuni solo abbozzati e altri già pubblicati; li ho selezionati, assemblati, corretti e quasi sempre integrati. Ho provato a capire se essi, al di là degli inevitabili scarti dovuti al momento e alla circostanza della loro redazione, proponevano, se non una elaborazione coerente, quanto meno una qualche linea di continuità. E così ho trasformato la stesura di questo libro nell’occasione per effettuare una verifica degli ultimi cinque anni d’impegno. Il volume che ne è scaturito non intende celare l’occasionalità dei contributi in esso raccolti ma, allo stesso tempo, vorrebbe anche testimoniare lo sforzo effettuato – e non soltanto a posteriori – per privilegiare coerenze, connessioni, richiami tra le differenti tematiche trattate: il tentativo, in altri termini, di far emergere uno sfondo comune che unifica i diversi segmenti dell’analisi.

2. Si parte dal trauma dell’11 settembre 2001. È allora che entrano in crisi molte delle certezze novecentesche ed evapora il senso di numerose categorie d’analisi alle quali ci si era abituati a ricorrere in modo quasi automatico. Lo tsunami travolge l’ambito dottrinale, quello geopolitico, quello strategico, fino a penetrare la dimensione della coscienza individuale per investire perfino le questioni relative al senso ultimo dell’esistenza. E il dibattito pubblico non può più sottrarsi dal confrontarsi con quel mutamento di paradigma epocale descritto da Samuel Huntington, per il quale dopo la sconfitta del comunismo la guerra ideologica che ha infiammato il Novecento sarebbe stata soppiantata da un inedito conflitto di civiltà, che ha la sua origine nel riemergere delle culture – e quindi anche delle tradizioni religiose – una volta infranta la crosta del mondo ideologicamente bipolare.

Ciò conduce, inevitabilmente, a prendere in considerazione il modificarsi dei rapporti tra la sfera della politica e quella delle religioni. E questo cambiamento epocale inizia allora a reclamare a gran voce la revisione di alcune certezze fino a quel tempo date per scontate, per comodità e a volte persino per pigrizia. A cominciare dal concetto di laicità.

Agli inizi, e non per poco tempo, si è preteso d’ignorare l’insorgere di questa esigenza. I più hanno ritenuto di poter risolvere il problema con una scrollata di spalle; negando la portata epocale del tema e persino accusando di essere in preda a furori mistici quanti – come Oriana Fallaci, Marcello Pera, Giuliano Ferrara –, forse perché dotati di vista più acuta, si sono fatti iniziatori di una pubblica riconsiderazione delle loro antiche opzioni.

Il trascorrere del tempo ha indotto a valutazioni più meditate. Emblematicamente ci si può riferire al titolo di un pamphlet apparso nel corso del 2009 a firma di Giancarlo Bosetti, un intellettuale della sinistra riformista non distante dagli ambienti di «La Repubblica»: Il fallimento dei laici furiosi (Rizzoli, Milano 2009). Se la prende con la Chiesa di Ratzinger ma ancor più con i «laicisti» i quali, con le loro chiusure ideologiche, sarebbero colpevoli di lasciare senza interlocutori la ritrovata vitalità spirituale delle persone di fede. Solo qualche anno fa un siffatto prodotto editoriale non sarebbe stato neppure immaginabile: evidentemente, a nessuno più è dato trattare con sufficienza e fare liquidatorio il ritorno della religione e del sacro nella società contemporanea.

Questo tuttavia non significa che le distanze si siano ridotte e che sul tema della laicità si sia giunti a individuare un minimo comun denominatore. Per dimostrarlo, la pubblicistica ci viene ancora una volta in soccorso. Nella vasta produzione sul tema è infatti possibile selezionare due testi a loro modo paradigmatici perché, per la loro impostazione, rappresentano bene modi differenti di concepire il problema, sin dalla definizione stessa di cosa sia la laicità riferita a uno Stato.

Per Stefano Rodotà (Perché laico, Laterza, Roma-Bari 2009) il termine laicità ha un connotato positivo; al punto tale che può essere considerato un’autodefinizione che non ha bisogno di alcuna ulteriore specificazione: «Abbiamo bisogno di chiarezza, – scrive Rodotà – di chiamare le cose con il loro nome. [...] È tempo di laicità senza aggettivo, o se vogliamo comunque definirla, semplicemente democratica». L’impostazione del problema da parte del Patriarca di Venezia Angelo Scola (Una nuova laicità. Temi per una società plurale, Marsilio, Venezia 2007) si colloca agli antipodi. Lui considera la laicità un pre-requisito che incarna una garanzia negativa: quella di evitare identificazioni totali e totalizzanti. Da sola, però, non è in grado di qualificare uno Stato e tanto meno una democrazia. Scrive Scola: «Uno Stato democratico non può essere indifferente ai grandi valori che stanno a fondamento della stessa convivenza democratica [...]. Dunque lo Stato democratico è laico per la sua non-identificazione con qualsivoglia “visione del mondo”, ma non è affatto “neutrale” nei confronti dei suoi valori fondanti».

Non sarebbe difficile dimostrare come da queste differenti premesse discendano differenti concezioni del rapporto tra la persona e le istituzioni, nonché del modo stesso di intendere la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo. Quel che però è più importante chiarire in quest’introduzione è che nessuno può ritenere che questa frattura sia confinata in un ambito puramente culturale, senza investire le strutture stesse del conflitto politico, non meno della definizione identitaria delle forze che sono chiamate ad animarlo.

3. Tutto inizia con la morte delle ideologie novecentesche. Poco dopo la metà del secolo scorso, il Premio Nobel André Malraux – uno di quelli che di droga ideologica aveva fatto largo consumo e se ne era poi disintossicato aderendo al gollismo inteso come mito della nazione incarnato in una biografia eccezionale – aveva previsto che il XXI sarebbe stato «il secolo delle religioni». Allora il suo vaticinio apparve oscuro. Vi fu chi pensò al fatto che i sentimenti religiosi alla Peguy, assai più delle ideologie tradizionali, avessero la forza di affascinare e di contagiare. Ma oggi, in retrospettiva, comprendiamo che la previsione era più profonda e gravida di conseguenze.

Cadute le ideologie, infatti, le grandi religioni hanno acquistato uno spazio nell’arena pubblica che da solo basta a smentire la convinzione positivista di una loro inevitabile e progressiva estinzione. Il rapporto tra di esse, inoltre, è divenuto più difficile, complicato dalla demografia, dalla vastità dei flussi migratori, dalla scomparsa dei modelli novecenteschi di riferimento nel campo della cosiddetta integrazione. E queste difficoltà, con modi e intensità differenti a seconda dei contesti, hanno infine penetrato la politica interna di tutti gli Stati occidentali, proponendo problemi e sfide inedite, spesso inimmaginabili fino a qualche decennio fa.

Si può affermare, in grande sintesi, che il fallimento delle ideologie – e prima di tutte del comunismo – abbia suscitato due reazioni che a ben vedere uniscono le loro forze spingendo verso un esito unitario. La fine del grande dogma, da un canto, ha portato con sé la pretesa di relativizzare ogni altra verità per approdare a una visione nichilista che investe la concezione dell’esistenza personale non meno dei suoi addentellati con la dimensione pubblica. D’altra parte, però, ha anche suscitato il bisogno di una ideologia di sostituzione, priva di testi di riferimento e di immagini sacre, ma non per questo meno costruttivista e in grado d’incarnare quel desiderio insoddisfatto di perfezione e di pieno controllo del destino umano (non più in ambito sociale, non più solo socio-economico ma finalmente antropologico) che le ideologie avevano per tanto tempo promesso di esaudire pienamente.

Il combinato disposto di queste dinamiche ha portato a fondare intorno al concetto di autodeterminazione una sorta di nuova religione civile, per la quale l’individuo dovrebbe avere il controllo assoluto della sua esistenza chiedendo alla dimensione pubblica di legittimare ogni suo desiderio trasformandolo in diritto. Lungo questa deriva, per cui tutto è relativo, opinabile e lasciato dunque alla libera determinazione del singolo, perde di valore ciò che è accumulazione di senso: la tradizione, i corpi intermedi, la comunità, lo stesso popolo. Tra le altre conseguenze, da qui discende la crisi profonda dei grandi partiti eredi delle antiche ideologie «popolari» sconfitte. E il sempre crescente spazio che vengono a occupare nuove formazioni che coniugano con sensibilità differenti il paradigma unitario della società radicale di massa.

4. Questa evoluzione non poteva che suscitare una reazione e porre dei problemi anche a quanti si oppongono a tale deriva «progressista». Essi potrebbero essere tentati di sposare una di queste due opzioni: richiamarsi ai precetti della religione «ufficiale», proponendone una trasposizione possibile in politica; oppure trasfondere il senso più profondo della tradizione giudaico-cristiana in una religione civile concorrente rispetto a quella che rischia di conquistare il senso comune, in grado di utilizzare il sacro a fini per così dire profani.

Assunte nella loro purezza idealtipica, però, entrambe le soluzioni presentano significative controindicazioni. La prima rischia, di fronte al nuovo, di rifugiarsi in un déjà vu: tornare all’esperienza dei partiti unici che, come la DC in Italia, pretendevano di detenere il monopolio del sentimento religioso. Una ricetta che oggi non regge più di fronte alla laicizzazione dei comportamenti e che, tra l’altro, rischia di legittimare partiti ispirati da religioni «altre», che già fanno capolino nelle pieghe delle elezioni locali di questo o quel Paese.

La seconda soluzione, invece, si espone all’antico pericolo di proporre una strumentalizzazione dell’esperienza religiosa in chiave tutta politica: alla Maurras per intenderci. Di incorrere, insomma, nel «peccato» uguale e contrario commesso da tanti teologi della liberazione presunta dagli anni Sessanta in poi: banalizzare la fede riducendola a una teoria sociologica priva di significato trascendente, che consuma i propri effetti unicamente su questa terra. In questa prospettiva, per conseguenza non intenzionale, la politica si trova ad essere sacralizzata ben oltre il lecito e ad essa finisce per essere indebitamente attribuita la funzione di «liberatrice» dal male.

Mi sbaglierò, ma ritengo che questo rischio sia stato perfettamente percepito dall’allora Cardinale Joseph Ratzinger. Egli, non a caso, nel vivo di un dibattito sui grandi mutamenti nel rapporto tra religione e politica, a Subiaco, alla vigilia della sua elezione al soglio pontificio, rinverdendo la formula che fu di Pascal, lanciò un appello agli atei e agli agnostici a vivere come se Dio esistesse (L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005). In tal modo segnalò l’impossibilità per il Cristianesimo di tirarsi fuori dalla ridefinizione dello spazio pubblico e delle contese che lo solcano ma, d’altro canto, rilanciò le ragioni autonome della fede e la loro indisponibilità a una riduzione a prodotto meramente mondano.

Tutto ciò deve essere materia di riflessione per quanti stanno prendendo parte alla costruzione di un grande partito post-novecentesco, vorrebbero che le fondamenta della nuova organizzazione fossero forti e stabili, e avvertono come uno degli obblighi che giustifica il proprio impegno sia quello di garantire la durata a un’avventura politica che la discesa in campo e il carisma di Silvio Berlusconi hanno reso possibile facendo in modo che il testimone che verrà da noi consegnato alle future generazioni abbia salde radici.

Un grande partito a vocazione maggioritaria non può pretendere di fondarsi su una ideologia unificante e neppure di possedere una cultura monolitica. Nelle sue versioni più riuscite, infatti, esso rappresenta il prodotto finale del passaggio dalle coalizioni di tanti partiti caratteristici delle democrazie novecentesche alla edificazione di un solo grande partito di coalizione nel quale confluiscano fonti d’ispirazione e culture differenti, più idoneo a reggere i tempi e le dinamiche delle democrazie post-ideologiche.

Ciò non elimina il problema di individuare alcuni principi indisponibili, che valgano per tutti i consociati; ad evitare, insomma, che tutto si riduca alla contingenza di una fase, di una leadership o all’individuazione dell’ondivago parametro di ciò che possa procurare consenso e voti. Qui, a mio avviso, si colloca il vero sforzo necessario per quanti, cattolici o laici, credenti o non credenti, abbiano riflettuto sulle novità introdotte nello spazio pubblico dal terzo Millennio.

A più riprese gli uomini della Chiesa hanno invocato per l’Italia la nascita di una nuova generazione di politici cattolici onesti e seri. E il loro appello non è rimasto senza echi. Ad esempio nel mio partito – il PdL – Sandro Bondi e Mariastella Gelmini hanno proposto su di esso una riflessione originale.

5. Per spiegare il senso di questo libro e dei contributi che esso raccoglie, non posso esimermi, infine, dal dire in modo succinto e franco come la penso in proposito. Non credo che l’appello implichi la nostalgia del partito unico dei cattolici. Tanto meno credo che possa legittimare l’ambizione ad essere l’unico partito di riferimento per i cattolici: il pluralismo politico di quel mondo, infatti, è un dato acquisito, per quanto la sinistra stia facendo di tutto per mettere in difficoltà i cattolici che ad essa fanno riferimento.

Troverei, poi, ancor più inadeguata una risposta che tenda alla formazione di una componente cattolica interna, da contrapporre a una corrente laica. Quest’ultima ricetta è stata incarnata in nuce da Forza Italia. Allora rappresentò un fatto rivoluzionario nella politica italiana, perché contribuì a relativizzare una frattura che è connessa alla stessa origine dello Stato unitario. Oggi quella stessa soluzione non mi sembra più rispondente ai rivolgimenti culturali del nuovo secolo né in grado di cogliere i cleavages che si annunziano.

Ritengo che l’appello per una nuova generazione di politici cristiani (meglio che cattolici, in quanto il dato culturale è politicamente più rilevante di quello dell’appartenenza ecclesiale) debba invece spingerci a ricercare quei principi che possano unificare il partito a prescindere dai differenti orientamenti su questa o quella proposta, chiarendo quali sono le basi comuni e quale, invece, lo spazio da riservare alle legittime differenze d’opinione. Ancor più, ritengo che l’appello debba spingerci a identificare ciò che di stabile ci divide dall’altra parte; a selezionare una nostra religione civile che si nutra della tradizione giudaico-cristiana ma che, al tempo stesso, sia rispettosa dell’autonomia della fede così come di quanti non ne hanno il dono. Solo così è possibile auspicare l’unione di credenti e non credenti affinché del senso comune non s’impossessi un progressismo di maniera, e il compito della politica non si riduca ad adeguarsi a una secolarizzazione progressiva che di fatto non c’è.

Mi vengono in mente le parole che il Papa pronunziò di fronte alla Curia Romana il 21 dicembre scorso, quando manifestò la preoccupazione che l’uomo non accantoni la questione su Dio in quanto questione essenziale della sua esistenza, con tutta la struggente nostalgia che, a volte, in essa si nasconde. Egli rammentò allora la parola del profeta Isaia, la sua proposta di un cosiddetto «cortile dei gentili», al di fuori del tempio, come spazio libero da affari esterni dedicato a quanti avessero voluto riferirsi all’unico Dio, anche se non in grado di prendere parte al mistero. Persone che, pur non conoscendo Dio se non da lontano, non di meno nutrivano lo struggente desiderio del grande e del puro oltre le contraddizioni che, inevitabilmente, sono proprie di chi vive su questa terra e non pensa di possedere pietre da scagliare.

Benedetto XVI ritiene che la Chiesa oggi debba aprire una sorta di «cortile dei gentili». Facendo le debite trasposizioni, credo che esso servirebbe anche alla politica: uno spazio nel quale, partendo da aspirazioni e principi condivisi, si possa liberamente discutere e liberamente confrontarsi, tenuti insieme da una ragione comune e dalla ricerca della medesima linea d’orizzonte. Se questo libro potrà contribuire in qualche modo a delimitare tale spazio, l’impegno di anni avrà avuto un senso.



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Titolo: "L'età del Papa scomodo"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Stefano Fontana
Pagine:
Ean: 9788882726867
Prezzo: € 11.00

Descrizione:

Ascolto il Papa più di Enzo Bianchi. Non mi basta risparmiare acqua quando mi lavo i denti per sentirmi la coscienza posto. L'ecologia riguarda le foche e i panda, ma perché no gli embrioni umani e i bambini che chiedono di nascere? Non riesco a capire qualche altro diritto verrebbe prima del diritto alla vita. Non credo che il sottosviluppo dipenda solo da noi occidentali. Penso che Odifreddi dovrebbe precisare che non parla da matematico. Penso che la cultura non si riduca a Rusconi, Giorello e Galimberti. Sono sicuro che da qualche parte c'è ancora un posto per Dio nel mondo. Sarò ancora cattolico?

PREMESSA PER LE LETTRICI E PER I LETTORI

Raccolgo in questo libro tre anni di articoli pubblicati su loccidentale.it, dal 5 giugno 2007 al 2 aprile 2010, dal rapimento di padre Giancarlo Bossi nelle Filippine alla questione dei preti pedofili, passando attraverso Bush e Ratzinger, le persecuzioni dei cristiani e i cattolici democratici, le coppie di fatto e i diritti umani, l’emergenza educativa e la pillola RU486, Prodi e la Caritas in veritate, i teodem e i teocon, le contestazioni alla Sapienza e la lista di Giuliano Ferrara, Hamas e Israele, Ratzinger a Ground Zero e al College des Bernardins, la biopolitica e il cardinale Bagnasco, le elezioni politiche e quelle regionali, i massacri dei cristiani e i progetti culturali del cardinale Ruini, le ambiguità dell’Onu sui diritti umani e la strage delle bambine, le false seduzioni dell’ecologismo e il Cortile dei Gentili, il referendum sui minareti e l’ammissibilità del burqa, gli anglicani e i preti pedofili. Tre anni sono lunghi. Ci dimentichiamo in fretta le cose. Rileggerli può essere utile.

Ma non è una rilettura alla moda. Non si concede molto allo standard piuttosto diffuso che vorrebbe il cattolico aperto e consenziente a tutto quello che avviene perché il mondo va comunque amato. Il mondo va amato, ma proprio per questo va anche rimproverato. Oggi sembra che i peccati più gravi siano votare Berlusconi, sprecare acqua quando ci si lava i denti, dire che la teoria evoluzionista non spiega tutto, negare che il sottosviluppo sia solo colpa di noi ricchi, tirare su le orecchie con sospetto quando alla TV parla Veronesi, non leggere i libri di Odifreddi e soprattutto permettersi qualche critica al commercio equo e solidale, al pacifismo arcobaleno e alla decrescita di Serge Latouche.

Niente di tutto ciò nelle pagine di questo libro. Io sono ancora un cattolico che ascolta il Papa: Roma locuta causa finita est. Credo che il punto di partenza sia la fede apostolica e non la prassi di liberazione, non credo che il mondo, in quanto puro mondo, possa insegnarci tanto: dato che ha bisogno di essere salvato non può salvare. Non mi hanno mai appassionato i messianismi senza Dio e le nuove religioni dell’ecologismo, del pacifismo delle marce, del terzomondismo e della decrescita mi sanno tanto di idolatrie. Mi tengo cari i pochi “principi non negoziabili” che, una volta tanto, mi obbligano a dire sì sì oppure no no, senza papocchi e mille distinzioni. E quando non ci arrivo a capire fino in fondo come stanno certe cose complesse guardo a cosa mi dice la Chiesa, e mi fido pure. Del resto, da chi altro potrei andare? Non sono un cattolico adulto, sento il bisogno di essere guidato. Penso che il Vangelo valga più della Costituzione. Penso però che il Vangelo non basti, se con lo slogan «il Vangelo basta» si vuole negare l’insegnamento della Chiesa, la dimensione pubblica della fede cristiana, la necessità di difendere non solo le foche ma anche i bambini appena concepiti, l’autoritarismo della coscienza individuale che è la principale schiavitù dei nostri giorni.

Non credo che il cristianesimo sia solo un’etica, ma certamente comporta anche un’etica. Altrimenti non sarebbe umano. Sono un apologeta. Credo che il cristianesimo meriti di essere difeso e lo richieda intimamente perché non annulla la nostra libertà e il nostro ragionamento ma ci chiede di verificare se la sua proposta è umana o no. Nel volto di Cristo l’uomo si specchia, vede meglio se stesso e trova quindi conferma dell’umanità della religione cristiana. La Chiesa serve il mondo, ma proprio per questo deve aiutarlo a vedere fino in fondo la sua propria verità, e non può farlo senza mostrare la verità di Cristo.

Ringrazio le Lettrici e i Lettori che leggeranno queste 100 tappe di un cattolicesimo postideologico. Ricordino che se trovano cose non convincenti, la colpa è mia. Ringrazio il direttore del quotidiano loccidentale.it, Giancarlo Loquenzi, e Cristiana Vivenzio, della redazione, che mi hanno permesso sempre di esprimermi in totale libertà, unitamente alla presidenza della Fondazione Magna Carta che, rendendo possibile loccidentale.it hanno reso anche possibile questo libro.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

Dio è indispensabile

Benedetto XVI da Vienna indica la strada all’Europa

Vienna dista poche decine di chilometri da Regensburg. A pochi giorni di distanza dal primo anniversario del celebre discorso del 12 settembre 2006, che tanto scalpore suscitò, Benedetto XVI ha fatto di Vienna una Regensburg 2. Ne ha ribadito infatti tutti i concetti principali. Mancava il riferimento all’Islam, che allora fece infiammare mezzo mondo, ma del resto non mancava niente.

Alla Hofburg di Vienna, davanti ai politici e al corpo diplomatico, il Papa ha ribadito che l’Europa non può e non riesce a essere se stessa senza il cristianesimo. È un problema di radici, ma non solo. È vero e indubitabile che nelle radici dell’Europa c’è stato il cristianesimo. Ma l’importanza di questa religione per il continente europeo ha solo motivi storico-culturali? Se così fosse le nuove generazioni potrebbero anche dimenticarsene. Il fatto è che si tratta anche e soprattutto di una questione di verità. Senza il cristianesimo l’Europa non riesce più a vedere secondo verità la realtà e la natura della persona umana, la giustizia e il rispetto dei diritti umani. È per questo che il Papa ha citato il filosofo tedesco Jürgen Habermas, con il quale ebbe, su questi temi, uno storico dibattito pubblico a Monaco di Baviera nel gennaio del 2004. Nella frase citata Habermas afferma che «l’universalismo ugualitario, dal quale sono scaturite le idee di libertà e di convivenza solidale, è un’eredità immediata della giustizia giudaica e dell’etica cristiana dell’amore.

Immutata nella sostanza, questa eredità è stata sempre di nuovo fatta propria in modo critico e nuovamente interpretata. A ciò fino a oggi non esiste alternativa». Le osservazioni di Habermas sono solo di ragione. È quindi la ragione stessa a dire che al cristianesimo non c’è alternativa, ossia a ribadire che questa religione non solo è utile ma è anche indispensabile. Perché indispensabile? Perché senza di essa la ragione stessa – ecco il punto decisivo – si offusca e rischia di perdere di vista la realtà e la verità. Non solo, quindi, per meriti storici, ma per il suo intrinseco rapporto con la verità il cristianesimo è indispensabile e solo un’Europa che avesse perso il gusto per la verità potrebbe dimenticarsi del cristianesimo. Ma sarebbe ancora Europa?



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Titolo: "L' Unità d'Italia. Centocinquant'anni 1861-2011."
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Biffi Giacomo
Pagine:
Ean: 9788882726768
Prezzo: € 5.60

Descrizione:

Un italiano d'eccezione offre il suo contributo personale al controverso e multiforme dibattito sul Risorgimento. In occasione del centocinquantesimo anniversario dell'Italia unita, il cardinale Giacomo Biffi rivolge il suo inconfondibile sguardo ai fatti ''provvidenziali'' che guidarono il nostro paese verso l'unita' nazionale, senza trascurare le contraddizioni, i limiti e gli effetti a lungo termine dell'opera dei costruttori del nuovo Stato.

PREMESSA

Il 17 marzo 1861 un’assemblea convocata a Torino dalle regioni della penisola che alla data erano state raggiunte dal dominio politico e militare del Regno di Sardegna – e dunque con la sola esclusione delle Tre Venezie e di ciò che restava dello Stato Ponitificio – proclamò Vittorio Emanuele di Savoia re d’Italia. E così quel consesso implicitamente si riconosceva e si dichiarava primo parlamento nazionale italiano.

Come si vede, nel 2011 cade il centocinquantesimo anniversario della nostra unificazione.

È una ricorrenza suggestiva e non può essere disattesa. In effetti si stanno infittendo a questo proposito le riflessioni, di indole e di ispirazione ben diversa, talora addirittura di contenuto discorde. Ne risulta una rievocazione ricca e complessa, al servizio (almeno nelle intenzioni) di una approfondita e più adeguata comprensione dell’intera vicenda.

In tale multiloquio composito e variegato spero possa aver posto anche il mio modesto contributo. Mi lusingo anzi che ci sia qualcuno che trovi un certo interesse e una certa utilità in queste pagine, che sono offerte con animo semplice a titolo del tutto personale.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

L’arrivo dei francesi

Tra le date, che potrebbero essere assunte a segnare per la nostra penisola l’inizio dell’età contemporanea, quella che mi sembra più utile e chiarificante è il 1796: l’anno dell’ingresso nelle nostre regioni delle truppe guidate dal generale Bonaparte.

Un’invasione di nuovo genere

Di eserciti invasori e di estranee dominazioni si possedeva da noi ormai una lunga e esperienza. Ci si dovette però avvedere ben presto che stavolta era qualcosa di inedito, senza paragonabili precedenti.

Quando i soldati francesi entrano in Bologna il 19 giugno 1796, si affrettano – anche qui come dappertutto – a infliggere alla città il versamento di una somma enorme in denaro, in oro, in argento, in natura, quale contribuzione alle spese di guerra.

Il che – a parte l’entità del prelievo, che sconvolse la nostra economia – era un guaio che non giungeva inaspettato: quale che fosse la loro divisa, gli eserciti invasori si erano sempre fatti compensare per il beneficio, per la verità non richiesto, della loro presenza; quando non si dedicavano semplicemente al saccheggio.

Un “esercito di ladri”

Stavolta però ci furono delle novità rimarchevoli.

Prima di allora i conquistatori – spagnoli o austriaci che fossero – non si erano mai permessi di derubarci delle nostre opere d’arte. Cosa che i francesi fecero invece sistematicamente. Solo da Bologna asportarono trentun dipinti dei più rinomati maestri (quali il Guercino, i Carracci, Guido Reni, Raffaello, ecc.); e allo stesso modo si comportarono in tutte le altre città.

Per quel che se ne sa, nessuna voce di vergogna o di rammarico è giunta poi fino a noi dalla Francia per questo odioso comportamento.

“Ladri” ma forieri di novità

C’era però un’altra novità: quell’esercito di “ladri” era anche, per così dire, un esercito di “missionari”. Nascosto negli zaini di quei soldati, entrò in Italia l’annuncio di un radicale capovolgimento delle regole di convivenza sociale e l’impulso a intraprendere quel cammino che, discontinuo e travagliato, avrebbe di fatto condotto i nostri popoli alle moderne democrazie.

Un impatto traumatico

Di più, quei soldati e quelle bandiere richiamavano oggettivamente tutto ciò che in Francia si era compiuto a partire dal 1789 e soprattutto dal 1793: in campo religioso, l’introduzione del culto (astratto e cerebrale) della Ragione prima e poi quello (senza alcuna risonanza nell’animo popolare) dell’Essere Supremo; nel campo dell’amministrazione della giustizia, la legislazione sui “sospetti” (e segnatamente la terribile legge del 22 aprile 1794), che aveva consentito di arrestare e sopprimere senza procedure giuridiche migliaia e migliaia di persone innocenti; e, tra le decisioni politiche, il regicidio e il genocidio vandeano.

L’impatto con la realtà italiana non poteva essere più traumatico, sicché è abbastanza plausibile far risalire a quell’evento l’avvio di un’altra e ben diversa epoca della nostra storia.



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Titolo: "Le metamorfosi della città di Dio"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Gilson Étienne
Pagine:
Ean: 9788882727024
Prezzo: € 13.00

Descrizione:

La metamorfosi della Città di Dio è un brillante excursus sulla "Città di Dio": da Agostino a Comte, passando attraverso Ruggero Bacone, Dante, Cusano, Campanella, l'abate di Saint-Pierre, Leibniz. Il filo rosso è la trasformazione del concetto agostiniano di civitas Dei nella Cristianità medievale, e, successivamente, nella società universale degli uomini, che sta al centro del pensiero moderno. La metamorfosi è il risultato della secolarizzazione dell'ideale orginario. L'ultima sua forma è l'Occidente europeo, la cui costruzione ideale, come si ricava da molti passi del volume, è, tra approvazione e riserve, il vero tema di questo saggio di Gilson.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

La Città di Dio e l’idea di Europa

Il “neutralismo” europeo e l’affaire Gilson

Nel 1952 Étienne Gilson pubblica Les métamorphoses de la cité de Dieu. Il lavoro è il risultato di dieci conferenze tenute a Lovanio, sempre nel 1952, per l’inaugurazione della nuova cattedra Cardinale Mercier. Nonostante il successo delle conferenze il libro, secondo il biografo Laurence Shook, fu «immeritatamente trascurato, forse a causa dell’affaire Gilson, o forse perché accenna di rado alla scolastica e a S. Tommaso». In realtà delle due motivazioni è probabilmente la prima, l’affaire Gilson, quella che spiega, almeno in parte, la disattenzione con cui il testo fu accolto nonostante l’interesse dell’argomento.

L’affaire Gilson era scoppiato il 15 dicembre 1950 allorché Waldemar Gurian, un fuoriuscito russo dalla Germania nazista, docente di filosofia politica alla Notre Dame (Indiana) ed editore della “Review of Politics”, pubblicò su “The Commenweal” una lettera aperta a Gilson su L’Europa e gli Stati Uniti. La lettera faceva riferimento ad alcune conversazioni private, avute da Gilson in occasione di un ciclo di conferenze tenute in America, alla Notre Dame, tra il 30 novembre e il 2 dicembre 1950. Gurian accusava il filosofo francese di diffondere il vangelo del disfattismo, di favorire una politica neutralista della Francia nello scontro tra Est ed Ovest, di essere un oggettivo alleato del comunismo internazionale. Il 27 gennaio la lettera di Gurian venne tradotta in francese ne “Le Figaro littéraire”, dopo di ché tutta la stampa di Parigi risuonò dell’“affaire Gilson”. L’eco fu notevole perché la lettera di Gurian richiamava, indirettamente, una serie di articoli, pubblicati da Gilson nel 1950 su “Le monde”, nei quali «egli riteneva che l’allineamento, sia con la Russia che con l’America, avrebbe portato direttamente alla guerra. La Francia sarebbe stata invasa e conquistata in una settimana e il suo popolo schiacciato come mai prima d’allora».

Accusato di “neutralismo” il grande medievista, accademico di Francia, divenne oggetto, nella prima metà del ’51, degli attacchi più disparati, dai seguaci della destra di Charles Maurras, a taluni settori del mondo cattolico, ai fautori di un’alleanza senza condizioni con gli Stati Uniti. Al contrario la rivista “Esprit”, fondata da Emmanuel Mounier, doveva accogliere le sue tesi, ospitando nel numero di aprile del ’51 la sua Apologia pro vita sua con un bel commento di Albert Beguin. Le critiche lasciarono comunque il segno e, per un certo arco di tempo, la fama di Gilson subì una significativa eclisse. È in questo contesto che esce Les métamorphoses de la cité de Dieu, un’opera che ripercorre lo sviluppo dell’idea di società universale, da Agostino a Comte, la quale ha chiaramente di mira l’attualità storica: quella della costruzione dell’Europa post-bellica. Il testo in alcuni passaggi, lungi dal dissipare i dubbi che erano all’origine delle accuse al “disfattismo” gilsoniano, pareva confermarli.

Tra i punti controversi v’era quello concernente la “cultura europea”. Gilson era «riluttante a definire i contorni della cultura europea. Per lui, la cultura in Europa risaliva a diverse fonti, molte delle quali orientali. Era anche proseguita in numerosissime maniere in altre parti del mondo, come l’America e la Russia, e apparteneva a qualunque luogo nel quale si fosse manifestata». In un dattiloscritto del 1950 scriveva che «la nozione di culture européenne è ingannevole. Un’Europa unita politicamente ed economicamente potrebbe diventare una realtà altrettanto definita di quella degli USA. In essa tutto sarebbe europeo tranne la cultura. L’unico compito dell’Europa in questo campo è di lavorare da parte sua per mantenere viva la cultura del mondo».

La diffidenza verso la possibilità di definire una “cultura europea” torna ne Les métamorphoses al punto da costituire, come vedremo, l’assunto di fondo dell’opera. In una nota del volume Gilson distingueva due significati di Europa: uno concreto, geografico-politico, ed uno astratto, teso a rinvenire uno “spirito” ed una “essenza”. Questo secondo significato non era, però, solo “europeo”. Gli apporti della cultura araba alla scienza erano rilevanti. D’altra parte le analogie tra Europa ed America rendevano labili i confini culturali. «Si tratti del Canadà, degli Stati Uniti, del Messico, o delle repubbliche sud-americane, come situarli in Europa? E d’altra parte, come attribuir loro, che molto spesso presentano sfumature locali meno accentuate di quelle che si notano nella stessa Europa, uno spirito che non sia l’europeo?».

Le esitazioni di Gilson non infirmavano la fiducia che egli riponeva nel processo di “federazione” degli Stati europei. Quel processo non poteva però trovare la sua legittimazione nella enucleazione di uno “spirito” europeo, in una tipologia culturale. Esso doveva cercare altrove le sue condizioni di possibilità. Questo era l’intento, più o meno dichiarato, che stava dietro Les métamorphoses de la cité de Dieu. L’affaire Gilson, sotto questo profilo, rischiava di confondere e di rendere equivoco il punto di vista del filosofo oltre ogni limite. In realtà i sentimenti filo-europei di Gilson non erano in discussione, né il suo neutralismo significava il ripiegamento in un nazionalismo egoistico. Ne è riprova la sua attiva partecipazione nel dopoguerra, quale rappresentante del Ministero degli esteri francese, alla costituzione dei principali organismi internazionali. Gilson fa parte della delegazione francese alla conferenza di San Francisco, nel 1945, da cui doveva sorgere la Carta delle Nazioni Unite. Partecipa, sempre in veste di delegato, alla conferenza di Londra, dell’ottobre ’45, da cui sarebbe nata la costituzione dell’UNESCO.

È nella discussione e nella riflessione richiesta dalla partecipazione a tali organismi che matura in lui la concezione europeista, una prospettiva che coincide, in parte, con il suo impegno politico nel Mouvement Républicain Populaire (MRP) e con l’incarico di consigliere della Repubblica che riveste dal 28 marzo del ’47 agli inizi del ’49. Se l’interesse politico cederà ben presto il posto al disincanto non sarà così, invece, per quello europeo, sorto sull’onda della seconda guerra mondiale. Ancor prima dello scoppio del conflitto, nel maggio del ’39, Gilson si era identificato con Erasmo, con l’intellettuale umanista «che odiava la guerra, che giudicava anticristiana, inumana, vile, stupida». Nel novembre-dicembre del ’39 aveva tenuto, in Canada, conferenze sulla Société universelle e su L’Europe et la paix. Nello stesso arco di tempo, confidando nell’umanesimo come antidoto alla guerra, aveva svolto un ciclo di lezioni su La cultura classica romana da Cicerone ad Erasmo. Nel dopoguerra il suo europeismo non cessa con la Carta dell’UNESCO. Nel 1955 lo ritroviamo ai convegni di Firenze, organizzati da Giorgio La Pira, con una relazione su L’universalisme et la paix. Nel settembre 1958, al convegno della cultura europea, che si tiene a Bolzano, parla de L’unificazione europea. La realtà e i problemi. La vocazione europea di Gilson era indiscussa. Ciò che invece era problematico era la sua fede nell’idea di Europa. Il vecchio continente si avviava, nel corso degli anni ’50, ad una integrazione economica senza essere in grado di suggerire la sua forma ideale. «Quante volte, nel corso di riunioni in cui tanti grandi spiriti scrutavano con speranza l’avvenire dell’Europa unita, quante volte abbiamo inteso dire: Signori v’è chi cerca di dare un corpo all’Europa, ma di che cosa vivrà questo corpo se non gli diamo un’anima? Giusto, ma quale anima? E ciascuno proponeva allora la propria, ma era sempre l’anima di qualche cosa che non era l’Europa: di qualche cosa che essa non è e non sarà mai. Qualcuno osa farlo osservare? È subito accusato di non credere all’Europa, di non aver fede nell’Europa, insomma, di ritardare una nascita cui dovrebbe contribuire. Le sue intenzioni possono invece essere diverse. Egli pensa forse, più semplicemente, che se anche fosse in nostro potere creare anime, sarebbe saggia precauzione, prima di mettersi al lavoro, assicurarsi in vista di quale corpo si fa ciò».

L’annotazione, contenuta ne Les métamorphoses, indica il punto di vista di Gilson: non si tratta di negare un’“anima” all’Europa ma di comprendere quale e dove possa essere situata. Allo scopo le definizioni “filosofiche”, miranti a delineare un’essenza europea, distinta da quella americana, asiatica, africana, islamica ecc., erano fuorvianti. Una civitas universale, come presume di essere la civiltà europea, non si regge sulle proprie gambe, è usufruttuaria di altro. Questa è la tesi che Gilson espone nelle sue lezioni lovaniensi raccolte nel volume Le metamorfosi della città di Dio.

 

Dalla Città di Dio alla “Cristianità”

Il volume, che esce nel 1952, svolge una tesi analoga a quella propugnata da Karl Löwith nel suo Meaning in History. The Theological Implications of the Philosophy of History, edito a Chicago nel 1949. Nel suo studio Löwith mostrava la secolarizzazione della teologia della storia nel processo ideale che va da Agostino al XIX secolo. Analogamente Gilson mostrava la secolarizzazione di un’idea, quella di Città di Dio, nel passaggio da Agostino all’era moderna, sino ad Auguste Comte. Per Löwith la secolarizzazione moderna nasceva dal fatto «che il pensiero escatologico fu indirizzato verso le penultime cose, per cui si rafforzò l’impulso secolare in direzione di una soluzione definitiva dei problemi che non possono venire risolti sul loro proprio piano e coi loro propri mezzi». Questo processo viene condotto, nell’era moderna, «da un clero filosofico, che interpretò il processo di secolarizzazione come una realizzazione “spirituale” del regno di Dio sulla terra. Come tentativo di realizzare il pensiero progressivo di Lessing, Fichte, Schelling ed Hegel poté trasformarsi in quello positivo e materialistico di Comte e di Marx». Si trattava di una lettura affine a quella portata avanti, senza che si possa parlare di dipendenza alcuna, da Gilson. Anche per il filosofo francese l’idea agostiniana di Città di Dio, fondata sulla fede e sulla grazia, subisce una modifica, nel Medioevo, e, successivamente, una trasposizione sul terreno secolare che la snatura e la priva di ogni possibilità di autentica realizzazione18. Gilson critica questa trasposizione – la cui forma ultima è l’idea di Europa come società “universale” –; non critica però la modifica medievale del modello agostiniano che si ha con la nozione di “Cristianità” in Ruggero Bacone.

Da antico estimatore di Leone XIII il suo interesse è volto verso l’ideale della “cristianità”, senza che ciò comporti l’ideale del ritorno al Medioevo. Come è detto nella prefazione: «La Respublica fidelium, di cui ha così ben parlato Ruggero Bacone, e che noi siamo soliti chiamare Cristianità, nasce forse da una illusione prospettica, cui sarebbero particolarmente esposti i laici per il fatto stesso che, impegnati nel temporale, ne esagerano l’importanza? O, al contrario, siamo giunti al momento in cui la realtà della Cristianità dev’essere riconosciuta, descritta, definita e inserita al suo posto nella nozione di Chiesa?». Il quesito è fondamentale. Ciò che Gilson si ripromette nel suo lavoro è infatti di mostrare, previo l’accertamento di alcuni limiti, l’attualità del progetto baconiano. Una attualità che prende corpo a fronte della inattualità del progetto secolare della “Città di Dio”.

Lo scacco della secolarizzazione, con la sua idea di una città universale degli uomini derivata storicamente dall’idea di Chiesa, apre le porte ad una nuova rivisitazione della Cristianità, come alveo in cui costruire l’idea di Europa. Se questo è il progetto comprendiamo come Gilson partendo, nel suo excursus, da Agostino, possa riattualizzarne la prospettiva solo modificandola. In Agostino non compare infatti la nozione di “cristianità”, propria dell’orizzonte medievale nel quale la respublica diviene anche formalmente cristiana. Per il teologo di Ippona le città sono due, Città di Dio e città terrena. Sono città mistiche, distinte e al contempo perplexae. La mescolanza dei componenti non elimina il dualismo fondamentale: la civitas terrena rimane tale fino alla fine del mondo, non può divenire una civitas per essenza cristiana. «Agostino non ha tentato di elaborare qualcosa da intendere come la costituzione di un mondo fatto cristiano. La sua civitas Dei non è bensì una comunità puramente ideale di tutti gli uomini che credono in Dio, ma non ha neppure la minima comunanza con una teocrazia terrena, con un mondo strutturato cristianamente, bensì è un’entità sacramentale-escatologica, che vive in questo mondo quale segno del mondo avvenire». Nondimeno, ed è la tesi di Gilson, in Agostino, nonostante la chiarezza dell’impostazione del De civitate Dei, permane un’ambiguità di fondo che resiste ad ogni tentativo di soluzione. Da un lato «Agostino non ha mai dunque concepito l’idea di una unica società universale, ma di due, che sono universali almeno nel senso che ogni uomo, chiunque sia, è necessariamente cittadino dell’una o dell’altra». Dall’altro «resta da chiedersi se la sua dottrina implicasse la nozione precisa di un’unica società temporale. No, ma l’ha suggerita».

Attraverso Cesare, divenuto cristiano, la città temporale può essere riformata e divenire immagine della Città di Dio. «Così nel momento stesso in cui poneva la fede come confine di ogni società universale, la dottrina di Agostino suggeriva uno sforzo incessante per respingere questo stesso confine ai limiti della terra». Il Cesare “cristiano” temporalizza, per quanto è possibile, la civitas Dei. Toglie, in tal modo, il dualismo delle città ed apre le porte ad un dualismo interno ad un’unica cristianità: quello medievale tra Chiesa e Impero. È in questa prospettiva che prende forma la respublica fidelium del francescano inglese Ruggero Bacone.



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Titolo: "L' etica dei decision-makers"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Hude Henri
Pagine:
Ean: 9788882727048
Prezzo: € 14.00

Descrizione:

L'universalità dei problemi etici riguarda chiunque debba prendere delle decisioni. Questo libro offre ad ogni responsabile o decision-makers in campo educativo, economico e politico un codice di regolamento che occorre tenere presente per evitare i danni perpetrati all'umanità dalla mancanza di alcun riferimento etico di molti manager.

 

PREFAZIONE 
di Henri de Castries

Questo libro non può che interessare un decision-maker di oggi, anche se è possibile che non sia d’accordo con tutte le idee che esso propone. La società può solo guadagnare se se ne discute, e vorrei dire il perché dal mio punto di vista: quello del capo di una multinazionale.

Tornando indietro di dieci o vent’anni, nelle scuole commerciali e in altre business school si parlava solo di strategie e di guerra economica. Andava di moda Sun Tzu, il Machiavelli cinese. Oggi l’etica è sempre più al centro delle preoccupazioni, e molti ne parlano superficialmente, utilizzando un vocabolario politicamente corretto, ma senza una vera riflessione di fondo. L’argomento diviene allora un pretesto, mentre è molto meglio parlarne in modo concreto e sostanziale, non in politichese, al di là dei consensi troppo facili ed esprimendo chiaramente ciò che davvero crea difficoltà.

Le cose stanno così anzitutto perché l’economia è divenuta mondiale. Qualsiasi dirigente finanziario di un’impresa di una certa importanza deve viaggiare tra varie culture e chiedersi che cosa abbiano in comune tra loro. Molti ritengono che le differenze siano nell’etica. Forse la riflessione ci suggerisce che l’etica, al contrario, sarebbe l’elemento più comune tra loro, anche se i valori universali si realizzano in mentalità molto diverse e con stili molto differenti.

Ad esempio, la consuetudine del dono d’affari, che può essere malvista in America o in Europa, è obbligatoria in Cina, eppure un attento esame del significato di costumi all’apparenza opposti ci rivela, qui come là, la presenza delle stesse nozioni di onestà e lealtà nei confronti dell’interesse comune di cui ci si occupa.

È quindi possibile avere il senso della relatività dei costumi e serbare la fede nell’universalità dei valori umani più fondamentali. L’incontro con altre culture ci rammenta gli albori della nostra, quando commerciare significava anzitutto conversare, vivere insieme e stringere un’amicizia che si esprimeva con scambi di favori in un ambiente di reciproco rispetto.

Dato che l’economia di mercato è un’economia di libertà, può funzionare solo basandosi sulla fiducia. Senza etica, tuttavia, la fiducia è impossibile, la concorrenza non ha più senso e la libertà economica è in pericolo. Forse anche la libertà tout court e la democrazia. Ma non può esserci etica nell’impresa se manca, in senso più vasto, nella società e nella vita. Questo libro non cerca di applicare l’etica alla società, ma consente a ognuno di rammentare le semplici esperienze che riconducono a una certezza morale ragionata, profondamente umana e priva di qualsiasi fanatismo.

Un approccio pragmatico, un progetto professionale, devono quindi trovare senso, regole e riferimenti attraverso una riflessione che affronti seriamente la coscienza e la sua libertà. Non è quasi più possibile accontentarsi di ricette. Meglio a colpo sicuro restare pragmatici, a condizione che si tratti di un pragmatismo profondo. Questo libro aiuta a formare l’idea di un simile pragmatismo, ed è per questo motivo che giunge a tempo debito.

Ogni dirigente, trovandosi in una situazione in cui deve essere di esempio, ha una parte di responsabilità nel divenire della società. L’etica dei decision-makers rielabora le questioni della laicità e della nazione offrendo una didattica originale per rinnovare la cittadinanza.

Ecco un libro nato in un contesto insolito e a partire da un’esperienza iniziale, quella dell’esercito di una democrazia universalistica, la Francia, in un mondo tornato a essere pericoloso e incerto. Il problema della tortura, in particolare, si ritrova in filigrana in diverse riflessioni. Non deve stupirci: si tratta di un libro scritto dal direttore del polo etico e deontologico del centro di ricerche dalla scuola speciale militare di Saint-Cyr-Coëtquidan. Se tale concretezza evita all’autore l’astrazione accademica, non lo costringe tuttavia in uno spazio chiuso. Ecco perché questa Etica riguarda tutti i dirigenti di oggi.

Al di là della ricerca dei migliori risultati finanziari, ogni dirigente dovrebbe anche preoccuparsi delle condizioni economiche della pace che la nostra attività instaura o degrada. Dobbiamo lavorare al rafforzamento dell’etica: è lì che nascono le condizioni della pace mondiale e, nel contempo, l’efficacia economica a lungo termine.

Ostentare un’etica non è particolarmente problematico, metterla in pratica è tutt’altra cosa. Per un dirigente, la difficoltà sta nell’imporla dall’alto verso il basso della scala, e lungo tutta la catena di comando. E la prima forza che permette di agire in questo modo è indubbiamente la calma risoluzione di una convinzione meditata.

È per questo che l’etica va presa sul serio. Ormai non si tratta più di strumentalizzare: in primo luogo perché non è dignitoso, poi perché non sarebbe più un’etica utile. Solo un’etica autentica può esserlo.

Solo un’etica autentica presenta un’utilità, e qui sta il paradosso. Si può anche partire dall’utilitarismo, ma non si può finire lì.

Ci si deve arrendere all’evidenza: per servirsi dell’etica, l’etica deve esistere, e perché esista ci si deve credere. E non si pensi che esista semplicemente perché si dice che sarebbe utile che esistesse. Allora perché ci si crede? E come crederci? Come si può crederci? E fino a che punto? E a cosa si crede quando ci si crede? Questo credere nell’etica è ragionevole? Tutto l’interesse del libro sta nel porci la domanda. L’autore ha le sue risposte, che argomenta con rigore e che ogni lettore potrà confrontare con le proprie.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Questo libro è un’opera di etica a uso dei decision-makers, o di chi si prepara a diventarlo; quindi presuppone evidentemente che l’etica abbia a che fare con il loro lavoro. Una lunga tradizione filosofica, inaugurata da Machiavelli e dai teorici della ragion di Stato, proseguita dai moralisti francesi come La Rochefoucauld, teorici dell’amour-propre, continuata nei Libri III e IV dell’Etica di Spinoza e nell’opera di Nietzsche, potrebbe convincerli del contrario. La necessità strategica e le limitazioni legali lasciano ben poco spazio alla scelta per quanto riguarda i criteri etici: ci sono soltanto interessi e forze, calcoli e maschere. Certo, si è obbligati a cooperare, ad allearsi, ma in fondo non vi sono né morale né amici. Questo non significa però il caos: lo stesso Principe si lascia ammansire, e dal gioco della fatalità machiavellica può nascere lo Stato di diritto1; dalla paura e dall’interesse positivamente intesi, sotto un Leviatano razionale, tende a stabilirsi un equilibrio formalizzato in leggi il cui rispetto (molto spesso vantaggioso) prende il posto della morale. E si definisce giustizia il desiderio di colpire chi non è stato al gioco2. Inutile scendere in particolari3.

Questa tradizione “realista” e amorale è utile perché evita di farsi un’immagine idilliaca della realtà umana. Sarebbe imprudente ignorarla, ma un errore ritenerla sufficiente: un’illusione di “realismo” porterebbe infatti a semplificare la realtà – la struttura della realtà umana è ben più complessa di questo modello –, quindi al fallimento, perché decisioni e azioni sarebbero troppo sistematiche e non adeguate al reale. L’etica va riconosciuta anzitutto attraverso il realismo.

Tutti sanno che gli interessi economici sono in pericolo senza protezione della proprietà e garanzie dei contratti, e questo presuppone l’esistenza di Stati, di un diritto, di una forza pubblica. Se politici, giudici e poliziotti sono corrotti, è come se non vi fosse la legge, nessuno sarebbe mai sicuro di nulla e sarebbe impossibile prosperare in queste condizioni. Quando tuttavia la legge non viene rispettata, non basta farne altre per risolvere il problema. Reprimere, infatti, non è una soluzione sufficiente: chi controlla e chi punisce perché dovrebbe essere meno corrotto di chi è controllato? Il maggiore interesse dei grandi corruttori è quello di comprare il vertice. In breve, applicare la legge senza cedimenti, rendere giustizia con integrità, fare la legge preoccupandosi dell’interesse generale, malgrado un interesse particolare che potrebbe spingere a comportarsi diversamente: ecco atti giusti e coraggiosi, ispirati dall’amore, dalla saggezza, dalla religione, dal dovere o dall’onore. Tolte queste motivazioni, le leve non attivano più i governi e le difficoltà divengono insolubili.



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Titolo: "Maria, la donna"
Editore: Cantagalli Edizioni
Autore: Scola Angelo
Pagine:
Ean: 9788882726164
Prezzo: € 5.60

Descrizione:

Questo libro, che offre alcuni spunti di riflessione sui misteri della vita della Vergine, e' nato dal desiderio di approfondire l'esperienza dell'affidamento alla Vergine. Fin da bambino ognuno di noi fa una preziosa esperienza di affidamento. Muoviamo i primi passi, balbettiamo le prime parole testimoniando alla mamma e al papa' gratitudine per la promessa che il loro prendersi cura di noi ha destato nel profondo del nostro io. Dalla loro dedizione scaturisce la nostra elementare esperienza del bene.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Maria, la donna

L’affidamento alla donna

Nel suo Inno II di Natale, Romano il Melode, il più grande tra i poeti sacri della Grecia, immagina che Eva, raggiunta dalla voce di Maria intenta a cantare la ninna-nanna al suo Bambino, corra a svegliare Adamo e lo conduca davanti alla grotta per invocare la Madre affinché ottenga da suo Figlio la salvezza di tutta l’umanità.

Così Adamo implora la Vergine: «Eccomi ai tuoi piedi, o Vergine Madre Immacolata e, mio tramite, tutta la mia stirpe ti sta davanti […] ascolta il gemito di tuo padre […] vedi i cenci che il serpente fabbricò per vestirmi, difendi la mia estrema povertà presso colui che hai messo al mondo». Gli fa eco la supplica di Eva che più duramente sente le conseguenze della colpa.

Prontamente Maria li consola e li rassicura: «Mettete freno alle lacrime, accettate me per vostra mediatrice presso Colui che da me è nato, perché l’autore della gioia è lo stesso Dio generato dall’eternità». Infine interviene Gesù stesso che accoglie da sua Madre la supplica dell’umanità in pianto e le rivela il disegno salvifico del Padre su di lui, anticipandole la sua morte drammatica: «Considera la mia morte quale un sonno, Madre mia. Dopo tre giorni nel sepolcro volontario, tu mi vedrai rivivere e rinnovare la terra e tutti i terrestri. Queste cose, Madre, annunciale a tutti». Maria torna allora da Adamo ed Eva e li invita alla pazienza piena di speranza per la salvezza imminente: «Avete udito ciò che egli si prepara a soffrire per voi, voi che mi acclamate Piena di Grazia».

Dialogo denso di contenuti ma umanissimo, in cui brilla il compito di Maria nella storia di salvezza: condurre ogni uomo a suo Figlio Gesù, indicandogli la strada dell’affidamento a Lui.

Proprio alla donna è in un certo senso consegnata ogni persona umana. Al genio femminile, che Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem non esita a definire «profetico», si riconosce una peculiare capacità di difenderne la singolare dignità e di impedire così che, nel nostro mondo travagliato, si spenga la luce del volto di Dio che brilla in ogni uomo (cfr Sal 4,7).

Eva o Maria? Archetipo e paradigma

Cavandolo dal preziosissimo scrigno della Tradizione, Giovanni Paolo II nella sua Lettera apostolica sulla dignità e vocazione della donna propone un motivo caro alla mariologia dei Padri della Chiesa: quello della relazione Eva-Maria. Riprenderne le linee fondamentali può servire ad illuminare la figura di Maria come paradigma della donna.

Eva, in relazione interpersonale con Adamo, si trova all’inizio della storia umana. È, come lui, creata ad immagine e somiglianza di Dio. Porta in sé il riflesso della Trinità in quanto persona razionale e dotata di quella qualità comunionale che, in forza dell’«unità dei due», le permette di vivere la reciprocità. Ma Eva con Adamo, indipendentemente dalla distribuzione delle parti, è anche responsabile del peccato originale da cui dipende l’offuscamento dell’immagine e la conseguente grave alterazione del dono reciproco di sé: «Verso tuo marito sarà il tuo istinto ed egli ti dominerà» (Gn 3,16).

Eva, la prima donna, ha appena ceduto al Mentitore, e già si profila sulla scena del Protovangelo la donna che lo affronterà: «Questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (Gn 3,15). Così – rileva acutamente Giustino, il grande apologista del II secolo – il laccio della schiavitù, che la vergine Eva con la sua incredulità aveva annodato – fu sciolto dalla vergine Maria con la sua fede.

Maria dice Sì all’Angelo. Per la potenza dello Spirito concepisce, nella carne, il Figlio di Dio. Attraverso il suo abbandono confidente al disegno del Padre, viene ricostruita la stoffa comunionale della persona che Eva aveva strappato: la natura sponsale dell’essere umano torna a risplendere fulgida. L’uomo-donna (differenza sessuale), infatti, è il segno più imponente della contingenza della creatura, della sua dipendenza dal Creatore. Spalanca all’incontro con l’altro in vista del proprio compimento, attraverso il dono sponsale di sé, aperto alla vita. L’essere che ne nasce non è un semplice individuo della specie umana, ma è esso stesso persona singolare, unica ed irripetibile, fatta ad immagine di Dio. L’esclamazione di Eva, madre di tutti i viventi: «Ho acquistato un uomo grazie al Signore» (Gn 4,1) si ripete ogni volta che viene al mondo un uomo e – osserva Giovanni Paolo II – «esprime la gioia e la consapevolezza della donna di partecipare al grande mistero dell’eterno generare».

Anche a questo proposito la maternità verginale di Maria diviene elemento paradigmatico. Nel suo «Avvenga di me secondo la tua parola» (Lc 1,38) il dono totale di sé al suo Signore si fa disponibilità assoluta all’accoglienza della vita. Di questo abbandono Maria, trafitta sotto la croce, è testimonianza sublime.

«Nato da donna»

La chiave di volta che tiene insieme la figura della donna e quella del suo archetipo è l’icastica formula di Paolo: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna» (Gal 4,4). Nella Mulieris dignitatem, commentando la forza sintetica di questa espressione paolina, Giovanni Paolo II annota: «È significativo che l’apostolo non chiami la Madre di Cristo col nome proprio di Maria, ma la definisca “donna”: ciò stabilisce una concordanza con le parole del Protovangelo nel Libro della Genesi (cfr. 3,15). Proprio quella donna è presente nell’evento centrale salvifico, che decide della “pienezza del tempo”: questo evento si realizza in lei e per mezzo di lei».

Maria è dunque il paradigma della donna. In lei i dati costitutivi dell’essere donna – sponsalità, maternità e genio profetico – hanno trovato sublime compimento, come abbiamo sia pure solo per cenni anticipato. Dalla sua divina maternità scaturisce la “consacrazione” personale di Maria al mistero di Dio, per quella quasi-simbiosi che intercorse tra lei e il Verbo mentre dimorava nel suo seno. Dalla Madre di Dio s’irradia il mistero che l’avvolge e la colloca al vertice del cammino umano, permanente icona di ciò che ogni uomo è chiamato a diventare, in Cristo.

Per questo ripercorrere, commossi, i misteri della vita della Vergine, profondamente inscritti e finalizzati a quelli della vita di suo Figlio, significa prendere coscienza di quella pienezza dell’umano che ogni cristiano, per grazia, ha già ricevuto, così che la sua libertà vi aderisca fino in fondo. E il dono si faccia compito, a vantaggio di tutti gli uomini.



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