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Ebook - Edizioni Messaggero Padova



Titolo: "Proverbi e Siracide. Valida proposta di lectio divina dei libri sapienziali Proverbi e Siracide"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825048889
Prezzo: € 14.00

Descrizione:

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Titolo: "L'incontro con «l'altro» nella bibbia"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825044447
Prezzo: € 18.70

Descrizione:

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Titolo: "Informazione come struttura. Una critica dello scientismo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Gian Luigi Brena
Pagine:
Ean: 9788825043433
Prezzo: € 12.60

Descrizione:Riflessione dell'autore sulla necessità, oggi, per l'antropologia filosofica estesa a tutte le dimensioni dell'esperienza umana e al dialogo tra i popoli, di ripercorrere le tappe della scienza moderna, che ha diffuso una mentalità dominata dalle scienze naturali e non ha saputo riconoscere un posto adeguato al "senso umano" nella sua ricchezza di dimensioni, compresa quella culturale e religiosa. Alla filosofia il compito di integrazione dei saperi e di responsabilità per la società globale.

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Titolo: "Padre Pio. Le stimmate dell'amore"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825037456
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "Sorella terra. Il cantico di san Francesco"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Dino Dozzi
Pagine:
Ean: 9788825042740
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "In carne e ossa"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Elena Bosetti; Franco Giulio Brambilla
Pagine:
Ean: 9788825042382
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "Impossible? I miracoli di Gesù nella storia della Chiesa"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825042658
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "Personality Traits in Handwriting"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Lidia Fogarolo
Pagine:
Ean: 9788825040470
Prezzo: € 35.00

Descrizione:

Abstract

The Morettian sign system stands out unique against the psychological and graphological landscape owing to its diagnostic and predictive capacities. The huge number of personality traits considered makes it possible to trace the fundamental structures of the individual psyche seen in its basic components: sentiment and intelligence.
This method of studying the personality is not merely descriptive but also psychodynamic, allowing focus on how the Self manages the many tendencies present within it, evaluating whether the elements are consistent in their direction of movement, or, on the contrary, if there are elements of contradiction. Moreover, it is able to detect any decreases in vitality or progressive states of psychic fragmentation related to forms of depression, as well as any patterns that have become rigid and pervasive to the extent they compromise interpersonal relationships in the family, at school or work.
In practice, this method offers various application possibilities. Identifying specific personality traits, related to corresponding graphological signs, is quite a relatively simple path that enables us to detect important behavioural tendencies taken in isolation. Whereas, in order to be able to define the complex game of substantial, modifying and accidental signs, which allows us to access the inner dynamic core, we need specialist training owing to the obvious complexity of the object of study: the individual human personality. 
To complete the volume over 250 samples of handwriting are presented, for educational purposes, many of which belong to people who, in very different ways, have made their mark on politics (Hitler, Churchill, Obama), sciences (Newton, Darwin, Tesla), literature (Hemingway, Woolf, Buck), the arts (Picasso, Canova, Mozart) and religion (Pope John XXIII, Mother Teresa of Calcutta, Pope John Paul II).

LIDIA FOGAROLO graduated in psychology and is specialised in graphology. She works as a handwriting analyst and graphologist, is a Court appointed technical consultant in cases requiring handwriting verification and a lecturer in graphology applied to interpersonal dynamics. With EMP she has already published "Il segno grafologico come sintesi psicologia" (2011).



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Titolo: "Rito"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Bonaccorso Giorgio
Pagine:
Ean: 9788825034066
Prezzo: € 10.15

Descrizione:

Anche un flash mob è rito? Può sembrare «dissacrante», ma forse non lo è. L'autore di questo saggio ci propone di cambiare prospettiva e si chiede non tanto «che cos'è il rito» ma «che cosa si vede attraverso il rito». La scommessa da fare consiste nello studio del rito come occhio sulla realtà, come modo di vedere il mondo, la storia e l'universo. L'intreccio col cristianesimo e la sua liturgia è evidente. Quest'ultima, infatti, fa trasparire la speranza cristiana non solo perché l'afferma nei suoi contenuti ma anche perché la testimonia nella sua forma. Leggere questo libro è una piacevole rivelazione: dai primordi delle prime civiltà all'uomo post-moderno dello smartphone, il rito è essenziale, vitale e rigenerante.

INTRODUZIONE

Lo sguardo del rito e non solo uno sguardo sul rito. Il modo apparentemente più ovvio di trattare la realtà è di guardarla come qualcosa che viene da uno sfondo lontano, talvolta estraneo, se non addirittura ostile. Anche il rito può venire «ammucchiato» tra le cose provenienti da un mondo lontano ormai perduto o mantenuto come un oggetto esotico. Così alcuni, spinti da curiosità, possono dare un’occhiata al rito; altri, sorretti da una particolare sensibilità, vanno oltre questo atteggiamento superficiale e mostrano di avere un occhio di riguardo per il rito; vi sono poi quelli che rimangono incantati di fronte a una liturgia vista per la prima volta anche se sono ben lungi dal visitarla più volte come vorrebbe la sua natura ripetitiva.

In tutti questi casi si ha un occhio sul rito, e prima o poi l’occhio si annoia, oppure si concentra su dettagli che perdono di vista l’insieme. Il caso tipico è la centralità che spesso assume l’omelia, dalla quale molti si attendono suggestioni e originalità, illuminazioni e orientamenti. Se l’omelia non dice niente allora tutto sembra perso, dato che il resto della liturgia è percepito come poco comunicativo se non del tutto insignificante. Si può credere di porre rimedio a tale fallimento indagando e insegnando le innumerevoli ricchezze del rito. A parte l’esiguo numero di persone raggiunte dal rimedio proposto, rimane però il fatto che non si supera il livello dello sguardo sulla liturgia. Gli stessi studi sul rito, pur indagando a un livello più profondo, si sono mossi spesso sul piano di una semplice oggettivazione tesa a spiegarlo dall’esterno. Senza negare valore a questa prospettiva, la scommessa da fare sul rito è un’altra, e consiste nell’entrare nella logica rituale, ossia nello studiare il rito come occhio sulla realtà, come modo di vedere il mondo.

La domanda non è «che cos’è il rito» ma «che cosa vede il rito», «che cosa si vede attraverso il rito». E con ciò stesso si aprono le porte all’indissolubile legame con colui o coloro che vedono attraverso il rito. L’essenza del rito non è un qualche suo nucleo ma la comunità che lo vive, perché il rito è una modalità con la quale la comunità guarda il mondo; la sostanza della liturgia non è una qualche sua parte ma l’assemblea che lo celebra, perché la liturgia è la rivelazione con la quale l’assemblea guarda la storia. Un modo di guardare che non si realizza attraverso l’uso accorto di uno strumento ma grazie al costituirsi dello sguardo. Nel rito, e non più semplicemente col rito, la comunità è costruita come sguardo sul mondo e sulla storia, sulla vita e sull’universo. Il rito non è l’occhiale di cui l’uomo si serve per vedere meglio ma è l’occhio di cui l’uomo è costituito in quanto essere vedente. Il rischio costante è di ridurre il rito a una protesi come l’occhiale; il rischio è di ridurre il rito a una protesi della credenza, e la liturgia a una protesi della fede. Per questo motivo è meglio ricorrere alla metafora dell’occhio. Ma anche in questo caso non mancano i rischi, strettamente legati a un’antropologia che considera il corpo, con tutte le sue componenti (occhio compreso), uno strumento dell’anima o una protesi della mente. Il corpo e il rito condividono la stessa condanna all’esilio da quella cittadella che sarebbe l’essenza dell’uomo. Solo se assolti da quella condanna mostrano il vero volto dell’uomo vivente e dell’uomo credente. Il corpo non è lo strumento della vita ma è l’uomo vivente; l’occhio non è lo strumento per vedere ma l’uomo vedente; il rito non è una propaggine della fede ma la fede vivente e vedente.

Il tema del segreto può essere illuminante. Sembra molto diffusa l’idea che l’interiorità dell’uomo sia qualcosa di nascosto rispetto a ciò che appare nelle sue manifestazioni esteriori: la mente nascosta nel corpo. Su tale idea è paradigmata la convinzione che la fede, atto mentale, sia nascosta nell’interiorità ed espressa attraverso la corporeità, attraverso la parola e il rito. La cosa sorprendente, però, è che al rito appartenga, in qualche misura, la caratteristica del nascondimento, non solo nei casi in cui è previsto e prescritto il segreto rituale, ma come sua specifica attitudine comportamentale. Il nascondimento o il segreto a cui ogni rito è chiamato è quello della liminalità: il rito è anzitutto la soglia che sancisce l’essere dentro come qualità intrinseca a ciò che si sta compiendo. Per essere precisi non si dovrebbe dire che occorre superare la soglia e stare nel rito, ma che il «rito» è lo «stare nel rito». Questa è l’interiorità rituale, sostanziata da quell’interiorità che è corporea quanto l’esteriorità.

Qualunque sia il nome che si voglia dare a quel fenomeno che per lo più viene qualificato come rito o liturgia, il punto assolutamente irrinunciabile è che l’interiorità da esso richiesta non è l’esilio dal corpo ma un ritorno più intenso al corpo e alle sue innumerevoli possibilità. Grazie alla centralità del corpo il rito è costruzione delle relazioni sociali e apertura di tali relazioni a molteplici livelli della realtà: stando nel rito la comunità realizza la propria formazione e sviluppa uno sguardo sul mondo. Se ci si chiede che cos’è il rito, la risposta che voglia essere coerente con la prospettiva del «cosa vede il rito», si può approssimare alla seguente affermazione: il rito è un’autorganizzazione del corpo che configura una relazione sociale aperta a uno sguardo complesso della realtà.

Lascia sorpresi, alla luce di quanto si è detto, che gli studi sul rito abbiano raggiunto i livelli di ricerca più ragguardevoli solo recentemente. La storia del rito e la storia dello studio del rito hanno percorsi la cui misurazione avviene su scala molto diversa. Per quanto si sa il rito accompagna l’uomo dalla sua nascita e anzi, per certi versi, affonda le sue radici in periodi molto più remoti rispetto alla comparsa della nostra specie sulla terra. Gli studi sul rito sono decisamente recenti rispetto a tale lunghezza, anche se si considerano le antiche riflessioni filosofiche e teologiche. Le indagini scientifiche, poi, sono decisamente ridotte a un periodo ristretto, dato che iniziano nella seconda metà del XIX secolo, con una forte accelerazione in questi ultimi decenni. Ed è proprio alla luce di questa accelerazione recente che ogni tentativo di definire il rito sembra perdersi in un oceano di concetti e di prospettive. Lo stesso termine a cui si ricorre per indicarlo (primo capitolo) è problematico, anche a causa del fatto che sono coinvolte molteplici discipline (antropologia culturale, sociologia, psicologia, semiotica, scienze cognitive, fenomenologia) e ancora più numerose sono le prospettive in cui si sono mossi gli studiosi. Ciò che, comunque, emerge con le ricerche scientifiche ritenute ormai classiche (secondo capitolo) è che il rito si lascia provocare da molteplici punti di osservazione. Siamo ancora nell’ottica di uno sguardo sul rito, ma proprio tale sguardo, almeno in alcuni casi, costituisce la premessa per un passo avanti. È con gli studi più recenti (terzo capitolo) che ci si rende sempre più conto che il rito è esso stesso uno sguardo, un modo di vedere, di sentire, di comprendere la realtà. In tutto ciò emerge la sua sintonia con la sfera religiosa (quarto capitolo) che prende forma in tante ricerche ma che merita di essere affrontata per se stessa.

L’intreccio col cristianesimo e la sua liturgia è evidente. Il profilo della ritualità è tale da poterlo accostare alla speranza che nella tradizione cristiana si configura come escatologia cristocentrica. La scommessa da non perdere è quella che coniuga il contenuto teologico del rito con la sua forma antropologica, tenendo presente che il contenuto teologico ha sempre anche una forma e che la forma antropologica ha sempre anche un contenuto. È la scommessa della liturgia, ossia del complesso rituale che coniuga fede e culto. Questo complesso non sopporta alcuna estraneità tra forma e contenuto. La liturgia, infatti, fa trasparire la speranza cristiana non solo perché l’afferma nei suoi contenuti ma anche perché la testimonia nella sua forma. Alla base sta la trasparenza cristologica del rito, ossia la coerenza tra la forma e il contenuto. Ora, se la fede è l’incrocio tra il massimo della debolezza (la croce) e il vertice della speranza (la risurrezione), la trasparenza cristologica appare là dove il rito assume tanto la debolezza quanto la speranza non solo perché li significa (contenuto) ma anche perché li realizza (forma). Il rito assume la debolezza grazie alla sua forma semplice e apre alla speranza grazie alla sua forma stabile. Se qualcuno confondesse la stabilità con un cerimoniale ampolloso e la speranza con una celebrazione manipolabile, avrebbe già sconfessato nella forma ciò che, con i testi liturgici, afferma nei contenuti, ossia quell’intreccio semplicità-stabilità che sul piano della forma corrisponde a ciò che sul piano del contenuto è l’intreccio debolezza-speranza, croce-risurrezione. La trasparenza cristologica della liturgia consiste nell’intrinseca relazione tra il contenuto teologico e la forma antropologica, al punto che il contenuto è già anche la sua forma e la forma è già anche il suo contenuto.

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

La polivalenza dei termini: ritualismo, ritualizzazione, rito

Gli studi sul rito sono ormai così numerosi da richiedere libri voluminosi per la sola raccolta bibliografica, e altrettanto voluminosi per una sia pur schematica presentazione delle prospettive e degli ambiti coinvolti. Ciò che emerge sempre più evidente da tali studi è il ruolo centrale svolto dal rito nei comportamenti e negli atteggiamenti di tante società, ossia nel modo di agire e nel modo di pensare di tanta parte dell’umanità. Nella storia di alcuni popoli, però, si sono verificati dei mutamenti che hanno portato a una certa relativizzazione dei riti e talvolta anche alla loro emarginazione rispetto ai luoghi di costruzione del senso del mondo e della vita dell’uomo. Prima di tale svolta, erano già emerse, in alcune società, le accuse di ritualismo, nelle quali non veniva criticato il rito ma il modo incoerente di viverlo.

Con la svolta, però, il termine «ritualismo» può essere utilizzato per etichettare le prese di posizioni critiche verso la stessa istituzione rituale. Si tratta allora di mettere in evidenza, sia pure sinteticamente, le origini del comportamento rituale. L’interrogativo sulle origini ci porta, anzitutto, oltre i confini della specie umana, dato che il processo di «ritualizzazione» riguarda molte specie viventi diverse e più antiche dell’uomo. Quando quell’interrogativo si limita all’homo sapiens, si scopre che il «rito» costituisce un comportamento che ha segnato profondamente le società umane e le loro culture.



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Titolo: "1-2 Cronache, Esdra, Neemia"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Lorenzin Tiziano
Pagine:
Ean: 9788825035988
Prezzo: € 11.90

Descrizione:

Volume di lectio divina popolare sui libri delle Cronache, di Esdra e Neemia, importanti per comprendere la storia della salvezza narrata dall'Antico Testamento.

 

PRESENTAZIONE

LA SPADA E LA CAZZUOLA

In un famoso discorso in occasione del IX anniversario della propria incoronazione, il 29 giugno del 1972, papa Paolo VI afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, c’è l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida della chiesa [...]. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze ed è entrato per le finestre che invece dovevano essere aperte alla luce [...]. Anche nella chiesa regna questo stato di incerteza; si credeva che dopo il concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza...».

Per papa Montini, però, la secolarizzazione non disperderà il cattolicesimo; la crisi invece offrirà alla chiesa l’opportunità di sognare un futuro diverso attingendo forza dalle sue radici spirituali di sempre: si tratterà di ricostruire pastoralmente la comunità cristiana. In questi ultimi anni, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di papa Francesco, vediamo che il sogno di Paolo VI incomincia a realizzarsi. Le comunità cristiane sono esortate dai loro pastori a prendere in mano la cazzuola per costruire una nuova pastorale di evangelizzazione, tenendo sempre al fianco la spada della Parola di Dio tramandataci dalla chiesa primitiva.

La lectio divina dei libri di 1-2Cronache e di Esdra-Neemia, che proponiamo ci può aiutare ad approfondire in un clima di meditazione e di preghiera i germi di speranza che stanno spuntando nella chiesa del nostro tempo, quando sembra che i nostri templi si stiano progressivamente svuotando.

I cittadini di Gerusalemme ricostruivano le mura della città con la spada e la cazzuola (cf. Ne 4,11). Con la spada cinta ai fianchi, potevano affermare chiaramente: noi vogliamo essere quello che siamo sempre stati, cioè il popolo che il Signore si è scelto. La nuova identità sopraindividuale doveva essere frutto dell’obbedienza alla Torah proclamata solennemente nell’assemblea (Esdra-Neemia) e della costante scrutatio delle Scritture (1-2Cronache). Con la cazzuola in mano, potevano ricostruire una nuova comunità che, dopo le guerre maccabaiche, si tenesse pronta per un’era di pace sotto la guida di un nuovo Salomone (1-2Cronache).

Il metodo di lectio divina proposto da questa collana (lettura del testo, interpretazione e attualizzazione) è ripreso dalla prima liturgia della Parola registrata nella Bibbia (Ne 8,1-18): un testo dove possiamo ritrovare in nuce gli elementi portanti della lettura della Scrittura tradizionale nel popolo ebraico e continuata nel cristianesimo.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

In una lettera a Paolino di Nola, verso il 395, san Girolamo scriveva: «Chiunque si proponga di conoscere le Scritture senza avere una conoscenza delle Cronache, si rende ridicolo». Non sembra però che nella tradizione cristiana, ma nemmeno in quella ebraica, ci sia stata una profonda considerazione per questo libro della Bibbia. Il motivo potrebbe essere dovuto al fatto che la metà di esso riproduce precedenti libri biblici. Oggi, per una strana ironia della sorte, il Cronista così disputato come storico è diventato un tema guida nella recente ricerca biblica, soprattutto perché è l’unica composizione di cui noi possediamo attualmente alcune fonti. Possiamo quindi scoprire come si usava riportarle, riscrivendole in modo che parlassero ancora a una nuova generazione.

A chi scrive e chi è il Cronista?

La comunità a cui si rivolge il Cronista non è quella che vive nel postesilio sotto l’impero persiano e nemmeno quella governata dai dominatori greci; è invece quella che vive subito dopo le guerre maccabaiche nella seconda metà del II secolo a.C., una comunità che è riuscita a sopravvivere alla forza dell’ellenizzazione forzata, ma che ha ancora bisogno di rinforzarsi, ritornando alle proprie radici storiche della fede per poter sognare un nuovo futuro proveniente dall’alto.

Perché pensiamo che la comunità a cui si rivolge il nostro autore sia quella postmaccabaica? Innanzitutto nel libro si può constatare un uso esteso e preciso delle regole ermeneutiche tipiche della letteratura rabbinica, ma usate già nel II secolo a.C. nei testi di Qumran e in quelli dei LXX; inoltre solo nel periodo ellenistico diventa probabile una nuova fioritura letteraria in lingua ebraica, perché riprendono le scuole scribali, soprattutto quella presso il tempio; il Cronista poi usa tante fonti bibliche e quindi tanti rotoli, considerati da lui testi canonici, materiale costoso e raro. E se teniamo conto dell’assenza, secondo il Talmud (b.Sanhedrin 104b), di 1-2Cronache dall’elenco dei libri attribuiti verso il 200 a.C. agli «uomini della grande assemblea», i quali non tengono conto della conversione del re giudaico Manasse, che anzi escludono dal mondo futuro per aver trascinato il popolo lontano dalla legge, potremmo allora accettare la proposta di G. Steins1 di considerare 1-2Cronache come l’ultimo libro del canone ebraico, scritto nella seconda metà del II secolo a.C.

Contro questa datazione recente delle Cronache di solito si adduce una citazione di 2Cr 4,12-13LXX da parte di Eupolemo, uno storico giudeo della seconda metà del II secolo a.C. Si è notato però che non è chiaro il testo da cui lo storico giudeo prenda le sue notizie. E poi Eupolemo fa di Davide il figlio di Saul: un segno che non conosceva ancora le Cronache. Anche ritenere Davide come inventore e costruttore di strumenti musicali, il che richiamerebbe Sir 47,9-10, non convince, essendo un motivo ricorrente. Inoltre il Siracide non sembra conoscere l’interpretazione negativa e ironica data dall’autore alla morte di Giosia (2Cr 35,20-24). Infine l’ultimo argomento: il riferimento a una moneta persiana – diecimila dariche in 1Cr 29,7 – pare dimostrare il contrario. Si tratterebbe invece delle dracme greche.

Il Cronista è anche l’autore dei libri di Esdra e Neemia? 

In questi ultimi trent’anni si è discusso sull’opinione, diventata comune tra gli studiosi, che questi libri fossero opera di un unico autore, idea che si fondava sulla base di queste argomentazioni fondamentali:

– la presenza dei primi versi di Esdra al termine di Cronache;

– il libro apocrifo di 1Esdra, che contiene materiale parallelo a 2Cr 35-36 ed Esd 1-10 e Ne 8 in un unico libro;

– affinità linguistiche e stilistiche tra 1-2Cronache ed Esdra-Neemia;

– comunanza di teologia e di visuale tra le due opere.

Si è vivacemente argomentato, da parte di alcuni studiosi, che le prime tre caratteristiche elencate non provano una paternità comune per questi libri; altri però continuano a rimanere fermi nella loro opinione. Comunque almeno sull’ultimo punto la ricerca sembra decisiva. Oggi si riconoscono le seguenti differenze di teologia e di visuale tra le due opere:

– in Esdra e Neemia è totalmente assente l’interesse per Davide e per il patto con la dinastia davidica, assai importante invece per l’autore delle Cronache;

– le tradizioni dell’Esodo, così in evidenza in Esdra e Neemia, sono praticamente ignorate dall’autore delle Cronache;

– rispetto ai matrimoni misti Esdra e Neemia hanno un atteggiamento di avversione, mentre l’autore delle Cronache è più tollerante;

– la retribuzione immediata richiamata frequentemente nelle Cronache è assente in Esdra e Neemia.

Sembra quindi che 1-2Cronache esprima una linea teologica diversa da quella presente nei libri di Esdra e Neemia, a cui si ispirano i farisei. Lo scriba che ha composto 1-2Cronache, avendo accesso ai rotoli del tesoro del tempio, probabilmente apparteneva al personale del santuario. Da qualcuno si pensa ai «figli di Zadok», in particolare ai sadducei, che volevano riformare il giudaismo ritornando alla Scrittura e che appaiono alla fine del secolo II a.C.

Il genere letterario di 1-2Cronache

Nel libro incontriamo una grande varietà di generi letterari: liste, genealogie lineari e segmentate, discorsi, oracoli profetici, una lettera, legislazione riguardante l’organizzazione e la pratica liturgica, citazioni di fonti, poesia, narrativa. Ma il Cronista che genere di opera vuole donarci?

Le opinioni degli studiosi sono varie. Le Cronache sarebbero un midrash giudaico, un commento agli scritti dei profeti, una storia, una storiografia, una riscrittura della Bibbia (rewritten Bible), una esegesi, un’opera di teologia, un sermone storico con l’intento dell’esortazione, una letteratura utopica.

Come spesso succede, ogni opinione ha qualcosa di vero. Tutti gli studiosi riconoscono che 1-2Cronache intendono offrire un messaggio ai lettori della propria epoca. Le loro diverse proposte potrebbero essere inserite entro la cornice più larga di una «storia artistica», composta a conclusione del canone ebraico nel periodo successivo alle guerre maccabaiche. Si tratta, infatti, di una storia che non solo vuole informare sul passato, ma ha lo scopo di formare i lettori a ritrovare una propria identità come comunità, la quale vive in tempi in cui rischia di scomparire fra le braccia del mondo ellenistico globalizzato. In 1-2Cronache non si trova soltanto un racconto di quello che effettivamente è avvenuto nel passato, come pretendono gli storici moderni, ma si vuole anche donare un quadro del passato che spieghi il presente. L’autore presenta il passato di Israele in forma nuova, in vista di un futuro differente; con ciò egli vuole dare un messaggio di speranza alla sua comunità.



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Titolo: "Spiritualità del Nuovo Testamento"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Fanin Luciano
Pagine:
Ean: 9788825035070
Prezzo: € 11.20

Descrizione:

Questo libro è un itinerario attraverso il Nuovo Testamento, di cui il credente è invitato a cogliere il profondo dinamismo spirituale, calamitato dall’unico punto di riferimento che è Gesù di Nazaret, Cristo e Signore. Le narrazioni evangeliche e degli Atti degli apostoli esprimono infatti un vissuto spirituale proprio a partire dall’esperienza esemplare di Gesù, che con la sua vita riflette l’amore del Padre e diventa volto luminoso e attraente, capace di suscitare la ricerca di ogni discepolo. I sinottici e Giovanni annunciano la buona novella e al tempo stesso trasmettono il desiderio di vivere la spiritualità e il cammino di Gesù. La vita e la parola di Cristo segnano poi il vivere di san Paolo e delle prime comunità cristiane, modello permanente anche per il tempo presente e per le future esperienze spirituali comunitarie.

Autore

LUCIANO FANIN, francescano conventuale, ha conseguito il dottorato in teologia presso la Pontificia Facoltà S. Bonaventura e la licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Attualmente è docente stabile presso la Facoltà teologica del Triveneto nel settore del Nuovo Testamento e spiritualità biblica. Collabora a «Rivista Biblica», «CredereOggi», «Studia Patavina». Ha curato Nova et Vetera. Miscellanea in onore di padre Tiziano Lorenzin (EMP, Padova 2011), e tra le sue pubblicazioni ricordiamo Il dono delle Sacre Scritture (EMP, Padova 2013).

PREMESSA

Prima di addentrarci nel tema del vissuto spirituale nella sua attestazione biblica della nuova alleanza, è sicuramente utile offrire alcune linee entro le quali collocare il discorso in quanto tale. Questo sfondo generale darà l’opportunità di precisare meglio le coordinate a cui non si può non fare riferimento per inquadrare al meglio il tutto. In tal modo si presenterà un percorso anticipato di alcune regole della grammatica spirituale. In altre parole, si offrirà un dato che ne evidenzia in anteprima il quadro generale, per poi mettere a fuoco i particolari. Ci si familiarizzerà così con un vocabolario che fortunatamente ora sta prendendo piede con maggiore solidità e maturità nel campo della riflessione teologica e in specie della teologia spirituale.

È bene notare fin d’ora che non tutte le affermazioni che verranno esposte sono al momento di pacifica accettazione da parte dei «teologi spirituali». C’è ancora al momento una varietà di posizioni: segno, questo, della giovane età di questa ricerca. Se ne prenderà posizione in queste pagine con l’umiltà di chi desidera approfondire e proporre aspetti di non pacifico patrimonio comune, ma nella speranza di poter dare un contributo concreto all’attuale ricerca.

Anzitutto una domanda di partenza: i Vangeli come proposta di vissuto spirituale? Può sembrare un’affermazione ovvia e scontata, e – come si dice – una inutile pretesa, come un voler sfondare una porta aperta. Avalla questa prima impressione lo stesso testo conciliare sulla divina rivelazione, la Dei Verbum, che così si esprime:

Nei libri sacri il Padre che è nei cieli viene incontro con molta amorevolezza ai suoi figli ed entra in dialogo con loro. Nella parola di Dio infatti è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (DV 21).

Quindi, se guardato da questo punto di vista, non c’è niente di nuovo. Perché allora questo scritto?

La risposta verrà data nelle pagine che seguono. Inizialmente si cercherà di determinare e di precisare quello che vuole essere il settore specifico dove collocare questa ricerca: ruolo e valore del vissuto spirituale e sue radici bibliche. Tuttavia solo alla fine si potrà dire se siamo riusciti almeno in parte nell’impresa! È bene puntualizzare e tener presente fin dall’inizio che non si tratta di per sé di uno studio di teologia biblica e neppure di una presentazione sul tipo della «lectio divina», ma di teologia biblica spirituale. La differenza è data dall’aggettivo spirituale che la connota. Ci si muove infatti nell’intento di ritagliare dalla pagina dei Vangeli quella che è stata l’esperienza spirituale, il vissuto spirituale che vi è presente, secondo modalità rispettose di quelle che sono le metodologie attuali di lettura e di interpretazione della Bibbia nella Chiesa.

Nell’ampia area della pagina biblica si farà, per necessità di cose, una scelta di campo. Inizialmente si porteranno delle precisazioni circa il tipo di lettura del testo biblico, evidenziando meglio che cosa si intenda per percorso biblico spirituale. Poi, tra i tanti sentieri percorribili, se ne individueranno alcuni. Speriamo i più significativi e validi in questo versante.

Si inizierà con il tema più impegnativo, ossia si proverà a delineare la spiritualità di Gesù di Nazaret. Vi è piena consapevolezza della complessità dell’impresa, data la difficoltà di mettere a fuoco con sufficiente chiarezza la sua divinità, ma anche la sua stessa fisionomia umana.

Si noterà poi che l’esperienza spirituale di Gesù ha avuto una vasta e inattesa accoglienza in quanti l’hanno conosciuto e si sono posti alla sua sequela. Infatti ha trovato un’eco rilevante nelle prime comunità cristiane, in particolare in quelle di Gerusalemme, di Antiochia e di Corinto. Vedremo che lo stile di vita spirituale di queste prime ecclesìe ha il volto della comunione, non tanto le caratteristiche di singole persone.

Seguirà l’itinerario spirituale dell’apostolo Paolo. Le sue lettere ne offrono una preziosa e ricca testimonianza. Frasi ed espressioni autobiografiche, raccolte con pazienza e attenzione, prospettano infatti un volto vivo e appassionato dell’apostolo di Tarso.

Anche i Vangeli sinottici delineano una loro proposta di vita spirituale, ognuno con accentuazioni diverse. Suggeriscono al lettore della pagina biblica un cammino di vita cristiana che porta direttamente alla fede in Gesù di Nazaret. Ne sarà utile una presentazione.

Infine si parlerà dell’esperienza spirituale della tradizione giovannea. Vedremo che si differenzia in certo qual modo da quella sinottica e si caratterizza per toni personali unici e particolarmente significativi per un cammino spirituale.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

VALORE E RUOLO DEL VISSUTO SPIRITUALE

Il vissuto spirituale si colloca nell’alveo stesso della teologia. Entra nella riflessione e nella ricerca dove la teologia si trova da sempre impegnata, al fine di fotografare il volto dell’uomo spirituale. A questo scopo fa riferimento non solo alle sue strutture portanti, ma si propone anche di coglierlo nel lato del vissuto, ossia in quanto egli vive effettivamente un’esperienza che è quella cristiana. Il termine spirituale dice prima di tutto azione dello Spirito, perché artefice della

creatura nuova, guida sicura per vivere nuovi in Cristo Gesù. Il vissuto cristiano in tal modo viene arricchito e sostenuto da criteri di orientamento e di discernimento segnalati dalla spiritualità.

La spiritualità si assume in tal modo il difficile compito di mettere al riparo il credente da improvvisazioni e da inautenticità, per quanto è possibile. Educa alla capacità di una buona lettura della vita secondo lo Spirito. Completa in un certo senso l’intelligenza della fede, sul lato concreto della verifica esperienziale, terreno non facile da discernere e da rassodare.

Vi è stata in questi ultimi decenni una riscoperta della spiritualità. Anzi con un certo ottimismo si scrive che essa «sta vivendo la stagione della primavera con grandi consensi e felici successi a tutti i livelli». È proprio vero? Sembra di sì, se si guarda al rinnovato interesse che si riscontra per la preghiera, la meditazione, la lettura della parola di Dio, specie in alcuni settori del popolo di Dio; se ci si sofferma al rifiorire di case di spiritualità, di luoghi di silenzio, di eremi; se si tiene conto dell’interesse riscontrato nei mezzi di comunicazione sociale, dove è facile trovare accanto all’esperto in economia, in scienze, in politica o altro ancora, anche la voce dell’esperto di spiritualità.

Sembra di no, se si osservano con attenzione «alcune linee di tendenza che emergono nella società attuale»: come «la persistente diffusione dell’indifferentismo religioso e dell’ateismo nelle sue più diverse forme, in particolare nella forma più diffusa oggi, del secolarismo»; «le molteplici violazioni alle quali viene oggi sottoposta la persona umana»; inoltre la constatazione che «forse come non mai nella sua storia, l’umanità è quotidianamente e profondamente colpita e scardinata dalla conflittualità». Affermazioni di una ventina di anni fa, ma valide e attuali anche oggi!



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Titolo: "Verso il Natale senza stress. Pensieri per ogni giorno"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Antonio Bertazzo
Pagine:
Ean: 9788825037203
Prezzo: € 5.60

Descrizione:

Il Natale è la festività più amata ma anche la più stressante! Quante volte ci capita di lamentarci per le mille incombenze che riserva? Ansia da regali, spese da fare, lucine, un clima superficiale che ci allontana dal cuore vero del Natale: Dio si fa uomo in Gesù, che nasce per noi. Ecco allora un agile libretto da portare con sé per tutto il tempo di avvento. Ogni giorno un pensiero e una meditazione genuina aiutano a ritrovare l'interiorità smarrita, a camminare verso l'incontro con Cristo che nasce, a vivere il tempo natalizio senza stress.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

3 dicembre - SAPER VIVERE L’ATTESA 

Dicono che il tempo di oggi si sia svuotato Possiamo ben comprendere tutto questo. Il futuro incerto, il domani zoppicante, l’incertezza della continuità mette in noi una sensazione di grande instabilità sino a non attendere nulla per domani, per evitare l’illusione. A lungo andare essa provoca non poca sofferenza. Per non rischiare, è facile rinchiudersi divenendo asettici o apatici alle possibili occasioni. Spesso ci si accontenta di desideri di piccolo cabotaggio: lo spazio di navigazione della nostra barca sembra arrivare appena al di là dello spazio intimo, quello che sta al di là della lunghezza del proprio braccio. 
Il mare aperto, quel prendere il largo, si presenta come illusione e la terra promessa un ricordo dei tempi passati che sopravvive nei miti o nei racconti. Rinchiusi in questo limite, stridono tra di loro ristretti pensieri e spenta creatività, timori e forze inespresse, senza riuscire a narrare il desiderio di vita presente in noi. Non posso accontentarmi di questo clima di chiusura. C’è una parola che devo lasciar risuonare, farla vibrare, ascoltarla nella sua forza vitale: «Fidati!», «Confida...», «Affidati...».

Mi riprometto oggi di respirare profondamente, di aprire la finestra per non dimenticare lo sguardo sull’orizzonte, oltre il muro di cinta che attornia lo spazio in cui vivo. Intendo dischiudere possibilità nuove, le ascolto, per un attimo, risveglio il cuore, fucina di desideri, posto al centro del bisogno di vivere. E insieme, attendo che la promessa di vita si trasformi in fiducia, poiché lo Spirito del Signore opera sempre e mi mostrerà il bene. 

Non devi vivere in maniera cerebrale, ma attingere a sorgenti più profonde, eterne. Questo non deve impedirti di essere riconoscente per la tua intelligenza, che è uno strumento prezioso per esaminare e approfondire le questioni che sorgono dalla tua anima. Per esprimerlo più sobriamente, però, devo fare riferimento sul mio intuito. Questo significa anche: credere in Dio, cosa che non potrebbe renderti passiva, ma, al contrario, più forte (Etty Hillesum).
*** 

AVVENTO

L’Avvento è un tempo di attesa e di rigenerazione.

L’attesa, infatti, non si presenta mai come un’esperienza di fissità e di vuoto. Senza l’attesa il desiderio dell’incontro e della realizzazione non matura.

Attendere è prima di tutto un evento interiore. Se all’esterno può mostrarsi senza manifestazioni particolari, nell’intimo di noi stessi invita a rendere bella la propria casa per offrire una degna ospitalità a chi stiamo attendendo.

Nell’esperienza della fede, ogni credente vive il tempo dell’attesa, così proposto dal tempo liturgico dell’Avvento, come la preparazione a un incontro e come disponibilità ad accogliere il Signore che viene nella sua umiltà alla ricerca dell’uomo per rinnovare un’amicizia e alleanza, quale dono offerto.

Questo tempo si declina in un prezioso cammino di rinnovamento del cuore, della mente, della memoria e della volontà. Esso intende far crescere la consapevolezza di un incontro con colui, infinitamente grande, che si fa piccolo nell’umiltà per raggiungere ogni creatura, il Signore Gesù Cristo.

Le pagine che seguono contengono delle brevi riflessioni sul cammino e l’attesa, il desiderio e la memoria e su altre dinamiche che abitano il nostro mondo interiore.

Non c’è un particolare ordine nella loro presentazione, ma sono poste come ideali tappe quotidiane di un percorso orientato a Be-tlemme, luogo dell’incontro con colui che ci precede e attende tutti coloro che lo cercano.



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Titolo: "Francesco d'Assisi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Raffaele Ruffo
Pagine:
Ean: 9788825034226
Prezzo: € 7.70

Descrizione:

Una biografia in cui risuona la voce dello stesso Francesco, facendo emergere la figura e il pensiero del santo di Assisi così come lo descrivono le primitive fonti francescane.



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Titolo: "Cristiani in Corea"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Martini Grimaldi Cristian
Pagine:
Ean: 9788825038279
Prezzo: € 8.40

Descrizione:

La chiesa coreana è l'unico esempio di evangelizzazione partita non da missionari religiosi ma da semplici uomini di cultura autoctoni, e il ruolo svolto dai laici coreani non ha eguali. Dalla fine del diciottesimo secolo, poi, il cattolicesimo trovò terreno fertile soprattutto tra le classi meno abbienti e le categorie più indifese (donne e contadini) alle quali il cristianesimo riservava un trattamento egualitario. Tutto ciò finiva per rompere i rigidi schemi di casta della società del tempo, per cui il cristianesimo entrò immediatamente in conflitto con le autorità: da qui una lunga serie di persecuzioni che portarono alla tortura e all'uccisione di migliaia di martiri. Oggi il cattolicesimo in Corea sta vivendo un periodo di grande fertilità, e la visita di papa Francesco è motivo di grande gioia e nuovo fervore.

INTRODUZIONE

La chiesa in Corea nacque e si sviluppò sotto l’iniziativa del laicato, e passarono molti anni prima che un clero stabile fosse presente nel territorio. Ciononostante la predicazione del Vangelo è continuata e le comunità hanno prosperato pur subendo brutali persecuzioni. Molto prima del concilio Vaticano II e del decreto sull’apostolato della laicità, Apostolicam actuositatem (1965), in Corea già si metteva in pratica un’idea di apostolato laicale. Questo rende la chiesa coreana un caso unico al mondo.

La visita di papa Francesco è di grande significato per il popolo coreano, anche perché è al suo primo viaggio in Asia e ha scelto di venire proprio in Corea. Possiamo davvero sentire tutto il suo amore per la chiesa coreana. È una buona occasione per noi di imparare da papa Francesco che tanto rivolge i suoi sforzi e le sue preghiere agli ultimi di questa terra.

Il viaggio del papa in Corea non è solo un grande evento per la chiesa cattolica, ma anche una buona notizia per tutto il nostro paese. Sia la Conferenza episcopale coreana sia il governo hanno cercato di invitare il papa in Corea perché crediamo che la sua visita non sia solo un’occasione speciale per rinsaldare lo spirito di unità della nostra chiesa, ma è una grande opportunità per rinnovare tutto il nostro paese.

Crediamo che non sarà solo fonte di gioia per i fedeli cattolici, ma anche una festa nazionale attraverso la quale tutte le persone possono condividere una nuova speranza.

La Conferenza episcopale ha istituito un comitato di preparazione della visita papale. Lo stesso governo ha costituito un team per cooperare con la chiesa. Eppure la preparazione più importante non è nelle manifestazioni e nelle decorazioni esterne, ma è una riforma interna.

L’ultima volta che un papa visitò la Corea risale a venticinque anni fa. La prima visita di papa Giovanni Paolo II è avvenuta nel maggio 1984 quando la chiesa cattolica coreana festeggiava il suo duecentesimo anniversario. Fu il primo papa a visitare la Corea. Egli vi tornò nel 1989 per partecipare al 44° Congresso eucaristico internazionale, mostrando grande amore e interesse per la chiesa coreana tanto da visitare il nostro paese per ben due volte. I giovani in quel momento si trovavano a combattere per la democrazia contro una dittatura militare; attraverso il messaggio di pace del papa hanno trovato consolazione e coraggio nella loro battaglia. Quella visita diede un nuovo stimolo alla crescita della chiesa coreana perché da quel momento anche persone senza alcun credo religioso cominciarono a mostrare grande interesse per il cattolicesimo. Grazie alla visita di papa Giovanni Paolo II, la chiesa coreana ha fatto un grande passo verso l’evangelizzazione della società.

Preghiamo affinché la visita di papa Francesco rappresenti un nuovo inizio sia per la chiesa coreana che per la chiesa universale. Non è solo una visita pastorale per il nostro popolo, ma un annuncio che la chiesa coreana dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano nell’evangelizzazione e pacificazione di tutta l’Asia. Speriamo anche che diventi una buona occasione per presentare un’immagine dinamica della chiesa coreana e della nostra società in tutto il mondo.

Cardinale Andrew Yeom Soo-jung


ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

VITA IN COREA

Ero già stato in Corea due anni fa per curiosità personale (avevo vissuto in Cina, in India e Giappone, mi mancava l’altro grande paese asiatico), e in quell’occasione intervistai per la prima volta Andrew Yeom Soo-jung, arcivescovo di Seoul, che nel febbraio del 2014 sarebbe diventato il nuovo cardinale coreano. Ho vissuto a Seoul nel quartiere di Hongdae, dove c’è la più alta concentrazione di bar, pub, discoteche e ristoranti che abbia mai conosciuto al mondo. È un vivace quartiere studentesco, una piccola oasi giovanile al centro della grande metropoli, ma oltre alle sedi universitarie all’interno di questa cittadella si possono osservare un gran numero di chiese. La mattina, soprattutto di domenica, se ci si trova a passare accanto una di queste, si viene investiti da una piccola folla. I cristiani in Corea sono uno su tre. Di questi, un terzo è cattolico. Un recente sondaggio ha mostrato come il cattolicesimo sia la religione che i coreani ritengono più affidabile, perfino più del buddismo. La notizia sorprendente invece è che quella considerata meno affidabile è la sua «cugina carnale», il protestantesimo. Se ben il settantaquattro per cento dei coreani infatti ripone fiducia nella chiesa cattolica, solo il venti per cento ha un simile atteggiamento nei confronti della chiesa protestante, e siccome questa percentuale è più o meno la stessa del numero dei protestanti in Corea se ne può dedurre quanto sia grave il livello di sfiducia per questa parte della cristianità. Ci sono ovviamente delle ragioni. Tra queste sicuramente quella di un’evangelizzazione aggressiva e un marketing a dir poco ribaldo (basta osservare la sera lo skyline di Seoul, o Pusan, dall’alto per avere un’idea dell’infinita distesa di croci illuminate, color rosso, che certamente non esprimono modestia e discrezione di intenti) che la fa somigliare più a un’impresa commerciale che non a un’istituzione animata dalla fede più autentica. La più grande congregazione di Seoul, la Yoido Church, ammonisce apertamente i fedeli dal pensare che la ricchezza sia un peccato: tanto coerente è il pastore capo e fondatore di questa congregazione – il settantottenne David Yonggy Cho – che proprio recentemente è stato condannato a tre anni di prigione per appropriazione indebita (12 milioni di dollari) ed evasione fiscale.

I cattolici continuano invece ad avere un’ottima reputazione, specialmente per i vari impegni di volontariato che svolgono e, nonostante una leggera flessione negli ultimi anni, il numero dei fedeli è sempre in aumento: alla fine dell’Ottocento erano poche migliaia ora sono più di cinque milioni. Il periodo di grande crescita di vocazioni è stato certamente quello del dopoguerra. Quando si parla di dopoguerra in qualsiasi altra parte del mondo ci si riferisce al periodo successivo alla seconda guerra mondiale, qui invece si intendono gli anni che seguono la Guerra tra le due Coree, quella del 1950-53.

E non si può non restare ammirati, quando si parla di Corea del Sud, dalla grande capacità che ha avuto questo paese di risorgere dalle proprie ceneri (la Corea era letteralmente in ginocchio dopo la guerra del 1950-53, tanto che negli anni ’60 perfino la «rivale» Corea del Nord la superava in Pil): resta famosa la frase che pronunciò il generale Douglas MacArthur: «Questo paese non ha un futuro, non risorgerà neppure tra cento anni». Oggi la Corea del Sud è la quindicesima economia al mondo per prodotto interno lordo.

Due anni fa, per un colpo di fulmine, ho cominciato a studiare la lingua coreana perché affascinato dalle agili geometrie di questo straordinario alfabeto, l’hangul. L’alfabeto coreano è stato letteralmente inventato a tavolino da un gruppo di studiosi su ordine di Sejong il Grande (tra il 1443 e il 1444) ed è anche grazie a questo nuovo vettore comunicativo se il cristianesimo riuscì a diffondersi con facilità tra le classi meno abbienti e con un basso livello di istruzione.

l re Sejong lamentava il fatto che la gente comune ignorasse i complessi caratteri cinesi che venivano utilizzati dalla classe colta. Le persone comuni non avevano modo di presentare le loro lamentele al autorità se non attraverso la comunicazione orale e non potevano lasciare ai posteri la sapienza acquisita in campo agricolo e le conoscenze accumulate in anni di duro lavoro. Per queste ragioni e per la voglia di possedere una scrittura propria e non dover più dipendere dal complesso sistema di ideogrammi cinese venne creato questo nuovo alfabeto. La Cina infatti dominava culturalmente su tutti i paesi limitrofi, il che significa che tutti i libri e i documenti importanti erano scritti in cinese. Ma la Cina non dovette mai imporre con la forza la propria egemonia (la cultura cinese godeva di un prestigio antichissimo): l’unico dovere che avevano gli stati satelliti – quali Vietnam, Corea, Isole Ryukyu (Okinawa), e perfino il Giappone – era infatti quello di dimostrare lealtà nei confronti dell’Impero di Mezzo attraverso una serie di visite tributarie, uno scambio di doni, con il quale l’imperatore cinese riconosceva legittimità ai sovrani di ogni singolo stato (una sorta di investitura) e quelli, una volta compiuto questo atto di sottomissione formale, potevano continuare in totale autonomia a gestire la vita politica e culturale del proprio paese.

Ho trovato di estrema facilità l’inserimento sociale in Corea, e posso dire – avendo vissuto anche in Giappone – che i coreani sono persone tendenzialmente più socievoli e aperte che non i dirimpettai nipponici (sempre troppo formali e ligi all’etichetta).

Basta osservare il tipico ristorante di cucina coreana, samgyeopsal (carne alla brace), dove i tavoli sono rotondi e predisposti per essere occupati da due o più persone, che appunto condividono lo stesso cibo dallo stesso piatto centrale. La tipica cucina economica giapponese, al contrario, prevede delle singole seggiole dove l’avventore è costretto a fissare lo sguardo verso un muro, e molto spesso questi spazi possono trasformarsi in vere e proprie nicchie attraverso pannelli divisori che vengono estratti per schermare il contatto, anche visivo, dagli altri commensali.

I coreani, per certi versi, somigliano invece agli italiani: parlano ad alta voce, gesticolano, guidano spericolatamente, non sempre rispettano i semafori (taxi inclusi) e, per quanto ne so, sono anche dei gran donnaioli.

* * *

Nella mia seconda visita, due anni dopo la prima, sono andato a scavare nel passato cristiano del paese, una storia molto spesso dimenticata in Occidente, ma ricca di fervore religioso e soprattutto di originalità: abbiamo già detto che quella coreana è l’unica chiesa fondata non da chierici o religiosi ma da semplici laici.

Quello che ho trovato è una comunità molto unita, una fede nutrita in famiglia e in parrocchia (proprio come una volta), dove le donne sono di gran lunga le più attive (oltre a essere la stragrande maggioranza dei fedeli). Sono andato a visitare moltissimi luoghi di martirio, e oggi molti di questi sono santuari dove i fedeli coreani (ma non solo, basta pensare che i visitatori più presenti, dopo i coreani, sono i cinesi) si recano in pellegrinaggio. Oggi si cerca di nutrire un nuovo fermento spirituale prendendo spunto proprio dalla storia dei tanti martiri, che sono sempre lo specchio e il modello della vita cristiana in tutto il mondo, e la beatificazione dei 124 fedeli – uccisi in odium fidei – nell’agosto prossimo da parte di papa Francesco è la più preziosa di queste occasioni di rinnovamento della fede.



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Titolo: "Le opere di misericordia spirituale"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Scaraffia Lucetta
Pagine:
Ean: 9788825036725
Prezzo: € 9.10

Descrizione:

Un approfondimento a più voci intenso e completo sulle opere di misericordia spirituale, che ogni credente è tenuto a compiere intervenendo di fronte ai diversi bisogni del prossimo.


INTRODUZIONE

Per una manutenzione amorosa delle relazioni umane
di Lucetta Scaraffia

Dopo la felice esperienza del 2012, quando al Festival dei due mondi di Spoleto le prediche sui sette vizi capitali riscossero un interesse di pubblico eccezionale e per certi versi inatteso, nel 2013 abbiamo proposto, ancora in collaborazione con il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, un nuovo ciclo di prediche, questa volta dedicato alle sette opere di misericordia spirituale.

La misericordia – intesa come amore concreto e visibile, effettivo e non semplicemente affettivo, operativo e pratico – è centrale nel messaggio ebraico e cristiano, come insegnano le Sacre Scritture. Ma è alla tradizione cristiana che dobbiamo la costituzione di un vero e proprio elenco di opere di misericordia che ogni fedele è tenuto a compiere, intervenendo di fronte ai differenti bisogni delle altre creature umane. Un elenco di suggerimenti che hanno il compito, soprattutto, di renderci più attenti alle necessità degli altri, del nostro prossimo.

Oggi le sette opere di misericordia corporale – dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti – sono sempre attuali, ma in gran parte vengono assorbite dal welfare statale o dall’assistenza organizzata. Invece, le sette opere di misericordia spirituale, quasi dimenticate, suggeriscono un campo d’azione per l’iniziativa individuale. Infatti, in un’epoca di individualismo esasperato, di narcisismo dilagante, esse inducono a prestare attenzione alla qualità dei rapporti che instauriamo con le persone che ci circondano, o perfino con quelle che incontriamo per caso: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare per i vivi e per i morti.

Certo, molte di esse sono opere di misericordia difficili da definire e, ancor più, da esercitare in un’epoca di relativismo culturale. Tutte però richiedono umiltà e attenzione. Così, consolare gli afflitti è senza dubbio una delle opere di misericordia più praticabili e di cui si ha sempre bisogno, ma che certo non si può delegare a una istituzione assistenziale. Un’altra, consigliare i dubbiosi, viene invece vista con sospetto in una cultura in cui impera il relativismo. Inoltre, tutti sappiamo che facilmente rischia di diventare una manipolazione, ma al tempo stesso siamo consapevoli che fornire un consiglio illuminante può rivelarsi una ricchezza inestimabile per la nostra vita. Dobbiamo trovare la via giusta, la misura in questo esercizio di carità morale.

Lo stesso tipo di resistenza si deve vincere per ammonire i peccatori, azione delicatissima che richiede molta umiltà e molto amore per non trasformarsi in un inammissibile atto di ingerenza nella vita altrui.

In un mondo che si muove a una velocità sempre crescente, la virtù della pazienza è difficile anche solo da comprendere, ma resta essenziale: la pazienza è infatti l’arte di vivere l’incompiutezza, non solo degli altri, ma anche nostra. Le persone moleste magari sono solo quelle che ci fanno perdere tempo, ci impediscono di dedicarci alle attività che prediligiamo, quelle che ci danno maggiore soddisfazione, ma dedicarci a loro significa anche arricchire la nostra vita, aprirci a nuove possibilità.

Pazienza e tempo sono richiesti anche da un’altra opera di misericordia, pregare per i vivi e per i morti, cioè la preghiera di intercessione, quella fatta per aiutare gli altri. E ancora una volta vediamo che vengono evocate virtù poco apprezzate nella società moderna, un’azione che ci obbliga a staccarci dal ritmo vorticoso delle giornate per creare delle oasi di pace da dedicare al prossimo.

E che dalle opere di misericordia possano nascere delle sorprese per la nostra vita lo ricorda anche il suggerimento di insegnare agli ignoranti, che può davvero aprire un ricco scambio di insegnamento reciproco.

Il coraggio e la forza di perdonare costituiscono poi l’anima della vita cristiana, ma anche la via per costruire relazioni umane profonde e durature.

Meditare sulle opere di misericordia spirituale significa allora riflettere sul nostro rapporto con gli altri, sulla disponibilità ad andare oltre un rapporto superficiale per lavorare a una sorta di manutenzione amorosa delle relazioni umane. Una scelta che, se praticata da un numero crescente di persone, significherebbe migliorare significativamente la condizione umana.

GLI AUTORI

Catherine Aubin

È nata in Francia nel 1959, è suora domenicana della Congregazione romana di San Domenico. Si è laureata in psicologia nella Faculté catholique di Angers e in teologia presso l’Institut Catholique di Parigi e ha ottenuto il dottorato in teologia spirituale presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma dove insegna teologia sacramentaria e spirituale. Docente presso la Pontificia Università Urbaniana e l’Istituto di teologia della vita consacrata, collabora a Radio Vaticana per alcune trasmissioni di spiritualità. È autrice di alcuni libri sull’antropologia spirituale che sono stati tradotti in diverse lingue.

Renato Boccardo

È nato a Sant’Ambrogio di Torino nel 1952, è stato ordinato sacerdote nel 1977. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1982, è stato nelle nunziature apostoliche di Bolivia, Camerun e Francia. Responsabile dal 1992 della Sezione giovani del Pontificio consiglio per i laici, ha coordinato, tra l’altro, l’organizzazione e la celebrazione delle Giornate mondiali della gioventù di Denver (1993), Manila (1995), Parigi (1997), Roma (2000) e il pellegrinaggio dei giovani d’Europa a Loreto (1995). Nel 2001 è stato nominato capo del protocollo della Segreteria di Stato con la responsabilità dell’organizzazione dei viaggi papali. Vescovo dal 2003, è stato segretario del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali (2003-2005) e segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano (2005-2009). Dal 2009 è arcivescovo di Spoleto-Norcia.

GianCarlo Maria Bregantini

È nato a Denno (Trento) nel 1948, religioso stimmatino, è stato ordinato sacerdote nel 1978 e ha insegnato religione all’Istituto nautico di Crotone e storia della chiesa nel Pontificio seminario teologico regionale di Catanzaro. Delegato per la pastorale del lavoro nell’arcidiocesi di Crotone-Santa Severina, a Crotone è stato viceparroco e cappellano del carcere circondariale e quindi a Bari docente di storia della chiesa nello studentato teologico interregionale, parroco di San Cataldo e cappellano di ospedale. Vescovo di Locri-Gerace dal 1994 e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Conferenza episcopale italiana, dal 2007 è arcivescovo di Campobasso-Bojano.

Francesco Coccopalmerio

È nato nel 1938 a San Giuliano Milanese e ordinato sacerdote nel 1962, si è dottorato in diritto canonico nel 1968 presso la Pontificia università gregoriana e nel 1976 si è laureato in giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Avvocato generale della curia milanese dal 1980 e pro-vicario generale dal 1985, nel 1993 è stato nominato vescovo ausiliare di Milano. Presidente del Consiglio per gli affari giuridici della Conferenza episcopale italiana dal 1999, dal 2007 è presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi. Membro di alcuni dicasteri vaticani e dal 2008 consulente centrale dell’Unione giuristi cattolici italiani, nel 2012 è stato creato cardinale. Professore invitato nella Facoltà di diritto canonico della Gregoriana dal 1981, è cofondatore della rivista «Quaderni di Diritto Ecclesiale» e autore di numerose pubblicazioni scientifiche.

Rino Fisichella

È nato a Codogno (Lodi) nel 1951, sacerdote dal 1976, si è dottorato in teologia e poi (1981-2001) ha insegnato teologia fondamentale nella Pontificia università gregoriana. Vescovo ausiliare di Roma dal 1998, è stato rettore della Pontificia università lateranense (2002-2010) e presidente della Pontificia accademia per la vita (2008-2010). Dal 2010 è presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. È membro della Congregazione per la dottrina della fede, della Congregazione delle cause dei santi, del Pontificio consiglio della cultura, del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e del Pontificio comitato per i congressi eucaristici internazionali. Nel 2005 ha ricevuto la medaglia d’oro per la Cultura dal presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi.

Gianluigi Pasquale

Frate cappuccino, è stato ordinato sacerdote nel 1993. È dottore di ricerca in teologia e in filosofia, insegna teologia sistematica nella Pontificia università lateranense. È docente nello Studio teologico Laurentianum di Venezia, dove è stato anche preside (2001-2010), e insegna teologia al Marcianum di Venezia e alla Libera università Maria Santissima Assunta di Roma. Socio ordinario di associazioni teologiche italiane ed europee, è membro del Centro interuniversitario per gli studi sull’etica dell’università di Venezia e della Scuola di alta formazione filosofica dell’Università di Torino, è autore di una trentina di monografie e dirige tre collane di filosofia e di mistica.

Matteo Maria Zuppi

È nato a Roma nel 1955, laureato in lettere all’Università di Roma con una tesi sul cardinale Ildefonso Schuster e ordinato sacerdote nel 1981, ha continuato gli studi presso la Pontificia università lateranense. Viceparroco e parroco (2000-2010) di Santa Maria in Trastevere, è stato parroco nel quartiere popolare di Torre Angela e dal 2012 è vescovo ausiliare di Roma. Fin dalle scuole superiori fa parte della Comunità di Sant’Egidio, della quale è stato assistente ecclesiastico generale. Si è occupato delle questioni legate a pace e solidarietà, in particolare per l’America Latina e l’Africa. È stato uno dei quattro mediatori nei negoziati di pace per il Mozambico e ha presieduto la Commissione per la sicurezza e la pace nel negoziato per la pace in Burundi, del quale Nelson Mandela è stato il facilitatore.



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Titolo: "Cura"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Paolo Cattorini
Pagine:
Ean: 9788825035148
Prezzo: € 7.70

Descrizione:

Questo libro è un'avventura nel significato profondo e multiforme della parola «cura», in un arco che attraversa quotidianità, pratica medica, mito, filosofia e Scrittura.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Parole segrete di cura

Hanna è una giovane operaia, con problemi di udito, che decide di partire e assistere Josef su una piattaforma petrolifera. Josef si è ustionato ed è ora cieco. Hanna lo accudisce con competenza. Josef deciderà di incontrarla, dopo la guarigione, per guardarla finalmente negli occhi. Chi è realmente Hanna? Che cosa ci faceva in fabbrica? Di quale patologia auricolare soffriva? Sembra che Hanna tragga piacere e giovamento dai lunghi discorsi e dalle impertinenti domande di Josef, che vuole sapere subito di lei, come è fatta, che cosa pensa, come è giunta a lui. L’alleanza che si stabilisce tra i due prende la forma di una cura reciproca: la cecità di lui addomestica il pudico riserbo di lei, che teme la violenza dello sguardo. La sordità le consente di rifugiarsi in uno spazio mentale, isolato e solitario come l’impianto di trivellazione costruito sulle acque. Ma questo rifugio è benefico anche per Josef, che avverte in quei delicati, ritrosi gesti assistenziali una risposta ai propri turbamenti, al trauma, a dilemmi mai risolti.

Le parole si fanno strada a fatica nel cemento-acciaio sferzato dal vento e sfidano le forze di un mare incombente, ostinatamente ondoso, prima di prendere le forme di un’imprevista amicizia. Le parole hanno una vita segreta: puoi dimenticarle o fraintenderle, ma lasciano comunque un segno nella mente. Sono una bava dolce o irritante sul corpo. Con le parole bisogna fare i conti. È una donna, Isabel Coixet, a dirigere Sarah Polley e Tim Robbins nel film spagnolo La vida secreta de las palabras (La vita segreta delle parole, 2005). È una donna, Hanna, a sfidare il mondo maschile degli operai del petrolio. Ed è ancora una donna, Cura, la protagonista della favola annotata da Igino, il mitografo romano del II secolo dopo Cristo.

Cura attraversa un fiume, vede del fango e comincia a dargli forma. Cura è pensierosa. Plasma la creta, prima di sapere con precisione che cosa sta portando all’essere. Mentre se lo domanda, Giove e Terra le si avvicinano. Cura chiede a Giove di donare il suo spirito di vita. Giove acconsente, ma vieta che Cura possa dare il proprio nome alla «cosa». Giove vorrebbe invece imporle il proprio. Ma anche Terra, che del resto aveva offerto parte del suo corpo, eleva analoghe pretese. Come mediare il conflitto? Scegliendo un terzo soggetto, Saturno, giudice equo, che sentenzia così. Dopo la morte, Giove ne prenderà l’anima e la Terra il corpo, ma Cura ha fatto questo essere per prima e quindi lo possiederà finchè esso vive. Altra decisione di Saturno: si chiamerà homo in quanto tratto dall’humus.

Che cosa hanno a che fare tra loro il mito, il film e l’attitudine di accudire? Che rapporto esiste tra i gesti di cura e la verità dei personaggi, i loro nomi e destini? Scioglieremo uno alla volta i fili di questo gomitolo, che ci è ruzzolato tra i pensieri. Ma prima di farlo, accenniamo a un altro incontro memorabile. Nel Vangelo di Luca, al capitolo 10, versetto 25, un malizioso dottore della legge, tutto intento a giustificare se stesso, interroga Gesù su come acquistare la vita eterna e su chi sia il suo prossimo. Gesù non cade nella trappola delle definizioni teoriche e dei precetti a buon mercato. Racconta invece una storia assai istruttiva, quella del buon samaritano, e alla fine è lui a ribaltare la domanda: quale dei personaggi è stato il prossimo per il povero viandante percosso e derubato? Il colto interlocutore ha inteso e risponde: colui che ebbe compassione! L’esperimento mentale è riuscito. Gesù ha rimesso al giusto posto le categorie concettuali e le ha collocate nel contesto di una narrazione coinvolgente. Come a dire: prima ascolta o racconta una storia, poi capirai il significato dei nomi che usi e potrai pretendere una definizione vera. Il sapiente è pronto per ricevere il suggerimento decisivo: «Va’, e anche tu fa’ così» (v. 37). I dottori della legge sono a volte vittime del loro mestiere e idolatrano la legge, la legge – s’intende – dei dottori. Gesù spezza questa falsa devozione alla regola e mette in moto, grazie a un racconto, la ricerca della verità. Gesù mostra d’aver cura delle parole come ha cura dei deboli, dei violentati. I discepoli se ne ricorderanno, quando parleranno di lui, di lui come «la» Parola vivente.

Dunque tra la parola e la cura si instaura una corrente di verità. Aver cura di un paziente, come Josef, significa lasciare che i gesti si trasformino in un dialogo, attraverso cui la verità di entrambi i partner venga alla luce. Anche il gesto di Cura, che plasma il fango, cerca il senso di ciò che sta facendo e il nome di quel manufatto: parole divine lo riveleranno. La parola prolunga la cura, la completa, ma fa anche dell’altro: la corregge, la orienta. Il dottore della legge, che ha cura della propria vita («che cosa devo fare per possedere la vita eterna?»), ora conosce la parola «prossimo» e sa quel che va fatto. Le vicende di Hanna, di Cura e di Gesù mostrano quanto conti aver cura di ciò che si dice: una presentazione (l’infermiera che si qualifica davanti all’ustionato Josef), una sentenza (quella emessa da Saturno), una definizione («essere prossimo a qualcuno») sono come una materia argillosa, che va lavorata nel corso di una relazione. Senza questa fatica, persino atti premurosi possono essere fraintesi e diventare inefficaci. Viceversa, senza il contatto tra corpi, senza il calore di una comunicazione, la parola rischia l’inutilità o persino la menzogna: Hanna è misteriosamente spinta al viaggio sulla piattaforma; Cura agisce, prima di e per sapere la verità; Gesù trattiene il suo interlocutore, gli offre ospitalità dentro un racconto (la parabola del samaritano) e solo alla fine gli pone la domanda decisiva.

Se una verità accade, accade nel campo di forze teso tra cura e parole. La cura esige parole. E le parole cercano un racconto, che mostri il loro significato e le leghi lungo una trama accogliente. Quindi un’ipotesi può essere già ora espressa. Un sospetto utile al nostro lettore. Nell’incombenza del male, che può renderci sordi o ciechi, che ci deruba come fa un brigante, che fa vacillare i nostri rapporti e le nostre convinzioni, che ci strappa il dizionario con cui davamo nome alle cose, agli eventi, alla prossimità stessa degli amici, sentiamo che qualcosa, in noi e fuori di noi, si oppone alle avversità. Un racconto felice, di cui abbiamo avuto notizia, ci invita a narrare ancora la nostra vicenda, in cerca di un finale degno. Uno straniero, imprevedibilmente, lenisce le nostre ferite. Forse la passione che nutriamo per le cose è ricambiata? C’è qualcosa o qualcuno, nel mondo, interessato a noi? Mentre i pensieri inseguono una verosimile risposta e nuove emozioni ci invitano ad esplorare ancora, le nostre mani plasmano il fangoso destino, in cui ci siamo imbattuti. Ciò che è accaduto senza di noi o contro di noi, merita di venire riplasmato, di assumere un volto più umano. Cura sorregge questo impegno di giustizia. Cura è desiderare che la verità prenda forma.

Medicina e cura

La medicina cura? La medicina offre dispositivi di cura, ma si prende cura di chi soffre? Le frequenti lamentele di pazienti, associazioni di malati e degli stessi operatori sanitari segnalano, pure in contesti in cui è riconosciuto per legge il diritto all’assistenza sanitaria, una crisi etica dell’idea di medicina. Qual è la promessa che impegna un professionista sanitario? Promuovere la salute dei cittadini? Ma, da capo, che cosa significa oggi salute? Circola una nota definizione. Salute non sarebbe la semplice assenza di malattia o infermità, ma uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Un ideale, certamente. Ma ancora proponibile? Oppure ormai corroso e illanguidito in un auspicio vago, in un mero appello retorico?

Anzitutto, a guardar bene, la salute non può essere uno stato, ma piuttosto un equilibrio dinamico in perenne oscillazione. L’organismo cerca costantemente di imporre le proprie norme a un ambiente, che gli fornisce risorse vitali essenziali, ma nel contempo lo stimola, provoca, assedia, minaccia. La salute di un vivente risiede nell’elasticità della risposta a queste perturbazioni, nella riserva energetica grazie a cui vengono inventati nuovi compromessi, nella capacità degli organi di sviluppare funzioni riparatrici, sostitutive, evolutive. L’organismo è, sin dalla biologia dei greci, un insieme di parti che si prendono silenziosamente cura le une delle altre, come sotto l’influsso di una forza unitaria di coordinamento. La salute – è stato scritto con una certa verità – è la vita nel silenzio degli organi e «guarire significa darsi nuove norme di vita, talvolta superiori alle precedenti».

Inoltre, la salute è davvero identificabile in un benessere completo? In realtà, quando pensiamo a qualcuno che sta bene, gli attribuiamo una salute buona, apprezzabile, sufficiente. Sappiamo che in noi c’è sempre, magari di nascosto, qualcosina che non va. Che farcene allora di una definizione così utopistica? Essa può risultare utile quando si parla di criteri generali per importanti decisioni etico-politiche, che fanno spesso ricorso a termini come giustizia, verità, democrazia, libertà. Purtroppo a questo lessico astratto siamo costretti a rinunciare quando misuriamo il duro mestiere di vivere. Come cittadini sappiamo di abitare mondi imperfetti, talora francamente ingiusti, falsi, dispotici, servili.

Nella misura in cui la medicina si presenta come una religione secolare, che presume di fornire risposte non solo alla domanda su «come fare», quando si sta male, ma addirittura su «perché intervenire» e «quale senso» attribuire al disagio, è comprensibile che si realizzi un esproprio da parte dei tecnici, i quali peraltro prima o poi dovranno dichiarare la loro balbettante incompetenza nell’affrontare da soli questi temi. Il profano si sentirà tradito da questa tardiva confessione di impotenza e svilupperà reazioni sfiduciate, se non addirittura aggressive. Gli esempi sono molti: la difficoltà di condividere a domicilio la fase terminale di una malattia, che colpisce un nostro familiare, non è solo dovuta alla ristrettezza fisica dell’appartamento o alla carenza di soldi e tempo, ma anche al peso di sostenere una relazione e una comunicazione autentiche, quando incombe un evento considerato tabù (la morte) e mai elaborato assieme, ma consegnato alle competenze fisiopatologiche di questo o quell’istituto, di questo o quello specialista. Se una donna incinta ritiene candidamente di non dover pensare al proprio stato, perché il ginecologo le ha detto che tutto va bene, ella non mette a frutto il prezioso tempo di gestazione e preparazione al parto, un tempo essenziale per scegliere e plasmare il proprio atteggiamento di madre, moglie e donna. Questo è un lavoro etico, non meramente psicobiologico, che comporta il contatto con le proprie memorie, emozioni, credenze e l’interpretazione dei vissuti nuovi che la gravidanza comporta. Non stupisce pertanto che, se questa rimozione infantile viene perpetrata, i sogni delle donne si popolino di simboli e termini tecnici e di protagonisti (soprattutto nel caso della procreazione artificiale) provenienti dall’universo clinico (l’ostetrico rappresentato come una sorta di semidio della fecondità).

L’idolatria di una medicina, che si attribuisca addirittura il compito di provvedere al completo benessere fisico, psichico e sociale, scambia inoltre le cause con gli effetti. Un disoccupato è malato? Il suo indubbio disagio sociale, la sua indignazione, l’inquietudine, con cui esprime le proprie rivendicazioni, sono una malattia? Ed è forse ai medici che il dissidente, più in genere il «diverso» deve essere indirizzato, quando reclama i suoi diritti di cittadinanza e respinge gli infantili tentativi di offrirgli un intrattenimento divertente o una sedazione a buon mercato? Il fraintendimento della nozione di cura ha storicamente prodotto aberrazioni memorabili. Esponenti di minoranze politiche in regimi totalitari venivano considerati patologicamente nevrotici e condannati a riabilitazioni forzate in qualche struttura sanitaria di contenimento. Ci sono voluti anni, proteste e dibattiti prima che l’omosessualità venisse tolta, in quanto tale, dall’elenco americano delle condizioni mentalmente disturbate. Alcune congetture mediche ottocentesche teorizzavano una «naturale» disuguaglianza tra maschi e femmine, finendo per contrastare i movimenti di emancipazione.

La donna - si affermava - ha una costituzione fisica debole, è più umida e fredda nei liquidi umorali, i suoi tessuti sono spugnosi e molli, il connettivo sottocutaneo è pieno di grasso bianco e compatto, occhio e orecchio ricevono meno stimoli sensoriali, la cute è particolarmente reattiva, il corpo è centrato nell’apparato riproduttivo, la fisiologia degli apparati è flessibile e istintiva. Ne derivano tratti psicologici fissi: è capricciosa, incline a raccontare, insegue i particolari, regna sul cuore, non è atta all’indagine causale. Come i bambini, i vecchi, gli eunuchi e gli uomini «privati dello sperma», il femminile è più esposto a malattie nervose. Tutto ciò controindica l’applicazione a studi medici: non è la scienza il posto delle donne.



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Titolo: "Luigi Giussani. Cristo compagnia di Dio all'uomo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Julián Carrón
Pagine:
Ean: 9788825035223
Prezzo: € 7.70

Descrizione:

Una raccolta degli scritti più significativi di don Luigi Giussani, curata dal suo successore alla guida di Comunione e Liberazione. Testi che continuano ad accompagnare e sostenere moltissime persone nella quotidiana vita di fede.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

«Tutto per me si è svolto nella più assoluta normalità e solo le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle facendo di esse la trama di una storia che mi accadeva – e mi accade – davanti agli occhi. Ho visto il succedere di un popolo, in nome di Cristo, protagonista della storia». Con queste parole – pronunciate il giorno del suo ottantesimo compleanno – don Giussani ha sintetizzato la sua lunga esistenza, afferrata da Cristo fin da quando era ragazzo e resa generatrice di vita. Lo ricordò l’allora cardinale Joseph Ratzinger il 24 febbraio 2005, celebrandone il funerale nel Duomo di Milano: «Don Giussani realmente voleva non avere per sé la vita, ma ha dato la vita, e proprio così ha trovato la vita non solo per sé, ma per tanti altri. Ha realizzato quanto abbiamo sentito nel Vangelo: non voleva essere un padrone, voleva servire, era un fedele servitore del Vangelo, ha distribuito tutta la ricchezza del suo cuore, ha distribuito la ricchezza divina del Vangelo, della quale era penetrato e, servendo così, dando la vita, questa sua vita ha portato un frutto ricco – come vediamo in questo momento –, è divenuto realmente padre di molti e, avendo guidato le persone non a sé, ma a Cristo, proprio ha guadagnato i cuori, ha aiutato a migliorare il mondo, ad aprire le porte del mondo per il cielo».

Luigi Giussani nasce a Desio, in Brianza, il 15 ottobre 1922. Il padre Beniamino, di tendenze socialiste, è disegnatore e intagliatore; la madre Angelina, cattolica, è operaia tessile. Don Giussani ricorderà sempre di avere assimilato dall’ambiente familiare alcuni elementi decisivi della sua vita: dal padre, l’urgenza di darsi ragione di ogni cosa, il senso della giustizia e il gusto per la musica; dalla madre la convinzione che la fede è uno sguardo nuovo su tutte le cose («Com’è bello il mondo e com’è grande Dio!», si sentì dire dalla madre, mentre da bambino andavano a messa di mattina presto e in cielo brillava ancora l’ultima stella). Attraverso i momenti della vita quotidiana il piccolo Giussani impara il senso degli altri e l’apertura al mondo; mentre andava per strada, «se il mio papà non mi avesse stretto la mano mille volte per farmi dire “Buongiorno”, io non avrei imparato a dire “Buongiorno” alla gente». E mentre gli rimboccava le coperte la sera, la mamma era solita dire al figlio: «Pensiamo ai poveri [...] pensiamo a quel che è successo in Giappone, pensa alla guerra che c’è in Cina».

È in questo contesto che matura nel giovane Luigi la vocazione sacerdotale: nell’ottobre 1933 fa il suo ingresso nel seminario della diocesi di Milano di San Pietro Martire, a Seveso. Nel 1937 passa nell’immenso seminario di Venegono Inferiore (Varese), dove prosegue gli studi e la preparazione al sacerdozio.

Sotto la guida dei maestri della «Scuola di Venegono» il percorso vocazionale si arricchisce di fondamenta sicure, che segneranno tutti gli sviluppi futuri della sua esistenza e della sua missione sacerdotale. Ricorderà: «Tutto è dovuto alla fedeltà ad un insegnamento ricevuto [negli anni del liceo e seminario diocesano di Venegono] da maestri veri che seppero farmi assimilare una solida tradizione cristiana». Per tutta la vita don Giussani sottolineerà la centralità delle loro figure per la maturazione della sua fede cristiana: «Se io non avessi incontrato monsignor Gaetano Corti nella mia prima liceo, se non avessi sentito le [...] lezioni di italiano di monsignor Giovanni Colombo [...], Cristo [...] sarebbe stata una parola oggetto di frasi teologiche, oppure, nei casi migliori, richiamo a una affettività “pietosa”, generica e confusa».

A Venegono l’insegnamento ruota intorno alla centralità dell’incarnazione, che compie ogni attesa dell’uomo, e alla scoperta che la fede è profondamente ragionevole perché risponde alle domande del cuore. C’è un momento decisivo nella vita del giovane seminarista: «A tredici anni studiai a memoria l’intera produzione poetica di Leopardi, perché la problematica sollevata mi sembrava oscurare tutte le altre. Per un mese intero studiai soltanto Leopardi [...], il compagno più suggestivo del mio itinerario religioso». E arriverà a dire: «Credo di aver mantenuto sempre fede al proposito giovanile di ripetermi qualche sua poesia tutti i giorni, avendole imparate tutte a memoria in terza ginnasio». Le poesie di Leopardi toccheranno il cuore del giovane Giussani in modo decisivo, rivelandogli tutta la profondità del desiderio di infinito che c’è nel cuore di ogni uomo. Lo ricordò Ratzinger celebrando il funerale di don Giussani: «Sin dall’inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza, non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita».

Altrettanto decisivo è un secondo fatto, che capita a Giussani all’inizio del liceo, poco dopo il suo «incontro» con Leopardi: «Per me tutto avvenne come la sorpresa di un “bel giorno”, quando un insegnante di prima liceo [che si chiamava don Gae­tano Corti] – avevo quindici anni – lesse e spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni. Era allora obbligatorio leggere questa pagina alla fine di ogni messa; l’avevo sentita dunque migliaia di volte». Ma venne il «bel giorno» quando quell’insegnante spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni: «“Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è fatto carne” diceva, “perciò la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l’amore, la vita, la verità s’è fatta carne: l’essere non sta in un iperuranio platonico, si è fatto carne, è uno tra noi”. In quell’istante pensai come quella di Leopardi fosse, milleottocento anni dopo, una mendicanza di quell’avvenimento che era già accaduto, di cui san Giovanni dava l’annuncio». Il cardinale Ratzinger dirà che Giussani «cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita; così ha trovato Cristo, in Cristo la vera bellezza, la strada della vita, la vera gioia».



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Titolo: "Nella libertà la verità. Lettura francescana della filosofia occidentale"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Orlando Todisco
Pagine:
Ean: 9788825034967
Prezzo: € 28.00

Descrizione:

La "scuola francescana" come guida al pensiero filosofico occidentale. La sollecitazione a un nuovo stile di pensiero, secondo il quale la verità è la forma che la libertà in esercizio assume nel tempo.

INTRODUZIONE

«La concezione più profonda – scrive G. Simmel – è quella per cui esistono a priori soltanto diritti, per cui ogni individuo ha pretese – sia generalmente umane sia derivanti dalla sua situazione particolare – che soltanto come tali diventano doveri di altri soggetti». È il primato del diritto-a-essere, motivo sotterraneo della filosofia occidentale, diventato, con la filosofia moderna, programmatico e, con le filosofie del Novecento, l’orizzonte entro cui hanno preso volto proposte e movimenti di varia natura. Il dovere non è al primo posto, essendo piuttosto correlato del diritto. Detto in altro modo. Nel solco della razionalità greco-medievale, la modernità ha messo in luce l’anima giuridica di tale razionalità: l’essere è diritto-a-essere. L’età contemporanea da parte sua ha tradotto tale anima giuridica in diritti soggettivi, sociali, civili, individuali, in una sorta di sostanziale autoreferenzialità dell’io.

Alla luce di tale piega esistenziale, si tenta qui una rilettura della filosofia dell’Occidente, ispirata a siffatta razionalità, la cui stretta finale ha luogo con la filosofia moderna, quando l’esistere viene esplicitamente inteso come realizzazione di un diritto – conatus essendi di Spinoza o exigentia existendi di Leibniz o struggle-for-life di Darwin. L’età contemporanea ne ha tratto le conseguenze, dando vita a una stagione rivendicativa sia a livello sociale che propriamente politico. Per contrasto, si impone l’originalità della Scuola francescana, per la quale il punto di partenza non è il diritto-a-essere, ma il dono-di-essere, non l’altro in quanto contende o impone qualcosa, ma l’altro in quanto dà ciò che potrebbe non dare, sicché l’io è consapevole di essere perché colui che avrebbe potuto non volerlo lo ha voluto. Si è in un altro territorio, qualificato da un’ontologia che non si richiama all’essere in quanto essere, ma all’essere in quanto liberamente donato, dunque oltre l’alternativa diritto-dovere, entro la logica della libertà creativa nella gratuità.

A questo duplice registro di lettura delle tappe più significative della filosofia occidentale vorrei qui richiamarmi: uno descrittivo, nel senso che cerca di ricostruire la logica sostanzialmente rivendicativa dell’essere come diritto-a-essere, alla cui luce la filosofia occidentale si è sviluppata; l’altro prescrittivo, nel senso che allude alla logica sostanzialmente oblativa dell’essere, propria della filosofia francescana, per un auspicato nuovo modo di far filosofia. Da una parte la filosofia dell’essere come ciò che è in-sé ed è per sé, anche se non da sé, dall’altra la filosofia dell’essere come ciò che è in relazione o essere-per-l’altro; l’una è l’ontologia dell’autoaffermazione, l’altra l’ontologia della dedizione. A sostegno di questa sponda di confronto, paiono illuminanti non poche suggestioni teoretiche dei maestri francescani, da Alessandro d’Hales a Bonaventura, da Pietro di Giovanni Olivi a G. Duns Scoto, da Guglielmo d’Occam a Raimondo Lullo, la cui lezione concorde è costituita dal primato della libertà, del bene, dell’imprevedibile. Lezione da prendere sul serio se è vero che siamo al bivio del processo di razionalizzazione di tutti gli ambiti dell’essere, del sapere e dell’operare. Infatti, questo obiettivo primario della filosofia occidentale – procedere alla trasfigurazione razionale di tutto ciò che è, comprese le religioni – è contraddetto, nell’epoca contemporanea, dall’esplosione dell’irrazionalità, di cui sono prove irrefutabili le due guerre mondiali, i due regimi totalitari, il corteo di guerre di fine Novecento e del primo decennio del nuovo millennio.

Con la crisi di tale processo di universale razionalizzazione il territorio, nel quale ci si trova a vivere e a pensare, appare attraversato da correnti contrapposte, che non pare ragionevole ridimensionare o misconoscere. Le molte espressioni teoretiche e socio-politiche di segno relativistico, agnostico, consumistico, sono spie preziose del carattere conflittuale delle forze in campo e confermano la necessità del loro trascendimento. Il diritto-a-essere è solo la voce gridata in un tempo di deriva, da accogliere, senza però lasciare in ombra la voce dei tanti che sono senza voce, facendo leva sulla forza della civitas Dei, vestita della veste luminosa di madonna povertà, per un dialogo a tutto campo, in libertà. In quanto abitante della civitas hominis e insieme custode della civitas Dei, il magistero della Chiesa cattolica non può non dare il suo contributo all’affermazione di tale libertà, non senza però mettere in chiaro la genesi di quei contrasti, che ne hanno segnato il cammino, problematizzando il volto, censorio e reattivo, assunto nella storia, soprattutto nei passaggi epocali.

La fecondità – e l’urgenza – di questa nuova prospettiva sta nella necessità di superare la discrepanza, variamente alimentata, tra il sapere, il produrre, il sentire, l’immaginare, l’amare, che è, forse, la radice ultima delle pagine buie della storia contemporanea. Infatti, circa i genocidi di ieri – nazismo-stalinismo – e di oggi – non solo in Rwanda ma anche nella vicina ex Jugoslavia – come dei conflitti sparsi in tante parti del globo, quale la riflessione più pertinente? Pare che queste pagine siano il frutto avvelenato della disarmonia tra quanto sappiamo e possiamo produrre, e quanto effettivamente sentiamo, immaginiamo e amiamo. Noi possiamo immensamente più di quanto siamo in grado di immaginare, sentire o amare, al punto da ritrovarci sognatori capovolti: il sognatore un tempo immaginava più di quanto poteva; noi oggi possiamo più di quanto immaginiamo.

Il passo storico del sapere e della tecnica è molto più lungo e rapido del passo soggettivo dell’immaginare, del sentire e dell’amare di ognuno di noi. Chi sgancia la bomba su Hiroshima conosce gli effetti, non immagina il disastro, né sente quel dolore. È la tesi de La banalità del male di Hannah Arendt. Il sapere e il potere non procedono assieme all’immaginare e all’amare. Il potere e il sapere si sono dissociati dal sentire e dall’amare. Il sentire è inferiore al sapere; il produrre è superiore all’amare. Quale la grave conseguenza? L’irrilevanza del sapere stesso, nel senso che non sta in esso la chiave risolutoria dei problemi, dal momento che ogni sapere, animato dal dirittto-a-essere, procede per suo conto. Puoi sapere tutto di un eccidio in atto e sorbire un buon tè, in tranquillità. Siamo alla consumazione della divaricazione tra cultura scientifico-tecnica e cultura umanistica e dunque all’assenza di una forza che tenga insieme i molti versanti del vivere e del pensare.

Che cosa allora è davvero necessario per una pacifica forma di cittadinanza cosmopolitica? La riarmonizzazione delle facoltà, mutando registro interpretativo del reale e dunque del pensare e del vivere. Certo, si vive, si pensa, si opera al­l’interno del sistema, e il sistema è più della somma delle parti, con una dura resistenza alle perturbazioni e una forte tendenza al ristabilimento dell’equilibrio. Non è sufficiente un ritocco. È necessario agire sulla forza coesiva, sul motivo ispiratore dell’insieme, perché poi il cambiamento abbia a ripercuotersi sui singoli componenti. Ebbene, il motivo ispiratore della filosofia occidentale è il diritto-a-essere o l’autoaffermazione – ognuno per suo conto – il cui impulso è stato variamente tradotto nell’ambito scientifico-tecnico, come in quello umanistico, con l’evidente dissociazione del­l’uno dall’altro e l’innegabile trionfo del primo sul secondo. Da qui la disarmonizzazione del nostro essere. Noi sappiamo e produciamo, ma non immaginiamo, sentiamo e amiamo con la stessa ampiezza e rapidità. Come far fronte a tale schizofrenia o a tale discrepanza, se non procedendo al cambio della forza propulsiva del sistema – l’essere come diritto-a-essere – e dunque al cambio del registro interpretativo del reale?



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Titolo: "Una pietra scartata"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Ronzoni Giorgio
Pagine:
Ean: 9788825036350
Prezzo: € 7.35

Descrizione:

Una preziosissima e gioiosa testimonianza di fede e comunità. Con ironia e sincerità don Giorgio Ronzoni racconta la sua esperienza attraverso il tremendo incidente d'auto, la paralisi quasi totale e il ritorno, nonostante tutto, alla sua parrocchia.

INTRODUZIONE
di Gianpiero Dalla Zuanna

Giorgio Ronzoni scopre la sua vocazione in parrocchia e nel mondo dell’Azione cattolica, ed entra in seminario alla fine del liceo scientifico, nell’ottobre del 1980. Appena ordinato sacerdote, per tre anni è viceparroco a Santa Croce, parrocchia del centro di Padova. Poi va a Roma a studiare catechetica all’Università Salesiana. Tornato a Padova nel 1995, per tredici anni dirige l’Ufficio catechistico diocesano e insegna in seminario. Intanto, continua a studiare, a predicare esercizi spirituali, a scrivere di pastorale, a coltivare qualche passione, come la musica e l’arrampicata in montagna. In quegli anni, don Giorgio scrive una rubrica di catechesi per il settimanale diocesano, molto letta per la chiarezza dei contenuti, ma soprattutto perché intrisa di arguzia e umorismo. Don Giorgio è nato a pochi chilometri da Giovannino Guareschi, e l’umorismo ce l’ha nel sangue, come l’amore per la cucina emiliana.

Nel settembre del 2008, don Giorgio diventa parroco di Santa Sofia, un’altra parrocchia del centro di Padova. Qui si divide fra l’attività pastorale ordinaria e il difficile impegno di coordinare il restauro radicale di uno dei monumenti più insigni dell’arte romanica italiana. Sfrutta l’esperienza di scrittore umoristico per comunicare ogni settimana con i suoi parrocchiani, attraverso «Pace a voi», il bollettino parrocchiale.

Il 7 agosto del 2011, don Giorgio sbaglia una curva della statale Valsugana ed esce di strada, schiantandosi dopo un volo spaventoso. Viene salvato in extremis, ricoverato con la schiena rotta all’ospedale di Vicenza. Dopo un lungo percorso di cura e riabilitazione, don Giorgio resta tetraplegico, anche se riacquista parte dell’uso del braccio sinistro.

Venti giorni dopo l’incidente, dal letto della rianimazione don Giorgio detta il suo primo nuovo «Pace a voi», che per alcuni mesi diventa lo strumento principale per parlare con i suoi parrocchiani. Senza mai rinunciare all’umorismo, don Giorgio condivide la sua storia: la speranza di guarire; la consapevolezza del suo nuovo stato; la caparbia volontà di acquisire il massimo possibile di autonomia; la gioia di poter concelebrare e poi celebrare la messa; la gratitudine verso i suoi parrocchiani per aver chiesto al vescovo di mantenerlo a fare il parroco malgrado le limitazioni fisiche, creando le condizioni perché questo potesse accadere; la gioia per il ritorno in parrocchia, prima nei week end, poi definitivamente, nel settembre del 2012.

Questi brevi testi raccontano anche un’altra storia. Don Giorgio scopre di essere chiamato a un ministero nuovo. Il Signore gli chiede di seguirlo in modo radicale, per confermare nella fede i suoi parrocchiani, i suoi amici e i suoi lettori attraverso un difficile viaggio di kenosis, di svuotamento delle sue precedenti certezze. Per imitare Cristo nella debolezza, piuttosto che nella forza. Seguendo le tappe dell’anno liturgico, don Giorgio illustra da questa nuova prospettiva il Natale, la Pasqua, la prima comunione, la cresima, la giornata del malato, la settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ma anche l’apertura del patronato, l’ansia per l’enorme debito parrocchiale…

Non è un caso se il vescovo Antonio Mattiazzo ha deciso di confermare a un prete tetraplegico il mandato di parroco. Al di là della vicenda personale di don Giorgio, questa scelta è il frutto di un lungo cammino di valorizzazione della disabilità nella chiesa padovana. Un cammino che – negli ultimi decenni – ha conosciuto tappe importanti.

L’OPSA (Opera della Provvidenza di S. Antonio) sorge nei pressi di Padova nel 1955 per iniziativa del vescovo Girolamo Bortignon. Oggi ospita più di 600 disabili, assistiti da 500 dipendenti, 45 religiose e più di 200 volontari. Recentemente, l’OPSA ha realizzato al suo interno la Casa Madre Teresa di Calcutta, per l’assistenza dei malati di Alzheimer.

Numerose cooperative sociali, con il coinvolgimento attivo di disabili, sono nate per iniziativa di sacerdoti e laici della chiesa padovana. Ad esempio, la Cooperativa Sociale Leg.Art. è nata a Padova nel 1979, per iniziativa di don Augusto Busin, con l’intento di occupare persone con handicap psico-fisici. Leg.Art. è ormai da trent’anni nel mercato della rilegatoria e del restauro libri; la scommessa (per ora vinta) è stata quella di correre alla pari con gli altri operatori del mercato. Attualmente Leg.Art. conta sei soci lavoratori, quattro soci volontari, tre soci operatori. Nel 2000 su impulso di Leg.Art. è sorta un’altra cooperativa sociale che gestisce un Centro diurno per disabili e offre spazio a persone con handicap più gravi.

L’associazione Saint Martin CSA (Apostolato sociale cattolico) è nata nel 1997 a Nyahururu (200 chilometri a nord di Nairobi), nelle missioni padovane in Kenya, su iniziativa di don Gabriele Pipinato, sacerdote diocesano. L’organizzazione lavora con un approccio comunitario, secondo cui è la comunità stessa a farsi carico dei bisogni dei suoi membri attraverso i mezzi di cui dispone: il suo obiettivo diretto non sono i beneficiari, ma la promozione di solidarietà all’interno della comunità. Il lavoro del Saint Martin viene svolto grazie a una rete di oltre 1400 volontari provenienti dalle comunità, che lì risiedono. Questi volontari lavorano a tutti i livelli dell’organizzazione, inclusi quelli gestionale, di programmazione e di direzione dei vari programmi. Il lavoro dei volontari viene supportato da una squadra di circa cento membri del personale. Le attività del Saint Martin sono organizzate in programmi comunitari specifici, ma allo stesso tempo interdipendenti tra di loro, che si occupano rispettivamente di: persone con disabilità; bambini di strada; pace e riconciliazione; malati di Aids e abuso di alcol e droghe.

Infine, non va dimenticata la continua e silenziosa opera di valorizzazione e integrazione dei disabili nella vita delle parrocchie. Perché nessuno, come il paralitico di Betzatà, sia più costretto a dire: «Signore, non ho nessuno che mi immerga nella piscina quando l’acqua si agita. Mentre infatti sto per andarvi, un altro scende prima di me» (Gv 5,7).

L’integrazione della disabilità nella vita della chiesa ha un significato che va oltre l’aiuto verso i più deboli. Con storie come quella di don Giorgio, la chiesa ricorda a se stessa «di non essere una Ong filantropica, ma la sposa del Signore» (discorso di insediamento di papa Francesco). La chiesa confessa che «il Signore mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”. Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo» (2Cor 12,9). È grazie a scelte come queste che la chiesa ha ancora molto da dire agli uomini di oggi.

I «Pace a voi» riportati in questo libretto vanno da quello successivo all’incidente (28 agosto del 2011) a quello del 29 giugno, scritto al ritorno da un pellegrinaggio a Lourdes, quando il reinserimento di don Giorgio in parrocchia può dirsi compiuto. Li riportiamo integralmente, con alcune note indispensabili per rendere comprensibile il significato di qualche passaggio.

L’ultima parte del libro è la trascrizione di un’intensa conversazione pubblica fra don Giorgio e Damiano Zampieri – presidente della sezione di Padova dell’Unione italiana lotta alla distrofia muscolare, anch’egli disabile in carrozzina – avvenuta il 28 febbraio 2013 nel corso de «La pietra scartata», evento annuale organizzato da varie realtà padovane (Fondazione Fontana, Centro missionario, Atantemani, OPSA, UILDM e Ufficio catechistico) che dal 2010 aiuta a riflettere come nelle comunità i «poveri», le persone «fragili» siano un’opportunità per riconoscere le nostre debolezze e aiutarci a rendere sempre più autentiche e profonde le nostre relazioni. Questa conversazione fra due persone toccate dalla sofferenza, ma non sconfitte, è la sintesi commovente e nello stesso tempo lucida, di percorsi di vita difficili, ma dove la luce riesce a vincere le tenebre.



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Titolo: "Etica civile nella modernità"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Autiero Antonio
Pagine:
Ean: 9788825036268
Prezzo: € 4.90

Descrizione:

Con l’etica civile si apre per il cristianesimo e la modernità uno spazio nuovo di riconciliazione. L’etica civile, infatti, favorisce la consapevolezza di libertà che diventano diritti per cui vale la pena impegnarsi, propizia la fine dell'indifferenza, amplia la capacità di ospitare ciò che è altro da sé. I contributi di Autiero e Magatti articolano il discorso intorno alle multiformi, appassionanti e complementari sfide poste da un rinnovato slancio dell’etica civile; in vista di un’assunzione di responsabilità e cura per il destino dell’uomo, verso il comune compito di formare un nuovo «cittadino etico».

DESTINATARI

Tutti.

AUTORE

ANTONIO AUTIERO ha insegnato teologia morale alla Facoltà teologica di Napoli e in seguito in Germania a Bonn, Saarbrücken e all’Università di Münster, dove dal 1991 è professore ordinario e direttore del Seminar für Moraltheologie. Membro di numerose associazioni scientifiche, le sue pubblicazioni spaziano dai temi di morale fondamentale a quelli di etica applicata. Nella sua attività di ricerca si dedica con particolare attenzione alle questioni bioetiche di inizio e fine vita e al tema più generale dell’etica della scienza. MAURO MAGATTI, sociologo ed economista, insegna sociologia della globalizzazione e analisi e istituzioni del capitalismo contemporaneo presso l’Università cattolica di Milano. Dal 2008 dirige il Centre for the Anthropology of Religion and Cultural Change. È membro del comitato editoriale dell'«International Journal of Political Anthropology», del comitato scientifico e di redazione di diverse riviste. Tra le ultime pubblicazioni: La grande contrazione. I fallimenti della libertà e le vie del suo riscatto (Feltrinelli 2012), Pensare il presente (Nuova Editrice Berti 2013).

 

PRESENTAZIONE
di Lorenzo Biagi

È un dato di fatto che la lettura più nota e accreditata dei rapporti tra cristianesimo e modernità è quella che è stata felicemente riassunta dallo storico francese Émile Poulat come un «processo di reciproca esclusione». Un luogo comune, un’evidenza affermata, e quel che procura crescenti difficoltà anche per la nostra attuale riflessione, un orizzonte insuperabile: se c’è cristianesimo non ci può essere modernità, se c’è modernità non ci può essere cristianesimo. Declinare tale luogo comune in chiave militante, ha ovviamente generato nella storia partiti contrapposti, anche se variamente articolati secondo sfumature interpretative diversificate, senza per questo far progredire fruttuosamente un’ermeneutica del moderno bisognosa di maggiore discernimento e lungimiranza. Anche perché, è bene dirlo subito, la modernità più che un’epoca storica nel senso storicistico rappresenta un processo, quasi un «dinamismo conquistatore», lo definisce Poulat. Insomma, la modernità non è una ripartizione temporale limitata e conchiusa; se essa ha un inizio, anch’esso oggi lo scopriamo più all’insegna di un processo di gestazione, lunga e laboriosa, piuttosto che come un punto fermo d’inizio. Se essa, poi, ha una fine, come si è provato a indicare con la categoria della «postmodernità», tale fine ci appare piuttosto come un processo di continua rimodulazione, dove se non sono secondari talvolta fattori antimoderni, sono tuttavia più decisivi nuovi rizomi, quasi slegati, che dalla linea centrale del moderno fioriscono secondo forme inaspettate, anche se non sempre per questo garanzia di bene per l’uomo e il pianeta.

Dal punto di vista cristiano, sappiamo che la chiesa cattolica ha condannato e rifiutato la modernità, con un’intransigenza ostinata, almeno fino al concilio Vaticano II. E dopo di esso, però, non sembra esserci stata un’opera culturale, teologica e pastorale, all’altezza della sfida aperta. Negli ultimi decenni, anzi, da più parti, senza spirito polemico, si è addirittura constatato che per alcuni versi si è tornati indietro rispetto al pensiero del Vaticano II. In grande sintesi, la questione focale vista dal Vaticano II nella modernità è quella dell’autonomia, di fronte alla quale esso non si è né ritratto né adeguato acriticamente. Walter Kasper lo esprime in modo efficace:

L’urgenza della problematica moderna dell’autonomia è avvertita dal Concilio Vaticano II, un concilio che non ha seguito i pronunciamenti ecclesiastici di una mentalità restauratrice, polemicamente e apologeticamente chiusa alla storia moderna della libertà, mentre ha riconosciuto invece due cose: la prima che l’esigenza di autonomia che l’uomo moderno sente può essere fondata sullo stesso messaggio cristiano, la seconda che nell’evo moderno si riscontra un progresso nella coscienza di libertà, quello che la chiesa per tanto tempo ha misconosciuto.

Nello stesso tempo, il concilio prende netta distanza da un umanesimo e da un autonomismo atei. E così facendo esso apre la via a una precisazione del rapporto fra chiesa e cultura moderna più differenziata, aperta e al contempo critica, precisazione che ci si attende proprio dal riflettere teologico.

È importante sottolineare l’indicazione di metodo che in tal modo usciva dal concilio e che poteva essere veramente fruttuosa: quella di coltivare un rapporto aperto e nel contempo critico con la modernità.

Dal punto di vista del moderno, si è fatta strada un’autocomprensione crescente che coincide con la inevitabile e progressiva scomparsa della religione, fino a interpretare il cristianesimo stesso come religione «dell’uscita dalla religione». A questo proposito, tuttavia, è assai istruttiva la rilettura della parabola della «secolarizzazione», fino agli esiti aperti con il dibattito sulla «società postsecolare» e sulla nuova lettura offerta con perizia dal filosofo canadese Charles Taylor. Anche qui, liberi da pregiudizi, si è scoperto che proprio la cultura moderna di un esasperato disincantamento, di un individualismo sterile e di un tecnicismo sempre più cinico, ha finito per produrre da se stessa una nuova domanda profonda di senso e, visti i limiti interni della cultura della secolarizzazione, oggi produce in maniera crescente anche un nuovo bisogno di religione. Come ha osservato il teologo protestante W. Pannenberg, oggi «il valore posizionale della religione nella coscienza e nel modo di vivere di molti uomini non è particolarmente alto». Tuttavia, anche se non sempre colto con perspicacia, il bisogno religioso è presente come bisogno di riempire di senso la vita e come sensazione di alienazione nel mondo secolare degli uomini, e persino in modo molto intenso, benché spesso non si riconosca che ciò che manca è appunto la religione.

La questione di fondo è che, come notava Albert Einstein, «non possiamo pretendere di risolvere i problemi pensando allo stesso modo di quando li abbiamo creati». I due interventi che proponiamo di seguito al lettore, uno del teologo morale Antonio Autiero e l’altro del sociologo Mauro Magatti, hanno il pregio di proporre, scevri da ogni presunzione, proprio alcune linee di lettura intorno al rapporto tra cristianesimo e modernità, «pensando» tale rapporto secondo parametri inediti. Entrambi, come il lettore potrà apprezzare, non mancano di franchezza nel circoscrivere le questioni di fondo, le implicazioni talvolta esigenti su più versanti, le conseguenze culturali e morali di una nuova pratica interpretativa della modernità che vede nella categoria dell’etica civile un vettore promettente per riappassionarci tutti al comune destino di uomini, a una nuova convivialità, a una costruzione più solidale della nostra vita in questo mondo. Non si tratta di una acritica e superficiale «corsa al centro», bensì del fatto che siamo in presenza di problemi nuovi che vanno pensati in maniera nuova, facendo in modo che ciascuno con-venga al progetto comune con tutto il bene della propria storia e della propria coscienza etica.

La prospettiva che viene qui dischiusa da Autiero e Magatti indica l’orizzonte dell’etica civile come orizzonte capace di mettere a frutto tutto il bene delle conquiste moderne, le quali lungi dall’escludere la fede cristiana, ne chiamano in gioco proprio alcuni caratteri costitutivi. La consapevolezza maturata, peraltro, è che alcune delle grandi affermazioni della modernità (il valore della coscienza personale, l’essere soggetto e non oggetto, l’autonomia e la responsabilità, la fratellanza, l’uguaglianza, il valore della diversità e della pluralità, il senso critico, tra gli altri) sono impensabili senza il fermento cristiano. D’altra parte alcune letture critiche della modernità compiute alla luce dei valori evangelici, lungi dal «condannare» in toto la modernità, possono costituire un apporto quanto mai fruttuoso proprio oggi di fronte ad alcune evidenti contraddizioni dei processi moderni. Mauro Magatti ne scandaglia opportunamente, come il lettore avrà modo di constatare, le criticità e gli effetti corrosivi. Il punto decisivo è che l’orizzonte del civile non è affatto opposto al religioso, e tanto meno al cristiano, come pure in un certo filone, prevalentemente di matrice positivistica, si è provato ad affermare. Al contrario, noi oggi sappiamo grazie a una serie puntuale di studi storici che l’Umanesimo moderno è sorto proprio all’interno di un poderoso ripensamento teologico e filosofico del posto dell’uomo nel mondo e di questo «nuovo» posto in relazione a Dio. Il civile nasce nel momento in cui l’uomo moderno prende coscienza che la convivenza interumana non è delegata né delegabile ad altri che alla sua responsabilità etico-politica, denominata appunto «civile», di più: «passione civile». In tal senso siamo giunti a qualificare l’Umanesimo italiano, in particolare, come Umanesimo civile, autentica esperienza culturale che farà da incubatore ad alcuni dei temi fondamentali dello spirito moderno. Come ha magistralmente mostrato con i suoi studi Eugenio Garin, se l’impostazione dei problemi che gli umanisti perseguono è impregnata del magistero dei classici greci (Platone e Aristotele anzitutto), «lo spirito animatore è tutto cristiano. Di un cristianesimo che all’ideale greco della contemplazione coscientemente oppone quello della volontà operante per il bene comune». E il faro della vita civile è appunto il perseguimento del bene comune. Fondamentale è dunque l’assunto umanistico moderno secondo il quale «la vita civile, questa società concretata dall’uomo, è, insieme, perfezione dell’individuo, che raggiunge la propria compiutezza solo nell’umana comunicazione», precisa il Garin. Se taluni sviluppi dello stesso mondo moderno hanno talvolta disatteso questo assunto originario, anche il pensiero e i comportamenti dei cristiani e delle chiese non hanno sempre saputo metterne a frutto le potenzialità che esso custodiva.

Ecco che il cammino intrapreso dalla ricerca della Fondazione Lanza, quello di una rinnovata «passione civile», oggi può dischiudere veramente lo spazio in cui gli uomini e le donne «urbanamente conversano» in vista della costruzione di una verace città che ha assunto ormai i contorni di tutta la famiglia umana. Se per questo nuovo mondo globale, sempre più abitato dall’inedito «cittadino digitale», come ha scritto il sociologo tedesco Ulrich Beck, non possediamo ancora le categorie, le mappe e la bussola, possediamo invece quella base umanistica che ci sprona a creare le condizioni per una «civile conversazione» imperniata sulla responsabilità, sul dialogo tra le diversità, sulla solidarietà, sul «generare versus il consumare» (M. Magatti), sulle «libertà incarnate» e sull’apertura compassionevole (A. Autiero), sull’essere soggetti e non oggetti. Ma per andare incontro a questa sfida dobbiamo prendere sul serio il compito educativo di formare un nuovo «cittadino etico», il quale non insiste esclusivamente sul suo terreno, non si alza al mattino chiedendo solo e soltanto il rispetto dei propri diritti, ma si impegna in un senso di responsabilità più ampio, e appunto al cominciar di ogni giorno si chiede: «Quali sono le mie responsabilità?». Ebbene, le riflessioni di Autiero e Magatti vanno in questa direzione ed esse si consegnano ora alla coscienza di ciascuno di noi affinché così motivato si senta di intraprendere il cammino della comune formazione del nuovo cittadino etico, abitato da una inedita passione civile per il bene comune, per la custodia e il governo dei beni comuni, per la cura del destino umano.



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Titolo: "Lasciateci la libertà! Caritas Pirckheimer e la vita religiosa nella bufera della Riforma"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Chiara A. Tognali
Pagine:
Ean: 9788825033632
Prezzo: € 11.20

Descrizione:

L'incredibile e luminosa storia di fede e resistenza di un monastero di clarisse guidato da Caritas Pirckheimer, negli anni della riforma luterana e in un mondo in bilico tra sincero ardore religioso e ottuso fanatismo.

INTRODUZIONE

Gli avvenimenti che vogliamo raccontare si svolsero in Germania, a Norimberga, in un periodo critico della storia d’Europa e della storia della chiesa: la prima metà del XVI secolo. E ci vengono subito alla mente Lutero, la riforma protestante e le guerre di religione. Sono infatti elementi decisivi della vicenda che ci interessa. Norimberga è una città situata nel Land della Baviera (attualmente è la seconda città della Baviera, dopo Monaco) e il suo nome significa «monte roccioso», perché si estende ai piedi di un’alta collina che la domina tutta. È attraversata da un fiume che, dividendosi in vari bracci all’interno dell’abitato antico, la rende pittoresca e suggestiva. Alle origini di questa città troviamo il nome di una donna. Il più antico scritto che documenta l’esistenza di Norimberga è infatti un atto imperiale col quale Enrico III dichiara libera dalla schiavitù della gleba una certa Sigena. Siamo nel 1050.

Anche questo libro parla di una donna, la cui vita è fortemente legata alla storia della città. Si tratta di Caritas Pirckheimer. Il suo nome in Italia dice poco, è anche difficile da pronunciare, lo conoscono solo gli storici che si interessano dell’umanesimo. In realtà è una figura di grande rilievo, sia per la sua personalità ed esperienza spirituale, sia per il momento particolare, drammatico e confuso in cui si trovò a vivere e a operare: la Norimberga che passa in toto alla riforma protestante. La nostra Caritas era alla guida di un grande monastero di clarisse e i riformatori spingevano verso l’abolizione di tutte le forme di vita religiosa. Ha raccontato quegli anni difficili in una cronaca dettagliata e lucidissima che è giunta fino a noi e che coinvolge profondamente il lettore nella vicenda, pur essendo semplicemente una cronaca. Caritas ci offre uno spaccato della vita di una città, Norimberga appunto, che accogliendo la riforma protestante assume in breve tempo un assetto religioso notevolmente diverso da quello che la caratterizzava fino a poco tempo prima. Per qualcuno il nuovo corso risultò liberatorio, per altri, come Caritas e le sorelle, fu fonte di soprusi e di grandi sofferenze. Oltre al memoriale che dal 1524 al 1528 riporta gli avvenimenti drammatici riguardanti il monastero, Caritas lascia un buon numero di lettere, alcune in latino, altre in tedesco, che ci permettono di conoscere qualcosa di lei come donna, totalmente dedita a Dio e vivamente interessata agli sviluppi culturali dell’umanesimo. A completare il quadro restano parecchie altre lettere che furono indirizzate a Caritas o che in qualche passaggio parlano di lei.

Tanti tasselli, piccoli e grandi, che ci permettono di seguire dal vivo, attraverso qualcuno che li ha vissuti dall’interno, anni significativi nella storia dell’Europa. Norimberga anche dal punto di vista culturale e artistico era una città di primo piano. Un nome per tutti: Albrecht Dürer, il grande pittore e incisore, che visse a Norimberga contemporaneamente a Caritas e fu per tutta la vita il miglior amico del fratello di lei, Willibald. Negli scritti di Caritas ritroviamo tutto questo mondo e in esso lei e le sorelle sono dapprima serenamente accolte e inserite, poi, nel giro di pochi drammatici anni divengono un corpo estraneo, tollerato ma non più capito né apprezzato.

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

 Gli anni giovanili A cavallo fra il XV e il XVI secolo Norimberga era città imperiale vivacissima, economicamente molto sviluppata, retta da un borgomastro e da un consiglio del quale facevano parte gli esponenti delle famiglie più in vista. Barbara (Caritas) Pirckheimer nacque proprio in una di quelle famiglie illustri, anche se non era una delle più antiche. Il primo Pirckheimer di cui si abbia notizia, risulta essere stato un commerciante di nome Hans e lo troviamo inscritto nel registro cittadino di Norimberga a partire dal 1359. Dev’essersi inserito molto bene e aver rapidamente acquistato una posizione, perché già suo figlio faceva parte del consiglio della città, insieme ai membri delle famiglie considerate di antica, originaria residenza.

Fin dall’inizio i Pirckheimer appaiono persone facoltose, con possedimenti terrieri, ma la loro ricchezza proveniva soprattutto dal commercio, attività che a Norimberga era molto sviluppata. Gli scambi commerciali si volgevano soprattutto all’Italia, al Belgio, alla Francia e al Portogallo. Più tardi tuttavia i Pirckheimer si dedicarono prevalentemente agli studi, soprattutto agli studi giuridici, senza per questo intaccare la ricchezza di prima e i beni immobili. Fra i nomi illustri della famiglia di Caritas spicca un suo zio, Tommaso Pirckheimer, che studiò a Pavia, e la sorella di questi, Caterina, famosa per la sua cultura. Nel Quattrocento l’Italia era il luogo della cultura per eccellenza e le famiglie che potevano inviavano qui i propri figli per gli studi. Il primo della famiglia a venire in Italia per studiare fu il nonno di Caritas, anche lui Hans Pirckheimer come il suo antenato, che soggiornò a Perugia, Bologna e Padova. Qui entrò in contatto con il nuovo spirito umanista e ne divenne un propagatore entusiasta, tanto che lo possiamo annoverare tra i primi umanisti. Tornato a Norimberga fu per lungo tempo consigliere. Dalla prima moglie, Barbara Holzschuher, ebbe un figlio, Giovanni, che fu poi il padre di Caritas. Anch’egli studiò in Italia e conseguì il dottorato a Padova nel 1465. Tornato a Norimberga sposò una ricca orfana di nome Barbara Löffelholz. Ben presto la coppia si trasferì ad Eichstätt, dove Giovanni era entrato a servizio del vescovo come consigliere. E qui nacque nel 1467 la primogenita, che fu chiamata Barbara, come la madre e come la nonna: si tratta della nostra Caritas. Sembra che il vescovo stesso sia stato suo padrino di battesimo. Ad Eichstätt nacque anche Willibald nel 1470, il fratello che le fu sempre vicino e che divenne uno dei più stimati umanisti della Germania, in relazione con studiosi del calibro di Erasmo da Rotterdam.

Dopo la nascita di un altro figlio, nel 1475 il padre divenne consigliere del duca di Baviera Alberto IV e la famiglia si spostò a Monaco, dove nacquero gli altri figli. In tutto furono dodici e, delle figlie, sei si fecero religiose; una sola si sposò, la sorella Giuliana, con un consigliere della città di Norimberga, Martin Geuder. Tutti questi cognomi tedeschi per noi sono difficili da pronunciare e da ricordare, ma nella storia di Norimberga sono nomi di rilievo e li troveremo ripetutamente. Di alcune di queste famiglie patrizie sono ancora presenti in città i discendenti. Non sappiamo per quale motivo, Barbara non si spostò a Monaco con i genitori, ma fu mandata a Norimberga, nella casa del nonno Hans. Qui rimase dagli otto fino a dodici anni, affidata alle cure della seconda moglie del nonno, Walpurga, alla quale si affezionò molto. Nella casa del nonno ricevette una buona istruzione; se ne occuparono il nonno stesso, lo zio Thomas e la zia Caterina, che si presero cura soprattutto di insegnarle bene il latino, la lingua internazionale di allora, la lingua degli studiosi, la lingua anche della preghiera liturgica. Dev’essere stata una brava allieva, dato che anni dopo Willibald Pirckheimer, scrivendole, la definisce «ciò che di più colto, dotto e perfetto abbia mai visto questa città dopo la nostra zia Caterina: a lei tu assomigli perfettamente, Caritas, con le tue attitudini intellettuali, tanto che la discepola permette di riconoscere il modello della maestra». A dodici anni Barbara fu affidata al monastero Santa Chiara di Norimberga nel quale, secondo l’uso del tempo, si provvedeva all’educazione di un certo numero di ragazze.



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Titolo: "Vangelo secondo Giovanni. Capitoli 1-11. I segni dell'amore"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Giuseppe Casarin
Pagine:
Ean: 9788825020748
Prezzo: € 15.40

Descrizione:

Una chiara e piacevole "Lectio divina" popolare dedicata al quarto Vangelo, designato fin dall'antichità cristiana come "Vangelo spirituale".



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Titolo: "Primavera di speranza"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Giovanni XXIII
Pagine:
Ean: 9788825035018
Prezzo: € 5.60

Descrizione:

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Titolo: "L'altro possibile"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Manzato Giuseppe
Pagine:
Ean: 9788825034660
Prezzo: € 20.30

Descrizione:

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Titolo: "Il mistero nuziale"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Maschio Giorgio
Pagine:
Ean: 9788825033588
Prezzo: € 11.20

Descrizione:

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