Articoli religiosi

Ebook - Edizioni Messaggero Padova



Titolo: "Lo sguardo dell'altro"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825052053
Prezzo: € 8.40

Descrizione:

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Titolo: "Asma"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Luigi Ginami
Pagine:
Ean: 9788825051933
Prezzo: € 5.60

Descrizione:

Il vero soldato non combatte perché ha davanti a sé qualcuno che odia ma perché ha alle spalle qualcuno che ama.

È PIÙ FACILE CONDANNARE CHE COMPRENDERE

Quando don Gigi mi ha proposto di scrivere alcune righe di introduzione a queste pagine che portano il titolo ‘Asma’, sono rimasta molto colpita. Nella mia vita, fatta di miseria, nessuno mi ha mai chiesto di scrivere in un libro. Ringrazio Sister Josephine che ha trascritto dai miei fogli di carta scritti a mano, nel mio piccolo villaggio di Madogo, il breve testo che qui vi propongo.

In questo villaggio proprio Gigi è venuto ad abitare per un paio di giorni, soggiornando, la notte, nella mia capanna molto povera. Era forse la prima volta che un bianco, un muzungo veniva, tutto solo, in un villaggio musulmano, vicino alla Somalia dove viviamo nella miseria, senza servizi igienici, senza acqua e dove il cibo spesso, se non sempre, manca.



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Titolo: "Il diario di Brigidina Jones"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Brigidina Jones
Pagine:
Ean: 9788825050783
Prezzo: € 9.10

Descrizione:

Diciamo che mi puoi chiamare Brigidina Jones. Come Bridget

Jones, sono a metà strada tra i trenta e i quaranta,

zitellissima anche se fa più chic dire single. Come lei, non

sono né bella né brutta. Ma a differenza di Bridget sono cattolica,

felice di esserlo e appassionata per la fede e per la

chiesa: ecco quindi il nome Brigidina, che strizza l’occhio alle

care suore seguaci di santa Brigida alle quali, probabilmente,

molti miei conoscenti mi associano per le mie strane idee da

baciapile.

Ho pensato di scriverti un po’ della mia esperienza di single

cattolica; cercherò di farlo con un pizzico di ironia, ma anche

parlando delle difficoltà che incontro, a livello personale ed

ecclesiale.

Innanzi tutto, com’è ovvio, c’è single e single: ci sono coloro

che hanno scelto di non sposarsi e quelli che non possono

farlo, magari a causa di un matrimonio fallito alle spalle e

desiderando mantenersi fedeli agli impegni del sacramento;

quelli che non trovano la persona giusta e quelli che l’avevano

ma l’hanno perduta; ci sono quelli che vivono con serenità

questa condizione e quelli che ci soffrono tantissimo; quelli

che la vivono come croce e quelli che la vivono come dono.

Io? Non sono mai stata sposata e nemmeno fidanzata,

anche se mi sono innamorata alcune volte; per il resto, sono

una via di mezzo fra gli estremi appena citati: generalmente

sono piuttosto serena riguardo al mio essere sola mentre in

alcuni casi mi brucia molto; cerco di vedere la volontà di Dio

nella mia situazione, sapendo che «tutto è grazia», anche se

talora mi sembra che tale grazia passi veramente dalla croce.

E un aspetto che mi pesa sempre di più, quanto più il tempo

passa, è il progressivo assottigliarsi della mia speranza di poter

diventare mamma, un giorno. È un desiderio sorto purtroppo

non prestissimo in me, ma che negli ultimi anni si sta facendo

viscerale, profondo, intensissimo. Anche in questo caso, sono

certa che i figli non siano diritti ma doni, e che ci siano tanti

modi di vivere questa vocazione alla maternità che sento in

me; e tuttavia qualche volta mi prende un groppo in gola e

vorrei fermare il tempo.

Infine, in una società in cui le persone non sposate sono

sempre più numerose, vorrei che anche la chiesa si occupasse

di noi con un po’ più di attenzione. Ogni tanto si vedono iniziative

“per single”, seppur molto sporadiche e molto timide,

quando non ghettizzanti; manca totalmente, o quasi totalmente,

invece, il creare un ambiente in cui chi desidera formare

una famiglia cristiana possa trovare persone con valor i simili.

Beninteso: non sono una tipa da agenzia matrimoniale perché

credo che se Dio vuol farmi incontrare l’anima gemella

non gli mancano le capacità per farlo; inoltre, non penso che

il “mio uomo”, se esiste, debba per forza essere un baciapile

come me; sta di fatto che sarebbe bello che si creassero occasioni

di incontro, finalizzate anche “solo” all’amicizia e alla

condivisione, in cui persone come me potessero conoscersi,

frequentarsi, e, chissà, magari un gior no aggiornare il proprio

status Facebook da single a… qualcos’altro.



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Titolo: "La crisi nella Bibbia"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Giuseppe De Virgilio
Pagine:
Ean: 9788825049558
Prezzo: € 6.65

Descrizione:

Il volume si propone di riflettere sul

tema della crisi e del suo discernimento

nella Bibbia. Dopo aver presentato

il vocabolario con cui si tematizza

la dinamica della crisi e il

processo di discernimento, l’analisi

affronta sei tappe che compongono il percorso

anticotestamentario e cinque tappe che riguardano

il Nuovo Testamento. La presente ricerca

fornisce una base letteraria e alcune coordinate

ermeneutiche per leggere e interpretare in modo

unitario le situazioni di crisi alla luce della Parola

di Dio e del suo significato teologico-spirituale

per l’oggi.

L’auspicio che accompagna la presente proposta

consiste nel favorire l’acquisizione di un metodo

che sappia unire il messaggio teologico della Bibbia

con la realtà esistenziale dell’uomo e del suo

corretto agire nella storia.

Giuseppe De Virgilio (1961), presbitero della diocesi

di Termoli-Larino, insegna esegesi del Nuovo Testamento

e teologia biblica presso la Pontificia Università

della Santa Croce (Roma) e l’Istituto teologico

abruzzese-molisano Pianum (Chieti). È membro della

Studiorum Novi Testamenti Societas e dell’Associazione

Biblica Italiana di cui è stato segretario

(2008-2012). Lavora nel campo della pastorale biblica

e vocazionale, dirige la collana «Bibbia e Vocazione»

(Rogate, Roma).

 

 

Nella Sacra Scrittura non si trova una trattazione 

sistematica del tema della crisi. Nondimeno 

il motivo della crisi attraversa come un filo 

rosso tutta la Bibbia, declinandosi nelle situazioni 

diverse che interessano l’agire umano e la sua 

relazione con Dio e con il mondo. Diversi autori 

hanno trattato della crisi e del discernimento, 

ricercando nella Bibbia aspetti e consonanze del 

tema, al fine di chiarire e approfondire un argomento 

di struggente attualità. 

Il presente volume, inserito nella Collana 

«Sentieri biblici», offre un itinerario biblico-teologico 

del tema, analizzando alcune pagine 

che presentano situazioni di crisi e focalizzandone gli 

aspetti teologici con la loro attualità. 

Nella sua essenzialità il libro segue un metodo 

didattico mediante il quale il lettore è accompagnato 

lungo un percorso ragionato a scoprire 

la ricchezza di racconti e di figure esemplari che 

connotano la dinamica della crisi e della sua 

interpretazione. 

Le tappe del nostro itinerario sono state pensate 

secondo una progressione che dall’Antico 

Testamento culmina con la rivelazione cristologica 

del Nuovo Testamento. 

Dopo aver presentato il vocabolario con cui 

si tematizza la dinamica della crisi e il suo processo 

di discernimento (Capitolo I), l’analisi 

affronta sei tappe che compongono il percorso 

anticotestamentario (Capitolo II) e cinque tappe 

che riguardano il Nuovo Testamento (Capitolo III). 

Senza la pretesa di esaurire la complessità 

storica e le problematiche letterarie dei testi,

 la presente proposta intende fornire una base 

letteraria e alcune coordinate ermeneutiche per 

leggere e interpretare in modo unitario le situazioni 

di crisi, alla luce della parola di Dio e del 

suo dinamismo spirituale. 

L’auspicio che accompagna il volume è di 

favorire l’acquisizione di un solido metodo, in 

grado di collegare il messaggio teologico della 

Bibbia con la realtà esistenziale dell’uomo e del

 suo agire a servizio del regno di Dio. 

Diciamo che mi puoi chiamare Brigidina Jones. Come Bridget 

Jones, sono a metà strada tra i trenta e i quaranta, 

zitellissima anche se fa più chic dire single. Come lei, non 

sono né bella né brutta. Ma a differenza di Bridget sono cattolica, 

felice di esserlo e appassionata per la fede e per la 

chiesa: ecco quindi il nome Brigidina, che strizza l’occhio alle 

care suore seguaci di santa Brigida alle quali, probabilmente,

 molti miei conoscenti mi associano per le mie strane idee da baciapile. 

Ho pensato di scriverti un po’ della mia esperienza di single 

cattolica; cercherò di farlo con un pizzico di ironia, ma anche 

parlando delle difficoltà che incontro, a livello personale ed ecclesiale. 

Innanzi tutto, com’è ovvio, c’è single e single: ci sono coloro 

che hanno scelto di non sposarsi e quelli che non possono 

farlo, magari a causa di un matrimonio fallito alle spalle e

 desiderando mantenersi fedeli agli impegni del sacramento;

 quelli che non trovano la persona giusta e quelli che l’avevano 

ma l’hanno perduta; ci sono quelli che vivono con serenità

 questa condizione e quelli che ci soffrono tantissimo; quelli 

che la vivono come croce e quelli che la vivono come dono. 

Io? Non sono mai stata sposata e nemmeno fidanzata, 

anche se mi sono innamorata alcune volte; per il resto, sono 

una via di mezzo fra gli estremi appena citati: generalmente 

sono piuttosto serena riguardo al mio essere sola mentre in 

alcuni casi mi brucia molto; cerco di vedere la volontà di Dio 

nella mia situazione, sapendo che «tutto è grazia», anche se 

talora mi sembra che tale grazia passi veramente dalla croce. 

E un aspetto che mi pesa sempre di più, quanto più il tempo 

passa, è il progressivo assottigliarsi della mia speranza di poter 

diventare mamma, un giorno. È un desiderio sorto purtroppo

non prestissimo in me, ma che negli ultimi anni si sta facendo 

viscerale, profondo, intensissimo. Anche in questo caso, sono

certa che i figli non siano diritti ma doni, e che ci siano tanti 

modi di vivere questa vocazione alla maternità che sento in 

me; e tuttavia qualche volta mi prende un groppo in gola e vorrei fermare il tempo. 

Infine, in una società in cui le persone non sposate sono 

sempre più numerose, vorrei che anche la chiesa si occupasse 

di noi con un po’ più di attenzione. Ogni tanto si vedono iniziative

 “per single”, seppur molto sporadiche e molto timide, 

quando non ghettizzanti; manca totalmente, o quasi totalmente, 

invece, il creare un ambiente in cui chi desidera formare 

una famiglia cristiana possa trovare persone con valor i simili.

 Beninteso: non sono una tipa da agenzia matrimoniale perché 

credo che se Dio vuol farmi incontrare l’anima gemella 

non gli mancano le capacità per farlo; inoltre, non penso che 

il “mio uomo”, se esiste, debba per forza essere un baciapile 

come me; sta di fatto che sarebbe bello che si creassero occasioni

 di incontro, finalizzate anche “solo” all’amicizia e alla 

condivisione, in cui persone come me potessero conoscersi, 

frequentarsi, e, chissà, magari un gior no aggiornare il proprio 

status Facebook da single a… qualcos’altro.



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Titolo: "Popolo e cultura"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Rafael Tello
Pagine:
Ean: 9788825049275
Prezzo: € 12.60

Descrizione:

Il card. Bergoglio che conobbe da vicino il sacerdote

e teologo Rafael Tello, ebbe a dire di lui che era «una

delle menti più brillanti della Chiesa argentina del

ventesimo secolo». Oggi, divenuto papa Francesco, ha

voluto scrivere la Presentazione a questo che è il primo

libro di Tello tradotto in italiano.

Tello ha sviluppato le basi della cosiddetta «teologia del popolo» come

teologia pastorale popolare, non di derivazione marxista – come troppo

sbrigativamente è stata liquidata da qualcuno in Europa – ma fortemente

radicata nel più classico pensiero tomista.

Popolo e cultura raccoglie quattro scritti inediti di Tello concernenti

il tema del «popolo» e tre riguardanti il tema della «cultura», databili

tra il 1989 e il 1995. Sono testi che delucidano i due paradigmi

fondamentali che contrassegnano il cristianesimo incarnato nel popolo

latino-americano e fattosi cultura.

Un libro indispensabile per comprendere il pensiero di papa Francesco

e le sue numerose esortazioni alla fiducia nel «popolo» di Dio.

Rafael Tello (La Plata 1917 - Luján 2002) pensatore e ideatore della

“teologia del popolo”, avvocato e sacerdote. Nel 1958 viene nominato

professore presso la Facoltà di teologia di Buenos Aires e tra il 1966

e il 1973 lavora come esperto e consulente della COEPAL (Commissione

episcopale per la pastorale). Nel marzo 1979 viene estromesso

dall’insegnamento e si ritira dalla vita pubblica della Chiesa. La difesa

postuma di «padre Tello» è dell’allora cardinale Bergoglio.



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Titolo: "Rosario Livatino sotto lo sguardo di Dio"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825044263
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

Michelangelo Nasca ha studiato presso la Pontificia FacoltàTeologica di Sicilia «San Giovanni Evangelista». Insegnante direligione, docente di teologia dogmatica presso la Scuola teologicadi base «San Luca Evangelista» di Palermo. Giornalistavaticanista collabora con «Vatican Insider» (La Stampa) e «Korazym.org». È direttore della rivista «Theofilos» e presidenteprovinciale dell’Unione cattolica stampa italiana.Per le Edizioni Messaggero Padova ha già pubblicatoPino Puglisi (2015).

 

Rosario Livatino, giovanissimo magistrato siciliano, morì il 21 settembre del 1990, ucciso dalla criminalità organizzata

mentre percorreva con la propria automobile, privo di scorta, la principale via di comunicazione tra Agrigento e Caltanissetta.

Solo da questo momento, caduto in terra – secondo l’evangelica immagine del chicco di grano, raccontata

nel Vangelo di Giovanni – inizia a portare frutto: «In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non

muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (12,24). L’esperienza di fede cristiana e la vita di Rosario

Livatino – come lui stesso riportava nelle sue agendine, con una abbreviazione (S.T.D.) – furono vissute con l’evidente

consapevolezza di ritrovarsi – a casa come nell’aula di un tribunale – Sub Tutela Dei, sotto lo sguardo di Dio!



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Titolo: "Sui passi di sant'Antonio"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Gonçalo Cadilhe
Pagine:
Ean: 9788825049862
Prezzo: € 10.50

Descrizione:

Gonçalo Cadilhe rivisita il percorso

fatto otto secoli fa e scopre uno

dei più grandi viaggiatori della storia

del Portogallo: sant’Antonio.

Parallelamente al diario di viaggio, si

ricrea la vita del Santo e l’atmosfera

dell’inizio del XIII secolo: la riconquista

cristiana, lo spirito delle Crociate, la

guerra civile tra il papa e l’imperatore,

l’amicizia con san Francesco d’Assisi.

Utilizzando mezzi di trasporto affollati

di migranti, salendo per strade terrose

a duemila metri di altitudine, attraversando

deserti impenetrabili e kasbah

minacciose, lo scrittore-viaggiatore ricostruisce

una biografia umana, laica,

alle volte polemica, e profondamente

documentata della vita di sant’Antonio.

 

Gonçalo Cadilhe (1968), scrittore e giornalista

freelance con una laurea in gestione aziendale,

vive a Figueira da Foz (Portogallo).

Ha pubblicato diversi libri sul suo girovagare

per il mondo ed è autore di documentari televisivi

di storia, cultura e viaggi. Appassionato

surfista e legato alla famiglia, nei suoi quasi

trent’anni di viaggi, ha compreso che il Portogallo

è l’unico paese nel quale, ogni tanto,

riesce a essere pienamente felice.



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Titolo: "Viaggio nel tempo e nello spazio liturgico"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Francesca Leto
Pagine:
Ean: 9788825047509
Prezzo: € 7.70

Descrizione:

Un saggio sull’architettura liturgica

che si fa diario; un cammino di ricerca

sulla relazione tra spazio e rito che

si fa racconto. Francesca Leto ci conduce

in un viaggio scandito dall’anno

liturgico nel quale, giorno dopo giorno, incanto

e stupore aumentano: la pietra, gli stucchi, le

vetrate e gli alti campanili prendono pian piano

parola. Il mondo statico dell’architettura ecclesiastica

e degli oggetti rituali si risveglia. E danza,

fluttua, tra luci e canti, penombre e silenzi,

incenso e processioni, nella vitalità delle azioni

liturgiche. I grandi o piccoli edifici, chiese parrocchiali

o cappelle monastiche descritti in questo

taccuino rivelano il mondo come ambiente

divino. L’autrice è partita con la curiosità di un

architetto e la fiducia di un pellegrino. Conoscere

l’architettura sacra attraverso il suo racconto

è scoprire un mondo dove Dio abita con il suo

popolo.

 

Francesca Leto è architetto e dottore in teologia con

specializzazione in liturgia pastorale. Tiene lezioni

e corsi in diversi istituti e facoltà teologiche. È vincitrice

della VI edizione Concorso progetti pilota CEI

per la costruzione di una nuova chiesa. Partecipa in

qualità di architetto e/o liturgista a numerosi concorsi

per nuove chiese. Si occupa di adeguamenti liturgici.

È autrice di vari articoli in riviste e pubblicazioni.



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Titolo: "Proverbi e Siracide. Valida proposta di lectio divina dei libri sapienziali Proverbi e Siracide"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825048889
Prezzo: € 14.00

Descrizione:

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Titolo: "L'incontro con «l'altro» nella bibbia"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825044447
Prezzo: € 18.70

Descrizione:

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Titolo: "Informazione come struttura. Una critica dello scientismo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Gian Luigi Brena
Pagine:
Ean: 9788825043433
Prezzo: € 12.60

Descrizione:Riflessione dell'autore sulla necessità, oggi, per l'antropologia filosofica estesa a tutte le dimensioni dell'esperienza umana e al dialogo tra i popoli, di ripercorrere le tappe della scienza moderna, che ha diffuso una mentalità dominata dalle scienze naturali e non ha saputo riconoscere un posto adeguato al "senso umano" nella sua ricchezza di dimensioni, compresa quella culturale e religiosa. Alla filosofia il compito di integrazione dei saperi e di responsabilità per la società globale.

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Titolo: "Padre Pio. Le stimmate dell'amore"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825037456
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "Impossible? I miracoli di Gesù nella storia della Chiesa"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 9788825042658
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "Sorella terra. Il cantico di san Francesco"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Dino Dozzi
Pagine:
Ean: 9788825042740
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "In carne e ossa"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Elena Bosetti; Franco Giulio Brambilla
Pagine:
Ean: 9788825042382
Prezzo: € 6.30

Descrizione:

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Titolo: "Rito"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Bonaccorso Giorgio
Pagine:
Ean: 9788825034066
Prezzo: € 10.15

Descrizione:

Anche un flash mob è rito? Può sembrare «dissacrante», ma forse non lo è. L'autore di questo saggio ci propone di cambiare prospettiva e si chiede non tanto «che cos'è il rito» ma «che cosa si vede attraverso il rito». La scommessa da fare consiste nello studio del rito come occhio sulla realtà, come modo di vedere il mondo, la storia e l'universo. L'intreccio col cristianesimo e la sua liturgia è evidente. Quest'ultima, infatti, fa trasparire la speranza cristiana non solo perché l'afferma nei suoi contenuti ma anche perché la testimonia nella sua forma. Leggere questo libro è una piacevole rivelazione: dai primordi delle prime civiltà all'uomo post-moderno dello smartphone, il rito è essenziale, vitale e rigenerante.

INTRODUZIONE

Lo sguardo del rito e non solo uno sguardo sul rito. Il modo apparentemente più ovvio di trattare la realtà è di guardarla come qualcosa che viene da uno sfondo lontano, talvolta estraneo, se non addirittura ostile. Anche il rito può venire «ammucchiato» tra le cose provenienti da un mondo lontano ormai perduto o mantenuto come un oggetto esotico. Così alcuni, spinti da curiosità, possono dare un’occhiata al rito; altri, sorretti da una particolare sensibilità, vanno oltre questo atteggiamento superficiale e mostrano di avere un occhio di riguardo per il rito; vi sono poi quelli che rimangono incantati di fronte a una liturgia vista per la prima volta anche se sono ben lungi dal visitarla più volte come vorrebbe la sua natura ripetitiva.

In tutti questi casi si ha un occhio sul rito, e prima o poi l’occhio si annoia, oppure si concentra su dettagli che perdono di vista l’insieme. Il caso tipico è la centralità che spesso assume l’omelia, dalla quale molti si attendono suggestioni e originalità, illuminazioni e orientamenti. Se l’omelia non dice niente allora tutto sembra perso, dato che il resto della liturgia è percepito come poco comunicativo se non del tutto insignificante. Si può credere di porre rimedio a tale fallimento indagando e insegnando le innumerevoli ricchezze del rito. A parte l’esiguo numero di persone raggiunte dal rimedio proposto, rimane però il fatto che non si supera il livello dello sguardo sulla liturgia. Gli stessi studi sul rito, pur indagando a un livello più profondo, si sono mossi spesso sul piano di una semplice oggettivazione tesa a spiegarlo dall’esterno. Senza negare valore a questa prospettiva, la scommessa da fare sul rito è un’altra, e consiste nell’entrare nella logica rituale, ossia nello studiare il rito come occhio sulla realtà, come modo di vedere il mondo.

La domanda non è «che cos’è il rito» ma «che cosa vede il rito», «che cosa si vede attraverso il rito». E con ciò stesso si aprono le porte all’indissolubile legame con colui o coloro che vedono attraverso il rito. L’essenza del rito non è un qualche suo nucleo ma la comunità che lo vive, perché il rito è una modalità con la quale la comunità guarda il mondo; la sostanza della liturgia non è una qualche sua parte ma l’assemblea che lo celebra, perché la liturgia è la rivelazione con la quale l’assemblea guarda la storia. Un modo di guardare che non si realizza attraverso l’uso accorto di uno strumento ma grazie al costituirsi dello sguardo. Nel rito, e non più semplicemente col rito, la comunità è costruita come sguardo sul mondo e sulla storia, sulla vita e sull’universo. Il rito non è l’occhiale di cui l’uomo si serve per vedere meglio ma è l’occhio di cui l’uomo è costituito in quanto essere vedente. Il rischio costante è di ridurre il rito a una protesi come l’occhiale; il rischio è di ridurre il rito a una protesi della credenza, e la liturgia a una protesi della fede. Per questo motivo è meglio ricorrere alla metafora dell’occhio. Ma anche in questo caso non mancano i rischi, strettamente legati a un’antropologia che considera il corpo, con tutte le sue componenti (occhio compreso), uno strumento dell’anima o una protesi della mente. Il corpo e il rito condividono la stessa condanna all’esilio da quella cittadella che sarebbe l’essenza dell’uomo. Solo se assolti da quella condanna mostrano il vero volto dell’uomo vivente e dell’uomo credente. Il corpo non è lo strumento della vita ma è l’uomo vivente; l’occhio non è lo strumento per vedere ma l’uomo vedente; il rito non è una propaggine della fede ma la fede vivente e vedente.

Il tema del segreto può essere illuminante. Sembra molto diffusa l’idea che l’interiorità dell’uomo sia qualcosa di nascosto rispetto a ciò che appare nelle sue manifestazioni esteriori: la mente nascosta nel corpo. Su tale idea è paradigmata la convinzione che la fede, atto mentale, sia nascosta nell’interiorità ed espressa attraverso la corporeità, attraverso la parola e il rito. La cosa sorprendente, però, è che al rito appartenga, in qualche misura, la caratteristica del nascondimento, non solo nei casi in cui è previsto e prescritto il segreto rituale, ma come sua specifica attitudine comportamentale. Il nascondimento o il segreto a cui ogni rito è chiamato è quello della liminalità: il rito è anzitutto la soglia che sancisce l’essere dentro come qualità intrinseca a ciò che si sta compiendo. Per essere precisi non si dovrebbe dire che occorre superare la soglia e stare nel rito, ma che il «rito» è lo «stare nel rito». Questa è l’interiorità rituale, sostanziata da quell’interiorità che è corporea quanto l’esteriorità.

Qualunque sia il nome che si voglia dare a quel fenomeno che per lo più viene qualificato come rito o liturgia, il punto assolutamente irrinunciabile è che l’interiorità da esso richiesta non è l’esilio dal corpo ma un ritorno più intenso al corpo e alle sue innumerevoli possibilità. Grazie alla centralità del corpo il rito è costruzione delle relazioni sociali e apertura di tali relazioni a molteplici livelli della realtà: stando nel rito la comunità realizza la propria formazione e sviluppa uno sguardo sul mondo. Se ci si chiede che cos’è il rito, la risposta che voglia essere coerente con la prospettiva del «cosa vede il rito», si può approssimare alla seguente affermazione: il rito è un’autorganizzazione del corpo che configura una relazione sociale aperta a uno sguardo complesso della realtà.

Lascia sorpresi, alla luce di quanto si è detto, che gli studi sul rito abbiano raggiunto i livelli di ricerca più ragguardevoli solo recentemente. La storia del rito e la storia dello studio del rito hanno percorsi la cui misurazione avviene su scala molto diversa. Per quanto si sa il rito accompagna l’uomo dalla sua nascita e anzi, per certi versi, affonda le sue radici in periodi molto più remoti rispetto alla comparsa della nostra specie sulla terra. Gli studi sul rito sono decisamente recenti rispetto a tale lunghezza, anche se si considerano le antiche riflessioni filosofiche e teologiche. Le indagini scientifiche, poi, sono decisamente ridotte a un periodo ristretto, dato che iniziano nella seconda metà del XIX secolo, con una forte accelerazione in questi ultimi decenni. Ed è proprio alla luce di questa accelerazione recente che ogni tentativo di definire il rito sembra perdersi in un oceano di concetti e di prospettive. Lo stesso termine a cui si ricorre per indicarlo (primo capitolo) è problematico, anche a causa del fatto che sono coinvolte molteplici discipline (antropologia culturale, sociologia, psicologia, semiotica, scienze cognitive, fenomenologia) e ancora più numerose sono le prospettive in cui si sono mossi gli studiosi. Ciò che, comunque, emerge con le ricerche scientifiche ritenute ormai classiche (secondo capitolo) è che il rito si lascia provocare da molteplici punti di osservazione. Siamo ancora nell’ottica di uno sguardo sul rito, ma proprio tale sguardo, almeno in alcuni casi, costituisce la premessa per un passo avanti. È con gli studi più recenti (terzo capitolo) che ci si rende sempre più conto che il rito è esso stesso uno sguardo, un modo di vedere, di sentire, di comprendere la realtà. In tutto ciò emerge la sua sintonia con la sfera religiosa (quarto capitolo) che prende forma in tante ricerche ma che merita di essere affrontata per se stessa.

L’intreccio col cristianesimo e la sua liturgia è evidente. Il profilo della ritualità è tale da poterlo accostare alla speranza che nella tradizione cristiana si configura come escatologia cristocentrica. La scommessa da non perdere è quella che coniuga il contenuto teologico del rito con la sua forma antropologica, tenendo presente che il contenuto teologico ha sempre anche una forma e che la forma antropologica ha sempre anche un contenuto. È la scommessa della liturgia, ossia del complesso rituale che coniuga fede e culto. Questo complesso non sopporta alcuna estraneità tra forma e contenuto. La liturgia, infatti, fa trasparire la speranza cristiana non solo perché l’afferma nei suoi contenuti ma anche perché la testimonia nella sua forma. Alla base sta la trasparenza cristologica del rito, ossia la coerenza tra la forma e il contenuto. Ora, se la fede è l’incrocio tra il massimo della debolezza (la croce) e il vertice della speranza (la risurrezione), la trasparenza cristologica appare là dove il rito assume tanto la debolezza quanto la speranza non solo perché li significa (contenuto) ma anche perché li realizza (forma). Il rito assume la debolezza grazie alla sua forma semplice e apre alla speranza grazie alla sua forma stabile. Se qualcuno confondesse la stabilità con un cerimoniale ampolloso e la speranza con una celebrazione manipolabile, avrebbe già sconfessato nella forma ciò che, con i testi liturgici, afferma nei contenuti, ossia quell’intreccio semplicità-stabilità che sul piano della forma corrisponde a ciò che sul piano del contenuto è l’intreccio debolezza-speranza, croce-risurrezione. La trasparenza cristologica della liturgia consiste nell’intrinseca relazione tra il contenuto teologico e la forma antropologica, al punto che il contenuto è già anche la sua forma e la forma è già anche il suo contenuto.

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

La polivalenza dei termini: ritualismo, ritualizzazione, rito

Gli studi sul rito sono ormai così numerosi da richiedere libri voluminosi per la sola raccolta bibliografica, e altrettanto voluminosi per una sia pur schematica presentazione delle prospettive e degli ambiti coinvolti. Ciò che emerge sempre più evidente da tali studi è il ruolo centrale svolto dal rito nei comportamenti e negli atteggiamenti di tante società, ossia nel modo di agire e nel modo di pensare di tanta parte dell’umanità. Nella storia di alcuni popoli, però, si sono verificati dei mutamenti che hanno portato a una certa relativizzazione dei riti e talvolta anche alla loro emarginazione rispetto ai luoghi di costruzione del senso del mondo e della vita dell’uomo. Prima di tale svolta, erano già emerse, in alcune società, le accuse di ritualismo, nelle quali non veniva criticato il rito ma il modo incoerente di viverlo.

Con la svolta, però, il termine «ritualismo» può essere utilizzato per etichettare le prese di posizioni critiche verso la stessa istituzione rituale. Si tratta allora di mettere in evidenza, sia pure sinteticamente, le origini del comportamento rituale. L’interrogativo sulle origini ci porta, anzitutto, oltre i confini della specie umana, dato che il processo di «ritualizzazione» riguarda molte specie viventi diverse e più antiche dell’uomo. Quando quell’interrogativo si limita all’homo sapiens, si scopre che il «rito» costituisce un comportamento che ha segnato profondamente le società umane e le loro culture.



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Titolo: "Personality Traits in Handwriting"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Lidia Fogarolo
Pagine:
Ean: 9788825040470
Prezzo: € 35.00

Descrizione:

Abstract

The Morettian sign system stands out unique against the psychological and graphological landscape owing to its diagnostic and predictive capacities. The huge number of personality traits considered makes it possible to trace the fundamental structures of the individual psyche seen in its basic components: sentiment and intelligence.
This method of studying the personality is not merely descriptive but also psychodynamic, allowing focus on how the Self manages the many tendencies present within it, evaluating whether the elements are consistent in their direction of movement, or, on the contrary, if there are elements of contradiction. Moreover, it is able to detect any decreases in vitality or progressive states of psychic fragmentation related to forms of depression, as well as any patterns that have become rigid and pervasive to the extent they compromise interpersonal relationships in the family, at school or work.
In practice, this method offers various application possibilities. Identifying specific personality traits, related to corresponding graphological signs, is quite a relatively simple path that enables us to detect important behavioural tendencies taken in isolation. Whereas, in order to be able to define the complex game of substantial, modifying and accidental signs, which allows us to access the inner dynamic core, we need specialist training owing to the obvious complexity of the object of study: the individual human personality. 
To complete the volume over 250 samples of handwriting are presented, for educational purposes, many of which belong to people who, in very different ways, have made their mark on politics (Hitler, Churchill, Obama), sciences (Newton, Darwin, Tesla), literature (Hemingway, Woolf, Buck), the arts (Picasso, Canova, Mozart) and religion (Pope John XXIII, Mother Teresa of Calcutta, Pope John Paul II).

LIDIA FOGAROLO graduated in psychology and is specialised in graphology. She works as a handwriting analyst and graphologist, is a Court appointed technical consultant in cases requiring handwriting verification and a lecturer in graphology applied to interpersonal dynamics. With EMP she has already published "Il segno grafologico come sintesi psicologia" (2011).



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Titolo: "1-2 Cronache, Esdra, Neemia"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Lorenzin Tiziano
Pagine:
Ean: 9788825035988
Prezzo: € 11.90

Descrizione:

Volume di lectio divina popolare sui libri delle Cronache, di Esdra e Neemia, importanti per comprendere la storia della salvezza narrata dall'Antico Testamento.

 

PRESENTAZIONE

LA SPADA E LA CAZZUOLA

In un famoso discorso in occasione del IX anniversario della propria incoronazione, il 29 giugno del 1972, papa Paolo VI afferma di avere la sensazione che «da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio. C’è il dubbio, c’è l’incertezza, la problematica, l’inquietudine, l’insoddisfazione, il confronto. Non ci si fida della chiesa [...]. È entrato il dubbio nelle nostre coscienze ed è entrato per le finestre che invece dovevano essere aperte alla luce [...]. Anche nella chiesa regna questo stato di incerteza; si credeva che dopo il concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza...».

Per papa Montini, però, la secolarizzazione non disperderà il cattolicesimo; la crisi invece offrirà alla chiesa l’opportunità di sognare un futuro diverso attingendo forza dalle sue radici spirituali di sempre: si tratterà di ricostruire pastoralmente la comunità cristiana. In questi ultimi anni, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e di papa Francesco, vediamo che il sogno di Paolo VI incomincia a realizzarsi. Le comunità cristiane sono esortate dai loro pastori a prendere in mano la cazzuola per costruire una nuova pastorale di evangelizzazione, tenendo sempre al fianco la spada della Parola di Dio tramandataci dalla chiesa primitiva.

La lectio divina dei libri di 1-2Cronache e di Esdra-Neemia, che proponiamo ci può aiutare ad approfondire in un clima di meditazione e di preghiera i germi di speranza che stanno spuntando nella chiesa del nostro tempo, quando sembra che i nostri templi si stiano progressivamente svuotando.

I cittadini di Gerusalemme ricostruivano le mura della città con la spada e la cazzuola (cf. Ne 4,11). Con la spada cinta ai fianchi, potevano affermare chiaramente: noi vogliamo essere quello che siamo sempre stati, cioè il popolo che il Signore si è scelto. La nuova identità sopraindividuale doveva essere frutto dell’obbedienza alla Torah proclamata solennemente nell’assemblea (Esdra-Neemia) e della costante scrutatio delle Scritture (1-2Cronache). Con la cazzuola in mano, potevano ricostruire una nuova comunità che, dopo le guerre maccabaiche, si tenesse pronta per un’era di pace sotto la guida di un nuovo Salomone (1-2Cronache).

Il metodo di lectio divina proposto da questa collana (lettura del testo, interpretazione e attualizzazione) è ripreso dalla prima liturgia della Parola registrata nella Bibbia (Ne 8,1-18): un testo dove possiamo ritrovare in nuce gli elementi portanti della lettura della Scrittura tradizionale nel popolo ebraico e continuata nel cristianesimo.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

In una lettera a Paolino di Nola, verso il 395, san Girolamo scriveva: «Chiunque si proponga di conoscere le Scritture senza avere una conoscenza delle Cronache, si rende ridicolo». Non sembra però che nella tradizione cristiana, ma nemmeno in quella ebraica, ci sia stata una profonda considerazione per questo libro della Bibbia. Il motivo potrebbe essere dovuto al fatto che la metà di esso riproduce precedenti libri biblici. Oggi, per una strana ironia della sorte, il Cronista così disputato come storico è diventato un tema guida nella recente ricerca biblica, soprattutto perché è l’unica composizione di cui noi possediamo attualmente alcune fonti. Possiamo quindi scoprire come si usava riportarle, riscrivendole in modo che parlassero ancora a una nuova generazione.

A chi scrive e chi è il Cronista?

La comunità a cui si rivolge il Cronista non è quella che vive nel postesilio sotto l’impero persiano e nemmeno quella governata dai dominatori greci; è invece quella che vive subito dopo le guerre maccabaiche nella seconda metà del II secolo a.C., una comunità che è riuscita a sopravvivere alla forza dell’ellenizzazione forzata, ma che ha ancora bisogno di rinforzarsi, ritornando alle proprie radici storiche della fede per poter sognare un nuovo futuro proveniente dall’alto.

Perché pensiamo che la comunità a cui si rivolge il nostro autore sia quella postmaccabaica? Innanzitutto nel libro si può constatare un uso esteso e preciso delle regole ermeneutiche tipiche della letteratura rabbinica, ma usate già nel II secolo a.C. nei testi di Qumran e in quelli dei LXX; inoltre solo nel periodo ellenistico diventa probabile una nuova fioritura letteraria in lingua ebraica, perché riprendono le scuole scribali, soprattutto quella presso il tempio; il Cronista poi usa tante fonti bibliche e quindi tanti rotoli, considerati da lui testi canonici, materiale costoso e raro. E se teniamo conto dell’assenza, secondo il Talmud (b.Sanhedrin 104b), di 1-2Cronache dall’elenco dei libri attribuiti verso il 200 a.C. agli «uomini della grande assemblea», i quali non tengono conto della conversione del re giudaico Manasse, che anzi escludono dal mondo futuro per aver trascinato il popolo lontano dalla legge, potremmo allora accettare la proposta di G. Steins1 di considerare 1-2Cronache come l’ultimo libro del canone ebraico, scritto nella seconda metà del II secolo a.C.

Contro questa datazione recente delle Cronache di solito si adduce una citazione di 2Cr 4,12-13LXX da parte di Eupolemo, uno storico giudeo della seconda metà del II secolo a.C. Si è notato però che non è chiaro il testo da cui lo storico giudeo prenda le sue notizie. E poi Eupolemo fa di Davide il figlio di Saul: un segno che non conosceva ancora le Cronache. Anche ritenere Davide come inventore e costruttore di strumenti musicali, il che richiamerebbe Sir 47,9-10, non convince, essendo un motivo ricorrente. Inoltre il Siracide non sembra conoscere l’interpretazione negativa e ironica data dall’autore alla morte di Giosia (2Cr 35,20-24). Infine l’ultimo argomento: il riferimento a una moneta persiana – diecimila dariche in 1Cr 29,7 – pare dimostrare il contrario. Si tratterebbe invece delle dracme greche.

Il Cronista è anche l’autore dei libri di Esdra e Neemia? 

In questi ultimi trent’anni si è discusso sull’opinione, diventata comune tra gli studiosi, che questi libri fossero opera di un unico autore, idea che si fondava sulla base di queste argomentazioni fondamentali:

– la presenza dei primi versi di Esdra al termine di Cronache;

– il libro apocrifo di 1Esdra, che contiene materiale parallelo a 2Cr 35-36 ed Esd 1-10 e Ne 8 in un unico libro;

– affinità linguistiche e stilistiche tra 1-2Cronache ed Esdra-Neemia;

– comunanza di teologia e di visuale tra le due opere.

Si è vivacemente argomentato, da parte di alcuni studiosi, che le prime tre caratteristiche elencate non provano una paternità comune per questi libri; altri però continuano a rimanere fermi nella loro opinione. Comunque almeno sull’ultimo punto la ricerca sembra decisiva. Oggi si riconoscono le seguenti differenze di teologia e di visuale tra le due opere:

– in Esdra e Neemia è totalmente assente l’interesse per Davide e per il patto con la dinastia davidica, assai importante invece per l’autore delle Cronache;

– le tradizioni dell’Esodo, così in evidenza in Esdra e Neemia, sono praticamente ignorate dall’autore delle Cronache;

– rispetto ai matrimoni misti Esdra e Neemia hanno un atteggiamento di avversione, mentre l’autore delle Cronache è più tollerante;

– la retribuzione immediata richiamata frequentemente nelle Cronache è assente in Esdra e Neemia.

Sembra quindi che 1-2Cronache esprima una linea teologica diversa da quella presente nei libri di Esdra e Neemia, a cui si ispirano i farisei. Lo scriba che ha composto 1-2Cronache, avendo accesso ai rotoli del tesoro del tempio, probabilmente apparteneva al personale del santuario. Da qualcuno si pensa ai «figli di Zadok», in particolare ai sadducei, che volevano riformare il giudaismo ritornando alla Scrittura e che appaiono alla fine del secolo II a.C.

Il genere letterario di 1-2Cronache

Nel libro incontriamo una grande varietà di generi letterari: liste, genealogie lineari e segmentate, discorsi, oracoli profetici, una lettera, legislazione riguardante l’organizzazione e la pratica liturgica, citazioni di fonti, poesia, narrativa. Ma il Cronista che genere di opera vuole donarci?

Le opinioni degli studiosi sono varie. Le Cronache sarebbero un midrash giudaico, un commento agli scritti dei profeti, una storia, una storiografia, una riscrittura della Bibbia (rewritten Bible), una esegesi, un’opera di teologia, un sermone storico con l’intento dell’esortazione, una letteratura utopica.

Come spesso succede, ogni opinione ha qualcosa di vero. Tutti gli studiosi riconoscono che 1-2Cronache intendono offrire un messaggio ai lettori della propria epoca. Le loro diverse proposte potrebbero essere inserite entro la cornice più larga di una «storia artistica», composta a conclusione del canone ebraico nel periodo successivo alle guerre maccabaiche. Si tratta, infatti, di una storia che non solo vuole informare sul passato, ma ha lo scopo di formare i lettori a ritrovare una propria identità come comunità, la quale vive in tempi in cui rischia di scomparire fra le braccia del mondo ellenistico globalizzato. In 1-2Cronache non si trova soltanto un racconto di quello che effettivamente è avvenuto nel passato, come pretendono gli storici moderni, ma si vuole anche donare un quadro del passato che spieghi il presente. L’autore presenta il passato di Israele in forma nuova, in vista di un futuro differente; con ciò egli vuole dare un messaggio di speranza alla sua comunità.



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Titolo: "Spiritualità del Nuovo Testamento"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Fanin Luciano
Pagine:
Ean: 9788825035070
Prezzo: € 11.20

Descrizione:

Questo libro è un itinerario attraverso il Nuovo Testamento, di cui il credente è invitato a cogliere il profondo dinamismo spirituale, calamitato dall’unico punto di riferimento che è Gesù di Nazaret, Cristo e Signore. Le narrazioni evangeliche e degli Atti degli apostoli esprimono infatti un vissuto spirituale proprio a partire dall’esperienza esemplare di Gesù, che con la sua vita riflette l’amore del Padre e diventa volto luminoso e attraente, capace di suscitare la ricerca di ogni discepolo. I sinottici e Giovanni annunciano la buona novella e al tempo stesso trasmettono il desiderio di vivere la spiritualità e il cammino di Gesù. La vita e la parola di Cristo segnano poi il vivere di san Paolo e delle prime comunità cristiane, modello permanente anche per il tempo presente e per le future esperienze spirituali comunitarie.

Autore

LUCIANO FANIN, francescano conventuale, ha conseguito il dottorato in teologia presso la Pontificia Facoltà S. Bonaventura e la licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma. Attualmente è docente stabile presso la Facoltà teologica del Triveneto nel settore del Nuovo Testamento e spiritualità biblica. Collabora a «Rivista Biblica», «CredereOggi», «Studia Patavina». Ha curato Nova et Vetera. Miscellanea in onore di padre Tiziano Lorenzin (EMP, Padova 2011), e tra le sue pubblicazioni ricordiamo Il dono delle Sacre Scritture (EMP, Padova 2013).

PREMESSA

Prima di addentrarci nel tema del vissuto spirituale nella sua attestazione biblica della nuova alleanza, è sicuramente utile offrire alcune linee entro le quali collocare il discorso in quanto tale. Questo sfondo generale darà l’opportunità di precisare meglio le coordinate a cui non si può non fare riferimento per inquadrare al meglio il tutto. In tal modo si presenterà un percorso anticipato di alcune regole della grammatica spirituale. In altre parole, si offrirà un dato che ne evidenzia in anteprima il quadro generale, per poi mettere a fuoco i particolari. Ci si familiarizzerà così con un vocabolario che fortunatamente ora sta prendendo piede con maggiore solidità e maturità nel campo della riflessione teologica e in specie della teologia spirituale.

È bene notare fin d’ora che non tutte le affermazioni che verranno esposte sono al momento di pacifica accettazione da parte dei «teologi spirituali». C’è ancora al momento una varietà di posizioni: segno, questo, della giovane età di questa ricerca. Se ne prenderà posizione in queste pagine con l’umiltà di chi desidera approfondire e proporre aspetti di non pacifico patrimonio comune, ma nella speranza di poter dare un contributo concreto all’attuale ricerca.

Anzitutto una domanda di partenza: i Vangeli come proposta di vissuto spirituale? Può sembrare un’affermazione ovvia e scontata, e – come si dice – una inutile pretesa, come un voler sfondare una porta aperta. Avalla questa prima impressione lo stesso testo conciliare sulla divina rivelazione, la Dei Verbum, che così si esprime:

Nei libri sacri il Padre che è nei cieli viene incontro con molta amorevolezza ai suoi figli ed entra in dialogo con loro. Nella parola di Dio infatti è insita tanta efficacia e potenza, da essere sostegno e vigore della Chiesa, e per i figli della Chiesa saldezza della fede, cibo dell’anima, sorgente pura e perenne della vita spirituale» (DV 21).

Quindi, se guardato da questo punto di vista, non c’è niente di nuovo. Perché allora questo scritto?

La risposta verrà data nelle pagine che seguono. Inizialmente si cercherà di determinare e di precisare quello che vuole essere il settore specifico dove collocare questa ricerca: ruolo e valore del vissuto spirituale e sue radici bibliche. Tuttavia solo alla fine si potrà dire se siamo riusciti almeno in parte nell’impresa! È bene puntualizzare e tener presente fin dall’inizio che non si tratta di per sé di uno studio di teologia biblica e neppure di una presentazione sul tipo della «lectio divina», ma di teologia biblica spirituale. La differenza è data dall’aggettivo spirituale che la connota. Ci si muove infatti nell’intento di ritagliare dalla pagina dei Vangeli quella che è stata l’esperienza spirituale, il vissuto spirituale che vi è presente, secondo modalità rispettose di quelle che sono le metodologie attuali di lettura e di interpretazione della Bibbia nella Chiesa.

Nell’ampia area della pagina biblica si farà, per necessità di cose, una scelta di campo. Inizialmente si porteranno delle precisazioni circa il tipo di lettura del testo biblico, evidenziando meglio che cosa si intenda per percorso biblico spirituale. Poi, tra i tanti sentieri percorribili, se ne individueranno alcuni. Speriamo i più significativi e validi in questo versante.

Si inizierà con il tema più impegnativo, ossia si proverà a delineare la spiritualità di Gesù di Nazaret. Vi è piena consapevolezza della complessità dell’impresa, data la difficoltà di mettere a fuoco con sufficiente chiarezza la sua divinità, ma anche la sua stessa fisionomia umana.

Si noterà poi che l’esperienza spirituale di Gesù ha avuto una vasta e inattesa accoglienza in quanti l’hanno conosciuto e si sono posti alla sua sequela. Infatti ha trovato un’eco rilevante nelle prime comunità cristiane, in particolare in quelle di Gerusalemme, di Antiochia e di Corinto. Vedremo che lo stile di vita spirituale di queste prime ecclesìe ha il volto della comunione, non tanto le caratteristiche di singole persone.

Seguirà l’itinerario spirituale dell’apostolo Paolo. Le sue lettere ne offrono una preziosa e ricca testimonianza. Frasi ed espressioni autobiografiche, raccolte con pazienza e attenzione, prospettano infatti un volto vivo e appassionato dell’apostolo di Tarso.

Anche i Vangeli sinottici delineano una loro proposta di vita spirituale, ognuno con accentuazioni diverse. Suggeriscono al lettore della pagina biblica un cammino di vita cristiana che porta direttamente alla fede in Gesù di Nazaret. Ne sarà utile una presentazione.

Infine si parlerà dell’esperienza spirituale della tradizione giovannea. Vedremo che si differenzia in certo qual modo da quella sinottica e si caratterizza per toni personali unici e particolarmente significativi per un cammino spirituale.

 

ESTRATTO DAL PRIMO CAPITOLO

VALORE E RUOLO DEL VISSUTO SPIRITUALE

Il vissuto spirituale si colloca nell’alveo stesso della teologia. Entra nella riflessione e nella ricerca dove la teologia si trova da sempre impegnata, al fine di fotografare il volto dell’uomo spirituale. A questo scopo fa riferimento non solo alle sue strutture portanti, ma si propone anche di coglierlo nel lato del vissuto, ossia in quanto egli vive effettivamente un’esperienza che è quella cristiana. Il termine spirituale dice prima di tutto azione dello Spirito, perché artefice della

creatura nuova, guida sicura per vivere nuovi in Cristo Gesù. Il vissuto cristiano in tal modo viene arricchito e sostenuto da criteri di orientamento e di discernimento segnalati dalla spiritualità.

La spiritualità si assume in tal modo il difficile compito di mettere al riparo il credente da improvvisazioni e da inautenticità, per quanto è possibile. Educa alla capacità di una buona lettura della vita secondo lo Spirito. Completa in un certo senso l’intelligenza della fede, sul lato concreto della verifica esperienziale, terreno non facile da discernere e da rassodare.

Vi è stata in questi ultimi decenni una riscoperta della spiritualità. Anzi con un certo ottimismo si scrive che essa «sta vivendo la stagione della primavera con grandi consensi e felici successi a tutti i livelli». È proprio vero? Sembra di sì, se si guarda al rinnovato interesse che si riscontra per la preghiera, la meditazione, la lettura della parola di Dio, specie in alcuni settori del popolo di Dio; se ci si sofferma al rifiorire di case di spiritualità, di luoghi di silenzio, di eremi; se si tiene conto dell’interesse riscontrato nei mezzi di comunicazione sociale, dove è facile trovare accanto all’esperto in economia, in scienze, in politica o altro ancora, anche la voce dell’esperto di spiritualità.

Sembra di no, se si osservano con attenzione «alcune linee di tendenza che emergono nella società attuale»: come «la persistente diffusione dell’indifferentismo religioso e dell’ateismo nelle sue più diverse forme, in particolare nella forma più diffusa oggi, del secolarismo»; «le molteplici violazioni alle quali viene oggi sottoposta la persona umana»; inoltre la constatazione che «forse come non mai nella sua storia, l’umanità è quotidianamente e profondamente colpita e scardinata dalla conflittualità». Affermazioni di una ventina di anni fa, ma valide e attuali anche oggi!



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Titolo: "Verso il Natale senza stress. Pensieri per ogni giorno"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Antonio Bertazzo
Pagine:
Ean: 9788825037203
Prezzo: € 5.60

Descrizione:

Il Natale è la festività più amata ma anche la più stressante! Quante volte ci capita di lamentarci per le mille incombenze che riserva? Ansia da regali, spese da fare, lucine, un clima superficiale che ci allontana dal cuore vero del Natale: Dio si fa uomo in Gesù, che nasce per noi. Ecco allora un agile libretto da portare con sé per tutto il tempo di avvento. Ogni giorno un pensiero e una meditazione genuina aiutano a ritrovare l'interiorità smarrita, a camminare verso l'incontro con Cristo che nasce, a vivere il tempo natalizio senza stress.

 

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

3 dicembre - SAPER VIVERE L’ATTESA 

Dicono che il tempo di oggi si sia svuotato Possiamo ben comprendere tutto questo. Il futuro incerto, il domani zoppicante, l’incertezza della continuità mette in noi una sensazione di grande instabilità sino a non attendere nulla per domani, per evitare l’illusione. A lungo andare essa provoca non poca sofferenza. Per non rischiare, è facile rinchiudersi divenendo asettici o apatici alle possibili occasioni. Spesso ci si accontenta di desideri di piccolo cabotaggio: lo spazio di navigazione della nostra barca sembra arrivare appena al di là dello spazio intimo, quello che sta al di là della lunghezza del proprio braccio. 
Il mare aperto, quel prendere il largo, si presenta come illusione e la terra promessa un ricordo dei tempi passati che sopravvive nei miti o nei racconti. Rinchiusi in questo limite, stridono tra di loro ristretti pensieri e spenta creatività, timori e forze inespresse, senza riuscire a narrare il desiderio di vita presente in noi. Non posso accontentarmi di questo clima di chiusura. C’è una parola che devo lasciar risuonare, farla vibrare, ascoltarla nella sua forza vitale: «Fidati!», «Confida...», «Affidati...».

Mi riprometto oggi di respirare profondamente, di aprire la finestra per non dimenticare lo sguardo sull’orizzonte, oltre il muro di cinta che attornia lo spazio in cui vivo. Intendo dischiudere possibilità nuove, le ascolto, per un attimo, risveglio il cuore, fucina di desideri, posto al centro del bisogno di vivere. E insieme, attendo che la promessa di vita si trasformi in fiducia, poiché lo Spirito del Signore opera sempre e mi mostrerà il bene. 

Non devi vivere in maniera cerebrale, ma attingere a sorgenti più profonde, eterne. Questo non deve impedirti di essere riconoscente per la tua intelligenza, che è uno strumento prezioso per esaminare e approfondire le questioni che sorgono dalla tua anima. Per esprimerlo più sobriamente, però, devo fare riferimento sul mio intuito. Questo significa anche: credere in Dio, cosa che non potrebbe renderti passiva, ma, al contrario, più forte (Etty Hillesum).
*** 

AVVENTO

L’Avvento è un tempo di attesa e di rigenerazione.

L’attesa, infatti, non si presenta mai come un’esperienza di fissità e di vuoto. Senza l’attesa il desiderio dell’incontro e della realizzazione non matura.

Attendere è prima di tutto un evento interiore. Se all’esterno può mostrarsi senza manifestazioni particolari, nell’intimo di noi stessi invita a rendere bella la propria casa per offrire una degna ospitalità a chi stiamo attendendo.

Nell’esperienza della fede, ogni credente vive il tempo dell’attesa, così proposto dal tempo liturgico dell’Avvento, come la preparazione a un incontro e come disponibilità ad accogliere il Signore che viene nella sua umiltà alla ricerca dell’uomo per rinnovare un’amicizia e alleanza, quale dono offerto.

Questo tempo si declina in un prezioso cammino di rinnovamento del cuore, della mente, della memoria e della volontà. Esso intende far crescere la consapevolezza di un incontro con colui, infinitamente grande, che si fa piccolo nell’umiltà per raggiungere ogni creatura, il Signore Gesù Cristo.

Le pagine che seguono contengono delle brevi riflessioni sul cammino e l’attesa, il desiderio e la memoria e su altre dinamiche che abitano il nostro mondo interiore.

Non c’è un particolare ordine nella loro presentazione, ma sono poste come ideali tappe quotidiane di un percorso orientato a Be-tlemme, luogo dell’incontro con colui che ci precede e attende tutti coloro che lo cercano.



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Titolo: "Francesco d'Assisi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Raffaele Ruffo
Pagine:
Ean: 9788825034226
Prezzo: € 7.70

Descrizione:

Una biografia in cui risuona la voce dello stesso Francesco, facendo emergere la figura e il pensiero del santo di Assisi così come lo descrivono le primitive fonti francescane.



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Titolo: "Cristiani in Corea"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Martini Grimaldi Cristian
Pagine:
Ean: 9788825038279
Prezzo: € 8.40

Descrizione:

La chiesa coreana è l'unico esempio di evangelizzazione partita non da missionari religiosi ma da semplici uomini di cultura autoctoni, e il ruolo svolto dai laici coreani non ha eguali. Dalla fine del diciottesimo secolo, poi, il cattolicesimo trovò terreno fertile soprattutto tra le classi meno abbienti e le categorie più indifese (donne e contadini) alle quali il cristianesimo riservava un trattamento egualitario. Tutto ciò finiva per rompere i rigidi schemi di casta della società del tempo, per cui il cristianesimo entrò immediatamente in conflitto con le autorità: da qui una lunga serie di persecuzioni che portarono alla tortura e all'uccisione di migliaia di martiri. Oggi il cattolicesimo in Corea sta vivendo un periodo di grande fertilità, e la visita di papa Francesco è motivo di grande gioia e nuovo fervore.

INTRODUZIONE

La chiesa in Corea nacque e si sviluppò sotto l’iniziativa del laicato, e passarono molti anni prima che un clero stabile fosse presente nel territorio. Ciononostante la predicazione del Vangelo è continuata e le comunità hanno prosperato pur subendo brutali persecuzioni. Molto prima del concilio Vaticano II e del decreto sull’apostolato della laicità, Apostolicam actuositatem (1965), in Corea già si metteva in pratica un’idea di apostolato laicale. Questo rende la chiesa coreana un caso unico al mondo.

La visita di papa Francesco è di grande significato per il popolo coreano, anche perché è al suo primo viaggio in Asia e ha scelto di venire proprio in Corea. Possiamo davvero sentire tutto il suo amore per la chiesa coreana. È una buona occasione per noi di imparare da papa Francesco che tanto rivolge i suoi sforzi e le sue preghiere agli ultimi di questa terra.

Il viaggio del papa in Corea non è solo un grande evento per la chiesa cattolica, ma anche una buona notizia per tutto il nostro paese. Sia la Conferenza episcopale coreana sia il governo hanno cercato di invitare il papa in Corea perché crediamo che la sua visita non sia solo un’occasione speciale per rinsaldare lo spirito di unità della nostra chiesa, ma è una grande opportunità per rinnovare tutto il nostro paese.

Crediamo che non sarà solo fonte di gioia per i fedeli cattolici, ma anche una festa nazionale attraverso la quale tutte le persone possono condividere una nuova speranza.

La Conferenza episcopale ha istituito un comitato di preparazione della visita papale. Lo stesso governo ha costituito un team per cooperare con la chiesa. Eppure la preparazione più importante non è nelle manifestazioni e nelle decorazioni esterne, ma è una riforma interna.

L’ultima volta che un papa visitò la Corea risale a venticinque anni fa. La prima visita di papa Giovanni Paolo II è avvenuta nel maggio 1984 quando la chiesa cattolica coreana festeggiava il suo duecentesimo anniversario. Fu il primo papa a visitare la Corea. Egli vi tornò nel 1989 per partecipare al 44° Congresso eucaristico internazionale, mostrando grande amore e interesse per la chiesa coreana tanto da visitare il nostro paese per ben due volte. I giovani in quel momento si trovavano a combattere per la democrazia contro una dittatura militare; attraverso il messaggio di pace del papa hanno trovato consolazione e coraggio nella loro battaglia. Quella visita diede un nuovo stimolo alla crescita della chiesa coreana perché da quel momento anche persone senza alcun credo religioso cominciarono a mostrare grande interesse per il cattolicesimo. Grazie alla visita di papa Giovanni Paolo II, la chiesa coreana ha fatto un grande passo verso l’evangelizzazione della società.

Preghiamo affinché la visita di papa Francesco rappresenti un nuovo inizio sia per la chiesa coreana che per la chiesa universale. Non è solo una visita pastorale per il nostro popolo, ma un annuncio che la chiesa coreana dovrebbe svolgere un ruolo di primo piano nell’evangelizzazione e pacificazione di tutta l’Asia. Speriamo anche che diventi una buona occasione per presentare un’immagine dinamica della chiesa coreana e della nostra società in tutto il mondo.

Cardinale Andrew Yeom Soo-jung


ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

VITA IN COREA

Ero già stato in Corea due anni fa per curiosità personale (avevo vissuto in Cina, in India e Giappone, mi mancava l’altro grande paese asiatico), e in quell’occasione intervistai per la prima volta Andrew Yeom Soo-jung, arcivescovo di Seoul, che nel febbraio del 2014 sarebbe diventato il nuovo cardinale coreano. Ho vissuto a Seoul nel quartiere di Hongdae, dove c’è la più alta concentrazione di bar, pub, discoteche e ristoranti che abbia mai conosciuto al mondo. È un vivace quartiere studentesco, una piccola oasi giovanile al centro della grande metropoli, ma oltre alle sedi universitarie all’interno di questa cittadella si possono osservare un gran numero di chiese. La mattina, soprattutto di domenica, se ci si trova a passare accanto una di queste, si viene investiti da una piccola folla. I cristiani in Corea sono uno su tre. Di questi, un terzo è cattolico. Un recente sondaggio ha mostrato come il cattolicesimo sia la religione che i coreani ritengono più affidabile, perfino più del buddismo. La notizia sorprendente invece è che quella considerata meno affidabile è la sua «cugina carnale», il protestantesimo. Se ben il settantaquattro per cento dei coreani infatti ripone fiducia nella chiesa cattolica, solo il venti per cento ha un simile atteggiamento nei confronti della chiesa protestante, e siccome questa percentuale è più o meno la stessa del numero dei protestanti in Corea se ne può dedurre quanto sia grave il livello di sfiducia per questa parte della cristianità. Ci sono ovviamente delle ragioni. Tra queste sicuramente quella di un’evangelizzazione aggressiva e un marketing a dir poco ribaldo (basta osservare la sera lo skyline di Seoul, o Pusan, dall’alto per avere un’idea dell’infinita distesa di croci illuminate, color rosso, che certamente non esprimono modestia e discrezione di intenti) che la fa somigliare più a un’impresa commerciale che non a un’istituzione animata dalla fede più autentica. La più grande congregazione di Seoul, la Yoido Church, ammonisce apertamente i fedeli dal pensare che la ricchezza sia un peccato: tanto coerente è il pastore capo e fondatore di questa congregazione – il settantottenne David Yonggy Cho – che proprio recentemente è stato condannato a tre anni di prigione per appropriazione indebita (12 milioni di dollari) ed evasione fiscale.

I cattolici continuano invece ad avere un’ottima reputazione, specialmente per i vari impegni di volontariato che svolgono e, nonostante una leggera flessione negli ultimi anni, il numero dei fedeli è sempre in aumento: alla fine dell’Ottocento erano poche migliaia ora sono più di cinque milioni. Il periodo di grande crescita di vocazioni è stato certamente quello del dopoguerra. Quando si parla di dopoguerra in qualsiasi altra parte del mondo ci si riferisce al periodo successivo alla seconda guerra mondiale, qui invece si intendono gli anni che seguono la Guerra tra le due Coree, quella del 1950-53.

E non si può non restare ammirati, quando si parla di Corea del Sud, dalla grande capacità che ha avuto questo paese di risorgere dalle proprie ceneri (la Corea era letteralmente in ginocchio dopo la guerra del 1950-53, tanto che negli anni ’60 perfino la «rivale» Corea del Nord la superava in Pil): resta famosa la frase che pronunciò il generale Douglas MacArthur: «Questo paese non ha un futuro, non risorgerà neppure tra cento anni». Oggi la Corea del Sud è la quindicesima economia al mondo per prodotto interno lordo.

Due anni fa, per un colpo di fulmine, ho cominciato a studiare la lingua coreana perché affascinato dalle agili geometrie di questo straordinario alfabeto, l’hangul. L’alfabeto coreano è stato letteralmente inventato a tavolino da un gruppo di studiosi su ordine di Sejong il Grande (tra il 1443 e il 1444) ed è anche grazie a questo nuovo vettore comunicativo se il cristianesimo riuscì a diffondersi con facilità tra le classi meno abbienti e con un basso livello di istruzione.

l re Sejong lamentava il fatto che la gente comune ignorasse i complessi caratteri cinesi che venivano utilizzati dalla classe colta. Le persone comuni non avevano modo di presentare le loro lamentele al autorità se non attraverso la comunicazione orale e non potevano lasciare ai posteri la sapienza acquisita in campo agricolo e le conoscenze accumulate in anni di duro lavoro. Per queste ragioni e per la voglia di possedere una scrittura propria e non dover più dipendere dal complesso sistema di ideogrammi cinese venne creato questo nuovo alfabeto. La Cina infatti dominava culturalmente su tutti i paesi limitrofi, il che significa che tutti i libri e i documenti importanti erano scritti in cinese. Ma la Cina non dovette mai imporre con la forza la propria egemonia (la cultura cinese godeva di un prestigio antichissimo): l’unico dovere che avevano gli stati satelliti – quali Vietnam, Corea, Isole Ryukyu (Okinawa), e perfino il Giappone – era infatti quello di dimostrare lealtà nei confronti dell’Impero di Mezzo attraverso una serie di visite tributarie, uno scambio di doni, con il quale l’imperatore cinese riconosceva legittimità ai sovrani di ogni singolo stato (una sorta di investitura) e quelli, una volta compiuto questo atto di sottomissione formale, potevano continuare in totale autonomia a gestire la vita politica e culturale del proprio paese.

Ho trovato di estrema facilità l’inserimento sociale in Corea, e posso dire – avendo vissuto anche in Giappone – che i coreani sono persone tendenzialmente più socievoli e aperte che non i dirimpettai nipponici (sempre troppo formali e ligi all’etichetta).

Basta osservare il tipico ristorante di cucina coreana, samgyeopsal (carne alla brace), dove i tavoli sono rotondi e predisposti per essere occupati da due o più persone, che appunto condividono lo stesso cibo dallo stesso piatto centrale. La tipica cucina economica giapponese, al contrario, prevede delle singole seggiole dove l’avventore è costretto a fissare lo sguardo verso un muro, e molto spesso questi spazi possono trasformarsi in vere e proprie nicchie attraverso pannelli divisori che vengono estratti per schermare il contatto, anche visivo, dagli altri commensali.

I coreani, per certi versi, somigliano invece agli italiani: parlano ad alta voce, gesticolano, guidano spericolatamente, non sempre rispettano i semafori (taxi inclusi) e, per quanto ne so, sono anche dei gran donnaioli.

* * *

Nella mia seconda visita, due anni dopo la prima, sono andato a scavare nel passato cristiano del paese, una storia molto spesso dimenticata in Occidente, ma ricca di fervore religioso e soprattutto di originalità: abbiamo già detto che quella coreana è l’unica chiesa fondata non da chierici o religiosi ma da semplici laici.

Quello che ho trovato è una comunità molto unita, una fede nutrita in famiglia e in parrocchia (proprio come una volta), dove le donne sono di gran lunga le più attive (oltre a essere la stragrande maggioranza dei fedeli). Sono andato a visitare moltissimi luoghi di martirio, e oggi molti di questi sono santuari dove i fedeli coreani (ma non solo, basta pensare che i visitatori più presenti, dopo i coreani, sono i cinesi) si recano in pellegrinaggio. Oggi si cerca di nutrire un nuovo fermento spirituale prendendo spunto proprio dalla storia dei tanti martiri, che sono sempre lo specchio e il modello della vita cristiana in tutto il mondo, e la beatificazione dei 124 fedeli – uccisi in odium fidei – nell’agosto prossimo da parte di papa Francesco è la più preziosa di queste occasioni di rinnovamento della fede.



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Titolo: "Le opere di misericordia spirituale"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Scaraffia Lucetta
Pagine:
Ean: 9788825036725
Prezzo: € 9.10

Descrizione:

Un approfondimento a più voci intenso e completo sulle opere di misericordia spirituale, che ogni credente è tenuto a compiere intervenendo di fronte ai diversi bisogni del prossimo.


INTRODUZIONE

Per una manutenzione amorosa delle relazioni umane
di Lucetta Scaraffia

Dopo la felice esperienza del 2012, quando al Festival dei due mondi di Spoleto le prediche sui sette vizi capitali riscossero un interesse di pubblico eccezionale e per certi versi inatteso, nel 2013 abbiamo proposto, ancora in collaborazione con il Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, un nuovo ciclo di prediche, questa volta dedicato alle sette opere di misericordia spirituale.

La misericordia – intesa come amore concreto e visibile, effettivo e non semplicemente affettivo, operativo e pratico – è centrale nel messaggio ebraico e cristiano, come insegnano le Sacre Scritture. Ma è alla tradizione cristiana che dobbiamo la costituzione di un vero e proprio elenco di opere di misericordia che ogni fedele è tenuto a compiere, intervenendo di fronte ai differenti bisogni delle altre creature umane. Un elenco di suggerimenti che hanno il compito, soprattutto, di renderci più attenti alle necessità degli altri, del nostro prossimo.

Oggi le sette opere di misericordia corporale – dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati, vestire gli ignudi, alloggiare i pellegrini, visitare gli infermi, visitare i carcerati, seppellire i morti – sono sempre attuali, ma in gran parte vengono assorbite dal welfare statale o dall’assistenza organizzata. Invece, le sette opere di misericordia spirituale, quasi dimenticate, suggeriscono un campo d’azione per l’iniziativa individuale. Infatti, in un’epoca di individualismo esasperato, di narcisismo dilagante, esse inducono a prestare attenzione alla qualità dei rapporti che instauriamo con le persone che ci circondano, o perfino con quelle che incontriamo per caso: consigliare i dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare per i vivi e per i morti.

Certo, molte di esse sono opere di misericordia difficili da definire e, ancor più, da esercitare in un’epoca di relativismo culturale. Tutte però richiedono umiltà e attenzione. Così, consolare gli afflitti è senza dubbio una delle opere di misericordia più praticabili e di cui si ha sempre bisogno, ma che certo non si può delegare a una istituzione assistenziale. Un’altra, consigliare i dubbiosi, viene invece vista con sospetto in una cultura in cui impera il relativismo. Inoltre, tutti sappiamo che facilmente rischia di diventare una manipolazione, ma al tempo stesso siamo consapevoli che fornire un consiglio illuminante può rivelarsi una ricchezza inestimabile per la nostra vita. Dobbiamo trovare la via giusta, la misura in questo esercizio di carità morale.

Lo stesso tipo di resistenza si deve vincere per ammonire i peccatori, azione delicatissima che richiede molta umiltà e molto amore per non trasformarsi in un inammissibile atto di ingerenza nella vita altrui.

In un mondo che si muove a una velocità sempre crescente, la virtù della pazienza è difficile anche solo da comprendere, ma resta essenziale: la pazienza è infatti l’arte di vivere l’incompiutezza, non solo degli altri, ma anche nostra. Le persone moleste magari sono solo quelle che ci fanno perdere tempo, ci impediscono di dedicarci alle attività che prediligiamo, quelle che ci danno maggiore soddisfazione, ma dedicarci a loro significa anche arricchire la nostra vita, aprirci a nuove possibilità.

Pazienza e tempo sono richiesti anche da un’altra opera di misericordia, pregare per i vivi e per i morti, cioè la preghiera di intercessione, quella fatta per aiutare gli altri. E ancora una volta vediamo che vengono evocate virtù poco apprezzate nella società moderna, un’azione che ci obbliga a staccarci dal ritmo vorticoso delle giornate per creare delle oasi di pace da dedicare al prossimo.

E che dalle opere di misericordia possano nascere delle sorprese per la nostra vita lo ricorda anche il suggerimento di insegnare agli ignoranti, che può davvero aprire un ricco scambio di insegnamento reciproco.

Il coraggio e la forza di perdonare costituiscono poi l’anima della vita cristiana, ma anche la via per costruire relazioni umane profonde e durature.

Meditare sulle opere di misericordia spirituale significa allora riflettere sul nostro rapporto con gli altri, sulla disponibilità ad andare oltre un rapporto superficiale per lavorare a una sorta di manutenzione amorosa delle relazioni umane. Una scelta che, se praticata da un numero crescente di persone, significherebbe migliorare significativamente la condizione umana.

GLI AUTORI

Catherine Aubin

È nata in Francia nel 1959, è suora domenicana della Congregazione romana di San Domenico. Si è laureata in psicologia nella Faculté catholique di Angers e in teologia presso l’Institut Catholique di Parigi e ha ottenuto il dottorato in teologia spirituale presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino a Roma dove insegna teologia sacramentaria e spirituale. Docente presso la Pontificia Università Urbaniana e l’Istituto di teologia della vita consacrata, collabora a Radio Vaticana per alcune trasmissioni di spiritualità. È autrice di alcuni libri sull’antropologia spirituale che sono stati tradotti in diverse lingue.

Renato Boccardo

È nato a Sant’Ambrogio di Torino nel 1952, è stato ordinato sacerdote nel 1977. Entrato nel servizio diplomatico della Santa Sede nel 1982, è stato nelle nunziature apostoliche di Bolivia, Camerun e Francia. Responsabile dal 1992 della Sezione giovani del Pontificio consiglio per i laici, ha coordinato, tra l’altro, l’organizzazione e la celebrazione delle Giornate mondiali della gioventù di Denver (1993), Manila (1995), Parigi (1997), Roma (2000) e il pellegrinaggio dei giovani d’Europa a Loreto (1995). Nel 2001 è stato nominato capo del protocollo della Segreteria di Stato con la responsabilità dell’organizzazione dei viaggi papali. Vescovo dal 2003, è stato segretario del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali (2003-2005) e segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano (2005-2009). Dal 2009 è arcivescovo di Spoleto-Norcia.

GianCarlo Maria Bregantini

È nato a Denno (Trento) nel 1948, religioso stimmatino, è stato ordinato sacerdote nel 1978 e ha insegnato religione all’Istituto nautico di Crotone e storia della chiesa nel Pontificio seminario teologico regionale di Catanzaro. Delegato per la pastorale del lavoro nell’arcidiocesi di Crotone-Santa Severina, a Crotone è stato viceparroco e cappellano del carcere circondariale e quindi a Bari docente di storia della chiesa nello studentato teologico interregionale, parroco di San Cataldo e cappellano di ospedale. Vescovo di Locri-Gerace dal 1994 e presidente della Commissione episcopale per i problemi sociali e il lavoro, la giustizia e la pace della Conferenza episcopale italiana, dal 2007 è arcivescovo di Campobasso-Bojano.

Francesco Coccopalmerio

È nato nel 1938 a San Giuliano Milanese e ordinato sacerdote nel 1962, si è dottorato in diritto canonico nel 1968 presso la Pontificia università gregoriana e nel 1976 si è laureato in giurisprudenza all’Università Cattolica del Sacro Cuore. Avvocato generale della curia milanese dal 1980 e pro-vicario generale dal 1985, nel 1993 è stato nominato vescovo ausiliare di Milano. Presidente del Consiglio per gli affari giuridici della Conferenza episcopale italiana dal 1999, dal 2007 è presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi. Membro di alcuni dicasteri vaticani e dal 2008 consulente centrale dell’Unione giuristi cattolici italiani, nel 2012 è stato creato cardinale. Professore invitato nella Facoltà di diritto canonico della Gregoriana dal 1981, è cofondatore della rivista «Quaderni di Diritto Ecclesiale» e autore di numerose pubblicazioni scientifiche.

Rino Fisichella

È nato a Codogno (Lodi) nel 1951, sacerdote dal 1976, si è dottorato in teologia e poi (1981-2001) ha insegnato teologia fondamentale nella Pontificia università gregoriana. Vescovo ausiliare di Roma dal 1998, è stato rettore della Pontificia università lateranense (2002-2010) e presidente della Pontificia accademia per la vita (2008-2010). Dal 2010 è presidente del Pontificio consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. È membro della Congregazione per la dottrina della fede, della Congregazione delle cause dei santi, del Pontificio consiglio della cultura, del Pontificio consiglio delle comunicazioni sociali, del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e del Pontificio comitato per i congressi eucaristici internazionali. Nel 2005 ha ricevuto la medaglia d’oro per la Cultura dal presidente della Repubblica italiana Carlo Azeglio Ciampi.

Gianluigi Pasquale

Frate cappuccino, è stato ordinato sacerdote nel 1993. È dottore di ricerca in teologia e in filosofia, insegna teologia sistematica nella Pontificia università lateranense. È docente nello Studio teologico Laurentianum di Venezia, dove è stato anche preside (2001-2010), e insegna teologia al Marcianum di Venezia e alla Libera università Maria Santissima Assunta di Roma. Socio ordinario di associazioni teologiche italiane ed europee, è membro del Centro interuniversitario per gli studi sull’etica dell’università di Venezia e della Scuola di alta formazione filosofica dell’Università di Torino, è autore di una trentina di monografie e dirige tre collane di filosofia e di mistica.

Matteo Maria Zuppi

È nato a Roma nel 1955, laureato in lettere all’Università di Roma con una tesi sul cardinale Ildefonso Schuster e ordinato sacerdote nel 1981, ha continuato gli studi presso la Pontificia università lateranense. Viceparroco e parroco (2000-2010) di Santa Maria in Trastevere, è stato parroco nel quartiere popolare di Torre Angela e dal 2012 è vescovo ausiliare di Roma. Fin dalle scuole superiori fa parte della Comunità di Sant’Egidio, della quale è stato assistente ecclesiastico generale. Si è occupato delle questioni legate a pace e solidarietà, in particolare per l’America Latina e l’Africa. È stato uno dei quattro mediatori nei negoziati di pace per il Mozambico e ha presieduto la Commissione per la sicurezza e la pace nel negoziato per la pace in Burundi, del quale Nelson Mandela è stato il facilitatore.



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Titolo: "Cura"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Paolo Cattorini
Pagine:
Ean: 9788825035148
Prezzo: € 7.70

Descrizione:

Questo libro è un'avventura nel significato profondo e multiforme della parola «cura», in un arco che attraversa quotidianità, pratica medica, mito, filosofia e Scrittura.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

Parole segrete di cura

Hanna è una giovane operaia, con problemi di udito, che decide di partire e assistere Josef su una piattaforma petrolifera. Josef si è ustionato ed è ora cieco. Hanna lo accudisce con competenza. Josef deciderà di incontrarla, dopo la guarigione, per guardarla finalmente negli occhi. Chi è realmente Hanna? Che cosa ci faceva in fabbrica? Di quale patologia auricolare soffriva? Sembra che Hanna tragga piacere e giovamento dai lunghi discorsi e dalle impertinenti domande di Josef, che vuole sapere subito di lei, come è fatta, che cosa pensa, come è giunta a lui. L’alleanza che si stabilisce tra i due prende la forma di una cura reciproca: la cecità di lui addomestica il pudico riserbo di lei, che teme la violenza dello sguardo. La sordità le consente di rifugiarsi in uno spazio mentale, isolato e solitario come l’impianto di trivellazione costruito sulle acque. Ma questo rifugio è benefico anche per Josef, che avverte in quei delicati, ritrosi gesti assistenziali una risposta ai propri turbamenti, al trauma, a dilemmi mai risolti.

Le parole si fanno strada a fatica nel cemento-acciaio sferzato dal vento e sfidano le forze di un mare incombente, ostinatamente ondoso, prima di prendere le forme di un’imprevista amicizia. Le parole hanno una vita segreta: puoi dimenticarle o fraintenderle, ma lasciano comunque un segno nella mente. Sono una bava dolce o irritante sul corpo. Con le parole bisogna fare i conti. È una donna, Isabel Coixet, a dirigere Sarah Polley e Tim Robbins nel film spagnolo La vida secreta de las palabras (La vita segreta delle parole, 2005). È una donna, Hanna, a sfidare il mondo maschile degli operai del petrolio. Ed è ancora una donna, Cura, la protagonista della favola annotata da Igino, il mitografo romano del II secolo dopo Cristo.

Cura attraversa un fiume, vede del fango e comincia a dargli forma. Cura è pensierosa. Plasma la creta, prima di sapere con precisione che cosa sta portando all’essere. Mentre se lo domanda, Giove e Terra le si avvicinano. Cura chiede a Giove di donare il suo spirito di vita. Giove acconsente, ma vieta che Cura possa dare il proprio nome alla «cosa». Giove vorrebbe invece imporle il proprio. Ma anche Terra, che del resto aveva offerto parte del suo corpo, eleva analoghe pretese. Come mediare il conflitto? Scegliendo un terzo soggetto, Saturno, giudice equo, che sentenzia così. Dopo la morte, Giove ne prenderà l’anima e la Terra il corpo, ma Cura ha fatto questo essere per prima e quindi lo possiederà finchè esso vive. Altra decisione di Saturno: si chiamerà homo in quanto tratto dall’humus.

Che cosa hanno a che fare tra loro il mito, il film e l’attitudine di accudire? Che rapporto esiste tra i gesti di cura e la verità dei personaggi, i loro nomi e destini? Scioglieremo uno alla volta i fili di questo gomitolo, che ci è ruzzolato tra i pensieri. Ma prima di farlo, accenniamo a un altro incontro memorabile. Nel Vangelo di Luca, al capitolo 10, versetto 25, un malizioso dottore della legge, tutto intento a giustificare se stesso, interroga Gesù su come acquistare la vita eterna e su chi sia il suo prossimo. Gesù non cade nella trappola delle definizioni teoriche e dei precetti a buon mercato. Racconta invece una storia assai istruttiva, quella del buon samaritano, e alla fine è lui a ribaltare la domanda: quale dei personaggi è stato il prossimo per il povero viandante percosso e derubato? Il colto interlocutore ha inteso e risponde: colui che ebbe compassione! L’esperimento mentale è riuscito. Gesù ha rimesso al giusto posto le categorie concettuali e le ha collocate nel contesto di una narrazione coinvolgente. Come a dire: prima ascolta o racconta una storia, poi capirai il significato dei nomi che usi e potrai pretendere una definizione vera. Il sapiente è pronto per ricevere il suggerimento decisivo: «Va’, e anche tu fa’ così» (v. 37). I dottori della legge sono a volte vittime del loro mestiere e idolatrano la legge, la legge – s’intende – dei dottori. Gesù spezza questa falsa devozione alla regola e mette in moto, grazie a un racconto, la ricerca della verità. Gesù mostra d’aver cura delle parole come ha cura dei deboli, dei violentati. I discepoli se ne ricorderanno, quando parleranno di lui, di lui come «la» Parola vivente.

Dunque tra la parola e la cura si instaura una corrente di verità. Aver cura di un paziente, come Josef, significa lasciare che i gesti si trasformino in un dialogo, attraverso cui la verità di entrambi i partner venga alla luce. Anche il gesto di Cura, che plasma il fango, cerca il senso di ciò che sta facendo e il nome di quel manufatto: parole divine lo riveleranno. La parola prolunga la cura, la completa, ma fa anche dell’altro: la corregge, la orienta. Il dottore della legge, che ha cura della propria vita («che cosa devo fare per possedere la vita eterna?»), ora conosce la parola «prossimo» e sa quel che va fatto. Le vicende di Hanna, di Cura e di Gesù mostrano quanto conti aver cura di ciò che si dice: una presentazione (l’infermiera che si qualifica davanti all’ustionato Josef), una sentenza (quella emessa da Saturno), una definizione («essere prossimo a qualcuno») sono come una materia argillosa, che va lavorata nel corso di una relazione. Senza questa fatica, persino atti premurosi possono essere fraintesi e diventare inefficaci. Viceversa, senza il contatto tra corpi, senza il calore di una comunicazione, la parola rischia l’inutilità o persino la menzogna: Hanna è misteriosamente spinta al viaggio sulla piattaforma; Cura agisce, prima di e per sapere la verità; Gesù trattiene il suo interlocutore, gli offre ospitalità dentro un racconto (la parabola del samaritano) e solo alla fine gli pone la domanda decisiva.

Se una verità accade, accade nel campo di forze teso tra cura e parole. La cura esige parole. E le parole cercano un racconto, che mostri il loro significato e le leghi lungo una trama accogliente. Quindi un’ipotesi può essere già ora espressa. Un sospetto utile al nostro lettore. Nell’incombenza del male, che può renderci sordi o ciechi, che ci deruba come fa un brigante, che fa vacillare i nostri rapporti e le nostre convinzioni, che ci strappa il dizionario con cui davamo nome alle cose, agli eventi, alla prossimità stessa degli amici, sentiamo che qualcosa, in noi e fuori di noi, si oppone alle avversità. Un racconto felice, di cui abbiamo avuto notizia, ci invita a narrare ancora la nostra vicenda, in cerca di un finale degno. Uno straniero, imprevedibilmente, lenisce le nostre ferite. Forse la passione che nutriamo per le cose è ricambiata? C’è qualcosa o qualcuno, nel mondo, interessato a noi? Mentre i pensieri inseguono una verosimile risposta e nuove emozioni ci invitano ad esplorare ancora, le nostre mani plasmano il fangoso destino, in cui ci siamo imbattuti. Ciò che è accaduto senza di noi o contro di noi, merita di venire riplasmato, di assumere un volto più umano. Cura sorregge questo impegno di giustizia. Cura è desiderare che la verità prenda forma.

Medicina e cura

La medicina cura? La medicina offre dispositivi di cura, ma si prende cura di chi soffre? Le frequenti lamentele di pazienti, associazioni di malati e degli stessi operatori sanitari segnalano, pure in contesti in cui è riconosciuto per legge il diritto all’assistenza sanitaria, una crisi etica dell’idea di medicina. Qual è la promessa che impegna un professionista sanitario? Promuovere la salute dei cittadini? Ma, da capo, che cosa significa oggi salute? Circola una nota definizione. Salute non sarebbe la semplice assenza di malattia o infermità, ma uno stato di completo benessere fisico, psichico e sociale. Un ideale, certamente. Ma ancora proponibile? Oppure ormai corroso e illanguidito in un auspicio vago, in un mero appello retorico?

Anzitutto, a guardar bene, la salute non può essere uno stato, ma piuttosto un equilibrio dinamico in perenne oscillazione. L’organismo cerca costantemente di imporre le proprie norme a un ambiente, che gli fornisce risorse vitali essenziali, ma nel contempo lo stimola, provoca, assedia, minaccia. La salute di un vivente risiede nell’elasticità della risposta a queste perturbazioni, nella riserva energetica grazie a cui vengono inventati nuovi compromessi, nella capacità degli organi di sviluppare funzioni riparatrici, sostitutive, evolutive. L’organismo è, sin dalla biologia dei greci, un insieme di parti che si prendono silenziosamente cura le une delle altre, come sotto l’influsso di una forza unitaria di coordinamento. La salute – è stato scritto con una certa verità – è la vita nel silenzio degli organi e «guarire significa darsi nuove norme di vita, talvolta superiori alle precedenti».

Inoltre, la salute è davvero identificabile in un benessere completo? In realtà, quando pensiamo a qualcuno che sta bene, gli attribuiamo una salute buona, apprezzabile, sufficiente. Sappiamo che in noi c’è sempre, magari di nascosto, qualcosina che non va. Che farcene allora di una definizione così utopistica? Essa può risultare utile quando si parla di criteri generali per importanti decisioni etico-politiche, che fanno spesso ricorso a termini come giustizia, verità, democrazia, libertà. Purtroppo a questo lessico astratto siamo costretti a rinunciare quando misuriamo il duro mestiere di vivere. Come cittadini sappiamo di abitare mondi imperfetti, talora francamente ingiusti, falsi, dispotici, servili.

Nella misura in cui la medicina si presenta come una religione secolare, che presume di fornire risposte non solo alla domanda su «come fare», quando si sta male, ma addirittura su «perché intervenire» e «quale senso» attribuire al disagio, è comprensibile che si realizzi un esproprio da parte dei tecnici, i quali peraltro prima o poi dovranno dichiarare la loro balbettante incompetenza nell’affrontare da soli questi temi. Il profano si sentirà tradito da questa tardiva confessione di impotenza e svilupperà reazioni sfiduciate, se non addirittura aggressive. Gli esempi sono molti: la difficoltà di condividere a domicilio la fase terminale di una malattia, che colpisce un nostro familiare, non è solo dovuta alla ristrettezza fisica dell’appartamento o alla carenza di soldi e tempo, ma anche al peso di sostenere una relazione e una comunicazione autentiche, quando incombe un evento considerato tabù (la morte) e mai elaborato assieme, ma consegnato alle competenze fisiopatologiche di questo o quell’istituto, di questo o quello specialista. Se una donna incinta ritiene candidamente di non dover pensare al proprio stato, perché il ginecologo le ha detto che tutto va bene, ella non mette a frutto il prezioso tempo di gestazione e preparazione al parto, un tempo essenziale per scegliere e plasmare il proprio atteggiamento di madre, moglie e donna. Questo è un lavoro etico, non meramente psicobiologico, che comporta il contatto con le proprie memorie, emozioni, credenze e l’interpretazione dei vissuti nuovi che la gravidanza comporta. Non stupisce pertanto che, se questa rimozione infantile viene perpetrata, i sogni delle donne si popolino di simboli e termini tecnici e di protagonisti (soprattutto nel caso della procreazione artificiale) provenienti dall’universo clinico (l’ostetrico rappresentato come una sorta di semidio della fecondità).

L’idolatria di una medicina, che si attribuisca addirittura il compito di provvedere al completo benessere fisico, psichico e sociale, scambia inoltre le cause con gli effetti. Un disoccupato è malato? Il suo indubbio disagio sociale, la sua indignazione, l’inquietudine, con cui esprime le proprie rivendicazioni, sono una malattia? Ed è forse ai medici che il dissidente, più in genere il «diverso» deve essere indirizzato, quando reclama i suoi diritti di cittadinanza e respinge gli infantili tentativi di offrirgli un intrattenimento divertente o una sedazione a buon mercato? Il fraintendimento della nozione di cura ha storicamente prodotto aberrazioni memorabili. Esponenti di minoranze politiche in regimi totalitari venivano considerati patologicamente nevrotici e condannati a riabilitazioni forzate in qualche struttura sanitaria di contenimento. Ci sono voluti anni, proteste e dibattiti prima che l’omosessualità venisse tolta, in quanto tale, dall’elenco americano delle condizioni mentalmente disturbate. Alcune congetture mediche ottocentesche teorizzavano una «naturale» disuguaglianza tra maschi e femmine, finendo per contrastare i movimenti di emancipazione.

La donna - si affermava - ha una costituzione fisica debole, è più umida e fredda nei liquidi umorali, i suoi tessuti sono spugnosi e molli, il connettivo sottocutaneo è pieno di grasso bianco e compatto, occhio e orecchio ricevono meno stimoli sensoriali, la cute è particolarmente reattiva, il corpo è centrato nell’apparato riproduttivo, la fisiologia degli apparati è flessibile e istintiva. Ne derivano tratti psicologici fissi: è capricciosa, incline a raccontare, insegue i particolari, regna sul cuore, non è atta all’indagine causale. Come i bambini, i vecchi, gli eunuchi e gli uomini «privati dello sperma», il femminile è più esposto a malattie nervose. Tutto ciò controindica l’applicazione a studi medici: non è la scienza il posto delle donne.



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Titolo: "Luigi Giussani. Cristo compagnia di Dio all'uomo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Julián Carrón
Pagine:
Ean: 9788825035223
Prezzo: € 7.70

Descrizione:

Una raccolta degli scritti più significativi di don Luigi Giussani, curata dal suo successore alla guida di Comunione e Liberazione. Testi che continuano ad accompagnare e sostenere moltissime persone nella quotidiana vita di fede.

ESTRATTO DALLA PRIMA PARTE

«Tutto per me si è svolto nella più assoluta normalità e solo le cose che accadevano, mentre accadevano, suscitavano stupore, tanto era Dio a operarle facendo di esse la trama di una storia che mi accadeva – e mi accade – davanti agli occhi. Ho visto il succedere di un popolo, in nome di Cristo, protagonista della storia». Con queste parole – pronunciate il giorno del suo ottantesimo compleanno – don Giussani ha sintetizzato la sua lunga esistenza, afferrata da Cristo fin da quando era ragazzo e resa generatrice di vita. Lo ricordò l’allora cardinale Joseph Ratzinger il 24 febbraio 2005, celebrandone il funerale nel Duomo di Milano: «Don Giussani realmente voleva non avere per sé la vita, ma ha dato la vita, e proprio così ha trovato la vita non solo per sé, ma per tanti altri. Ha realizzato quanto abbiamo sentito nel Vangelo: non voleva essere un padrone, voleva servire, era un fedele servitore del Vangelo, ha distribuito tutta la ricchezza del suo cuore, ha distribuito la ricchezza divina del Vangelo, della quale era penetrato e, servendo così, dando la vita, questa sua vita ha portato un frutto ricco – come vediamo in questo momento –, è divenuto realmente padre di molti e, avendo guidato le persone non a sé, ma a Cristo, proprio ha guadagnato i cuori, ha aiutato a migliorare il mondo, ad aprire le porte del mondo per il cielo».

Luigi Giussani nasce a Desio, in Brianza, il 15 ottobre 1922. Il padre Beniamino, di tendenze socialiste, è disegnatore e intagliatore; la madre Angelina, cattolica, è operaia tessile. Don Giussani ricorderà sempre di avere assimilato dall’ambiente familiare alcuni elementi decisivi della sua vita: dal padre, l’urgenza di darsi ragione di ogni cosa, il senso della giustizia e il gusto per la musica; dalla madre la convinzione che la fede è uno sguardo nuovo su tutte le cose («Com’è bello il mondo e com’è grande Dio!», si sentì dire dalla madre, mentre da bambino andavano a messa di mattina presto e in cielo brillava ancora l’ultima stella). Attraverso i momenti della vita quotidiana il piccolo Giussani impara il senso degli altri e l’apertura al mondo; mentre andava per strada, «se il mio papà non mi avesse stretto la mano mille volte per farmi dire “Buongiorno”, io non avrei imparato a dire “Buongiorno” alla gente». E mentre gli rimboccava le coperte la sera, la mamma era solita dire al figlio: «Pensiamo ai poveri [...] pensiamo a quel che è successo in Giappone, pensa alla guerra che c’è in Cina».

È in questo contesto che matura nel giovane Luigi la vocazione sacerdotale: nell’ottobre 1933 fa il suo ingresso nel seminario della diocesi di Milano di San Pietro Martire, a Seveso. Nel 1937 passa nell’immenso seminario di Venegono Inferiore (Varese), dove prosegue gli studi e la preparazione al sacerdozio.

Sotto la guida dei maestri della «Scuola di Venegono» il percorso vocazionale si arricchisce di fondamenta sicure, che segneranno tutti gli sviluppi futuri della sua esistenza e della sua missione sacerdotale. Ricorderà: «Tutto è dovuto alla fedeltà ad un insegnamento ricevuto [negli anni del liceo e seminario diocesano di Venegono] da maestri veri che seppero farmi assimilare una solida tradizione cristiana». Per tutta la vita don Giussani sottolineerà la centralità delle loro figure per la maturazione della sua fede cristiana: «Se io non avessi incontrato monsignor Gaetano Corti nella mia prima liceo, se non avessi sentito le [...] lezioni di italiano di monsignor Giovanni Colombo [...], Cristo [...] sarebbe stata una parola oggetto di frasi teologiche, oppure, nei casi migliori, richiamo a una affettività “pietosa”, generica e confusa».

A Venegono l’insegnamento ruota intorno alla centralità dell’incarnazione, che compie ogni attesa dell’uomo, e alla scoperta che la fede è profondamente ragionevole perché risponde alle domande del cuore. C’è un momento decisivo nella vita del giovane seminarista: «A tredici anni studiai a memoria l’intera produzione poetica di Leopardi, perché la problematica sollevata mi sembrava oscurare tutte le altre. Per un mese intero studiai soltanto Leopardi [...], il compagno più suggestivo del mio itinerario religioso». E arriverà a dire: «Credo di aver mantenuto sempre fede al proposito giovanile di ripetermi qualche sua poesia tutti i giorni, avendole imparate tutte a memoria in terza ginnasio». Le poesie di Leopardi toccheranno il cuore del giovane Giussani in modo decisivo, rivelandogli tutta la profondità del desiderio di infinito che c’è nel cuore di ogni uomo. Lo ricordò Ratzinger celebrando il funerale di don Giussani: «Sin dall’inizio era toccato, anzi ferito, dal desiderio della bellezza, non si accontentava di una bellezza qualunque, di una bellezza banale: cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita».

Altrettanto decisivo è un secondo fatto, che capita a Giussani all’inizio del liceo, poco dopo il suo «incontro» con Leopardi: «Per me tutto avvenne come la sorpresa di un “bel giorno”, quando un insegnante di prima liceo [che si chiamava don Gae­tano Corti] – avevo quindici anni – lesse e spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni. Era allora obbligatorio leggere questa pagina alla fine di ogni messa; l’avevo sentita dunque migliaia di volte». Ma venne il «bel giorno» quando quell’insegnante spiegò la prima pagina del Vangelo di san Giovanni: «“Il Verbo di Dio, ovvero ciò di cui tutto consiste, si è fatto carne” diceva, “perciò la bellezza s’è fatta carne, la bontà s’è fatta carne, la giustizia s’è fatta carne, l’amore, la vita, la verità s’è fatta carne: l’essere non sta in un iperuranio platonico, si è fatto carne, è uno tra noi”. In quell’istante pensai come quella di Leopardi fosse, milleottocento anni dopo, una mendicanza di quell’avvenimento che era già accaduto, di cui san Giovanni dava l’annuncio». Il cardinale Ratzinger dirà che Giussani «cercava la Bellezza stessa, la Bellezza infinita; così ha trovato Cristo, in Cristo la vera bellezza, la strada della vita, la vera gioia».



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