Articoli religiosi

Ebook - Credere Oggi



Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025518
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Indice

Editoriale: Dio nella vita quotidiana

GIUSEPPE BELLIA (†)

La lettura sapienziale biblica: un’inculturazione mai conclusa

LUCA MAZZINGHI

Il saggio nel mondo biblico: maestro e discepolo

SEBASTIANO PINTO

La Sapienza personificata: quando il medium è il messaggio

(Pr 8,22-31 e Sir 24,1-22)

MARTINO SIGNORETTO

Il giovane inesperto tra donna Sapienza e donna Follia

GRAZIA PAPOLA

Giobbe: si può amare Dio per nulla?

SERAFINO PARISI

Qohelet: quale ironia salverà il mondo?

MARIA CARMELA PALMISANO

Siracide: il timore del Signore è principio della sapienza

LUCA MAZZINGHI

L’escatologia del libro della Sapienza

DINH ANH NHUE NGUYEN

Gesù il saggio di Dio e la Sapienza divina nei vangeli sinottici.

Una presentazione

SIMONE MORANDINI - SERENA NOCETI

La sapienza: recezioni teologiche

Invito alla lettura (Tiziano Lorenzin)

In libreria

 

Editoriale

Dio nella vita quotidiana

Dio è raggiungibile attraverso l’esperienza della vita quotidiana. Questa convinzione ispira la tradizione sapienziale biblica che trova la sua espressione privilegiata nei libri che compongono il «Pentateuco sapienziale»: Giobbe, Proverbi, Qohelet, Siracide e Sapienza. Il Dio d’Israele che parla attraverso i profeti ed è presente nel tempio e nella Torah, custodita e annunciata dai sacerdoti, è il Signore della vita quotidiana e risponde alle domande degli uomini mediante i saggi da lui ispirati. La vita umana è frammentata, dispersa e segnata dalle contraddizioni, ma il sapiente è in grado di cogliervi la presenza e l’azione divina che ne rivelano il senso, conferendo unità a tutto ciò che accade. All’interno del canone biblico, i libri sapienziali si segnalano per una caratteristica del tutto originale: la loro autorevolezza – come osserva Giuseppe Bellia – si fonda non sull’imponenza di teofanie o di oracoli profetici, ma sulla forza suasiva delle argomentazioni tratte dall’esperienza e dall’eredità culturale e teologica dei padri. Tutto ciò rende unica la figura del sapiente (akam) che non si indirizza a Israele a partire dalla «parola del Signore che gli fu rivolta» (Ger 1,2) né come guida in nome di Dio. Il suo contributo è diverso: a differenza del capo, del sacerdote o del profeta, egli si presenta come “semplice” pedagogo, che propone ciò che ha compreso della vita, indica la via che conduce al successo e mette in guardia da ciò che invece porta a sicuro fallimento. Nel libro dei Proverbi, da molti considerato il testo “archetipo” della letteratura sapienziale biblica, il saggio emerge come figura centrale nella vita comunitaria: la sua funzione sociale e teologica si realizza nell’insegnamento, attraverso il quale egli comunica il proprio sapere e la propria esperienza, con affabile autorevolezza ma anche con umiltà, consapevole dei limiti personali e di ogni conoscenza umana. Più di altri, egli sa che molto è ciò che sfugge all’osservazione e spesso è difficile comprendere ciò che è bene per sé e per gli altri: «Agli occhi dell’uomo tutte le sue opere sembrano pure, ma chi scruta gli spiriti è il Signore» (Pr 16,2; 21,2). Lo scopo è pratico: spesso nei panni di padre/maestro, il sapiente non comanda, non impone ma cerca di persuadere il figlio/ discepolo a fidarsi della sapienza consegnata a Israele, insegnando i precetti del ben vivere, insieme alla fede dei padri, in un percorso che ha come sbocco la benedizione e la pace. Di preferenza, l’esortazione si rivolge al giovane inesperto, che deve guardarsi da vari pericoli, tra i quali spicca l’antifigura dello stolto, vero modello negativo da cui rifuggire, per trovare la gioia nella ricerca assidua della sapienza, nel quadro di una relazione che assume i contorni del rapporto personale, se non addirittura sponsale. La letteratura sapienziale è stata a lungo considerata “minore” rispetto ad altre parti della Scrittura, come il Pentateuco o i libri profetici. L’interesse per la sapienza biblica nasce dalla scoperta che la riflessione sapienziale non era una prerogativa d’Israele: in tutto l’Oriente antico essa godeva di grande prestigio e popolarità, come testimonia il patrimonio letterario dell’Egitto e della Mesopotamia. Gli studiosi parlano di una «sapienza internazionale», caratterizzata dalla predilezione per gli ambiti profani della vita e orientata al ben vivere e alla buona educazione. Spesso l’intento principale consisteva nell’insegnare il modo di essere felici e avere successo, con una vita conforme all’ordine cosmico. I saggi della Bibbia conoscevano questa letteratura e vi hanno attinto, ma conservando un’identità propria e inconfondibile. Il confronto tra la riflessione sapienziale del vicino Oriente antico e la corrispondente tradizione d’Israele rivela un’evidente affinità e numerosi punti di contatto, ma fa anche emergere il genio del popolo eletto. I sapienti di Israele non assimilarono passivamente la produzione sapienziale dei popoli vicini, ma la recepirono in modo selettivo, “inculturandola” con intelligenza nel contesto della fede dei padri. È questa, certamente, una delle indicazioni “di metodo” più preziose che la sapienza biblica ha consegnato alla propria epoca e a quelle successive. La riflessione dei sapienti d’Israele non si limitò, però, a una semplice ripetizione di quanto ricevuto dalle generazioni precedenti: le situazioni della vita e le contraddizioni della storia provocarono un approfondimento e una rilettura del dato tradizionale. Tutto ciò portò alla “crisi” della sapienza: non tutto quello che accadeva nella vita di una persona o del popolo poteva essere compreso e giustificato solo a partire da una condotta morale tenuta in precedenza. In altre parole, il divario tra la “retribuzione” sperata e quella sperimentata poneva non pochi interrogativi all’uomo biblico che, attraverso l’esperienza di Giobbe e le riflessioni di Qohelet, sperimentava i limiti dell’insegnamento tradizionale, connotato da semplificazioni teologiche che ne rivelavano l’inadeguatezza, soprattutto nell’urto con la realtà dura e contraddittoria della vita quotidiana. La teodicea fino ad allora conosciuta veniva messa in discussione, l’immagine del “Dio della retribuzione” ne usciva scossa, ponendo le basi e le premesse per una nuova conoscenza di Dio, che solo una nuova rivelazione divina poteva donare dall’alto. Il fascicolo offre uno strumento agile ed essenziale che accompagna il lettore alla scoperta (o alla riscoperta) del mondo della sapienza biblica, una delle sezioni più suggestive delle Scritture. L’approccio è quello a più voci, in cui a ciascun autore è stato richiesto di illustrare un aspetto particolare della riflessione sapienziale: diverse tessere di uno stesso mosaico da cui emerge il volto antico e sempre nuovo della Sapienza. […]



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025372
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

INDICE

Editoriale

ITALO DE SANDRE

Stili etici: una esplorazione

LUCA PEYRON

I luoghi dove stiamo crescendo

MARTINO SIGNORETTO

Modelli etici nella Scrittura e l’orizzonte storico-salvifico

SIMONE MORANDINI

Francesco, per il rinnovamento dell’etica

ROBERTO TAMANTI

Illuminare il vissuto morale. Categorie e ambiti per una rinnovata fondazione della morale

EUGENIA SCABINI

Famiglia come soggetto morale, tra le generazioni

GAIA DE VECCHI

Scuola, educazione, etica. Abi(li)tare il percorso scolastico

CARLA CORBELLA

Comunità cristiana come spazio di formazione etica?

ROBERTO MASSARO

Accendere l’eternità o spegnere la vita? La formazione etica del presbitero

Invito alla lettura (Roberto Massaro)

In libreria

 

Editoriale

«Educare ed educarci in questo tempo, affinché nessuno pensi di chiedere a Google la risposta sul senso della vita, ma ricominci a chiederlo alle grandi narrazioni che hanno guidato nel corso dei secoli credenti e non credenti». È l’incisiva conclusione che Luca Peyron ci affida dopo averci accompagnati in una lucida riflessione sui Luoghi dove stiamo crescendo, evidenziando come la sensazione di smarrimento e di confusione che a volte afferra noi e le nostre comunità ecclesiali oggi non sia solamente nostra, ma attanagli gran parte della cultura, delle religioni, dell’economia, delle stesse etiche generali e applicate. In questa epoca di grandi transizioni (ce n’è mai stata una che non lo fosse?), di tempi difficili, complessi e disorientanti (difficile trovare chi non l’abbia asserito dei propri), tuttavia, è necessario riprendere l’«arte del pilota» (cibernetica) a partire dalla responsabilità di attuare una necessaria formazione morale. 1. Etica e morale Se nel titolo della monografia usiamo il termine «etica» è perché oggi si preferisce parlare di etica piuttosto che di morale, dal momento che quest’ultima ha una connotazione peggiorativa. Se dal punto di vista semantico i due termini possono equivalersi, non così sul versante etimologico dove si rilevano delle differenze anche notevoli. Non si tratta di un semplice esercizio di vocabolario e neppure di una distinzione
tecnica (etica come scienza che assume le morali come oggetto di studio), definiscono invece competenze specifiche, per cui, esemplificando con Paul Ricoeur, con «etica» va intesa la visione di una vita compiuta, di una vita buona e felice, mentre con «morale» se ne vanno precisando le articolazioni nei dettami e nelle normative. Le voci plurali che costituiscono la presente monografia non potevano facilitare una chiara determinazione di tali differenze, per cui si è inteso soprassedere alle differenziazioni specifiche, intendendo i due termini come equivalenti. E questo vale anche per l’impiego indifferenziato dei due termini «formazione» ed «educazione». Peraltro, la problematica che la redazione ha inteso discutere non è la differenza tra etica e morale, ma la necessità oggi di una formazione etica/morale e i termini di una sua possibilità nel mezzo di un cambiamento epocale caratterizzato dall’accentuazione delle soggettività individuali e dal pluralismo che ci ha portato in dote questa era globale. Al centro, cioè, abbiamo posto il nodo della formazione che insorge di necessità innanzi all’affermarsi di stili di vita nuovi e diversi, alla pervasività della mentalità tecnologica, alle frammentazioni delle esistenze, alla dispersione interiore, alla preponderanza dell’esteriorità sull’interiorità, situazioni che mettono in crisi e a rischio l’unità e la finalità del vivere personale avvertito come governato dalle circostanze e dall’arbitrarietà dei forti al punto che da più parti – anche nella chiesa – insorgono appelli per una riaffermazione convincente e rassicurante di principi chiari e dottrine precise. Ma sarebbe poi questa la risposta e la formazione migliore possibile: una specie di coazione a ripetere?
2. La via della formazione etica Non basta ovviamente. Riaffermare codici e principi, valori e verità pratiche, prassi e teorie lascia il tempo che trova. Anzi, a volte sembra più un rassicurante espediente che l’assunzione determinata di un bagaglio dottrinale ed etico. Occorre invece farsi carico seriamente dell’istanza conciliare per un’accurata consapevolezza critica della nostra interiorità personale, la formazione continua di una coscienza capace di essere libera, quindi responsabile. Questa è la via della formazione etica. È in questa ottica che si muove la nostra proposta e che si comprende meglio anche la scansione dei contributi del fascicolo. La riflessione si apre con una previa esplorazione dei motivi che rendono arduo per tutti l’impegno della formazione morale. Italo De Sandre (Profili etici: una esplorazione) illustra con puntualità i «bacini valoriali» che più profondamente oggi danno senso alla vita delle persone. Li definisce anche «codici generativi» perché determinano il giudicare e l’agire. Conoscerli è essenziale per un’adeguata elaborazione delle risposte. Perché saper rispondere è necessario nella dinamica dialogica di ogni atto formativo. Il secondo contributo, quindi, va più in profondità e guarda a I luoghi dove stiamo crescendo. Cosa rimane dopo la crisi delle grandi agenzie etiche tradizionali (scuola, associazioni, chiese, sindacato, partiti…)? Quali riferimenti etici rimangono in questo tempo senza ideologie e senza fede? Luca Peyron ci guida in cerca di una morale condivisibile adatta per questa nostra società globale e smaterializzata. Al cuore del fondamento etico e al centro della sua formazione c’è la parola di Dio, luogo vivente dell’ascolto di Dio e della relazione con lui. Diversamente da come ci si aspetterebbe, nella Scrittura sono presenti molteplici modelli etici, che attestano il forte legame che c’è tra etica, storia e società all’interno dell’unico orizzonte storico-salvifico. Martino Signoretto (Modelli etici nella Scrittura e l’orizzonte storico-salvifico) accompagna la sua riflessione con due esemplificazioni concrete, complicate in sé e apparentemente ai margini del piano di salvezza, ma diventate storie benedette. [...]



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025280
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

INDICE

Editoriale: Maria, la creazione secondo il sogno di Dio

ALFONSO LANGELLA

La figura di Maria oggi

SIMONA SEGOLONI RUTA

Donne, immaginario mariano e tentativi di risignificazione

DENIS S. KULANDAISAMY

La predestinazione della grazia: creazione e redenzione. Il caso di Maria

CETTINA MILITELLO

Corpo creato e corpo sessuato: l’Immacolata e l’Assunta

SALVATORE M. PERRELLA

Maria, una vita di relazioni

LUCA M. DI GIROLAMO

Maria e la creazione nel Medioevo occidentale: i «titoli» mariani

GIAN MATTEO ROGGIO

Ecologia, creazione e Assunzione della Vergine:

Giovanni Paolo II e Francesco

ANDREA DALL’ASTA

La Dormitio Virginis, tra iconografia bizantina e Caravaggio

GIANCARLO BRUNI

Maria tra creazione e redenzione. Affondi ecumenici

Documentazione: La figura della Vergine e la questione ecologica

(Gian Matteo Roggio)

Invito alla lettura (Silvano M. Danieli)

In libreria

 

Editoriale

Maria, la creazione secondo il sogno di Dio

«Tu sei la terra obbediente, Maria, la creazione che ama e adora»

La Madre del Signore è l’immagine e il simbolo della creazione secondo il sogno di Dio, l’inizio di una nuova creazione, redenta per pura grazia. Un’affermazione ardita, per alcuni forse eccessiva, soprattutto se si guarda a Maria e alla sua creaturalità, soggetta al limite e alla fragilità propria della condizione umana. Una lunga e consolidata tradizione, tuttavia, ha consegnato alla comunità cristiana una simbolica che associa strettamente la Madre del Signore alla creazione. Da una parte, ella rappresenta il creato giunto alla sua perfezione; dall’altra, è la «Regina» (Domina) sulla creazione ancora in cammino nel tempo e nella storia. Su questa tradizione, si innesta anche il magistero di papa Francesco: «Maria, elevata al cielo, è Madre e Regina di tutto il creato. Nel suo corpo glorificato, insieme a Cristo risorto, parte della creazione ha raggiunto tutta la pienezza della sua bellezza» (Laudato si’, 241).
Su
Maria, simbolo della creazione, si concentra il fascicolo. Spesso l’attenzione si focalizza sulle dinamiche storico-salvifiche che vedono coinvolta la Madre di Dio, una dimensione che non può essere ignorata, ma la ricerca teologica ha indicato anche altre prospettive. Particolarmente significativo è il riferimento alla creazione, come polo da associare alla redenzione, un binomio che in Maria si congiunge, in piena continuità: Maria è l’icona della creazione redenta che rimanda non a se stessa, ma orienta all’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria è simbolo della creazione perché la “rappresenta” pienamente. Questa “rappresentanza” trova una singolare espressione nei dogmi mariani del XIX e XX secolo – l’Immacolata Concezione e l’Assunzione – nei quali Maria è presentata come la creazione arrivata per sola grazia alla sua forma definitiva. La situazione di privilegio in cui sembra collocarsi Maria trova spiegazione e origine nel rapporto inscindibile con il mistero di Cristo e della sua grazia: tutto sgorga da qui, ad esso conduce, manifestandone l’efficacia potente e inarrestabile. La simbolica mariana è inseparabilmente legata anche al mistero della chiesa, rivelando il fine cui tendono le sue azioni salvifiche, vale a dire la risurrezione dai morti e la piena comunione con Dio. Un’altra dimensione in cui si realizza la “rappresentanza” di Maria riguarda i momenti fondamentali della creazione: il nascere, il crescere, la relazione uomo/donna, il vivere in comunità, il morire (soprattutto nei vangeli di Luca e Giovanni). In tutto ciò Maria conserva la sua piena “laicità”, intesa come ricerca del senso di tutto ciò che le accade, in costante apertura all’azione di Dio. La prospettiva della creazione consente di scorgere il mistero della Madre di Dio non solo nel dogma e nel culto, vale a dire in un contesto cristologico e storico-salvifico, ma anche in rapporto alla dimensione culturale, in particolare quella del nostro tempo. Come osserva Stefano De Fiores, Maria è «una persona rappresentativa, frammento e insieme sintesi in cui si rispecchia il tutto della fede, della chiesa, della
società»
2. Maria, dunque, non è un frammento isolato, ma un tu integrato nell’insieme della vicenda umana, all’interno della storia della salvezza, in cui occupa un posto centrale ma senza esserne il centro, che è sempre e solo il Cristo e in lui il Padre nello Spirito. Il fascicolo si apre con la riflessione di Alfonso Langella, La figura di Maria oggi. Il concilio Vaticano II, la pubblicazione della Marialis cultus di Paolo VI, il contributo dei teologi e i profondi mutamenti che hanno caratterizzato la vita sociale e culturale degli ultimi decenni impongono un modo diverso di considerare la figura e il ruolo della Madre di Dio. Da sempre la simbolica mariana ha giocato un ruolo fondamentale nell’esperienza dei credenti. Non di rado, però, questi simboli hanno subito contaminazioni sessiste e patriarcali. Per Simona Segoloni Ruta, Donne, immaginario mariano e tentativi di risignificazione si rende quindi necessaria una “purificazione” di alcuni simboli mariani per coglierne tutta la loro carica liberante. Il dogma dell’Immacolata Concezione chiama in causa il peccato originale e il mistero della redenzione. Si tratta del mistero di grazia e predestinazione che coinvolge la Vergine, colei che diventerà la madre del Figlio con un atto di misericordia preventiva, fondato sui meriti di Cristo. Su questi e altri aspetti riflette Denis S. Kulandaisamy, La predestinazione della grazia: creazione e redenzione. Il caso di Maria. In alcune rappresentazioni, il corpo di Maria sembra quasi scomparire, lasciando intravvedere una vera e propria operazione di desessualizzazione o di de-femminilizzazione. Il contributo di Cettina Militello, Corpo creato e corpo sessuato: l’Immacolata e l’Assunta si sofferma su queste dinamiche, soprattutto in rapporto a due dogmi
riguardanti la Madre di Dio: la sua Immacolata Concezione e la sua Assunzione al cielo. Tra gli aspetti che accomunano l’esperienza della madre di Gesù a quella di tutte le persone umane, vi è senza dubbio il suo essere immersa in una ricca rete di relazioni. Su questa nodale dimensione si concentra lo studio di
Salvatore M. Perrella, Maria, una vita di relazioni. Tra storia e teologia si colloca Luca M. Di Girolamo, Maria e la creazione nel Medioevo occidentale: i “titoli” mariani. Il Medioevo vede l’uomo immerso nel mistero di Dio e la Madre di Dio come emblema dell’equilibrio tra cielo e terra. Attraverso l’impiego della simbologia e dell’analogia, la riflessione teologica medievale propone un modo peculiare di onorare Maria, senza trascurare il riferimento cristologico. Nella teologia della creazione non mancano allusioni alla simbolica mariana. La tradizione ha indicato nella Madre di Dio il pieno compimento del creato che in lei giunge alla sua perfezione. Su questi aspetti è interessante cogliere il contributo di riflessione offerto da due pontefici, Giovanni Paolo II e Francesco, particolarmente sensibili alla dimensione mariana. È quanto propone nel suo articolo Gian Matteo Roggio, Ecologia, creazione e assunzione della Vergine: Giovanni Paolo II e Francesco. Il tema della raffigurazione di Maria nell’arte bizantina e in quella occidentale è trattato da Andrea Dall’Asta, La Dormitio Virginis, tra iconografia bizantina e Caravaggio. Nei vangeli non vi è alcun cenno ai tratti fisici di Maria né si parla della sua morte. Malgrado ciò, le comunità cristiane hanno sviluppato un’articolata riflessione tanto sul corpo della Madre del Signore che sul suo trapasso dalla morte alla vita. L’ultimo articolo affronta una questione rilevante, se, cioè, Maria abbia qualcosa da dire su creazione e redenzione. La riflessione si distingue per il taglio ecumenico, ambito che in passato si è rivelato “divisivo”, mettendo a dura prova i rapporti tra le diverse confessioni
cristiane. È il contributo di
Giancarlo Bruni, Maria tra creazione e redenzione. Affondi ecumenici. La Documentazione, a cura di Gian Matteo Roggio, propone alcune pagine sul rapporto tra la Vergine Maria e la «questione ecologica ». Il testo, tratto da un’articolata riflessione elaborata nel 1995 dalla Pontificia Facoltà Teologica «Marianum» di Roma, si apprezza ancor oggi non solo per la sua attualità, ma anche per aver profeticamente anticipato diversi temi dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. La pubblicistica mariologico-mariana è molto ampia: farne un bilancio o evidenziare i contributi più significativi si presenta come un’operazione alquanto ardua, anche per gli addetti ai lavori. Risulta quindi particolarmente prezioso l’ Invito alla lettura, a cura di Silvano M. Danieli, realizzato allo scopo di segnalare le opere più autorevoli al lettore desideroso di accostarsi alla figura di Maria e di addentrarsi – senza smarrirsi – nella “questione” mariana e nelle sue variegate sfumature. Buona lettura. *** «CredereOggi» compie quarant’anni (1980-2020) La nostra rivista inizia una nuova annata e insieme raggiunge un importante traguardo: quarant’anni di storia, in compagnia e a servizio dei lettori. Il contesto odierno è diverso da quello che ha visto i primi passi della rivista: molte cose sono cambiate nel mondo, nella società italiana e nella chiesa. È rimasta immutata, tuttavia, la mission che contraddistingue «CredereOggi»: porsi come ponte tra la ricerca teologica e la comunità ecclesiale. Fin dalla sua fondazione, infatti, la rivista si presenta come strumento di formazione cristiana, nell’intento di fornire un contributo qualificato ma “accessibile” a tutti coloro che
desiderano “pensare” la propria fede. In un mondo, segnato sempre di più dalla rapidità e dalla profondità dei mutamenti sociali, culturali ed economici,
«CredereOggi» conferma il proprio impegno, rimanendo fedele alla propria storia e al proprio stile, nella costante attenzione alla riflessione teologica più autorevole e alle esigenze della comunità ecclesiale, alle prese con sfide inedite, ma da affrontare sempre con fede e intelligenza. «CredereOggi» si rivolge con gratitudine a voi lettori, chiedendo di confermare il vostro apprezzamento e la vostra fiducia e di sottoscrivere anche per quest’anno l’abbonamento: un gesto semplice che ci permetterà di offrire ancora il nostro servizio di divulgazione teologica. Alla beata Vergine Maria, cui è dedicato questo fascicolo, affidiamo il cammino della rivista perché possa contribuire alla crescita della comunità ecclesiale nella comprensione delle cose che riguardano Dio e l’umanità del nostro tempo.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025228
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Editoriale: Una chiesa che si lascia rinnovare

AUGUSTO BARBI

Figure di chiesa nel Nuovo Testamento

VITO MIGNOZZI

Modelli di chiesa fino al Vaticano II. Semi della chiesa che verrà

GIANLUIGI PASQUALE

Il paradigma di riforma della chiesa in papa Francesco

SERENA NOCETI

Nuovi ministeri per una riforma viva

VITO MIGNOZZI

I laici nella chiesa del futuro

SIMONE MORANDINI

La chiesa che verrà: un volto ecumenico, uno stile di dialogo

MASSIMO NARDELLO

Chiesa sinodale

GIACOMO CANOBBIO

Il brevetto perso della salvezza

GIOVANNI GRANDI

Fiducia nell’algoritmo, sfiducia nell’umano?

La sfida del discernimento nell’epoca dei robot

Documentazione: Recuperare la memoria di appartenenza al santo popolo

di Dio - Francesco chiamato a edificare la chiesa

(Gianluigi Pasquale)

Invito alla lettura (Calogero Caltagirone)

In libreria

 

Editoriale

Una chiesa che si lascia rinnovare

L’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) è attraversata, come da un filo rosso, dall’idea di una riforma della chiesa che a giudizio di molti costituisce l’autentica cifra dell’attuale pontificato. In un mondo provato da difficoltà economiche, morali e culturali, in cui emergono pulsioni disgregative del tessuto sociale (ed ecclesiale) e che ha smarrito l’ethos collettivo, papa Francesco traccia per la chiesa «un cammino di conversione missionaria e pastorale che non può lasciare le cose come stanno» (EG 25). Mutuando le parole di Paolo VI, Francesco indica la via di un «improrogabile rinnovamento ecclesiale», una vera e propria «riforma», da non intendere, però, in senso riduttivo, come semplice revisione delle strutture esistenti (EG 25). Immaginando la chiesa che verrà, l’attuale pontefice afferma: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (EG 27). Il processo riguarda l’intera compagine ecclesiale e comporta «l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo», poiché «ogni rinnovamento della chiesa consiste essenzialmente in un’accresciuta fedeltà alla sua vocazione»
Una visuale di ampio respiro, quindi, in cui alla tendenza tutta umana di ripiegarsi su di sé, si contrappone l’immagine di una chiesa «estroversa», che «si sporca le mani», un vero e proprio «ospedale da campo», secondo le efficaci metafore impiegate da papa Francesco per descrivere lo stile del rapporto della comunità dei credenti nei confronti delle miserie dell’umanità. La riforma auspicata dal pontefice, però, non è rivolta solo alle attività
ad extra, ma riguarda anzitutto i soggetti ecclesiali e le loro relazioni all’interno del popolo santo di Dio. I ministri ordinati svolgono un ruolo fondamentale, ma non devono dimenticare che sono al servizio della chiesa, costituita per lo più da cristiani laici, uomini e donne, chiamati anch’essi a offrire la loro testimonianza come credenti in Cristo e battezzati. Non una chiesa “monolitica”, ma una realtà ricca e variegata, in cui le differenze non sono un ostacolo o un motivo divisione, ma la via per valorizzare i doni di ciascuno, nella crescita e nell’edificazione reciproca. «CredereOggi» si inserisce nell’attuale dibattito, offrendo il proprio contributo di riflessione, nella prospettiva suggerita da papa Francesco. La questione della chiesa del futuro investe diversi aspetti, dalla riflessione teologica alla dimensione storica e sociologica, alla prassi pastorale. Il compito è, dunque, tutt’altro che semplice, perché molti sono gli interrogativi, le sfide e i fronti aperti. Nessuna pretesa di esaustività, ma solo il desiderio di affrontare alcuni dei nodi culturali ed ecclesiali non ancora pienamente risolti, lasciando aperta la discussione e proponendo abbozzi, come ulteriore invito all’approfondimento. Il primo contributo, a cura di Augusto Barbi, Figure di chiesa nel Nuovo Testamento, si propone di ritagliare alcune “figure” di chiesa nel primo cristianesimo. Ne emerge un quadro originale e variegato, termine di confronto quanto mai necessario per sollecitare un ripensamento della vita delle comunità cristiane nel nostro tempo. Lungo la storia, la riflessione ecclesiologica ha assunto configurazioni diverse. Attraverso lo strumento interpretativo del “modello”, si posso
(EG 26; cf. UR 6). Infatti, se deve avere grande rilievo la lettura dei “segni dei tempi”, caratterizzati da sfide inedite, difficili non solo da affrontare, ma persino da comprendere, la radice profonda dell’azione riformatrice, nei contenuti come nel metodo e nello stile, è da ricercare nella coscienza che la chiesa ha di sé e del mistero che le è proprio. Dal confronto tra il volto della chiesa così come si presenta oggi e l’immagine di Sposa «santa e immacolata» (Ef 5,27), riflessa nello sguardo del suo Signore, si trovano gli stimoli per “avviare i processi” necessari per l’attuazione della riforma. Non sono mancate le reazioni. Il richiamo del papa è sembrato ad alcuni una forzatura, una proposta inopportuna e destabilizzante, da declinare – nel migliore dei casi – come ottimizzazione della capacità operativo-funzionale di alcuni dicasteri o organismi curiali. Altri, invece, hanno salutato con favore la linea di papa Francesco, cogliendone non solo la necessità o l’opportunità, ma anche la totale sintonia con l’identità stessa della chiesa e della sua missione. In quanto sacramento universale di salvezza, la chiesa non può concepirsi come un’entità rigida, sempre uguale a se stessa, avendo come scopo principale quello di autoperpetuarsi in un sistema rigido che sembra metterla al riparo dalle turbolenze, ma che in realtà la imprigiona, isolandola dal mondo e dalla storia, trasformandola in un museo. Contro questa tentazione, con papa Francesco occorre chiedere «al Signore che liberi la chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile» (
Christus vivit, 35). La chiesa, infatti, non esiste per sé, ma per annunciare il vangelo “a ogni creatura”, testimoniando nelle parole e nelle opere l’amore misericordioso di Dio per l’umanità, che geme e soffre a causa del peccato e della fragilità della condizione umana, ma che in Gesù Cristo è chiamata alla vita nuova nello Spirito Santo. La chiesa è pienamente se stessa e “ringiovanisce” «quando riceve la forza sempre nuova della parola di Dio, dell’eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno» (Christus vivit, 35).
no cogliere i tratti costitutivi della dottrina sulla chiesa nelle diverse stagioni ecclesiali. È quanto si propone di indagare lo studio di
Vito Mignozzi, Modelli di chiesa fino al Vaticano II: semi della chiesa che verrà. Ecclesia semper reformanda, secondo un antico adagio. Papa Francesco ne ha fatto uno dei motivi principali del suo programma di pontificato. Non si tratta, come taluni credono, di una meteora o di un’iniziativa estemporanea: di una riforma cattolica si era già iniziato a parlare nel corso del XX secolo. Sulle radici storiche dell’idea di riforma della chiesa e sul modo particolare di intenderla e attuarla da parte dell’attuale pontefice riflette Gianluigi Pasquale, Il paradigma di riforma della chiesa in papa Francesco. È difficilmente attuabile una riforma della chiesa senza una riflessione sul ministero ordinato alla luce del rinnovamento auspicato dal concilio Vaticano II. Occorrerà prestare attenzione a fattori “strategici” quali le relazioni tra il vescovo e i presbiteri all’interno della chiesa locale, i percorsi formativi proposti nei seminari, la valorizzazione dei diaconi e il ruolo della donna nella comunità ecclesiale. Su questi (e altri) aspetti si sofferma l’analisi di Serena Noceti, Nuovi ministeri per una riforma viva. Nella chiesa dei prossimi anni, quale sarà il ruolo e il contributo dei laici? Non è facile rispondere, per diverse ragioni. Partendo da un’analisi della situazione attuale, è possibile individuare i fattori che hanno prodotto una certa situazione di stallo e indicare i possibili sentieri da percorrere per un sempre più consapevole protagonismo dei laici nella chiesa del futuro. È quanto si propone il contributo di Vito Mignozzi, I laici nella chiesa del futuro. Il Vaticano II ha indicato alla chiesa cattolica il dialogo come via e stile nel rapporto con le altre confessioni cristiane. Il cammino ecumenico si presenta, dunque, come un luogo di verifica della ricezione del concilio, oltre che un’occasione importante per disegnare uno stile
di chiesa alto e dinamico, come suggerisce
Simone Morandini, La chiesa che verrà: un volto ecumenico, uno stile di dialogo. Pensando al futuro, uno dei temi sui quali papa Francesco ha più volte richiamato l’attenzione è sicuramente la sinodalità, vale a dire il coinvolgimento dell’intera comunità ecclesiale nelle decisioni importanti che la riguardano. Il «camminare insieme» è una realtà profondamente radicata nella tradizione della fede e richiama i contenuti più profondi della rivelazione. Correttamente intesa, la sinodalità valorizza il sensus fidei di tutti i membri del popolo Dio e contribuisce all’ascolto ecclesiale della voce dello Spirito. Su questi e altri aspetti della sinodalità, riflette Massimo Nardello, Chiesa sinodale. La chiesa del futuro dovrà affrontare anche la questione soteriologica. In un mondo appiattito sul presente e spesso refrattario a qualsiasi discorso sulla salvezza, la chiesa deve sforzarsi di trovare nuove modalità di proporre l’annuncio. In particolare, la chiesa dovrà confrontarsi con le nuove attese delle persone e con le esperienze delle altre religioni. Su questo delicato argomento, offre un’attenta riflessione Giacomo Canobbio, Il brevetto perso della salvezza. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si presenta come una delle sfide più significative con cui l’umanità e la chiesa dovranno confrontarsi nei prossimi anni. Tutto ciò si rifletterà inevitabilmente sui processi decisionali, affidati ad algoritmi sempre più sofisticati. Su questo scenario e sul suo impatto sociale ed ecclesiale riflette Giovanni Grandi, Fiducia nell’algoritmo, sfiducia nell’umano? La sfida del discernimento nell’epoca dei robot. Nella Documentazione, a cura di Gianluigi Pasquale, sono riportati due testi dell’attuale pontefice sul «sogno di una chiesa che verrà». Il primo risale al 2006, quando Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires, il secondo invece riporta alcuni stralci del suo celebre discorso ai giovani in occasione della XXVIII Giornata mondiale della gioventù (Rio de Janeiro, 27 luglio 2013).

Infine, nell’
Invito alla lettura, Calogero Caltagirone propone un’ampia rassegna di bibliografia ecclesiologica, nelle sue diverse articolazioni. Si segnalano le opere più significative che consentiranno di avviare una lettura orientata all’approfondimento personale, senza trascurare prospettive emergenti, ma non sempre rilevabili nella vulgata comune. Buona lettura. *** Il Consiglio di redazione di «CredereOggi» si unisce al cordoglio della chiesa di Adria-Rovigo per la morte di S.E. mons. Lucio Soravito De Franceschi, vescovo emerito, passato da questo mondo al Padre, dopo una lunga malattia († 6 luglio 2019). Sin dalla fondazione e per molti anni, prima e anche dopo la sua consacrazione episcopale, egli ha collaborato con la nostra rivista come membro del Consiglio di redazione e come autore di numerosi articoli, soprattutto di catechetica e pastorale. Ricordiamo con gratitudine e affetto la sua persona, il suo stile rispettoso e gioviale, la passione che nutriva per le «cose che riguardano Dio» (Eb 2,17) e il desiderio di comunicare la Parola con un linguaggio vivace e comprensibile a tutti. Forse anche per questo ha tanto amato la nostra rivista, cui non ha mai fatto mancare il suo prezioso apporto, nonostante gli impegni sempre più numerosi. Il Signore gli mostri il suo volto e gli dia pace.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025235
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Editoriale: La tecnica non è mai solo tecnica

SIMONE MORANDINI

Umani, cioè tecnici. Uno sguardo antropologico

SEBASTIANO PINTO

La tecnica. Uno sguardo biblico

GIOVANNI DEL MISSIER

La tecnica e l’umano: playing God?

PAOLO FLORETTA

La rete ci forma?

GAIA DE VECCHI

Teobloggers. «Moralia»: un’esperienza sul campo

GIUSEPPE ZEPPEGNO

Postumano come progetto?

FRANCO VACCARI

I social network e le relazioni personali

MAURIZIO FAGGIONI

Tecniche e fine vita

DOCUMENTAZIONE: Origini e realtà della tecnologia (Simone Morandini)

Teologia e tecnologia: suggestioni cinematografiche (Andrea Bigalli)

Invito alla lettura (Diego Santimone)

In libreria

 

 La tecnica non è mai solo tecnica

«L’umanità è entrata in una nuova era in cui la potenza della tecnologia ci pone di fronte a un bivio» (Laudato si’, n. 102). Con queste parole papa Francesco richiama l’attenzione sul ruolo sempre più rilevante assunto dalla tecnologia nel mondo odierno, ricordando che le sue conquiste hanno segnato una svolta epocale nella storia; al tempo stesso, però, il pontefice segnala l’urgenza di una riflessione sulla “potenza della tecnologia”, vale a dire sulla sua capacità di influenzare tutti gli ambiti dell’attività umana. Papa Francesco traccia un “parallelismo basilare”: «L’indiscutibile beneficio che l’umanità potrà trarre dal progresso tecnologico dipenderà dalla misura in cui le nuove possibilità a disposizione saranno usate in maniera etica»1. Il richiamo è quanto mai opportuno: nelle società moderne, la tecnologia è l’ambiente della vita quotidiana, al punto che la progressiva tecnicizzazione della vita individuale e collettiva è sempre più percepita e vissuta come una realtà “naturale”. La tecnologia rappresenta il volto visibile e concreto del progresso: le sue conquiste hanno contribuito allo sviluppo dell’umanità, liberando risorse e opportunità come mai si era
verificato prima. È facile intuire, però, che la tecnologia è foriera non solo di luci, ma anche di ombre. Le grandi capacità che lo sviluppo della tecnica mette nelle mani dell’uomo hanno sortito risultati non sempre in linea con le attese, mentre in diversi casi le applicazioni sono state asservite a interessi diversi dalla ricerca del bene degli individui o della società. Oltre a ciò, gli studiosi segnalano con preoccupazione «il sorgere nella coscienza collettiva di un affidamento fiduciale e sempre più incondizionato alle analisi fatte dagli strumenti automatici»
2. Ne è prova la tendenza ad affidare a macchine sempre più sofisticate operazioni e decisioni riguardanti la stessa vita umana (diagnosi di malattie, interventi chirurgici eseguiti da robot, gestione di sistemi di controllo e di sicurezza, ecc.). La diffusione del digitale e dell’informatica hanno impresso un’ulteriore accelerazione al processo di tecnologizzazione, ma senza che a ciò corrispondesse una riflessione etica che ne accompagni lo sviluppo, orientandolo secondo un progetto di società a servizio della dignità della persona umana e del bene comune. Come credenti o semplicemente come persone attente ai mutamenti sociali non possiamo assumere un atteggiamento passivo nei confronti dello sviluppo tecnologico e dei suoi contenuti antropologici e valoriali; si pone quindi la necessità di valutare il ruolo e il contributo dell’innovazione tecnologica affinché contribuisca a generare un autentico sviluppo umano. Nei consessi internazionali più autorevoli, gli attori importanti nei vari ambiti delle scienze applicate (tecnologia, robotica, cyber-sicurezza, ecc.) dialogano con la filosofia, l’etica e la teologia morale per «raggiungere dei criteri e dei parametri etici di base, capaci di fornire orientamenti sulle risposte ai problemi etici sollevati dall’uso pervasivo delle tecnologie».
Anche «CredereOggi» entra nel dibattito. Senza alcuna pretesa di esaustività, la rivista intende offrire il proprio contribuito a un nuovo discernimento nei confronti della tecnica e della progressiva tecnologizzazione della vita. In conformità allo stile della rivista, la via è quella del dialogo tra diverse competenze: scienze empiriche, filosofia, teologia. Non potrebbe essere diversamente, dal momento che la tecnologia è una realtà articolata e pluridimensionale. Per lungo tempo si è pensato che l’artefatto tecnologico fosse una semplice estensione delle capacità umane, ma ben presto si è compreso che la questione era più complessa: la tecnologia possiede un potere di trasformazione che va oltre il risultato più immediato sulla materia. In altri termini, «la tecnica non è mai solo tecnica», secondo un’efficace espressione di Benedetto XVI nell’enciclica
Caritas in veritate (n. 69). Porre in relazione tecnologia e teologia significa privilegiare una prospettiva particolare nell’approccio allo sviluppo tecnologico, in cui il punto della riflessione sta non nell’individuare direttamente soluzioni tecniche, ma anzitutto nel far emergere la domanda critica sul senso dell’umano che l’innovazione tecnologica media e sulle modalità che possano garantire uno sviluppo umano autentico. L’approccio teologico alla tecnologia presuppone la considerazione dell’umano e della sua realtà costitutivamente culturale e “tecnica”. Numerosi gli interrogativi che emergono e con i quali la teologia deve confrontarsi, soprattutto nel contesto odierno, profondamente segnato dalla presenza sempre più pervasiva della tecnica. Su questi aspetti riflette Simone Morandini, Umani, cioè tecnici. Uno sguardo antropologico. La narrazione bilica conosce il legame tra tecnica e sapienza, tra sapere e teologia, tra arte e mestieri. A partire dal campo semantico téchne e passando per l’analisi di alcuni testi, Sebastiano Pinto, La tecnica. Uno sguardo biblico, traccia un profilo dell’uomo in quanto essere chiamato a usare con sapienza le proprie risorse intellettuali e pratiche.
La tecnica può perdere il proprio carattere di mezzo per divenire fine e misura di ogni sapere e potere. Il “rischioso gioco della tecnocrazia” può minacciare la dignità umana e rappresentare un pericolo per la stessa sopravvivenza del pianeta. Di fronte ai nuovi scenari che l’impiego della tecnologia dischiude, la teologia è chiamata a una riflessione attenta al fine di governarne le potenzialità e orientarle al bene. È quanto sostiene lo studio di
Giovanni Del Missier, La tecnica e l’umano: playing god. Paolo Floretta, La rete ci forma?, si interroga sulla qualità umanizzante degli ambienti tecnologici e sugli aspetti non sempre positivi dell’uso della rete e delle nuove tecnologie. La riflessione non si ferma ai soli aspetti critici, ma riconosce agli ambienti tecnologici il carattere di loci theologici, da comprendere e abitare in ascolto dello Spirito. Ha senso l’esistenza di un blog teologico? A quali condizioni svolge un servizio ecclesiale? Ma, soprattutto, può promuovere una reale comunicazione generativa? Il blog dell’«Associazione teologica italiana per lo studio della morale» è l’esperienza a partire dalla quale si cerca di cogliere le luci e le ombre del rapporto tra riflessione teologica e nuovi media. È questo il contributo offerto dallo studio di Gaia De Vecchi, Teobloggers. «Moralia»: un’esperienza sul campo. Alcune correnti di pensiero ipotizzano (e auspicano) la creazione di una nuova specie umana “migliorata” grazie alla tecnologia. Si tratta di un variegato movimento culturale, detto genericamente “postumano” che è stato anche definito “la filosofia del nostro tempo”. Un’accurata riflessione su questo nuovo modo di pensare al futuro dell’uomo è offerta dal contributo di Giuseppe Zeppegno, Postumano come progetto? La riflessione critica sul rapporto tra teologia e tecnologia non può ignorare l’impatto dei social network su una dimensione fondamentale dell’esperienza umana, quella delle relazioni. Cosa accade ai fruitori delle tecnologie digitali nell’atto di comunicare con una o più persone?
Vi è piena consapevolezza circa il loro potenziale? Su questi e altri aspetti si sofferma
Franco Vaccari, I social network e le relazioni personali. Anche la morte e il morire, esperienze ineluttabili, hanno a che fare con gli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. Si dischiudono nuove possibilità, ma anche problemi inediti che investono tutti i soggetti coinvolti, chiamati al difficile confronto con diverse modalità di intendere e vivere la fragilità umana. Sulle sfide poste dalle crescenti capacità tecnologiche nella fine della vita terrena riflette Maurizio Faggioni, Tecniche e fine vita. La Documentazione offre una duplice prospettiva. Simone Morandini riporta una riflessione di David F. Noble (1945-2010) sulle origini della tecnologia e due testi di papa Francesco sulla realtà della tecnica e la conseguente necessità di discernimento. Andrea Bigalli, invece, affronta la questione del rapporto tra teologia e tecnologia in alcune importanti opere cinematografiche. L’ Invito alla lettura, a cura di Diego Santimone, offre un’ampia rassegna bibliografica sui temi del fascicolo. Il contributo è prezioso, perché indica al lettore le opere più significative e aggiornate sulla riflessione teologica riguardante la tecnica e lo sviluppo tecnologico, che costituiscono uno dei tratti caratterizzanti della nostra epoca. Buona lettura.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025242
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Editoriale: Tra destino e destinazione

FRANCO GARELLI

Fine o compimento? La morte e il morire nell’opinione degli italiani

PATRIZIO ROTA SCALABRINI

Attesa e forme di compimento della vita. Una panoramica biblica

ALESSANDRO RAVANELLO

Il ritorno dei Novissimi nella riflessione teologica

GIOVANNI ANCONA

La visione religiosa popolare della vita oltre la morte alla prova del dogma

MAURIZIO ALIOTTA

Il discorso sui Novissimi in un contesto plasmato dalla scienza

FRANCESCO BRANCATO

Compimento dell’uomo e della storia nella parusia di Cristo

GIACOMO CANOBBIO

Destinati alla beatitudine. E il fallimento?

LUIGI GIRARDI

La memoria dei defunti nella celebrazione eucaristica

Invito alla lettura (Gianluigi Pasquale)

In libreria

Indice dell’annata 2019

 

Tra destino e destinazione

Il tempo del memento mori è ormai lontano, appartiene a un’altra epoca. Questo almeno secondo uno studio recente sull’atteggiamento degli italiani nei confronti del pensiero sulla morte e gli interrogativi di fondo sull’esistenza. Circa la metà della popolazione riflette sulla morte o sul morire solo saltuariamente, in occasione della perdita di persone care o di figure con un ruolo significativo nel proprio percorso di vita; l’altra metà si divide tra coloro che vi pensano spesso e quelli per i quali, invece, il tema esula dalle preoccupazioni ordinarie. Una situazione analoga si riscontra in merito al tema di questo fascicolo: i Novissimi, termine latino con cui nel linguaggio della teologia cristiana si indicano le quattro realtà definitive che attendono gli esseri umani: morte, giudizio, paradiso e inferno. Non si può dire che queste realtà siano oggetto di un diffuso oblio nella nostra cultura, si tratta però di una materia che assume sempre più i tratti di una realtà nebulosa, difficile da immaginare e da rappresentare. Anche tra i credenti regna spesso l’incertezza su cosa vi sia dopo la morte e non mancano dubbi sulla credenza che ogni uomo risorgerà alla fine dei tempi, sul fatto che la storia umana si concluderà con un giudizio finale e se vi siano o meno il paradiso e l’inferno. Tutto ciò influisce sul modo in cui i credenti affrontano la morte e l’uscita di scena dalla vita terrena, ma anche su come essi vivono l’esistenza quotidiana e definiscono gli orientamenti di fondo che ispirano le grandi scelte della vita. La riflessione teologica si è interrogata sulla destinazione definitiva dell’uomo e il trattato De novissimis ne è la risposta. All’indagine storica, però, non sfugge, come nel corso del tempo, questa dottrina abbia conosciuto alterne fortune: dopo un lungo periodo di consenso, in cui l’orizzonte della vita eterna era percepito come “naturale” e i Novissimi erano tra i motivi più ricorrenti nella catechesi e nella predicazione, da più parti cominciarono a sorgere obiezioni e il discorso sulla condizione finale dell’uomo si ritrovò, almeno in certa misura, ai margini del dibattito teologico. Diversi i fattori che hanno contribuito a mettere in discussione la dottrina sulle «cose ultime»: l’affermarsi nella sensibilità comune della mentalità scientifica che guarda con sospetto a tutto ciò che non supera il vaglio dei metodi sperimentali; l’inadeguatezza di certe descrizioni dell’aldilà mediante rappresentazioni fisico-cosmologiche ritenute ormai “ingenue”; in un mondo provato dallo scandalo del male, la resistenza psicologica da parte dell’uomo contemporaneo al pensiero di un aldilà come luogo di pene e tormenti (Alessandro Ravanello). Ciò spiega, almeno in parte, il fatto che il rinnovamento teologico del Novecento abbia dimostrato una certa reticenza nel suo discorso sui Novissimi. Il mutato contesto culturale, però, non rende obsoleto o superfluo il discorso sulle realtà ultime, ma può (e deve) rappresentare uno stimolo ad articolare diversamente la riflessione. In questa prospettiva, si comprende il fascicolo monografico di «CredereOggi» sul tema dei Novissimi, in cui si tenta di raccogliere le provocazioni della contemporaneità, soprattutto quelle che maggiormente invitano a un ripensamento circa il modo di comprendere e comunicare la riflessione cristiana sulla condizione finale dell’uomo dopo la morte. La scelta non è estemporanea, ma si pone volutamente in sintonia con una tendenza che si può descrivere
con le parole del titolo di un contributo del fascicolo: «Il ritorno dei
Novissimi nella riflessione teologica». La posta in gioco è alta: non si tratta soltanto di restituire all’escatologia il posto d’onore che le compete nella costellazione delle discipline teologiche, ma anche di salvaguardare l’identità umana e la sua specificità, messa in discussione da coloro che teorizzano la fine dell’eccezione umana rispetto agli altri esseri viventi. Rispetto a tutte le altre specie, infatti, l’uomo si distingue per la domanda circa il suo destino (o la sua destinazione) e la continua ricerca di risposte plausibili ai grandi interrogativi della vita e di ciò che viene dopo. Oltre a questo, è oggi più che mai necessario cogliere la singolarità della fede cristiana e del suo messaggio sulle realtà ultime dell’uomo, in un tempo in cui la scienza propone, quasi senza contradditorio, il proprio paradigma interpretativo dell’umano e del reale, e nel quale forme emergenti di spiritualità (basta pensare al mondo New Age) diffondono risposte che raccolgono l’adesione anche di non pochi credenti, confusi e incerti. Il tema della morte e del morire occupa uno spazio rilevante nel dibattito pubblico, eppure l’argomento non è al centro dell’agenda degli istituti demoscopici o dell’interesse dei ricercatori sociali. A fronte di questa carenza conoscitiva si pone lo studio di Franco Garelli, Fine o compimento? La morte e il morire nell’opinione degli italiani. L’uomo biblico è stretto tra l’esperienza dell’incompiutezza e dell’indigenza e l’attesa del compimento del proprio desiderio. Il compimento sperato assume diverse forme: alcune sono centrate su aspettative intraterrene, mentre altre rivolte al superamento della dimensione terrena e contemplano la prospettiva di una vita dopo la morte. Sulle attese dell’uomo biblico riflette Patrizio Rota Scalabrini, Attesa e forma di compimento della vita. Una panoramica biblica. Il tema dei Novissimi non può essere ignorato né sottovalutato dalla riflessione teologica, perché chiama in causa la difesa dell’identità umana, la singolarità della fede cristiana e il senso dell’impegno del credente
per questa terra e in questa storia. Si tratta, piuttosto, di affrontare il discorso con un nuovo linguaggio, prestando attenzione alle esperienze antropologiche fondamentali. È quanto suggerisce
Alessandro Ravanello, Il ritorno dei Novissimi nella riflessione teologica. L’insegnamento dogmatico e la visione popolare circa l’esistenza di una vita dopo la morte si pongono talvolta in dissonanza. Mettere a fuoco i punti problematici e le ragioni di queste differenze è oggi più che mai necessario al fine di elaborare una «pedagogia di evangelizzazione» della visione popolare, in cui siano coinvolte la liturgia, la catechesi e la predicazione. Su questa linea si pone il contributo di Giovanni Ancona, La visione religiosa popolare della vita oltre la morte alla prova del dogma. Dopo il concilio Vaticano II, il discorso sulle realtà ultime (morte, giudizio, paradiso, inferno) ha conosciuto non pochi mutamenti. Trasformazioni culturali e nuove prospettive di analisi richiedono una diversa articolazione della riflessione teologica su questi temi. In modo particolare, le recenti acquisizioni scientifiche hanno prodotto un cambiamento antropologico che pone in questione un certo modo di intendere e proporre l’insegnamento magisteriale sulle questioni “ultime”. Su queste nuove sfide offre una riflessione Maurizio Aliotta, Il discorso sui Novissimi in un contesto plasmato dalla scienza. La chiesa annuncia Cristo morto e risorto e attende la sua venuta finale nella gloria. L’attesa della parusia era molto viva nelle comunità cristiane delle origini, mentre oggi la questione si pone in termini diversi. La riflessione sui Novissimi è in stretto rapporto con l’attesa del ritorno di Cristo, il lievito dell’attesa vigilante e attiva della chiesa, come suggerisce Francesco Brancato, Compimento dell’uomo e della storia nella parusia di Cristo. Il riferimento alle realtà ultime è da intendere non solo come «destino » che determina la vita delle persone, ma anzitutto come «destinazione » alla beatitudine. Se questa è la disposizione di Dio per tutti gli esseri umani, si pone il problema dell’inferno, ossia la possibilità del fallimento della destinazione. Su queste e altre delicate questioni offre il suo contributo di riflessione Giacomo Canobbio, Destinati alla beatitudine. E il fallimento? Il ricordo dei defunti ha un posto stabile nella preghiera eucaristica. Storicamente, questa memoria si è espressa in modalità diverse, ispirate da una certa visione dell’aldilà e dalla percezione della propria indegnità e colpevolezza. La revisione della teologia dei Novissimi e un contesto socio-culturale sempre più sbilanciato sull’aldiquà, però, hanno modificato il modo di vivere la morte e anche di conservarne la memoria. Sul significato del ricordo dei defunti in ambito liturgico si occupa lo studio di Luigi Girardi, La memoria dei defunti nella celebrazione eucaristica. L’ Invito alla lettura, a cura di Gianluigi Pasquale, offre una rassegna bibliografica “ragionata”, segnalando le opere più significative sui Novissimi, tema che la riflessione teologica ha approfondito con numerosi contributi. Al lettore è proposto un percorso attraverso la ricerca più autorevole, con preziose indicazioni sulle caratteristiche peculiari delle opere segnalate. *** Il fascicolo chiude le pubblicazioni del 2019. Come sempre, in questa circostanza, il primo pensiero e la nostra gratitudine va a voi lettori, che anche quest’anno avete condiviso il percorso della rivista, accompagnandolo con la vostra fedeltà e con le numerose testimonianze di apprezzamento per il lavoro compiuto. Ed è sempre a voi, cari lettori, che ci rivolgiamo all’approssimarsi di un traguardo importante: il quarantesimo di «CredereOggi» (1980-2020). Insieme vogliamo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito al conseguimento di questo risultato, un’opera che si può definire “sinodale”, frutto cioè di
“un cammino fatto insieme”, da compagni di viaggio che con passione e competenza si sono posti a servizio della comunità ecclesiale, per la crescita nella fede e nell’intelligenza delle cose di Dio e dell’uomo. Dopo quarant’anni il cammino che attende «CredereOggi» è tutt’altro che concluso: vi chiediamo ancora di sostenerci,
sottoscrivendo l’abbonamento per il 2020 e facendo conoscere la rivista. Sarà così possibile proseguire nel nostro impegno di riflessione e «divulgazione» dei risultati più significativi della ricerca teologica.

Buona lettura.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
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Ean: 2484300024580
Prezzo: € 6.75

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Editoriale

Il volto della chiesa che serve

Con la promulgazione della Costituzione sulla chiesa Lumen gentium (21 novembre 1964), i padri conciliari stabilirono che «il diaconato potrà in futuro essere ristabilito come grado proprio e permanente della gerarchia» (LG 29). Così, dopo secoli di oblio, nella chiesa d’Occidente riapparve la figura ministeriale del diaconato «permanente». Come si può facilmente immaginare, non si trattò di una decisione estemporanea, ma il frutto dell’articolata riflessione che aveva preceduto i lavori del concilio. Già alcune voci della ricerca teologica più autorevole ritenevano che «un ripristino del diaconato nella chiesa fosse senz’altro auspicabile e urgente» (Karl Rahner nel 1957). Ancor prima, verso gli anni Trenta del secolo scorso, in Germania il movimento «Caritas» sosteneva la reistituzione del diaconato permanente, mentre in Francia gli studi storici e teologici concordavano nel suggerire il recupero di una figura ministeriale e di una prassi attestate fin dai primi secoli. Oltre a ciò, alcuni teologi si erano già espressi a favore del ripristino della struttura tripartita del ministero ordinato, mentre appariva sempre più stretto il legame tra servizio liturgico e prassi caritativa. Anche dal mondo missionario – a motivo della penuria di sacerdoti e delle nuove emergenze sociali e pastorali –, vescovi e operatori pastorali ne sollecitavano il ripristino.

Da più parti, dunque, si erano levate voci in favore della reistituzione del diaconato, tuttavia, come osserva Serena Noceti nel suo contributo, «i padri conciliari non hanno voluto ripristinare una prassi del primo millennio, ma riconsiderare una figura ministeriale, che contribuisse al ripensamento complessivo del ministero ordinato e che fosse rispondente ai mutati bisogni pastorali». Se un grande passo era stato compiuto, molto però restava da fare. Su diverse questioni non vi era ancora piena chiarezza: ad esempio, l’identità e lo specifico del diaconato nel mutato contesto sociale ed ecclesiale; il rapporto tra la sacramentalità del diaconato e la sua natura “laicale” e, ancora, la formazione e la condizione di vita del diacono permanente in rapporto alla scelta celibataria o matrimoniale. Anche riguardo alle funzioni dei diaconi coesistevano opinioni diverse: alcuni pensavano a un “collaboratore” del presbitero sempre più oberato di compiti amministrativi; altri individuavano come principale ambito “operativo” del diacono il suo impegno nel mondo; per altri ancora, il raggio d’azione del diacono doveva essere più ampio e spaziare dall’impegno caritativo e sociale alla catechesi, fino all’animazione di comunità cristiane in assenza di presbitero e alla sua funzione nella liturgia (matrimoni, battesimi ed esequie). Per un quadro teologico più organico e sistematico bisognò attendere l’opera collettiva Diaconia in Christo, a cura di Karl Rahner e Herbert Vorgrimler (Freiburg 1962), voluto dall’episcopato tedesco in vista del concilio, allo scopo di sostenere la richiesta del ripristino del diaconato. Il concilio dedicò molta attenzione alla questione: tre delle dieci commissioni che operarono nella fase preparatoria si interessarono al diaconato, auspicandone il ripristino. Si fronteggiarono due schieramenti opposti: l’uno decisamente contrario alla reviviscenza del diaconato, l’altro invece favorevole. Il concilio si pronunciò a favore di quest’ultima linea, inaugurando una nuova stagione ecclesiale caratterizzata dall’apporto della “nuova” figura ministeriale.

Ripristinando il diaconato, il concilio non intendeva semplicemente replicare una figura antica, bensì ripensare una figura ministeriale adeguata all’oggi, che fosse in accordo sia con la tradizione sia con le mutate condizioni ecclesiali e pastorali. Come noto, riguardo al diaconato la stagione postconciliare è stata segnata da resistenze e rifiuti, insieme a una comprensione talvolta limitata e strumentale della novità in atto, anche se non sono mancate reali aperture che hanno trasformato l’azione pastorale della chiesa. Ormai a cinquant’anni dalle prime ordinazioni diaconali1, «CredereOggi » ritiene maturi i tempi per una riflessione su questa “rinata” figura ministeriale, la sua identità e la sua missione, nel tentativo di mettere in luce quanto è stato recepito dei desiderata dei padri conciliari, i nodi problematici tuttora irrisolti e soprattutto individuare il contributo dei diaconi alla crescita del popolo di Dio, in un contesto sociale e pastorale in continua evoluzione. L’approccio tiene conto di una pluralità di prospettive, non solo perché questo è lo stile della nostra rivista, ma perché sembra l’unica via da percorrere per comprendere la peculiare fisionomia del diaconato e del diacono, figura articolata e complessa, nel definire la quale entrano in gioco numerosi elementi. L’articolo di apertura offre uno sguardo panoramico sul diaconato, la sua collocazione nella chiesa italiana e alcuni dei rischi connessi alla sua ricezione, spessa contrassegnata da soluzioni di breve respiro, ripiegate sulle necessità più immediate. Il ripristino del diaconato offre, invece, la possibilità di immaginare un volto diverso della chiesa, più diaconale. Queste e altre suggestioni sono proposte da Luca Bressan, Il diaconato. Questioni aperte.

Il travagliato percorso storico del diaconato riserva non poche sorprese e permette di cogliere il carattere “profetico” della scelta compiuta dai padri conciliari che ne vollero con forza la rinascita, favorendo anche il sorgere di un nuovo modo di comprendere e vivere la diaconia della chiesa. È questo il contributo di Enzo Petrolino, Diaconi e diaconia. Una panoramica storica. Per comprendere la figura ministeriale del diaconato è imprescindibile il riferimento al concilio Vaticano II che ne ha deliberato in modo solenne il ripristino, dopo secoli dalla sua scomparsa. Diversi i testi in cui si parla della figura del diacono, delle sue relazioni fondamentali con il vescovo, i presbiteri e il popolo di Dio e delle sue funzioni nella vita ecclesiale. Un’articolata riflessione su questi aspetti è proposta da Serena Noceti, «De diaconis silere non possumus». I diaconi secondo il concilio Vaticano II. I testi e i segni racchiusi nei libri liturgici non riguardano solo la dimensione rituale, ma mettono in luce anche diversi aspetti dell’identità e della missione del diacono. In altri termini, il libro liturgico si rivela imprescindibile non solo per la celebrazione, ma anche per la vita, come ricorda nel suo contributo Manlio Sodi, Pensare il diaconato a partire dalla liturgia. A giudizio di Alphonse Borras, Il diaconato tra teoria e prassi, si può comprendere il diaconato, nel suo esercizio permanente, solo nel contesto della chiesa locale e della sua missione, e in stretto rapporto con gli altri ministeri, in primis il presbiterato. Secondo l’autore, il diaconato è ancora prigioniero di un’impropria considerazione “sacerdotale” che lascia in ombra alcune sue caratteristiche peculiari. Chi è il diacono? Di che cosa si occupa? Qual è la sua funzione? È un sostituto del prete o è un’altra cosa? A partire da un’indagine realizzata dall’Osservatorio socio-religioso Triveneto, è possibile parlare dei diaconi in modo induttivo, ricostruendo cioè l’esperienza concreta del diaconato in una chiesa diocesana particolare. È il contributo di

Monica Chilese, Input da un’indagine sul diaconato permanente realizzata nel Triveneto. L’articolo di Luca Garbinetto, La formazione dei diaconi in Italia si propone di segnalare al lettore i riferimenti fondamentali per comprendere gli itinerari formativi dei futuri diaconi nelle diocesi italiane. I documenti magisteriali sono il punto di partenza, ma un contributo prezioso proviene anche dalla ricca esperienza maturata nei decenni postconciliari dalla chiesa italiana. Oltre alla formazione iniziale, si insiste sui percorsi formativi successivi all’ordinazione, una formazione continua più che mai necessaria per una costante verifica del vissuto ministeriale. Non poteva mancare un contributo alla riflessione su una questione che vede impegnata la comunità ecclesiale, quella relativa al cosiddetto «diaconato femminile». Sullo stato della ricerca e sulle prospettive future offre un suo studio Cristina Simonelli, Donne diacono. Una singolare attualità. Nella Documentazione, Il servizio dei diaconi, Donata Horak commenta la lettera apostolica Omnium in mentem (26 ottobre 2009) di papa Benedetto XVI contenente una riformulazione dei canoni 1008-1009 del Codice di diritto canonico. I cambiamenti introdotti riflettono un modo peculiare di intendere il diaconato, soprattutto nel suo rapporto con gli altri gradi del ministero ordinato. Con l’Invito alla lettura, Enzo Petrolino consegna al lettore un’ampia rassegna bibliografica sul diaconato e alle varie questioni ad esso collegate, soprattutto quelle per le quali la discussione è ancora aperta. Si tratta di uno strumento prezioso che consente di approfondire la conoscenza di una figura ministeriale chiamata a offrire in misura sempre maggiore il proprio contributo nella vita della comunità ecclesiale. Buona lettura.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
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Ean: 2484300024221
Prezzo: € 6.75

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INDCE

 

Editoriale: Desiderio umano e divino 3-6

LUIGI BERZANO

L’incredibile bisogno di pregare. Forme di preghiera nel contesto

della quarta secolarizzazione 7-21

ALDO N. TERRIN

La preghiera come istinto religioso 23-43

SANDRO DALLE FRATTE

La preghiera: l’uomo parla a Dio o Dio si rivolge all’uomo? 45-60

LORIS DELLA PIETRA

I linguaggi della preghiera 61-74

MARIA VITTORIA CERUTTI

La crisi della preghiera nell’antichità greco-romana 75-93

VALERIO BORTOLIN (†)

L’efficacia intrinseca della preghiera in William James 95-108

JURI LEONI

La preghiera del Signore nei primi tre secoli del cristianesimo 109-122

LEONHARD LEHMANN

L’orazione di san Francesco sul Padre Nostro 123-136

Documentazione: Un respiro universale di preghiera

Il valore della preghiera umana (Raffaele Di Muro) 137-142

Invito alla lettura (Aldo N. Terrin - Raffaele Di Muro)

 

EDITORIALE

Desiderio umano e divino

Signore, insegnaci a pregare

(Lc 11,1)

La secolarizzazione e le ideologie non hanno annullato il bisogno di

spiritualità e contatto con Dio. Molti uomini e donne del nostro tempo

non trovano più solo nella razionalità, nella scienza o nella tecnologia

il senso della vita e dell’agire e si volgono con rinnovato interesse al

soprannaturale o alla trascendenza. Anche sulla scena mondiale, si

riaffacciano le religioni, con il loro peculiare alfabeto di regole e usanze,

sulle quali, forse con troppa fretta, si era invocato il de profundis.

A ben vedere, non potrebbe essere altrimenti, perché il rapporto con

il divino accompagna da sempre il percorso dell’umanità nella storia:

mutano le forme e lo stile attraverso cui si esprime, ma il desiderio (e il

bisogno) dello spirituale permane, anche se non manca mai la voce di

chi grida che «gli dèi hanno abbandonato il mondo» (Marcel Gauchet).

Con il presente fascicolo, «CredereOggi» offre il proprio contributo

alla riflessione su un aspetto che riguarda l’esperienza umana e spirituale

di milioni di persone e unisce come un sottile filo rosso le più diverse

espressioni cultuali e religiose: la preghiera, il medium con cui l’uomo
e la donna di ogni tempo e luogo tentano di mettersi in rapporto con

il mistero da cui si sentono avvolti.

La preghiera è una realtà primordiale e insieme uno dei tratti costitutivi

dell’ homo religiosus, «un istinto che esiste in fondo a ciascuno

di noi. E non è meno inesplicabile degli altri» (George Bernanos). Da

un punto di vista antropologico, osserva Aldo N. Terrin, «l’esperienza

della preghiera è una realtà naturale, come il respiro; comporta un’immediatezza

che non ha bisogno di riflessioni preliminari, in quanto

precede ogni pensiero: è un “proto-pensiero”». Se poi ci si pone in una

prospettiva teologica, il tema si amplia ulteriormente, facendosi ancor

più coinvolgente. In ambito cristiano, ad esempio, l’azione del pregare

si arricchisce di nuovi orizzonti di significato e trova la sua origine

nell’ascolto di Dio, che precede il nostro sforzo: prima della ricerca

umana, infatti, c’è la rivelazione di Dio che ha «alzato il velo» e si è

fatto conoscere all’uomo. Non a caso, Yhwh loda il giovane re Salomone

che aveva chiesto una cosa sola: il dono di un cuore in ascolto (1Re 3,9).

Lo aveva compreso anche Agostino: «Non lo cercheresti se egli non ti

avesse cercato per primo».

Non tutto, però, è semplice come sembra. A uno sguardo attento, la

preghiera suscita numerosi interrogativi che non possono essere ignorati,

soprattutto dai credenti più sensibili e avveduti, anche perché oggi la

comprensione del “fenomeno” si colloca all’interno di una religiosità

che non si identifica più necessariamente con le proposte offerte dalla

tradizione, in primis quella cristiana. Oltre a ciò, la preghiera è anzitutto

un’esperienza che “si vive”, ma non può mancare il momento della

riflessione. Essa è anche una realtà da conoscere e apprendere («Signore,

insegnaci a pregare»: Lc 11,1), nella consapevolezza delle difficoltà e

delle obiezioni che possono affiorare dentro e fuori il cuore dell’uomo.

È qui che si innesta l’apporto del fascicolo: senza alcuna pretesa di

esaustività (impossibile, considerata l’ampiezza del tema), si affronta

l’argomento della preghiera, muovendo da un approccio multidiscipli
nare, in cui ciascuno degli autori tratta un aspetto particolare, nell’intento

di offrire al lettore un quadro essenziale, ma comunque utile per

coglierne alcuni degli aspetti e delle dinamiche fondamentali.

Apre la riflessione il contributo di Luigi Berzano, L’incredibile

bisogno di pregare. Forme di preghiera nel contesto della quarta

secolarizzazione. Sebbene non manchino segnali contrastanti, secondo

la sociologia della religione, la preghiera continuerà anche in futuro,

proponendosi in nuove forme, perché essa dà un senso alla vita individuale

e comunitaria.

La preghiera è un istinto «originario» dell’homo religiosus, un

qualcosa di immediato e di esperienziale, attraverso cui si esprime

il riconoscimento del mondo come un tutto significativo in rapporto

al divino. Su questa prospettiva antropologica, offre il suo contributo

Aldo N. Terrin, La preghiera come istinto religioso.

Un diffuso antropologismo rinchiude l’uomo nell’esclusiva ricerca

di sé, anche nella preghiera. Si rende, dunque, necessario un cammino

di purificazione per fare verità nella relazione tra Dio e l’uomo, superando

i possibili ostacoli. È quanto sostiene Sandro Dalle Fratte,

La preghiera: l’uomo parla a Dio o Dio si rivolge all’uomo?

Preghiera e linguaggio è il binomio al centro della riflessione di

Loris Della Pietra, I linguaggi della preghiera. Non basta l’intenzione,

la preghiera deve essere detta e vissuta perché nel dire avviene

il dialogo tra l’orante e il destinatario della preghiera stessa. Secondo

l’autore occorre riscoprire la forza e il dinamismo del dire, come «luogo»

in cui si manifesta la tensione del soggetto verso il mondo e verso Dio.

Maria Vittoria Cerutti, La crisi della preghiera nell’antichità

greco-romana inquadra il tema della preghiera entro le coordinate

proprie del mondo greco e di quello romano, sotto il profilo storicoreligioso.

Ne emerge una riflessione sulla possibilità o impossibilità della

preghiera, e sui modelli del divino elaborati nella storia del pensiero

religioso greco-romano antico. [...] 



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
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Pagine:
Ean: 2484300024238
Prezzo: € 6.75

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INDICE

 

Editoriale: La riflessione continua 3-7

ROBERTO TAMANTI

A cinquant’anni da Humanae vitae: continuità e novità 9-24

LUISA E PAOLO BENCIOLINI

La ricezione di Humanae vitae tra il popolo di Dio 25-39

RAMÓN LUCAS LUCAS

A cinquant’anni dall’Humanae vitae: la questione antropologica

rimane aperta 41-59

PIETRO COGNATO

Significato unitivo e generativo dell’amore coniugale.

Per un’etica della responsabilità 61-76

STEFANO ZAMBONI

Il magistero per il discernimento: Humanae vitae e Amoris laetitia 77-94

NADIA TOSCHI VESPASIANI

«Sub luce Evangelii et humanae experientiae». La ricezione

di Humanae vitae in alcuni manuali di teologia morale 95-128

ANTONIO GIRALDO FIDALGO

Humanae vitae. Approccio in prospettiva latinoamericana 129-142

LUCIA VANTINI

Asimmetria tra maternità e paternità.

Riflessioni a partire dall’Humanae vitae 143-154

Documentazione: «Amore coniugale e rinnovamento conciliare» -

«L’amore fecondo e responsabile» - «La sessualità

umana nella Humanae vitae» (Roberto Tamanti)

 

 

EDITORIALE

 

La riflessione continua

Non solo una ricorrenza formale. A cinquant’anni dalla sua pubblicazione

da parte di Paolo VI (25 luglio 1968), la lettera enciclica

Humanae vitae sul gravissimo dovere di trasmettere la vita umana

continua a far discutere. Dopo una gestazione lunga e complessa,

l’enciclica fu accolta all’insegna della critica. Fin dai suoi primi passi,

infatti, il cammino di ricezione di Humanae vitae è stato tutt’altro che

lineare: contestazioni, polemiche, distinguo su numerosi punti, insieme

a prese di distanza anche da parte di alcuni episcopati nazionali. Nata

come riflessione sui principi fondamentali riguardanti il matrimonio e

la procreazione, l’enciclica si trasformò ben presto in «segno di contraddizione

», vero e proprio terreno di scontro tra chi ne affermava il valore

profetico e coloro invece che ne denunciavano i limiti e le incongruenze.

Il contesto culturale in cui fu proposta – gli albori della contestazione

del Sessantotto – non favorì l’accoglienza serena ed equilibrata di un

documento che affrontava un tema controverso, ma decisivo per il futuro

dell’umanità.

In ambito pastorale, la situazione si è rivelata altrettanto problematica,

facendo registrare in molti casi un evidente scollamento tra le

indicazioni del magistero e la vita concreta dei fedeli, chiamati alla

trasmissione della vita nel contesto familiare cristiano, ma spesso lontani
o ignari dello spirito più autentico di
Humanae vitae. Alcuni commentatori

hanno parlato anche di uno «scisma sommerso» all’interno della

chiesa cattolica o almeno in alcuni suoi settori, critici verso i contenuti

specifici dell’Humanae vitae (ad esempio, la ribadita immoralità

dell’uso degli anticoncezionali e il ricorso esclusivo ai metodi naturali),

come sull’opportunità di un intervento magisteriale su una questione

per la quale non sembrava essere in gioco la relazione immediata con

Dio. Cinquant’anni dopo, molte cose sono cambiate: mutamenti profondi

e imprevedibili hanno investito tutti gli ambiti della vita umana,

dal piano sociale e culturale a quello economico, politico e tecnologico.

La stessa chiesa e la teologia hanno compiuto un lungo cammino

dopo Humanae vitae: sui temi affrontati dall’enciclica, vi sono stati

ulteriori interventi del magistero, fino all’ultimo in ordine di tempo,

l’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco, che pur non

trattando in modo specifico della procreazione della coppia colloca la

riflessione su questo tema a partire da un approccio nuovo alla teologia

e alla pastorale della famiglia.

In occasione di questo importante anniversario, la nostra rivista

offre una riflessione articolata e multidisciplinare, in cui si mettono

a fuoco alcuni dei punti nevralgici che hanno segnato il dibattito su

Humanae vitae, insieme a una lettura che colloca l’enciclica nel contesto

odierno, caratterizzato da dinamiche ecclesiali e sociali con un

impatto molto diverso rispetto al tempo della sua pubblicazione, come

ad esempio il diverso ruolo assunto dalle donne e il notevole sviluppo

delle scienze nel campo del dominio dei processi naturali. La riflessione

si sofferma anche sull’insegnamento di Humanae vitae per il futuro,

segnalando sfide, opportunità e possibili evoluzioni.

È l’auspicio di Benedetto XVI nel quarto decennale dell’enciclica:

«Quanto era vero ieri, rimane vero anche oggi, […] ma la chiesa

non può esonerarsi dal riflettere in maniera sempre nuova e appro
fondita sui principi fondamentali che riguardano il matrimonio e la

procreazione»1.

Il primo contributo intitolato A cinquant’anni da Humanae vitae:

continuità e novità è di Roberto Tamanti. Si tratta di un bilancio

su questo testo magisteriale, alla ricerca delle acquisizioni ormai «definitive

» della dottrina sulla teologia del matrimonio e la sua finalità

procreativa, insieme alla riflessione su alcuni aspetti ancora oggetto di

dibattito.

Dall’esperienza maturata presso un consultorio familiare, proviene

il contributo di Luisa e Paolo Benciolini, La ricezione di Humanae

vitae tra il popolo di Dio. Due i momenti nella vita ecclesiale presi

in esame: gli anni immediatamente precedenti e successivi all’Humanae

vitae (1968) e la fase preparatoria al primo dei due sinodi sulla

famiglia (2014).

Humanae vitae non pone solo questioni morali e pastorali, ma

anche e soprattutto antropologiche. In questa prospettiva, per alcuni

commentatori l’enciclica ha rappresentato un’involuzione antropologica

rispetto alla linea personalista del concilio Vaticano II, mentre per altri

vi si troverebbero problematiche ormai superate. Di diverso avviso

è Ramón Lucas Lucas, A cinquant’anni dall’Humanae vitae: la

questione antropologica rimane aperta.

La riflessione sul significato dell’amore coniugale rappresenta sicuramente

uno dei contributi più significativi di Humanae vitae. Nel

suo articolo: Significato unitivo e generativo dell’amore coniugale.

Per un’etica della responsabilità, Pietro Cognato entra nel vivo del

dibattito e propone un approccio fenomenologico-analitico come via per

rendere comprensibile la verità dell’amore coniugale, individuandone

gli addentellati con la fede cristiana. [...]



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
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Ean: 2484300024269
Prezzo: € 6.75

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INDICE

 Editoriale: Dalla proscrizione al discernimento 3-7

CRISTINA SIMONELLI

Eresia: all’incrocio di molte vie 9-22

GABRIELE BOCCACCINI

Eresia? Una prospettiva ebraica 23-39

PASQUALE BASTA

L’Evangelo quadriforme come forma dell’ortodossia 41-54

PIERO STEFANI

Gesù eretico 55-67

WALTER MAGNONI

Eresie. Non solo idee 68-80

CRISTINA SIMONELLI

Evidentemente eretici. Procedimenti di costruzione dell’altro 81-92

SIMONE MORANDINI

Il dialogo ecumenico: decostruire «eresia»? 93-108

LUCIA VANTINI

Sospettare nel bene e nel male 109-121

Documentazione: Logiche escludenti (Cristina Simonelli) 123-130

Invito alla lettura (Aleksander Horowski) 131-139

 

EDITORIALE

Dalla proscrizione al discernimento

In necessariis unitas,

in dubiis libertas,

in omnibus caritas.

Eresia è un termine che evoca antiche controversie dottrinali, contrapposizioni

che hanno segnato il cammino del pensiero cristiano, già

a partire dai primi secoli. La storia ci ha consegnato figure eminenti

che in nome della fedeltà alla vera fede hanno accettato lo scontro con

coloro che la negavano o la mettevano in dubbio, giungendo anche

a subire la persecuzione, l’esilio, addirittura la morte. Ma quello di

«eretico» è anche l’epiteto con cui, in modo semplicistico e sbrigativo, si

è qualificato l’avversario di turno. Non soltanto, dunque, la custodia

dei significati evangelici, di ciò che è essenziale e irrinunciabile, ma

anche uno spauracchio da agitare per mettere a tacere voci scomode o

semplicemente non allineate con il pensiero dominante.
Il termine ha diversi significati. Nel pensiero greco-ellenistico,
hairesis

indicava scelta, scuola di pensiero, via specifica di sapienza, ma

anche opzione pratica, percorso di vita. Nel mondo giudaico, secondo

la testimonianza di Giuseppe Flavio, il termine designava invece i

partiti o i movimenti (esseni, farisei, sadducei) che caratterizzavano il

panorama religioso al tempo di Gesù (I secolo d.C.). Assente nei vangeli,

il termine «eresia» compare negli Atti degli Apostoli (5,17; 26,5), ma

è soprattutto a partire dall’epistolario paolino che assume una connotazione

negativa, come fattore divisivo nella comunità cristiana (1Cor

11,18-19; Gal 5,20). Nella Lettera a Tito (3,9-11) e nella seconda

Lettera di Pietro (2,1), il termine «eresia» assunse, invece, il significato

di deviazione perniciosa del pensiero. Con questa nuova accezione ebbe

inizio una copiosa letteratura antieretica, come testimoniato, ad esempio,

dalle opere di Giustino (Trattato contro tutte le eresie), Ireneo

(Esposizione e confutazione della falsa gnosi [noto come Adversus

haereses]), Tertulliano (La prescrizione contro gli eretici), ecc.

È ancora questa l’idea prevalente nella mentalità odierna: l’eresia

intesa come «deviazione dottrinale», in contrapposizione a un nucleo

essenziale, rappresentato da ciò che è ritenuto come ortodossia. La ricerca,

tuttavia, ha evidenziato una realtà più complessa e articolata.

A lungo si è ritenuto che all’origine del fenomeno, prima ci fosse l’ortodossia,

da cui solo in un secondo momento, come deviazione colpevole

o deliberata, si sarebbe distaccata l’eresia. Il tradizionale modello

«luce-ombra» (precedenza della retta dottrina che di riflesso porta con

sé la denuncia dell’errore) fu criticato da Walter Bauer (1934), il quale

interpretò l’eresia come un fenomeno complesso nel quale intervengono

più fattori, anche se non dello stesso valore o peso (cf. Cristina Simonelli).

L’osservazione dello studioso tedesco fece comprendere che di fronte

all’eresia occorre muoversi con intelligenza evangelica, con capacità

critica, con attitudine ermeneutica o detto altrimenti con profondo

discernimento.
Non di rado invece si è affrontata la questione dell’eresia ricorrendo

a indebite semplificazioni. Ciò è accaduto nell’antichità, ma anche,

per motivi diversi, in epoca moderna e contemporanea, dove – alla luce

della cultura del sospetto – il fenomeno è stato archiviato come operazione

ideologica, compiuta dalle strutture ecclesiastiche, interessate unicamente

ad affermare il proprio potere. Come ha ricordato Giovanni

Paolo II, in occasione del grande giubileo dell’anno 2000, la storia ha

registrato anche violenze pubbliche nella lotta contro le eresie. D’altro

canto, però, non sono mancati esempi positivi, se non illuminanti, come

nel caso del processo che ha portato alla formazione del canone delle

Scritture. Riguardo ai vangeli, il processo è stato «plurale, inclusivo,

ma non equivoco» (Cristina Simonelli), salvaguardando l’originalità

di ogni vangelo, senza mettere in secondo piano l’eccedenza dell’evento

Cristo rispetto alle testimonianze dei singoli autori.

Discernimento è allora la parola chiave: si tratta di allargare lo

sguardo su molteplici piani e considerare la vita cristiana nel suo insieme,

senza respingere le domande né l’interrogazione costante, nella

consapevolezza del carattere provvisorio e perfettibile delle formule e

delle regole. È quanto insegnato da Tommaso d’Aquino per il quale

l’atto della fede non è rivolto agli enunciati, ma alla realtà creduta2.

Ed è quanto si propone il presente fascicolo: presentare una riflessione

ampia e articolata sull’eresia, tema da non rubricare semplicemente

come retaggio del passato, ma che richiede un approccio attento alla

complessità, investigando non solo sulle forme che essa ha assunto nel

corso dei secoli, ma cercando anche di comprenderne le cause profonde

e le declinazioni nel contesto culturale ed ecclesiale dei nostri giorni. [...] 



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300024252
Prezzo: € 6.75

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INDICE

Editoriale: Denaro, dimensione spirituale e sostenibilità 3-7

ALESSANDRA SMERILLI

Di cosa vive la chiesa oggi: tra teologia, pastorale e sostenibilità 9-24

ENNIO APECITI

La storia del «sovvenire» letta in parallelo con la storia della chiesa

nel fondamento della parola di Dio 25-40

GIUSEPPE DE VIRGILIO

Paolo e la sostenibilità economica delle «sue» comunità 41-55

ITALO DE SANDRE

Chiesa, denaro, solidarietà: intenzioni e responsabilità 57-70

GIULIO CARPI

La raccolta di fondi come evangelizzazione: il fundraising 71-83

GIOVANNI DALPIAZ

Crescita e declino nella presenza sociale degli istituti di vita consacrata 84-96

MARTÍN CARBAJO NÚÑEZ

Sostenibilità economica della famiglia francescana 97-114

VANNA CERETTA - GABRIELE PIPINATO

La gestione economica, luogo di annuncio credibile 115-131

Documentazione: Bilancio: comunicazione e trasparenza

(Vanna Ceretta - Germano Scaglioni) 133-139

Invito alla lettura (Oreste Bazzichi) 141-150

 

EDITORIALE

Denaro,

dimensione spirituale e sostenibilità

Il mondo oggi non richiede alla comunità ecclesiale di non avere

beni, ma di gestirli nella trasparenza, nel rispetto delle leggi e a servizio

delle diverse forme di povertà. È anche quanto sostiene papa Francesco:

«La trasparente e professionale gestione delle risorse economiche è

immagine di una vera famiglia che cammina nella corresponsabilità

e solidarietà tra i suoi membri e con i poveri»1. Come dimostra la

cronaca, la gestione dei beni è un banco di prova per la chiesa, chiamata

a testimoniare il Vangelo anche nell’amministrazione economica,

consapevole che si tratta non di una questione marginale, ma di un

vero e proprio luogo di annuncio e di verifica della propria credibilità.

Nulla di nuovo. Il primo dissidio all’interno della comunità cristiana

negli Atti degli Apostoli non fu di ordine dottrinale, ma di

carattere economico, come ricorda la vicenda di Anania e Saffìra (At

5,1-11). La fede in Gesù Cristo e l’annuncio del Vangelo furono gli

elementi distintivi della comunità di Gerusalemme, ma ben presto i
primi cristiani impararono che non era possibile ignorare la dimensione

economica, in concreto l’attenzione alla comunione dei beni, senza che

ciò generasse disagi e tensioni (l’assistenza quotidiana alle vedove di

lingua greca: At 6,1-2).

Non basta dunque offrire “servizi spirituali”, operare in gratuità o

essere animati da nobili intenzioni: sono necessarie trasparenza e ragionevolezza

nel legare mezzi e fini, rendendo conto delle proprie scelte,

delle azioni concrete e dei risultati ottenuti. Solo così potrà nascere e

consolidarsi una cultura della corresponsabilità e della fiducia verso gli

organismi che agiscono nella chiesa o a suo nome, soprattutto quando

sono in gioco la solidarietà e la carità cristiana.

Talvolta in ambito ecclesiale (ma non solo), sul denaro e l’economia

prevalgono invece giudizi morali generici e superficiali che ignorano le

dinamiche etiche e comunicative dell’agire economico: nel modo in cui

si dispone concretamente dei beni si producono messaggi non verbali

che pesano, segnali forti rispetto ai quali le spiegazioni verbali possono

risultare superflue, e spesso non essere nemmeno credute (cf. Italo De

Sandre). Nella prassi ordinaria della chiesa questi aspetti rimangono

in gran parte non esplicitati, non chiariti, pensando che si tratti di

questioni di competenza delle autorità canoniche o dei soli addetti ai

lavori, tenuti peraltro al segreto d’ufficio.

La questione non riguarda solo i “vertici”. Tra i fedeli il senso di

appartenenza è spesso fragile e i rapporti con l’istituzione ecclesiastica,

ad esempio la parrocchia, sono spesso on demand, cioè limitati a una

prestazione da richiedere (la celebrazione di una messa, un battesimo,

un funerale, ecc.). Il riconoscimento di far parte di un “noi” concreto,

una comunità precisa, solo in rari casi si traduce in corresponsabilità

che preveda la partecipazione ai costi e ai benefici di ciò che la comunità

è o fa. Alcuni vescovi e parroci hanno avviato processi di condivisione

nel progettare, decidere, realizzare e valutare le azioni pastorali,

ma non si tratta ancora di una prassi diffusa: laddove, però, questo è
avvenuto, sembra che l’atteggiamento della comunità ecclesiale abbia

iniziato a mutare, prendendo coscienza di un nuovo modo di percepire

e vivere l’esperienza della fede in senso più comunitario.

La scarsa trasparenza delle organizzazioni ecclesiastiche, unita alla

prassi impersonale di sostegno delle confessioni religiose in Italia, ha

contribuito invece alla creazione di una distanza non facile da superare,

nonostante i progressi da parte degli organi competenti (ad esempio,

la comunicazione della Conferenza episcopale italiana in merito alla

gestione del gettito derivante dall’ottoxmille). La sfida consiste nel tener

insieme gli ideali, la gratuità e la sostenibilità. In altre parole, si

tratta di realizzare la propria missione, crescendo e sviluppandosi senza

soffocare le motivazioni ideali. Non è semplice, ma neppure impossibile:

armonizzare sostenibilità e fedeltà ai propri ideali richiede uno

sguardo ampio che abbia ben chiara la meta cui tendere, con un’idea

sullo sviluppo delle opere, senza snaturare elementi fondamentali come

la gratuità e l’attenzione ai più poveri.

La rivista dedica questo fascicolo monografico alla sostenibilità economica

della chiesa, nella convinzione che riflettere sul rapporto tra

denaro-economia e vita quotidiana della chiesa sia un impegno non

più dilazionabile, ma da affrontare con intelligenza evangelica, capacità

critica e professionalità. Ogni realtà ecclesiastica, quando valuta

e decide come disporre delle proprie risorse economiche, non può venir

meno alla fedeltà al messaggio evangelico: è in gioco la credibilità stessa

del ministero pastorale e della testimonianza di fede.

Il movente economico non è all’origine dell’agire ecclesiale e delle sue

diverse articolazioni organizzative, ma queste non possono durare nel

tempo senza una buona gestione delle risorse. In un mondo complesso

e in rapido mutamento, si tratta di cogliere ciò che tiene insieme gli

ideali e la sostenibilità, con scelte di governance coerenti con la propria

missione. È quanto sostiene Alessandra Smerilli, Di che cosa vive

la chiesa oggi: tra teologia, pastorale e sostenibilità. [...] 



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300024191
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Un’eredità da condividere

 

Qui ad Assisi, qui vicino alla Porziuncola, 

mi sembra di sentire la voce di san Francesco 

che ci ripete: «Vangelo, Vangelo!».

 

La promulgazione della bolla Ite vos di Leone X, avvenuta il 29 

maggio 1517, rappresenta uno degli snodi più significativi nella storia 

dei figli di san Francesco d’Assisi (1181/1182-1226): la divisione 

formale e giuridica della famiglia degli Osservanti da quella dei

 Conventuali. Fin dalle origini, nel mondo francescano coesistevano 

diversi modi di intendere e vivere la fedeltà al carisma del fondatore. 

Nonostante i numerosi tentativi, però, non fu possibile pervenire a 

una soluzione unanimemente condivisa e così, dopo oltre due secoli di 

controversie, l’intervento di papa Leone X prese atto della situazione, 

traendone le conseguenze sul piano giuridico.

Nell’anno in cui ricorre il quinto centenario della bolla Ite vos, 

la nostra rivista propone un fascicolo monografico. Non si tratta della 

semplice espressione di un dovere di memoria, per il fatto di essere 

una rivista “germinata” in ambiente francescano; né lo scopo è quello 

di «fare dell’archeologia o coltivare inutili nostalgie, quanto piuttosto 

ripercorrere il cammino delle generazioni passate per cogliere in esso la 

scintilla ispiratrice, le idealità, i progetti e i valori che le hanno mosse». 

La ricorrenza è un’occasione per «prendere coscienza di come è stato 

vissuto il carisma lungo la storia, quale creatività ha sprigionato, quali 

difficoltà ha dovuto affrontare e come sono state superate», senza temere 

di «scoprire incoerenze, frutto delle debolezze umane, a volte forse anche 

l’oblio di alcuni aspetti essenziali del carisma». 

Il focus del fascicolo, però, non è “settoriale”, vale a dire proiettato

 esclusivamente sulle vicende storiche della famiglia minoritica: l’orizzonte 

è più ampio, nella convinzione che l’esperienza di Francesco e del 

suo Ordine non riguardi solo il movimento francescano, ma sia per tutti 

un dono di Dio da accogliere e un’eredità da condividere. Si comprende, 

allora, come il riferimento privilegiato sia l’“oggi”, con cui il carisma 

del Poverello e del suo movimento, nella sua multiforme articolazione, 

deve confrontarsi, in un dialogo non sempre facile, ma più che mai 

necessario. È l’oggi inteso come kairos, cioè tempo di grazia per tutti 

coloro che, a partire da prospettive e presupposti diversi, sono affascinati

dalla figura di san Francesco e dal suo “sogno” evangelico, percepito non 

come utopia, ma come luogo di autentica rigenerazione dell’umano. 

In altre parole, il “paradosso” Francesco – l’uomo ignorans et idiota 

che desiderava soltanto vivere il Vangelo sine glossa e si trovò invece 

a sconvolgere gli equilibri sociali ed ecclesiastici della società e della 

chiesa del suo tempo e dei secoli successivi –, lungi dall’essere un capitolo 

chiuso, pone ancora molti interrogativi, sui quali intende soffermarsi 

il presente fascicolo. [...]

 

 

 

INDICE

Editoriale: Un’eredità da condividere 

GRADO GIOVANNI MERLO

 

Unicità di frate Francesco e pluralità di san Francesco 

ORLANDO TODISCO

 

Fecondità del pensare francescano 

ORESTE BAZZICHI

 

La povertà pensata. Interrogativi francescani per l’economia 

MARZIA CESCHIA

 

Francesco d’Assisi: attualità di un’esperienza spirituale 

MARIA TERESA DOLSO

 

La difficile ricerca di un’identità. Esiste una questione francescana? 

LUCIANO BERTAZZO

 

Dalla divisione all’unità. Percorsi francescani: 1517-2017 

ROBERTO FUSCO

 

Nuove famiglie francescane. Risveglio e riattualizzazione di un carisma 

SILVESTRO BEJAN

 

Francesco, santità, ecumenismo e dialogo interreligioso 

MARCO IMPAGLIAZZO

 

Assisi oltre Assisi 

ELENA ZAPPONI

 

Pellegrini sulle orme di san Francesco 

FELICE ACCROCCA

 

Una visione inclusiva. Il san Francesco di papa Francesco 

Documentazione: Il testo della bolla «Ite vos»; Una memoria abitata; 

Itinerario per camminare insieme (Germano Scaglioni) 

Invito alla lettura (Emil Kumka) 



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300024276
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

INDICE

Editoriale: Una preziosa eredità 3-8

GIOVANNI SALMERI

Nessuna scuola teologica senza filosofia 9-21

MAURIZIO GIROLAMI

Alveo patristico delle scuole teologiche 22-38

DAVID S. KOONCE

Scuole teologiche dal tardo Medioevo fino alla modernità (1274-1563) 39-52

GIANLUIGI PASQUALE

Soggetti e luoghi della teologia oggi. Prov(oc)are oltre le «scuole» 53-67

ALDO N. TERRIN

La solitudine della teologia 68-86

NICOLA TOVAGLIARI

Le scuole teologiche nel contesto globale ed ecumenico 87-110

SIMONA SEGOLONI RUTA

Scenario attuale delle scuole teologiche 111-123

MICAELA SORANZO

Arte e scuole teologiche 124-135

Documentazione: Jean Daniélou: «Gli orientamenti attuali del pensiero

religioso» (Gianluigi Pasquale) 137-154

Invito alla lettura (Simona Segoloni Ruta) 155-161

In libreria 162-171

Indice dell’annata 2018 173-176

 

EDITORIALE

Una preziosa eredità

In dulcedine societatis

quaerere veritatem1.

Il pensare teologico trovò un alveo particolarmente fecondo nelle

«scuole teologiche», istituzioni che si svilupparono soprattutto a partire

dai secoli XII-XIII, in prossimità delle chiese cattedrali o negli

Studia generalia degli ordini religiosi (monastici o mendicanti). Da

queste «scuole», in cui si promuoveva tanto la teologia che la cultura

profana, derivarono le «università» che fin dalla loro origine trovarono

sostegno e protezione nella chiesa. Fra le più note e influenti,

la «scuola» di linea platonico-francescana-bonaventuriana e quella

aristotelica-domenicana-tomista, la cui dialettica ha alimentato per

secoli la riflessione teologica.

La fioritura delle «scuole teologiche» rispondeva alle esigenze di un

contesto sociale ed ecclesiale in rapida evoluzione: un nuovo mondo si

stava affacciando e la chiesa raccolse la sfida, approntando strutture

organizzative originali e dinamiche che seppero operare attraverso il

dialogo e il discernimento dei segni dei tempi e delle diverse espressioni

culturali.
Qualcosa di analogo era già avvenuto nel cristianesimo dei primi

secoli. Si possono ricordare i didaskaleia, sorti per insegnare la sapienza

cristiana, che avrebbe dovuto ispirare la vita e il pensiero dei fedeli.

È nota la distinzione tra la scuola alessandrina, che praticava una

lettura allegorica della Scrittura, e la scuola antiochena, sostenitrice di

un’interpretazione più «letterale» dei testi biblici.

Ma le «scuole» non furono una prerogativa solo cristiana. In ambito

ebraico, ad esempio, si ebbero precedenti illustri con la «Bet Hillel», la

scuola di Hillel il Vecchio (60 a.C.-20 d.C.), aperta a tutti, la cui interpretazione

della Legge era spesso in contrapposizione a quella suggerita

dalla «Bet Shammai», la scuola fondata dal celebre rabbì Shammai

(50 a.C.-30 d.C.), riservata invece ai più meritevoli.

Le «scuole teologiche» cristiane si distinguevano per una duplice

caratterizzazione. Da un lato, il concetto di «scuola» era debitore dei

presupposti filosofici che l’animavano: ciò comportava un repertorio di

concetti condiviso e un campo di problemi o soluzioni simili. Dall’altro,

però, l’idea di «scuola teologica» rimandava anche e soprattutto a un

contesto comunitario, con la connessa idea di trasmissione di metodi,

linguaggi e stile. Da ciò è derivata l’immagine tradizionale di «scuola

teologica»: una realtà associata a un sapere coltivato e trasmesso in

luoghi controllati e protetti, nel quadro di una sostanziale continuità.

Si può obiettare che questo è un ritratto di altri tempi, il rimando

a un passato che non ritornerà. Nel panorama attuale, un discorso

sulle «scuole teologiche» può apparire anacronistico: i riferimenti alle

«scuole» non compaiono più nei titoli dei libri e degli articoli di teologia,

se non in pubblicazioni di carattere storico. Se però il sintagma

non si limita a indicare un’istituzione accademica, ma individua una

rete relazionale capace di trasmettere un’impostazione o un nucleo di

contenuti, ha ancora un senso farne oggetto di riflessione.

Ed è quanto si propone questo fascicolo: non solo prestare l’omaggio

della memoria a istituzioni benemerite e prestigiose né proporre la re
plica di questi modelli in un contesto completamente diverso da quello

di origine, ma interrogarsi sulla possibilità di raccogliere il meglio di

una preziosa eredità, in cui – per dirla con Antonio Rosmini – si sono

realizzate «l’unicità di scienza, la comunicazione di santità, la consuetudine

di vita, la scambievolezza dell’amore»2.

Su questi aspetti si è soffermato anche papa Francesco, ricordando

al mondo accademico il bisogno di una vera ermeneutica evangelica

per capire meglio la vita, il mondo, gli uomini, nel contesto di «un’atmosfera

spirituale di ricerca e certezza basata sulle verità di ragione

e fede»3. La riflessione teologica, aggiunge il pontefice, è chiamata a

costituire «una sorta di provvidenziale laboratorio culturale in cui la

chiesa fa esercizio dell’interpretazione performativa della realtà che

scaturisce dall’evento Cristo» (VG 3). In altri termini, se il pensiero

cristiano non saprà rimodularsi, il contributo della ricerca teologica

corre il rischio di trasformarsi in qualcosa di irrilevante.

Senza alcuna pretesa di esaustività, «CredereOggi» offre alcune piste

di riflessione, richiamando alla memoria un passato che deve essere conosciuto

e apprezzato, nella consapevolezza delle esigenze del presente,

ma con lo sguardo attento a cogliere gli elementi di novità che possono

dischiudere nuove prospettive al cammino futuro dei credenti.

Il primo contributo riguarda il rapporto tra teologia e filosofia,

messo in questione per diversi motivi, ma imprescindibile se si vuol

comprendere il fenomeno della costituzione di «scuole teologiche» nel

corso dei secoli. La storia della teologia dimostra che l’uso della filosofia

ha favorito la nascita di diverse «scuole», fornendo un linguaggio con [...]



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300024214
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Indice

Editoriale: Il passo avanti nell’amore 3-6

GAETANO PICCOLO

Chi è la persona che discerne? 7-19

SEBASTIANO PINTO

Il discernimento nell’Antico Testamento.

La fatica e la gioia di una relazione 21-40

ANDREA ALBERTIN

Il discernimento secondo Rm 12,1-2 41-53

GIANLUIGI PASQUALE

Sensus fidei, luogo privilegiato del discernimento 55-69

ANDREA ARVALLI

Discernimento spirituale e sistema motivazionale.

Il contributo della psicologia 71-84

FRANCESCO IANNONE

Per una rinnovata lettura ecclesiale dei segni dei tempi 85-97

ANNA BISSI

Discernimento e corso della vita 99-111

MASSIMO SEBASTIANI

Il discernimento nel Codice di diritto canonico 113-128

ARISTIDE FUMAGALLI

Il discernimento in Amoris laetitia 129-142

Invito alla lettura (Andrea Arvalli)

 

EDITORIALE

Il passo avanti nell’amore

Il discernimento appartiene al dinamismo dell’esperienza umana

e cristiana. Tra le ambiguità e le tensioni della vita, i credenti sono

chiamati a dare testimonianza della fede, ma non è sempre immediato

cogliere la volontà di Dio, «ciò che è buono, a lui gradito e perfetto»

(Rm 12,2). Osserva papa Francesco: «Ad ogni incrocio di strade devo

discernere un bene concreto, il passo avanti nell’amore che posso fare, e

anche il modo in cui il Signore vuole che lo faccia»1.

Alcuni sostengono che il discernimento non sia necessario, pensando

che se c’è la fede esso diviene superfluo: «Si crede e basta». La tradizione

spirituale attesta, invece, che il «discernimento è sempre stato ritenuto

il dono assolutamente necessario per conoscere la volontà di Dio»2,

una convinzione che unisce l’Oriente (Origene, Antonio, i padri del

deserto, Evagrio, Giovanni Climaco) e l’Occidente (Cassiano, Ignazio

di Loyola, Karl Rahner).

Il discernimento è una realtà complessa: da intendere e invocare

come dono dello Spirito, esso richiede il pieno coinvolgimento dell’uomo

e delle sue facoltà. Detto altrimenti, il discernimento è un processo dinamico

nel quale si realizza la sinergia tra l’opera del protagonista divino,

lo Spirito Santo, e il soggetto destinatario di questo dono da accogliere

e sviluppare. Esso, infatti, è anche un’“arte” che si può apprendere e

coltivare mediante l’ascolto della parola di Dio, l’attenzione alla vita

interiore (affetti, mozioni, sentimenti) e alla realtà che ci raggiunge

tramite gli eventi e le persone.

Il discernimento non riguarda solo circostanze determinate, come

i passaggi importanti della vita o le scelte di particolare rilievo, ma è

anzitutto uno stile, un habitus, che deve sempre accompagnare l’esperienza

dei credenti in tutti gli ambiti dell’esistenza. Esso consente di conoscere

ciò che viene da Dio (1Cor 2,9-10.12) e dona “corporeità” alla

fede, rendendola attiva e «operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6).

Spesso inteso come pratica personale, il discernimento esprime e

attua anche la ricerca “comunitaria” della volontà di Dio. È forse

questa la sfida più difficile per la chiesa dei nostri giorni, sollecitata

dall’urgenza di ascoltare ciò che «lo Spirito dice» (Ap 2,7) e bisognosa

di verificare la qualità evangelica della propria presenza nel mondo.

In una conversazione con i Superiori generali di Ordini e Congregazioni

religiose, papa Francesco ha affermato: «Personalmente ho molto

a cuore il tema del discernimento»3. È la medesima preoccupazione che

spiega la presente monografia, la seconda di un percorso di riflessione

che la nostra rivista ha avviato con un primo fascicolo sullo stesso tema

(Il discernimento spirituale [1/2002] n. 127) andato presto esaurito.

È il segno dell’attenzione di «CredereOggi» per una realtà non ancora

adeguatamente conosciuta e apprezzata, ma da cui può dipendere la

riforma della vita di fede dei singoli credenti e della stessa chiesa, auspicata

da papa Francesco. [...]



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300024207
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

INDICE

Editoriale: Tra riflessione teologica ed esperienza credente

GIOACCHINO CURIELLO

Nominare lo Spirito Santo: limiti e possibilità

VERÓNICA ROLDÁN

L’esperienza dello Spirito Santo nei movimenti cattolici.

Il caso del Rinnovamento carismatico

GERMANO SCAGLIONI

Simboli biblici dello Spirito Santo

VALENTINO MARALDI

Il grembo ecclesiale dello Spirito 

GIANLUIGI PASQUALE

I doni e i frutti dello Spirito nella teologia dal Vaticano II 

IOANNIS SPITERIS

Per una (ecologia?) cosmologia pneumatologica

GILBERTO DEPEDER

Lo Spirito soffia dove vuole? Libertà dello Spirito

e universalità della salvezza 

SIMONE MORANDINI

«È lo spirito che dà la vita». Per un’etica ecumenica 

DARIS SCHIOPPETTO

L’intuizione fondamentale di san Francesco 

NATAŠA GOVEKAR

La colomba e il fuoco come immagini dello Spirito Santo

Invito alla lettura (Gianluigi Pasquale)

 

 

EDITORIALE

Tra riflessione teologica

ed esperienza credente

Il tempo dell’oblio è alle spalle. Nella riflessione teologica occidentale,

l’interesse per la persona dello Spirito Santo si è notevolmente ravvivato,

come testimonia la ricchezza (alcuni parlano di «effervescenza»)

della ricerca in campo pneumatologico nell’ultimo quarantennio, a

partire cioè dall’enciclica Dominum et vivificantem (1986) di Giovanni

Paolo II fino ai nostri giorni. Seppur con qualche chiaroscuro,

anche nella comunità ecclesiale è cresciuta la consapevolezza riguardo

alla presenza e al ruolo dello Spirito nel vissuto del credente, come in

ogni aspetto dell’esperienza di fede. Dall’ecumenismo al dialogo interreligioso,

dalla ricerca teologica alla preghiera personale e liturgica,

dalla forma di presenza nel mondo, ai rapporti intraecclesiali, non vi è

settore della vita cristiana che non abbia tratto beneficio dal rinnovato

ascolto di «ciò che lo Spirito dice alle chiese» (Ap 2,7).

La “riscoperta” dello Spirito Santo è, dunque, tra le novità più

importanti del postconcilio, tanto nella teologia che nella vita della

chiesa. Numerosi e significativi gli effetti di questa “nuova Pentecoste”:

il moltiplicarsi dei trattati teologici sullo Spirito Santo non più

ancorati agli schemi manualistici del passato (in ambito cattolico, si [...]

 



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300022876
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

EDITORIALE

 

Dalla polis alla città globale

 

 

All’uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio di una città.

(I. Calvino, Città invisibili. Isidora)

 

Italo Calvino dedicò alla città, alle sue rappresentazioni e al suo mistero, alle ragioni della sua esistenza e del suo divenire, i racconti che compongono Le città invisibili. Nei racconti che Marco Polo fa a Kublai Kan, imperatore dei Tartari, sono racchiuse, come dice l’autore stesso: «Le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria, di desideri, di segni di un linguaggio; le città sono luoghi di scambio [...] ma questi scambi non sono soltanto scambi i merci, sono scambi di parole, di desideri, di ricordi». A quasi cinquant’anni dalla pubblicazione di questo «libro poliedrico» (come le città che descrive) le parole poetiche di Calvino appaiono ricche di numerose suggestioni per comprendere il senso permanente dell’edificare città e vivere come cittadini, come anche capaci di delineare profeticamente l’apparire di nuove figure di città, come avvenuto a partire già dalla fine del XX secolo.

Sempre più la città è la casa in cui abita la famiglia umana. I trend demografici – richiamati, tra l’altro, dal contributo di Italo De Sandre – narrano di un’umanità che concentra gran parte della propria crescita proprio negli spazi urbani, in una dinamica che ne ridefinisce contemporaneamente la forma e il senso.

È tempo allora di ripensare attentamente la città, di tornare a leggerne le dinamiche, di cogliere le nuove sfide che essa pone alle scienze sociali, ma anche alla teologia e alla pastorale. In tale direzione guarda questo numero di «CredereOggi», teso a interpretare alcune delle tensioni che interessano oggi la condizione urbana che viviamo.

Leggere la città

 

Ogni nuova Clarice, compatta come un corpo vivente con i suoi odori e il suo respiro, sfoggia come un monile, quel che resta delle antiche Clarici frammentarie e morte.

(I. Calvino, Città invisibili. Clarice)

Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato [...] ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre...

(I. Calvino, Città invisibili. Zaira)

 

Già abbiamo accennato al primo dato che emerge dai diversi contributi: l’umanità è ormai fondamentalmente urbana. È un dato legato, tra l’altro, alla crescita della produttività nel settore agricolo, che ha fatto collassare l’offerta di lavoro in tale ambito, favorendo quindi uno spostamento apparentemente irreversibile verso le città. E così le città crescono: se un secolo fa solo Londra superava il milione di abitanti, oggi sono tante le megalopoli che superano di un ordine di grandezza tale soglia. Vengono così a crearsi ambiti e spazi di vita senza precedenti nella storia dell’umanità, in cui possono attivarsi reti di relazioni e possibilità di incontro assolutamente inedite. Non a caso il meticciato – di persone, di culture, di gastronomie... – si presenta come una delle forme qualificanti della quotidianità urbana contemporanea. Essa, però, si caratterizza anche per l’emergere crescente di problemi per la stessa scala dell’interazione: sempre più la città e i suoi abitanti sono esposti al rischio dell’anonimato e dell’anomia, in una pluralità che spesso si vive accanto senza sapersi relazionare. Non casuale, in tal senso, il diffondersi di una violenza urbana che assume spesso forme quotidiane, sommerse, quasi banali, per esplodere talvolta invece con modalità eclatanti. La città, insomma, è anche luogo in cui più evidente appare lo scarto – in termini di qualità di vita, ma anche, sempre più, di opportunità per migliorarla – tra il centro e la periferia.

E tuttavia pur in mezzo a tali contraddizioni la città rimane luogo critico per interpretare l’umanità di questo tempo ed è davvero essenziale comprenderne l’evoluzione. È nelle città, infatti, che crescono dinamiche culturali, talvolta ambivalenti, ma spesso profondamente innovative (e l’articolo di Claudio Monge orienta a cogliere tutta la complessità di tali dinamiche) e anticipatrici di trends che poi si diffondono a velocità esponenziale. La stessa cultura della comunicazione digitale (su cui si sofferma il contributo di Paolo Benanti) ha proprio nelle città il suo peculiare ambiente vitale, quasi a espanderne l’orizzonte anche aldilà della prossimità fisica, rendendole così costitutivamente globali.

Ma la città vive anche di una propria corposa fisicità, che si manifesta tra l’altro nell’impatto ambientale che essa comporta per il territorio; come evidenzia il contributo di Silvia Mantovani, non è certo casuale che tra le grandi sfide cui devono far fronte i city manager contemporanei – ma anche gli amministratori di piccoli agglomerati – vi sia proprio quella di garantire la sostenibilità di ambienti che spesso sono assai poco ospitali per chi li abita. Forse anche per questo è proprio dalle città che vengono anche proposte e innovazioni per contenere il consumo di ambiente, con soluzioni che talvolta anticipano e ispirano l’azione di governi ed entità sovranazionali.

Non stupisce, dunque, che alla città sia stata dedicata una corposa riflessione negli ultimi decenni, da parte di autori dotati di diverse competenze; le preziose indicazioni per la lettura di Riccardo Battocchio consentono di orientarsi in esse. Neppure stupisce l’attenzione che il tema ha ricevuto dal cinema, come attesta il prezioso sondaggio condotto da Andrea Bigalli ed Eugenia Romano, che spazia da Pier Paolo Pasolini a John Carpenter. Ma si potrebbero pure aggiungere a tali costellazioni le spettrali città future di Philip K. Dick (cf. Blade Runner di Ridley Scott) o della fantascienza cyberpunk, tesa ad anticipare alcune delle tendenze che il presente lascia solo presagire.

Leggere teologicamente...

 

Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti. Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo.

(I. Calvino, Città invisibili. Tamara)

 

Il contributo di Sebastiano Pinto medita due icone bibliche che consentono di interpretare anche teologicamente tale complessa realtà: quelle di Gerusalemme e quella di Babilonia. Se la prima porta inscritto già nel nome il riferimento alla pace e alla convivenza, la seconda richiama quella dimensione di negatività caotica già espressa dalla torre di Babele. Se la prima evoca una convivenza accogliente nel segno del diritto, la seconda è connotata dall’esclusione, dalla violenza e dall’oppressione nei confronti del giusto (e la crocifissione di Gesù ne è la manifestazione più nitida).

Eppure, nell’interpretare la realtà della città, la presa d’atto dell’ambivalenza non costituisce l’ultima parola: «Dio ci attende nelle nostre città» ci ricorda papa Francesco, a segnalare che è solo l’immersione nella concretezza ambivalente di tale realtà che consente di fare esperienza di quell’umanità in cui vive il Signore incarnato. Non a caso l’esortazione apostolica Evangelii gaudium al n. 87 parla di una «mistica» fatta «di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio». La concretezza di tale riferimento è del resto soprattutto un modo di dar corpo nel nostro tempo a quell’antropologia relazionale cui faceva riferimento il n. 24 della costituzione conciliare Gaudium et spes, dove ricordava che l’essere umano non può ritrovare se stesso se non nella concretezza della relazione, nel volto dell’altro incontrato.

Nel momento in cui la città si presenta come possibilità di interazione umana, è impossibile non scommettere su di essa. Non stupisce allora la presenza di una corposa riflessione teologica sulla città, presentata nel contributo di Serena Noceti attraverso il riferimento ad alcune figure qualificate. In tale direzione orienta del resto anche la forte presenza di immagini legate alla città nell’immaginario biblico dell’escatologia: la convivenza nella pace al cospetto di Dio si dà in una città, in forma conviviale. L’evoluzione della figura della città, l’emergere di world cities accanto a mega città, il diffondersi di un approccio urbanizzato al vivere sociale sollecitano a un ripensamento complessivo la teologia. In particolare, l’antropologia teologica è guidata a riflettere sul suo oggetto (non un anthropos soggetto individuale al centro, ma un soggetto collettivo e plurale); l’ecclesiologia è invitata a ripensare cosa comporti l’essere chiesa locale e a quali cambiamenti sia condotta la figura aggregativa di base, più tipica dell’esperienza cattolica (la parrocchia pensata sulla base del domicilio); la teologia pastorale è condotta ad assumere una parola profetica sulla città e sulle diseguaglianze crescenti che contrassegnano le megalopoli contemporanee.

... per una prassi rinnovata

 

Le città come i sogni sono costruite di desideri e di paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra.

(I. Calvino, Città invisibili)

A Melania, ogni volta che si entra in piazza, ci si trova in mezzo a un dialogo... chi si affaccia alla piazza in momenti successivi sente che di atto in atto il dialogo cambia, anche se le vie degli abitanti di Melania sono troppo brevi per accorgersene.

(I. Calvino, Città invisibili. Melania)

 

Possiamo allora cercare di comprendere cosa significhi tentare di anticipare in pratiche concrete una tale figura di città. L’ambivalenza che abbiamo rilevato si traduce in invito all’azione, per una presenza nella città che sappia renderla abitabile. Due direzioni vengono esplorate in questo numero: da un lato, le indicazioni pastorali presenti nel saggio di Paolo Asolan, delineate sull’invito di papa Francesco a ripensare le forme dell’annuncio del vangelo centrandole sulle periferie; dall’altro, la riflessione sull’etica civile elaborata da un gruppo di soggetti della società civile e richiamata da Simone Morandini. Si aggiungono poi le essenziali indicazioni di Claudia Manenti sulla rilevanza della forma architettonica in ordine alla vita buona nelle città.

La sfida in cui essi convergono è quella di contribuire a far crescere uomini e donne civili, capaci di concludere alleanze corresponsabili per la cura della città, praticando forme di identità accogliente, costruendo un legame sinergico tra lo spazio urbano e il suo territorio, orientando alla sostenibilità i tempi della vita assieme. Certo, la megalopoli contemporanea non è più la polis greca, in cui l’agorà poteva essere immediato spazio di incontro tra tutti gli abitanti, né il comune medievale con la sua istanza di innovazione legata a pratiche condivise. La sfida è quella di raccogliere quanto tali esperienze hanno da offrirci, per dar loro forma in un contesto diverso, ricco di sfide e di promesse, per costruire buone convivenze in comunità aperte e resilienti.

Perché, come scrive Italo Calvino, parlando di Irene, la città il cui nome è «pace»:

La città per chi passa senza entrarci è una, e un’altra per chi ne è preso e non ne esce; una è la città in cui si arriva per la prima volta, un’altra quella che si lascia per non tornare; ognuna merita un nome diverso, forse di Irene ho già parlato sotto altri nomi; forse non ho parlato che di Irene (I. Calvino, Città invisibili. Irene).

 

Simone Morandini

Serena Noceti



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
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Ean: 2484300022869
Prezzo: € 6.75

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EDITORIALE

 

La via sacra dell’ospitalità

Non si trova la verità,

se non praticando l’ospitalità1

 

L’ospitalità è una tradizione con radici antiche, una pratica che ha attraversato la storia e le culture, una realtà che ha plasmato la vita quotidiana di popoli e individui, rendendo possibile lo sviluppo della civiltà. Da sempre un legame unisce l’ospitalità alla dimensione religiosa: «L’ospite è sacro», gode della protezione divina e lo si deve accogliere, ponendosi al suo servizio con rispetto e cordialità.

Nella cultura odierna la situazione è profondamente mutata. L’ospitalità non è più un incontro con Dio, come per Abramo a Mamre (cf. Gen 18): in molti casi è intesa semplicemente come un «intrattenere parenti e amici». Il concetto di ospitalità è stato “ristretto” e si assiste ormai alla sua deformazione. Come osserva Maria Poggi Johnson2, oggi si parla di «industria dell’ospitalità», mentre nella pubblicistica si dispensano consigli sul come “ricevere”, ma al solo scopo di far colpo sull’ospite, se non addirittura di metterlo in soggezione. Nulla di più estraneo alla visione “tradizionale” dell’ospitalità.

Ma il volto del mondo è in continuo cambiamento e con l’arrivo di masse di profughi che bussano alle porte dell’Europa, in fuga dalla guerra, alla ricerca di un futuro migliore, si rende necessario un ulteriore ripensamento del concetto di ospitalità. La crisi umanitaria di cui siamo testimoni, spesso impotenti, pone come improrogabile l’esigenza di elaborare concetti “nuovi” che permettano di comprendere le condizioni di un’umanità alle prese con le sfide della globalizzazione e al contempo di attivare processi per la costruzione di tale umanità.

Avviata sui sentieri della nuova evangelizzazione, la comunità ecclesiale è chiamata a dare il proprio contributo, elaborando “nuove” forme di azione pastorale, nella consapevolezza che il movimento delle persone produce non solo disagi, ma propone nuove sfide insieme a nuove opportunità. In particolare, il fenomeno interessa le chiese locali, che devono confrontarsi con una presenza crescente di persone giunte da altre aree geografiche e culturali; persone che chiedono ospitalità non solo alle istituzioni civili, ma anche alle comunità cristiane.

Si tratta di fenomeni complessi, di cui devono occuparsi le normative nazionali e internazionali, ma sono anche realtà che possono inaugurare una stagione nuova e rappresentare un terreno fertile per le nostre società, soprattutto per le comunità ecclesiali, non nel senso di un vago spiritualismo o di un ingenuo buonismo, ma nella certezza che anche in questo tempo lo straniero porta con sé una benedizione. Occorre mettersi alla scuola di Abramo che accolse Dio stesso nella persona di tre sconosciuti, giunti alla sua tenda «nell’ora più calda della giornata», vale a dire nel momento meno indicato per fare o ricevere visite. L’anziano patriarca, che non li aveva chiamati né invitati, semplicemente alzò gli occhi, li vide e chiese loro «la grazia di non passare oltre» (Gen 18,1-3).

Il fascicolo pone al centro della riflessione l’ospitalità, argomento oggi più che mai dibattuto, ma anche una categoria ampia da affrontare attraverso un approfondimento interdisciplinare, poiché interessa più campi e dimensioni, senza tuttavia appartenere compiutamente a nessuno di essi.

Il primo contributo è di Francesco Spagna, La sfida dell’accoglienza. L’ospitalità da una prospettiva storica e antropologica. Muovendo dalle intuizioni di Emmanuel Lévinas e Jacques Derrida, lo studio contestualizza il fenomeno dell’ospitalità in prospettiva interreligiosa, a partire dall’antichità. Sono messe in evidenza le trasformazioni dell’ospitalità nel mondo moderno, per arrivare alla realtà contemporanea e ai problemi causati dall’attuale crisi umanitaria.

Umberto Curi, Accoglienza e ospitalità. L’altro che è in noi ricorda come nella cultura antica lo straniero si identificasse immediatamente con l’ospite. Di particolare interesse la xenia, l’insieme delle norme che il mondo greco aveva elaborato per regolare il rapporto con lo xenos, lo straniero in cerca di ospitalità. Il tema dell’accoglienza trovò espressione anche nei miti e nelle riflessioni degli antichi filosofi, ponendo in luce il carattere “ospitale” dell’Occidente, almeno per un millennio.

La riflessione sul dato scritturistico è proposta da Germano Scaglioni, «Ama lo straniero» (Dt 10,18). L’ospitalità nella Bibbia. Lo studio coglie l’originalità del modo in cui la rivelazione biblica comprende e vive l’ospitalità, pratica che caratterizzò non solo l’esperienza storica di Israele, ma anche il ministero di Gesù e la vita delle prime comunità cristiane.

Lorenzo Biagi studia il rapporto Etica e ospitalità, due termini il cui senso è da ripensare. L’autore mostra come l’etica porti in se stessa la radice dell’ospitalità, ma allo stesso tempo come solo attraverso l’accoglienza dell’altro, nel rispetto della sua identità, si possa realizzare un progetto e una pratica di convivialità. Identità e differenza non sono nemiche dell’ospitalità, a condizione che nessuna sia rivendicata unilateralmente, ignorando l’altra.

L’ospitalità possiede anche un “profilo” politico e giuridico. Su questi aspetti si sofferma il contributo di Vincenzo Rosito, L’ospitalità come categoria politica. Esiste un diritto all’ospitalità? Anche per questo aspetto entrano in gioco diversi modi di considerare l’ospite e di rapportarsi con lui, ma la sfida – secondo l’autore – consiste nel rendere possibile una «comunità di pratiche ospitali», in cui ciascuno possa dare il proprio contributo.

L’ospitalità non è una realtà statica, ma una facoltà umana da perfezionare. Si tratta di un dinamismo, un itinerario da percorrere, in vista della maturità; un potenziale da coltivare, poiché non raggiunge il proprio compimento se non attraverso un impegno paziente. È ciò che Anna Bissi sostiene nel suo studio sulle Dinamiche psicologiche dell’ospitalità.

Oltre a essere una pratica virtuosa, l’ospitalità è anche una spiritualità, in cui Dio non si comprende come controfigura della giustizia umana, ma secondo l’immagine evangelica di colui che fa piovere sui giusti e gli ingiusti. Nel suo articolo, La spiritualità dell’ospitalità, Marco Dal Corso propone un «credere ospitale» che si impegna nella costruzione di un mondo non più dominato dalla logica del risentimento o dal rifiuto della differenza.

L’ultimo contributo è di Fabio Scarsato, L’ospitalità nella vita religiosa e nella tradizione francescana. La pratica dell’ospitalità non è mai stata un’esclusiva dei soli religiosi, ma è nella vita consacrata che essa ha trovato l’humus ideale per svilupparsi, assumendo varie forme nel corso del tempo. Dopo un excursus sul monachesimo dei primi secoli, lo studio si concentra sulla tradizione che prese avvio da san Francesco e da santa Chiara, per metterne in luce gli aspetti più innovativi ed originali.

Nella Documentazione, a cura di Placido Sgroi, sono presentate le riflessioni di due note autrici – Luce Irigaray e Maria Poggi Johnson –, diverse per orientamento e formazione culturale, ma concordi nel sottolineare un aspetto importante: l’ospitalità richiede la pluralità, non la fusione.

Infine, sempre Placido Sgroi, nell’Invito alla lettura, propone una rassegna bibliografica, ampia e articolata, per consentire al lettore l’avvio di un percorso personale di approfondimento sul tema complesso e stimolante della monografia.

Con questo non pensiamo certo di aver esaurito tutti gli aspetti della questione. Abbiamo voluto solo riflettere su una prassi per molti desueta, comunque problematica, certamente interessante oggi dal momento che realizza l’incontro tra le differenze senza limitare le identità. Buona lettura.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
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Ean: 2484300022852
Prezzo: € 6.75

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EDITORIALE

 

La fede, tra ragione ed emozione

 

«Con il cuore infatti si crede»

(Rm 10,10)

 

Per molti, credenti e non credenti, la fede è anzitutto un insieme di conoscenze, una realtà in rapporto con la sola sfera intellettiva, un «edificio» che poggia esclusivamente sul ragionamento attorno alla trascendenza. Il mondo delle emozioni, invece, è percepito come un elemento accessorio, spesso anche come una potenziale minaccia alla solidità della fede, un fattore di disturbo che può introdurre incertezza e “volatilità” nel rapporto con Dio, improntato al rispetto rigoroso di una dottrina assoluta, cioè svincolata da tutto ciò che è mutevole e cangiante, come il vissuto emotivo.

Se, però, poniamo attenzione alla dimensione esperienziale della fede, diversi sono gli aspetti su cui concentrare la riflessione. In particolare, non si può fare a meno di notare che il vissuto emotivo gioca un ruolo significativo nella vita del credente, perché la fede non è riconducibile solo a rielaborazioni mentali, ma si nutre di ricordi, eventi, parole incisive, relazioni dinamiche. Gli studiosi sottolineano, infatti, che il credere non appartiene solo all’ordine degli eventi puramente intellettivi (intellectus fidei), ma coinvolge anche i sensi spirituali, seguendo una logica affettiva e dinamica che trova il suo primo e naturale sviluppo nell’intimo della coscienza (affectus fidei).

Anche nella sacra Scrittura e nelle azioni liturgiche, l’atto di fede – al suo nascere, come nel suo perdurare nel tempo e nelle prove – è strettamente associato all’esperienza sensoriale: il sentire, l’ascoltare, il toccare hanno un impatto diretto sul vissuto emotivo dell’uomo chiamato a prestare l’omaggio della propria fede al mistero che si rivela. Ci si chiede: il vissuto interiore, mediante i sentimenti e le emozioni che lo connotano, conferendo colore e calore alla fede nelle sue espressioni, come può contribuire a una crescita ordinata e armoniosa della coscienza credente? Ancora: è possibile un dialogo fecondo tra la fede, resa attenta e sensibile dalla qualità dell’affectus, e la sfera della real-tà materiale che “colpisce” il soggetto, provocandolo a una reazione, secondo lo stile proprio del credente?

Il fascicolo intende rispondere a questi e ad altri interrogativi che nascono dalla riflessione sul vissuto emotivo dell’esperienza di fede, proponendo ai lettori un itinerario interdisciplinare, con l’auspicio che esso rappresenti anche un percorso di approfondimento di una «questione tanto intrigante quanto intricata» (L. Girardi). Il fascicolo accoglie i contributi di diversi studiosi, proposti in occasione del corso Credere con passione. Esperienza di fede e vissuto emotivo. Il corso, realizzato a cura dell’Istituto Teologico «S. Antonio Dottore» di Padova, si è svolto presso la Casa di Spiritualità dei Santuari Antoniani di Camposampiero (Padova), dal 26 al 28 giugno 2015. Agli organizzatori, la sentita gratitudine della nostra rivista.

Il fascicolo si apre con il contributo di Dario Ventura, Incontrare il sacro tra meraviglia, eros e bellezza. A partire dall’evento cristologico e muovendosi attraverso la filosofia, la letteratura e la storia delle religioni, l’autore riflette su una convinzione che da sempre accompagna l’esperienza di ogni credente: la possibilità di riconoscere nella forma sensibile del mondo le tracce della presenza di Dio e dello Spirito creatore.

Il secondo articolo, Credere con passione. Esperienza di fede e vissuto emotivo, studia il rapporto tra emozione, sentimento ed esperienza religiosa, insieme al ruolo che l’emozione svolge nella formazione di una coscienza di fede. Antonio Bertazzo ricorda che il credere non riguarda soltanto la sfera razionale né si riduce alla sola morale, ma già nel suo nascere coinvolge la dinamica affettiva, le emozioni, i sentimenti.

Nella sua riflessione, Emozione, tra antropologia e teologia, Giorgio Bonaccorso considera tre dimensioni dell’esperienza religiosa: il sacro, il mito, il rito. Si tratta di fattori fondamentali che l’autore coglie nel loro rapporto con la dinamica emotiva del soggetto, superando una concezione «problematica», retaggio della tradizione occidentale (e non solo), secondo cui l’emozione mal si concilia con la dimensione noetica ed etica. La Sacra Scrittura e la tradizione liturgica concordano, invece, nell’apprezzamento del legame tra fede ed emozioni.

La «febbre ardente» del sentire religioso. L’attualità di William James propone la rilettura di una delle opere più significative del noto filosofo e psicologo statunitense: Le varie forme dell’esperienza religiosa. Per Valerio Bortolin, benché datata (fu data alle stampe nel 1902) e segnata da prospettive spesso unilaterali, l’opera di W. James (1842-1910) ha il merito di indicare al nostro tempo – e alla chiesa di oggi – l’esigenza di una religione fondata sull’autenticità, insieme alla convinta valorizzazione del carattere personale di una fede chiamata ormai a esprimersi «nella febbre ardente dell’individuale sentire religioso e non in scialbe abitudini».

Nel suo contributo: L’esperienza biblica. L’emozione di credere, Roberta Ronchiato pone in rilievo il ruolo fondamentale che le Scritture riconoscono al rapporto tra emozioni e fede, sia alla sua origine come nel suo perdurare. Attraverso lo studio di alcuni passi dell’Antico e del Nuovo Testamento, si coglie la peculiare sensibilità degli autori sacri che – diversamente dall’uomo contemporaneo – non conoscono la dicotomia «affetti-ragione», ma fanno del cuore tanto il «luogo» delle emozioni che la sede del raziocinio.

Di taglio cristologico è lo studio di Gilberto Depeder: «Un corpo mi hai preparato» (Eb 10,5). Affetto e obbedienza filiali in Gesù di Nazaret. La ricerca si focalizza sull’esperienza religiosa di Gesù, un aspetto che la recente indagine teologica ha rivalutato, anche alla luce di un approccio fenomenologico in cristologia. L’offerta e il sacrificio di Gesù per gli uomini («questo è il mio corpo... per voi») non si comprendono se non a partire dal suo radicarsi nell’amore del Padre, in una relazione totalizzante, nella quale egli era pienamente coinvolto, in termini di affetto e obbedienza filiali.

«Il credere è qualcosa che “ci” tocca, è affectus in senso letterale». È quanto sostiene Andrea Toniolo nel suo articolo Credere con passione. Emozioni e ragioni della fede. Nell’esperienza del credente, il nesso tra il mondo delle emozioni e la sfera della ragione è intrinseco alla dinamica della fede: pathos e logos si devono distinguere, ma non si possono separare, pena una fede priva di corpo, astratta e senza alcuna incidenza sulla realtà. Solo una fede «sentita» genera vita e significato.

Luogo privilegiato in cui si esprime e alimenta la fede è la liturgia. Anche in questo ambito, però, il vissuto emotivo non ha sempre ricevuto la dovuta considerazione; anzi, non di rado, il mondo delle emozioni è stato emarginato, riducendo la partecipazione all’azione liturgica a un mero adempimento precettistico e formale. Luigi Girardi in Liturgia e partecipazione emotiva sottolinea come il coinvolgimento partecipativo dei fedeli sia strettamente legato al recupero di un corretto rapporto con la dimensione emotiva. Solo così la liturgia può tornare a essere «la prima e indispensabile fonte dalla quale i fedeli possono attingere il genuino spirito cristiano» (SC 14).

L’ultimo contributo si intitola Con «la vera carne della nostra umanità e fragilità» (2Lf 4). L’itinerario dei sensi spirituali nella prospettiva francescana. Marzia Ceschia si concentra sul vissuto emotivo di Francesco d’Assisi e di due sue discepole: Chiara d’Assisi e Angela da Foligno. Nella reciprocità tra cognitio e affectus, la via francescana si presenta come autentica sapientia cordis, in cui l’umanità di Cristo diviene modello e paradigma per il credente, plasmandone il «sentire», fino a fargli esclamare: «Per me vivere è Cristo» (Fil 1,21).

Nella Documentazione, a cura di Antonio Bertazzo, sono presentati alcuni testi tratti da Pensieri e parole di Charles de Foucauld, da cui emerge la fede, vissuta con passione, nel pieno coinvolgimento di pensiero, affetti e azione, di un uomo totalmente immedesimato nel Cristo vivente, principio unico e personale della sua esperienza di credente.

Sempre a cura di Antonio Bertazzo, completa il fascicolo l’Invito alla lettura, una guida preziosa nella vasta bibliografia sui temi trattati.

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Titolo: "Credere Oggi"
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Prezzo: € 6.75

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EDITORIALE

 

Il gender, una questione che ci interpella

Un vero e proprio «conflitto simbolico, politico e pratico»1 si è aperto intorno alla «questione del genere», con innegabili risvolti di ordine culturale, teologico, educativo, sociale e giuridico. Del dibattito che ne è scaturito, i media non di rado hanno fornito una rappresentazione a tinte manichee, favorendo la polarizzazione dei fronti contrapposti, con il risultato che è sotto gli occhi di tutti: semplificazione del problema, fraintendimenti, barricate ideologiche.

In questo panorama, in cui la logica della contrapposizione sembra prevalere su quella dell’ascolto, il fascicolo intende dare spazio a una riflessione articolata, rispettosa della complessità, nella convinzione che in merito al gender, vi sono certamente alcune interpretazioni non condivisibili, soprattutto alla luce di una visione antropologica cristiana, ma anche «istanze che meritano di essere seriamente considerate», come osservato in una nota dell’Ufficio scuola della diocesi di Padova (2015), consultabile nella rubrica Documentazione.

Sul modo di intendere la «questione del genere» non vi è accordo. Secondo un’efficace sintesi di Chiara Giaccardi, per alcuni «l’ideologia gender esiste ed è unica» (posizione dei «no gender»), mentre per altri, «l’ideologia gender non esiste ed è una invenzione di chi non accetta i cambiamenti (tesi dei “pro gender”)»2. Posta in modo così riduttivo, la contrapposizione rischia di far perdere di vista il nodo della questione, che si può così riassumere: «Quale rapporto intrattenere con la nostra dimensione biologica, in un tempo in cui i confini di ciò che è “naturale” si sono ridefiniti e sono continuamente forzati in ogni direzione?»3.

Nel dibattito mediatico, sembra prevalere una visione del gender nella sua versione più radicale. Secondo questa impostazione, il genere è una pura costruzione sociale, mentre il dato biologico assume un rilievo secondario: ciò che veramente conta è la scelta dell’individuo. Si tratta, come noto, delle posizioni assunte da frange estreme del femminismo di genere, posizioni rifiutate anche da coloro che alla riflessione sul gender hanno fornito un contributo fondamentale (la stessa Judith Butler ha preso le distanze da queste tesi).

Con tutto questo, però, non si può banalizzare né considerare superflua la discussione sul gender, derubricando la questione a semplice espressione di minoranze ideologizzate. La storia è lì a ricordarci che sull’asse delle differenze di genere, lungo i secoli – ma ancor oggi in diverse parti del mondo – si sono praticate discriminazioni, «giustificando» le diseguaglianze unicamente in rapporto all’appartenenza a un sesso piuttosto che a un altro. Detto altrimenti, se da una parte, occorre riconoscere il proprium del maschile e del femminile, rispettando e valorizzando le diversità, a partire dal dato biologico, dall’altra, la difesa dei «confini naturali» non può più significare la marginalizzazione del femminile. Si tratta di rivedere posizioni astratte, che ignorano come l’essere umano sia sempre un «essere situato» in una cultura, una storia, uno spazio, ma ancor prima in un corpo sessuato. Da più parti, ormai, si coglie il carattere datato di certe «narrazioni» della femminilità e della mascolinità, consapevolezza che deve tradursi in uno stimolo alla ricerca di nuovi linguaggi e modalità espressive che valorizzino lo specifico di ciascun sesso, in un’epoca segnata da nuove modalità dell’essere. In questa direzione, si muovono i contributi ospitati nel fascicolo.

Con Voci della differenza sessuale: genere, differenza, differenze, Lucia Vantini prende in esame termini che rimandano a epistemologie, visioni del mondo e pratiche molto distanti tra loro. Come si può facilmente intuire, si tratta di nodi cruciali nella comprensione dell’umano, ma non sempre intesi allo stesso modo: per alcuni, essi esprimono una felice attenzione alla dualità dei generi, per altri, invece, rappresentano segni di disgregazione della civiltà.

Dopo aver richiamato le differenti interpretazioni del gender, Serena Noceti, nell’articolo L’antropologia incompiuta, propone il «genere» come categoria analitico-critica capace di veicolare un’interpretazione culturale, storica, simbolica delle differenze sessuali, necessaria a una re-visione del pensiero teologico sull’anthropos.

Uno sguardo sociologico sul genere, campo di conflitti è il titolo del contributo di Italo De Sandre, per il quale non si può comprendere il dibattito sulle questioni intorno al genere, senza uno sguardo ai soggetti coinvolti, ai loro valori, alle paure e agli obiettivi che li caratterizzano. Non solo, però, in rapporto al presente, ma anche con un’attenta considerazione delle dinamiche storiche, insieme alla pluralità dei contesti culturali, in cui si osservano diversi modi di concepire i ruoli sessuali.

Marinella Perroni riflette su Uomini e donne nella Bibbia, tema in apparenza semplice e lineare. In realtà, nella storia dell’interpretazione del testo biblico, il rilievo attribuito alle figure maschili e femminili è stato molto diverso. Riguardo ai personaggi femminili, il riconoscimento del loro valore letterario e teologico è un’acquisizione recente degli studi esegetico-teologici, mentre sul versante delle figure maschili resta ancora molto da chiarire riguardo a ciò che significa e comporta la loro maschilità.

Pier Davide Guenzi affronta la questione del rapporto tra Genere e magistero. Prendendo le mosse dall’unico riferimento al lemma gender nell’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (n. 56), l’articolo considera la questione «genere» nei documenti ascrivibili al magistero della chiesa cattolica nell’arco dell’ultimo ventennio: dall’intervento della Santa Sede alla IV Conferenza mondiale sulla donna, promossa dall’ONU (Pechino, 1995) sino ai due recenti sinodi sulla famiglia (2014-2015).

Respingendo una concezione dissociata e strumentale del corpo rispetto allo spirito, Aristide Fumagalli propone un saggio sull’Antropologia dei corpi sessuati. Ne emerge un approccio simbolico del corpo, in forza del quale – osserva l’autore – «la persona non riduttivamente ha un corpo, ma è corporea». In questa prospettiva, il corpo maschile e quello femminile incarnano ed esprimono diverse disposizioni spirituali che pur non essendo esclusive dell’uno o dell’altra, ne forniscono però la caratterizzazione.

Maschile e femminile nella storia delle religioni e i problemi del gender offre, invece, una panoramica sul modo in cui alcune tradizioni religiose hanno compreso e declinato la differenza di genere. Tra le varie suggestioni offerte da Aldo Natale Terrin, è da segnalare la proposta di un’«epistemologia al femminile», istanza culturale più che mai attuale e necessaria per conseguire un equilibrio che in passato non è stato sempre raggiunto.

L’articolo di Placido Sgroi, «Nato da donna». Un percorso fra teologia e maschilità, risponde a un interrogativo che si può così formulare: come mettere insieme maschilità e teologia? Quattro le tappe che hanno segnato questo singolare percorso, tappe sulle quali si concentra l’autore, suggerendo preziosi spunti di riflessione: paternità, filialità, parzialità e reciprocità.

Infine, uno sguardo critico al presente, muovendo da una prospettiva originale. In Identità, differenze. Note a margine del dibattito sul gender, Elisabetta Musi esamina il confronto in atto nel nostro paese circa le questioni di genere. Lo scopo non è prendere una posizione piuttosto che un’altra, ma individuare gli interrogativi di fondo e i presupposti – spesso impliciti e non sempre riconoscibili –, a partire dai quali si sviluppa il dibattito.

Nella Documentazione, come abbiamo detto, si trova una nota a cura dell’Ufficio scuola della diocesi di Padova, pubblicata nel 2015, in risposta a richieste di chiarimento in merito alla «questione del gender». L’intervento considera diversi aspetti della questione, soffermandosi in modo particolare sulle ricadute in ambito educativo delle problematiche di genere.

L’Invito alla lettura propone un ricco repertorio bibliografico, organizzato da Rita Torti, nella forma di un vero e proprio «percorso ragionato», attraverso la presentazione critica delle opere che hanno segnato la riflessione sui diversi aspetti delle questioni affrontate nel fascicolo.



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EDITORIALE

 

In dialogo per il futuro

della «casa comune»

Laudato si’, mi’ Signore,

per sora nostra matre Terra,

la quale ne sustenta et guberna,

et produce diversi fructi

con coloriti flori et herba.

 

«Riflessione gioiosa e drammatica insieme», l’enciclica Laudato

si’2 è stata accolta con notevole favore, suscitando interesse

anche al di fuori del mondo ecclesiale. Molti vi hanno trovato un

testo autorevole, innovativo e globale, uno stimolo a riconsiderare le

questioni ambientali. Non sono mancate, tuttavia, reazioni di sorpresa,

soprattutto in rapporto alla scelta di un tema quale l’ecologia – il cuore

dell’enciclica –, da alcuni giudicato inappropriato come oggetto di un

intervento magisteriale e teologico.

Questo fascicolo si confronta con le attese degli uni e degli altri,

nella convinzione che, da un lato, «nulla dell’ordine della creazione e

dell’umano è estraneo ed escluso dall’ordine della fede» (Compendio

della dottrina sociale della chiesa, 64); dall’altro, che non si possa più

parlare delle questioni connesse alla «cura della casa comune» senza

tener conto dei vasti orizzonti che l’enciclica dischiude, dei suoi approfondimenti

su temi specifici, insieme alla ripresa di nodi problematici

richiamati, anche se non risolti.

Fra i tratti distintivi della lettera enciclica se ne segnalano tre. In

primo luogo, il punto di partenza, vale a dire lo sguardo “mistico”

di papa Francesco: «Il mondo è qualcosa di più che un problema da

risolvere, è un mistero gaudioso che contempliamo nella letizia e nella

lode» (LS 12). Non a caso, il titolo dell’enciclica riprende l’incipit

del Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi che nelle realtà

create coglieva un riflesso della bellezza, della bontà e della sapienza

del Creatore.

In secondo luogo, la lucidità con cui l’enciclica inquadra la crisi

ecologica, in tutta la sua gravità, ponendola in relazione con la crisi

antropologica, vale a dire con la responsabilità dell’uomo, chiamato da

Dio a «custodire e coltivare il giardino», ma trasformatosi ben presto

in un dominus irresponsabile e senza scrupoli.

Il terzo aspetto è la dimensione dialogica che connota l’intero documento:

«Di fronte al deterioramento globale – afferma papa Francesco

– mi propongo di entrare in dialogo con tutti riguardo alla nostra casa

comune» (LS 3). La chiesa non lascia mancare il proprio apporto, ma

riconosce che «su molte questioni concrete non ha motivo di proporre

una parola definitiva e capisce che deve ascoltare e promuovere un

dialogo onesto fra gli scienziati, rispettando la diversità di opinioni»

(LS 61).

Con questo fascicolo, la nostra rivista entra nel vivo del dibattito

suscitato da papa Francesco, secondo lo stile e le modalità consuete:

attenzione alle diverse prospettive attraverso le quali si possono affrontare

le questioni ecologiche, cogliendo i punti di vista più significativi

e stimolanti, nel rispetto della complessità e con lo scopo di fornire uno

strumento di lavoro, tanto autorevole quanto fruibile da tutti.

Nell’articolo di apertura, GIACOMO COSTA propone una riflessione

sulla Laudato si’, indicando nella dimensione pastorale la vera chiave

di lettura per comprendere l’enciclica, come dimostra anche la scelta

di papa Francesco di considerare i molteplici aspetti della vita nella

prospettiva dell’ecologia integrale.

PIER FRANCESCO GHETTI considera l’ecologia come scienza a sé,

nata nel contesto della cultura naturalistica dei secoli XVIII-XIX, ma

consolidatasi come «scienza degli ecosistemi» a partire dalla seconda

metà del secolo scorso.

Nell’articolo Ecologia umana: un intreccio di saperi, LEOPOLDO

SANDONÀ richiama l’attenzione sull’ecologia umana come crocevia di

diverse discipline. In particolare, l’autore offre una lettura «generativa»

della Laudato si’, alla luce cioè dei grandi principi indicati dall’enciclica

come via per realizzare un’autentica ecologia umana.

BRUNO BIGNAMI pone la «dialettica della cura» al cuore delle questioni

ecologiche. Nel suo studio – Un’etica per la cura della terra –

sono riprese e sviluppate alcune intuizioni della Laudato si’, soprattutto

laddove l’enciclica afferma che la salvaguardia del dono del creato

richiede non solo sforzi diretti al miglioramento del rapporto con l’ambiente,

ma anche un rinnovato impegno per la cura dell’umanità, dal

momento che le due realtà sono strettamente connesse tra loro.

Ecologia e sacro. Il significato religioso dell’ecologia propone una

riflessione di ALDO N. TERRIN sul rapporto tra due dimensioni fondamentali

dell’esperienza umana: il sacro e l’ecologia, chiamate al confronto

con una conoscenza tecnica che sembra ormai aver preso il sopravvento

sulle altre conoscenze. In ascolto del «grido della terra», sacro ed ecologia

indicano programmi di lavoro simili, in nome di una sympatheia universale

che accomuna tutti gli esseri in una visione «ecosistemica», secondo

una morale che invoca gratitudine e riverenza per ciò che ci circonda.

Di sicuro interesse il contributo di SIMONE MORANDINI: Ecoteologie:

una mappa essenziale, uno strumento per orientarsi nella

multiforme e a volte complessa riflessione ecoteologica degli ultimi anni.

Morandini segnala una pluralità di autori e di idee, al fine di cogliere

il mutamento di paradigma, cui è chiamata la teologia cristiana.

Nel delineare i tratti di un progetto di ecologia integrale, che includa

il rapporto con Dio, gli altri, la natura e se stessi, FELICE ACCROCCA

indica come riferimento Francesco d’Assisi, «l’esempio per eccellenza

della cura di ciò che è debole e di un’ecologia integrale vissuta con

gioia e autenticità» (LS 10). L’esperienza del Poverello è compresa a

partire dalla sorgente da cui tutto è scaturito: la relazione con il Dio

di Gesù Cristo.

Buone pratiche di cura della terra, è il contributo di MATTEO

MASCIA, una ricerca su ciò che può ridurre l’impatto delle nostre società

sull’ambiente naturale e le sue risorse. Lo studio presenta una rassegna

di esperienze incentrate sulla responsabilità sociale del consumatore, le

cui scelte individuano una delle leve attorno a cui costruire percorsi e

pratiche di cura della terra.

Nella DOCUMENTAZIONE, curata da GERMANO SCAGLIONI, è illustrata

un’originale iniziativa editoriale: The Earth Bible Project,

un contributo alla discussione sulla crisi ecologica, attraverso un nuovo

modo di accostare e interpretare i testi biblici: la «prospettiva della

terra».

L’ INVITO ALLA LETTURA, a cura di SIMONE MORANDINI, offre un

ampio repertorio bibliografico sui temi trattati. In queste pagine sono

indicate le opere di maggior interesse e utilità, affinché il lettore possa

avviare un proprio personale itinerario di ricerca.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
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EDITORIALE

 

Le persone che Gesù incontra

Il proposito di dedicare un fascicolo della rivista a Gesù Cristo, Signore delle relazioni nasce dalla semplice intuizione della fede che considera la persona di Gesù sotto il profilo dei diversi legami che si vengono a stabilire con lui. Al lemma relazione, tra le varie accezioni, il dizionario fa corrispondere una definizione di questo tipo: «Connessione o corrispondenza che intercorre, in modo essenziale o accidentale, tra due o più enti; con riferimento a persone o a gruppi, come rapporto, legame o vincolo reciproco». Si tratta, dunque, di tentare una ricognizione fenomenologica del ventaglio di relazioni che videro coinvolte con Gesù le persone del suo tempo e coloro che oggi continuano a confidare nella sua presenza attraverso la fede. Tra le relazioni è quella tra Gesù e la sua chiesa che ne sigilla con certezza la permanenza indissolubile, nel cui seno i credenti sono generati, custoditi e accompagnati lungo i sentieri della storia.

La prospettiva che caratterizza l’indagine è la signoria di Gesù, il suo essere Signore crocifisso, risorto e vivente, cui – oggi come in ogni tempo – si volge lo sguardo del credente, nella speranza di incrociare quegli occhi che scrutano con amore le profondità del cuore umano, con ardente desiderio di offrire salvezza, di donare gioia, di rinnovare la vita. Come ha affermato papa Francesco in occasione del recente Convegno nazionale della chiesa italiana:

È la contemplazione del volto di Gesù morto e risorto che ricompone la nostra umanità, anche di quella frammentata per le fatiche della vita, o segnata dal peccato. Non dobbiamo addomesticare la potenza del volto di Cristo. Il volto è l’immagine della sua trascendenza. È il misericordiae vultus. Lasciamoci guardare da Lui. Gesù è il nostro umanesimo. Facciamoci inquietare sempre dalla sua domanda: «Voi, chi dite che io sia?» (Mt 16,15)1.

Da come si risponde a questo interrogativo derivano conseguenze esistenziali, come la sequela, l’indifferenza, l’opposizione. I Vangeli ci danno ampia prova di queste variazioni. Come in ogni relazione tra persone avviene una reciproca esposizione: sia chi domanda sia chi risponde rivela in certo modo se stesso, si consegna all’altro, si scopre; accettando di incontrare il volto dell’altro ognuno manifesta il proprio. Nei giorni della sua vita terrena, Gesù ha fatto questa esperienza di reciprocità incontrando volti, toccando cuori, accostando corpi. Dentro la reciprocità si affaccia la rivelazione: nell’incontro con l’uomo Gesù si svela il Figlio di Dio agli occhi della fede.

Questa esperienza è possibile anche per noi oggi? Possiamo davvero entrare in relazione con Gesù in modo simile a quello di coloro che lo hanno incontrato duemila anni fa?

Una via per approfondire la relazione credente con Gesù consiste nel riprendere alcune tracce evangeliche e storiche che la tradizione ci ha consegnato, nella prospettiva della contemporaneità. Pertanto, l’intento dei contributi del fascicolo è di introdurre il lettore a ciò che sant’Ignazio di Loyola definisce come la composizione di luogo:

Qui è da notare che nella contemplazione o meditazione visiva, come sarebbe contemplare Cristo che è visibile, la composizione consisterà nel vedere con la vista dell’immaginazione il luogo materiale dove sta la cosa che voglio contemplare. Dico il luogo materiale come sarebbe un tempio o un monte dove si trova (secondo ciò che voglio contemplare) Gesù Cristo o la Madonna2.

Si tratta, dunque, di ripercorrere alcuni luoghi in cui Gesù si manifesta come Signore delle relazioni, in modo da percepirne l’attualità, per coglierne la provocazione e recepire lo stimolo ad avanzare nella sua sequela come discepoli.

Il primo contributo del fascicolo su Le relazioni personali di Gesù, ai margini della Third Quest, di Carlo Bazzi, prende in esame alcuni autori (Marcus J. Borg, Halvor Moxnes, Adriana Destro, Mauro Pesce) che delineano una visione ricca della persona umana e delle sue relazioni intorno a Gesù. Queste visioni dell’uomo evangelico possono allargare orizzonte ed esistenza all’uomo contemporaneo a una dimensione.

L’intento del contributo di Massimo Nardello su Cristo, Signore e servo della relazione è quello di mettere in evidenza come la natura divina di Gesù e il suo singolare rapporto con il Padre non rappresentino affatto degli ostacoli al suo rapporto con le persone, ma al contrario siano la condizione della sua originale e unica capacità di amarle.

Nell’articolo di Mario Bracci su Gesù, colui che nello Spirito si è detto Figlio e ci ha dato il Padre suo è la relazione come mistero di vita divina trinitaria a essere presa in considerazione: il Figlio la rivela come reciprocità che vive nel dono libero che il Padre fa di sé in lui per lo Spirito, e come dono che Gesù nello Spirito liberamente fa di sé al Padre e agli uomini.

Il saggio di Paolo Mascilongo, La relazione tra Gesù e i Dodici. Un’indagine di narrativa biblica, studia la relazione tra Gesù e i Dodici avvalendosi degli strumenti dell’analisi narrativa. In particolare, l’articolo si concentra sul vangelo di Marco, alla ricerca delle principali caratteristiche della trama e della caratterizzazione del personaggio dei Dodici.

Le relazioni tra Gesù e le donne nella tradizione evangelica, prese in esame da Annalisa Guida, sono caratterizzate da autenticità, rispetto, promozione, misericordia. Le donne sono incontrate, liberate, esaudite, guarite, riportate alla vita, inviate e responsabilizzate. La portata innovatrice e liberatrice dell’atteggiamento di Gesù verso di loro non trova eguali né nel giudaismo coevo né nel cristianesimo primitivo (e successivo).

 

Nel quadro de La relazione di Gesù con i poveri e i ricchi, offerto dal saggio di Enzo Galli, emerge con chiarezza la sua predilezione per gli emarginati, per coloro che agli occhi degli uomini contano poco o niente, i più vulnerabili, ai quali Gesù mostra la particolare premura di Dio attraverso due fondamentali atteggiamenti: la compassione e la libertà.

L’articolo di Amaury Begasse de Dahem indaga La relazione salvifica universale di Gesù Cristo. Iniziata nella creazione ordinata all’uomo, dispiegata nella storia delle alleanze, mediante l’elezione di uno per i molti, la salvezza storico-cosmica, universale e singolare, è una visitazione trasfigurante e un incontro liberante. Voluta dal Padre, realizzata in Gesù Cristo, “universale concreto” e nel suo corpo ecclesiale, comunicata dallo Spirito, la comunione salvifica al mistero pasquale è inclusivamente offerta alla libertà di ogni uomo, in modo da poter “sperare per tutti”.

Paolo Trianni illustra La comprensione odierna di Cristo nella relazione con le religioni, mostrando come, a partire dal Concilio ecumenico Vaticano II, oggi è possibile impostare una cristologia aperta, dialogica e improntata all’interculturalità. Al suo interno, infatti, è nata una teologia delle religioni che presenta la figura di Gesù in termini universali. La comprensione attuale di Cristo è legata – e non può non legarsi – alla sfida rappresentata dalle religioni non cristiane.

Nel saggio conclusivo, Laura Capantini, affronta Il momento dell’incontro. L’intersoggettività come categoria interpretativa della spiritualità di Cristo e dei cristiani. Le più recenti ricerche in ambito di neuroscienze e psicologia dello sviluppo rivelano che l’intersoggettività costituisce una dimensione fondamentale e ineludibile per lo sviluppo della mente e della coscienza dell’essere umano. L’autrice propone di considerarla come una categoria interpretativa utile a gettare luce sul peculiare percorso di formazione della coscienza e della spiritualità di Gesù e come elemento caratterizzante il momento dell’incontro con Cristo per le donne e gli uomini di ogni tempo.

Nella Documentazione, curata da Pierluigi Sguazzardo, viene esposta La cristologia della Parola in Verbum Domini, nn. 12-13, attraverso il concetto di Verbum abbreviatum. Con questa espressione, i padri della chiesa hanno inteso mostrare come Gesù Cristo sia la Parola breve, cioè colui che, mediante l’incarnazione, ha reso visibile e definitivamente comprensibile ciò che prima era sparso e ancora oscuro nella molteplicità delle precedenti Scritture.

L’Invito alla lettura, sempre a cura di Pierluigi Sguazzardo, presenta un ottimo repertorio bibliografico di cristologia, ripartito tra il problema del metodo, i manuali, alcune proposte sistematiche e altri studi.

Maurizio Gronchi

 

* * *

 

Con questo fascicolo, «CredereOggi» inaugura la «quarta serie» della sua storia ormai più che trentennale e si presenta ai lettori con una nuova veste grafica, risultato di un accurato lavoro di restyling. Nuova copertina con nuovi colori, pagina più ariosa e leggibile per assicurare alla nostra rivista un «movimento» grafico complessivo, che indichi apertura verso il nuovo, ma in continuità con lo stile sobrio e «pulito» di sempre.

La proposta del nuovo aspetto grafico, tuttavia, guarda oltre la mera cifra estetica, è una vera e propria scommessa sul futuro: nelle tormentate condizioni attuali dell’editoria religiosa, «CredereOggi» va in controtendenza e rilancia. L’avvio di una nuova fase significa anzitutto fiducia nella «missione» della rivista e della sua specificità nel panorama teologico ed ecclesiale italiano e, al tempo stesso, un rinnovato impegno nei confronti dei lettori, ai quali si intende offrire un servizio sempre più qualificato e autorevole.

Ringraziamo l’editrice, la redazione e tutti coloro che hanno favorito, incoraggiato e reso possibile la realizzazione del nuovo progetto grafico, ma il ringraziamento più grande è – ancora una volta – per i lettori, che hanno accompagnato fedelmente il cammino di «CredereOggi» in questi anni. Confidiamo che il loro sostegno non venga meno, particolarmente attraverso la sottoscrizione dell’abbonamento e l’aiuto per la sua diffusione.

Buona lettura.

 

Germano Scaglionidirettore



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
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EDITORIALE

Famiglia: la chiesa in ascolto dello Spirito

 

La famiglia non è mai problema, ma opportunità, benedizione.

È scuola di umanità che dobbiamo curare, proteggere, accompagnare1.

 

Queste parole rivelano l’attenzione del pontefice per questa «scuola del domani», bisognosa di «cura, protezione e accompagnamento», da parte non solo dei pastori, ma dell’intera comunità ecclesiale. Se, infatti, numerosi sono gli esempi di matrimoni riusciti e di unioni solide, non mancano motivi di preoccupazione per il futuro della famiglia, da cui giungono segnali di disagio e difficoltà, se non addirittura di crisi.

Sono note le situazioni problematiche con cui si confronta ormai quotidianamente l’attività pastorale: famiglie «incompiute» (conviventi), famiglie «imperfette» (matrimoni civili), famiglie «ferite» (separati e divorziati), a conferma dell’impressione che la famiglia si stia muovendo tra «crisi e resistenza».

La comunità ecclesiale ha colto l’urgenza di ripensare il proprio impegno, ponendosi anzitutto «in ascolto di ciò che lo Spirito dice alla chiesa» (Ap 2,7), consapevole della «necessità di un radicale rinnovamento della prassi pastorale alla luce del vangelo della famiglia» (Relatio Synodi, 37).

Si comprende allora l’itinerario tracciato da papa Francesco, un percorso ecclesiale di ascolto dello Spirito e del vissuto di persone e famiglie, imperniato su un «doppio» sinodo, che lo stesso pontefice ha definito come «uno spazio protetto affinché lo Spirito Santo possa operare». Si tratta di due eventi in stretta continuità: il primo (III Assemblea generale straordinaria), incentrato su Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione (ottobre 2014). Su esplicita richiesta del papa, la discussione è avvenuta all’insegna della trasparenza e della parresia, mettendo sul tappeto le questioni più scottanti che attraversano la vita della famiglia. L’altro evento (XIV Assemblea generale ordinaria) su La vocazione e la missione della famiglia nella chiesa e nel mondo contemporaneo (4-25 ottobre 2015). Ai due eventi si è aggiunto un tempo intersinodale, durante il quale papa Francesco ha ulteriormente arricchito la riflessione, mediante le numerose catechesi in occasione delle udienze generali e in altre circostanze. Va segnalato anche il contributo del popolo di Dio, interpellato in diverse occasioni e, mai come in precedenza, coinvolto nel cammino di preparazione. Tra le finalità principali di questo articolato percorso vi è quella di «maturare nuove idee e trovare soluzioni concrete a tante difficoltà e innumerevoli sfide che le famiglie devono affrontare»2.

Alla luce di queste indicazioni, la rivista affronta il tema della famiglia. Non si tratta di un tentativo di risolvere questioni delicate, ma del desiderio di fornire al lettore un quadro di riferimento articolato, certamente non esaustivo ma neppure superficiale, a partire dal quale ognuno potrà farsi un’idea della posta in gioco e dei temi sui quali la discussione è (e probabilmente resterà) ancora aperta. Si tratta di rendere ragione della complessità dei temi trattati, superando le semplificazioni indebite, attraverso il consueto approccio monografico e multidisciplinare che ci contraddistingue. Esame e bilancio provvisorio su una realtà poliedrica quale la famiglia: è questo dunque il binomio intorno al quale si polarizza il nostro contributo alla riflessione ecclesiale sulla famiglia, luogo in cui si gioca il futuro dell’umanità e della chiesa.

Nell’articolo di apertura,Francesco Bellettipone una questione fondamentale, ossia se la famiglia possa ancora considerarsi «la cellula fondamentale della società». Si tratta di una riflessione sul modo in cui è «narrata» la famiglia ai nostri giorni, in cui la discontinuità della vita familiare sembra prevalere sulla stabilità dei progetti. La famiglia non è finita, ma è cambiata e continua a rivestire un ruolo di assoluto rilievo, oltre a essere chiamata ad assumere nuove responsabilità.

Il contributo diAldo N.Terrinpropone uno studio sull’antropologia dell’amore, centro propulsore della vita, ma investito da una crisi profonda. Oggi l’amore è dibattuto, contrastato e vissuto nell’ambiguità delle espressioni, delle forme e dei modi di comunicazione, prima ancora che nei modi di realizzazione. In particolare, l’autore si chiede cosa sia l’amore e cosa significhi amare, soprattutto nelle sue forme che fanno capo al matrimonio e alla famiglia.

AldoMartin, in prospettiva biblica, sottolinea l’originalità del-l’approccio di Gesù alla realtà del matrimonio e della famiglia. Nel vangelo, Gesù sembra interessarsi maggiormente delle relazioni all’interno della cerchia dei suoi discepoli, chiamati a considerarsi fratelle e sorelle, al di là e al di sopra dei vincoli familiari. Indubbiamente Gesù mette al primo posto l’annuncio del regno e delle sue esigenze, ma è proprio a partire dal cuore della sua predicazione che tocca nel profondo la realtà del matrimonio, ripresentando in modo radicale il progetto «originario» sulla coppia, così come emerge dalle prime pagine di Genesi.

Un saggio di carattere teologico-pastorale è proposto daNicolaReali,che approfondisce il rapporto tra battesimo, fede e sacramento del matrimonio. In particolare, si occupa di un nodo da tempo oggetto di discussione: il nesso fede e sacramento del matrimonio. L’autore insiste sulla necessità di un profondo ripensamento dell’attuale prassi e normativa ecclesiale, impegno che non è più possibile differire.

Andrea Grilloaffronta uno temi più scottanti del dibattito attuale: il rapporto tra la comunione eucaristica e la condizione di divorziati risposati. La riflessione si sofferma sul cammino ecclesiale di incorporazione a Cristo, iniziato col battesimo, anche per i fedeli divorziati e risposati civilmente, focalizzando l’analisi sul rapporto tra comunione spirituale e comunione sacramentale, nella storia e in rapporto al contesto culturale e sociale odierno. Le possibili prospettive di sviluppo chiamano in causa la teologia e la pastorale.

Un’altra questione di grande attualità riguarda le persone e le unioni omosessuali nel loro rapporto con la comunità ecclesiale. Da più parti si invoca la legalizzazione delle unioni fra persone dello stesso sesso e la loro equiparazione giuridica con il matrimonio civile.Maurizio Faggionifa il punto della situazione, mettendo in rilievo l’evoluzione della comprensione dell’omosessualità nel magistero ecclesiale. Il modello coniugale eterosessuale resta il paradigma di riferimento nella morale sessuale, ma gli apporti delle scienze umane hanno condotto a un diverso atteggiamento di accoglienza e considerazione delle persone omosessuali.

La riflessione sinodale si è occupata della famiglia anche in prospettiva giuridica, con una particolare attenzione ai processi di nullità del matrimonio, chiedendo anche uno snellimento delle procedure, per giungere in tempi rapidi a dare una risposta ai fedeli che si rivolgono ai tribunali ecclesiastici.PierantonioPavanelloriflette sull’argomento a partire dalle proposte contenute nella Relatio Synodi, insieme a un commento al motu proprio (15 agosto 2015) con cui papa Francesco riforma il processo canonico matrimoniale (Mitis iudex Dominus Iesus).

Nell’ultimo contributo mons.Enrico Solmi, presidente della CommissioneCEIper la famiglia e la vita, riflette sul binomio famiglia-evangelizzazione, in particolare sul ruolo della famiglia come soggetto/oggetto nel contesto delle dinamiche della nuova evangelizzazione. La coppia e più in generale la famiglia sono chiamate a «esporsi», ad abbandonare le retrovie per farsi protagonisti principali di quel movimento «in uscita» indicato da papa Francesco all’intera comunità ecclesiale. Non più, dunque, la famiglia come semplice «destinataria» dell’annuncio, ma anche testimone del «vangelo del matrimonio», nella convinzione che il matrimonio stesso è vangelo, buona notizia che salva ancora oggi.

NellaDocumentazioneil lettore troverà due contributi, diversi tra loro, ma entrambi strettamente legati al tema del fascicolo. Il primo, a cura diMarzia Del Bianco, è anche un omaggio a Giovanni Paolo II, il pontefice della Familiaris consortio (1981), pietra miliare nella riflessione ecclesiale sulla realtà della famiglia. Si tratta di alcune catechesi cheKarol Wojtya tenne durante un corso di esercizi spirituali ai fidanzati, commentando la formula delle promesse matrimoniali. Il secondo contributo è una riflessione diOrlando Todiscoe consiste in un originale «sguardo francescano» sulla famiglia, presentata come «scuola di alterità», vale a dire come luogo di accoglienza reciproca.

Infine, l’Invito alla lettura, curato daOliviero Svanera,propone una ricca bibliografia, segnalando le opere più recenti e di maggior interesse, a partire dalle quali il lettore potrà avviare un suo percorso di ricerca personale sulle numerosi questioni che ruotano intorno alla realtà poliedrica della famiglia.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018923
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

EDITORIALE

Il rito, dimensione fondamentale della fede

 

Il rito è il sostrato fertile

da cui ha origine e si sviluppa la religione1.

Il rito non s’inventa, c’è! Non possiamo farne a meno. Se vogliamo strutturare la nostra vita, darle una forma dobbiamo ricorrere al rito. È una modalità di agire che fa uscire dalla dinamica della produttività e del rendimento per farsi essenzialmente comunicazione, stabilisce cioè legami e impronta relazioni. Le dinamiche rituali interessano tutte le età della vita pur dentro le notevoli variabili storico-culturali. Interessa l’esperienza del tempo e della memoria; almeno le più rilevanti come quelle legate ai grandi passaggi della vita (nascita e morte). In tal senso le religioni nascono dai riti, non li precedono. Hanno bisogno del rito per produrre e comunicare senso. E ne devono rispettare la natura e il comportamento. È inevitabile, pena l’insignificanza e il declino della religione stessa. Su questa base antropologica si fonda anche l’importanza del rito nella religione cattolica e la sua centralità nell’esperienza della fede.

Molti si chiedono se il cristianesimo abbia veramente bisogno del rito. Altri ancora interrogano la fede «in» Gesù e «di» Gesù persuasi che tale esperienza implichi la fine proprio dei riti e dello stesso sacro. Anche il lessico cultuale neotestamentario sembra sbilanciarsi dalla parte del culto spirituale rendendo quasi superflua o inutile ogni ritualità. Una deriva legata al convincimento che la fede si costruisca altrove. Ma anche la riflessione moderna sulla religione ha portato a ritenere il rito un agire propedeutico a una religione della «ragione» fatta di giustizia, morale, intelligenza e volontà. Non è questo certo il luogo per analizzare a fondo la questione. Resta che da tali (e altri) processi si sviluppa quella secolarizzazione che prenderà presto la piega estrema che vediamo ancora nella nostra società. Ciò che sorprende, in ogni caso, è che rifiutato il sacro e le istituzioni religione, la società non ha rifiutato i riti, anzi li ha intensificati e incrementati.

Il punto nodale della riflessione odierna sulla liturgia, scaturita dal concilio Vaticano II, sta sì nel suo rapporto con la fede e la teologia, ma anche con la pastorale (migliorare la partecipazione alle celebrazioni). Le riflessioni e il dibattito di questi ultimi anni hanno visto concorrere diverse prospettive: quella teologica (il contenuto), quella teologico-liturgica (la forma), quella pastorale (l’agire celebrativo contestualizzato) e quella antropologica (l’agire simbolico-rituale). Su quest’ultimo versante si pone la monografia che presentiamo.

La bibliografia sul rito è ormai enorme. La questione è affrontata da molteplici punti di vista e ci sembrava superfluo replicare riflessioni. Così ci siamo concentrati su un punto troppo spesso dato per scontato: la liturgia e la ritualità «nella Bibbia». Infatti, se certo lessico biblico sporge nella direzione del culto spirituale, ciò non significa che il rito e la ritualità nella Bibbia si presentino come irrilevanti od opzionali. Anzi. Infatti, se guardiamo anche solo ai due momenti fondamentali della fede nell’Antico e nel Nuovo Testamento notiamo che sono decisamente marcati da due riti: quello della pasqua (Es 12) e quello dell’ultima cena (Mc 14,22-25; Mt 26,26-29; Lc 22,15-20; 1Cor 11,23-26 ) che, per i cattolici, è l’eucaristia. Entrambi sono memoria di un evento, ma anche «riti» che accadono prima dell’evento stesso, quasi a dire che anche il rito concorre a istituire l’evento.

Nel 2014 si è tenuta presso la Casa di spiritualità dei Santuari Antoniani di Camposampiero (PD) l’VIII Settimana biblico-liturgica, che poneva a tema proprio La liturgia e la ritualità nella Bibbia. Abbiamo così volentieri ospitato, e in parte rielaborato, l’esito dei lavori condotti, peraltro, con un consono approccio multidisciplinare ed esperienziale.

Il fascicolo si apre con un primo contributo diJerônimo Pereira Silvache presenta un’analisi del rapporto tra fede e rito. Al cuore dell’esperienza cristiana l’autore colloca la liturgia, locus nel quale il credente può trovare ciò di cui ha bisogno per «il progresso e la gioia della fede» (Fil 1,25). In questo contesto, un ruolo di rilievo è riconosciuto al corpo, elemento non sempre preso nella dovuta considerazione, ma determinante per lo sviluppo di un’autentica spiritualità liturgica.

Con uno studio su La ritualità del quotidiano,Gaetano Comiatioffre un contributo dal punto di vista antropologico, in cui richiama l’importanza del rito non solo in ambito liturgico-sacrale, ma come componente dell’esperienza umana tout court, nei suoi aspetti più quotidiani. Oltre a ciò, a partire dal Benedizionale, l’autore offre spunti di riflessione circa il modo di santificare i diversi momenti della vita.

Il riferimento alla parola di Dio accomuna i tre contributi successivi, in cui si pone a tema un altro rapporto, quello tra Parola e rito.Aldo Martinstudia un argomento tuttora al centro di un serrato dibattito: Gesù e il rito. Muovendo dalla testimonianza dei vangeli, l’autore si sofferma sull’esperienza rituale di Gesù, considerando anche la sua posizione nei confronti delle istituzioni e delle tradizioni religiose del suo ambiente.Maurizio Girolami, invece, si concentra su alcuni eventi decisivi della vita di Gesù, fra i quali il battesimo sulle rive del Giordano. Alla luce del rapporto di Gesù con le Scritture di Israele e del suo stile nella relazione con gli uomini e le donne del suo tempo, l’autore mette in rilievo la posizione di Gesù in merito alla ritualità ebraica. La riflessione diMorenaBaldaccioffre una lettura dell’unzione di Betania, centrata sull’analisi della ritualità descritta nel racconto. Ne emerge un quadro stimolante per la comprensione del significato che gli evangelisti attribuirono a quel gesto, che segnò l’inizio degli ultimi giorni della vita pubblica di Gesù.

Di indole più strettamente liturgica sono i contributi diJoão B. Ferreira De Araújoe diFrancesca Leto. Il primo autore compie un’analisi fenomenologica dell’Evangeliario secondo il rito romano, muovendo da una prospettiva antropologica di ampio respiro, passando per la storia delle religioni, per giungere a una riflessione sulla ritualità in cui è coinvolto il testo sacro. L’architetto e liturguista F. Leto propone, quindi, uno studio sul ruolo e il significato della danza e della musica nella liturgia eucaristica.

Una diversa prospettiva è suggerita daAlessandro Tonioloche apre una “finestra” sulla liturgia ebraica, considerata nella sua dimensione familiare, comunitaria e personale. Il contributo è utile non solo per conoscere i luoghi e i momenti della preghiera nella vita di una comunità ebraica, ma anche per comprendere meglio alcuni aspetti della liturgia cristiana. L’ultimo articolo è un ulteriore contributo diFrancesca Leto. Si tratta della rilettura di un testo di Romano Guardini, frutto di una sua singolare esperienza nel castello di Rothenfels (Germania), insieme all’architetto Rudolf Schwarz. Liturgia e architettura, corpo e rito hanno concorso a strutturare un luogo di intensa esperienza di fede e di vita.

L’Invito alla Lettura– curato daGaetano Comiati, Francesca LetoeAlessandro Toniolo– contiene un ampio repertorio bibliografico, una selezione di opere che possono accompagnare il lettore nell’approfondimento personale delle tematiche oggetto di studio nel presente fascicolo.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300018886
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

EDITORIALE

 

Memoria, passione, speranza

 

Con l’«anno della vita consacrata» (30 novembre 2014 - 2 febbraio 2016), papa Francesco pone al centro dell’attenzione della comunità ecclesiale questa realtà così preziosa – «dono dello Spirito a tutto il popolo cristiano» –, ma al tempo stesso investita da tutte le problematiche che affliggono tanto la società civile quanto la chiesa. Tre le grandi direttrici che definiscono il percorso indicato dal Pontefice: «Una grande storia da ricordare, il presente da vivere con passione, il futuro da abbracciare con speranza»1. Quindi, non la nostalgia per un passato che non tornerà più, né l’appiattimento sul presente e neppure la proiezione verso un futuro vago e indeterminato, ma uno sguardo «tridimensionale» come chiave di lettura per comprendere sempre meglio l’identità e la missione della vita consacrata, ancora sospesa tra crisi e kairos, vale a dire un «tempo opportuno» per un rinnovamento sempre più profondo e autentico.

 

Diversi gli aspetti sui quali la vita consacrata è chiamata a una riflessione, a partire però da nuove prospettive: la ri-comprensione della sua dimensione «carismatica», dal momento che alle sue origini «è presente l’azione di Dio che, nel suo Spirito, chiama alcune persone alla sequela ravvicinata di Cristo» (Francesco, A tutti i consacrati, 1); la sua collocazione ecclesiale: non un’entità a se stante, isolata e marginale, ma al cuore stesso della chiesa come elemento decisivo della sua vita e missione (cf. Francesco, A tutti i consacrati, 5); la dimensione apostolica: il rapporto con il mondo, attraverso una testimonianza convinta e convincente della gioia che deriva dal vivere «in Cristo»; la dimensione «mistica»: il suo rapporto con il mistero di Dio; la dimensione profetica, le nuove sfide missionarie, ecc. Numerosi sono anche gli interrogativi suscitati dal confronto con un contesto sociale e culturale segnato dallo smarrimento, dal sospetto e dall’indifferenza, ma sempre desideroso di incontrare testimoni dell’Assoluto, capaci di mostrare un «modo altro» di vivere e interpretare l’umano.

 

In sintonia con queste sollecitazioni si struttura il presente fascicolo, la terza «monografia» che «CredereOggi» dedica alla vita consacrata (cf. le monografie La vita consacrata nella chiesa n. 66 [6/1991] e Vita religiosa, dove vai? n. 157 [1/2007]), segno della speciale attenzione con cui la rivista guarda a questa realtà ecclesiale. Senza alcuna pretesa di esaustività, il fascicolo intende toccare aspetti fondamentali della vita consacrata, allo scopo di fornire un quadro sintetico, ma già significativo di questo singolare dono dello Spirito alla chiesa.

 

Il fascicolo si apre con un contributo dell’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione. Sullo sfondo di questo osservatorio privilegiato offre una riflessione sulla vita consacrata, in particolare sul suo carisma, ma a partire dal «centro»: l’evento Cristo, fondamento della fede e della chiesa. Altri aspetti in relazione al carisma della vita consacrata sono: l’orizzonte escatologico, la profezia, la dimensione ecclesiale, il confronto con il panorama culturale e religioso odierno.

 

Sempre sulla linea dell’attenzione all’oggi, ma secondo una prospettiva diversa, si pone Carlos García Andrade, con un articolo sul rapporto tra la vita consacrata e il mondo contemporaneo. L’autore richiama alcune tra le principali sfide con le quali si confrontano i consacrati oggi, non limitandosi, però, a un mero elenco degli aspetti più problematici, ma cercando sempre di cogliere nuove possibilità, spesso celate dietro i cambiamenti che sempre più rapidamente si susseguono nell’attuale contesto socio-religioso.

 

Il terzo contributo riguarda un altro rapporto: quello tra vita consacrata e Scrittura. Germano Scaglioni studia come si è articolata nel tempo la relazione tra le due realtà: ne emerge una quadro composito, in cui si riflettono, da un lato lo stretto legame che fin dagli inizi unisce vita consacrata e parola di Dio; dall’altro, le nuove prospettive che l’esegesi moderna, meno legata a «precomprensioni» dottrinali, dischiude nel definire l’identità e la missione della vita consacrata.

 

A beneficio del lettore, non poteva mancare un excursus storico sullo sviluppo della vita consacrata e delle sue forme, dagli inizi del movimento monastico fino alle «nuove comunità» dei nostri giorni. È il contributo offerto da Raffaele Di Muro.

 

Simona Paolini analizza due dimensioni fondamentali che caratterizzano la vita consacrata: la relazione con Dio e con la chiesa, sottolineando come non si possa mai dare l’una senza l’altra. La ricerca muove dai testi conciliari, in particolare attingendo alla Lumen gentium, per delineare i tratti costitutivi della vita consacrata, tenendo conto della pluralità delle sue forme ed esperienze.

 

Un’utile rassegna dei principali documenti ecclesiali recenti sulla vita consacrata è proposta da Santiago M. Gonzáles Silva. Il lettore è aiutato ad apprezzare la ricchezza di questi testi, nei quali si può osservare una continuità progressiva a livello tematico: l’origine trinitaria della consacrazione, la vita fraterna come realtà significativa nella chiesa, la missione in unità di vita e varietà carismatica.

 

Un aspetto, problematico ma ineludibile, è la relazione tra vita consacrata e mondo giovanile, «terreno» sul quale la vita consacrata gioca un’importante partita per il suo futuro. Sul tema riflette Gianluigi Pasquale, indicando i «poli magnetici», vale a dire gli elementi che non possono mancare nella vita consacrata per poter essere ancora considerata «attrattiva» oggi, soprattutto nei confronti dei giovani alla ricerca della piena realizzazione di sé sul piano umano e spirituale.

 

Un tratto accomuna le testimonianze più autorevoli della vita consacrata: l’esperienza della gioia che scaturisce dall’appartenenza totale a Cristo. La gioia non è un elemento fra i tanti della vita cristiana e ancor meno della vita consacrata: come afferma papa Francesco, essa «riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù» (Francesco, Evangelii gaudium, n. 1). Di questa connotazione della vita consacrata tratta l’articolo di Antonio Bertazzo.

 

L’ultimo contributo del fascicolo è di Lucio Saggioro che pone a confronto mass media e vita consacrata, mondi diversi fra loro, che si relazionano, si conoscono poco, ma possono arricchirsi reciprocamente.

 

Nella Documentazione, Luigi Dal Lago sceglie alcuni brani tratti da tre documenti editi in vista dell’anno della vita consacrata. Due sono a cura della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica: Rallegratevi e Scrutate. Il terzo, invece, è costituito dalla lettera apostolica di papa Francesco A tutti i consacrati che abbiamo più volte citato. Infine, l’Invito alla lettura, realizzato con la consueta acribia dallo stesso Luigi Dal Lago, apre interessanti prospettive di approfondimento, segnalando al lettore le opere più recenti e significative sulla vita consacrata.

 

Il direttore



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Titolo: "Le battaglie dell'Antico Testamento e la pace di Cristo"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore: Gianni Cappelletto
Pagine:
Ean: 2484300018305
Prezzo: € 2.50

Descrizione:

Sommario
    Partendo dall’ambivalenza antropologica tra i due tipi di persona «pastore» e «cacciatore», l’articolo esamina i vari racconti contenuti nel Primo Testamento, che descrivono guerre provocate e condotte dagli uomini per poi soffermarsi sulle guerre promosse o autorizzate da Dio stesso. Sembra si possa vedere come le guerre non siano intese a fine di conquista o di potere, ma per la conservazione del popolo che Dio ha scelto per realizzare la salvezza di tutti i popoli, nel segno di un’alleanza universale. A volte le guerre sono viste come punizione per aver violato l’alleanza, ma alla fine prevale sempre la misericordia divina. Nella seconda parte l’articolo esamina il messaggio di pace che Gesù propone nel contesto socio-politico del suo tempo, prendendo le distanze sia dal potere romano, sia dalle risposte violente degli zeloti. Infine, nell’immagine del «buon pastore» che dà la vita e perdona i suoi uccisori viene raffigurata la riconciliazione tra Dio e l’umanità: non più un Dio che si vendica, ma che perdona.



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