Articoli religiosi

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Titolo: "Servizio della Parola - n. 518"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025358
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

INDEX

Per comunicare meglio

60. I casi difficili/29

Esposti in prima persona, con le proprie

vicende personali (R. Laurita)

I nostri modi di dire

20. Gesù accoglie tutti

1. «Gesù accoglie tutti». L’accoglienza,

le porte chiuse e le città murate (A. Carrara)

2. «Gesù accoglie tutti». tutti, ma proprio tutti? (D. Albarello)

3. Per un’accoglienza generosa e intelligente (M. Ambrosini)

Il giardino del mondo

Un invito a meravigliarsi, custodire, coltivare la vita (C. Cremonesi)

Dalla 16ª alla 20ª ordinaria

19 luglio / 16 agosto

16ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, M. Torcivia, M. Orizio)

17ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, P. Bignardi, M. Orizio)

18ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, + F.G. Brambilla, A. Ghersi)

19ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, L. Alici, A. Ghersi)

Assunzione della Vergine Maria (M. D’Agostino, S. Cumia)

20ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, L. Vantini, A. Ghersi)

 

60.

I casi difficili /29

Esposti in prima persona,

con le proprie vicende personali

di Roberto Laurita

Nella precedente puntata abbiamo sviluppato l’analisi della risposta di un prete alla lettera anonima di “un Amico” che gli era stata inviata. Ci aveva colpito il piglio diretto, la schiettezza del dialogo, il contrappunto tra il passato e il presente, il contenuto riguardante vita cristiana e ministero sacerdotale. A proposito di quest’ultimo tema potremmo domandarci: qual è la sorgente di questo modo di vedere il servizio presbiterale? Perché la coscienza dei propri limiti («non essere sempre all’altezza della missione ricevuta»), dell’alto ideale che si propone («essere prete secondo il cuore di Dio e le giuste esigenze della gente») non lo fa sprofondare nel pessimismo o nei sensi di colpa? Le ragioni sono due e vengono esplicitate da due frasi, collocate una dopo l’altra, che costituiscono un po’ i cardini di tutto il discorso:

• «So che il Signore è con me e che è Lui che mi ha chiamato ad essere prete e che non mi abbandona mai».
• «Poi trovo affetto, collaborazione, vicinanza, sostegno da molte persone e questo fa sì che non mi sento mai solo, anche nei momenti difficili e impegnativi». Così, paradossalmente, grazie a questi due punti di riferimento, accade che anche l’essere considerati «una razza in via di estinzione» non fa paura e si è «pienamente d’accordo» nel ravvisare anche nella crisi numerica dei preti «un segno di Dio» e «una provvidenza».

 5. Ma c’è un altro aspetto che vorremmo segnalare ai nostri lettori e che colpisce in questo testo: l’equilibrio tra razionale e affettivo, tra intelligenza e sentimenti. Questo equilibrio è forse possibile proprio perché manca qualsiasi atteggiamento dotto, qualsiasi riferimento alla dottrina, qualsiasi citazione di documenti della gerarchia cattolica o di autori molto considerati. Le citazioni evangeliche sono ridotte all’osso. Il capitale simbolico è evocato in modo sobrio e con parole proprie. La presentazione di Gesù consiste in alcune pennellate appassionate: «dava gratis da mangiare a chi veniva ad ascoltarlo»; «stupiva con i suoi miracoli»; ma anche «chiedeva qualcosa di impegnativo »; «non demordeva»; «entrava in tutte le case, parlava a tutti dell’amore del Padre, non aveva paura di “perdere tempo”». È un Gesù, comunque, che non assicura il successo immediato, ieri come oggi. Lui stesso, infatti, ha sperimentato il calo di consenso e il fallimento: «quasi tutti si tiravano indietro e se la svignavano elegantemente, proprio come avviene adesso». Si evoca il Vangelo, certo, ma per constatare che la religione che ognuno si inventa «spesso non è la religione del Vangelo». E quando si parla della Pasqua, del Cristo risorto, si ammette che «dovrebbe rivoluzionare la nostra vita», «dovrebbe lasciare il segno ogni volta che arriva, con le sue proposte sconvolgenti». Non sfugga ai lettori, comunque, il modo in cui è presentato il Mistero pasquale. Nessuna concessione all’apologetica, ma piuttosto la presentazione delle coordinate che esso può assumere nell’esistenza quotidiana: «amate i vostri nemici»; «fate del bene a tutti»; «perdonate sempre a tutti».
Nulla di dotto, dunque, in tutto questo. C’è invece l’esercizio dell’intelligenza, che legge in profondità la propria storia individuale e quella più grande in cui si è immersi. Lo abbiamo già rilevato nei passaggi dal passato (ieri, un tempo) al presente (oggi), nel riconoscere le difficoltà, nel non ignorare pregi e difetti delle comunità in cui ci si trova a vivere, nel segnalare l’indifferenza, la fede “fai da te”, le “mille altre cose per la testa” e i “mille problemi” (con quello religioso che «non è certamente tra i primi della lista»). E anche la noia a messa («una funzione noiosa e che non dice nulla»). Non c’è solo lucidità, tuttavia, in queste analisi, c’è anche fede e speranza. Lo abbiamo segnalato proprio mettendo in luce la passione e la simpatia, l’ottimismo che trasuda dalle righe, insieme ai sentimenti. Questo prete che risponde al suo interlocutore non li nasconde perché sono parte importante del suo ministero: la contentezza («sono molto contento di essere prete»; «sono contento di essere parroco»), il rincrescimento, ma anche la fiducia («non mi abbandona mai»). E poi l’affetto, la vicinanza (fatta di collaborazione e sostegno), la gratitudine [...]



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Titolo: "Asprenas n. 1/2020"
Editore:
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025440
Prezzo: € 7.50

Descrizione:

EDITORIALE

L’anno 2020 ha riservato al mondo intero una sorpresa davvero sgradita:

una terribile pandemia che dalla Cina si è diffusa dappertutto, colpendo

in maniera devastante il nostro Paese. Il Covid-19, questo il nome dell’invisibile

e terribile nemico, ha avuto il potere di bloccare i rapporti sociali e

l’economia, imponendo a tutti una forzata quarantena e mettendo in seria

difficoltà la politica. Dopo un primo momento di disorientamento in questa

situazione inedita, le strutture ecclesiali si sono industriate, utilizzando i mezzi

che la tecnologia ha messo a disposizione, per non far mancare il necessario

sostegno spirituale e culturale. I canali televisivi, inoltre, hanno reso possibile

seguire le celebrazioni svoltesi in una basilica di San Pietro vuota di

popolo ma colma dell’aspettativa di “salvezza” di milioni di persone. Vi è stata,

quindi, l’opportunità di ascoltare la parola di papa Francesco, il quale ha

incoraggiato e ha esortato a sentirsi più fratelli nella solidarietà.

Proprio cominciando da quella piazza San Pietro, e dal colonnato che

esprime un abbraccio, presentiamo al lettore il testo della Prolusione di

monsignor FILIPPO IANNONE, presidente del Pontificio Consiglio per i Testi

Legislativi, tenuta il 29 ottobre 2019 in occasione dell’inaugurazione dell’anno

accademico della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale. Parafrasando

il motto Ecclesia semper reformanda, l’arcivescovo spiega il cammino

di riforma della Curia romana intrapreso dopo il Concilio Vaticano II

e che sta giungendo a un punto di svolta durante questo pontificato. La sfida

è rendere quest’organismo di governo un vero strumento di comunione a

servizio dell’unità della Chiesa.

Se questo è l’obiettivo della riforma, occorre chiedersi quale tipo di

umanità trova di fronte a sé la Chiesa. Gli studi e le note critiche di questo

fascicolo ce ne danno uno spaccato. Indubbiamente si tratta di un’umanità

accecata dal fuoco “purgatoriale”, soprattutto dopo quest’esperienza di pandemia

che lascia una lunga scia di morti avvenute nella solitudine e di lutti

vissuti senza poter dare l’ultimo saluto. Come scrive PASQUALE GIUSTINIANI

presentando l’ultima raccolta poetica di Antonio Di Nola, saranno «gli occhi

di chi, come Di Nola e, prima di lui, come la nottola di Minerva, saprà porsi

nell’ombra dello spirito, dove la rivelazione potrebbe pur sempre accadere;

ma a condizione di non pretendere di elaborare troppo presto una dottrina

sul come dovrebbe essere il mondo» (pp. 98-99). Comunque, un’umani -

tà alla quale non basterà rifugiarsi nella psicanalisi per “guarire” veramente,

perché avrà bisogno di aprirsi un’altra via, quella dell’incontro con Dio.

È questa la lettura del celebre romanzo di Thomas Mann, La montagna

incantata, che ci offre il bel contributo di EUGENIO BASTIANON.

I credenti non devono considerarsi esclusi dalla necessità di ripensare

e riformulare la loro fede, per dialogare in modo più significativo con il

mondo. È l’intelligente provocazione raccolta e illustrata nell’articolo di

ADOLPHUS EKEDIMMA AMAEFULE, che per noi ha letto il romanzo di Chimamanda

Ngozi Adichie, Purple Hibiscus, nel quale si prospetta la sfida

posta alla teologia cattolica nel contesto attuale. In tal senso, la Chiesa è

esortata a non considerarsi turris eburnea e societas perfecta, bensì luogo

in cui incontrare la bellezza, l’accoglienza e, soprattutto, il Signore Gesù che

perdona. Allo stesso tempo, la Chiesa deve far maturare la coscienza che il

genere umano è vocato a essere custode del creato, in quanto ne è il “cuore

pulsante”, come scrive nel suo studio ALESSANDRO SEVERINO. Egli inquadra

il problema ecologico nell’orizzonte della riflessione teologica, coniugando

la Summa theologiae di Tommaso d’Aquino con l’enciclica Laudato si’ – di

cui ricorre il quinto anniversario dalla promulgazione – e sostenendo la necessità

di una conversione teologica previa a una conversione ecologica.

L’ultimo studio che presentiamo è di NICOLA DI BIANCO, dedicato a

Myriam di Magdala. L’autore ne offre un profilo, con linguaggio nitido, in

cui si cerca di liberarla da stereotipi e mistificazioni di non pochi studi recenti,

per collocarla nel contesto discepolare e nella fedele sequela che l’ha

fatta rinascere come “apostola degli apostoli”. Chiudiamo questo numero di

Asprenas con un’intervista di GIUSEPPE FALANGA al vescovo di Noto, monsignor

Antonio Staglianò, circa la Pop-Theology, in cui il presule configura

un nuovo modo per avvicinare i giovani – e non solo i giovani – alla fede.

Con l’auspicio di aver reso un servizio utile ai lettori, venendo incontro

a qualche loro domanda e stimolando delle curiosità, auguriamo loro di affrontare

con autentico spirito cristiano questa fase della vita, con la speranza

di uscirne trasformati e con lo sguardo più solidale e penetrante.

GAETANO DI PALMA



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Titolo: "Rivista di Pastorale Liturgica"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025433
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

M. Gallo

Il Messale del Vaticano II

Studi

 M. Belli

I paradossi dell’inculturazione

 C.U. Cortoni

Modelli di inculturazione liturgica:

la lezione della storia

 A . Bucciol

Il Missal Romano in Brasile

 B. Mariolle

Francia: il «Rito dei funerali»

 M. Klöckener

Le Preghiere eucaristiche «svizzere»

 J. B. Likolo

Il Missel Romain per lo Zaire

 A . Lameri

Il Messale italiano 2020:

i criteri della traduzione

 L . Della Pietra

La traduzione: pregi e criticità

 P. Tomatis

La struttura e la grafica

 G. Cavagnoli

Le Collette «italiane»

 F. Feliziani Kannheiser

La messa dei fanciulli

 D. Ekisa – J.-J. Fresnillo

Messali rivisti: esperienze di ricezione

Formazione

 E . Massimi

Schede

4. Il canto del presidente

 F. Pestelli

Liturgia e disabilità: percorsi

4. La persona disabile: dono o fastidio?

 V . Trapani

Pietà popolare e liturgia

4. Canti devozionali e liturgia

Sussidi e testi

 S . Sirboni

Dal Messale al rito

 D. Piazzi

Che cosa cambia per i fedeli?

 

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EDIRTORIALE

Marco Gallo

Il Messale Romano

del concilio Vaticano II

1. Inculturazione: un cantiere permanente. Che cosa succede ad una chiesa che riceve una nuova edizione del libro liturgico più importante? Ed in quale contesto della chiesa italiana giunge questo Messale? Il numero di Rivista di pastorale liturgica che i lettori hanno tra le mani è tutto dedicato all’accompagnamento di questo delicato avvenimento. Mentre andiamo in stampa, il Messale 2020 non è ancora apparso ufficialmente, ma per decisione dei vescovi sarà utilizzabile da subito e diventerà obbligatorio tra non molti mesi, il 4 aprile 2021, Pasqua del Signore. I nostri abbonati non troveranno un approccio analitico esaustivo delle quasi 1200 pagine del testo. Rileggiamo invece l’evento sotto la chiave della responsabilità di inculturazione a cui il Messale italiano 2020 risponde. I riti liturgici, al pari di tutte le altre azioni fondamentali del vivere cristiano, intrattengono un rapporto dinamico con le culture: il vivere cristiano non divora la cultura e non ne è divorato. In continuità con una storia della liturgia in cui la questione è sempre stata oggetto di lavoro anche appassionato, questa terza edizione italiana è da accogliere, chiaramente, non come l’apparire di un nuovo Messale, ma come l’approfondirsi dell’inculturazione in Italia del Messale di Paolo VI. 2. Lingua liturgica e ars celebrandi. È bene ricordare che – al pari delle altre lingue volgari – per la prima volta nella sua quasi millenaria storia l’italiano è stato sfidato a diventare ciò che mai è stato: una lingua liturgica per l’eucaristia, e non solo per i sacramentali e la devozione. Dal 1973 ad oggi, non sono ancora del tutto consolidate le strutture del linguaggio liturgico proprio italiano: i livelli necessari con le loro differenze (carattere eucologico, evocativo, informativo, omiletico, meditativo), i toni ed i codici (il silenzio, il canto, il corpo, l’interazione con lo spazio). La lingua non è uno strumento, è un modo dinamico di stare al mondo, di vivere il tempo, di diventare lode del Cristo totale verso il Padre. Al pari della centrale questione linguistica, anche la pratica del celebrare, l’ars celebrandi, ha ancora bisogno di tempi di maturazione. Con una suggestiva immagine, François Cassingena-Trévedy (Te igitur 2007) dice che si passa dal canone dell’obbedienza del celebrante per il Messale di Pio V («un missel-miroir», un vero oggetto transizionale, potentissimo e paradossalmente assente dalla teologia!), al canone della ricerca del celebrante di Paolo VI («un missel- chemin» che è spazioso, lavora sulla comunità e sul presidente). Secondo una felice espressione di Louis-Marie Chauvet, ripresa a sua volta da Jean-Luc Marion, questo spostamento chiede alla comunità celebrante di prendere l’iniziativa e molto lavorare, per poter finalmente perdere l’iniziativa: la partecipazione attiva si rivela nella sua maturità di permettere che si perda il controllo, come avviene nelle azioni vitali, quali l’amare, il generare, il nutrirsi, il danzare. Questo non era immediatamente visibile nel 1969: il Messale italiano 2020 procede delicato e netto su questa faglia linguistica e pratica. 3. Una ricezione obbediente ma tiepida? Progettare una robusta pastorale liturgica. Facendo tesoro di recenti ed analoghe esperienze di altre chiese nazionali, il nuovo Messale in lingua italiana si teme che corra il rischio di essere accolto in modo obbediente (le comunità lo adotteranno) e tiepido (non susciterà molte reazioni). L’impresa ci consegna una nuova edizione di qualità, eppure non così attesa dalle comunità. Pesano tra i tanti motivi, senza dubbio, le non facili vicende dei nuovi Lezionari (2007) e del Rito delle Esequie (2011) – diversa è la storia degli effetti del Rito del Matrimonio (2004) – che hanno registrato più perplessità che entusiasmo, la poca condivisione dei motivi che hanno portato ad una nuova edizione del Messale, forse persino il disagio per una spesa economica. Si tratterà dunque di lasciarsi ispirare da altri progetti (ne troverete di gustosi nella rivista) per progettare una robusta pastorale liturgica, ma anche di saper cogliere lo specifico di questo tempo. Il libro liturgico giunge nelle comunità che celebrano in regime di distanziamento sociale, dovuto alla situazione d’emergenza sanitaria non ancora risolta. Questa situazione rende più difficoltoso il ricorso agli strumenti consueti di istruzione liturgica (convegni, incontri, eventi), ma lascia aperto un ventaglio di esperienze creative possibili, anche in questa stagione di celebrazioni dalla gestualità più sobria e persino innaturale. L’innegabile povertà delle nostre assemblee ad ingresso contingentato, senza tatto, con movimenti rituali ridotti e con una ministerialità impoverita chiede uno straordinario lavoro di creatività e lascia aperti spazi non facili da procurare: la nuova più abbondante ed indispensabile ministerialità di accoglienza, i tempi più distesi della preparazione, di arrivo anticipato nell’aula, la dispersione della schola come lievito nell’assemblea, il rimando dialettico fra strumenti digitali ed azioni in presenza fisica. Questa stagione che si apre è un necessario prolungamento del Movimento liturgico, prolungamento affidato al nostro delicato discernimento.



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Titolo: "Parole di Vita"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025426
Prezzo: € 4.50

Descrizione:

Editoriale

Ombretta Pettigiani

QUANDO DIO RICORDA

Roberta Ronchiato

IL FILO DELLA MEMORIA.

UNA STRATEGIA CONTRO L’OBLIO

Cristiano D’Angelo

IL RICORDO DEL DESERTO

Guido Benzi

«TU, IL TUO FIGLIO

E IL FIGLIO DEL TUO FIGLIO» (DT 6,2).

LA TRASMISSIONE DELLA MEMORIA

Filippo Serafini

«RICORDATI CHE SEI STATO SCHIAVO».

DONO DIVINO ED ETICA

Luca Mazzinghi

«CANCELLERAI LA MEMORIA

DI AMALÈK!» (DT 25,17-19).

L’OBLIO DEI NEMICI NELLA BIBBIA

Furio Biagini

NON DIMENTICARE DI RICORDARE:

IL DOVERE DELLA MEMORIA

Sergio Tanzarella

MEMORIA E RICONCILIAZIONE.

DALLA PURIFICAZIONE ALL’ABUSO

Marco Tibaldi

IL PENTATEUCO NELLA SCUOLA:

ALLA RICERCA DELLA MEMORIA PERDUTA

PER SAPERNE DI PIU

Marcello Panzanini

Un ricordo dalle radici profonde

APOSTOLATO BIBLICO

Alessandro Zavattini

Bibbia e metodi attivi: La narrazione biblica di M. Tibaldi

VETRINA BIBLICA

ARTE

Marcello Panzanini

Quando la memoria non ci sostiene occorre aiutarla

 

EDITORIALE

Pentateuco e il corpo letterario animato dal ricordo. In ognuno dei cinque libri ricorre il verbo ebraico corrispondente e in tutti Dio ne e il soggetto. L’atto di rammentare lo contraddistingue. Ma osservando con piu attenzione, si nota una curiosa coincidenza: nel Pentateuco, le prime cinque attestazioni del verbo zkr hanno il Signore come soggetto, le ultime il popolo, come se la Scrittura mettesse il ricordo attuato da Dio a fondamento della possibilita umana di ricordare e, piu radicalmente, di esistere (Ombretta Pettigiani). Del resto, ebraismo e cristianesimo traggono vigore dal far memoria di quell’evento fondante che e la Pasqua, come passaggio, per il primo, dalla schiavitu alla liberta; per il secondo, dalla morte alla vita. Si tratta dunque di un atto necessario soprattutto per Israele che vede in quel passaggio la nascita di se stesso non solo come comunita religiosa ma anche come popolo: la memoria e dunque diventata, al contempo, vulcano perennemente attivo e magma lento ma incandescente; entrambi gli hanno permesso e gli permettono di affrontare presente e avvenire, scuotendolo e consolidandolo (Furio Biagini). Il coraggioso atto di memoria non solo fonda e difende Israele. Nel Pentateuco si nota un intercambio tra il verbo zakàr e il verbo shamàr, tra ri-presentare (zakàr) gli eventi fondanti e osservare (shamàr) i comandi di Yhwh che in virtu di quell’intervento liberante sono emanati: Ricordati che sei stato schiavo… percio il Signore ti ordina di osservare. I comandamenti sono finalizzati alla tutela della liberta di Israele in quanto donata da Yhwh (Filippo Serafini). Essendo tale liberta un bene prezioso, si ricorre a strategie contro l’oblio della Legge e, quindi, di quel che rappresenta. Una di queste consiste nell’applicare delle frange sul bordo degli abiti (l’evangelista Matteo li chiamera filatteri) e, al loro interno, un filo viola che diventa memento per l’osservanza dei precetti divini. Da questo momento la memoria resta appesa a un filo, si, ma in modo saldo, tanto che l’usanza prosegue anche ai giorni nostri (Roberta Ronchiato). Il popolo si dota di un altro espediente: affida ai figli e ai figli dei
figli la memoria di quanto avvenne quella notte in Egitto; tramite il filo del racconto col-lega le generazioni tra di loro, evitando che si perdano nello spazio vuoto della smemoratezza (Guido Benzi). L’amnesia sta sempre in agguato ed e pronta a invadere il campo dei ricordi, soprattutto di quelli che si considerano spiacevoli e urticanti. Percio a Israele si ingiunge di non dimenticare il cammino nel deserto. Quello fu il momento fontale della sua relazione con Dio ma anche l’occasione per sperimentare il fallimento e per imparare che Dio deve essere amato in modo integrale. In quel periodo si compie (quaranta anni) il processo di discernimento del cuore di Israele: dunque non si puo s-cor-dare (Cristiano D’Angelo). Il passato va richiamato ma anche vagliato. La memoria struttura una cultura, una societa, una personalita, ma le puo schiacciare, opprimere, reprimere. In questo senso diventa necessaria la funzione, da una parte, della storia: come disciplina, e in grado con coraggio e umilta di purificare la memoria, evitando ogni forma di monumentalizzazione e di strumentalizzazione (Sergio Tanzarella). Dall’altra, essenziale risulta la funzione della psicologia, nelle sue diverse modulazioni. L’analisi transazionale, per esempio, introduce il concetto di copione, come insieme di comportamenti immagazzinati da piccoli in grado di condizionare i propri comportamenti da grandi. Si tratta, dunque, di ricostruire e gustare la memoria dei propri vissuti, nonche di interpretare il contesto sociale nel quale si e cresciuti, un contesto che a sua volta ha alle spalle una lunga storia che la memoria collettiva e in grado di fornirci per poterlo analizzare (Marco Tibaldi). Insomma, l’esercizio della memoria si puo equiparare a un lungo cammino da fare insieme, come evoca la scena descritta da Altobello Melone e riportata in copertina (Marcello Panzanini): un pellegrinaggio, che Dio e l’uomo percorrono insieme. Buona lettura.



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Titolo: "Servizio della Parola - n. 520"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025419
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

INDICE

Introduzione: di Chino Biscontin .

1. La situazione

1.1 La relazione con Gesù qualifica

in modo essenziale la fede cristiana

di + Franco Giulio Brambilla

1.2 In che direzione va oggi il senso di Dio

di Lucio Pinkus .

1.3 La chiesa: via od ostacolo nel rapporto con Gesù?

di Paola Bignardi .

1.4 Il capitolo IV di Christus vivit

e l’accesso emotivo a Gesù

di Paola Bignardi .

1.5 Predicare Gesù, il Cristo. Una riflessione

a partire dall’impianto catechistico in Italia

di Roberto Laurita

2. Noi predichiamo Gesù Cristo

2.1 Noi predichiamo Gesù Cristo crocifisso e risorto

di Sergio De Marchi .

2.2 Annunciare Gesù come Salvatore, oggi

di Maurizio Gronchi .

2.3 Predicare Gesù manifestazione di Dio

di Massimo Epis
2.4 Parlare di Gesù come mediatore

tra Dio e gli uomini

di Roberto Del Riccio .

2.5 Annunciare Gesù vivente nella gloria

di Simona Segoloni Ruta

3. Come predicare Gesù Cristo

3.1 Paolo predica Gesù Cristo

di Antonio Landi

3.2 Come san Giovanni predica Gesù

di Andrea Albertin .

3.3 Atti 2 come esempio di predicazione su Gesù

di Alessandro Gennari .

3.4 Come parlare dei miracoli di Gesù

di Paolo Mascilongo

3.5 Come parlare del “fallimento”

della missione di Gesù

di Severino Dianich

3.6 Come parlare della risurrezione di Gesù, oggi!

di Andrea Toniolo

3.7 Come parlare della presenza di Gesù, oggi

di Antonio Montanari

3.8 Il predicatore consapevole

di parlare di Gesù alla sua presenza

di Luciano Manicardi .

3.9 Uno stile celebrativo

che apra all’incontro con Gesù

di Paolo Tomatis

 

 


INTRODUZIONE

di Chino Biscontin

Quando ci siamo riuniti, come Consiglio di Direzione di questa nostra rivista, la situazione in cui ci trovavamo non lasciava nemmeno lontanamente prevedere quello che sta accadendo ora, mentre scrivo questa introduzione. Siamo nel pieno di una terribile pandemia che fa ammalare, uccide, altera le relazioni, interviene sui servizi, sulla produzione di beni, sul contesto sociale, sulla politica, sulle relazioni internazionali. Tutto fa temere che la pandemia non cesserà molto presto, anche se schiere di ricercatori stanno indagando e lavorando su interventi farmacologici e su possibili vaccini. Anche la predicazione ha dovuto e deve ancora fare i conti con questo scombussolamento, che sta facendo traballare certezze, modi di pensare, scale di valori, e che inoltre interviene sui nostri sentimenti, anche quelli più profondi. E non solo la predicazione, ma l’intero apparato di ricomprensione del Vangelo e delle sue conseguenze va rimesso in cantiere. Solo per fare qualche cenno: sarà urgente ricomprendere alla luce dell’insegnamento e del comportamento di Gesù in che cosa consista la “salvezza” di cui parliamo: bisognerà dilatare di molto la comprensione. Sarà urgente una robusta riflessione su come dobbiamo andare verso Dio: con quali immagini, a partire da quali esperienze, con quali comprensioni. Il che esigerà una maniera diversa di attingere luce dalle Scritture. Dal punto di vista della comprensione della Chiesa, della sua missione, di
come svolgerla, di come comprendere quella che chiamiamo salvezza e altro ancora, bisognerà dilatare gli orizzonti tenendo conto che l’azione di Dio riguarda il Regno annunciato da Gesù, che va oltre i confini della Chiesa, che in essa può anche trovare ostacoli e che riguarda quei beni ai quali nella Chiesa non si dà sempre un’importanza adeguata. Che dire nel frattempo? La prima cosa che mi viene in mente è che dobbiamo contrastare con decisione ed energia chi afferma che questa pandemia è un castigo di Dio e che Dio, dunque, avrebbe in essa una parte attiva. È una bestemmia e come tale va trattata (papa Francesco). Così pure va contrastato ogni tentativo di andare a trovare nella Bibbia “profezie” riguardo a ciò che ci sta capitando, quasi che la cosa fosse prestabilita e programmata da tempo. La seconda cosa è che questa infezione è un male e come tale va considerata. Sarebbe stato meglio che non ci fosse mai stata. Non condivido il modo di parlarne di chi la interpreta come un’occasione positiva, un’opportunità di un qualche bene che ci è data. Dal male può venire solo del male che, se trova in noi una qualche alleanza, anche sotto forma di minimizzazione o di mancato impegno per farvi fronte, può anche dilatarsi e diventare un male ancora più grande. Perciò non è ben indirizzato lo sforzo di chi cerca un senso a ciò che ci sta capitando, se per “senso” si intende qualcosa di positivo, di buono. Il male può essere simboleggiato dal buio, e dal buio non ci si può attendere luce. Stiamo vivendo una sfida radicale e le domande sensate sono quelle che indirizzano la ricerca, le motivazioni, l’azione per farvi fronte, per far indietreggiare l’immensa valanga di male che ci è rovinata addosso. Certo, essa pone delle domande fondamentali sul piano della fede, che possono essere riassunte in queste due: Perché Dio permette tutto questo? Perché Dio non interviene? Se con la parola “permette” si intende che Dio avrebbe potuto impedire tutto questo e non lo ha fatto, si ritorna alla bestemmia di cui sopra. Per cui la vera domanda è la seconda: Perché Dio non è intervenuto e non interviene?
La risposta va cercata nell’interazione tra la libertà di Dio e la libertà degli uomini. Dio ci ha creati liberi e lealmente rispetta la nostra libertà. E noi possiamo usare male la libertà, provocando il male. Da parte di Dio, il suo impegno è la sua azione nelle nostre coscienze mediante lo Spirito Santo. Qui sta l’impegno di Dio nel passato e nel presente: ispirazione, sostegno, ripresa in seguito a delle nostre scelte sbagliate, perdono e non castigo, e così via. Chi ha occhi di fede, vede il suo impegno in questo senso, che è immenso, fedele e costante: la Bibbia è testimonianza di questo. Vedo l’impegno di Dio nell’eroismo sorprendente che stanno dimostrando medici, infermieri, tecnici, dirigenti e tanti altri ancora per curare i malati, per frenare il contagio, per trovare un rimedio. Non è casuale che papa Francesco continuamente volga e faccia volgere lo sguardo in quella direzione: la trasparenza verso Gesù di tutti costoro, agli occhi di chi vede, è del tutto evidente. L’impegno di Dio che qui si vede, mediato dalle libertà di chi, consapevole o meno, lo asseconda, è davvero grandissimo. Un’ulteriore domanda potrebbe essere questa: affidando la libertà agli uomini, Dio non ha corso un rischio troppo grande? Chi risponde di sì a questa domanda deve assumersi la responsabilità di dire che sarebbe stato meglio non creare gli esseri umani. Personalmente rifiuto questo modo di pensare, perché lo vedo suggerito dal male e non dall’amore verso la gente o da un modo corretto di pensare Dio. La misericordia di Dio consiste nel restare fedele all’umanità anche quando molti uomini fanno del male, e questa sua fedeltà nel volerci bene nonostante tutto ispira un grande amore per l’umanità, nonostante tutto. È quello che si vede nei medici, negli infermieri e in tutti gli altri di cui ho parlato. Il male nel quale ci troviamo, oltre che nell’inevitabile fragilità di esseri limitati quali noi siamo, ha le sue radici in comportamenti sbagliati da parte nostra. Alcune di queste radici possiamo vederle e le abbiamo viste anche in queste settimane negli opportunismi e nei calcoli fatti sulla pelle delle persone, da parte di chi ama il proprio denaro e il proprio potere più di quanto
abbia a cuore la sorte degli altri. Altre radici si infilano dentro i meandri dei secoli, dentro la vastità dell’umanità, e non sono individuabili. È su questo punto che il male che ci sta colpendo sfida la nostra reazione. È dalla nostra reazione, non dal male, che può venire un qualche bene. Reazione di riconsiderazione generale del nostro modo di pensare, di valutare, di decidere, di comportarci. Ma su questo punto mi pare che le riflessioni si moltiplichino e che molte di esse vadano nella direzione giusta: riconsiderare il nostro rapporto con Dio, riconsiderare il rapporto tra di noi, riconsiderare il rapporto con l’ambiente naturale, i rapporti sociali, politici, internazionali. È certo che una fede limpida, vissuta con sincerità e lealtà, riflettuta responsabilmente ha molti doni da fare. Anzitutto quello della bontà disposta a pagare un prezzo alto per il prossimo, il rispetto rigoroso per gli altri in tutti i rapporti sociali, una speranza che non viene meno anche in mezzo a tante difficoltà, pericoli e di fronte alla paura. Dio non ha impedito quel male terribile che è stata l’uccisione di Gesù; ma egli l’ha sostenuto, perché avesse la forza di consegnare agli uomini il proprio insegnamento, con le parole e con l’esempio, e con esso un’apertura totale alla fede in Dio. La sfida «scendi dalla croce» è sulla bocca di chi non amava e non capiva Gesù, e non era aperto a Dio. Naturalmente va escluso che l’uccisione di Gesù, in quanto male, sia stata voluta e programmata da Dio, come “castigo” per i peccati degli uomini. Non è l’uccisione di Gesù che manifesta l’opera di Dio, al contrario manifesta il suo rifiuto; è la volontà di Gesù di portarci il dono che Dio aveva messo nelle sue mani, dono indispensabile perché la storia degli uomini non fosse un insensato cumulo di cattiverie e di vittoria del male nelle sue mille e mille forme, che lo ha portato a non tirarsi indietro quando per farlo si esponeva a rischi mortali; l’opera di Dio si manifesta in questa eroica fedeltà nella bontà di Gesù. Un’ulteriore possibile domanda riguarda i miracoli. Dio li ha compiuti, Gesù li ha compiuti, attraverso i santi sono avvenuti. Perché Dio non usa i miracoli? È una domanda alla quale non
trovo risposta, dato il fatto che i miracoli non risultano la maniera ordinaria di Dio per darci una mano, ma “segnali” che, nonostante tutto, la nostra situazione non gli è sfuggita di mano. In questo senso non vedo i miracoli come qualcosa di “magico” che noi possiamo provocare, se siamo capaci di realizzare certe condizioni; né vedo in essi una linea logica che ci possa far intravedere come afferrarne la forza. Rimangono unicamente nelle mani di Dio come “segni”. Alla fine, come tutti gli interrogativi posti alla fede dal male, qualunque esso sia, la speranza ci è data dalla partecipazione del Figlio di Dio alle nostre tragedie umane e dalla risurrezione di Colui che era stato crocifisso: aveva affidato la sua vita nelle mani del Padre prima di spirare, quelle mani si sono dimostrate affidabili. Il “miracolo” della risurrezione di Gesù è il “segnale” supremo che, anche quando siamo immersi in un male più grande, anche quando dobbiamo affrontare la malattia, anche quando si affaccia la morte, possiamo dire a Dio: «Padre, nelle tue mani è la mia vita». È questo l’atto più alto, più limpido e supremo della fede: un totale affidamento a Dio, cosicché non vi sia più alcuna ombra tra lui e noi. Personalmente fra le tante immagini che mi aiutano a pensare Dio nella fede e a pregare, è il vederlo come un’immensa, infinita risorsa di positività: di vita, di amore, di coraggio, di speranza, di perdono e di tutto ciò che è umanamente bene, di tutto ciò che può far fronte a ciò che è umanamente male. Gesù, il Figlio di Dio sorto come uomo in mezzo a noi, partecipe leale della nostra esistenza, anche nella sua esposizione alla sofferenza, anche nella sua esposizione alla morte, lui come rivelazione suprema di chi Dio vuole essere per noi e di chi noi siamo per lui, lui come Signore risuscitato da Dio e vivente, lui personalmente è la nostra “salvezza” nel senso più pieno della parola, in tutte, proprio tutte, le dimensioni in cui come esseri umani abbiamo bisogno di essere salvati.



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Titolo: "Servizio della Parola - n. 519"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025402
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

Per comunicare meglio

61. L’umorismo

fa bene alla comunicazione (R. Laurita)

I nostri modi di dire

21. Dio ti vede

1. L’umanità coram Deo. Un incontro di sguardi

(A. Carrara)

2. Lo sguardo di Dio. Una panoramica biblica

(P. Rota Scalabrini)

3. Tra visibile e invisibile. Educare a stare

alla presenza di Dio (A. Augelli)

Sulla soglia di una nuova partenza

Sussidio per l’inizio dell’anno pastorale

in parrocchia (R. Laurita)

Dalla 21ª alla 27ª ordinaria

23 agosto / 4 ottobre

21ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, R. Maiolini, S. Cumia)

22ª domenica ordinaria (G. Boscolo, M. Gronchi, S. Cumia)

23ª domenica ordinaria (G. Boscolo, D. Vivian, S. Cumia)

24ª domenica ordinaria (G. Boscolo, L. Eusebi, G. Tornambé)

25ª domenica ordinaria (G. Boscolo, A. Carrara, G. Tornambé)

26ª domenica ordinaria (G. Boscolo, A. Cencini, G. Tornambé)

27ª domenica ordinaria (G. Boscolo, E. Olivero, V. Brunello)

 

____________________________________________________________

RUBRICA 

61. L’umorismo

fa bene alla comunicazione

di Roberto Laurita

Ci sono quattro virtù cristiane:

la fede, la speranza,

la carità e il buonumore

(Robert Hugh Benson, 1871 – 1914,

scrittore e presbitero inglese, proveniente dalla Chiesa anglicana)

Questa è l’ultima puntata della rubrica che ha accompagnato

per alcuni anni i lettori di Servizio della Parola e chi scrive ha

scelto di consacrarla ad un tema importante per ogni comunicazione:

l’umorismo o humour che dir si voglia. E quel procedimento

che di esso talora si nutre e che è la provocazione.

Una forza e un dono

Lo humour è una forza perché non c’è arma migliore per disarmare

la vita, in ciò che essa ha di più crudele, ma anche gli altri,

in quello che recano di più nocivo.

Avere il senso dell’umorismo vuol dire prendere le distanze,

relativizzare, cogliere innanzitutto l’aspetto divertente o assurdo

di alcuni aspetti di un’azione o di un discorso.
Ma l’umorismo è anche un dono: che cosa c’è di più bello di

far ridere? E quale ricompensa è più grande di uno scoppio di

risa?

Far ridere significa smuovere, emozionare: costituisce dunque

il segno di una comunicazione riuscita. Non è un caso se la creazione

pubblicitaria e i creativi in generale amano lo humour: in

effetti si tratta di uno dei migliori vettori di idee, uno dei mezzi di

espressione e di scambio più forti. Crea una connivenza tra l’emittente

e il destinatario e garantisce così l’impatto cercato.

L’umorismo è profondamente umano. Noi abbiamo perciò il

dovere di farne un buon uso. Nella vita come nella pubblicità.

Perché esiste anche un altro riso, questa volta crudele e violento,

e un altro humour, feroce, che è parente della derisione.

Fondato sul rifiuto dell’altro, del suo aspetto, dei suoi valori, è

un ripiegarsi su se stessi in cui lo scherno, la derisione nasconde

male la sua causa che è la paura e il rifiuto della diversità, la negazione

della differenza.

Essere credenti non è una faccenda triste

E tutti siamo invitati a scoprire che “fede” fa rima veramente

con “gioia”.

Il giorno dopo la morte di Raymond Devos, umorista franco-

belga, cabarettista e comico, venerdì 16 giugno 2006, Bruno

Frappat scriveva sul giornale La Croix: «[...] il riso dilata non “la

milza” ma lo spirito, il cuore, e fa passare un po’ di aria nei nostri

atteggiamenti chiusi, bloccati, nelle nostre posizioni troppo serie,

nel nostro modo di considerare quello che facciamo e diciamo

con eccessiva gravità. Il riso non relativizza ciò che è serio per

abbassare l’uomo, ma l’apre ad una maggiore umanità: per distendere

l’anima, donarle un maggior respiro, maggior ampiezza,

proprio come fa un trampolino». Certo, Charles Péguy ha

scritto che il Figlio di Dio non era disceso dal cielo per raccontarci

delle storielle. Ma anche le storielle possono consentirci di

entrare nella serietà dell’amore di Dio per ognuno dei suoi figli.

Interrogato sul ruolo dello humour nella vita di un papa, Benedetto

XVI ha risposto, ridendo: «Non sono il tipo che ha sempre

una storiella divertente da raccontare! Ma trovo che è molto
importante saper cogliere gli aspetti divertenti della vita e la sua

dimensione gioiosa e non prendere tutto in modo tragico, e direi

che questo è anche necessario per il mio ministero. Uno scrittore

ha detto che gli angeli possono volare perché non si prendono

troppo sul serio. E noi potremmo volare un po’ di più se non

ci dessimo delle grandi arie».

Il gusto di provocare

La provocazione fa parte integrante dell’arte di comunicare.

Interpella, risveglia chi si è addormentato ed altri sonnolenti

che campano su quella che pretendono sia l’evidenza. I pubblicitari

l’utilizzano. Tutti ricordano le differenti campagne di Benetton

che ha “giocato” con parole sensibili, come il razzismo o

l’AIDS. E, in Francia, non dimenticano la campagna della Banque

National de Paris: «Il vostro denaro m’interessa», che aveva

sia attratto che provocato reazioni di rifiuto.

a) Che cosa significa provocare?

La provocazione appartiene al grido che interpella e ridesta,

ma anche all’appello, alla richiesta di aiuto o alla resistenza.

Provocare vuol dire dunque interpellare qualcuno che avrebbe

la tendenza a non vedere, perché non si assopisca, non si

addormenti, ma è anche per l’emittente-provocatore un mezzo

per ricordare al mondo la sua esistenza, farsi intendere e far

passare un messaggio. C’è, dunque, nella provocazione, una formidabile

e insopprimibile volontà di comunicare come di essere

riconosciuti.

I provocatori sono degli artisti. Bisogna essere artista per

essere provocatore perché la provocazione è creativa, esce

dall’ordinario e rompe con esso, realizza un avvenimento.

b) Il procedimento della provocazione

Tecnicamente la provocazione è un procedimento. Mette

insieme tre funzioni del linguaggio, qui allargate alla comunicazione

(Roman Jakobson): la funzione espressiva (centrata

sull’emittente), la funzione conativa (orientata verso il destinatario),

la funzione fatica (focalizzata sul contatto).



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Titolo: "Servizio della Parola - n. 517"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025334
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

Per comunicare meglio

59. I casi difficili/28.

Esposti in prima persona, con le proprie

vicende personali (R. Laurita)

I nostri modi di dire

19. «Dio vede e provvede»

1. La provvidenza, ovvero un Dio sempre vicino (A. Carrara)

2. Tensione verso l’essenziale (P. Rota Scalabrini)

3. Libertà e provvidenza. Una lettura cristologica (M. Aliotta)

La rivoluzione della tenerezza

Celebrazione in onore del Sacro Cuore

L. Guglielmoni – F. Negri

Dalla SS. Trinità

alla 15ª ordinaria

7 giugno / 12 luglio

Santissima Trinità (M. D’Agostino, S. Cumia)

SS. Corpo e Sangue di Cristo (M. D’Agostino, S. Cumia)

12ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, I. Siviglia, M. Gallo)

13ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, R. Mancini, M. Gallo)

14ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, E. Olivero, M. Gallo)

15ª domenica ordinaria (M. D’Agostino, E. Caretti, M. Orizio)

 

59.

I casi difficili /28

Esposti in prima persona,

con le proprie vicende personali

di Roberto Laurita

Nella precedente puntata avevamo presentato la lettera di un anonimo (“Un Amico”) al suo parroco. Forniamo oggi la risposta che il destinatario ha voluto preparare e rendere pubblica. Risponde don … Carissimo Amico, ho letto e riletto varie volte la tua lettera. L’ho molto gradita, per la tua schiettezza e soprattutto perché mi sento molto in sintonia con quanto tu scrivi. L’ho messa sul tavolo della scrivania, così me la trovo ogni giorno davanti e la rileggo con attenzione. Vorrei solo fare alcune sottolineature e osservazioni. Tu dici «anche voi preti state attraversando un periodo non troppo bello». È vero solo in parte, perché la nostra è sempre stata una scelta un po’ controcorrente. Un tempo si era riveriti e la parola del prete era “vangelo”, oggi la stima e la fiducia bisogna conquistarsele. Una volta il prete era una persona un po’ lontana e staccata dalla gente. Oggi generalmente il parroco è una persona della comunità, senza più privilegi o piedistalli, aperto a tutte le critiche e trasparente in tutte le sue attività. Certamente è più difficile fare il prete oggi che cento o soltanto cinquanta anni fa, ma è molto più bello e stimolante. Personalmente sono molto contento di essere prete, perché so di compiere un compito molto alto e importante: portare Cristo all’uomo d’oggi che sta cercando chi dia vero senso alla sua vita, senso che solo in Cristo può trovare. Sono contento di essere parroco a San …… di ………… e a San …….. di ….., due comunità diverse una dall’altra, con pregi e difetti da ambedue le parti, ma dove è facile entrare in contatto con tutti e dove sono ancora ampie le possibilità di fare del bene e migliorare. Porto con me il rincrescimento di non essere sempre all’altezza della missione ricevuta, constato che essere prete secondo il cuore di Dio e le giuste esigenze della gente è un compito alto, umanamente impossibile. So che il Signore è con me e che è Lui che mi ha chiamato ad essere prete e che non mi abbandona mai. Poi trovo affetto, collaborazione, vicinanza, sostegno da molte persone e questo fa sì che non mi sento mai solo, anche nei momenti difficili e impegnativi. Continui nella tua lettera: «oggi viviamo in un mondo praticamente pagano, che ha solo una cornice di cristianesimo: chi ascolta ancora la vostra voce?». Anche questo è vero solo in parte: indubbiamente oggi c’è molta indifferenza, tanti si sono costruiti una fede “fai da te”, dove ognuno si inventa una sua religione, che spesso non è la religione del Vangelo. Si fa fatica a parlare di Gesù Cristo a ragazzi che hanno mille altre cose per la testa, ai quali la Cresima, come sacramento, interessa ben poco e la messa è una funzione noiosa e che non dice nulla. Si fa ancora più fatica a parlare ai genitori che alzano le orecchie solo quando si parla di soldi, a cui interessa solo fare bella figura, che sono presi da mille problemi e quello religioso non è certamente tra i primi nella lista. Però c’è anche tanto bene tra la nostra gente, che non appare e non fa notizia. Ci sono molte persone che pregano, ci sono giovani che sono sinceramente alla ricerca, con cui si può avere un [...]



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025372
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

INDICE

Editoriale

ITALO DE SANDRE

Stili etici: una esplorazione

LUCA PEYRON

I luoghi dove stiamo crescendo

MARTINO SIGNORETTO

Modelli etici nella Scrittura e l’orizzonte storico-salvifico

SIMONE MORANDINI

Francesco, per il rinnovamento dell’etica

ROBERTO TAMANTI

Illuminare il vissuto morale. Categorie e ambiti per una rinnovata fondazione della morale

EUGENIA SCABINI

Famiglia come soggetto morale, tra le generazioni

GAIA DE VECCHI

Scuola, educazione, etica. Abi(li)tare il percorso scolastico

CARLA CORBELLA

Comunità cristiana come spazio di formazione etica?

ROBERTO MASSARO

Accendere l’eternità o spegnere la vita? La formazione etica del presbitero

Invito alla lettura (Roberto Massaro)

In libreria

 

Editoriale

«Educare ed educarci in questo tempo, affinché nessuno pensi di chiedere a Google la risposta sul senso della vita, ma ricominci a chiederlo alle grandi narrazioni che hanno guidato nel corso dei secoli credenti e non credenti». È l’incisiva conclusione che Luca Peyron ci affida dopo averci accompagnati in una lucida riflessione sui Luoghi dove stiamo crescendo, evidenziando come la sensazione di smarrimento e di confusione che a volte afferra noi e le nostre comunità ecclesiali oggi non sia solamente nostra, ma attanagli gran parte della cultura, delle religioni, dell’economia, delle stesse etiche generali e applicate. In questa epoca di grandi transizioni (ce n’è mai stata una che non lo fosse?), di tempi difficili, complessi e disorientanti (difficile trovare chi non l’abbia asserito dei propri), tuttavia, è necessario riprendere l’«arte del pilota» (cibernetica) a partire dalla responsabilità di attuare una necessaria formazione morale. 1. Etica e morale Se nel titolo della monografia usiamo il termine «etica» è perché oggi si preferisce parlare di etica piuttosto che di morale, dal momento che quest’ultima ha una connotazione peggiorativa. Se dal punto di vista semantico i due termini possono equivalersi, non così sul versante etimologico dove si rilevano delle differenze anche notevoli. Non si tratta di un semplice esercizio di vocabolario e neppure di una distinzione
tecnica (etica come scienza che assume le morali come oggetto di studio), definiscono invece competenze specifiche, per cui, esemplificando con Paul Ricoeur, con «etica» va intesa la visione di una vita compiuta, di una vita buona e felice, mentre con «morale» se ne vanno precisando le articolazioni nei dettami e nelle normative. Le voci plurali che costituiscono la presente monografia non potevano facilitare una chiara determinazione di tali differenze, per cui si è inteso soprassedere alle differenziazioni specifiche, intendendo i due termini come equivalenti. E questo vale anche per l’impiego indifferenziato dei due termini «formazione» ed «educazione». Peraltro, la problematica che la redazione ha inteso discutere non è la differenza tra etica e morale, ma la necessità oggi di una formazione etica/morale e i termini di una sua possibilità nel mezzo di un cambiamento epocale caratterizzato dall’accentuazione delle soggettività individuali e dal pluralismo che ci ha portato in dote questa era globale. Al centro, cioè, abbiamo posto il nodo della formazione che insorge di necessità innanzi all’affermarsi di stili di vita nuovi e diversi, alla pervasività della mentalità tecnologica, alle frammentazioni delle esistenze, alla dispersione interiore, alla preponderanza dell’esteriorità sull’interiorità, situazioni che mettono in crisi e a rischio l’unità e la finalità del vivere personale avvertito come governato dalle circostanze e dall’arbitrarietà dei forti al punto che da più parti – anche nella chiesa – insorgono appelli per una riaffermazione convincente e rassicurante di principi chiari e dottrine precise. Ma sarebbe poi questa la risposta e la formazione migliore possibile: una specie di coazione a ripetere?
2. La via della formazione etica Non basta ovviamente. Riaffermare codici e principi, valori e verità pratiche, prassi e teorie lascia il tempo che trova. Anzi, a volte sembra più un rassicurante espediente che l’assunzione determinata di un bagaglio dottrinale ed etico. Occorre invece farsi carico seriamente dell’istanza conciliare per un’accurata consapevolezza critica della nostra interiorità personale, la formazione continua di una coscienza capace di essere libera, quindi responsabile. Questa è la via della formazione etica. È in questa ottica che si muove la nostra proposta e che si comprende meglio anche la scansione dei contributi del fascicolo. La riflessione si apre con una previa esplorazione dei motivi che rendono arduo per tutti l’impegno della formazione morale. Italo De Sandre (Profili etici: una esplorazione) illustra con puntualità i «bacini valoriali» che più profondamente oggi danno senso alla vita delle persone. Li definisce anche «codici generativi» perché determinano il giudicare e l’agire. Conoscerli è essenziale per un’adeguata elaborazione delle risposte. Perché saper rispondere è necessario nella dinamica dialogica di ogni atto formativo. Il secondo contributo, quindi, va più in profondità e guarda a I luoghi dove stiamo crescendo. Cosa rimane dopo la crisi delle grandi agenzie etiche tradizionali (scuola, associazioni, chiese, sindacato, partiti…)? Quali riferimenti etici rimangono in questo tempo senza ideologie e senza fede? Luca Peyron ci guida in cerca di una morale condivisibile adatta per questa nostra società globale e smaterializzata. Al cuore del fondamento etico e al centro della sua formazione c’è la parola di Dio, luogo vivente dell’ascolto di Dio e della relazione con lui. Diversamente da come ci si aspetterebbe, nella Scrittura sono presenti molteplici modelli etici, che attestano il forte legame che c’è tra etica, storia e società all’interno dell’unico orizzonte storico-salvifico. Martino Signoretto (Modelli etici nella Scrittura e l’orizzonte storico-salvifico) accompagna la sua riflessione con due esemplificazioni concrete, complicate in sé e apparentemente ai margini del piano di salvezza, ma diventate storie benedette. [...]



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Titolo: "Archivum Franciscanum Historicum"
Editore: Frati Editori di Quaracchi
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025389
Prezzo: € 20.00

Descrizione:

INDEX

 

Discussiones et Documenta

 

Gerard Pieter Freeman. – the Historical Setting of Clare’s So-called

Hunger Strike (LegCl 24)

miCHaeL J.P. robSon. – an early and datable Copy of bonaventure’s Itinerarium

mentis in Deum (Cambridge, Pembroke College Library, mS. 265)

GiorGia Proietti. – a monte del Quadragesimale di Cherubino da Spoleto.

il Sermo de innominabili vicio sodomie (studio e edizione)

 

Miscellanea

 

FeLiCe aCCroCCa. – Sulla chartula di frate Francesco 

moniCa benedettaUmiker, oSC. – Un atto di professione nell’Ordo sancti 

Damiani (Perugia, S. maria di monteluce, 3 febbraio 1249) 

GiUSePPe Gardoni. – Per la biografia di Paola “da montaldo” (1443-1514) 

PaCiFiCo SeLLa, oFm. – In memoriam di frate Francisco Víctor Sánchez 

Gil (*6.i.1937-†8.Xii.2019)

 

Summaria

 

Recensiones 

Schumacher, Lydia. – Early Franciscan theology. between authority and innovation. – (Aleksander Horowski) 

Ruiz, Damien. – La vie et l’oeuvre de Hugues de digne. – (emmanuel bain)

McMichael, Steven J. [OMFConv.] - Wrisley Shelby, Katherine (eds.). 

– Medieval Franciscan approaches to the Virgin mary. Mater Misericordiae Sanctissima et Dolorosa. – (Stefano Cecchin) 

Delcorno, Pietro - Lombardo, eLeonora - tromboni, Lorenza (a cura).

– I sermoni quaresimali: digiuno del corpo, banchetto dell’anima. Lenten Sermons: Fast of the body, banquet of the Soul. – (Giovanni Cerro) 

Cacciotti, Alvaro [OFM] - Melli, Maria (a cura). – Vita da sante. Storia, arte, devozione fra Lazio e abruzzo nei secoli X-XVi. – (Florian Mair) 

Bordoy Fernández, Antoni - Ramis Barceló, Rafael (eds.). – El llegat de ramon Llull. - (Coralba Colomba) 

Tedesco, ALessandro. – Itinera ad loca sancta. i libri di viaggio delle biblioteche francescane di Gerusalemme. Catalogo delle edizioni dei secoli XV-XViii. – (Pierre moracchini) 

S. Battista da Varano [OSC], trattato della purità del cuore. De puritatis cordis. De perfectione religiosorum. – (Juri Leoni)

Molnár, Antal. – Confessionalization on the Frontier. The balkan Catholics between roman reform and ottoman reality. – (Daniel Patafta) 

Sorelle Clarisse - Casagrande, Giovanna (a cura). – Memoriale per le suore del monastero di S.ta Agnese Del’Acettare, prender l’Habito, Professione et morte. – (Florian mair) 

Kubersky-Piredda, Susanne (a cura). – Il Collegio di Sant’Isidoro. Laboratorio artistico e crocevia d’idee nella roma del Seicento. – (Luca Pezzuto) 

Block, Wiesaw [OFMCap.]. – Beato Aniceto frate minore cappuccino. Un ponte tra due nazioni. – (Leonhard Lehmann) 

Notae bibliographicae 

Libri ad nos missi 

 

_______________________________

 

SUMMARIA 

 

Gerard Pieter Freeman (Tilburg University). – The Historical Setting of Clare’s So-called Hunger Strike (LegCl 24) (3-54) 

La leggenda di Chiara racconta che papa Gregorio IX a un certo momento aveva proibito ai frati Minori di visitare i monasteri Damianiti senza il suo permesso. Quando Chiara d’Assisi protestò fortemente, il papa cambiò la sua decisione: il permesso del Ministro generale sarebbe allora stato sufficiente. Questo articolo indaga il rapporto tra cura e clausura, dalle origini del movimento clariano fino a quando il Ministro generale poté effettivamente concedere un tale permesso (1247). La riluttanza a lasciar entrare i frati nei monasteri delle monache si trova già espressa nella Regola di Ugolino del 1219: infatti, solo il papa e il cardinale protettore avrebbero potuto concederlo. Questo divenne un problema quando nuovi monasteri si diffusero nell’Europa occidentale, mentre papa Gregorio si rifiutava ancora di modificare l’accordo (1236), resistenza che probabilmente causò la protesta di Chiara. Dopo la morte del papa, il cambiamento avvenne gradualmente fino a quando papa Innocenzo IV trasferì definitivamente l’autorità sulle monache ai frati nella sua nuova Regola (1247). Questa Regola si rivelerà un vero fallimento, secondo il papa e il cardinale protettore da attribuire ai frati Minori che avrebbero abusato del loro potere.

 

Michael J.P. Robson (St Edmund’s College, Cambridge). – An Early and Datable Copy of Bonaventure’s Itinerarium mentis in Deum (Cambridge, Pembroke College Library, MS. 265) (55-80) 

Il Cambridge, Biblioteca del Pembroke College, ms. 265, è un manoscritto composito; in particolare, esso contiene una copia dell’Itinerarium mentis in Deum di san Bonaventura ed era precedentemente conservato probabilmente al Cambridge Greyfriars prima di passare alla biblioteca del Pembroke College nel tardo XIV o XV secolo. Il presente ms. è un’importante testimone della diffusione di questo trattato considerato ormai un classico della letteratura Francescana e rappresentato da una cospicua tradizione manoscritta. Inoltre, il ms. testimonia la precoce diffusione degli scritti del Serafico Dottore in Inghilterra durante gli anni Settanta del XIII secolo. Fu trascritto, infatti, tra il 20 maggio e il 15 luglio 1274, quando Bonaventura aveva già lasciato l’ufficio di Ministro generale ed era Cardinale vescovo. L’articolo discute l’importanza del ms. 265, ne presenta il contenuto e trascrive il Prologo dell’Itinerarium messo poi a confronto con la versione dell’edizione di Quaracchi del 1891. 

 

Giorgia Proietti. – A monte del Quadragesimale di Cherubino da Spoleto. Il Sermo de innominabili vicio sodomie (studio e edizione) (81-117) 

Among the sermons contained in MS. 160 of the library of the Pontifical University Antonianum (Rome) and attributed to Cherubino da Spoleto, this contribution focuses on the Sermo de innominabili vicio sodomie (ff. 201ra-203va) and provides its critical edition. From the comparison of this sermon with the one on the same topic collected in Cherubino’s Quadragesimale, published posthumously in 1502, a series of differences emerges which allows to cautiously hypothesize that the text of the sermon handed down by MS. 160 belongs to an earlier period, previous to the preparation of the Quadragesimale, and that it is still closer to the performance from the pulpit. For the sake of comparison, in addition to the edition of 1502, the only complete manuscript witness of the Quadragesimale (State Archives of L’Aquila, MS. R 110) has also been consulted.

 

Felice Accrocca (Arcivescovo di Benevento). – Sulla chartula di frate Francesco (119-135) 

This study examines the Chartula, a parchment preserved at Assisi, which contains Francis of Assisi’s autographs of the Laudes Dei Altissimi and the Benedictio for Brother Leo. The point of departure is a recent work by Pietro Maranesi and his hypothesis that the parchment was already damaged when brother Leo added his rubrics on it; the author rejects this hypothesis as improbable and also discusses the way the parchment had been folded – not by Francis, but at a later moment by Leo. Accrocca recalls that beyond this specific case, Francis made use of short writings also on other occasions, in order to help surmount spiritual or physical suffering in people approaching him. Finally, the paper proposes a new reading of the overcoming of Francis’ “great temptation” and the events of La Verna (1224) within his life story.

 

Monica Benedetta Umiker, OSC. – Un atto di professione nell’Ordo sancti Damiani (Perugia, S. Maria di Monteluce, 3 febbraio 1249) (137-147) 

The author identifies in a notarial deed of 1249 an early profession formula, pronounced by sister Gabriella Maffei Egidii in her Damianite monastery of Monteluce at Perugia. The short text is edited and discussed. Finally, the formula is put into context, that is, the author considers the evolution of various profession formulas between the Rule of St Benedict and Pope Urban IV’s Rule of 1263. 

 

Giuseppe Gardoni (Società Storica Lombarda, Milano). – Per la biografia di Paola “da Montaldo” (1443-1514) (149-168) 

The article contributes to the study of Paola Montaldi’s biography (1443-1514), a Poor Clare at Santa Lucia in Mantua, whose cult was recognised only in the 19th century. The attentive examination of a group of contemporary letters issued mostly by religious sisters at Santa Lucia and sent to members of the House of Gonzaga, the ruling family of Mantua, helps to shed light on the day-to-day life of the sisters and the sometimes fragile economic situation of their monastery, as well as on the parental relationships within the Montaldi family and their close link to the Gonzaga dynasty. Finally, four of those letters are edited, one of which might be sister Paola’s autograph. 

 

Pacifico Sella, OFM (Archivio Provinciale OFM Veneto, Venezia-Maghera). – In memoriam di frate Francisco Víctor Sánchez Gil (*6.I.1937-†8.XII.2019) (169-190)

The Spanish friar who is succinctly commemorated in this bio-bibliographical essay, served as general editor of Archivum Franciscanum Historicum between 1990 and 2004. His scholarly interests focused on Spanish Franciscan and ecclesiastical history and theology during the early modern period. An exhaustive list of his bibliography bears witness to his rich literary production.



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Titolo: "Rivista di Pastorale Liturgica"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025396
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Editoriale

2 E. Massimi

La domenica per i cristiani in Europa

Interviste

5 La domenica in Europa

6 A . Haquin

In Belgio

9 F. Wernert

In Francia

13 K.P. Dannecker

In Germania

17 L. Berzano

In Italia

21 J.A. Goñi Beásoain de Paulorena

In Spagna

24 L. Pope scu

In Romania

27 I . Pákozdi

In Ungheria

Postfazioni

29 L. Girardi

Una rilettura teologico-liturgica

34 F. Zaccaria

Una rilettura teologico-pastorale

Formazione

39 E. Beaumer

Schede

3. «Domeniche delle famiglie»

44 A . Meneghetti

Liturgia e disabilità: percorsi

3. Domenica e pastorale inclusiva

49 G. Sgroi

Pietà popolare e liturgia

3. Confraternite e processioni

Sussidi e testi

54 R . Barile

Dal Vaticano II ad oggi.

Magistero e domenica

59 G. Bezze

IC e domenica.

L’esperienza di Padova

Segnalazioni

 

EDITORIALE

Elena Massimi

La domenica per i cristiani

in Europa

 

1. Una ricerca commissionata prima dell’emergenza Covid 19. Il presente numero di Rivista di pastorale liturgica esplora come i cristiani (e non), in alcuni Paesi europei e in differenti contesti, sia rurali che urbani, vivono la domenica. In realtà dovremmo dire che vivevano così: la pandemia ha certamente sconvolto ciò che leggiamo nei contributi. Eppure, il tema merita di essere ancora studiato, senza farci catturare completamente dal momento attuale. 2. L’uomo ha smarrito la festa? «Senza la domenica non possiamo vivere »: così testimoniarono i 49 martiri di Abitène che nel 304 preferirono morire piuttosto che rinunciare a celebrare il giorno del Signore. Oggi possiamo fare nostra questa espressione? La domenica rappresenta uno dei nodi pastorali più problematici. La Pasqua settimanale sembra ormai ai margini della società odierna. L’uomo contemporaneo, oscillando tra il lavoro e il tempo libero, ha smarrito il senso autentico della festa. «Si potrebbe definire l’inizio e lo svolgersi della società moderna come l’avvento del tempo vuoto»: scrive A. Rizzi1. I centri commerciali rappresentano i nuovi templi, nei quali di domenica, considerato oramai giorno lavorativo, ci si incontra per consumare2, lontani dalle logiche di gratuità proprie della festa e del rito. Questo numero ci permette di fare il punto sulla situazione, in un certo senso viaggiando nel tempo e nello spazio. 3. La domenica in questo tempo di pandemia. I lettori non troveranno studi dedicati a questo tema nel fascicolo. Ci sembra però possibile raccogliere ora alcuni interrogativi che le riletture affidate a L. Girardi e F. Zaccaria sapranno rintracciare negli approfondimenti svolti. A partire dal nostro contesto eccezionale, dovremmo dunque chiederci: quale sarà il volto delle nostre comunità? Quali le conseguenze del lockdown, del distanziamento, dell’assenza prolungata della celebrazione eucaristica domenicale? Lungi dal fare analisi affrettate, potremmo però, cautamente, tentare di rileggere alcune situazioni intuendo forse possibili sviluppi. 4. La quarantena come grande sabato? In una breve riflessione sul futuro ai tempi del Coronavirus, il filosofo U. Galimberti evidenzia come abbiamo «affidato la nostra identità al ruolo lavorativo. [Per questo il lockdown ha procurato un senso di vuoto e smarrimento – nda] … La sospensione dalla funzionalità ci costringe con noi stessi: degli sconosciuti, se non abbiamo mai fatto una riflessione sulla vita, sul senso di cosa andiamo cercando»3. Ci si chiede quali vie possa aprire una tale situazione, potrebbe forse portare l’uomo contemporaneo a ricercare il senso dell’esistenza, uscendo dalle logiche economiche? 5. Dal digitale al relazionale. Oggi, inoltre, ancor più rispetto a qualche mese fa, la nostra socializzazione è affidata al digitale. Fortunatamente questo, sebbene siamo immersi in una società segnata dall’individualismo, sembra far emergere una nostalgia di «relazioni sociali secondo natura»: vederci sullo schermo non ci basta. Se la situazione descritta rappresentasse l’occasione per individuare possibili vie di accesso per l’uomo contemporaneo al senso profondo della domenica? Relazioni, corpo, ricerca di senso, sono infatti determinanti nelle logiche celebrative e festive. 6. Una migrazione digitale che pare pericolosa. D’altra parte, dobbiamo anche chiederci quali saranno le conseguenze o i rischi che si corrono, con il perdurare di celebrazioni domenicali in streaming. Se, da una parte, si percepisce «la nostalgia di una comunità, di un rito reale, non formale, cui uno partecipa e che gli scandisce la vita, [e] resta il bisogno di un luogo, di un punto di riferimento, di uno spazio, di un ambiente fatto di volti, di un popolo cui si appartiene, anche fisicamente rappresentato»4, dall’altra forse l’assenza prolungata di celebrazioni reali potrebbe anche condurre ad una disaffezione per la messa domenicale. Un dato interessante, a tale proposito, è come prevalgano nella popolazione più i segni di fede che di indifferenza religiosa. Nell’attuale emergenza sanitaria un quarto degli italiani ha l’esigenza di una vita spirituale più forte, che porta ad un incremento della preghiera. Nota Garelli, però, come «la crescita del bisogno religioso e spirituale è comunque circoscritta, coinvolge molto di più i credenti impegnati o i cattolici praticanti che il vasto insieme dei credenti/cattolici che vivono ai margini di una vita di fede e di Chiesa. Nessun cambio di indirizzo o prospettiva si manifesta invece tra i non credenti» 5. 7. La domenica nella fase 2. Se ci spostiamo sul piano propriamente celebrativo dobbiamo chiederci come conciliare le dinamiche rituali con il distanziamento sociale, con l’uso delle mascherine, dei guanti, con la sostituzione (provvisoria) dell’acquasantiera con il dispenser del disinfettante. Come potremmo regolare chi ha accesso alla celebrazione e chi deve rimanere fuori perché nella chiesa si è raggiunto il numero massimo consentito di fedeli? Potremmo ancora parlare di celebrazioni accoglienti quando non possiamo accogliere tutti? E poi come ci comporteremo quando qualcuno si avvicina eccessivamente, o al primo colpo di tosse di chi siede al banco vicino al nostro? Proveremo sentimenti di paura? Ritroveremo probabilmente gli ostiari alle porte della chiesa che regoleranno l’entrata dei fedeli e si assicureranno che tutti prendano posto secondo quanto stabilito dai protocolli; il volto della comunità cambierà, dal momento che forse gli anziani, essendo più a rischio contagio, saranno invitati a rimanere a casa e la gestione dei bambini e dei ragazzi del catechismo impegnerà richiedendo un numero maggiore di catechisti. Inoltre, come vivremo la gioia dell’incontro senza un abbraccio, il gioco (a squadre) nel cortile dell’oratorio, l’incontro delle famiglie? 8. Un tempo di creatività. Probabilmente in questo tempo dovremmo tentare di riflettere sul futuro individuando cammini, progetti, interventi che possono essere dispiegati a partire dalla situazione attuale. Dovremmo tener presente che cambieranno anche le dinamiche all’interno dei centri commerciali (sarà così gradevole attendere in fila fuori dal negozio per entrare uno alla volta?). Chissà, forse tutto ciò rappresenta l’occasione per individuare alcune vie (lunghe) che potranno condurre l’uomo contemporaneo a riscoprire che «Senza la domenica non possiamo vivere».



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Titolo: "Concilium - 2020/3"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025365
Prezzo: € 10.00

Descrizione:

Indice

Michelle Becka – Bernardeth Caero Bustillos

Joaõ J. Vila-Chã, Editoriale

Abstracts

I. Politica, teologia e senso del potere

1. Una riflessione generale

1.1 John D. Caputo, Il potere al congiuntivo di Dio

1.2 João J. Vila-Chã, Per un discernimento del potere e dell’autorità. La potenza del simbolo e il consolidamento della realtà

I/ Il significato dell’autorità

II/ Il potere che degenera

III/ Il potere redento

IV/ Il potere dello stato

V/ Conclusioni

2. Fondamenti biblici e sistematici

2.1 Ivoni Richter Reimer – Haroldo Reimer, Potere come servizio. Una lettura critica del potere a partire dal Nuovo Testamento
2.2 A. Maria Arul Raja, Dare potere a chi non ce l’ha. Alcuni sguardi sulla vita e la missione di Gesù

I/ Il discorso sul potere nella prassi di Gesù

II/ Ribellione all’egemonia socio-culturale

III/ Ricerca di un’affermazione religioso-culturale alternativa

IV/ Affrontare le situazioni di conflitto V/ Conclusioni: dare potere a chi non ce l’ha

2.3 Judith Hahn, Potere del diritto, diritto del potere.

Sul significato del diritto canonico nelle questioni di potere della Chiesa

I/ Il potere, il diritto e il collegamento fra di loro

II/ Il potere del diritto canonico

III/ Il diritto del potere canonico

IV/ Conclusione

2.4 Hille Haker, Dalla nuova teologia politica all’etica politica critica

I/ La teologia politica come critica e lotta per la liberazione dall’ingiustizia II/ L’etica politica critica

2.5 Ansgar Kreutzer, Discorsivo, socio-economico e performativo. Forme di presenza di un cristianesimo politico pubblico

I/ Introduzione: Preghiere politiche della sera nel 1968

II/ Il modello discorsivo-deliberativo della sfera pubblica e i suoi ampliamenti critici

1/ Modello discorsivo-deliberativo (J. Habermas)

2/ Condizioni socio-economiche dello scambio deliberativo (N. Fraser)

3/ Dimensione performativa della sfera pubblica (J. Alexander)

III/ Un modello inclusivo-performativo di teologia e di chiesa politica pubblica: papa Francesco

1/ Dimensione socio-economica: l’opzione per i poveri

2/ Dimensione performativa: la comunicazione dei simboli

IV/ Conclusione: Preghiere politiche della sera oggi
3. Concretizzazioni

3.1 Francisco de Aquino Júnior, La teologia e il potere della liberazione

Introduzione

I/ Fede e liberazione

II/ Teologia e liberazione

1/ Momento della fede

2/ Momento intellettuale

Conclusione

3.2 Tanya van Wyk, Contestare il potere patriarcale.

Il ruolo della teologia politica nel creare solidarietà e sostenere l’attivismo

I/ Rispondere ai contesti?

La teologia politica e il suo ruolo oggi

II/ La violenza di genere: agency, attivismo e solidarietà

III/ La teologia politica come resistenza al potere consolidato

3.3 Jose Mario C. Francisco, Dinamiche di potere,oltre la connivenza e la resistenza.

Le “Filippine cattoliche” come locus privilegiato

I/ Oltre la connivenza e la resistenza

II/ Il potere simbolico del cattolicesimo filippino

III/ Il potere istituzionale della chiesa cattolica

IV/ I poteri alleati dei social e dei digital network

V/ Riflessioni teologiche critiche sulle dinamiche di potere

3.4 LaReine-Marie Mosely, Una passione coerente con la profondità delle ferite degli oppressi

I/ Introduzione

II/ Il secondo concilio plenario di Baltimora (1866)

III/ La conferenza episcopale cattolica degli Stati Uniti (2019)

IV/ Un itinerario sinodale di creatività e responsabilità

1/ Creatività

2/ Responsabilità

V/ Conclusioni

II. Forum teologico 155

Norbert Mette, Sinodalità – in pratica

I/ I sinodi nazionali europei

celebrati nella fase immediatamente postconciliare

II/ Osservazioni sulle esperienze fatte:

possibilità e limiti dei sinodi locali

III. Rassegna bibliografica internazionale 167


Editoriale

La dimensione politica della fede non è altro che la risposta della chiesa alle esigenze del mondo socio-politico concreto nel quale essa vive. Così mons. Óscar Romero in un discorso del 2 febbraio 19801. Eppure, come si percepiscono le sfide e quali sono le risposte? Sulla scia del concilio Vaticano II, le teologhe e i teologi in vari luoghi – e anche in questo numero di Concilium – hanno cercato di sviluppare il concetto di una teologia nel contesto sociale del nostro tempo. Secondo Johann Baptist Metz tanto la privatizzazione della religione quanto la sua politicizzazione reazionaria negli ordinamenti politici esistenti contraddicono il messaggio cristiano: occorre tornare sempre a scandagliare con la ragione critica il modo in cui «il messaggio escatologico del cristianesimo va formulato nei termini della società di oggi», nelle condizioni di una sfera pubblica strutturalmente mutata. La teologia è inserita nella società e contiene un potenziale sociale critico. Occorre mantenere, attualizzare e problematizzare anche oggi questa pretesa nelle sfere pubbliche che cambiano. Questo fascicolo intende offrire un contributo a tale riguardo. La teologia può essere politica, oppure così perde ogni pretesa di oggettività e alla fine il suo carattere scientifico? Può la teologia essere apolitica, oppure ogni opzione e posizione, che necessariamente si assume, è già politica? Questa e altre domande, alle quali comunque è praticamente impossibile rispondere in modo univoco, si pongono in contesti regionali diversi in forme molto diverse: i sistemi politici, ma anche la rispettiva comprensione della teologia – ancorata in istituzioni statali o ecclesiastiche –, determinano la relazione fra teologia e politica e generano concezioni del potere diverse. Gli aspetti politici della teologia e il ruolo della teologia nella politica sono molteplici e spesso ambivalenti. Di conseguenza, questo numero di Concilium riunisce prospettive e contesti fra i più disparati, a livello politico, regionale, confessionale, e provenienti da discipline teologiche diverse. Stanno gli uni accanto agli altri – e si può facilmente prevedere che ne derivino pure delle tensioni. Al centro c’è la relazione fra teologia e politica e la domanda sul ruolo del potere. La questione non è nuova e tuttavia, alla luce degli attuali sviluppi politici a livello mondiale, la riflessione su questo tema appare necessaria e urgente: grandi sfide risultano essere, per esempio, la rinascita di regimi autoritari, la messa in discussione del sistema nelle democrazie esistenti e la strumentalizzazione politica della religione. La chiesa si è da sempre dovuta confrontare con la questione del suo comportamento nei confronti del potere dello stato e troppo spesso ha cercato la sua vicinanza per poter partecipare anch’essa al potere. Quale ruolo ha giocato, e gioca, al riguardo la teologia? Essa può tentare di legittimare la ricerca del potere da parte di determinati partiti o regimi, oppure assumere una posizione critica nei riguardi del potere secolare e protestare contro di esso. In base a quali criteri questo avviene? Si possono evitare contrapposizioni inammissibili e quindi la costruzione di nuove immagini del nemico? In molti contributi raccolti in questo fascicolo si presenta il potere della teologia – ma anche della fede e della chiesa – come “diverso” dal potere [...]



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Titolo: "Parole di Vita"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025341
Prezzo: € 4.50

Descrizione:

INDICE

Editoriale

Donatella Scaiola

RELAZIONI DI COPPIA: ESEMPI, CONFLITTI, PROMESSA

Elena Chiamenti

MATERNITÀ COME DONO DI DIO

Giuseppina Bruscolotti

ADAMO ED EVA ERANO UNA FAMIGLIA?

Fabrizio Ficco

LA RELAZIONE PADRE-FIGLIO NEL PENTATEUCO

Domenico Lo Sardo

COME È BELLO (E DIFFICILE!) CHE I FRATELLI VIVANO INSIEME

Ester Abbattista

ELEMENTI DI LEGISLAZIONE FAMILIARE NEL MONDO BIBLICO

Furio Biagini

LA FAMIGLIA EBRAICA

Serena Noceti

NEL NOME DEL PADRE. RIPENSARE LA FIGURA PATERNA

Marco Tibaldi

IL PENTATEUCO NELLA SCUOLA: I LINGUAGGI DELL’AMORE PER SAPERNE DI PIU

Marcello Panzanini

Pietro Crisologo e i suoi sermoni sul figlio prodigo

RILETTURE

Valeria Poletti

La famiglia

APOSTOLATO BIBLICO

Alessandro Zavattini

Lo psicodramma biblico di Beppe Bertagna

VETRINA BIBLICA

ARTE

Marcello Panzanini

Una famiglia qualunque:

La fuga in Egitto, di Joachim Beuckelaer

 

EDITORIALE

In quanto realta profondamente umana, la famiglia occupa uno spazio di rilievo nel Pentateuco: senza l’una non esisterebbe l’altro. Come ogni popolo, antico e moderno, anche Israele si rappresenta quale punto di raccolta della corrente generativa che attraversa piu famiglie; si raffigura cioe come famiglia di famiglie, tutte discendenti dal gruppo originario di Giacobbe con i suoi dodici figli. Da qui l’autodefinizione di figli di Israele, cioe discendenti del patriarca. Gli elenchi di nomi presenti in Nm 14 e 26, per noi cosi ostici e aridi, esaltano la fecondita degli antenati e la fedelta di Yhwh. Bene imprescindibile, la famiglia va salvaguardata a ogni costo. La legislazione, cresciutale intorno, punta a salvaguardarla contro ogni forza disgregante. A noi essa permette di coglierne la distanza culturale – alle volte annullata dall’uso di termini italiani indispensabili ma impropri (si pensi a dote, a fidanzamento o a concubina) – e ci mette in guardia dal trasferire troppo velocemente singole disposizioni di allora negli impianti normativi di oggi. La stessa regolamentazione del divorzio conosce modulazioni differenti persino da un evangelista all’altro (Ester Abbattista). La famiglia non e pero soltanto fonte generatrice di tutto il popolo; e anche matrice narrativa: luogo dove ci si tramandano narrazioni e, nel contempo, tema e trama di racconti. Fornisce un formidabile caleidoscopio di azioni, reazioni e relazioni che si compongono, scompongono e ricompongono (Donatella Scaiola). Le famiglie del Pentateuco trovano la loro sintesi nella coppia originaria dei progenitori, le cui dinamiche da una parte raggiungono vette idilliache, dall’altra sprofondano negli abissi dell’egoismo (Giuseppina Bruscolotti). Ci si puo trovare in un buco nero con figure parentali imbarazzanti, madri possessive e figli mammoni (Elena Chimenti). La catena di errori paterni e materni s’allunga in modo inesorabile e sembra anticipare la saga di complessi e repressioni, che avrebbero fatto la fortuna di Freud, in giovane eta appassionato cultore di studi biblici (Domenico Lo Sardo). D’altro canto, la famiglia puo rappresentare un fecondo campo magnetico, dove le forze in azione si potenziano a vicenda. Lo si constata nell’amore tenero e travolgente che Giacobbe prova per Rebecca fin dal primo incontro (Andrea Albertin). Lo si riscontra nella vicenda di Giuda, capace di offrire la propria vita perche il padre Giacobbe non muoia e il fratello Beniamino sia risparmiato; oppure nella paternita compiuta, perche distaccata, di Abramo che accetta di “morire” salendo sul monte perche il figlio possa vivere, affidandosi poi soltanto alla paternita di Dio (Fabrizio Ficco). Nell’Antico Testamento la dimensione umana della paternita viene attribuita senza alcun problema a Dio, facendo coincidere le potenzialita generativa e protettiva con quelle impositiva e direttiva. Il nesso, che ha retto per secoli, e andato sfibrandosi negli ultimi decenni: l’evoluzione della figura paterna, ricordata anche da Francesco nella sua esortazione Amoris laetitia, interpella in profondita il modello di antropologia teologica ereditato dalla tradizione e impone di ripensare in reale correlazione l’identita di padri e madri, e il divenire – sempre storicamente e culturalmente determinato – delle relazioni tra i sessi, dei modelli di famiglia e di genitorialita (Serena Noceti). Infine, le famiglie del Pentateuco sono generatrici di fede. Sono, infatti, il luogo dove si celebrano annualmente l’evento fondatore di Israele, il seder di Pasqua, e settimanalmente l’incontro amoroso tra Dio (lo sposo) e il suo popolo (la sposa). Non deve percio meravigliare che nella tradizione rabbinica si affermi che, quando marito e moglie sono degni l’uno dell’altra, la presenza divina si stende sulla coppia (Furio Biagini). Insomma, nelle famiglie del Pentateuco si possono individuare famiglie di ogni genere, anche le piu celate, come quella raffigurata nella copertina di questo fascicolo, del quale si augura una buona lettura.

Marco Zappella



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Titolo: "Studia Patavina 2020/1"
Editore:
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025327
Prezzo: € 11.00

Descrizione:

Editoriale

S. ROMANELLO «Come la pioggia e la neve…» (Is 55,10). La dimensione pragmatica dell’esegesi biblica

Focus «Come la pioggia e la neve…» (Is 55,10).

La dimensione pragmatica dell’esegesi biblica

S. ROMANELLO La dimensione pragmatica dell’ermeneutica biblica. Riflessione su alcuni nodi teoretici

G. BONIFACIO L’accoglienza del Regno: durata ed eternità (Mc 10, 17-22)

S. ZENI È il Signore che salva. Studio pragmatico di Mt 8, 23-27

M. MARCATO «L’avete accolta […] come parola di Dio, che opera in voi credenti» (1Ts 2,13). L’effetto sul lettore di un “approccio canonico” agli scritti paolini A. ALBERTIN “Esagerare” con la Scrittura: Rm 8,31-39 e la citazione del Sal 44,23

Prolusione

F. MORAGLIA L’obbedienza della fede: Agostino e Newman, esempi per la chiesa – Introduzione alla prolusione

L.F. LADARIA FERRER L’obbedienza della fede

Temi e discussioni

G. ROUTHIER Dalla tolleranza all’accoglienza: il cambiamento del concilio Vaticano II. Dove siamo oggi? Il complesso itinerario della chiesa in materia di relazioni interreligiose

S. DUCHI La fede di Gesú come visione di Dio: appunti per una teologia cristo-logica

M. TUONO Lo stato vegetativo: aspetti antropologici ed etici

E. CURZEL Battesimo e organizzazione della cura d’anime nel medioevo: spunti per una riflessione

Recensioni e segnalazioni

Libri ricevuti



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Titolo: "Concilium - 2020/2"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025310
Prezzo: € 10.00

Descrizione:

Indice

Susan Abraham – Geraldo L. De Mori

Stefanie Knauss, Editoriale.

Abstracts

I. Maschilità plurali: riflessioni teologiche

1. Studi sulla maschilità: questioni attuali, nuove piste di ricerca

1.1 Raewyn Connell, Gli uomini, la maschilità e Dio.

Possono le scienze sociali aiutare a risolvere

il problema teologico?

I/ Introduzione

II/ L’emergere di un campo di studi

III/ I concetti

IV/ Pensare su scala mondale

V/ Il paradosso di Lutero

1.2 Herbert Anderson, Una teologia

per reimmaginare le maschilità

I/ Introduzione

II/ Il bisogno urgente di cambiamento

III/ Le sfide per ripensare le maschilità

IV/ Una cornice teologica per maschilità molteplici

V/ Postscriptum euristico

2. Maschilità: all’incrocio fra religione,

politica e cultura

2.1 Manuel Villalobos Mendoza, Disfare la maschilità.

Leggere Mc 14,51s. da el otro lado

I/ Introduzione

II/ Giovani e belli? La virilità in pericolo

III/ Vestire la tunica (non) virile

IV/ Non ho nulla da indossare

V/ Scappa se vuoi salvarti!

VI/ Cosa ci fa un trasgressore della mascolinità

tra i seguaci di Gesù?

VII/ Conclusioni: le implicazioni odierne del neanískos

2.2 Ezra Chitando, Maschilità, religione, sessualità .

I/ Introduzione

II/ I temi principali della ricerca sulle maschilità

III/ Confini contestati: religioni, maschilità e sessualità

1/ Le religioni, le maschilità e le sessualità eterosessuali

2/ Religioni, maschilità e sessualità omosessuali

3/ Religioni, maschilità e la sessualità delle persone celibi

IV/ Religioni, maschilità e sessualità:

costanti dimensioni di possibilità

V/ Conclusioni

2.3 Vincent Lloyd, Maschilità, razza, paternità

I/ Gli estremi della maschilità

II/ Stanley Tookie Williams nel ruolo di Dio-Padre

III/ Redenzione della paternità, redenzione della maschilità

IV/ Redenzione bianca, mistero nero

2.4 Nicholas Denysenko, Dottrina ortodossa e maschilità

nella Russia di Putin

I/ Introduzione

II/ La virilità nelle istituzioni, nell’ideologia

e nei rituali ortodossi

III/ L’ortodossia russa post-sovietica e il neoimperialismo

IV/ Le sfide al Mondo Russo e le reazioni machiste

V/ Conclusione

2.5 Shyam Pakhare, Trascendere il genere.

Il colonialismo, Gandhi e la religione

I/ Introduzione

II/ Il cristianesimo muscolare

III/ Invasione psicologica e dilemma

IV/ La religione di Gandhi: un’esperienza globale

V/ La ragione maschile contro la fede femminile

VI/ Spiritualizzare la politica

VII/ Conclusioni

2.6 Angélica Otazú, La maschilità

nella tradizione religiosa guaraní

I/ Introduzione

II/ Aspetti culturali che determinano la maschilità

III/ La loro religiosità

IV/ La divisione del lavoro in base al genere

V/ La medicina tradizionale

VI/ Caratteristiche della lingua

VII/ A mo’ di conclusione

3. Maschilità e Chiesa cattolica

3.1 Theresia Heimerl, Uomini essenzialmente diversi?

Sulla maschilità clericale

I/ Introduzione

II/ Breve storia del chierico come figura maschile a sé

III/ «Non gradu tantum, sed essentia»:

l’alterità essenziale della maschilità clericale

IV/ Maschilità clericali: presente e futuro

3.2 Julie Hanlon Rubio, Maschilità e abuso sessuale

nella Chiesa

I/ Introduzione

II/ Il genere come lente per capire la violenza sessuale

III/ L’abuso sessuale da parte del clero

come marcato dal genere

II/ Disfare il genere come pratica di resistenza

V/ Conclusioni: dal cuore del seminario

3.3 Leonardo Boff, Le maschilità clericali

e il paradigma della relazionalità

II. Forum teologico

1. Filipe Maia, Il sinodo panamazzonico

2. Benoît Vermander, Il Vaticano, la Cina e il futuro

della Chiesa cattolica cinese

I/ Cina-Vaticano: il contesto

II/ Dalla Lettera di Benedetto XVI a quella di Francesco

III/ Dopo l’Accordo

III. Rassegna bibliografica internazionale

 

Editoriale

Nell’attuale momento politico, è importante riflettere sulle maschilità facendo ricorso alle risorse specifiche della teologia. In Oriente, in Occidente e nel Sud del mondo la scena politica di molti paesi è dominata da “uomini forti”; i movimenti del #MeToo e del #ChurchToo hanno dato voce alle vittime di abusi sessuali che erano state costrette al silenzio, abusi perpetrati principalmente da uomini; le aziende industriali e finanziarie sono, per la stragrande maggioranza, in mano agli uomini, che così detengono il controllo delle risorse economiche, ambientali e sociali. Ancora oggi, i ruoli di genere tradizionali influiscono in misura considerevole sulle vite dei maschi: quando è possibile, circa un terzo dei giovani padri chiedono il congedo di paternità, ma negli ultimi anni il tasso è rimasto invariato o è addirittura diminuito e, in generale, gli uomini continuano a investire meno tempo nel lavoro di accudimento dei familiari o in quello domestico1. Ma comincia anche a emergere un ventaglio più ampio di espressioni della maschilità socialmente accettate: per le persone che negoziano la propria soggettività di genere, il “maschio alfa” egocentrico e aggressivo, l’uomo emotivamente integrato, il ragazzo eterosessuale che si dedica a facili flirt o l’uomo gay che vive in una relazione monogama sono tutti modelli possibili, così come ogni altra combinazione di tratti che concorrano a far parte della performance di genere di un individuo. Il saggio di Ezra Chitando sulle sessualità e le maschilità nel contesto africano illustra tale pluralità di discorsi normativi (formative), ovvero in questo caso le tradizioni religiose africane, il cristianesimo e l’islam. Inoltre, anche se su scala globale sono le nozioni occidentali di maschilità a dominare, chiaramente non si presentano come gli unici modelli disponibili a livello locale o regionale2, come rivela Angélica Otazú nella sua analisi del sistema di genere dei guaraní, un popolo indigeno della zona del Río de la Plata (fra Argentina e Uruguay). Un simile quadro dimostra che i discorsi sulla maschilità sono molteplici e contraddittori, e che in un dato contesto sociale non è possibile definire in modo univoco neppure un’immagine idealizzata di «maschilità egemonica» (Raewyn Connell); di qui peraltro la scelta di declinare “al plurale” il termine “maschilità” nel titolo di questo fascicolo. A ciò si aggiunge il fatto che ogni ideale egemonico di maschilità contiene in sé anche incoerenze e contraddizioni: l’uomo armato ipervirile può apparire come l’espressione estrema della supremazia maschile, ma, come sostiene Connell in questo stesso volume, se un uomo ha bisogno di una pistola per affermare il proprio potere, in realtà manca di credibilità. Gli studi sulle maschilità dimostrano che fare ricorso a un semplicistico binarismo uomo/donna non è di alcuna utilità, anche se spesso è difficile sottrarvisi: persino gli ideali di maschilità che appaiono meno tossici possono alla fin fine consolidare stereotipi essenzialisti problematici plasmati dalle gerarchie patriarcali se, per esempio, l’emotività continua a essere identificata con la femminilità anche quando viene incorporata in un’identità maschile, diventando sintomo di una mancanza di virilità (o persino di “effeminatezza”) invece diessere intesa semplicemente come elemento di una delle tante possibili versioni della maschilità. Anche i contributi a questo fascicolo esplicitano la lotta costante contro le facili presunzioni dell’essenzialismo binario, sebbene gli autori e le autrici possano concordare sull’impatto normativo dei discorsi sociali che riguardano le maschilità. Lo studio critico sulle maschilità tiene quindi conto del fatto che le nozioni di genere circolano all’interno di e s’intrecciano a complesse strutture di potere e a più ampi sistemi sociali di dominio (il patriarcato, la supremazia bianca, il colonialismo, l’eteronormatività e così via). Tutto ciò ha un’influenza su quegli individui che vivono la propria identità maschile in termini di potere o vulnerabilità al crocevia tra questi «sistemi di dominio a incastro», come scrive Vincent Lloyd nella sua analisi dell’autobiografia di Stanley Tookie Williams, leader di una gang nera, autobiografia in cui delinea la sua lotta con la maschilità e la paternità all’interno di un sistema razzista. Ma questo intreccio plasma anche le dinamiche sociali e politiche: scrivendo da una posizione postcoloniale, Shyam Pakhare discute i modi in cui le nozioni di «maschilità muscolare» incarnate dal colonizzatore occidentale cristiano hanno sostenuto il potere coloniale in India e il ruolo giocato nella lotta per l’indipendenza dal ricorso di Gandhi a modelli alternativi di maschilità radicati nell’hinduismo. In un contesto più contemporaneo, Nicholas Denysenko traccia i modi attraverso cui le narrazioni religiose della superiorità maschile e della subordinazione femminile (o del maschile femminilizzato) s’intrecciano alla politica del governo di Putin per legittimare e consolidare l’imperialismo russo. Quale contributo può offrire la riflessione religiosa e teologica a tutto ciò? Come può una prospettiva teologica sulle costruzioni storiche e contemporanee delle maschilità aiutare a creare relazioni, a livello micro e macroscopico, che permettano alle persone di realizzarsi nell’uguaglianza e nella giustizia? Può Gal 3,28, con la sua visione di un’unità ultima nel corpo di Cristo dove le distinzioni sociali di genere, etnia e status non hanno più valore, essere un punto di riferimento quando negoziamo i discorsi sulla maschilità nelle nostre società da un punto di vista teologico? O quel passo si limita semplicemente […]



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Titolo: "Rivista di Pastorale Liturgica"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025297
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Editoriale

 M. Gallo

Il tempo estivo: assemblee vuote o liturgie che sanno respirare?

Studi

 E. Finzi

Tempo rurale e tempi postmoderni

 D. Cravero

Anno liturgico o anno scolastico?

 D. Messina

Domenica, assemblea, estate

 F. Zaccaria

Estate, feste e pietà popolare

 M. Roselli

Catechismo d’estate?

 F. Feliziani

Estate con la famiglia

e liturgia dei sensi

 M. Belli

Il tempio e il pellegrino

Formazione

 M. Ghiazza – M. Belli

Schede

2. Preghiera al Campo

 D. Pancaldo

Liturgia e disabilità: percorsi

2. Tempo estivo alla Fondazione M. Assunta in cielo

 G. Lo Bue

Pietà popolare e liturgia

2. Pietà mariana e pellegrinaggi

Sussidi e testi

 C. Laffranchini

Dal pregare al celebrare

 G. Tornambé

Esperienze di evangelizzazionetra mari e monti

 

Marco Gallo

Il tempo estivo: assemblee vuote o liturgie che sanno respirare?

 

Si direbbe che le nostre comunità articolano con non poche acrobazie ben tre calendari: quello liturgico, prima di tutto, sapiente con il suo ripetersi e variare in tempi forti, feste ed ordinario; quello civile-solare, che incrocia nel suo cambio di data il tempo di Natale, ed inserisce con discrezione memorie civili e scadenze; infine, sempre più dirompente, il calendario scolastico. Fra i tre, dobbiamo riconoscere come sia proprio quest’ultimo a scandire i tempi della vita liturgica. Secondo i ritmi dell’anno scolastico, le assemblee cambiano volto. Dell’iniziazione cristiana dei bambini e dei fanciulli si ripete spesso la necessità di rompere l’ambigua analogia con la formazione scolastica. Nella pratica sembra invece che si possa fare catechismo solo quando c’è la scuola! Prima di tutto, la fascia fertilissima per l’iniziazione che va da 0 a 6 anni risulta per lo più scoperta, quasi che l’annuncio si possa fare solo quando le coraggiose maestre hanno già svezzato i piccoli cuccioli. Soprattutto, dobbiamo riconoscere che l’abbraccio stretto con il sistema scolastico non si sta sciogliendo, rispetto ai ritmi dell’iniziazione. Quali conseguenze ha questa prassi? In un tempo in cui, sin da piccolissimi, le agende dei bambini non conoscono più tempi liberi per il gioco destrutturato, per il cortile dell’oratorio senza attività, i nostri incontri e celebrazioni devono faticosamente sgomitare con infiniti altri appuntamenti. Non è forse il tempo per de-localizzare in estate almeno una parte delle nostre pratiche di iniziazione? Decongestionare, senza perdere il ritmo, gli altri mesi, per dei progetti di educazione al rito, alla preghiera, alla vita comunitaria, di catechesi con più tempo a disposizione: i campiscuola, le attività estive sono occasioni che non valorizziamo abbastanza in senso iniziatico, quasi che fossero meno efficaci rispetto ai mesi “del catechismo”. Le parrocchie in città spesso hanno un orario delle celebrazioni estivo ed uno invernale. Esso non è legato solo al variare delle ore di luce, ma soprattutto al mutare delle assemblee liturgiche in estate. I cori, i ministranti ed altre ministerialità laicali, così generosi durante tutto l’anno, si fanno più sottili o spariscono. Alcune celebrazioni sono addirittura sospese, con una certa arrendevolezza. È vero che in luoghi di villeggiatura le assemblee si fanno più robuste ed attive, e non mancano lodevoli iniziative anche ricche di proposte di qualità. È giusto domandarsi, come avviene in questo numero, come può vivere questo cambiamento di fisionomia una comunità cristiana non arrendevole. Abbiamo giocato tutte le carte per organizzare una vita di celebrazione e spiritualità sufficiente? Le solennità estive sono occasione per una proposta da valorizzare. Ci sembra che l’estate meriti, invece, uno spirito di iniziativa assai diverso. Prima di tutto nel valorizzare i tempi più vivi della pietà popolare, con le sue feste patronali e devozioni. Nel suo bel testo, Francesco Zaccaria introduce tre dinamiche per una liturgia attenta a più occasioni: riscoprire il tempo del riposo, che non significa disimpegno; riscoprire le emozioni e la gioia, che non significa concentrarsi su sé stessi; riscoprire la comunità, che non significa etnocentrismo. A questo si può utilmente aggiungere un tempo di catechesi e predicazione prima delle ferie, in cui si offre alla comunità l’invito a gustare un tempo di riposo in cui ai figli è finalmente concessa un’occasione più tranquilla di compagnia con i genitori, spesso rapiti dai ritmi di lavoro – se i villaggi vacanze non riproducono la deprecabile vacanza parallela, intrattenendo i piccoli con attività lontano dai genitori. Si può suggerire di inserire nei viaggi una visita a qualche luogo di fede o di arte cristiana, di riscoprire la cattedrale della natura in montagna, in cui i sensi soffocati dalle stanze chiuse tornano a risvegliarsi, celebrando il Creatore. Per queste ragioni, ci è sembrato utile dedicare questo numero di RPL al tema della liturgia e tempo estivo. Dalla lettura del testo risulterà una miniera di suggestioni e riflessioni propositive. Esse si aprono, tuttavia, con uno studio che spiazza chi si aspettasse una riflessione immediatamente pastorale e liturgica, affidato a Enrico Finzi. Occorreva, prima di questi approfondimenti che poi abbondantemente si trovano, porre seriamente la questione sociologica della trasformazione delle nostre assemblee liturgiche e comunità che subiscono così radicalmente il cambio fra estate e resto dell’anno. La parrocchia rurale di alcuni decenni fa, infatti, non conosceva esodi e ferie, potendo quindi godere di una certa stabilità nel tempo. Oggi, anche fuori città, la popolazione abita il territorio in modo assai diverso, non vi si radica, ma normalmente lo elegge come abitabile per ragioni di altro tipo. Tutto questo non è immediatamente competenza della pastorale liturgica, ma senza alcun dubbio la influenza pesantemente.



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Titolo: "Parole di Vita"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025303
Prezzo: € 4.50

Descrizione:

Editoriale

Marco Zappella

MENO DI BERÌT, OLTRE BERÌT

Germano Galvagno

IL FONDAMENTO IRREVOCABILE:

NOÈ E LA PRIMA ALLEANZA

Giulio Michelini

DALL’«ALLEANZA TRA I PEZZI»

A QUELLA DELLA CIRCONCISIONE

Dionisio Candido

IL SABATO, L’ARCOBALENO

E LA CIRCONCISIONE

Laura Invernizzi

SANTITÀ DIVINA E LIBERTÀ UMANA

AL SINAI (ES 19–24)

Paolo Mascilongo

QUANTO È NUOVA

LA «NUOVA ALLEANZA»?

Furio Biagini

L’ALLEANZA: UN CAMMINO PER LA VITA

Alessandro Cortesi

LE TEOLOGIE DELLA SOSTITUZIONE

Marco Tibaldi

IL PENTATEUCO NELLA SCUOLA:

LE ALLEANZE

PER SAPERNE DI PIÙ

Marcello Panzanini

La nave di Dio:

La seconda Omelia sulla Genesi di Origene

RILETTURE

Valeria Poletti

Il diluvio

APOSTOLATO BIBLICO

Alessandro Zavattini

Bibbia e metodi attivi: il Bibliodramma

VETRINA BIBLICA

ARTE

Marcello Panzanini

Un’alleanza che viene da lontano:

Il mosaico della basilica di S. Pudenziana

 

EDITORIALE

Dobbiamo agli studi biblici la riscoperta della centralità della alleanza, che funge da impalcatura per i due corpi letterari della Bibbia. Non c’è un’immagine biblica più strutturante e pervasiva, ma proprio per questo più soggetta a fraintendimenti. Per evitarli bisogna prendere in considerazione anzitutto l’aspetto terminologico. Non sempre le parole ebraiche hanno un corrispettivo esatto in italiano. Così, non sempre berit equivale ad «alleanza» (perciò nel presente fascicolo si ricorrerà di frequente al sostantivo ebraico). Indica di volta in volta un certo tipo di relazione, la cui natura e peculiarità si ricavano dal contesto. Servono dunque sensibilità e riguardo per individuare la parola italiana più indicata. Di fronte al medesimo dilemma si trovarono i primi traduttori in greco e in latino, e le loro scelte ci condizionano fino ad oggi. Se parliamo di Antico/ Nuovo Testamento al posto di «alleanza» lo dobbiamo a loro (Marco Zappella e Paolo Mascilongo). Quando si parla di «alleanza» nel Pentateuco il pensiero corre subito a quella stipulata alle falde del monte Sinai. La promulgazione della legge (tora) come suo elemento centrale e costitutivo induce a enfatizzare l’aspetto legale, fino a distorcerlo in legalismo. Eppure una lettura scrupolosa dei capitoli centrali di Esodo non può non cogliere come la legge sia lo strumento offerto a Israele per rimanere nella relazione che Dio gli propone. La santità divina non annulla la libertà umana; l’impegno assunto da Israele poggia sulla stabilità dell’offerta di Yhwh. Il sapore liturgico della narrazione, la presenza determinante del sangue e il pasto finale come suggello dell’accordo avvenuto sollecitano le parti a condividere un destino e ad accettare responsabilità reciproche (Laura Invernizzi). Ma tale propensione divina a vincolarsi (possibile significato della radice di berit) con l’uomo e a farsi garante del suo futuro (della sua benedizione, nel linguaggio biblico) non sorprende il lettore; l’aveva già riscontrata in almeno due casi precedenti: con Noè (o più precisamente la discendenza noachica), poi con Abramo (due volte). Nel primo caso berit si allontana dal campo
semantico politico-giuridico dell’alleanza per transitare in quello della promessa (Gen 9). I beneficiari sono l’intera umanità e l’intera creazione. Con loro Dio si impegna in modo unilaterale e incondizionato a non scuotere più i fondamenti dell’essere e dell’esistere. A prescindere da qualsiasi futura condotta umana, anche la più malvagia, Dio rinuncia a porsi come minaccia letale per i viventi (Germano Galvagno). Qualcosa di simile, ma rivolto a un singolo, si ripete con Abramo: a lui, avanti negli anni e roso dall’ossessione di avere una discendenza, si assicura che questa sarà numerosa come le stelle del cielo (Gen 15). Non solo: a lui, nomade sradicato, verrà data un’intera regione. Se al Sinai si richiede l’obbedienza, qui si esige la fiducia. La stessa che si richiede nel cap. 17, questa volta con il taglio del prepuzio a sancirla (Giulio Michelini). Perciò anche oggi Israele definisce berit mila, «alleanza del taglio », la circoncisione, cioè il segno di appartenenza al popolo. Uno dei tanti segni che esprimono il rapporto con Dio l’arcobaleno, il sabato, le tavole della legge ecc. e che vanno decodificati (Dionisio Candido). Infine, l’alleanza da categoria pervasiva s’è mutata in categoria divisiva. A partire da Paolo, la ripresa in chiave polemica della «nuova alleanza» annunciata dai profeti (Paolo Mascilongo) ha alimentato le varie teologie della sostituzione (Alessandro Cortesi). Dall’altra parte il popolo ebraico si autocomprende come il vero «popolo dell’alleanza» (Is 49,8); assumendo su di sé il giogo della tora, si fa collaboratore nell’opera di redenzione dell’Eterno (Furio Biagini). Perciò il rapporto tra cristiani ed ebrei va ripensato in termini di legame fraterno di amicizia e di comune testimonianza della fede. Insomma, più che un tema, la alleanza si dimostra un punto prospettico che determina la visione e la valutazione dell’intero panorama. Aiutare a collocarsi nella giusta posizione è lo scopo del presente fascicolo. Dunque, buona lettura.

Marco Zappella



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025280
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

INDICE

Editoriale: Maria, la creazione secondo il sogno di Dio

ALFONSO LANGELLA

La figura di Maria oggi

SIMONA SEGOLONI RUTA

Donne, immaginario mariano e tentativi di risignificazione

DENIS S. KULANDAISAMY

La predestinazione della grazia: creazione e redenzione. Il caso di Maria

CETTINA MILITELLO

Corpo creato e corpo sessuato: l’Immacolata e l’Assunta

SALVATORE M. PERRELLA

Maria, una vita di relazioni

LUCA M. DI GIROLAMO

Maria e la creazione nel Medioevo occidentale: i «titoli» mariani

GIAN MATTEO ROGGIO

Ecologia, creazione e Assunzione della Vergine:

Giovanni Paolo II e Francesco

ANDREA DALL’ASTA

La Dormitio Virginis, tra iconografia bizantina e Caravaggio

GIANCARLO BRUNI

Maria tra creazione e redenzione. Affondi ecumenici

Documentazione: La figura della Vergine e la questione ecologica

(Gian Matteo Roggio)

Invito alla lettura (Silvano M. Danieli)

In libreria

 

Editoriale

Maria, la creazione secondo il sogno di Dio

«Tu sei la terra obbediente, Maria, la creazione che ama e adora»

La Madre del Signore è l’immagine e il simbolo della creazione secondo il sogno di Dio, l’inizio di una nuova creazione, redenta per pura grazia. Un’affermazione ardita, per alcuni forse eccessiva, soprattutto se si guarda a Maria e alla sua creaturalità, soggetta al limite e alla fragilità propria della condizione umana. Una lunga e consolidata tradizione, tuttavia, ha consegnato alla comunità cristiana una simbolica che associa strettamente la Madre del Signore alla creazione. Da una parte, ella rappresenta il creato giunto alla sua perfezione; dall’altra, è la «Regina» (Domina) sulla creazione ancora in cammino nel tempo e nella storia. Su questa tradizione, si innesta anche il magistero di papa Francesco: «Maria, elevata al cielo, è Madre e Regina di tutto il creato. Nel suo corpo glorificato, insieme a Cristo risorto, parte della creazione ha raggiunto tutta la pienezza della sua bellezza» (Laudato si’, 241).
Su
Maria, simbolo della creazione, si concentra il fascicolo. Spesso l’attenzione si focalizza sulle dinamiche storico-salvifiche che vedono coinvolta la Madre di Dio, una dimensione che non può essere ignorata, ma la ricerca teologica ha indicato anche altre prospettive. Particolarmente significativo è il riferimento alla creazione, come polo da associare alla redenzione, un binomio che in Maria si congiunge, in piena continuità: Maria è l’icona della creazione redenta che rimanda non a se stessa, ma orienta all’amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Maria è simbolo della creazione perché la “rappresenta” pienamente. Questa “rappresentanza” trova una singolare espressione nei dogmi mariani del XIX e XX secolo – l’Immacolata Concezione e l’Assunzione – nei quali Maria è presentata come la creazione arrivata per sola grazia alla sua forma definitiva. La situazione di privilegio in cui sembra collocarsi Maria trova spiegazione e origine nel rapporto inscindibile con il mistero di Cristo e della sua grazia: tutto sgorga da qui, ad esso conduce, manifestandone l’efficacia potente e inarrestabile. La simbolica mariana è inseparabilmente legata anche al mistero della chiesa, rivelando il fine cui tendono le sue azioni salvifiche, vale a dire la risurrezione dai morti e la piena comunione con Dio. Un’altra dimensione in cui si realizza la “rappresentanza” di Maria riguarda i momenti fondamentali della creazione: il nascere, il crescere, la relazione uomo/donna, il vivere in comunità, il morire (soprattutto nei vangeli di Luca e Giovanni). In tutto ciò Maria conserva la sua piena “laicità”, intesa come ricerca del senso di tutto ciò che le accade, in costante apertura all’azione di Dio. La prospettiva della creazione consente di scorgere il mistero della Madre di Dio non solo nel dogma e nel culto, vale a dire in un contesto cristologico e storico-salvifico, ma anche in rapporto alla dimensione culturale, in particolare quella del nostro tempo. Come osserva Stefano De Fiores, Maria è «una persona rappresentativa, frammento e insieme sintesi in cui si rispecchia il tutto della fede, della chiesa, della
società»
2. Maria, dunque, non è un frammento isolato, ma un tu integrato nell’insieme della vicenda umana, all’interno della storia della salvezza, in cui occupa un posto centrale ma senza esserne il centro, che è sempre e solo il Cristo e in lui il Padre nello Spirito. Il fascicolo si apre con la riflessione di Alfonso Langella, La figura di Maria oggi. Il concilio Vaticano II, la pubblicazione della Marialis cultus di Paolo VI, il contributo dei teologi e i profondi mutamenti che hanno caratterizzato la vita sociale e culturale degli ultimi decenni impongono un modo diverso di considerare la figura e il ruolo della Madre di Dio. Da sempre la simbolica mariana ha giocato un ruolo fondamentale nell’esperienza dei credenti. Non di rado, però, questi simboli hanno subito contaminazioni sessiste e patriarcali. Per Simona Segoloni Ruta, Donne, immaginario mariano e tentativi di risignificazione si rende quindi necessaria una “purificazione” di alcuni simboli mariani per coglierne tutta la loro carica liberante. Il dogma dell’Immacolata Concezione chiama in causa il peccato originale e il mistero della redenzione. Si tratta del mistero di grazia e predestinazione che coinvolge la Vergine, colei che diventerà la madre del Figlio con un atto di misericordia preventiva, fondato sui meriti di Cristo. Su questi e altri aspetti riflette Denis S. Kulandaisamy, La predestinazione della grazia: creazione e redenzione. Il caso di Maria. In alcune rappresentazioni, il corpo di Maria sembra quasi scomparire, lasciando intravvedere una vera e propria operazione di desessualizzazione o di de-femminilizzazione. Il contributo di Cettina Militello, Corpo creato e corpo sessuato: l’Immacolata e l’Assunta si sofferma su queste dinamiche, soprattutto in rapporto a due dogmi
riguardanti la Madre di Dio: la sua Immacolata Concezione e la sua Assunzione al cielo. Tra gli aspetti che accomunano l’esperienza della madre di Gesù a quella di tutte le persone umane, vi è senza dubbio il suo essere immersa in una ricca rete di relazioni. Su questa nodale dimensione si concentra lo studio di
Salvatore M. Perrella, Maria, una vita di relazioni. Tra storia e teologia si colloca Luca M. Di Girolamo, Maria e la creazione nel Medioevo occidentale: i “titoli” mariani. Il Medioevo vede l’uomo immerso nel mistero di Dio e la Madre di Dio come emblema dell’equilibrio tra cielo e terra. Attraverso l’impiego della simbologia e dell’analogia, la riflessione teologica medievale propone un modo peculiare di onorare Maria, senza trascurare il riferimento cristologico. Nella teologia della creazione non mancano allusioni alla simbolica mariana. La tradizione ha indicato nella Madre di Dio il pieno compimento del creato che in lei giunge alla sua perfezione. Su questi aspetti è interessante cogliere il contributo di riflessione offerto da due pontefici, Giovanni Paolo II e Francesco, particolarmente sensibili alla dimensione mariana. È quanto propone nel suo articolo Gian Matteo Roggio, Ecologia, creazione e assunzione della Vergine: Giovanni Paolo II e Francesco. Il tema della raffigurazione di Maria nell’arte bizantina e in quella occidentale è trattato da Andrea Dall’Asta, La Dormitio Virginis, tra iconografia bizantina e Caravaggio. Nei vangeli non vi è alcun cenno ai tratti fisici di Maria né si parla della sua morte. Malgrado ciò, le comunità cristiane hanno sviluppato un’articolata riflessione tanto sul corpo della Madre del Signore che sul suo trapasso dalla morte alla vita. L’ultimo articolo affronta una questione rilevante, se, cioè, Maria abbia qualcosa da dire su creazione e redenzione. La riflessione si distingue per il taglio ecumenico, ambito che in passato si è rivelato “divisivo”, mettendo a dura prova i rapporti tra le diverse confessioni
cristiane. È il contributo di
Giancarlo Bruni, Maria tra creazione e redenzione. Affondi ecumenici. La Documentazione, a cura di Gian Matteo Roggio, propone alcune pagine sul rapporto tra la Vergine Maria e la «questione ecologica ». Il testo, tratto da un’articolata riflessione elaborata nel 1995 dalla Pontificia Facoltà Teologica «Marianum» di Roma, si apprezza ancor oggi non solo per la sua attualità, ma anche per aver profeticamente anticipato diversi temi dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. La pubblicistica mariologico-mariana è molto ampia: farne un bilancio o evidenziare i contributi più significativi si presenta come un’operazione alquanto ardua, anche per gli addetti ai lavori. Risulta quindi particolarmente prezioso l’ Invito alla lettura, a cura di Silvano M. Danieli, realizzato allo scopo di segnalare le opere più autorevoli al lettore desideroso di accostarsi alla figura di Maria e di addentrarsi – senza smarrirsi – nella “questione” mariana e nelle sue variegate sfumature. Buona lettura. *** «CredereOggi» compie quarant’anni (1980-2020) La nostra rivista inizia una nuova annata e insieme raggiunge un importante traguardo: quarant’anni di storia, in compagnia e a servizio dei lettori. Il contesto odierno è diverso da quello che ha visto i primi passi della rivista: molte cose sono cambiate nel mondo, nella società italiana e nella chiesa. È rimasta immutata, tuttavia, la mission che contraddistingue «CredereOggi»: porsi come ponte tra la ricerca teologica e la comunità ecclesiale. Fin dalla sua fondazione, infatti, la rivista si presenta come strumento di formazione cristiana, nell’intento di fornire un contributo qualificato ma “accessibile” a tutti coloro che
desiderano “pensare” la propria fede. In un mondo, segnato sempre di più dalla rapidità e dalla profondità dei mutamenti sociali, culturali ed economici,
«CredereOggi» conferma il proprio impegno, rimanendo fedele alla propria storia e al proprio stile, nella costante attenzione alla riflessione teologica più autorevole e alle esigenze della comunità ecclesiale, alle prese con sfide inedite, ma da affrontare sempre con fede e intelligenza. «CredereOggi» si rivolge con gratitudine a voi lettori, chiedendo di confermare il vostro apprezzamento e la vostra fiducia e di sottoscrivere anche per quest’anno l’abbonamento: un gesto semplice che ci permetterà di offrire ancora il nostro servizio di divulgazione teologica. Alla beata Vergine Maria, cui è dedicato questo fascicolo, affidiamo il cammino della rivista perché possa contribuire alla crescita della comunità ecclesiale nella comprensione delle cose che riguardano Dio e l’umanità del nostro tempo.



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Titolo: "Servizio della Parola - n. 516"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025273
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

RUBRICA

Per comunicare meglio

58. I casi difficili/27.

Esposti in prima persona, con le proprie vicende personali (R. Laurita)

I nostri modi di dire

18. «Essere testimoni del Vangelo»

1. «Essere testimoni del Vangelo»: i significati impliciti di una frase nota (A. Carrara)

2. «Essere testimoni del Vangelo»: punto di vista teologico (M. Vergottini)

3. Essere testimoni del Vangelo con la vita (D. Rocchetti)

In cammino con Maria

C. Cremonesi

Tempo pasquale 2020

12 aprile / 31 maggio

Domenica di Pasqua (M. Bonelli, S. Toffolon, R. Laurita)

2ª domenica di Pasqua (M. Bonelli, S. Toffolon, R. Laurita)

3ª domenica di Pasqua (M. Bonelli, S. Toffolon, R. Laurita)

4ª domenica di Pasqua (M. Bonelli, S. Toffolon, R. Laurita)

5ª domenica di Pasqua (M. Bonelli, S. Toffolon, R. Laurita)

6ª domenica di Pasqua (M. Bonelli, S. Toffolon, R. Laurita)

Ascensione del Signore (M. Bonelli, S. Toffolon, R. Laurita)

Domenica di Pentecoste (M. Bonelli, S. Toffolon, R. Laurita)

 

58.

I casi difficili /27

Esposti in prima persona,

con le proprie vicende personali

di Roberto Laurita

 

Affrontando il tema della funzione espressiva e del posto dell’«io» nella catechesi, Xavier Thévenot («L’etica dell’atto catechistico. Etica e funzione del linguaggio in catechesi», in Aa.Vv., La morale in catechesi, problematiche e prospettive, Paoline, Milano 1991, pp. 81-106) ricorda che «preoccuparsi di dar testimonianza è preoccuparsi dell’aspettativa degli altri» (p. 90). Ma, paradossalmente, proprio questo far posto all’altro rischia di essere «una manifestazione bella e buona di ciò che alcuni chiamano la ‘malattia dell’idealismo’». Infatti, «quando nella testimonianza l’aspettativa degli altri è instaurata come criterio della qualità di vita del testimone, questi altri si trasformano in oggetti-specchio a servizio dell’immagine ideale del testimone e non in soggetti di comunicazione portatori di una novità di domanda» (p. 91).

• Ecco perché una testimonianza autentica è quella che nasce da una dialettica di rinuncia-scoperta: «rinunciare ad un’immagine totalmente idealizzata di se stessi per scoprire che l’io si sviluppa sempre nell’ambivalenza; rinunciare all’illusione secondo la quale la distanza tra il dire e il fare può essere totalmente abolita per scoprire che la vita umana e cristiana è un’avventura rischiosa in cui io sono incapace di fare tutto quello che dico e di dire tutto quello che faccio; rinunciare a guardarsi nella propria pseudo “profonda indegnità” per scoprire che io sono certamente peccatore, ma peccatore reintegrato da Cristo nella sua dignità di figlio e di figlio di Dio» (ibid.).
• Accettare questa realtà, sempre in divenire, mai compiuta, e vivere la condizione per certi aspetti paradossale dell’esistenza cristiana non è facile. Non lo è neppure per un ministro della Chiesa. Ecco perché è apprezzabile lo sforzo dell’autore della “lettera” che abbiamo fornito nella precedente puntata.
• Ammettere i propri limiti è un’operazione che ci consegna agli occhi degli altri nella nostra nudità e ci sottrae alla facile tentazione di creare una “statua” di noi stessi, senza difetti e senza incrinature, nel vano tentativo di corrispondere pienamente alle loro attese impossibili. 
• Detto questo, però, non possiamo fare a meno di notare come il testo analizzato rimanga forse troppo nel generico e si sottragga alla possibilità di dare un nome concreto, circostanziato, alle “lentezze”, ai “ritardi”, alle “inadempienze”. È chiedere troppo? Porterebbe a pronunziare una confessione pubblica in piena regola? Certo è che più nebulose sono le ammissioni, meno disagevole risulta il modo di procedere perché tutto appare avvolto da una genericità che funge da cortina fumogena. Il dubbio che abbiamo espresso, in ogni caso, nulla toglie al pregio di un tentativo riuscito di chiedere scusa in modo esplicito per i propri difetti e le proprie fragilità.  

*** Abbiamo già avuto modo di affermarlo molte volte nel corso di questa rubrica: il prete, nel suo ministero, è inevitabilmente una persona che vive sotto i riflettori, esposto alle curiosità, alle osservazioni, alle critiche della gente. Le scelte che adotta, le decisioni che prende – da quelle più minute a quelle più importanti – sono tutte sottoposte al vaglio dei suoi parrocchiani, che non sempre si mostrano benevoli e che, in ogni caso, esprimono criteri contrastanti di valutazione. Non di rado un prete si trova, nella cassetta della posta, la lettera di un fedele che esprime richieste, manifesta dissenso, provoca con giudizi taglienti o con qualche rimprovero molto diretto. Per lo più si tratta di comunicazioni anonime. Chi le ha costruite non ha neppure il coraggio di firmarsi, di uscire allo scoperto, di dichiarare la sua identità. Gli basta aver procurato un po’ di sofferenza. Non gli interessa un confronto, un dialogo franco e adulto. Ma qualche volta si ha modo di imbattersi in qualcuno che non si limita a denunciare qualcosa che non va, ma dà prova di un’attenzione benevola perché vede i cambiamenti accaduti e quelli in corso, la situazione complessa e non sempre facile con cui ogni prete si deve misurare quotidianamente. A titolo esemplificativo abbiamo scelto, allora, di proporre uno scambio epistolare tra un parroco e quello che si definisce “un amico”. Ci aiuta a fare un utile esercizio a proposito di comunicazione.   Lettera di un fedele e risposta di don ……. Carissimi, poco tempo fa ho ricevuto una bella lettera che ritengo utile e interessante pubblicare. Di seguito la trascrivo unitamente alla mia risposta. Vi invito a leggerle: penso possano essere per tutti uno spunto di riflessione. Carissimo don ….., è da molto tempo che voglio scriverti questa lettera e finalmente ci sono riuscito. Non sapevo da dove cominciare, perché avevo tante cose in mente che volevo dirti e non sapevo quali scegliere e da dove iniziare. Innanzitutto ti devo dire subito che non ho molta simpatia per [...]



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Titolo: "Concilium - 2020/1"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025204
Prezzo: € 10.00

Descrizione:

Indice

Carlos Mendoza-Álvarez – Thierry-Marie Courau, Editoriale

Abstracts 

I. Violenze, resistenze e spiritualità

1. Violenze

1.1 Raúl Zibechi, Accumulazione per furto e violenza sistemica 

Introduzione

I/ Estrattivismo o società estrattiva?

II/ Accumulazione per espropriazione o guerra contro i popoli?

III/ Democrazia o campo di concentramento?

1.2 Gina Marcela Arias Rodríguez – Luis Adolfo Martínez Herrera,

Transizioni, resistenze e movimento delle donne.

Una prospettiva a partire dal caso colombiano 

I/ Scenario di transizione: decalogo di promesse su sfondi instabili

II/ Elementi generali di contesto alla luce delle esperienze di transizione nel caso colombiano

III/ Movimento sociale di donne e resistenze di fronte alla guerra

IV/ A mo’ di chiusura

2. Resistenze

2.1 Gustavo Esteva Figueroa, Prendersi cura della casa comune 

I/ Introduzione

II/ Il modo Greta

III/ Imparare dall’esperienza

IV/ L’insurrezione in corso

1/ Il sentimento antipatriarcale

2/ Il senso delle proporzioni

3/ Buon senso

4/ Sussistenza autonoma

5/ Recupero del suolo e della virtù

V/ Lo spiraglio è aperto

2.2 Susan Abraham, Le donne nelle loro varie lotte: l’attivismo spirituale come conoscenza “altra”

3. Spiritualità

3.1 Sofía Chipana Quispe, Saperi e spiritualità relazionali in Abya Yala

I/ Parola che vive

II/ Sapienze ancestrali in resistenza

1/ Cinque secoli di resistenza

2/ Cosa saremmo stati, se avessimo potuto esserlo?

III/ La sapienza della crescita amorevole della vita

1/ Sapienze reciproche nella crescita della vita

2/ Princìpi e valori eterni

IV/ Il tessuto delle spiritualità relazionali in Abya Yala

1/ Intrecciare le nostre spiritualità

2/ Le fonti delle spiritualità relazionali

V/ Ricercando la reciprocità della guarigione


3.2 Cleusa Caldeira, Teo-quilombismo: resistenze spirituali afro-brasiliane 

Introduzione

I/ Il razzismo come processo di (auto)annientamento

II/ Quilombismo come decolonizzazione radicale

III/ Il “divenire nero” come esperienza ontologica

IV/ Resistenze spirituali: Muquifu e chiesa delle Sante Nere

Considerazioni finali

3.3 José de Jesús Legorreta Zepeda,

Comunità diverse inabitate dalla Rua divina 

I/ Il “sintomo comunitario” come denuncia e costruzione del futuro

II/ E la “comunità ”cristiana?

III/ Comunità di fede, resistenza e “futuri degni” abitati dallo Spirito

3.4 Juan Carlos La Puente Tapia, Resistenze, forza messianica dell’an-archia divina

I/ Evocazioni e provocazioni

II/ Cambiamento epistemico: l’ascolto, l’amicizia e la comunione con le ferite aperte che ci uniscono

III/ Cambiamento antropologico: amicizia nella Vita

IV/ Cambio di temporalità: azioni creatrici, trasgressive e simboliche

V/ Vocazione

VI/ Convocazione

II. Forum teologico 113

1. Alfredo Ferro Medina, Dal Vaticano II al sinodo sull’Amazzonia: verso una Chiesa sinodale

I/ Introduzione

II/ Sinodo come processo

III/ Invito a una conversione ecclesiale e sinodale

IV/ Chiesa in uscita, samaritana e profetica, che difende la vita e se ne prende cura


2. Agenor Brighenti, La riforma della curia romana

I/ Introduzione

II/ Riformare la curia: una rivendicazione che viene da lontano

III/ La riforma della curia: un’attesa di rinnovamento del Vaticano II

IV/ La riforma di Francesco: il primato della sinodalità ecclesiale

V/ A mo’ di conclusione

3. Francis Schüssler Fiorenza, Johann Baptist Metz (1928-2019). In memoriam

III. Rassegna bibliografica internazionale



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Titolo: "Rivista di Pastorale Liturgica"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025211
Prezzo: € 6.00

Descrizione:

Editoriale

2 D. Cravero

Media e liturgia:

vigilanza e intelligenza

Studi

4 G. Riva

La logica del digitale

9 P. Benanti

Digitale, presenza, partecipazione

14 N. Valli

Liturgia e tecnica:

storia di amore e diffidenza

19 A. Grillo

Spazio e tempo 3.0

24 M. Belli

Ma la messa in TV «vale»?

29 G. Tornambè

Uso e abuso dei media nella liturgia

34 D. Cravero

Simbolico rituale, simbolico digitale

Formazione

39 M. Rondonotti

Schede

1. Riti e preghiere in digitale

44 V. Scarfia

Liturgia e disabilità: percorsi

1. Riti, media e disabilità

48 A. Giardina

Pietà popolare e liturgia

1. Quaresima e Settimana santa

Sussidi e Testi

53 D. Locatelli

Preparare l’omelia

navigando in rete

57 C. Paniccia

Formarsi on line

62 L. Peyron

Una App per pregare

Segnalazioni

 

Domenico Cravero

Media e liturgia: vigilanza e intelligenza

A suo modo l’era digitale è un segno dei tempi. Costituisce un punto di vista da cui osservare il mutamento delle forme simboliche e il loro diffondersi e consolidarsi. Invenzione tecnica e comportamenti di massa si influenzano reciprocamente. Non sono solo i media che condizionano il costume, è anche la cultura postmoderna che domanda tecnologie nuove. Media e società evolvono indipendentemente ma contemporaneamente. È evidente la direzione: tutto può essere messo a confronto, tutto è possibile diversamente, si può discutere ogni cosa, i giochi sono sempre aperti. La società si presenta senza centro e senza direzioni. Ognuno deve scegliere, a proprio rischio, tra possibilità sempre plurali. La circolarità delle reti si radica nella società aperta. La narrazione diventa pratica di massa, in un’inedita collaborazione tra professionisti e amatori. Si attiva un processo d’inclusione incessante, il cui principio non è gerarchico ma funzionale, non dice che cosa sia vero o giusto ma che cosa piaccia o serva. Nel progressivo indebolimento delle comunità fisiche, cambia anche il concetto e l’esperienza dei legami: il loro numero si misura con i like, la loro intensità con i followers. L’autorevolezza dipende dalla capacità dell’influencer. Cambia anche il processo psicologico dell’identità, che diventa l’arte di rendersi compatibili, cantiere sempre aperto a ogni possibilità. L’individuo contemporaneo è fondamentalmente uno spettatore: le persone si comportano come se fossero guardate, perché sono costantemente connesse. Nella quarta rivoluzione industriale, presenza, partecipazione, mediazione acquistano significati diversi. La tecnologia cambia il modo di intendere la realtà (non più solo fisica, ma anche virtuale e aumentata) dove s’intrecciano in coevoluzione comunicazione e socializzazione, riflessività e partecipazione, pubblico e privato. Nei social, le persone si riducono a profili. Le comunicazioni sono veloci e poco adatte per concentrarsi sulla complessità dei sentimenti. È sempre meno frequente iniziare la conversazione con un: «Come stai?». Viene spontaneo chiedere innanzitutto: «Dove sei?» o «Cosa fai?». Nel progressivo indebolimento delle comunità, gli amici digitali servono per posizionarsi all’interno dei social e capire di chi sono ‘meno’ e di chi sono ‘più’. I flaneur digitali inventano i modi di dire che ci sono, in un orizzonte di possibilità, gestito comunicativamente attraverso la circolarità delle reti, che rendono possibili strati sempre più complessi di reciprocità, anche attraverso la crescita esponenziale di contenuti (testi, audio, foto, video). Si apre una nuova relazione tra comunicazione interpersonale e di massa. L’individuo vive il sociale sempre più come evento. È ovvio domandarsi che cosa diventi l’opera d’arte, nell’epoca della riproducibilità. La liquidità ha però il suo fascino: l’Io si sente più libero, espandibile alla virtualità. Ne fa lo strumento di osservazione del mondo. Si scopre però più solitario. La circolarità delle reti e il mondo liquido che ne consegue, comportano infatti una fatica mentale sovrumana, sempre alla ricerca di oasi di pace. La frammentazione dei rapporti e il politeismo dei valori disincantano il mondo, i riti lo re-incantano perché sono forme dell’affezione. Più le reti dissolvono, più i naufraghi cercano riparo nei riti. Pregare e celebrare nell’era del digitale non è però la stessa cosa di prima. Spazio e tempo nella esperienza del digitale non coincidono con le esigenze dei riti. Le forme espressive della creatività e della libertà dei mondi virtuali si sganciano dai corpi. Ma non c’è rito senza carne. I dispositivi digitali svincolano la comunicazione dalla presenza fisica, frammentano l’esperienza somatica nel virtuale, liberano dalla necessità di sincronizzare i corpi. Le ritualità invece ristabiliscono il corpo intero. Riscattano dalla quotidianità, attraverso performance vere. Realizzano ciò che i media promettono ma compiono solo virtualmente. La liturgia è un atto che chiede partecipazione attiva, non si riduce a orecchi e occhi. Il Dio, fatto carne, tocca il credente nella sua propria carne. Non sussiste nessuna celebrazione sacramentale e liturgica che prescinda dalla materialità. La rivelazione consiste nell’inaugurazione di una possibilità relazionale reale con Dio. Nella realtà virtuale o aumentata, la persona non sta interagendo con nessuno se non con se stesso. L’uso dei media nella liturgia potrebbe rivelarsi presto un abuso e non è rara l’impressione che la tecnologia, pur sofisticata, non sortisca effetto nel creare le condizioni per una vera celebrazione. Tuttavia, non necessariamente i media nella liturgia segnano una regressione. Possono anche imprimere una progressione. Il rapporto con il rito, infatti, non è mai immediato. Ci sono sempre mediazioni, anche nascoste: il vissuto devozionale, la visione teologica, l’inconscio affettivo. Ci vuole vigilanza e intelligenza per restituire ai riti il loro orizzonte complesso.



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Titolo: "Servizio della Parola - n. 515"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300024917
Prezzo: € 7.00

Descrizione:

Per comunicare meglio

57. I casi difficili/26.

Esposti in prima persona, con le

proprie vicende personali (R. Laurita)

I nostri modi di dire

17. «... A posto con Dio»

1. «A posto con Dio» (A. Carrara)

2. «A posto con Dio»: il punto di vista biblico (+ Luciano Monari)

3. È possibile sentirsi a posto con Dio? (A. Gaino)

Per scoprire il senso del digiuno

R. Laurita

Tempo di Quaresima 2020

26 febbraio / 11 aprile

Mercoledì delle Ceneri (L. Rossi, M. Della Bianca, R. Laurita)

1ª domenica di Quaresima (L. Rossi, M. Della Bianca, R. Laurita)

2ª domenica di Quaresima (L. Rossi, M. Della Bianca, R. Laurita)

3ª domenica di Quaresima (L. Rossi, M. Della Bianca, R. Laurita)

4ª domenica di Quaresima (L. Rossi, M. Della Bianca, R. Laurita)

5ª domenica di Quaresima (L. Rossi, M. Della Bianca, R. Laurita)

Domenica delle Palme (L. Rossi, M. Della Bianca, R. Laurita)

Giovedì santo (R. Laurita, M. Della Bianca)

Venerdì santo (R. Laurita, M. Della Bianca)

Veglia pasquale (R. Laurita, M. Della Bianca)

 

 

57.

I casi difficili /26

Esposti in prima persona,

con le proprie vicende personali

di Roberto Laurita

In questa puntata proseguiamo l’analisi di un racconto, rintracciato sul sito online di un settimanale diocesano, per poi affrontare un tema spinoso: Come esprimersi quando chi scrive è esposto in prima persona, con le sue vicende personali? Avevamo lasciato la cronaca della seduta del Consiglio Pastorale Parrocchiale (d’ora in poi: CPP) nel momento in cui rilevava come una comunità senza la presenza del prete rischia sia un impoverimento che una disgregazione interna fra i tanti gruppi di volontariato. Ecco perché i membri del CPP invitano a “ritardare” l’istituzione dell’Unità Pastorale, al fine di “preparare meglio il futuro”. Una proposta dettata da saggezza? Chi scrive vi scorge, assieme al suo amico, anche qualcos’altro… E lo fa emergere nel terzo paragrafo: ritardare può diventare un espediente per affossare il progetto. Ecco perché, interpellati, i due “esterni” rispondono bloccando sul nascere quello che potrebbe assurgere a diversivo: «dati i tempi, il progetto appare come improrogabile». Ma non può bastare raggiungere il consenso su questa affermazione. I membri del CPP si spingono oltre: «prepararsi e anche preparare il terreno, con una proficua gradualità, già fin d’ora e concretamente per un nuovo tipo di organizzazione». A questo punto la domanda del parroco, presidente del CPP, fa da detonatore ad un progetto preciso: «Che cosa si può proporre nell’immediato?». Prende così corpo quello che costituisce un vero e proprio vademecum per arrivare all’istituzione di un’Unità Pastorale. Eccone le tappe: • continuare il rapporto di collaborazione tra le parrocchie; • potenziarlo e consolidarlo, superando le resistenze dei parroci (da “catechizzare”); • riunire i consigli pastorali e i consigli degli affari economici in sedute congiunte «per armonizzare bene la vita pastorale» e «mettere le basi per un insieme di pratiche e di usanze che coinvolgono tutte le parrocchie»; • affidare ad uno dei parroci l’incarico di «coordinatore del gregge e delle attività comuni». A questo percorso manca, tuttavia, una tappa decisiva: «attuare incontri con le comunità coinvolte per informarle, creare consenso, indicare gli organismi importanti e necessari…». Ai nostri lettori non sfuggirà che nel testo si invoca due volte l’intervento di qualcuno che vigili. Non si tratta, infatti, di un processo spontaneo. I due estensori non esitano ad indicare il ruolo dei superiori (che evocano con stile dichiaratamente pretesco: “i nostri superiori”), ma anche qualcuno che assicuri un sostegno e un indirizzo alle riunioni proposte. La conclusione mette il sigillo a tutto il componimento: «Francamente, noi due, il Belsito e io, siamo convinti di aver partecipato a un signor momento di Chiesa». Sì, arrivati alla fine, tutti i nostri lettori se ne saranno accorti: siamo dentro una fiction, che non è fantasia [...]



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Titolo: "Parole di Vita"
Editore: Queriniana Edizioni
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025181
Prezzo: € 4.50

Descrizione:

Sommario


Editoriale

Annalisa Guida

SENTIERI DI PAROLE

Sebastiano Pinto

IN PRINCIPIO ERA IL FRAMMENTO

Annalisa Guida

«PRENDI IL LIBRO E DIVORALO»

Laura Invernizzi

LA SCRITTURA DELL’ALLEANZA

Ombretta Pettigiani

LA TORÀ: VIA DI DIO

Guido Benzi

LA «COSCIENZA CANONICA»

DELLA TORÀ

Sebastiano Pinto

BIBLIOGRAFIA RAGIONATA

Furio Biagini

INTERPRETAZIONE EBRAICA

DELLE SCRITTURE

Luca Mazzinghi

IL PENTATEUCO E I CRISTIANI:

UN RAPPORTO DA RICOSTRUIRE

Marco Tibaldi

IL PENTATEUCO NELLA SCUOLA:

LA CREAZIONE

PER SAPERNE DI PIÙ

Marcello Panzanini

Dai monaci editori agli scrittori professionisti

MEN AT WORK

Valeria Poletti

«Per capire la storia, rifarsi ad un tempo remoto»

APOSTOLATO BIBLICO

Alessandro Zavattini

Esperienze narrative e attive con la Bibbia

VETRINA BIBLICA

ARTE

Marcello Panzanini

Fotogrammi ricchi di teologia:

Mosè sul Monte Sinai, di Bartolo di Freddi

 

_____________________________________________

Editoriale 

Negli ultimi cinque anni la nostra rivista si e occupata di temi biblici trasversali: la costituzione conciliare Dei Verbum sulla divina rivelazione; dodici personaggi (sei dell’Antico e sei del Nuovo Testamento); sentimenti, affetti ed emozioni. Al momento di compiere sessantacinque anni, torniamo a introdurre e accompagnare la lettura di libri della Bibbia. Cominciamo dall’inizio, in senso non solo spaziale (i primi di una serie), ma anche qualitativo (i libri fondanti). Essi infatti rappresentano, nel loro insieme, il punto di partenza di fili tematici che testi successivi riprenderanno come propria trama o che utilizzeranno come spunto per variazioni originali. Il consiglio di redazione ha individuato dodici temi. Quest’anno si approfondiranno: dalla parola al libro; alleanze; famiglie e generazioni; memoria; cibo; legislazione. Il prossimo: terra; servizio; storia e senso della storia; leader, istituzioni e poteri; popolo di Dio; corpo. Si tratta insomma di indicare e aprire varchi d’accesso per entrare con consapevolezza nel Pentateuco. La loro successione non presuppone una scala discendente di importanza, perche tutti attraversano i cinque libri e concorrono in egual misura alla ricchezza del tutto. Forse si puo escludere il primo, quello del presente fascicolo, di chiara natura introduttiva. Sebastiano Pinto lo apre con un articolo che illustra a grandi linee la storia delle ipotesi circa la formazione del Pentateuco, dal Settecento ad oggi, senza sorvolare sulle questioni che rimangono aperte (la rivelazione tra storia e fede, il rapporto tra lettera e Spirito). Complementare ad esso e la bibliografia ragionata, in cui il medesimo autore presenta le introduzioni piu significative e i manuali piu diffusi sul Pentateuco, pubblicati in italiano negli ultimi vent’anni. Annalisa Guida e Marcello Panzanini si concentrano sul supporto fisico, materiale, che ha permesso alla memoria e alla scrittura di Israele di attraversare i secoli e giungere fino a noi. La prima tratteggia la storia del passaggio dal rotolo di papiro al codice in pergamena al libro di carta, soffermandosi sui rotoli del Mar Morto e sugli Exsultet. Il secondo invece contestualizza l’attività degli amanuensi medievali in ambito, soprattutto, monastico, con un accenno ai miniaturisti. Di taglio più biblico i contributi di Laura Invernizzi, Ombretta Pettigiani e Guido Benzi. La prima approfondisce la portata della messa per iscritto della legge dettata da Dio nel libro dell’alleanza da parte di Mosè. Ricorrendo alle categorie della narratologia, evidenzia la contiguità che si crea tra popolo e lettore, così che l’impegno etico, con cui il popolo risponde allo scritto dell’alleanza impegnandosi, diventa per il lettore appello a una ricezione altrettanto entusiasta dello scritto che ha in mano, disponibile a mettere in pratica quanto vi trova, prima ancora di capirlo. Tale contiguità sta all’origine di quello che Guido Benzi chiama «coscienza canonica», cioè il sorgere, nelle comunità in cui nasce la Bibbia, di una convinzione secondo la quale determinati scritti sono normativi per la fede e la vita della comunità stessa. Ombretta Pettigiani, infine, mostra come non sia corretto ridurre il Pentateuco al materiale legislativo in esso contenuto. La legge ha sì un significato profondo e un ruolo importante, ma in quanto pensata dentro qualcosa di più ampio (l’alleanza) e posta a servizio della reciproca appartenenza tra Dio e il suo popolo. Non stupisce dunque che la tradizione ebraica denomini i primi cinque libri come Torà (insegnamento, istruzione), e neppure che sia letta in sinagoga tutta nel corso di un anno. La centralità, che essa occupa nella visione religiosa ebraica, insieme alla torà orale (ovvero il Talmùd), è evidenziata da Furio Biagini, che nel corso dei due anni, apporterà la sua prospettiva di ebreo credente. Ogni numero sarà arricchito anche da rubriche fisse come, per esempio, «Il Pentateuco nella scuola» (Marco Tibaldi) e «Men at work» (Valeria Poletti) sulle riletture che l’arte ha offerto di testi e personaggi del Pentateuco. Dunque, buona lettura.

Marco Zappella



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025228
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Editoriale: Una chiesa che si lascia rinnovare

AUGUSTO BARBI

Figure di chiesa nel Nuovo Testamento

VITO MIGNOZZI

Modelli di chiesa fino al Vaticano II. Semi della chiesa che verrà

GIANLUIGI PASQUALE

Il paradigma di riforma della chiesa in papa Francesco

SERENA NOCETI

Nuovi ministeri per una riforma viva

VITO MIGNOZZI

I laici nella chiesa del futuro

SIMONE MORANDINI

La chiesa che verrà: un volto ecumenico, uno stile di dialogo

MASSIMO NARDELLO

Chiesa sinodale

GIACOMO CANOBBIO

Il brevetto perso della salvezza

GIOVANNI GRANDI

Fiducia nell’algoritmo, sfiducia nell’umano?

La sfida del discernimento nell’epoca dei robot

Documentazione: Recuperare la memoria di appartenenza al santo popolo

di Dio - Francesco chiamato a edificare la chiesa

(Gianluigi Pasquale)

Invito alla lettura (Calogero Caltagirone)

In libreria

 

Editoriale

Una chiesa che si lascia rinnovare

L’esortazione apostolica Evangelii gaudium (EG) è attraversata, come da un filo rosso, dall’idea di una riforma della chiesa che a giudizio di molti costituisce l’autentica cifra dell’attuale pontificato. In un mondo provato da difficoltà economiche, morali e culturali, in cui emergono pulsioni disgregative del tessuto sociale (ed ecclesiale) e che ha smarrito l’ethos collettivo, papa Francesco traccia per la chiesa «un cammino di conversione missionaria e pastorale che non può lasciare le cose come stanno» (EG 25). Mutuando le parole di Paolo VI, Francesco indica la via di un «improrogabile rinnovamento ecclesiale», una vera e propria «riforma», da non intendere, però, in senso riduttivo, come semplice revisione delle strutture esistenti (EG 25). Immaginando la chiesa che verrà, l’attuale pontefice afferma: «Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione» (EG 27). Il processo riguarda l’intera compagine ecclesiale e comporta «l’apertura a una permanente riforma di sé per fedeltà a Gesù Cristo», poiché «ogni rinnovamento della chiesa consiste essenzialmente in un’accresciuta fedeltà alla sua vocazione»
Una visuale di ampio respiro, quindi, in cui alla tendenza tutta umana di ripiegarsi su di sé, si contrappone l’immagine di una chiesa «estroversa», che «si sporca le mani», un vero e proprio «ospedale da campo», secondo le efficaci metafore impiegate da papa Francesco per descrivere lo stile del rapporto della comunità dei credenti nei confronti delle miserie dell’umanità. La riforma auspicata dal pontefice, però, non è rivolta solo alle attività
ad extra, ma riguarda anzitutto i soggetti ecclesiali e le loro relazioni all’interno del popolo santo di Dio. I ministri ordinati svolgono un ruolo fondamentale, ma non devono dimenticare che sono al servizio della chiesa, costituita per lo più da cristiani laici, uomini e donne, chiamati anch’essi a offrire la loro testimonianza come credenti in Cristo e battezzati. Non una chiesa “monolitica”, ma una realtà ricca e variegata, in cui le differenze non sono un ostacolo o un motivo divisione, ma la via per valorizzare i doni di ciascuno, nella crescita e nell’edificazione reciproca. «CredereOggi» si inserisce nell’attuale dibattito, offrendo il proprio contributo di riflessione, nella prospettiva suggerita da papa Francesco. La questione della chiesa del futuro investe diversi aspetti, dalla riflessione teologica alla dimensione storica e sociologica, alla prassi pastorale. Il compito è, dunque, tutt’altro che semplice, perché molti sono gli interrogativi, le sfide e i fronti aperti. Nessuna pretesa di esaustività, ma solo il desiderio di affrontare alcuni dei nodi culturali ed ecclesiali non ancora pienamente risolti, lasciando aperta la discussione e proponendo abbozzi, come ulteriore invito all’approfondimento. Il primo contributo, a cura di Augusto Barbi, Figure di chiesa nel Nuovo Testamento, si propone di ritagliare alcune “figure” di chiesa nel primo cristianesimo. Ne emerge un quadro originale e variegato, termine di confronto quanto mai necessario per sollecitare un ripensamento della vita delle comunità cristiane nel nostro tempo. Lungo la storia, la riflessione ecclesiologica ha assunto configurazioni diverse. Attraverso lo strumento interpretativo del “modello”, si posso
(EG 26; cf. UR 6). Infatti, se deve avere grande rilievo la lettura dei “segni dei tempi”, caratterizzati da sfide inedite, difficili non solo da affrontare, ma persino da comprendere, la radice profonda dell’azione riformatrice, nei contenuti come nel metodo e nello stile, è da ricercare nella coscienza che la chiesa ha di sé e del mistero che le è proprio. Dal confronto tra il volto della chiesa così come si presenta oggi e l’immagine di Sposa «santa e immacolata» (Ef 5,27), riflessa nello sguardo del suo Signore, si trovano gli stimoli per “avviare i processi” necessari per l’attuazione della riforma. Non sono mancate le reazioni. Il richiamo del papa è sembrato ad alcuni una forzatura, una proposta inopportuna e destabilizzante, da declinare – nel migliore dei casi – come ottimizzazione della capacità operativo-funzionale di alcuni dicasteri o organismi curiali. Altri, invece, hanno salutato con favore la linea di papa Francesco, cogliendone non solo la necessità o l’opportunità, ma anche la totale sintonia con l’identità stessa della chiesa e della sua missione. In quanto sacramento universale di salvezza, la chiesa non può concepirsi come un’entità rigida, sempre uguale a se stessa, avendo come scopo principale quello di autoperpetuarsi in un sistema rigido che sembra metterla al riparo dalle turbolenze, ma che in realtà la imprigiona, isolandola dal mondo e dalla storia, trasformandola in un museo. Contro questa tentazione, con papa Francesco occorre chiedere «al Signore che liberi la chiesa da coloro che vogliono invecchiarla, fissarla sul passato, frenarla, renderla immobile» (
Christus vivit, 35). La chiesa, infatti, non esiste per sé, ma per annunciare il vangelo “a ogni creatura”, testimoniando nelle parole e nelle opere l’amore misericordioso di Dio per l’umanità, che geme e soffre a causa del peccato e della fragilità della condizione umana, ma che in Gesù Cristo è chiamata alla vita nuova nello Spirito Santo. La chiesa è pienamente se stessa e “ringiovanisce” «quando riceve la forza sempre nuova della parola di Dio, dell’eucaristia, della presenza di Cristo e della forza del suo Spirito ogni giorno» (Christus vivit, 35).
no cogliere i tratti costitutivi della dottrina sulla chiesa nelle diverse stagioni ecclesiali. È quanto si propone di indagare lo studio di
Vito Mignozzi, Modelli di chiesa fino al Vaticano II: semi della chiesa che verrà. Ecclesia semper reformanda, secondo un antico adagio. Papa Francesco ne ha fatto uno dei motivi principali del suo programma di pontificato. Non si tratta, come taluni credono, di una meteora o di un’iniziativa estemporanea: di una riforma cattolica si era già iniziato a parlare nel corso del XX secolo. Sulle radici storiche dell’idea di riforma della chiesa e sul modo particolare di intenderla e attuarla da parte dell’attuale pontefice riflette Gianluigi Pasquale, Il paradigma di riforma della chiesa in papa Francesco. È difficilmente attuabile una riforma della chiesa senza una riflessione sul ministero ordinato alla luce del rinnovamento auspicato dal concilio Vaticano II. Occorrerà prestare attenzione a fattori “strategici” quali le relazioni tra il vescovo e i presbiteri all’interno della chiesa locale, i percorsi formativi proposti nei seminari, la valorizzazione dei diaconi e il ruolo della donna nella comunità ecclesiale. Su questi (e altri) aspetti si sofferma l’analisi di Serena Noceti, Nuovi ministeri per una riforma viva. Nella chiesa dei prossimi anni, quale sarà il ruolo e il contributo dei laici? Non è facile rispondere, per diverse ragioni. Partendo da un’analisi della situazione attuale, è possibile individuare i fattori che hanno prodotto una certa situazione di stallo e indicare i possibili sentieri da percorrere per un sempre più consapevole protagonismo dei laici nella chiesa del futuro. È quanto si propone il contributo di Vito Mignozzi, I laici nella chiesa del futuro. Il Vaticano II ha indicato alla chiesa cattolica il dialogo come via e stile nel rapporto con le altre confessioni cristiane. Il cammino ecumenico si presenta, dunque, come un luogo di verifica della ricezione del concilio, oltre che un’occasione importante per disegnare uno stile
di chiesa alto e dinamico, come suggerisce
Simone Morandini, La chiesa che verrà: un volto ecumenico, uno stile di dialogo. Pensando al futuro, uno dei temi sui quali papa Francesco ha più volte richiamato l’attenzione è sicuramente la sinodalità, vale a dire il coinvolgimento dell’intera comunità ecclesiale nelle decisioni importanti che la riguardano. Il «camminare insieme» è una realtà profondamente radicata nella tradizione della fede e richiama i contenuti più profondi della rivelazione. Correttamente intesa, la sinodalità valorizza il sensus fidei di tutti i membri del popolo Dio e contribuisce all’ascolto ecclesiale della voce dello Spirito. Su questi e altri aspetti della sinodalità, riflette Massimo Nardello, Chiesa sinodale. La chiesa del futuro dovrà affrontare anche la questione soteriologica. In un mondo appiattito sul presente e spesso refrattario a qualsiasi discorso sulla salvezza, la chiesa deve sforzarsi di trovare nuove modalità di proporre l’annuncio. In particolare, la chiesa dovrà confrontarsi con le nuove attese delle persone e con le esperienze delle altre religioni. Su questo delicato argomento, offre un’attenta riflessione Giacomo Canobbio, Il brevetto perso della salvezza. Lo sviluppo dell’intelligenza artificiale si presenta come una delle sfide più significative con cui l’umanità e la chiesa dovranno confrontarsi nei prossimi anni. Tutto ciò si rifletterà inevitabilmente sui processi decisionali, affidati ad algoritmi sempre più sofisticati. Su questo scenario e sul suo impatto sociale ed ecclesiale riflette Giovanni Grandi, Fiducia nell’algoritmo, sfiducia nell’umano? La sfida del discernimento nell’epoca dei robot. Nella Documentazione, a cura di Gianluigi Pasquale, sono riportati due testi dell’attuale pontefice sul «sogno di una chiesa che verrà». Il primo risale al 2006, quando Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires, il secondo invece riporta alcuni stralci del suo celebre discorso ai giovani in occasione della XXVIII Giornata mondiale della gioventù (Rio de Janeiro, 27 luglio 2013).

Infine, nell’
Invito alla lettura, Calogero Caltagirone propone un’ampia rassegna di bibliografia ecclesiologica, nelle sue diverse articolazioni. Si segnalano le opere più significative che consentiranno di avviare una lettura orientata all’approfondimento personale, senza trascurare prospettive emergenti, ma non sempre rilevabili nella vulgata comune. Buona lettura. *** Il Consiglio di redazione di «CredereOggi» si unisce al cordoglio della chiesa di Adria-Rovigo per la morte di S.E. mons. Lucio Soravito De Franceschi, vescovo emerito, passato da questo mondo al Padre, dopo una lunga malattia († 6 luglio 2019). Sin dalla fondazione e per molti anni, prima e anche dopo la sua consacrazione episcopale, egli ha collaborato con la nostra rivista come membro del Consiglio di redazione e come autore di numerosi articoli, soprattutto di catechetica e pastorale. Ricordiamo con gratitudine e affetto la sua persona, il suo stile rispettoso e gioviale, la passione che nutriva per le «cose che riguardano Dio» (Eb 2,17) e il desiderio di comunicare la Parola con un linguaggio vivace e comprensibile a tutti. Forse anche per questo ha tanto amato la nostra rivista, cui non ha mai fatto mancare il suo prezioso apporto, nonostante gli impegni sempre più numerosi. Il Signore gli mostri il suo volto e gli dia pace.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025235
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Editoriale: La tecnica non è mai solo tecnica

SIMONE MORANDINI

Umani, cioè tecnici. Uno sguardo antropologico

SEBASTIANO PINTO

La tecnica. Uno sguardo biblico

GIOVANNI DEL MISSIER

La tecnica e l’umano: playing God?

PAOLO FLORETTA

La rete ci forma?

GAIA DE VECCHI

Teobloggers. «Moralia»: un’esperienza sul campo

GIUSEPPE ZEPPEGNO

Postumano come progetto?

FRANCO VACCARI

I social network e le relazioni personali

MAURIZIO FAGGIONI

Tecniche e fine vita

DOCUMENTAZIONE: Origini e realtà della tecnologia (Simone Morandini)

Teologia e tecnologia: suggestioni cinematografiche (Andrea Bigalli)

Invito alla lettura (Diego Santimone)

In libreria

 

 La tecnica non è mai solo tecnica

«L’umanità è entrata in una nuova era in cui la potenza della tecnologia ci pone di fronte a un bivio» (Laudato si’, n. 102). Con queste parole papa Francesco richiama l’attenzione sul ruolo sempre più rilevante assunto dalla tecnologia nel mondo odierno, ricordando che le sue conquiste hanno segnato una svolta epocale nella storia; al tempo stesso, però, il pontefice segnala l’urgenza di una riflessione sulla “potenza della tecnologia”, vale a dire sulla sua capacità di influenzare tutti gli ambiti dell’attività umana. Papa Francesco traccia un “parallelismo basilare”: «L’indiscutibile beneficio che l’umanità potrà trarre dal progresso tecnologico dipenderà dalla misura in cui le nuove possibilità a disposizione saranno usate in maniera etica»1. Il richiamo è quanto mai opportuno: nelle società moderne, la tecnologia è l’ambiente della vita quotidiana, al punto che la progressiva tecnicizzazione della vita individuale e collettiva è sempre più percepita e vissuta come una realtà “naturale”. La tecnologia rappresenta il volto visibile e concreto del progresso: le sue conquiste hanno contribuito allo sviluppo dell’umanità, liberando risorse e opportunità come mai si era
verificato prima. È facile intuire, però, che la tecnologia è foriera non solo di luci, ma anche di ombre. Le grandi capacità che lo sviluppo della tecnica mette nelle mani dell’uomo hanno sortito risultati non sempre in linea con le attese, mentre in diversi casi le applicazioni sono state asservite a interessi diversi dalla ricerca del bene degli individui o della società. Oltre a ciò, gli studiosi segnalano con preoccupazione «il sorgere nella coscienza collettiva di un affidamento fiduciale e sempre più incondizionato alle analisi fatte dagli strumenti automatici»
2. Ne è prova la tendenza ad affidare a macchine sempre più sofisticate operazioni e decisioni riguardanti la stessa vita umana (diagnosi di malattie, interventi chirurgici eseguiti da robot, gestione di sistemi di controllo e di sicurezza, ecc.). La diffusione del digitale e dell’informatica hanno impresso un’ulteriore accelerazione al processo di tecnologizzazione, ma senza che a ciò corrispondesse una riflessione etica che ne accompagni lo sviluppo, orientandolo secondo un progetto di società a servizio della dignità della persona umana e del bene comune. Come credenti o semplicemente come persone attente ai mutamenti sociali non possiamo assumere un atteggiamento passivo nei confronti dello sviluppo tecnologico e dei suoi contenuti antropologici e valoriali; si pone quindi la necessità di valutare il ruolo e il contributo dell’innovazione tecnologica affinché contribuisca a generare un autentico sviluppo umano. Nei consessi internazionali più autorevoli, gli attori importanti nei vari ambiti delle scienze applicate (tecnologia, robotica, cyber-sicurezza, ecc.) dialogano con la filosofia, l’etica e la teologia morale per «raggiungere dei criteri e dei parametri etici di base, capaci di fornire orientamenti sulle risposte ai problemi etici sollevati dall’uso pervasivo delle tecnologie».
Anche «CredereOggi» entra nel dibattito. Senza alcuna pretesa di esaustività, la rivista intende offrire il proprio contribuito a un nuovo discernimento nei confronti della tecnica e della progressiva tecnologizzazione della vita. In conformità allo stile della rivista, la via è quella del dialogo tra diverse competenze: scienze empiriche, filosofia, teologia. Non potrebbe essere diversamente, dal momento che la tecnologia è una realtà articolata e pluridimensionale. Per lungo tempo si è pensato che l’artefatto tecnologico fosse una semplice estensione delle capacità umane, ma ben presto si è compreso che la questione era più complessa: la tecnologia possiede un potere di trasformazione che va oltre il risultato più immediato sulla materia. In altri termini, «la tecnica non è mai solo tecnica», secondo un’efficace espressione di Benedetto XVI nell’enciclica
Caritas in veritate (n. 69). Porre in relazione tecnologia e teologia significa privilegiare una prospettiva particolare nell’approccio allo sviluppo tecnologico, in cui il punto della riflessione sta non nell’individuare direttamente soluzioni tecniche, ma anzitutto nel far emergere la domanda critica sul senso dell’umano che l’innovazione tecnologica media e sulle modalità che possano garantire uno sviluppo umano autentico. L’approccio teologico alla tecnologia presuppone la considerazione dell’umano e della sua realtà costitutivamente culturale e “tecnica”. Numerosi gli interrogativi che emergono e con i quali la teologia deve confrontarsi, soprattutto nel contesto odierno, profondamente segnato dalla presenza sempre più pervasiva della tecnica. Su questi aspetti riflette Simone Morandini, Umani, cioè tecnici. Uno sguardo antropologico. La narrazione bilica conosce il legame tra tecnica e sapienza, tra sapere e teologia, tra arte e mestieri. A partire dal campo semantico téchne e passando per l’analisi di alcuni testi, Sebastiano Pinto, La tecnica. Uno sguardo biblico, traccia un profilo dell’uomo in quanto essere chiamato a usare con sapienza le proprie risorse intellettuali e pratiche.
La tecnica può perdere il proprio carattere di mezzo per divenire fine e misura di ogni sapere e potere. Il “rischioso gioco della tecnocrazia” può minacciare la dignità umana e rappresentare un pericolo per la stessa sopravvivenza del pianeta. Di fronte ai nuovi scenari che l’impiego della tecnologia dischiude, la teologia è chiamata a una riflessione attenta al fine di governarne le potenzialità e orientarle al bene. È quanto sostiene lo studio di
Giovanni Del Missier, La tecnica e l’umano: playing god. Paolo Floretta, La rete ci forma?, si interroga sulla qualità umanizzante degli ambienti tecnologici e sugli aspetti non sempre positivi dell’uso della rete e delle nuove tecnologie. La riflessione non si ferma ai soli aspetti critici, ma riconosce agli ambienti tecnologici il carattere di loci theologici, da comprendere e abitare in ascolto dello Spirito. Ha senso l’esistenza di un blog teologico? A quali condizioni svolge un servizio ecclesiale? Ma, soprattutto, può promuovere una reale comunicazione generativa? Il blog dell’«Associazione teologica italiana per lo studio della morale» è l’esperienza a partire dalla quale si cerca di cogliere le luci e le ombre del rapporto tra riflessione teologica e nuovi media. È questo il contributo offerto dallo studio di Gaia De Vecchi, Teobloggers. «Moralia»: un’esperienza sul campo. Alcune correnti di pensiero ipotizzano (e auspicano) la creazione di una nuova specie umana “migliorata” grazie alla tecnologia. Si tratta di un variegato movimento culturale, detto genericamente “postumano” che è stato anche definito “la filosofia del nostro tempo”. Un’accurata riflessione su questo nuovo modo di pensare al futuro dell’uomo è offerta dal contributo di Giuseppe Zeppegno, Postumano come progetto? La riflessione critica sul rapporto tra teologia e tecnologia non può ignorare l’impatto dei social network su una dimensione fondamentale dell’esperienza umana, quella delle relazioni. Cosa accade ai fruitori delle tecnologie digitali nell’atto di comunicare con una o più persone?
Vi è piena consapevolezza circa il loro potenziale? Su questi e altri aspetti si sofferma
Franco Vaccari, I social network e le relazioni personali. Anche la morte e il morire, esperienze ineluttabili, hanno a che fare con gli strumenti tecnici resi disponibili dall’ingegno umano. Si dischiudono nuove possibilità, ma anche problemi inediti che investono tutti i soggetti coinvolti, chiamati al difficile confronto con diverse modalità di intendere e vivere la fragilità umana. Sulle sfide poste dalle crescenti capacità tecnologiche nella fine della vita terrena riflette Maurizio Faggioni, Tecniche e fine vita. La Documentazione offre una duplice prospettiva. Simone Morandini riporta una riflessione di David F. Noble (1945-2010) sulle origini della tecnologia e due testi di papa Francesco sulla realtà della tecnica e la conseguente necessità di discernimento. Andrea Bigalli, invece, affronta la questione del rapporto tra teologia e tecnologia in alcune importanti opere cinematografiche. L’ Invito alla lettura, a cura di Diego Santimone, offre un’ampia rassegna bibliografica sui temi del fascicolo. Il contributo è prezioso, perché indica al lettore le opere più significative e aggiornate sulla riflessione teologica riguardante la tecnica e lo sviluppo tecnologico, che costituiscono uno dei tratti caratterizzanti della nostra epoca. Buona lettura.



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Titolo: "Credere Oggi"
Editore: Edizioni Messaggero
Autore:
Pagine:
Ean: 2484300025242
Prezzo: € 6.75

Descrizione:

Editoriale: Tra destino e destinazione

FRANCO GARELLI

Fine o compimento? La morte e il morire nell’opinione degli italiani

PATRIZIO ROTA SCALABRINI

Attesa e forme di compimento della vita. Una panoramica biblica

ALESSANDRO RAVANELLO

Il ritorno dei Novissimi nella riflessione teologica

GIOVANNI ANCONA

La visione religiosa popolare della vita oltre la morte alla prova del dogma

MAURIZIO ALIOTTA

Il discorso sui Novissimi in un contesto plasmato dalla scienza

FRANCESCO BRANCATO

Compimento dell’uomo e della storia nella parusia di Cristo

GIACOMO CANOBBIO

Destinati alla beatitudine. E il fallimento?

LUIGI GIRARDI

La memoria dei defunti nella celebrazione eucaristica

Invito alla lettura (Gianluigi Pasquale)

In libreria

Indice dell’annata 2019

 

Tra destino e destinazione

Il tempo del memento mori è ormai lontano, appartiene a un’altra epoca. Questo almeno secondo uno studio recente sull’atteggiamento degli italiani nei confronti del pensiero sulla morte e gli interrogativi di fondo sull’esistenza. Circa la metà della popolazione riflette sulla morte o sul morire solo saltuariamente, in occasione della perdita di persone care o di figure con un ruolo significativo nel proprio percorso di vita; l’altra metà si divide tra coloro che vi pensano spesso e quelli per i quali, invece, il tema esula dalle preoccupazioni ordinarie. Una situazione analoga si riscontra in merito al tema di questo fascicolo: i Novissimi, termine latino con cui nel linguaggio della teologia cristiana si indicano le quattro realtà definitive che attendono gli esseri umani: morte, giudizio, paradiso e inferno. Non si può dire che queste realtà siano oggetto di un diffuso oblio nella nostra cultura, si tratta però di una materia che assume sempre più i tratti di una realtà nebulosa, difficile da immaginare e da rappresentare. Anche tra i credenti regna spesso l’incertezza su cosa vi sia dopo la morte e non mancano dubbi sulla credenza che ogni uomo risorgerà alla fine dei tempi, sul fatto che la storia umana si concluderà con un giudizio finale e se vi siano o meno il paradiso e l’inferno. Tutto ciò influisce sul modo in cui i credenti affrontano la morte e l’uscita di scena dalla vita terrena, ma anche su come essi vivono l’esistenza quotidiana e definiscono gli orientamenti di fondo che ispirano le grandi scelte della vita. La riflessione teologica si è interrogata sulla destinazione definitiva dell’uomo e il trattato De novissimis ne è la risposta. All’indagine storica, però, non sfugge, come nel corso del tempo, questa dottrina abbia conosciuto alterne fortune: dopo un lungo periodo di consenso, in cui l’orizzonte della vita eterna era percepito come “naturale” e i Novissimi erano tra i motivi più ricorrenti nella catechesi e nella predicazione, da più parti cominciarono a sorgere obiezioni e il discorso sulla condizione finale dell’uomo si ritrovò, almeno in certa misura, ai margini del dibattito teologico. Diversi i fattori che hanno contribuito a mettere in discussione la dottrina sulle «cose ultime»: l’affermarsi nella sensibilità comune della mentalità scientifica che guarda con sospetto a tutto ciò che non supera il vaglio dei metodi sperimentali; l’inadeguatezza di certe descrizioni dell’aldilà mediante rappresentazioni fisico-cosmologiche ritenute ormai “ingenue”; in un mondo provato dallo scandalo del male, la resistenza psicologica da parte dell’uomo contemporaneo al pensiero di un aldilà come luogo di pene e tormenti (Alessandro Ravanello). Ciò spiega, almeno in parte, il fatto che il rinnovamento teologico del Novecento abbia dimostrato una certa reticenza nel suo discorso sui Novissimi. Il mutato contesto culturale, però, non rende obsoleto o superfluo il discorso sulle realtà ultime, ma può (e deve) rappresentare uno stimolo ad articolare diversamente la riflessione. In questa prospettiva, si comprende il fascicolo monografico di «CredereOggi» sul tema dei Novissimi, in cui si tenta di raccogliere le provocazioni della contemporaneità, soprattutto quelle che maggiormente invitano a un ripensamento circa il modo di comprendere e comunicare la riflessione cristiana sulla condizione finale dell’uomo dopo la morte. La scelta non è estemporanea, ma si pone volutamente in sintonia con una tendenza che si può descrivere
con le parole del titolo di un contributo del fascicolo: «Il ritorno dei
Novissimi nella riflessione teologica». La posta in gioco è alta: non si tratta soltanto di restituire all’escatologia il posto d’onore che le compete nella costellazione delle discipline teologiche, ma anche di salvaguardare l’identità umana e la sua specificità, messa in discussione da coloro che teorizzano la fine dell’eccezione umana rispetto agli altri esseri viventi. Rispetto a tutte le altre specie, infatti, l’uomo si distingue per la domanda circa il suo destino (o la sua destinazione) e la continua ricerca di risposte plausibili ai grandi interrogativi della vita e di ciò che viene dopo. Oltre a questo, è oggi più che mai necessario cogliere la singolarità della fede cristiana e del suo messaggio sulle realtà ultime dell’uomo, in un tempo in cui la scienza propone, quasi senza contradditorio, il proprio paradigma interpretativo dell’umano e del reale, e nel quale forme emergenti di spiritualità (basta pensare al mondo New Age) diffondono risposte che raccolgono l’adesione anche di non pochi credenti, confusi e incerti. Il tema della morte e del morire occupa uno spazio rilevante nel dibattito pubblico, eppure l’argomento non è al centro dell’agenda degli istituti demoscopici o dell’interesse dei ricercatori sociali. A fronte di questa carenza conoscitiva si pone lo studio di Franco Garelli, Fine o compimento? La morte e il morire nell’opinione degli italiani. L’uomo biblico è stretto tra l’esperienza dell’incompiutezza e dell’indigenza e l’attesa del compimento del proprio desiderio. Il compimento sperato assume diverse forme: alcune sono centrate su aspettative intraterrene, mentre altre rivolte al superamento della dimensione terrena e contemplano la prospettiva di una vita dopo la morte. Sulle attese dell’uomo biblico riflette Patrizio Rota Scalabrini, Attesa e forma di compimento della vita. Una panoramica biblica. Il tema dei Novissimi non può essere ignorato né sottovalutato dalla riflessione teologica, perché chiama in causa la difesa dell’identità umana, la singolarità della fede cristiana e il senso dell’impegno del credente
per questa terra e in questa storia. Si tratta, piuttosto, di affrontare il discorso con un nuovo linguaggio, prestando attenzione alle esperienze antropologiche fondamentali. È quanto suggerisce
Alessandro Ravanello, Il ritorno dei Novissimi nella riflessione teologica. L’insegnamento dogmatico e la visione popolare circa l’esistenza di una vita dopo la morte si pongono talvolta in dissonanza. Mettere a fuoco i punti problematici e le ragioni di queste differenze è oggi più che mai necessario al fine di elaborare una «pedagogia di evangelizzazione» della visione popolare, in cui siano coinvolte la liturgia, la catechesi e la predicazione. Su questa linea si pone il contributo di Giovanni Ancona, La visione religiosa popolare della vita oltre la morte alla prova del dogma. Dopo il concilio Vaticano II, il discorso sulle realtà ultime (morte, giudizio, paradiso, inferno) ha conosciuto non pochi mutamenti. Trasformazioni culturali e nuove prospettive di analisi richiedono una diversa articolazione della riflessione teologica su questi temi. In modo particolare, le recenti acquisizioni scientifiche hanno prodotto un cambiamento antropologico che pone in questione un certo modo di intendere e proporre l’insegnamento magisteriale sulle questioni “ultime”. Su queste nuove sfide offre una riflessione Maurizio Aliotta, Il discorso sui Novissimi in un contesto plasmato dalla scienza. La chiesa annuncia Cristo morto e risorto e attende la sua venuta finale nella gloria. L’attesa della parusia era molto viva nelle comunità cristiane delle origini, mentre oggi la questione si pone in termini diversi. La riflessione sui Novissimi è in stretto rapporto con l’attesa del ritorno di Cristo, il lievito dell’attesa vigilante e attiva della chiesa, come suggerisce Francesco Brancato, Compimento dell’uomo e della storia nella parusia di Cristo. Il riferimento alle realtà ultime è da intendere non solo come «destino » che determina la vita delle persone, ma anzitutto come «destinazione » alla beatitudine. Se questa è la disposizione di Dio per tutti gli esseri umani, si pone il problema dell’inferno, ossia la possibilità del fallimento della destinazione. Su queste e altre delicate questioni offre il suo contributo di riflessione Giacomo Canobbio, Destinati alla beatitudine. E il fallimento? Il ricordo dei defunti ha un posto stabile nella preghiera eucaristica. Storicamente, questa memoria si è espressa in modalità diverse, ispirate da una certa visione dell’aldilà e dalla percezione della propria indegnità e colpevolezza. La revisione della teologia dei Novissimi e un contesto socio-culturale sempre più sbilanciato sull’aldiquà, però, hanno modificato il modo di vivere la morte e anche di conservarne la memoria. Sul significato del ricordo dei defunti in ambito liturgico si occupa lo studio di Luigi Girardi, La memoria dei defunti nella celebrazione eucaristica. L’ Invito alla lettura, a cura di Gianluigi Pasquale, offre una rassegna bibliografica “ragionata”, segnalando le opere più significative sui Novissimi, tema che la riflessione teologica ha approfondito con numerosi contributi. Al lettore è proposto un percorso attraverso la ricerca più autorevole, con preziose indicazioni sulle caratteristiche peculiari delle opere segnalate. *** Il fascicolo chiude le pubblicazioni del 2019. Come sempre, in questa circostanza, il primo pensiero e la nostra gratitudine va a voi lettori, che anche quest’anno avete condiviso il percorso della rivista, accompagnandolo con la vostra fedeltà e con le numerose testimonianze di apprezzamento per il lavoro compiuto. Ed è sempre a voi, cari lettori, che ci rivolgiamo all’approssimarsi di un traguardo importante: il quarantesimo di «CredereOggi» (1980-2020). Insieme vogliamo ringraziare tutti coloro che hanno contribuito al conseguimento di questo risultato, un’opera che si può definire “sinodale”, frutto cioè di
“un cammino fatto insieme”, da compagni di viaggio che con passione e competenza si sono posti a servizio della comunità ecclesiale, per la crescita nella fede e nell’intelligenza delle cose di Dio e dell’uomo. Dopo quarant’anni il cammino che attende «CredereOggi» è tutt’altro che concluso: vi chiediamo ancora di sostenerci,
sottoscrivendo l’abbonamento per il 2020 e facendo conoscere la rivista. Sarà così possibile proseguire nel nostro impegno di riflessione e «divulgazione» dei risultati più significativi della ricerca teologica.

Buona lettura.



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