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Riproposti alla cultura internazionale nel 1831 da una celebre edizione di Angelo Mai, i tre scrittori noti come Mitografi vaticani rappresentano ciascuno con la stesura di un fabularius di leggende sugli dèi ed eroi dell'antichità greco-latina - una testimonianza insostituibile sulle credenze del pantheon religioso pagano. Indagini recenti hanno collocato gli Autori delle sillogi in epoca medievale (tra il IX e il XIII secolo) suggerendo, almeno per il terzo Mitografo, una possibile paternità: si tratti di Alberico di Londra (XII sec.) o di Alessandro di Neckam (m. 1217). L'antologia di testi presentata comprende cento fabulae dei Mitografi in prima traduzione italiana, essenziali per comprendere come il Medioevo recuperasse il volto leggendario dell'antichità reinterpretandolo in chiave allegorica. L'importanza delle fabulae, accettate e discusse da un pubblico di dotti ed artisti, risiede anche nel fatto che divennero il referente figurativo per le divinità dell'Olimpo classico dall'età del Gotico fino a Petrarca, Boccaccio e l'Umanesimo.
Dopo l'esordio nel 1962 con "Una giornata di Ivan Denisovic" e altri racconti che l'avrebbero reso famoso nel mondo, il premio Nobel Aleksandr Solzenicyn si dedica a romanzi e cicli narrativi sempre più imponenti. Negli anni Novanta, tornato in Russia dopo la permanenza americana, Solzenicyn si dedica con estrema efficacia alla forma breve dei racconti. I protagonisti dei tre racconti sull'Uomo nuovo, inediti in italiano, ci riportano agli anni Venti del Novecento. Sono personaggi sul cui entusiasmo e dedizione dovrebbero edificarsi il Mondo nuovo e l'Uomo nuovo preconizzati dalla Dottrina e dalla Propaganda sovietica. Il primo racconto narra la vicenda del professore severo e dell'allievo negato per gli studi ma che ha fatto strada nel nuovo assetto politico-poliziesco. L'allievo che riuscirà a indurre il docente a venire meno al suo dovere educativo, fino a farsi delatore di colleghi e amici. Il secondo racconto riguarda due giovani donne e narra, per l'una come sia distruttiva la cieca violenza a cui si adatta per poter sopravvivere e ottenere vantaggi materiali; per l'altra, descrive l'eroismo e l'abnegazione di un'insegnante di lettere che cerca di trasmettere ai propri allievi contenuti morali ed eterni, nonostante i programmi scolastici sovietici: lei continuerà su questa strada pur sapendo di essere votata alla sconfitta. Il terzo racconto, infine, dipinge uno sconfitto senza speranza. È il ragazzo contadino, figlio di kulaki deportati...
Tutto quello che c'è da sapere sulla tragedia greca: come nasce, come era organizzato lo spazio della rappresentazione, come evolvono le forme nel tempo, il ruolo del mito e del sacro, i grandi autori (Eschilo & C.), i temi forti (destino e morte), le figure eroiche (Edipo, Antigone, Medea).
"Un'illustrazione di vastità universale, un'illustrazione che sia anche un microcosmo": così Jorge Luis Borges descrive il poema di Dante, e aggiunge: "non c'è cosa sulla terra che non sia anche lì, ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà, la storia del passato e quella del futuro". Come non pensare che lo scrittore argentino avesse in mente, parlando della Commedia, le incisioni di Gustave Doré? Questo volume le riproduce in forma integrale, legando le immagini con didascalie narrative che consentono di ripercorrere il viaggio dantesco "leggendo" le tavole. Pubblicate, grazie all'opera di decine di artigiani incisori, tra 1861 e 1868, le centotrentacinque illustrazioni (più una, il ritratto di Dante) riscossero da subito un grande, meritato successo, tanto da disegnare i regni d'oltretomba nell'immaginario di più generazioni. Forse solo Michelangelo, nelle sue illustrazioni perdute per la Commedia, aveva saputo rendere con energia paragonabile la plasticità tormentata dei corpi dei dannati, solo Botticelli la grazia e la leggerezza angelica dei beati. Impareggiabile resta la capacità di Doré di creare paesaggi inediti, dai mostruosi antri infernali mai toccati dal sole alla luminosità rarefatta dell'Empireo.
Mario Pomilio (1921-1990), letterato e critico originale, approdò negli anni Cinquanta al cattolicesimo, che visse come continua e appassionata ricerca. Cattolicesimo che non mancò d’esercitare un’influenza anche sulla sua produzione letteraria. La letteratura, infatti, fu per Pomilio via ausiliatrice verso una maggiore e più consapevole adesione alla sua identità di uomo e, poi, di cristiano. Esemplare in questo senso Scritti cristiani, silloge d’interventi che dalla letteratura si aprono alla filosofia, alla metodologica critica nell’indagine storica, sino alle riflessioni sul costume e sulle dinamiche sociali di un periodo complesso quale quello degli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.
Gli Scritti cristiani sono ora esplorati in questo volume con particolare attenzione critica ed esegetica, permettendo così al lettore di conoscere meglio questo autorevole scrittore e, per suo tramite, di accostarsi a temi e figure rilevanti del panorama culturale italiano ed europeo.
Luca Isernia, italianista, docente di lingua e letteratura italiana presso gli istituti superiori, si occupa soprattutto del Novecento. Ha pubblicato il saggio Vittorio Bodini prosatore (Ravenna 2005) ed ha curato il volume Giuseppe Pacella filologo leopardista (Manduria, TA, 1999).
La letteratura è una, più o meno bella, menzogna? O dice, magari in maniera indiretta e misteriosa, la verità? Filosofi e poeti hanno dibattuto il problema per quasi tremila anni. Il poeta romantico inglese John Keats, per esempio, scriveva nella celebre Ode sopra un’urna greca: «Bellezza è verità, verità bellezza: questo è tutto / quel che sulla terra v’è dato di sapere: / e tutto ciò che vi basta sapere». Questo libro esplora le complesse relazioni tra letteratura e verità attraverso il tempo, toccando una serie di nodi centrali: l’ispirazione poetica e la follia, l’esperienza della poesia e della tragedia, l’etica della narrazione. Disegna, anche, un itinerario, che dalla vecchiaia conduce al viaggio dell’anima — al cammino di mistero verso la salvezza, lungo il quale l’uomo e Dio s’incontrano — e al fulgore della carne risorta: un itinerario di speranza. L’amen con il quale esso si conclude vuol dire così sia, ma anche in verità.
Piero Boitani insegna Letterature comparate alla «Sapienza» di Roma. Tra i suoi libri, sui temi biblici, Ri-Scritture (Il Mulino, 1998), Esodi e Odissee (Liguori, 2005), Il Vangelo secondo Shakespeare (Il Mulino, 2009); sul mito di Ulisse, Sulle orme di Ulisse (Il Mulino, 2007²), L’ombra di Ulisse (Il Mulino, 2012²); Parole alate (Mondadori, 2004), Letteratura europea e Medioevo volgare (Il Mulino, 2007), Il grande racconto delle stelle (Il Mulino, 2012), Dante e il suo futuro (Edizioni di Storia e Letteratura, 2013).
"Uno, nessuno e centomila" (1926) fu definito da Pirandello "romanzo testamentario". Si tratta infatti del suo ultimo romanzo e segna il culmine della riflessione sulla disgregazione del soggetto iniziata con "Il fu Mattia Pascal" (1904). Attraverso la tragedia di Vitangelo Moscarda - che scopre di essere estraneo a se stesso, "costruito" dagli altri a modo loro, molteplice quante sono le situazioni in cui si trova - Pirandello costruisce una delle rappresentazioni più efficaci dell'assurdità dell'uomo moderno, e delinea la sua filosofia. Alla base della sua visione del mondo, come mostra il filosofo Remo Bodei, c'è la sfiducia che l'uomo possa accrescere la sua coscienza in modo positivo attraverso la messa in luce e il superamento delle contraddizioni.
È Manzoni il grande nevrotico della letteratura italiana dell'Ottocento: crisi di panico, svenimenti e agorafobia lo tormentarono per tutta la vita. Di questi mali, don Lisander incolpava l'immaginazione troppo viva, che gli faceva vedere pericoli inesistenti se si fosse avventurato negli spazi aperti. Manzoni, però, temeva i frutti dell'immaginazione anche in un altro campo, quello in cui tutti la riteniamo indispensabile: persino nella creazione artistica, nella scrittura del romanzo occorreva secondo lui tenersi lontano dai capricci dell'invenzione e affidarsi piuttosto all'appoggio sicuro del dato storico. Questo libro racconta come, a poco a poco, la storia abbia sottratto nel celebre autore dei Promessi Sposi ogni spazio all'arte, fino a condannarlo al silenzio.
L’intreccio di voci qui adunate intorno all’idea di un cantiere dello sperimentalismo i cui contorni appaiono in continua ridefinizione trova in Juan Rodolfo Wilcock, Giorgio Manganelli e Giuliano Gramigna la misura di una visione sagace e spiazzante dell’arte e dei suoi processi. Ciascuno di loro organizza le proprie risorse tecniche in sintonia con i codici del rinnovamento riconducibili al fronte sperimentale e ai suoi maestri (da Joyce a Gombrowicz, da Beckett a Borges). Le poetiche della menzogna, della deformazione e del grottesco sono messe al servizio di una poderosa operazione di smantellamento dell’edificio letterario consegnatoci da una tradizione compromessa con vecchi schemi di rappresentazione e di elaborazione estetica. La destrutturazione dei generi e delle forme (caso esemplare la ripresa destabilizzante del giallo da parte di Malerba) investe con la sua libertà epistemologica gli assetti dell’ordinamento culturale novecentesco. Si è ritenuto quindi di affiancare alla prospettiva ravvicinata degli autori esaminati nella prima parte una trattazione di natura tematica: la deriva apocalittica imboccata dall’umanità negli anni Sessanta e Settanta offre infatti il risvolto sociologico delle pulsioni distruttive dei fautori del rinnovamento. Oltre la diroccata «barriera del naturalismo», prose disseminate e romanzi «disastrati» si configurano in moduli di marca sperimentale e metaromanzesca dispiegando la propria energia entro un sistema testuale i cui equilibri si fondano sulla concezione della scrittura come iperbolico indice di letterarietà e strumento di confronto con il reale e le sue maschere.
Poeta tardoantico del V secolo, nativo di Panopoli, Nonno ha composto il più lungo poema mitologico di tutta la letteratura greca, le Dionisiache e, sul versante cristiano, con la Parafrasi ha scelto di tradurre nella sublime musica di eleganti esametri il Vangelo secondo Giovanni, il più consono ad attuare un maggiore richiamo alla filosofia classica e neoplatonica. Mosso dall'intento di realizzare una poesia valida dal punto di vista teologico, un commentario sui generis al quarto vangelo capace di dialogare con un pubblico cristiano, ma anche pagano, poco incline allo stile umile delle Scritture, il poeta di Panopoli recupera il bagaglio espressivo della cultura classica, unita al fascino per la divinità di Cristo.
Frutto di una nuova complessiva riconsiderazione della tradizione manoscritta, il testo preso in esame è il Canto sesto della Parafrasi, che presenta l'episodio del miracolo dei pani, la traversata di Cristo sulle acque, il discorso di Cafarnao e la confessione di fede di Pietro. Riproponendo queste tematiche nel raffinato intreccio del codice biblico e di quello epico, Nonno intraprende il difficile lavoro parafrastico anche con il proposito di armonizzare alcuni di quegli aspetti che possono condurre a una sovrapposizione tra paganesimo e cristianesimo, sollecitando il lettore dotto al riconoscimento della portata allusiva insita nei suoi versi. Ecco allora che la figura di Cristo, cantata con i toni dell'epica eroica, può richiamare per certi aspetti Dioniso, Iside o Serapide. Il paganesimo ormai in decadenza si mostra pronto ad accogliere motivi cristiani, per attuare un rinnovamento alla luce della nuova spiritualità dominante. Grazie all'originalità stilistica e all'eleganza letteraria, il sincretismo nonniano rende la Parafrasi uno dei testi poetici più creativi non solo della cultura tardoantica e protobizantina, ma anche di quella cristiana.
Guidato da un'ampia introduzione e da un ricco commentario alla comprensione dei problemi esegetici, teologici e filologici che l'arduo testo parafrastico sottopone, il lettore rimarrà affascinato dalla raffinata poesia cristologica nonniana, già apprezzata e ritenuta altamente edificante nel periodo umanistico.
Sommario
Premessa. Bibliografia e abbreviazioni. Introduzione. 1. Una lettura del canto sesto della Parafrasi. 2. Tecnica parafrastica, lingua e stile. 3. La tradizione manoscritta. Stemma codicum. Conspectus siglorum. PARAFRASI DEL VANGELO DI SAN GIOVANNI. CANTO SESTO. Testo e traduzione. COMMENTO. Indice degli argomenti e delle cose notevoli. Indice dei termini greci.
Note sulla curatrice
ROBERTA FRANCHI è laureata in lettere classiche, con una tesi in Letteratura cristiana antica, svolta presso la Facoltà di lettere e filosofia dell'Università di Firenze, ove ha conseguito anche il dottorato di ricerca in Filologia greca e latina. Ha ottenuto un master in studi storico-religiosi all'Università L'Orientale di Napoli. Dopo aver trascorso un periodo di ricerca all'Institut für Klassische Philologie, Mittel-und Neulatein dell'Università di Vienna, attualmente svolge attività di ricerca presso l'Università di Aarhus (Danimarca), dove sta lavorando a una traduzione italiana con commento del dialogo Il libero arbitrio di Metodio d'Olimpo. Si occupa prevalentemente di poesia cristiana, di Metodio, di mariologia e di gender studies.
Questa lettera di Quinto Tullio Cicerone risulta estremamente utile perché il suo contenuto fa comprendere il "clima politico" che caratterizzava le fasi finali della Repubblica Romana, specialmente in occasione di "competizioni elettorali". Ciò che sorprende è la sua straordinaria "attualità", tale da sembrare scritta anche per la situazione politica-culturale che sta caratterizzando oggi la vita del Bel Paese. L'importante, in una competizione elettorale, è "vincere", preoccuparsi di "apparire" più che di "essere", "farsi amici", "screditare" gli avversari, abbondare in "promesse" ecc.
Storia di una capinera narra la vicenda di una giovane donna, poco più di una ragazzina, investita da un vortice di obblighi e passioni. Gli obblighi sono quelli di una vita monacale impostale fin dalla più tenera età e della scelta di una clausura spesso subita con arrendevolezza. Le passioni sono quelle tipiche degli innamoramenti giovanili, le scintille che, se mortificate, possono diventare fuochi e incendi vigorosi. Verga sceglie come voce narrante proprio la protagonista che, in questo romanzo epistolare, rivela in un linguaggio leggero la situazione di tormento e scandalo, il vero e proprio dramma interiore che la stringe come in una morsa mortale.
L’AUTORE
Giovanni Verga nacque a Catania da una famiglia agiata nel 1840. Lasciati gli studi per intraprendere la carriera di scrittore, pubblicò il primo romanzo, Una peccatrice, nel 1866. Ben presto si allontanò dalla Sicilia trasferendosi prima a Firenze e poi a Milano, e fu nella città toscana che vide la luce Storia di una capinera (1870). Assiduo frequentatore dei salotti letterari più in voga, dagli anni ottanta si dedicò alla poetica verista, ispirata dal naturalismo francese e, soprattutto, dall’opera di Zola: nel 1880 pubblicò la raccolta Vita nei campi, seguita da I Malavoglia (1881) e Mastro-don Gesualdo (1889). Verga si dedicò anche al teatro e, negli ultimi anni della sua vita, al cinema, mentre la sua produzione letteraria si fece, in vecchiaia, sempre più rada.
DESTINATARI
• Un grande classico per tutti.
Il santo è il romanzo degli spostamenti e dei cambiamenti. Jeanne viaggerà dal Belgio all’Italia per ritrovare il suo innamorato; Pietro passerà dalla via del peccato al convento, e da lì si muoverà seguendo un disegno imperscrutabile. Entrambi muteranno il loro reciproco amore, dapprima denso di passione, in qualcosa di diverso e – tuttavia – di immutata grandezza. Questi spostamenti sono parte di un cambiamento più radicale che Fogazzaro suggerisce sempre più chiaramente nel dipanarsi della vicenda. È alla Chiesa, alla comunità dei fedeli, che si richiede la più profonda e radicale trasformazione e il ritrovamento delle sue stesse radici. Una nuova conversione, insomma, che è il senso ultimo dell’esistenza del “santo”.
L’AUTORE
Antonio Fogazzaro nacque a Vicenza nel 1842 da famiglia benestante. Laureatosi in legge, lasciò ben presto la strada dell’avvocatura per dedicarsi completamente alla letteratura. Scrittore tardivo, il suo primo romanzo, Malombra, che ebbe un discreto successo, è del 1881. Fogazzaro fu anche poeta e critico, ma è soprattutto alla tetralogia romanzesca che si apre con Piccolo mondo antico (1895) – e che comprende Piccolo mondo moderno (1901), Il santo (1905) e Leila (1910) – che deve la sua fama. Cattolico e convinto sostenitore dell’impegno dei credenti in politica, provò un forte disagio spirituale nei confronti del papato di Pio X e lo espresse in alcuni suoi romanzi: Il santo subì la condanna del Santo Uffizio nell’anno che seguì la sua pubblicazione.
DESTINATARI
• Per tutti.
Ennio, Plauto, Terenzio, Catullo, Lucrezio, Virgilio, Orazio, Ovidio, Seneca nella storia della letteratura latina.
Édouard Glissant è uno dei maggiori scrittori della seconda metà del XX secolo. Pochissimo tradotto in Italia, osannato alla sua morte da Claudio Magris. È uno dei padri della grande letteratura caraibica con Césaire, Damas e Alexis. Grande poeta, ha scritto vari romanzi; La Lézarde è il primo e uscì in edizione originale in francese nel 1958.
In un’isola dei Caraibi, le giovani generazioni a cavallo della seconda guerra mondiale soffrono il peso del colonialismo e di regimi polizieschi che frenano le loro istanze di libertà personale e di giustizia sociale.
Alcuni giovani rivoluzionari decidono di uccidere l’uomo incaricato di reprimere le proteste popolari. Il loro primo atto di libertà sarà l’assassinio. Il romanzo si svolge come in una tragedia: il tiranno è impersonificato da un capo di polizia, tra i giovani spiccano figure femminili, tra le maschili una viene dal campo, l’esecutore, mentre il regista della pièce viene dalla città. Il gioco psicologico è intenso, si tratta di persone avvertite su come va il mondo, ma ad un tempo quasi sguarnite nei confronti del tirannicidio che si fa strada. L’opera mantiene una tensione altissima. I grandi temi sociali del colonialismo restano nel retroscena, la natura fa da atmosfera, il dramma infatti si svolge quasi fosse una pièce teatrale. Il palcoscenico è l’isola in cui dai monti scende la Lézard, la crepa, il fiume che sinuosamente si riversa nel mare. È lei la presenza che accompagna il dramma, anima mitica dell’isola, testimone del dramma di Mathieu, di Tael, l’uomo del campo e dei monti, e dei loro amici.
L’esistenzialismo europeo con la sua forza critica e introspettiva è assunto dallo scrittore caraibico. L’opera è magistrale, una premonizione di quanto avverrà in un’altra isola. Ciò che i grandi movimenti non sapevano prevedere. Ma il dramma è un dramma senza tempo, quasi tragedia greca nel mondo di Calibano.
Mettiamo in saggi di letteratura un’opera che normalmente dovrebbe andare tra memorialistica e autobiografie. Gioanola è un letterato nel senso più completo e puntuale del termine. È il creatore di una saggistica letteraria in cui l’opera di un autore è analizzata attraversando i moti d’animo dell’autore stesso. Il tutto, anziché limitare la meraviglia per la creazione letteraria, le fornisce un ulteriore spessore. Queste confessioni di Gioanola possono essere lette come testimonianza di un coltissimo studioso della letteratura contemporanea, che, abituato a svelare lo star male altrui come scintilla della creatività di poeti e romanzieri, non si ritrae dal narrare i propri disagi e a ripercorrere quelli dei grandi maestri. Gioanola confessa tutta la sua vita, amori, timidità e desideri, e confessa il difficile rapporto con l’università. Era religioso tra gli agnostici, antistoricista tra idealisti e marxisti, tradizionalista tra illuminati, tendenzialmente filosofo tra filologi, corpo estraneo rispetto all’accademia delle lettere. Potremmo così riassumere: le memorie di un sapiente della letteratura, un po’ fuori posto. Eppure nelle memorie c’è altrettanta filosofia e psicanalisi. Basta infatti questo far ponti tra discipline a infastidire chi governa i campi del sapere, i dominî. Gioanola è uno che travalica inopinatamente.
Ecco che La malattia dell’altrove è opera letteraria e sulla letteratura. La letteratura è così autonoma nell’essere opera d’arte e, come ci insegna Gioanola, inscindibile dall’animo umano.
Lo Hobbit è sempre stato considerato dalla maggior parte dei critici un semplice racconto per bambini, il presente volume vuole invece mettere in evidenza tutta la profondità di vedute e la ricchezza di stili dell'opera che merita una valutazione di ben altra portata. Gli articoli degli autori italiani sono frutto di uno studio di ricerca corale. A questi sono affiancati saggi di critici stranieri oggi considerati tra i contributi più importanti sullo Hobbit. Arricchiscono il libro due poesie di Tolkien tradotte in italiano.
Giasone, giovane figlio del re di Jolco, vuole vendicare il torto subito dal padre che, anni prima, è stato cacciato dal trono dal suo stesso fratellastro. Così accetta la sfida che questi gli lancia e parte alla conquista del “Vello d’oro”. I pericoli e le insidie non mancano, e per Giasone inizia un’avventura che lo porterà a esplorare luoghi sconosciuti e a trovare anche l’amore.
La lenta agonia di un uomo di successo e la ricerca spasmodica di un senso per la propria vita: ecco i due elementi che accomunano La morte di Ivan Il’ic e Confessione. Il primo, narrazione dal realismo spietato dell’agonia di un giudice costretto a letto da un misterioso male, riscopre negli occhi del morente i tormenti di un uomo fino a quel momento felice e soddisfatto. In Confessione è lo stesso Lev Tolstoj, scrittore affermato e di chiara fama, ad aprire le porte della propria coscienza per mostrare la sua lacerante insicurezza di fronte alla domanda fondamentale: «Come devo vivere?». Il grande scrittore russo scoperchia il contenitore dei dubbi esistenziali e rivela la sua prospettiva, quella di un uomo che andrà incontro a una ferma ma tormentata conversione.
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• Per tutti.
L’autore
Lev Nicolaevic Tolstoj nacque a Jàsnaja Poljana, nella Russia occidentale, nel 1828 da una famiglia dell’antica nobiltà russa. Rimasto orfano in giovanissima età, partecipò come volontario e come ufficiale alla conquista russa del Caucaso e alla guerra di Crimea. La sua carriera letteraria ebbe un inizio fulmineo e precoce con la pubblicazione del racconto Infanzia nel 1852. La sua cospicua produzione, segnata da un forte realismo e da una spiccata propensione per l’analisi introspettiva, lo imporrà come scrittore e drammaturgo ai vertici della narrativa russa e della letteratura mondiale. Tra i suoi romanzi citiamo I cosacchi (1863), Guerra e pace (1869), Anna Karenina (1877) e Resurrezione (1899). Lev Tolstoj è anche autore di numerosissimi racconti tra i quali abbiamo selezionato La morte di Ivan Il’ic (1886) e il testo autobiografico Confessione (1882).
Le Operette morali, composte nel 1824 e rimaneggiate fino al 1835, sono una raccolta di racconti e dialoghi che Leopardi dice di aver progettato «quasi per vendicarmi del mondo». Si tratta di scritti che risentono della “conversione filosofica- dell’autore ed esprimono, con la chiarezza di una prosa pungente, la sua prospettiva sulla vita. Leopardi dà spazio libero al suo pessimismo esistenziale dipingendo l’esistenza umana come una ricerca continua e necessariamente insoddisfatta di un orizzonte infinito ed eterno. Nelle Operette troviamo affiancate la profonda riflessione esistenziale e la tagliente ironia che schernisce la piccolezza della vita umana: la risata è l’unico conforto possibile di fronte al male del mondo.
Destinatari
• Per tutti.
L’autore
Giacomo Leopardi nacque a Recanati nel 1798 da una famiglia aristocratica in declino. Il padre, un rigido cattolico conservatore, lo costrinse a trascorrere la giovinezza nel piccolo centro di provincia sotto la sua guida autoritaria: fu un periodo di studi frenetici segnato da problemi di salute che accompagnarono lo scrittore per tutta la sua breve esistenza. Fin da giovanissimo sviluppò una spiccata sensibilità letteraria e, intorno ai vent’anni, iniziò a dedicarsi alla riflessione filosofica e morale. Considerò sempre la condizione umana come tediosa e senza speranza, condannata a un’imperitura insoddisfazione: nelle sue opere questo pessimismo esistenziale si oppone al culto della ragione e del progresso, ma anche alla morale cristiana.
Questo libro si compone di due parti speculari. Ai cinque capitoli dove sono raccolti pensieri di Seneca sul tema della lettura ne seguono altri cinque dove sono raccolti pensieri di scrittori cristiani che, ispirandosi ai testi di Seneca, hanno detto cose affini sull'atto del leggere, aggiungendo oppure interpretando o semplicemente variando qualcosa del suo pensiero e delle sue istruzioni. La continuità che questi autori stabiliscono con gli scritti senecani rappresenta un momento maturo dell'assimilazione delle tesi del filosofo latino nella riflessione morale cristiana: essi tuttavia non rinunciano al dato dell'originalità delle loro osservazioni e considerazioni per mostrare altre vie e nuovi punti di vista per approcciarsi con profitto alla lettura e promuovere un maggiore progresso morale e spirituale.
Quattro racconti (Il vescovo, Lo studente, Il monaco nero, Il violino di Ròtschild) di uomini chiusi in se stessi, vittime di una profonda solitudine impossibile da aggirare e lasciarsi davvero alle spalle. Storie che raccontano un destino che colpisce tutti, quello della incomunicabilità, di una distanza abissale con gli altri e dell’incapacità di costruire relazioni sociali e interpersonali. Se la religione, nonostante C echov fosse ateo, sembra poter offrire un appiglio, riannodare i capi sfilacciati delle vite umane, la vera certezza pare essere soltanto quella della sofferenza.
DESTINATARI
• Tutti.
L’AUTORE
Anton Pavlovic Cechov (1860-1904) nacque a Taganrog, città russa affacciata sul Mare d’Azov; dopo il fallimento del padre, un piccolo commerciante, si trasferì a Mosca con la famiglia. Per pagarsi gli studi in medicina Anton si dedicò alla scrittura di brevi racconti, perlopiù umoristici, che trovarono il favore degli editori. Il suo impegno letterario, pur nato dalla contingenza, maturò con la mutata situazione economica e C echov arrivò alla consacrazione con la sua produzione teatrale, soprattutto con i drammi Il gabbiano (1895), Zio Vanja (1896) e Il giardino dei ciliegi (1903). C echov è dotato di una forte sensibilità per i temi morali e propone in molti suoi racconti una fredda ma pungente riflessione sulla condizione umana.
Ebenezer Scrooge, arido e spilorcio finanziere londinese, odia il Natale. Lo considera - anzi - tempo perso, e un ostacolo al proprio arricchimento. Ma la notte della Vigilia, dopo una giornata passata alla scrivania senza nulla concedere all'atmosfera festosa che lo circonda, riceve la visita di tre spiriti: quello del Natale passato, quello del Natale presente e quello del Natale futuro. Nel corso di un fantastico viaggio che farà rivivere a Scrooge tutte le tappe della propria vita e intravedere un ben misero futuro, gli spiriti riusciranno ad aprire i suoi occhi a sentimenti di generosità e amore. Il Canto di Natale non è però solo una favola a lieto fine. È anche uno degli esempi meglio riusciti di critica sociale di Dickens, oltre che una delle più famose e commoventi storie sul Natale.
L'incredulità di padre Brown, terza antologia dedicata al prete investigatore, deve essere letta nei termini del più disperato e sonoro appello di Chesterton alla ragionevolezza umana. I racconti presenti nell'antologia sono scritti nel 1926, dopo più di un decennio dall'uscita della prima serie di racconti intitolati Il candore di padre Brown (1911); chiaramente appartengono ad un Chesterton diverso, emotivamente e intellettualmente coinvolto nei repentini, tragici, ma per lui certo non inaspettati, cambiamenti sociopolitici innescanti e risultanti dalla grande guerra. La saga del prete investigatore è l'originale risposta dello scrittore al filone giallo inaugurato da Arthur Conan Doyle, con la scelta però di caratterizzare il personaggio letterario con una fine capacità di analisi psicologica e con un profondo spessore religioso e umano; queste note di carattere diventano formidabili strumenti di indagine investigativa, in cui prevale il buon senso, l'empatia con i criminali e il finissimo umorismo. I racconti sono presentati in una nuova traduzione, corredata da esplicative note a piè pagina.
La saggezza di padre Brown è la seconda antologia, in nuovissima traduzione, dedicata alle avventure spiritual-investigative dell'acuto Joseph Brown che, con le sue ironiche e talvolta assurde confutazioni, affronta ancora il crimine e la morte con socratica saggezza. Il suo scopo è di arrivare a conoscere il senso anche delle azioni più assurde compiute dagli uomini, per condurli ad un cammino verso la conoscenza che ognuno deve compiere da sé, per se stesso e la propria salvezza. I teatri in cui si muove questa volta l'acuto pretino dell'Essex, accompagnato dal fedelissimo Hercule Flambeau, investigatore con un passato da ladro, sono L'Italia, l'Inghilterra, la Germania e la Francia.